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Discussione: Mistagogia della Messa - Il significato liturgico dei riti e dei vari momenti

  1. #11
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    Domenica 21 giugno 2015

    La comunione sulla lingua (scheda)

    La Chiesa soccorre la debolezza dei suoi figli; rispetto a quella data sulla mano, la Comunione sulla lingua evidenzia il primato del dono di grazia di Cristo verso chi - come bambini e infermi - dipende in tutto da chi provvede per loro il cibo a tempo opportuno.


    Con il sec. IX, la comunione ai fedeli laici sulla mano cede il posto alla comunione in bocca, sulla lingua, sia per prevenire alcuni abusi e rischi di profanazione, sia soprattutto per un sentimento di crescente rispetto verso le sacre specie eucaristiche, che vedeva nel toccare con la mano una sorta di contaminazione di ciò che è più santo con le ambigue realtà della terra: mani che usano armi, mani che trattano soldi, ecc... Così si diffuse in modo generalizzato la comunione data dal ministro direttamente in bocca, sulla lingua.

    La riscoperta della comunione sulla mano, che ha riportato in uso la forma originaria di ricevere la comunione nei primi secoli, non ha però soppresso la comunione sulla lingua, che i fedeli possono continuare a praticare, in conformità alla loro sensibilità personale. La Chiesa infatti ne riconosce la piena legittimità e il suo permanente valore spirituale. Ecco perché, dopo aver approfondito la comunione sulla mano, dedichiamo la nostra attenzione alla comunione data direttamente in bocca sulla lingua.

    La comunione sulla lingua si svolge nel modo seguente: il fedele si presenta davanti al ministro e, senza compiere altri gesti rituali come la genuflessione o il segno di croce, sta in piedi con le mani giunte (o abbassate lungo i fianchi), e si dispone a ricevere il pane eucaristico. Il ministro presenta la particola consacrata dicendo: «Il corpo di Cristo». Il fedele risponde Amen e, aprendo bene la bocca, riceve il pane eucaristico direttamente sulla lingua. Quindi si sposta di lato per consentire al fedele che segue di avanzare e, fatto un gesto di riverenza all’altare (leggero inchino), ritorna al proprio posto conservando un clima di raccoglimento interiore.

    Rispetto alla comunione data sulla mano, che sottolinea anche l’accoglienza responsabile da parte dei fedeli del dono di grazia di Cristo, la comunione sulla lingua pone soprattutto in risalto il primato del dono di grazia di Cristo verso coloro che, come i bambini e gli infermi, dipendono in tutto da chi provvede per loro il cibo a tempo opportuno (cfr. Sal 103, 27).

    In primo luogo, infatti, il porgere la comunione direttamente sulla lingua assomiglia al gesto di una madre (o di un padre) che imbocca un figlio piccolo, appena svezzato. Sotto certi aspetti, la condizione dei fedeli rimane in modo permanente quella dei piccoli che chiedono a Dio il cibo necessario per il loro sviluppo spirituale. Perciò la Chiesa viene loro incontro e, nella comunione sulla lingua, mostra di esercitare la sua funzione materna (e paterna), qualunque età anagrafica essi abbiano: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli» (1Ts 2, 7).

    In secondo luogo, il porgere la comunione direttamente sulla lingua assomiglia anche al gesto di chi imbocca una persona inferma, così debilitata da non avere la forza di portare da se stessa il cibo alla bocca. In questo gesto rituale è raffigurata la condizione di radicale fragilità di ogni fedele che, a causa del suo ricadere nel peccato, vive una sorta di invincibile infermità spirituale e ha bisogno di essere alimentato per ritrovare le energie necessarie per lottare contro il male e conseguire, in unione con Cristo e per la forza santificante dello Spirito Santo, la vittoria sul male e sulla morte. Anche sotto questo aspetto il gesto rituale compiuto dalla Chiesa esplicita una funzione di aiuto, di assistenza e di sostegno, che viene in soccorso alla debolezza dei suoi figli.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    La Comunione sulla lingua (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.

    Oltre che sulla mano, la Comunione può essere ricevuta direttamente in bocca, sulla lingua. Questo gesto pone in evidenza il primato del dono dell’Eucaristia, che si riceve con rispetto e a sostegno della propria fragilità. Il porgere la comunione direttamente sulla lingua assomiglia infatti al gesto di una madre o di un padre che affettuosamente imbocca un figlio piccolo o anche al gesto di chi imbocca una persona inferma.

    La Chiesa rende così evidente la sua funzione di aiuto, di assistenza e di sostegno, mentre offre il grande dono del Corpo del Signore.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  2. #12
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    Domenica 13 settembre 2015

    Da domenica 13 settembre riparte la proposta diocesana per approfondire e valorizzare alcuni aspetti della celebrazione.

    La presentazione dei doni, un gesto rituale che evidenzia la logica dell’offerta (scheda)

    Col pane e il vino i fedeli portano loro stessi, riconoscono l’amore del Creatore e si dispongono a lasciare che la loro vita sia trasformata dalla comunione con Cristo.

    Non c’è Eucaristia senza il pane e il vino che, trasformati dalla parola efficace del Signore in virtù dell’opera santificatrice dello Spirito Santo, diventano il santo Corpo e il prezioso Sangue di Gesù Cristo immolato sulla croce. Per questo, durante la Messa, in tre diversi momenti rituali, il pane e il vino vengono sollevati in alto per essere presentati a Dio o per essere mostrati agli occhi dei fedeli affinché la visione rafforzi la fede e la fede conduca all’adorazione e alla comunione.

    Delle tre “elevazioni” del pane e del vino durante la Messa - alla presentazione dei doni; dopo la consacrazione; alla dossologia al termine della preghiera eucaristica - si occupano le tre schede proposte per la formazione liturgica dei fedeli.

    Di norma, il pane e il vino sono portati all’altare processionalmente da alcuni fedeli che, a nome della comunità, li presentano al sacerdote come restituzione grata di ciò che hanno ricevuto da Dio (frutto della terra) e come opera delle loro mani (frutto del lavoro dell’uomo). In questo gesto rituale, si evidenzia la profonda logica del dono e dell’offerta che pervade l’intera celebrazione eucaristica: i fedeli, che provvedono il pane e il vino necessario per il sacrificio eucaristico, in quei doni portano se stessi, riconoscono l’amore provvidente e generoso del Creatore e si dispongono a lasciare che la loro vita sia trasformata dalla comunione con Cristo per diventare un’«offerta viva in Cristo a lode della sua gloria», cioè un dono d’amore per Dio e per i fratelli.

    Il pane e il vino portati processionalmente vengono deposti sull’altare. Il sacerdote prende la patena con il pane e l’eleva un poco, presentandola al Padre con una preghiera. Versa quindi un po’ d’acqua nel vino, rievocando la trafittura del costato di Gesù sulla croce («Dal fianco aperto di Cristo uscì sangue e acqua» – Cfr. Gv 19, 34), ed eleva un poco il calice con il vino, presentandolo al Padre con una preghiera. Se nel frattempo non si esegue un canto offertoriale, a ciascuna delle preghiere dette a voce alta il popolo risponde con una breve acclamazione.

    È da notare, anzitutto, che l’elevazione della patena con il pane è distinta da quella del calice con il vino. Questo avviene in fedeltà ai gesti che Gesù ha compiuto nell’ultima cena e in corrispondenza con le due distinte elevazioni al momento della consacrazione.

