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Discussione: Lex orandi, lex credendi : storia e significato di questa espressione.

  1. #1
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    Lex orandi, lex credendi : storia e significato di questa espressione.

    Sono da guardare con sospetto o sono in buona compagnia se concordo sull’affermazione che, nell’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica (per brevità nel seguito indicato con la sigla CCC), “molti sono i punti discutibili: tutto ciò che gli uomini fanno è insufficiente e può essere migliorato, e ciononostante si tratta di un grande libro, un segno di unità nella diversità”?
    http://www.vatican.va/holy_father/be..._youcat_it.htm.(prefazione scritta dal Santo Padre Benedetto XVI a Youcat, sussidio al Catechismo della Chiesa Cattolica,Madrid 2011. il discorso lo trovate nel sito del Vaticano, tra le lettere del Papa del 2011).
    Invero l'aggettivo discutibile può essere inteso in due sensi :
    1) Con accezione negativa ovvero "cosa che si può criticare con biasimo"
    2) Con accezione positiva ovvero "cosa che si può discutere cioè esaminare confrontando opinioni diverse".
    E’ ovvio che io intenda la parola “discutibile” nella sua accezione positiva.
    Poiché dovremmo conoscere la nostra fede “con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computerhttp://www.vatican.va/holy_father/be..._youcat_it.htm, accogliendo tale invito, vorrei discutere proprio uno di questi punti espresso dal paragrafo 1124 del CCC:
    1124 La fede della Chiesa precede la fede del credente, che è invitato ad aderirvi. Quando la Chiesa celebra i sacramenti, confessa la fede ricevuta dagli Apostoli. Da qui l'antico adagio: “ Lex orandi, lex credendi ” [Oppure: “Legem credendi lex statuat supplicandi”, secondo Prospero di Aquitania, Epistulae, 217 (V secolo): PL 45, 1031]. La legge della preghiera è la legge della fede, la Chiesa crede come prega. La Liturgia è un elemento costitutivo della santa e vivente Tradizione [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 8].
    Cosa ho da discutere su tale paragrafo? La connessione tra l’affermazione “Quando la Chiesa celebra i sacramenti confessa la fede ricevuta dagli Apostoli” ( che mi trova perfettamente d’accordo) e la notazione successiva “Da qui l'antico adagio: “ Lex orandi, lex credendi ” [Oppure: “Legem credendi lex statuat supplicandi”, secondo Prospero di Aquitania, Epistulae, 217 (V secolo): PL 45, 1031].”.
    Su cosa verte la discussione? Su questi tre punti:
    1) Quali sono le fonti e la storia di quello che il CCC definisce “ l’antico adagio”?
    2) E’ proprio vero che le due formulazioni “lex orandi, lex credendi” e il detto di Prospero di Aquitania “legem credendi lex statuat supplicandi” siano intercambiabili?
    3) Di conseguenza in che senso va intesa la successiva traduzione del detto, vale a dire “La legge della preghiera è la legge della fede, la Chiesa crede come prega.”?

    Poiché, come giustamente termina il paragrafo , la Liturgia è un elemento costitutivo della santa e vivente Tradizione, penso che sia importante, e che non sia dunque soltanto una sottigliezza, analizzare e studiare il rapporto tra tale detto e la Liturgia stessa, presentando alcuni argomenti riportati nella letteratura teologica e liturgica a proposito di tale relazione.
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 05-01-2013 alle 01:17
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  2. #2
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    Se andiamo a leggere qua e là varie spiegazioni del detto lex orandi, lex credendi, troviamo ad esempio delle interpretazioni come queste :
    1) ciò che si prega diventa oggetto di fede
    2) dal retto modo del pregare deriva un retto modo di credere
    3) la legge del pregare è equivalente alla legge del credere
    4) il modo di celebrare la liturgia è specchio di ciò in cui si crede
    Non ho certo intenzione di continuare a fare il campionario di tutte le diverse spiegazioni, ma bastano queste quattro diverse interpretazioni per comprendere che la situazione non è proprio molto chiara.

