Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Pagina 3 di 4 PrimaPrima 1234 UltimaUltima
Risultati da 21 a 30 di 37

Discussione: Mistagogia della Messa - Il significato liturgico dei riti e dei vari momenti

  1. #21
    Fedelissimo di CR L'avatar di S.Stefano
    Data Registrazione
    Jun 2008
    Località
    Estero
    Età
    62
    Messaggi
    4,063
    Ringraziato
    436

    Premi

    Discussione molto interessante. Non l'avevo ancora "scoperta".
    Una domanda: a voler "spezzettare" la liturgia eucaristica per poi scoprire i vari significati di ogni momento, non si rischia di perdere di vista quella che è l'unità della celebrazione?
    Andate in tutto il mondo ad annunziare il Vangelo.

  2. #22
    Campione di Passaparola di Cattolici Romani L'avatar di Gerensis
    Data Registrazione
    Jan 2011
    Località
    Casa
    Età
    46
    Messaggi
    6,538
    Ringraziato
    661

    Premi

    Le catechesi liturgiche riportate da Ambrosiano in questa discussione sono state raccolte in un volumetto edito da Ancora:
    Parole gesti silenzi della Messa
    (è scaricabile anche un'anteprima in pdf).

  3. #23
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,045
    Ringraziato
    954
    Eucarestia, fonte di vita per la Chiesa


    Dal 29 gennaio 2017 quattro nuovi cicli di interventi per educare alla partecipazione alla Messa domenicale.

    L’Eucaristia è la fonte e il culmine di tutta la vita della Chiesa. È il cuore della vita cristiana. È il grande dono di Cristo ai suoi discepoli divenuti suoi fratelli. Il desiderio di celebrarla con verità e consapevolezza non potrà mai spegnersi.

    Proprio l’intento di conferire alla celebrazione eucaristica tutta la sua bellezza e il suo valore, ci aveva spinto a proporre lo scorso anno una iniziativa semplice, ma - ci sembra - significativa. Per dodici domeniche, quattro volte per tre domeniche consecutive, abbiamo invitato le comunità cristiane a leggere tre brevi interventi all’inizio della Messa domenicale. In essi si presentavano alcuni momenti o segni della celebrazione eucaristica, cercando di evidenziarne il senso ed esortando a viverli con particolare intensità.

    Piccole attenzioni - dicevamo - che permetteranno di sviluppare insieme il senso liturgico, di rendere più intenso il clima della celebrazione e più autentica la partecipazione. Avevamo così parlato dei tre silenzi (all’inizio, dopo il Vangelo, dopo la Comunione); dei tre gesti della Comunione (processione; sulla mano; in bocca); delle tre elevazioni (alla presentazione dei doni, dopo la consacrazione, alla fine della preghiera eucaristica); dei tre segni di croce (all’inizio; al Vangelo; alla benedizione finale). A queste brevi monizioni si erano affiancate schede più ampie di presentazione, offerte a quanti intendevano approfondire meglio la riflessione. Queste ultime sono state ora riunite in una recente, agile pubblicazione a cura di monsignor Claudio Magnoli (responsabile del Servizio per la Pastorale liturgica), dal titolo «Parole, gesti, silenzi della Messa. Brevi catechesi liturgiche». Se ne potrà far tesoro.

    Vogliamo dunque continuare in questa direzione e, a partire da domenica 29 gennaio (Festa della Santa Famiglia), intendiamo proporre un secondo percorso analogo al primo: dodici gesti della celebrazione eucaristica presentati in quattro volte per tre domeniche successive.

    Mediteremo dunque questi gesti della Celebrazione Eucaristica secondo questo programma:

    • LE TRE INVOCAZIONI DELLA MISERICORDIA
      29 gennaio 2017: Il segno di croce con l’acqua santa
      5 febbraio 2017: L’atto penitenziale
      12 febbraio 2017: L’invocazione «O Signore, non sono degno»
    • I TRE GESTI DELL'ANNUNCIO
      30 aprile 2017: La venerazione del libro
      7 maggio 2017: La proclamazione del testo
      14 maggio 2017: L'ascolto della Parola
    • LE TRE PAROLE DELL'ASSEMBLEA NELLA PREGHIERA EUCARISTICA
      25 febbraio 2018: Il Santo
      4 marzo 2018: Il Mistero della fede
      11 marzo 2018: L’Amen finale
    • I TRE «GRANDI TESTI» DELLA PREGHIERA DELL'ASSEMBLEA
      15 aprile 2018: Il Gloria
      22 aprile 2018: Il Credo
      29 aprile 2018: Il Padre Nostro