    Vanno poi considerati i testi delle preghiere che accompagnano la presentazione dei doni. Sia per il pane che per il vino il Messale ambrosiano dispone due formule, l’una di supplica e l’altra di benedizione.

    • La prima preannuncia la meravigliosa conversione del pane e del vino che avverrà mediante la preghiera eucaristica («perché diventi il Corpo / il Sangue di Cristo, tuo Figlio»), ponendola in stretta relazione con l’accoglienza divina dei doni portati all’altare («O Padre clementissimo, accogli questo pane / accogli questo vino»). Un’accoglienza che si realizzerà quando il Padre, inviando lo Spirito Santo, renderà viva e operante la parola del Figlio che trasforma il pane e il vino nel suo Corpo dato e nel suo Sangue versato.
    • La seconda, che recupera il modello ebraico della preghiera di benedizione («Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo»), prende le mosse dalla constatazione che il pane e il vino – sia come frutto della terra, sia come prodotto del lavoro umano – ci vengono dall’amore provvidente di Dio («dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane / questo vino»). Dio però non si limita a regalarci ciò che sostenta la nostra vita fisica. Con la presentazione del pane e del vino si prepara il dono di un «cibo di vita eterna» e di una «bevanda di salvezza», cioè il dono dello stesso Gesù, «pane vivo disceso dal cielo» (Cfr. Gv 6, 51).

    Da entrambe le preghiere si evince che il valore dell’elevazione che le accompagna è quello di essere un gesto primariamente rivolto a Dio, un atto di presentazione a lui dei doni portati all’altare.

    Con l’«Amen», che chiude la prima formula, o con il «Benedetto nei secoli il Signore», che chiude l’altra formula, l’assemblea dei fedeli conferma la presentazione dei doni fatta dal sacerdote e si dispone a partecipare alla preghiera di consacrazione e alla comunione sacramentale. A questo punto i fedeli, che erano seduti durante la presentazione dei doni, si alzano in piedi per la solenne professione di fede (nella messa festiva) o per l’orazione sui doni (nella messa feriale).

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    L’Elevazione del Pane e del Vino alla presentazione dei Doni (monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Ritorna l’invito a fissare l’attenzione su alcuni momenti particolari della celebrazione eucaristica per comprenderne sempre meglio il valore e la bellezza. Nelle prossime tre domeniche ci soffermeremo sulle tre elevazioni del pane e del vino.
    La prima avviene dopo che il pane e il vino sono stati portati all’altare. Il sacerdote li presenta al Padre innalzandoli a lui. Lo fa con gratitudine, poiché in verità essi vengono da lui come frutto della terra e soprattutto perché diventeranno il Corpo e il Sangue del Signore.
    Sono doni ricevuti, offerti e trasformati: l’opera di misericordia di Dio si intreccia così con la nostra offerta consapevole e riconoscente.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 15-09-2015 alle 23:32

  3. #13
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    Domenica 20 settembre 2015


    Un invito all’adorazione e a prender parte all’Eucarestia (scheda)

    Dopo aver richiamato l’attenzione dei fedeli sul «mistero della fede», questo è il significato dell’elevazione del pane e del vino dopo la consacrazione.


    Momento centrale e culminante della messa è la preghiera eucaristica, che si apre con il dialogo introduttivo al prefazio e si chiude con la dossologia trinitaria («Per Cristo, con Cristo e in Cristo») e l’«Amen» di tutta l’assemblea.

    Al cuore della preghiera eucaristica sta il racconto dell’istituzione con le parole di Gesù che consacrano il pane nel suo vero Corpo offerto in sacrificio, e il vino nel suo vero Sangue versato in remissione dei peccati.

    La traduzione concreta di queste due affermazioni è che, se da un lato la messa scaturita dalla riforma liturgica conciliare ha pienamente recuperato l’unità celebrativa della preghiera eucaristica, dall’altro essa non ha rinunciato, all’interno della preghiera eucaristica, all’interruzione rituale dell’elevazione del pane e del vino consacrati che, almeno dalla fine del sec. XII, caratterizza la liturgia eucaristica latina.
    Ancora oggi infatti la norma liturgica prevede che il sacerdote, dopo la consacrazione del pane presenti ai fedeli l’ostia consacrata, elevandola davanti ai loro occhi, per poi deporla sulla patena e genuflettere in adorazione, e, dopo la consacrazione del vino, presenti ai fedeli il calice, elevandolo davanti ai loro occhi, per poi deporlo sul corporale e genuflettere in adorazione.


    Si possono subito notare alcune differenze tra l’elevazione alla consacrazione e quella alla presentazione dei doni: là si elevava la patena con il pane, qui si eleva direttamente il pane (consacrato); là il gesto era rivolto principalmente a Dio, qui il gesto è diretto specificatamente ai fedeli; là il gesto era accompagnato da una formula di preghiera; qui il gesto è compiuto in silenzio e va a saldarsi, senza soluzione di continuità, con la genuflessione del sacerdote (e con la possibile postura in ginocchio dei fedeli) per un atto di adorazione.


    Quali allora i significati racchiusi nell’elevazione del pane e del vino dopo la consacrazione? Il primo, il più immediato, è la volontà di richiamare l’attenzione dei fedeli sul grande «mistero della fede» che si compie: grazie alla ripetizione rituale delle parole di Gesù, riprese dal racconto istitutivo nel contesto di tutta la preghiera eucaristica che invoca, tra l’altro, la venuta dello Spirito Santo sui doni offerti, si rinnova sacramentalmente il sacrificio pasquale della croce e Cristo si rende presente in modo vero, reale e sostanziale per farsi cibo e bevanda di salvezza.


    Il secondo è un invito alla fede e all’adorazione. Mentre gli occhi vedono solo i segni sacramentali del pane e del vino, la fede ci porta ad aderire intimamente alle parole di Gesù, riconoscendo la vera realtà di quel cibo e di quella bevanda e disponendoci a «onorare con profonda venerazione il mistero del Corpo e del Sangue di Cristo Signore».

    Nasce da qui l’invito ai fedeli, magari segnalato da un tocco di campana o di campanello, a partecipare in ginocchio al momento della consacrazione - dall’inizio del racconto dell’istituzione all’elevazione del calice - per esprimere anche con la postura del corpo un intimo e profondo raccoglimento interiore e un sincero atto di adorazione. Proprio per questo la norma liturgica chiede che tutto si svolga nel più rigoroso silenzio (nessuna invocazione ad alta voce, nessun suono di strumento), con l’eccezione della Messa con i fanciulli dove, a scopo pedagogico, è data la facoltà di intervenire con le parole: «È il Signore Gesù! Si offre per noi!». A queste stesse parole si potrebbero rinviare tutti coloro che desiderassero avere un’indicazione di una parola da ripetere nell’intimo del proprio cuore al momento dell’elevazione del pane e del vino consacrati.