    Esaminiamo ad esempio la spiegazione 1): si potrebbe facilmente obiettare ad essa che si prega sempre Qualcuno, non certo qualcosa, e se si prega Qualcuno è in qualche modo implicita la fede o un inizio di fede in questo Qualcuno. Se con l’espressione “ciò che si prega” si intende invece la preghiera stessa (ad esempio il Padre Nostro) di nuovo non è la preghiera l’oggetto della fede ma il suo contenuto in quanto è riferito a Dio o proveniente da Dio. Se come caso limite consideriamo il Credo (ma in realtà è una professione di fede) come la preghiera che più di ogni altra è ricca di contenuti di fede, tutti gli articoli del Credo vengono creduti o in quanto riferiti a Dio o in quanto rappresentano ciò che Dio opera e proviene da Lui. Inoltre questa spiegazione lascia pensare che attraverso la ri-petizione di un contenuto di fede si possa acquistare la fede in questo contenuto. Questo non mi sembra totalmente conforme al pensiero cristiano che ha registrato un detto di Gesù in proposito : non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.

    La spiegazione 2) sembra apparentemente più ragionevole. E’ indubbio che la preghiera alimenti la fede così come un nutrimento sostanzioso ha come effetto un buon stato di salute. Ma il retto modo non è necessariamente sinonimo di buono o sostanzioso. Si introduce con questa spiegazione il sospetto che Dio guardi, nella preghiera, l’apparenza e non il cuore, mentre noi cristiani crediamo che Dio non guarda all’apparenza come gli uomini, ma che il Signore guarda il cuore. Inoltre la preghiera personale, non quella pubblica, quella che siamo invitati a fare nel segreto, chiusa la nostra porta, e che Dio vede nel segreto e ricompenserà, non ha altro metro di giudizio che quello che il Signore vorrà avere su di essa. La Scrittura, ad esempio, riporta molti esempi di preghiere segrete che possono sembrare, secondo un metro di giudizio esterno, temerarie o sacrileghe (come ad esempio quella del profeta Elia che invoca da Dio la propria morte) e che tuttavia furono ricompensate con la sua misericordia, perché Dio le giudicò rette ed appropriate in quella situazione particolare.

    La spiegazione 3) è sibillina. Cosa vuol dire che la legge del pregare equivale a quella del credere? Il verbo equivalere significa avere lo stesso valore o, in senso lato, anche il coincidere di due cose. Pregare vuol dire credere? Credere vuol dire pregare? Pregare coincide con credere? Sono certamente due atti che hanno moltissime cose in comune ma certamente sono due cose distinte non equivalenti. Qui siamo molto vicini al punto che esamineremo in seguito, ma non siamo ancora giunti nel punto esatto della questione. La fede è una virtù teologale ed è quindi dono di Dio. La preghiera è un comando del Signore : pregate e vegliate in ogni momento. Si può imparare a pregare sia dal Signore che dai suoi discepoli, ma la fede quale virtù teologale non si impara: si può imparare a conoscere i contenuti della fede, ma la fede rimane un dono di Dio. Solo una testimonianza di carità, altra virtù teologale donata da Dio, può suscitare o meglio predisporre alla fede nell’uomo che riceve questa testimonianza (ma questa ricezione è già un dono di Dio) secondo la parola del Signore: amatevi come io vi ho amato perchè il mondo creda che Tu mi hai mandato.

    La spiegazione 4) mette in campo la liturgia quale lex orandi. Vedremo come la lex orandi sia in realtà più ampia della liturgia. Comunque la liturgia certamente, come uno specchio, riflette la fede e tale riflessione è attiva in un’azione liturgica animata dalla fede ma la liturgia non si limita a riflettere la fede, essendo anche attuazione dell’opera di Cristo. La metafora della liturgia come riflessione della fede mi sembra quindi un po’ limitativo della sua definizione.


    E’ probabile che molte delle mie obiezioni appaiano cavillose e che qualcuno si domandi dove voglia mai arrivare. Vorrei saperlo con esattezza anch’io ma vi chiedo per adesso solo un po’ di pazienza. Nel seguito cercherò, anche con il vostro aiuto, di ripercorrere l’origine del detto e di ricercare possibilmente il suo senso più preciso e affidabile. Ma rimane ancora da analizzare la formulazione del CCC del detto e cioè :

    La legge della preghiera è la legge della fede, la Chiesa crede come prega.”