    (da www.chiesadimilano.it)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 07-02-2018 alle 20:45 Motivo: Aggiornata la data degli ultimi due cicli

  4. #24
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,045
    Ringraziato
    954

    29 gennaio 2017


    Il segno di croce con l’acqua benedetta (scheda)

    È la prima delle tre «invocazioni della misericordia» che, durante la Messa, purifica il nostro spirito e ci prepara all’incontro con Dio


    Tutta la Messa è un inno alla divina misericordia.
    Preghiere e canti, silenzi e parole, segni e gesti annunciano che Dio è «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34, 6) e invocano da lui la grazia del perdono e la liberazione dal male e dal peccato.
    Questa prima prima scheda è dedicata al segno di croce con l’acqua benedetta che, facendo memoria del battesimo, purifica il nostro spirito e ci prepara all’incontro con Dio.
    La seconda ripercorre le forme dell’atto penitenziale con cui, all’inizio della santa messa, chiediamo che «Dio abbia misericordia di noi».
    La terza si occupa dell’invocazione che precede la comunione («O Signore, non sono degno...») con la quale predisponiamo la nostra anima ad accogliere il Pane della vita.

    Solitamente chi entra in chiesa per partecipare a una celebrazione liturgica o per raccogliersi da solo in preghiera, appena varcata la soglia immerge la mano nell’acqua benedetta che trova nell’acquasantiera e con quella traccia un segno di croce sul proprio corpo, toccando la fronte, il petto e le spalle e nominando le tre persone divine, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
    Questo rituale, che è affidato alla discrezione di ogni singolo fedele, merita di essere meglio compreso nel suo profondo significato spirituale.

    In natura, l’acqua è causa di morte (dilaga, travolge, distrugge e affoga) e, insieme e inscindibilmente, fonte di vita (disseta, rinfresca, lava e ristora). Da questa ambivalenza costitutiva prende spunto San Paolo per illustrare la realtà del battesimo cristiano: immersione nell’acqua, che rende «intimamente uniti a Cristo a somiglianza della sua morte»; uscita dall’acqua, che realizza la piena e definitiva partecipazione a Cristo «a somiglianza della sua risurrezione» (cfr. Rm 6, 5). Nell’immersione muore l’uomo vecchio con la sua eredità di peccato; nella fuoriuscita dall’acqua nasce l’uomo nuovo che, vivendo da figlio e non più da servo, può camminare nella libertà dello Spirito. In tal modo - come scriveva Romano Guardini - «comprendiamo bene come la Chiesa faccia dell’acqua il simbolo e il veicolo della vita divina, della vita della grazia».
    Di conseguenza, nell’acqua benedetta (o santa), posta all’ingresso della chiesa, il richiamo al battesimo risulta centrale. Appena varcata la soglia, e prima di accedere alla preghiera comune o individuale, i fedeli sono invitati a ricordare con gratitudine la loro rinascita battesimale, implorano misericordia e perdono per essere purificati dalle colpe commesse dopo il battesimo, chiedono aiuto, protezione e difesa dai pericoli e invocano la grazia dello Spirito Santo che li faccia vivere da veri figli e li sproni a camminare sempre in novità di vita. E tutto ciò non è solo pensato, bensì agito con gesti e parole eloquenti.

    In primo luogo, la mano, che rappresenta tutta quanta la persona, si protende verso l’acqua benedetta e viene bagnata dall’acqua, ripetendo in certo modo quello che è avvenuto nel giorno del battesimo, quando il nostro capo è stato immerso nel fonte o irrorato dall’acqua versata su di lui.
    Questa stessa mano, ancora umida di acqua benedetta, traccia un segno di croce sul corpo, aspergendo la fronte (sede dei nostri pensieri), il petto (sede dei nostri sentimenti) e le spalle (richiamo al nostro agire).
    Quello che il ministro ha fatto al nostro posto nel giorno del nostro battesimo noi, tracciando sul nostro corpo da noi stessi il segno della croce, lo confermiamo. È un atto di totale affidamento alla forza salvifica della croce di Cristo, che rinnova il nostro primo affidamento battesimale; è la sottomissione di tutto ciò che siamo alla logica della croce, che è logica di amore fino al dono di sé; è l’abbandono fiducioso a Colui che dall’alto della croce vigila sui nostri passi, ci guida e di protegge.