    Il terzo e ultimo significato consiste nel predisporre i fedeli a prendere parte al banchetto eucaristico. Quel pane e quel vino, che gli occhi della fede riconoscono essere il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, sono destinati a diventare cibo che nutre e bevanda che disseta la fame e la sete spirituale dell’uomo: «Prendete e mangiatene tutti»; «prendete e bevetene tutti». Così, già con la duplice elevazione della presentazione dei doni, ma in modo ancora più esplicito con la duplice elevazione dopo la consacrazione per ogni fedele ha inizio la preparazione alla comunione. Ognuno è chiamato a interrogarsi se è nella condizione di accogliere l’invito del Signore o se, a causa del suo peccato, deve prima riconciliarsi con Dio e con i fratelli, per poi accedere a quel dono di grazia e di santificazione che l’elevazione pone davanti ai suoi occhi e nell’intimo del suo cuore.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    L’Elevazione del Pane e del Vino alla Consacrazione (monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.

    La seconda elevazione del pane e del vino nella celebrazione eucaristica avviene al momento della Consacrazione. Siamo al centro della Preghiera Eucaristica e al cuore della Messa.

    Come vivere questo momento?
    In atteggiamento di amorosa adorazione, accogliendo l’invito a riconoscere nel pane e nel vino il Corpo e il Sangue del Signore, offerti in sacrificio per la nostra redenzione.

    Come aiutarsi a entrare in questo atteggiamento?
    Attraverso il silenzio, il raccoglimento interiore, una breve invocazione personale, l’atto dell’inginocchiarsi laddove è possibile e il sentirsi Chiesa nel comune sguardo rivolto all’altare.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  4. Il seguente utente ringrazia Ambrosiano per questo messaggio:

    Atanvarno (16-09-2015)

  5. #14
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    Domenica 27 settembre 2015

    Un popolo che partecipa convinto e personalmente al culto che la Chiesa eleva alla gloria di Dio (scheda)

    Questa la consapevolezza che matura col gesto dell’elevazione del pane e del vino alla preghiera eucaristica, accompagnata dalla dossologia.


    La preghiera eucaristica termina con la grande dossologia - letteralmente discorso / esclamazione (logos) di gloria (doxa) -, nella quale si compendiano i tratti peculiari di ogni preghiera liturgica: il primato del rendimento di grazie e della lode («ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli»); il dinamismo trinitario, che vede il Padre come destinatario («a te, Dio Padre, onnipotente»), il Figlio come mediatore («per Cristo, con Cristo e in Cristo») e lo Spirito Santo come cooperatore («nell’unità dello Spirito Santo»); l’assenso corale della fede («Amen»).

    Per la sua rilevanza nell’ambito della preghiera e della celebrazione eucaristica, almeno nei giorni festivi, questa dossologia andrebbe eseguita in canto, sia nella parte che spetta al sacerdote, sia, soprattutto, nell’«Amen» finale di tutta l’assemblea. È auspicabile che tutte le comunità parrocchiali, le associazioni e i movimenti conoscano almeno un modulo musicale per poterla eseguire in canto.

    Alla dossologia, cantata o recitata, si accompagna l’elevazione della patena con l’ostia e il calice: il sacerdote «prende con una mano la patena su cui è l’ostia e con l’altra mano il calice, ed elevandoli insieme, dice: ...». Va subito rimarcato il fatto che qui il pane e il vino consacrati, a differenza di quanto avviene dopo la consacrazione, sono elevati «insieme». In questo modo il gesto rituale rafforza il senso delle parole di glorificazione e le parole fanno luce sul valore del gesto rituale.

    Possiamo ora provare a mettere in risalto qualcuno dei significati racchiusi in questa terza elevazione della Messa. In primo luogo, l’elevazione simultanea del pane e del vino consacrati favorisce una comprensione eucaristica della mediazione sacerdotale del Figlio, formulata con le parole «per Cristo, con Cristo e in Cristo». La Chiesa glorifica il Padre per mezzo di Colui che si rende presente sotto i segni sacramentali del pane e del vino. Il Cristo, per mezzo del quale, con il quale e nel quale onoriamo il Padre, è lo stesso che si offre sui nostri altari nel sacramento dell’Eucaristia. E come Gesù Cristo ha glorificato il Padre sulla terra, compiendo l’opera che il Padre gli aveva affidato (cfr. Gv 17,4), così in ogni Eucaristia è sempre lui che glorifica il Padre, continuando a compiere l’opera di salvezza che, una volta per sempre, ha realizzato morendo sulla croce e risorgendo dai morti. L’elevazione del pane e del vino consacrati, unita alla dossologia, ci rende perciò consapevoli che, solo unita a Gesù Cristo, la Chiesa può elevare un vero culto alla gloria di Dio. E la Chiesa è unita a Gesù Cristo da un vincolo sacerdotale, battesimale e ordinato, che si rinnova in ogni eucaristia.

    Da quest’ultima affermazione possiamo recuperare un secondo significato. L’elevazione simultanea del pane e del vino consacrati fatta dal sacerdote, ma accompagnata e conclusa dall’assenso di fede di tutta l’assemblea, invita a riflettere sulla fruttuosa relazione che deve intercorrere nella Chiesa tra il sacerdozio ordinato e il sacerdozio comune. Se resta vero che non c’è Eucaristia senza un presbitero validamente ordinato che presiede a tutta la preghiera e consacra il pane e il vino portati all’altare, la riforma liturgica ci ha fatto riscoprire il valore della partecipazione attiva, consapevole e piena dei fedeli laici in forza del loro battesimo. Quell’«Amen», che - stando ad alcune espressioni dei Padri della Chiesa - dovrebbe avere il fragore di un tuono che fa tremare tutta la chiesa, diviene il segno di un popolo che vuole partecipare in prima persona e con profonda convinzione al culto che la Chiesa eleva alla gloria di Dio.

    Resta infine da raccogliere ancora una volta, come già per l’elevazione dopo la consacrazione, il rimando alla comunione sacramentale. La partecipazione alla vita di Gesù Cristo e alla sua perfetta glorificazione del Padre, avviata con il Battesimo, si rinnova nel tempo per ciascun fedele grazie alla comunione sacramentale. L’elevazione del pane e del vino consacrati per dare forza alla dossologia della Chiesa diventa perciò anche un pressante appello ad accostarci alla mensa del Signore per diventare una sola cosa con lui e tra di noi. Il Padre riceve gloria dal Figlio, ma il Figlio, donandosi a noi come cibo e bevanda, ci rende partecipi di quanto egli compie. Nell’elevazione della patena con l’ostia insieme con il calice c’è dunque un anticipo di quello che potremo fare pienamente (glorificare il Padre) solo quando saremo uniti a Cristo nella comunione al suo corpo e al suo sangue.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----


    L’Elevazione del Pane e del Vino alla Dossologia che conclude la Preghiera Eucaristica (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    La terza elevazione del pane e del vino si compie a conclusione della Preghiera Eucaristia, quando viene proclamata la solenne acclamazione finale, detta dossología.

    Essa è introdotta dalla formula: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo”. A differenza di quanto avviene dopo la consacrazione, il pane e il vino consacrati sono qui elevati insieme.