    Apparentemente sembra una spiegazione simile alle precedenti. Ma non è così. Quell' è non soltanto è più sobrio dell' è equivalente a , ma è anche molto più preciso se non lo si intende come equivalente. La precisazione sul soggetto di chi crede, cioè la Chiesa, sposta poi la questione sulla preghiera della Chiesa, cioè del popolo di Dio convocato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e la frase "crede come prega", di nuovo più sobria della doppia articolazione "del retto modo di" indica chiaramente e semplicemente che il modo di credere e di pregare della Chiesa è identico. Dire che c'è identità nel modo di pregare e di credere della Chiesa, significa dire che c'è qualcosa di molto più simile di una equivalenza. Qualcuno potrebbe sostenere che mi sia contraddetto quando ho affermato che credere e pregare siano due cose distinte e non equivalenti dal momento che adesso sostengo invece che il modo di pregare e quello di credere della Chiesa siano molto più che equivalenti e addirittura identici. Sottolineo che nel primo caso si parlava del credere e del pregare in generale, non del loro modo nè di quello messo in atto come Chiesa, nel secondo caso invece c'è una doppia precisazione (modo e Chiesa) che cambia completamente i termini della questione : si tratta cioè del modo di credere e pregare della Chiesa. Ci può essere dunque un cristiano in comunione con la Chiesa che tuttavia crede in modo non identico a come prega? Non c'è bisogno di fare un questionario tra i fedeli per rispondere di sì a questa domanda in quanto nessuno di noi preso come singolo fedele esaurisce la Chiesa e, io aggiungerei, grazie a Dio.
    “Chi non conosce la leggerezza, non conosce nemmeno la fede cristiana” San Aelredo

  3. #3
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    Ma al di là delle mie chiacchiere, andiamo al punto della questione. E come punto di partenza prenderò un capitolo dell'enciclica Mediator Dei di Pio XII, dedicata alla liturgia, dal titolo "Liturgia e Dogma":

    Liturgia e dogma



    • Questo inconcusso diritto della Gerarchia Ecclesiastica è provato anche dal fatto che la sacra Liturgia ha strette attinenze con quei principi dottrinali che la Chiesa propone come facenti parte di certissime verità, e perciò deve conformarsi ai dettami della fede cattolica proclamati dall'autorità del supremo Magistero per tutelare la integrità della religione rivelata da Dio.
    • A questo proposito, Venerabili Fratelli, riteniamo di porre nella sua giusta luce una cosa che pensiamo non esservi ignota: l'errore, cioè, di coloro i quali pretesero che la sacra Liturgia fosse quasi un esperimento del dogma, in quanto che se una di queste verità avesse, attraverso i riti della sacra Liturgia, portato frutti di pietà e di santità, la Chiesa avrebbe dovuto approvarla, diversamente l'avrebbe ripudiata. Donde quel principio: La legge della preghiera è legge della fede (Lex orandi, lex credendi).


    • Non è, però, così che insegna e comanda la Chiesa. Il culto che essa rende a Dio è, come brevemente e chiaramente dice S. Agostino, una continua professione di fede cattolica e un esercizio della speranza e della carità: «Dio si deve onorare con la fede, la speranza e la carità». Nella sacra Liturgia facciamo esplicita professione di fede non soltanto con la celebrazione dei divini misteri, con il compimento del Sacrificio e l'amministrazione dei Sacramenti, ma anche recitando e cantando il Simbolo della fede, che è come il distintivo e la tessera dei cristiani, con la lettura di altri documenti e delle Sacre Lettere scritte per ispirazione dello Spirito Santo. Tutta la Liturgia ha, dunque, un contenuto di fede cattolica, in quanto attesta pubblicamente la fede della Chiesa.
    • Per questo motivo, sempre che si è trattato di definire un dogma, i Sommi Pontefici e i Concili, attingendo ai cosiddetti «Fonti teologici», non di rado hanno desunto argomenti anche da questa sacra disciplina; come fece, per esempio, il Nostro Predecessore di immortale memoria Pio IX quando definì l’Immacolata Concezione di Maria Vergine. Allo stesso modo, anche la Chiesa e i Santi Padri, quando si discuteva di una verità controversa o messa in dubbio, non hanno mancato di chiedere luce anche ai riti venerabili trasmessi dall'antichità. Così si ha la nota e veneranda sentenza: «La legge della preghiera stabilisca la legge della fede» (Legem credendi lex statuat supplicandi). La Liturgia, dunque, non determina né costituisce il senso assoluto e per virtù propria la fede cattolica, ma piuttosto, essendo anche una professione delle celesti verità, professione sottoposta al Supremo Magistero della Chiesa, può fornire argomenti e testimonianze di non poco valore per chiarire un punto particolare della dottrina cristiana. Che se vogliamo distinguere e determinare in modo generale ed assoluto le relazioni che intercorrono tra fede e Liturgia, si può affermare con ragione che «la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera». Lo stesso deve dirsi anche quando si tratta delle altre virtù teologiche: «Nella . . . fede, nella speranza e nella carità preghiamo sempre con desiderio continuo».