    Il passaggio della mano dalla fronte al petto e dal petto alle spalle (prima la sinistra e poi la destra) è infine accompagnato dalle parole della fede trinitaria, che Gesù ha esplicitato nel comando dato ai discepoli di battezzare «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19) e che hanno accompagnato la nostra illuminazione battesimale. Esse sintetizzano la fede cattolica che professiamo e per la quale siamo disposti a dare anche la vita come Gesù sulla croce; delineano il volto di Dio come Gesù ce lo ha fatto conoscere, pienezza di comunione e di vita; ci affidano il «nome» che è sopra ogni altro nome e che solo merita di essere adorato con le labbra e le ginocchia, con la mente e con il cuore, con il nostro stile di vita.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    Il SEGNO DI CROCE con L’ACQUA BENEDETTA (monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Riprendiamo con questa domenica le monizioni all’inizio della Messa festiva: sono un invito a vivere con intensità e consapevolezza la celebrazione dell’Eucaristia, culmine e fonte della nostra fede. In questa e nelle prossime due domeniche sottolineeremo tre segni che nella Messa ci richiamano la misericordia del Dio: il segno di croce con l’acqua benedetto all’ingresso della chiesa; l’atto penitenziale; l’invocazione: “O Signore, non sono degno”, che precede immediatamente il momento della Comunione.

    Il segno di croce con l’acqua santa entrando in chiesa ci ricorda la misericordia di Dio perché ci rimanda al nostro Battesimo e all’opera di redenzione che per noi si è compiuta; ci ricorda cioè che per grazia siamo stati rigenerati, lavati, risanati, riscattati. Ora possiamo camminare nell’amore di Cristo e crescere in una vita santa.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  5. #25
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,045
    Ringraziato
    954
    5 febbraio 2017

    L’atto penitenziale, affidamento alla misericordia di Dio (scheda)

    Consente di celebrare l’Eucaristia dopo essersi riconosciuti peccatori e avere purificato il cuore da tutto ciò che ha allontanato dalla santità di vita.

    Subito dopo l’inizio della Santa Messa i fedeli, insieme al sacerdote, compiono l’atto penitenziale, con il quale, davanti a Dio e alla comunità, si riconoscono peccatori e si affidano alla divina misericordia. Confessando con umiltà il proprio peccato e invocando la grazia del perdono, essi manifestano il loro sincero pentimento e si dispongono a vivere l’intera celebrazione eucaristica (dalla preghiera all’ascolto della Parola; dalla consacrazione alla comunione) con l’animo purificato.

    Ordinariamente, l’atto penitenziale si struttura in quattro parti: l’invito al pentimento; il silenzio; l’invocazione della misericordia; l’«assoluzione» del sacerdote. Per tutta la sua durata i fedeli rimangono in piedi, perché, nonostante la miseria del loro peccato, il Padre li tratta ancora da figli e, pieno di compassione, si getta al collo di ciascuno per dare loro il bacio della comunione e della pace (cfr. Lc 15, 20).

    La formula più consueta di invito al pentimento («Fratelli, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati») è solo una fra le tante, ma contiene indicazioni preziose: sottolineare il vincolo di fraternità di tutti i fedeli in Cristo e la conseguente solidarietà di tutti nella colpa; richiamare all’esigenza di celebrare l’eucaristia purificando il cuore da tutto ciò che ci ha allontanato da una vita santa; invitare a confessare pubblicamente, almeno in forma generale, il male commesso (riconosciamo i nostri peccati).

    Il silenzio che segue l’invito è necessario e non va mai omesso. Esso offre una breve pausa per rientrare in se stessi e portare alla coscienza la malizia del male che abbiamo commesso e di cui in prima persona siamo stati responsabili. In quel breve silenzio si possono formulare nel cuore le parole del Salmo: «Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto» (Sal 50, 6).