    Qual è il valore di questa terza elevazione? Ci rende consapevoli che solo unita a Gesù Cristo la Chiesa può elevare un vero culto alla gloria di Dio; unisce il sacerdozio ministeriale e quello battesimale nell’unica acclamazione di lode; diventa appello pressante ad accostarci alla mensa del Signore, per essere una sola cosa con lui e tra di noi.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  6. #15
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    Segnalo questo articolo di Padre Matias Augé sul significato del gesto della fractio panis nella celebrazione eucaristica:

    LA "FRACTIO PANIS"

    Tra gli usi (o abusi) nella celebrazione dell’Eucaristia noto che alcuni sacerdoti fanno la “fractio panis” quando pronunciano le parole istituzionali (“prese il pane, lo partì…”), e nel momento indicato dal Messale per realizzarla si limitano a spezzare una particella dell’ostia per introdurla nel calice. E’ vero che in alcune tradizioni liturgiche, come presso i Siri occidentali ed i Copti si attua la frazione del pane nel momento in cui si pronunciano le parole dell’istituzione: il pane viene spezzato in modo tale però da non disgiungere le parti. Non è questa la tradizione romana.

    Gli Atti degli Apostoli parlano tre volte della “frazione del pane” che si compie nel seno della comunità cristiana (2,42.46; 20,7). Con questa espressione sembra che si indichi non il rito iniziale della cena (ebraica), ma la totalità di essa, nel caso specifico della comunità cristiana la celebrazione eucaristica nella sua totalità.

    Per quanto riguarda la liturgia romana, nel secolo VII, abbiamo l’Ordo Romanus I, il più antico documento romano che regola, e con grande dettaglio, la celebrazione dell’Eucaristia. In questo Ordo la frazione del pane è un rito solenne compiuto dai diaconi e a cui fa seguito il canto dell’Agnus Dei. Poi il pontefice che preside la celebrazione si comunica.

    Verso la fine del primo millennio, col mutamento della qualità del pane e l’uso delle ostie sottili, si comincia a rinunciare sempre più al frazionamento del pane per la comunione dei partecipanti nel corso della Messa, e l’Agnus Dei, che nel secolo VII accompagnava la frazione del pane, diventa in alcune parti il canto per la Comunione. Ormai si possono preparare le particole nella forma desiderata, che nel secolo XI diviene regola fissa per la comunione dei fedeli. Rimane solo il gesto del sacerdote che spezza l’ostia in due parti più il pezzettino da introdurre nel calice.

    Con la riforma di Paolo VI, la frazione del pane è stata rivalutata. L’Ordinamento Generale del Messale Romano afferma che conviene che “il pane eucaristico, sebbene azzimo e confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote nella Messa celebrata con il popolo possa spezzare davvero l’ostia in più parti e distribuirle almeno ad alcuni dei fedeli” (n. 321). Lo stesso documento spiega il significato del gesto ispirandosi a 1 Cor 10,17: “Mediante la frazione del pane e per mezzo della Comunione i fedeli, benché molti, si cibano del Corpo del Signore, dall’unico pane e ricevono il suo Sangue dall’unico calice, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuto dalle mani di Cristo stesso” (n. 72,3). L’Agnus Dei, poi, è considerato di nuovo il canto che accompagna la frazione del pane (n. 37,b).
    Nota del Moderatore:
    Il blog di Matias Augè non è più in linea. Pertanto il link inserito originariamente non era più funzionante.
    Ho però ritrovato questo articolo archiviato in internet ed ho provveduto a riportarlo direttamente nella discussione.
    Ultima modifica di Ambrosiano; 10-02-2017 alle 18:37 Motivo: Eliminato link ed inserito l'articolo.
    Oboedientia et Pax

  7. Il seguente utente ringrazia Vox Populi per questo messaggio:


  8. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da Vox Populi Visualizza Messaggio
    Segnalo questo articolo di Padre Matias Augé sul significato del gesto della fractio panis nella celebrazione eucaristica:

    http://liturgia-opus-trinitatis.over...tio-panis.html
    Mah! Dal prof. Augé mi sarei aspettato di meglio, visto che sta trattando di uno dei momenti costituivi della Messa (prendere il pane e il vino, rendere grazie, spezzare il pane, distribuirlo), che già in età apostolica designava l'intera celebrazione eucaristica.
    Noto soprattutto la mancanza di un accenno al rito del fermentum, col quale, nell'antica liturgia romana, un frammento del pane eucaristico veniva inviato dal Papa ai presbiteri delle chiese urbane quale segno della comunione ecclesiale. A loro volta, i presbiteri lo mettevano nel calice quando celebravano l'Eucaristia nelle loro comunità.
    E' probabilmente da questo gesto che ha origine il rito della pace, intesa come segno reale di comunione tra il vescovo, i presbiteri e il popolo. La pace, quindi, sembrerebbe qualcosa di più di una buona disposizione verso i fratelli, in vista della comunione eucaristica (come sembra trasparire nell'Ordo Missae di Paolo VI, che né l'Istruzione Redemptionis Sacramentum, né la recente circolare della CCDDS hanno voluto correggere in modo decisivo).

    Il rito del fermentum sopravvive, sia pure stilizzato (non essendo più prerogativa del vescovo) e arricchito da una pluralità di gesti (la frazione dell'ostia, l'immixtio, i segni della croce, le genuflessioni, il bacio) e preghiere (le apologie) in quella che attualmente è la forma straordinaria del rito romano, mentre la Liturgia ambrosiana conserva ancora oggi, nelle parole che il sacerdote rivolge all'assemblea dopo la preghiera per la pace, il riferimento alla comunione ("La pace e la comunione del Signore Gesù Cristo siano sempre con voi").

    Oltre all'anticipazione impropria della fractio panis durante la Preghiera eucaristica, ricordata dal p. Augé all'inizio del suo articolo, è da segnalare la prassi, non meno impropria, per la quale il sacerdote si limita a spezzare l'ostia in due parti all'Agnus Dei e a spezzarla ulteriormente in altre due immediatamente prima di comunicarsi.

  9. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    Caietanus (22-10-2015)

  10. #17
    Campione di Passaparola di Cattolici Romani L'avatar di Gerensis
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    Ancora dal blog di p. Augé, un paio di post sulla Fractio panis:

    LA FRAZIONE DEL PANE

    Negli Atti degli Apostoli viene ricordato più volte un gesto che è stato caratteristico della comunità cristiana fin dall’età apostolica. L’autore, san Luca, ne parla come di cosa ben conosciuta dai suoi lettori, indicandola semplicemente con l’espressione “frazione del pane” (At 2,42) o con il verbo “spezzare (il) pane” (At 20,7.11; 27,36). Il contesto indica che la frazione del pane supponeva la riunione della comunità, e che si trattava di una pratica frequente. In At 20 non ci troviamo più a Gerusalemme, ma a Troade, cittadina sulla costa nord-ovest della Turchia attuale, dove era sorta una comunità cristiana fondata da san Paolo. L’espressione, sconosciuta nel mondo greco, rimanda in primo luogo a un’usanza ebraica. Il gesto di rompere il pane è ricordato una sola volta nell’Antico Testamento, in Ger 16,7 dove si parla di “spezzare il pane” come espressione poetica nel senso di celebrare un pasto in ricordo dei defunti: “Non si spezzerà il pane all’afflitto per consolarlo del morto e non gli si darà da bere il calice della consolazione per suo padre e sua madre”. L’espressione in questione è invece frequente nella letteratura rabbinica.

    L’atto di “spezzare il pane” costituiva presso gli ebrei l’elemento centrale di un rito “domestico” che aveva la funzione di dare inizio al pasto familiare, sia quello ordinario sia quello festivo. Questo gesto è stato compiuto da Gesù quando benediceva e distribuiva il pane come capo della mensa, gesto che acquisterà un significato particolare nell’ultima Cena.