    In questa Enciclica Pio XII afferma che il principio lex orandi, lex credendi, la legge della preghiera è la legge della fede, se inteso non rettamente, non è nè insegnato nè comandato dalla Chiesa. Fa anche un esempio del come tale principio non può e non deve essere applicato: supponiamo che in qualche rito liturgico sia stato introdotto un contenuto di fede su cui il Magistero non ha fatto ancora pieno discernimento e che questo contenuto, grazie alla sua applicazione alla Liturgia, abbia portato frutti di santità, tale contenuto, non potrebbe nè dovrebbe essere automaticamente approvato dalla Chiesa soltanto grazie a questo motivo.
    Inoltre il Papa mostra quale dovrebbe essere la vera interpretazione di tale principio : nel caso di verità controversa, la Liturgia può fare luce così come era stabilito dalla vera citazione del venerando principio e cioè "legem credendi, lex statuat supplicandi", tale luce può essere fatta dalla Liturgia perchè essa è professio fidei sottoposta al Magistero della Chiesa, quindi, secondo questo ragionamento, il principio lex orandi, lex credendi dovrebbe essere addirittura rovesciato e cioè : lex credendi, lex orandi , "la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera". Se il paragrafo 1124 del CCC voleva riassumere questo capitolo della Mediator Dei bisogna proprio dire, per amore della verità, che la sintesi o è stata troppo sintetica o non è riuscita perfettamente.
    “Chi non conosce la leggerezza, non conosce nemmeno la fede cristiana” San Aelredo

  4. #4
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    Nel discorso del 6 maggio 2011, anniversario del 50 anno di fondazione dell'Istituto S. Anselmo, Benedetto XVI ricorda una espressione di Paolo VI che, secondo me, meglio di ogni altra, bene descrive la dinamica delle varie leges:

    La Liturgia della Chiesa va al di là della stessa "riforma conciliare" (cfr Sacrosanctum Concilium, 1), il cui scopo, infatti, non era principalmente quello di cambiare i riti e i testi, quanto invece quello di rinnovare la mentalità e porre al centro della vita cristiana e della pastorale la celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo. Purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la Liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana, dal momento in cui "esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della Liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa dalla Liturgia attinge la forza per la vita". A ricordarcelo è il Beato Giovanni Paolo II nella Vicesimus quintus annus, dove la liturgia è vista come il cuore pulsante di ogni attività ecclesiale. E il Servo di Dio Paolo VI, riferendosi al culto della Chiesa, con un’espressione sintetica affermava: “Dalla lex credendi passiamo alla lex orandi, e questa ci conduce alla lux operandi et vivendi” (Discorso nella cerimonia dell’offerta dei ceri, 2 febbraio 1970).

    Il discorso di Paolo VI, ripreso in un contesto un po’ più ampio affermava:


    Ogni rito è un atto di culto, che si esprime sensibilmente, perciò è anche un segno, un simbolo, un’espressione d’un pensiero religioso, che parte dal cuore, si esteriorizza per salire al mondo divino, e da quello discende per ritornare al cuore, e riempirlo di santi pensieri, anzi di grazie ed effusioni divine. Così dev’essere il nostro culto ritualizzato. Procuriamo che tale sempre sia; non mai vano, non mai retorico, né superstizioso. Dalla lex credendi passiamo alla lex orandi, e questa ci riconduce alla lux operandi et vivendi.