    La parte centrale dell’atto penitenziale è l’invocazione della misericordia divina. Forma tipica della tradizione ambrosiana sono le tre acclamazioni a Cristo (Tu che...), ognuna delle quali si conclude con la supplica Kyrie, eleison, espressa dal sacerdote e ripetuta dall’assemblea dei fedeli. In questa supplica, con il termine Kyrie ci rivolgiamo a Gesù Signore, risorto e vivo alla destra del Padre, mentre con il verbo eleison gridiamo con il cieco di Gerico «abbi pietà di me!» (cfr Lc 18, 38). Sacerdoti e fedeli si rivolgono a colui che, risorgendo da morte, ha trionfato sul potere del peccato e della morte, per ottenere ciò che una volta per sempre ha realizzato sulla croce: la riconciliazione con il Padre; la remissione dei peccati; la pace del cuore; la comunione fraterna; l’ingresso nel regno dei cieli; la risurrezione e la vita eterna.

    In alternativa ai tre Kyrie eleison ci sono altre possibilità: l’antica formula «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli»; la formula recente «Pietà di noi Signore» e l’aspersione con l’acqua benedetta.
    • La prima formula pone l’accento sulla responsabilità personale delle colpe commesse e lo fa con parole severe («ho molto peccato, in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa») e con un gesto, il battersi il petto, che va a colpire la sede del cuore, lo spazio interiore e nascosto dal quale, secondo Gesù stesso, «escono i propositi di male» (cfr. Mc 7, 21).
    • La seconda, mentre confessa il peccato («contro di te abbiamo peccato»), invoca pietà, misericordia e salvezza dal Signore.
    • La terza esplicita il ricordo del battesimo come il sacramento cui ritornare per riscoprire la fonte della misericordia, che ci ha liberato dal male e ci ha rinnovato con il dono dello Spirito Santo. Mediante l’aspersione con l’acqua del battesimo i fedeli sono purificati dai loro peccati e rafforzati nella lotta contro le insidie del maligno.

    L’atto penitenziale si chiude con l’«assoluzione» del sacerdote («Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna»). Al dono della misericordia e del perdono Alla misericordia e al perdono si accompagna l’esito sperato della vita eterna, che è partecipazione alla gioia di Dio nella comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

    Poiché la Chiesa ci insegna che l’atto penitenziale della Messa non sostituisce il sacramento della penitenza, che resta necessario per l’assoluzione dei peccati gravi o mortali che abbiamo coscienza di avere commesso, nell’atto penitenziale l’«assoluzione» del sacerdote, se, da un lato, ci rimette i peccati veniali o quotidiani, dall’altro, ci impegna, prima di accostarci alla comunione, a ricorrere al sacramento della penitenza per la remissione dei peccati gravi o mortali.

    Il primo frutto dell’atto penitenziale è dunque l’azione misericordiosa di Dio che ci rende coscienti della gravità dei nostri peccati e ci indica la strada da intraprendere per ritornare dal male al bene nella pace del Signore e nella comunione fraterna.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    L’ATTO PENITENZIALE (monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.

    Il primo atto che siamo invitati a compiere all’inizio dell’Eucaristia, dopo il saluto del sacerdote, è l’atto penitenziale.

    È un umile affidamento alla misericordia di Dio. Siamo grati a lui per essere chiamati a celebrare i santi misteri dell’amore di Cristo ma riconosciamo di non esserne pienamente all’altezza.

    Sentiamo così l’esigenza sincera di presentare a Dio la nostra vita con le sue debolezze e fragilità, con le sue colpe in parole, opere e omissioni, e di invocare su di noi il suo perdono.

    Lo facciamo con piena fiducia e con sincera umiltà.


    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  6. #26
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,045
    Ringraziato
    954
    12 febbraio 2017

    L’invocazione «O Signore, non sono degno» (scheda)

    Le parole del centurione di Cafarnao danno voce a una confessione di indegnità personale seguita da una fiduciosa invocazione della misericordia divina, disponendoci a ricevere la comunione da amici

    La partecipazione alla Messa raggiunge il suo vertice nella comunione eucaristica, quando i fedeli, dopo aver ascoltato la parola di Dio, si nutrono di Cristo, Pane di vita. Per questo l’intera celebrazione può essere considerata un itinerario di preparazione alla comunione.