    Pronunciando le parole “questo è il mio Corpo …”, Gesù compì la frazione del pane. In questo caso, “spezzare il pane” non è soltanto sinonimo di “condivisione del pane” in vista della distribuzione ai commensali. E’ certamente anche questo, ma non solo. In quel preciso contesto dell’ultima Cena, nel momento in cui è giunta l’ora di Gesù, la frazione del pane acquista anche un significato vitale e simbolico estremamente forte, perché si tratta di un gesto profetico. Gesù spezza il pane e versa il vino nel calice per significare con questo gesto simbolico la morte violenta di cui presto sarà vittima.

    Oltre al significato sacrificale indicato, il gesto della frazione ha altri significati. Quando san Paolo ricorda ai cristiani di Corinto il senso di ciò che aveva loro insegnato a fare, conferma che l’espressione “frazione del pane” indica l’Eucaristia e, al tempo stesso, illustra il significato del gesto: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,16-17). Notiamo in questo testo che il concetto di comunione (koinoniacommunio) è anzitutto ancorato al sacramento dell’Eucaristia, ragione per cui ancora oggi nel linguaggio della Chiesa designiamo giustamente la ricezione di questo sacramento semplicemente come “comunicarsi”. Quindi quando parliamo della Chiesa come comunione, intendiamo dire anzitutto che la Chiesa diventa un’unità non a motivo di un governo centralistico, ma dal fatto che essa trae continuamente origine dall’unico Signore che nell’unico pane la crea come unico corpo. Perciò l’unità ecclesiale ha una profondità maggiore di quella che qualsiasi associazione umana potrebbe mai raggiungere. Un’autentica spiritualità della comunione, insieme con la profondità cristologica, ha pertanto necessariamente uno spiccato carattere sociale. Dove siamo uniti a Cristo, lo siamo insieme con gli altri, e questa unione non si limita al momento della comunione, ma lì inizia soltanto e diventa poi vita, carne e sangue nel quotidiano del nostro stare con gli altri.

    Riecheggiando la dottrina paolina, l’OGMR, al n. 83, si esprime in questi termini: “Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell’ultima Cena, che sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica, significa che i molti fedeli, nella comunione dall’unico pane di vita, che è il Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo, costituiscono un solo corpo (1Cor 10,17). La frazione del pane ha inizio dopo lo scambio del segno della pace e deve essere compiuta con il necessario rispetto, senza però che si protragga oltre il tempo dovuto e le si attribuisca esagerata importanza …” Nella frazione del pane trova quindi piena espressione il dono di sé che Cristo ha fatto nel suo sacrificio e la comunione dei fratelli che partecipano ad uno stesso pane. Più avanti, il documento di cui sopra, al n. 321, aggiunge: “La natura di segno esige che la materia della celebrazione eucaristica si presenti veramente come cibo. Conviene quindi che il pane eucaristico, sebbene azzimo e confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote nella Messa celebrata con il popolo possa spezzare davvero l’ostia in più parti e distribuirle almeno ad alcuni dei fedeli …”

    A proposito del rito della frazione del pane, noto che tra gli abusi ricordati dall’Istruzione RS, al n. 55, troviamo il seguente: “In alcuni luoghi è invalso l’abuso per cui il sacerdote spezza l’ostia al momento della consacrazione durante la celebrazione della santa Messa. Tale abuso si compie, però, contro la tradizione della Chiesa e va riprovato e molto urgentemente corretto”. La celebrazione eucaristica non è una mimesis, cioè non è un’azione mimetica che intende imitare o riprodurre meticolosamente ogni gesto e parola di Gesù nell’ultima cena, ma è una’anamnesis, cioè azione anamnetica, in cui la Chiesa ripetendo il gesto di Gesù elabora nel rito una sua comprensione del mistero che celebra.

    Un esempio di elaborazione del gesto della frazione lo troviamo nell’antica liturgia ispano-visigotica o mozarabica, in cui il rito della frazione ha un significato particolarmente ricco. Dopo aver formulato, come tutte le liturgie, il racconto dell’istituzione dell’eucaristia, il sacerdote che presiede, quando arriva il momento della frazione del pane, rompe l’ostia in nove parti e le distribuisce sulla patena in forma di croce, evocando con ciascuno di questi pezzi un mistero della vita di Gesù: incarnazione, nascita, circoncisione, epifania, passione, morte, risurrezione, gloria (ascensione) e regno (ultima venuta). Possiamo dire che così resta sull’altare non solo il corpo del Signore, ma questi con tutti i suoi misteri, l’intero evento salvifico. Come dice l’orazione sulle offerte della Messa nella Cena del Signore del Giovedì Santo, “ogni volta che celebriamo questo memoriale del sacrificio del Signore, si compie l’opera della nostra redenzione”.

    Possiamo notare che l’istituzione centrale del cristianesimo è un pasto, come indicano le due più antiche denominazioni dell’Eucaristia: Cena del Signore e Frazione del pane. In effetti, Gesù Cristo ha operato una frattura rispetto al culto sacrificale e al sacerdozio anticotestamentario, sostituendoli con il rito che evidenzia nel modo più espressivo una comunione, il pasto. La Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Mane Nobiscum Domine, al n. 15, afferma: “Non c’è dubbio che la dimensione più evidente dell’Eucaristia sia quella del convito. L’eucaristia è nata, la sera del Giovedì Santo, nel contesto della cena pasquale. Essa pertanto porta inscritto nella sua struttura il senso della convivialità: ‘Prendete e mangiate … Poi prese il calice e … lo diede loro dicendo: Bevetene tutti …’ (Mt 26,26-27). Questo aspetto ben esprime il rapporto di comunione che Dio vuole stabilire con noi e che noi stessi dobbiamo sviluppare vicendevolmente”. E più avanti, al n. 27, si dice: “Il cristiano che partecipa all’Eucaristia apprende da essa a farsi promotore di comunione, di pace, di solidarietà, in tutte le circostanze della vita”. L’Eucaristia è il principio unificante di tutta la Chiesa. Unità non significa uniformità, ma armonia delle diversità, che concorrono al bene comune. Celebrare l’Eucaristia in un contesto di divisioni e di sperequazioni significa snaturare l’Eucaristia. Se lasciamo che dall’Eucaristia si sprigioni tutta la sua forza unificante, allora impareremo ad amare e a vivere in un vincolo di profonda solidarietà con i nostri fratelli e sorelle.

    Come “Cena del Signore”, come “Frazione del pane” e come “Comunione”, l’Eucaristia è espressione simbolica di una esistenza comunitaria di fede. D’altra parte, il rito non si presenta mai isolato, ma è accompagnato dalla Parola che lo preserva dal rischio di un falso ritualismo e lo stimola verso continui rinnovamenti. Non può dissociarsi dall’esigenza di un vicendevole servizio nella giustizia e nell’amore. Le due denominazioni più primitive del mistero eucaristico convergono nel loro significato. La frazione del pane che indica prima di tutto un rito significa anche la condivisione del pane ed evidenzia così la dimensione sociale dell’Eucaristia. D’altra parte, l’espressione cena del Signore nell’indicare principalmente un’assemblea comunitaria, senza distinzione di classi, significa prima di tutto che lo stare insieme comunitario è opera del Signore e tende a rendere presente il Signore stesso durante la cena. Da qualsiasi parte si consideri, l’Eucaristia lega profondamente culto ed esistenza.