    Qui dunque sembrerebbe di nuovo che la lex credendi abbia il primato e che la lex orandi abbia una funzione di guida e di luce (lux) per l’azione e la vita. L’espressione vuole però indicare la dinamica o piuttosto la danza ( pericorèsis) tra fede, liturgia e vita.
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  5. #5
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    Un breve ricordo di infanzia, per comprendere la relazione tra fede, liturgia e vita, ciò che ho definito come una danza circolare. Io ho avuto una nonna molto devota e innamorata dell'Eucarestia. Un giorno, parlando di quello che sentiva e provava quando riceveva la comunione, fece più o meno questo discorso : "Quando ricevo Gesù, dentro di me, mi viene spontaneo piangere, vorrei che tutta la mia vita si contraesse in quel momento, in quel preciso momento in cui, felice, ricevo Gesù". Con noi c'era un nostro conoscente, una persona di grande fede e di grande intelligenza che gli replicò: "Vedi, dovrebbe forse essere il contrario, quel momento così felice e unico dovrebbe dilatarsi in tutta la tua vita". Chi aveva ragione tra queste due persone di grande fede? Oggi penso che avevano ragione probabilmente tutti e due. In quel movimento di contrazione e dilatazione che c'è tra la Liturgia e la vita c'è abbastanza spazio per la fede dell'uno e dell'altra.
    Un punto centrale della Sacrosanctum Concilum descrive di nuovo questa tensione tra fede, liturgia e vita. Rileggiamolo sottolineando i verbi che la Costituzione sulla Liturgia utilizza per descriverlo:

    Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei « sacramenti pasquali », a vivere « in perfetta unione » ; prega affinché « esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede »; la rinnovazione poi dell'alleanza di Dio con gli uomini nell'eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall'eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa.
    “Chi non conosce la leggerezza, non conosce nemmeno la fede cristiana” San Aelredo

  6. #6
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    Ritornando al tema centrale del thread, c'è da chiarire il contesto in cui per la prima volta viene enunciato il venerando principio " legem credendi lex statuat supllicandi". Un articolo di D.G. Van Slyke che potete leggere in inglese qui : http://www.pcj.edu/journal/essays/vanslyke11-2.htm spiega che in realtà esso ha molto poco a che fare con la relazione tra liturgia e fede.
    Per chi non avesse voglia di leggerlo in inglese, avendolo tradotto per mio conto in italiano, posso mandarne per allegato la mia versione attraverso la messaggeria privata del forum.
    La sostanza dell'articolo è imperniata sul fatto che leggendo il discorso di Prospero di Aquitania nel suo contesto egli sta semplicemente sostenendo che la verità di fede che afferma che la possibilità di credere in Cristo dipenda dalla grazia divina è avvalorata dall fatto che la Chiesa preghi e supplichi Dio, secondo il comandamento dell'apostolo Paolo espresso nella prima lettera a Timoteo, perchè tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità : quindi il comando di pregare per gli uomini stabilisce questa verità di fede, messa in dubbio e destabilizzata dalla dottrina pelagiana contro cui sta scrivendo.
    Tuttavia anche se il venerando principio, nella sua collocazione originale, non abbia nulla o poco a che vedere con il rapporto tra liturgia e fede, secondo l'autore dell'articolo, Prospero di Aquitania, in un altro passo, sembra condividere il principio che la liturgia possa essere un "luogo teologico" per stabilre delle verità di fede.
    Molto rumore per nulla dunque? Secondo me, no. Prima di tutto perchè si fa chiarezza. E inoltre perchè condividere il principio che la liturgia possa essere una fonte per stabilire, nel senso di stabilizzare, delle verità di fede discusse non corrisponde esattamente al detto "lex orandi, lex credendi".
    Mi è dunque venuta vogllia di ricercare, andando a ritroso nel tempo, da dove nasce la formulazione di questo detto. In questa ricerca, che per ragioni pratiche, effettuerò utilizzando le fonti reperibili su internet, forse sarò un po' caotico, com'è nel mio stile, ma ce la metterò tutta per rendere interessante questo viaggio nel tempo.
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  7. #7
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    ....E’ un aforismo ossia principio da tutti ammesso la sentenza: Lex supplicandi lex credendi vale a dire che le pubbliche preghiere approvate dalla Chiesa sono norma di ciò che si ha da credere. Ora la Chiesa recentemente ha approvato L’Oremus, la orazione della Messa ed ufficio della festa della Consolata …