    Da un lato, siamo invitati ad attivare le virtù teologali dell’amore, della fede e della speranza, perché cresca in noi, sempre più vivo, il desiderio di incontrare il Signore e di dimorare nel suo amore. Dall’altro, siamo chiamati a invocare con grande intensità la misericordia di Dio per non correre il rischio di essere trovati indegni di partecipare al banchetto di Cristo. Questa preparazione si intensifica nell’imminenza della comunione, e agli atti liturgici che la precedono viene affidato il compito di disporre tutto l’uomo, con le sue facoltà esteriori e interiori, all’incontro sacramentale con Cristo.

    Il primo atto è rappresentato dalla preghiera silenziosa.
    Il sacerdote celebrante ha a disposizione due preghiere a scelta, da dire «con le mani giunte» e «sottovoce», mentre per i fedeli laici non sono previsti testi propri. Ciò non impedisce che anche questi ultimi possano pregare nel loro cuore utilizzando le parole del celebrante:
    «Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per la volontà del Padre e con l’opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo, per il santo mistero del tuo corpo e del tuo sangue liberami da ogni colpa e da ogni male, fa’ che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te»;
    «La comunione con il tuo corpo e il tuo sangue, Signore Gesù Cristo, non diventi per me giudizio di condanna, ma per tua misericordia sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo».

    Con la prima l’orante invoca la liberazione dal male e dal peccato per non correre il rischio di essere separato da Cristo, dopo aver ricordato che, nella sua morte di Croce, Gesù ha realizzato l’opera di salvezza decisa nel cuore della Trinità.
    Con la seconda domanda chiede i frutti della comunione («sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo»), scongiurando il rischio, paventato dall’apostolo Paolo, di mangiare e bere «la propria condanna» (cfr 1Cor 11, 29).

    Il secondo consiste nella presentazione dell’ostia, tenuta alta sulla patena, accompagnata dall’accostamento di due parole bibliche: «Beati gli invitati alla cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo».
    Il pane consacrato è posto davanti agli occhi dei fedeli perché, illuminati dalla fede, vedano oltre ciò che i sensi percepiscono. In un’originale rilettura mistica e spirituale il rito liturgico applica all’incontro sacramentale dell’anima con Cristo il linguaggio della sponsalità: l’incrocio degli sguardi alimenta la fiamma del desiderio e della passione che tiene vivo l’amore. Il collage di parole bibliche inizia con la citazione di Ap 19, 9 («Beati gli invitati…»), a sua volte allusiva della parabola del re che invia i servi a chiamare gli invitati alle nozze (cfr. Mt 22, 1-14). Essa pone l’accento sulla beatitudine assicurata a coloro che, rispondendo all’invito del Signore, prendono parte al banchetto eucaristico: è la delizia della comunione con Gesù; è la gioia dell’inabitazione del suo Santo Spirito; è la letizia della comunione fraterna; è la felicità eterna del paradiso. Segue la citazione di Gv 1, 29 («Ecco l’Agnello di Dio…») che riporta le parole di Giovanni Battista. Davanti agli occhi dei fedeli, grazie ai segni sacramentali del pane e del vino, si rende realmente presente colui che sulle rive del Giordano fu davanti agli occhi del Battista e dei suoi due discepoli. E, come quel giorno fu annunciato che egli sarebbe stato il vero Agnello sacrificato per la redenzione dell’uomo, così in ogni messa egli è presente come colui che offre la sua vita per noi per la remissione dei nostri peccati. L’importanza di queste parole è tale che a nessuno, se non alla Chiesa, è permesso di sostituirle o di mutarle a piacimento.