    Dal punto di vista antropologico, occorre sempre ricordare che il rito è un modo per dire il senso della vita e dello stare nella storia. La liturgia cristiana non sottrae i partecipanti alle esperienze quotidiane, ma li colloca in un’altra dimensione rispetto alla esperienza ordinaria; anzi il mangiare-bere dice in atto una relazione con l’altro, ne è il segno vivo. Nell’ordine della fede, attraverso il rito del banchetto si agisce per stabilire un contatto con tutto ciò che deve dare senso all’esistenza cristiana. Il gesto del mangiare-bere orienta i partecipanti al darsi pasquale di Gesù, per costruire la propria storia nel mettere tra parentesi le esigenze dell’ “io”, per lasciarsi trasformare dal “tu” in una chiara apertura di radicale accoglienza dell’evento pasquale.

    Possiamo finire citando ancora Benedetto XVI che al convegno diocesano di Roma il 16 giugno 2010, ha detto, tra l’altro: “L’Eucaristia celebrata ci impone e al tempo stesso ci rende capaci di diventare, a nostra volta, pane spezzato per i fratelli, venendo incontro alle loro esigenze e donando noi stessi. Per questo una celebrazione eucaristica che non conduce ad incontrare gli uomini lì dove essi vivono, lavorano e soffrono, per portare loro l’amore di Dio, non manifesta la verità che racchiude. Per essere fedeli al mistero che si celebra sugli altari dobbiamo, come ci esorta l’apostolo Paolo, offrire i nostri corpi, noi stessi, in sacrificio spirituale gradito a Dio (cf Rm 12,1), in quelle circostanze che richiedono di far morire il nostro io e costituiscono il nostro ‘altare’ quotidiano”.

    Quanto abbiamo detto non esaurisce la realtà e complessità del mistero eucaristico, ma ne illustra un aspetto fondamentale.
    M. A.
    Tre gesti: gesto di pace, frazione del pane e comunione
    di Louis-Marie Chauvet.

    Il primo, il gesto di pace, ci fa volgere gli uni verso gli altri, ma lo fa nel nome di Cristo. Infatti questo gesto non è un semplice segno di amicizia; perché dovrei dare un tale segno a un vicino o a una vicina di circostanza, che non conosco? Invece, come indica il presbitero, dargli la pace “nella carità di Cristo” [così nel Messale francese] è tutt’altra cosa. L’apertura all’altro non è qui solamente di ordine morale, ma teologale: è la “pace di Cristo” che circola tra noi …

    Il terzo gesto è la comunione. In questo caso si è rivolti anzitutto verso Cristo, perché quello che si riceve nell’eucaristia non è il corpo ecclesiale di Cristo, bensì il suo corpo eucaristico. Ma questa dimensione “verticale” di comunione con il corpo personale di Cristo trova il suo senso cristiano solo se si incontra con la dimensione “orizzontale” di comunione con il suo corpo ecclesiale, come indica appunto il gesto di pace compiuto appena prima.
    Tra questi due gesti si situa la frazione del pane, che simboleggia allo stesso livello la dimensione verticale (questo pane è “corpo di Cristo”) e quella orizzontale (questo “corpo di Cristo” è dato per l’unità di tutti: “un solo pane … un solo corpo”, scrive Paolo nella Prima lettera ai Corinti 10,17).

    Si possono considerare questi tre gesti come formanti un insieme in cui ciascuno rinvia e trova senso negli altri due. Si può inoltre considerare questo insieme come un vero e proprio “luogo teologico” concernente l’eucaristia. Qual è infatti la finalità dell’eucaristia, la sua “grazia ultima”? Non certo l’adorazione (per quanto legittima possa essere), bensì il nutrimento. Di più: un nutrimento che mira non solo alla vita spirituale di ciascuno, ma al raduno di tutti in “un solo corpo”. E’ del resto ciò che viene espresso in ognuna delle nostre preghiere eucaristiche: “Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito santo ci riunisca in un solo corpo” (“Preghiera eucaristica II”). La grazia dell’eucaristica (la res sacramenti, dicevano i teologi del medioevo) è la presenza di Cristo non in sé (come per l’adorazione), ma in vista dell’unità di tutti mediante la comunione. Il Cristo che in essa “viene-in-presenza” non è semplicemente il Cristo in sé, ma il Cristo in atto di costituire il suo corpo ecclesiale per mezzo dello Spirito santo.

    *

    (Fonte: L.-M. Chauvet, L’umanità dei sacramenti, Qiqajon, Bose 2010, pp. 239-241)

    Nota del Moderatore:
    Il blog di Matias Augè non è più in linea. Pertanto i link inseriti originariamente non erano più funzionante.
    Ho però ritrovato questi articoli archiviati in internet ed ho provveduto a riportarli direttamente nella discussione.
    Ultima modifica di Ambrosiano; 10-02-2017 alle 16:01 Motivo: Eliminati i link ed inseriti gli articoli.

  11. #18
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    Da domenica 10 gennaio riparte l'ultima parte della proposta diocesana per approfondire e valorizzare alcuni aspetti della celebrazione.

    Un memoriale del nostro Battesimo (scheda)

    È il primo significato del segno della croce compiuto all’inizio della celebrazione, a cui si unisce quello della professione della fede e la sua dimensione comunitaria.

    «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32). Con queste parole Gesù indicava alla folla la sua futura morte di croce e ne specificava la dimensione gloriosa (l’innalzamento) e l’universale efficacia salvifica (attirerò tutti a me). La centralità del mistero della croce nell’opera della nostra salvezza è all’origine dell’uso liturgico del segno di croce nella Santa Messa: all’inizio della celebrazione; alla proclamazione del Vangelo; al momento della benedizione finale.

    All’inizio della Santa Messa, terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e i fedeli, restando in piedi, fanno il segno della croce, tracciandolo sul proprio corpo dalla fronte al petto, da una spalla (sinistra) all’altra (destra). Mentre viene compiuto il segno della croce, il sacerdote dice (o canta) le parole «Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», che il popolo conferma con il suo «Amen», anch’esso detto o cantato. La bellezza e il valore di questo atto rituale che, per la sua ripetitività, può correre il rischio di non essere più vissuto e compreso nella sua straordinaria forza espressiva e comunicativa, meritano una sosta di riflessione.

    Il segno della croce all’inizio della Santa Messa costituisce, anzitutto un atto memoriale del nostro battesimo. Nei riti di accoglienza della liturgia battesimale, il primo segno fatto dal sacerdote e, subito dopo, dai genitori e dai padrini, è il segno della croce e, nel momento dell’immersione nell’acqua, la formula sacramentale, fedele al comando di Gesù (cfr. Mt 28, 19), è proprio: «Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Così, chi inizia la Santa Messa con il segno della croce è ricondotto al proprio battesimo per esprimere gratitudine a Dio per quel dono che lo ha reso figlio di Dio nella famiglia della Chiesa e per prendere consapevolezza più matura che egli si appresta a partecipare all’eucaristia proprio in forza della grazia battesimale.