    Ho estratto questo passo dagli scritti di S. Leonardo Murialdo (data di composizione tra il 1953 e il 1973) che possono essere letti on line qui :http://www.murialdo.org/index.php?me...n=zoom&id=6458. E'interessante questo passo per due motivi : 1) perchè mantiene la gerarchia indicata nella Mediator Dei : Magistero (sua autorità) a cui è sottoposta la Liturgia la quale normalizza le dottrine da credere. In questo caso Leonardo cercava un argomento liturgico sull'ortodossìa dell'appellativo di Consolatrice o Consolata con cui è venerata Maria specialmente a Torino; 2) il detto è una forma di transizione tra quello oriiginale di Prospero d'Aquitania "legem credendi lex statuat supplicandi" e l'attuale forma "lex orandi, lex credendi".
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  8. #8
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    In S.Ireneo di Lione, secondo secolo D.C., troviamo nel quarto libro dell'Adversus haereses, un'affermazione che potrebbe costituire la prima formalizzazione del rapporto tra celebrazione dei misteri e fede: " la nostra convinzione è consona all'Eucarestia e l'Eucarestia , a sua volta, conferma la nostra convinzione" (S.Ireneo. AH 4,18,5.)
    La consonantia è una espressione tipica di Ireneo che egli usa anche nel rapporto tra Parola di Dio e fedele e a proposito dello sviluppo (consequentia) armonico della glorificazione di Dio nel tempo.
    Questa metafora musicale tra fede e sacramento è molto delicata e più che un'opposizione, o un ordine tra lex orandi e lex credendi, suggerisce l'idea di un comune accordo.
    Io la estenderei e parafraserei così: " la nostra fede è in consonanza con la Liturgia e questa, a sua volta, la conferma".
    “Chi non conosce la leggerezza, non conosce nemmeno la fede cristiana” San Aelredo

  9. #9
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    Tuttavia, secondo il liturgista Pietro Sorci, la liturgia entrò a far parte dei loci teologici ( leggete questo suo articolo a proposito della storia della liturgia come luogo teologico:http://dedalo.azionecattolica.it/doc...-208_Sorci.pdf) soltanto nella seconda metà del XVIII secolo quando il sacerdote e professore gesuita Francesco Antonio Zaccaria nella sua opera Biblioteca Ritualis (1776-1781) mise in rilievo il valore teologico della Liturgia e descrisse le regole che dovrebbe osservare il teologo che ne fa uso.
    In quest'opera Zaccaria mostra come la dottrina cristiana può essere confermata dalla Liturgia portando vari esempi a proposito della Trinità, divinità del Verbo, divinità dello spirito santo, divinità e umanità di Cristo, realtà del Suo Corpo, verginità di Maria, primato di S.Pietro e del Papa, infallibilità della Chiesa,superiorità del Vescovo sui sacerdoti, necessità della grazia, peccato originale. L' erudizione enciclopedica dello Zaccaria, tipica di quel momento storico, produsse questo fecondo filone di riflessione teologica.
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  10. #10
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    Dalla lex orandi all’officium sacrificandi

    Se consideriamo la famosa espressione di Papa Innocenzo I, sacerdotibus et orandi ac sacrificandi juge officium est, si potrebbe facilmente passare dalla lex ed officium orandi all’officium del rendere sacro (sacrificandi) per eccellenza che è la celebrazione dell’Eucarestia.
    Benedetto XVI ha fatto intendere, nel Motu Proprio SP, che la sacralità si potrenbbe manifestare in maniera più forte di quanto spesso non sia, nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI.
    Ma, e questo è il punto, come si manifesta la sacralità? E soprattutto cosa è la sacralità? Qualcuno ha definito la sacralità come ciò che è sottratto all’arbitrio dell’uomo. Questa però è una definizione arbitraria: la galassia di Andromeda, ad esempio, è sottratta all’arbitrio dell’uomo, ma quale la connessione tra la galassia di Andromeda e la sacralità? Forse, più semplicemente, se i nomi significano qualcosa, la sacralità è la proprietà di ciò che è sacro e sacro, sacer, a sua volta, è tutto ciò che appartiene a Dio. Ed ora una tremenda domanda: cosa appartiene a Dio?
    Dalla risposta a questa domanda dipende cosa si intende per sacralità.
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