    L’ultimo atto lo compiono i fedeli dicendo ad alta voce: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Si tratta di una confessione di indegnità personale seguita da una fiduciosa invocazione della misericordia divina, l’una e l’altra espresse con le parole del centurione di Cafarnao (cfr Mt 8, 8). L’abitudine a queste parole potrebbe farci perdere la loro forza espressiva e il loro profondo valore spirituale. Da un lato, siamo invitati a dichiarare con grande realismo e con molta umiltà la nostra condizione di peccatori, riconoscendo che essa crea un grave ostacolo alla nostra partecipazione alla mensa del Signore. Dall’altro, ed è l’aspetto che alla fine risulta decisivo, siamo sollecitati a compiere un convinto atto di fede nel Signore e nel suo misericordioso perdono, affidandoci alla sua parola che salva.

    Anche la sproporzione tra il servo e il padrone (cfr Lc 22, 27) ci impedirebbe di sedere alla mensa del Signore, ma Gesù ci ha chiamato amici (cfr Gv 15, 15), riscattandoci dalla servitù e mettendoci a parte dei segreti del Regno dei cieli. La preghiera del centurione romano ci dispone allora a ricevere la comunione da amici, sia che ci accostiamo subito dopo, sia che decidiamo un opportuno rinvio per ricevere la parola del perdono mediante il sacramento della riconciliazione.*

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    L’INVOCAZIONE “O SIGNORE NON SONO DEGNO” (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Le parole che la liturgia ci invita a pronunciare poco prima di accostarsi alla Comunione sono un’ultima invocazione alla misericordia di Dio: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di soltanto una parola ed io sarò salvato”.

    Richiamano le parole di Gesù al centurione di Cafarnao. La meraviglia e la gratitudine per la possibilità offerta di “fare comunione” con il Signore della gloria si fondono con l’umile riconoscimento della propria indegnità e del proprio peccato.

    Nessuno può meritare un dono così grande. Siamo beati perché invitati per grazia alla mensa del Signore.


    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 10-02-2017 alle 18:04

  7. Il seguente utente ringrazia Ambrosiano per questo messaggio:

    cisnusculum (10-02-2017)

  8. #27
    Campione di Passaparola di Cattolici Romani L'avatar di Gerensis
    Data Registrazione
    Jan 2011
    Località
    Casa
    Età
    46
    Messaggi
    6,538
    Ringraziato
    661

    Premi

    Copio dal blog Munus: Liturgia e dintorni di Matias Augé

    DOMINUS VOBISCUM

    Dominus vobiscum
    … “Il Signore con voi” è parola ottativa e, insieme, dichiarativa – l’assenza di una forma verbale in latino non permette di escludere nessuna delle due sfumature –, quale augurio della presenza benedicente del Signore con il suo popolo (“Il Signore sia con voi”) e, a un tempo, quale constatazione , affermazione e richiamo della sua presenza (“Il Signore è con voi”). Nella comprensione dei Padri il saluto rappresentava l’elemento più importante dei riti iniziali, tanto che Ottato di Milevi scriveva che “il vescovo non inizia a dire nulla al popolo se prima non ha salutato nel nome di Dio (in nomine Dei populo salutaverit [Trattato contro ii donatisti VII,6,4] ).

    Sant’Agostino, quando descrive la messa della domenica di Pasqua, afferma: “Avanzammo verso il popolo, la chiesa era piena e risuonava di voci di gioia… Salutai il popolo (salutavi populum) e di nuovo gridavano con voce più fervorosa le medesime acclamazioni. Ottenuto finalmente il silenzio, furono letti i testi liturgici della sacra Scrittura” [La città di Dio 22,8.23]. In tal modo la salutatiocostituiva la memoria celebrativa del Cristo risorto che, entrato nel cenacolo, rivolse alla sua comunità il saluto e l’augurio di pace (cf. Lc 24,36; Gv 20,19.21.26).

    La risposta dell’assemblea, “E con il tuo spirito”, potrebbe essere un semitismo, come per dire: “E anche con te” (cf. 2Tm 4,22; Fm 25; Gal 6,18), sebbene non sia mancato fin dall’antichità chi vi ha scorto un riferimento all’inabitazione dello Spirito santo nell’intimo del credente e – in modo tutto particolare – in coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’ordine, in forza dello Spirito.

    Come annotava Jungmann, “questa forma di saluto provoca, inoltre, una replica da parte della comunità, e la formula religiosa in cui l’uno e l’altra sono concepiti, rafforza il vincolo della fraternità tra celebrante e fedeli e concorre a creare quella particolare atmosfera nella quale si percepisce la vicinanza di Dio e deve compiersi il rito liturgico” [Missarum sollemnia I, p. 295].