    In quanto «memoria del battesimo» il segno della croce all’inizio della celebrazione è poi una vera professione della fede cristiana, riassunta nei suoi due principali misteri: la salvezza dell’uomo nella morte di croce di Gesù; la Trinità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, vertice della rivelazione dell’unico vero Dio. Chi inizia la Santa Messa con il segno della croce dichiara, insieme a tutta l’assemblea dei fedeli, che egli crede che Dio ha salvato e redento il mondo mediante la morte di Croce di Gesù, perché in quella morte si rivela una volta per sempre la pienezza dell’amore di Dio per l’uomo. Ma anche, chi inizia la Santa Messa con il segno della croce professa la Trinità del Padre e Figlio e Spirito Santo, con la piena consapevolezza che ciò non va a compromettere in alcun modo la fede nell’unico vero Dio, ma ne dischiude la sua più intima verità. E questo non avviene in modo teorico, ma pratico, concreto e plastico: la croce tocca il corpo, lo segna, lo marca e lo impregna di sé; il nome delle tre persone divine viene scandito mentre la mano passa da un punto all’altro del nostro corpo, segnando in certo modo lo spazio fisico della presenza di Dio Trinità alla nostra vita. Il segno di croce, nella sua intima essenza, mi configura dunque a Cristo, mi fa cristiano, mi immerge nell’abisso insondabile di Dio, uno e trino. Perciò, scrive Romano Guardini, «lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine, concentri in Dio, pensieri, cuore e volere».

    Non va infine persa di vista la dimensione comunitaria del segno di croce, che fonde insieme gesto individuale e coralità. Il segno di croce infatti è sigillato dall’«Amen» di tutti i fedeli che, insieme, confermano con la loro voce la professione di fede trinitaria: credo in Dio e nella sua rivelazione; credo in Gesù Cristo e nella sua redenzione. E questa fede, che pongo a fondamento di tutta la celebrazione eucaristica, la professo con tutti i fratelli e le sorelle qui convocate, con tutta la Chiesa nella comunione dei santi.

    Alla potenza di questo segno liturgico non può che corrispondere una particolare attenzione e cura nel modo di porlo, come si esprime, in modo ancora insuperato Romano Guardini: «Quando fai il segno di croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare... Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto il tuo essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, e tutto diviene irrobustito, segnato e consacrato nella forza di Cristo, nel nome del Dio uno e trino».

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    Il “SEGNO DI CROCE” all'inizio della Celebrazione Eucaristica (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Continua la nostra riflessione sul significato dei gesti liturgici nella santa Messa.
    Dopo aver ricordato il valore dei tre silenzi, l’importanza dei gesti con cui riceviamo il corpo del Signore nella comunione e il significato delle tre elevazioni del pane e del vino, vogliamo ora fissare l’attenzione sul segno di croce, che facciamo all’inizio della Messa, alla proclamazione del Vangelo e al momento della benedizione finale.

    Il segno di croce è una professione di fede vera e propria, racchiusa in un gesto semplice e straordinario. La croce che tracciamo sul nostro corpo e le parole che pronunciamo richiamano i due misteri principali della nostra fede: la Pasqua del Signore e la santa Trinità.

    Con questo gesto ci dichiariamo cristiani, ricordando il nostro Battesimo, e insieme consegniamo all’amore onnipotente di Dio ogni azione che iniziamo. Questo vale in modo particolare per la celebrazione dell’Eucaristia.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 13-10-2016 alle 15:27

  12. #19
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    Domenica 17 gennaio 2016


    Il mistero della croce principio interpretativo del Vangelo (scheda)

    Segnando la fronte, le labbra e il petto il fedele fa professione di fede nella presenza viva di Gesù Cristo quando si legge la Scrittura.


    Mentre dice Lettura del Vangelo secondo N., il diacono (o il sacerdote), dopo aver tracciato un segno di croce sul Lezionario o sull’Evangeliario, con il pollice della mano destra (ma non è proibito l’uso della mano sinistra) segna se stesso in fronte, sulla bocca e sul petto. Subito dopo, mentre rispondono acclamando Gloria a te, o Signore, fanno lo stesso anche tutti gli altri fedeli. Esplicitamente per il diacono (e il sacerdote), implicitamente per gli altri fedeli, la norma liturgica richiede che tutta l’assemblea dei fedeli si disponga alla proclamazione del Vangelo con tre piccoli, ma significativi segni di croce, applicati a tre punti del corpo che richiamano con una certa immediatezza il processo di interiorizzazione che nasce dall’ascolto in vista dell’annuncio e della testimonianza.

    Presi nel loro complesso, i tre segni di croce introducono alla proclamazione del Vangelo suggerendo che il mistero della croce è il principio interpretativo fondamentale e unitario di tutte le pagine evangeliche lette nel corso dell’anno. E, poiché la Croce è l’immagine riassuntiva di una vita totalmente donata in un sacrificio d’amore dal quale è scaturita la salvezza dell’uomo e nel quale si è pienamente rivelato il volto di Dio, segnando la fronte, le labbra e il petto, ogni fedele fa una limpida professione di fede nella presenza viva di Gesù Cristo «quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (SC, n. 7). Lo dice bene un liturgista spagnolo, quando scrive che per noi il triplice segno di croce alla proclamazione del Vangelo «è una professione di fede: la Parola che ascoltiamo è di Cristo, anzi è Cristo stesso, e vogliamo che prenda possesso di noi, che ci benedica integralmente nella totalità della nostra persona (pensieri, parole, sentimenti, opere). È come dire: “Attenti, in questo momento ci parla Cristo Gesù, nostro Signore, al quale apparteniamo fin dal battesimo: la sua Parola è veramente salvifica ed efficace, e vuole penetrare fino al fondo del nostro essere”» (José Aldazábal).

    Partendo da questa prospettiva globale si possono poi recuperare alcuni rilievi specifici riguardanti ciascuno dei tre segni di croce. Il primo tocca la fronte, luogo del corpo che rinvia all’intelligenza che comprende e alla memoria che custodisce. Predisponendosi all’ascolto del Vangelo ogni fedele è così condotto ad attivare al meglio le sue facoltà intellettive, perché nulla del buon seme della Parola vada perduto, e a trattenere in memoria la Parola ricevuta, perché - come Maria - possa tornare instancabilmente a meditarla nel suo cuore (cfr. Lc 2, 19). E, poiché senza la luce dello Spirito Santo non vi è autentica conoscenza della Parola, ecco che il segno di croce sulla fronte assume anche il senso di un’invocazione della sapienza, dono dall’alto, sintesi di intelletto, consiglio e scienza, che solo può dischiudere la ricchezza della parola evangelica.

    Il secondo segno di croce tocca le labbra, luogo del corpo che rinvia al cibo che nutre, al bacio che esprime relazione d’amore e alla parola che comunica. Come il carbone ardente purificò le labbra del profeta, rendendolo pronto all’annuncio (cfr Is 6, 6-9), così il segno della la croce purifica le labbra di chi si dispone ad ascoltare il Vangelo, rendendole capaci di fare della Parola il proprio nutrimento vitale, di unirsi a Cristo in un bacio santo e non sacrilego come quello di Giuda (cfr. Mt 26, 48-49), di testimoniare a tutti con coraggio e con gioia il Vangelo della salvezza.

    Il terzo segno di croce tocca il petto, luogo del corpo che rinvia alla ricchezza e alla forza dei sentimenti dell’animo umano. Coloro che si pongono in ascolto del Vangelo vengono così guidati a sincronizzare il battito del proprio cuore e il ritmo del proprio respiro a quelli di Gesù, cioè - come scrive l’apostolo Paolo - ad avere in loro «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2, 5). Il segno della croce diventa criterio per distinguere ciò che è secondo lo Spirito di Cristo da ciò che è secondo lo spirito del mondo e pone un sigillo sul cuore di chi ascolta il Vangelo perché, unito a Cristo, arrivi ad amare il Padre «con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima e con tutta la sua mente», e «il prossimo suo come se stesso» (cfr Mt 22, 37-39).

    Non ci resta allora che ripetere: quando fai i tre segni di croce in fronte, sulle labbra, sul petto, falli bene, senza fretta e in modo non superficiale. Senti il pollice che traccia con cura e con amore i solchi, verticale e orizzontale, che formano la croce su ciascuna delle tre parti del corpo implicate e immergiti per un istante in quell’immenso atto di amore e di misericordia che è alla radice di ogni autentico ascolto del Vangelo.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    Il “SEGNO DI CROCE” alla Proclamazione del Vangelo (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Il secondo segno di croce si compie nella celebrazione dell’Eucaristia al momento della proclamazione del Vangelo. Il sacerdote o il diacono traccia un segno di croce sulla pagina del Vangelo mentre lo annuncia e poi traccia lo stesso segno di croce sulla propria fronte, sulle proprie labbra e sul proprio petto. Tutti gli altri fedeli compiono lo stesso gesto insieme con lui.

    Esprimiamo così la convinzione che la croce è il centro e il riassunto di tutto il Vangelo.

    Manifestiamo inoltre il desiderio che la Parola del Vangelo penetri la nostra mente, luogo dell’intelligenza e della memoria; sia sempre presente sulle nostre labbra, strumento vivo della nostra reciproca comunicazione; e si radichi profondamento nel nostro cuore, centro interiore dei nostri sentimenti e delle nostre decisioni.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 13-10-2016 alle 15:26

  13. #20
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    Un inizio di futuro e un seme di paradiso (scheda)

    È uno dei significati del segno della croce al termine della celebrazione, con cui il sacerdote benedice l’assemblea e che i fedeli accolgono a loro volta.



    Al termine della messa, dopo Il Signore sia con voi, seguito dalla risposta del popolo E con il tuo spirito - cui si aggiungono, nel rito ambrosiano, i tre Kyrie eleison -, il sacerdote benedice l’assemblea dei fedeli con le parole Vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo e tracciando su di essa con la mano destra il segno di croce. A loro volta, i fedeli accolgono la benedizione facendo il segno di croce e confermando la benedizione ricevuta con l’Amen, detto o cantato.

    In tal modo, anche la chiusura della celebrazione eucaristica, come già la sua apertura, risulta contraddistinta dal segno di croce. Ma mentre all’apertura tale segno è posto insieme dal sacerdote e dai fedeli, che si affidano alla potenza salvifica della Croce, alla chiusura interviene una distinzione ministeriale: il segno di croce tracciato dal sacerdote manifesta e attua il dono della benedizione che Dio riserva alla sua Chiesa in forza del mistero della Croce; la croce, impressa dai fedeli sul proprio corpo in sincronia con le parole e i gesti del sacerdote, attesta l’accoglienza nella fede di quel dono di grazia che opera, in coloro che si accostano alla mensa della Parola e del Pane di vita, un vero e autentico rinnovamento spirituale.

    Cercando di comprendere in profondità il gesto del sacerdote, si possono mettere in luce due aspetti significativi e fra loro complementari. In primo luogo, l’efficacia della benedizione non poggia sulla figura umana che la dispensa, ma dipende totalmente dalla potenza di Dio che opera in lei e per suo tramite. La benedizione del sacerdote è la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, la Trinità santissima, il Dio tre volte santo che Gesù ci ha fatto conoscere in modo pieno e definitivo proprio nella sua morte di croce. Con rara efficacia Romano Guardini scriveva: «Benedire può soltanto chi possiede autorità. Benedire può solo chi sa creare. Benedire può soltanto Iddio». Le parole usate dal sacerdote (Vi benedica Dio onnipotente...) e il segno di croce che le accompagna lo comunicano in modo del tutto eloquente.

    In secondo luogo, la benedizione trinitaria con il segno di croce porta in sé tutta quanta la ricchezza della liturgia eucaristica che sta per concludersi e la affida a coloro che vi hanno preso parte perché ne diano testimonianza al mondo. Benedire è volgere uno sguardo pieno d’amore, mettersi dalla parte del benedetto, sostenere il suo cammino, accompagnare i suoi passi. Quando ci benedicono, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, l’unico Dio nel quale crediamo e speriamo, l’unico Signore che amiamo e adoriamo «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 5), prendono dimora presso di noi. Non siamo più donne e uomini in balia di noi stessi, delle nostre povere e deboli forze. Grazie alla comunione con Cristo, che si è andata approfondendo nel corso della celebrazione fino al momento culminante della comunione sacramentale, la benedizione ci rafforza nel nostro uomo interiore, abilitandoci alla testimonianza del Vangelo e all’esercizio assiduo della carità e assicurandoci la protezione divina. Come scriveva ancora Guardini: «Dio, benedicendo, ferma lo sguardo sulla sua creatura: la chiama per nome. Il suo amore onnipotente si volge al cuore e all’intimo nucleo della creatura e dalla mano di Dio si effonde la forza che rende buoni: “Vi guarderò e vi farò crescere”».

    Anche il corrispondente segno di croce con cui i fedeli ricevono la benedizione del Signore su di loro, nella loro mente e nel loro cuore, racchiude almeno due grandi significati. Accogliere la Croce, il segno distintivo di Gesù che ha vissuto nella logica dell’amore che si dona fino al sacrificio di sé («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» Gv 15, 13), significa anzitutto accettare con gioia di essere conformati a lui, lasciando che sia lui a ispirare ogni concreta scelta della nostra vita. Così il segno di croce che tracciamo sul corpo mentre siamo benedetti ci consacra a Cristo, ci riveste di lui, imprime in noi la sua immagine viva e ci fa entrare nel novero dei suoi amici; ma anche ci arruola nella sua milizia, ci sottopone al suo giogo soave e ci espone a una rischiosa testimonianza di lui fino al martirio.

    In questo segno di croce tracciato sul corpo ogni fedele è chiamato infine a sperimentare anche l’anticipo della promessa che Gesù ha fatto per coloro che, in ogni tempo e in qualunque circostanza, non avrebbero avuto timore di riconoscerlo davanti agli uomini: «Anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10, 32). Il segno di croce, che accompagna la benedizione finale prima del congedo, è dunque un inizio di futuro e un seme di paradiso, grazie al quale si può «andare in pace», pieni di speranza «nel nome di Cristo».

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    Il “SEGNO DI CROCE” alla Benedizione finale (monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    La celebrazione dell’Eucaristia termina con la benedizione, che riceviamo attraverso il segno di croce. Il sacerdote proclama: “Vi benedica Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito santo” tracciando sull’assemblea il segno della croce.

    La benedizione di Dio, che è potenza di vita e di beatitudine, viene dalla croce del Signore ed è riflesso dell’amore trinitario.

    La riceviamo alla fine della Messa, mentre ci disponiamo a uscire dalla chiesa e a riprendere la nostra vita quotidiana. Questa benedizione ci accompagnerà, ci sosterrà, ci consolerà e ci guiderà.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

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