    Fonte: Sintesi liberamente fatta partendo dal testo pubblicato nel volume Un solo corpo. Mistagogia della liturgia eucaristica attraverso i testi dei padri latini, Qiqajon, Comunità di Bose 2016, pp. 343-351.


    Link al testo originale:http://liturgiaedintorni.blogspot.it...-vobiscum.html

  9. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    Piusromanus (25-04-2017), Teofilo106 (25-04-2017)

  10. #28
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,045
    Ringraziato
    954
    30 aprile 2017

    La venerazione del libro (scheda)

    Ai «Tre gesti dell'annuncio» è dedicata la seconda triade del secondo ciclo di interventi per educare alla partecipazione alla Messa domenicale.

    Nella liturgia della parola le pagine della Sacra Scrittura sono sempre lette da appositi libri:
    - il Lezionario, che contiene tutte le letture della messa;
    - l’Evangeliario, che riporta soltanto i Vangeli.

    Il Messalino o il foglietto domenicale, che pure sono strumenti utili ai fedeli per prepararsi alla celebrazione e per seguirne lo svolgimento, non devono dunque sostituire l’uso del Lezionario o dell’Evangeliario. E questo non solo per motivi pratici (il testo, scritto a caratteri più grandi, ben leggibile), ma anche, e soprattutto, per la sua qualità di manufatto nobile e dignitoso (il testo, ben curato nella sua disposizione grafica, corredato di immagini pertinenti e raccolto in un volume ben rilegato), che dispone a riconoscere la preziosità del suo contenuto: la distribuzione secondo i tempi liturgici delle pagine bibliche che rivelano il mistero della salvezza che si è compiuto in Gesù Cristo, simultaneamente l’annunciatore e l’annunciato.

    Perché i fedeli colgano con maggiore immediatezza il valore del Libro in uso nella liturgia della Parola, la Chiesa, specialmente alla proclamazione del Vangelo, lo circonda di molteplici gesti di venerazione, alcuni presenti in ogni liturgia, sia festiva che feriale, altri attivabili nelle liturgie più solenni.

    Rientrano tra i primi il segno di croce e il bacio; rientrano tra i secondi, il trasporto processionale con ostensione e intronizzazione, l’incensazione e i candelieri accesi.
    1. Il segno di croce. Mentre annuncia il nome del Vangelo da cui è tratta la pagina del giorno [Lettura del Vangelo secondo N. (ambrosiano); dal Vangelo secondo N. (romano)] il sacerdote (o il diacono), prima di segnarsi in fronte, sulla bocca e sul petto «segna il Libro», cioè traccia il segno di croce con il pollice sul Libro aperto. Questo segno di croce esprime in estrema sintesi il compito del Libro: essere il tramite della rivelazione dell’infinito amore del Padre che, mediante la croce del Figlio, dona salvezza e vita a ogni uomo che crede in Lui; esso è anche gesto di benedizione del Libro, che dal Libro si diffonde su tutti coloro che si dispongono ad ascoltare il Vangelo come «parola del Signore».
    2. Il bacio. Al termine della proclamazione evangelica, il sacerdote (o il diacono) «bacia il Libro». Come già avviene per l’altare, anche qui la liturgia usa un gesto altamente espressivo della relazione amorosa, che annuncia l’intimità della comunione nuziale. Poiché - come dice la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia - «quando nella Chiesa si leggono le Sacre Scritture è lo stesso Cristo a parlare», la Chiesa sposa, in questo bacio esprime la sua gioiosa fedeltà a Cristo sposo, Colui che le ha rapito il cuore con parole di verità e di vita e che l’invita a entrare nell’intimità insuperabile del mistero eucaristico, dove non saranno più due, ma un solo corpo.
    3. Il trasporto processionale con ostensione e intronizzazione. Quando inizia la celebrazione eucaristica di solito il Lezionario è già all’ambone. Nulla vieta però che esso venga portato in processione da un lettore, che lo mostra alla venerazione dei fedeli (ostensione) per deporlo poi all’ambone come su un trono regale (intronizzazione). Ancor più significativa è la processione con la quale il diacono (o il sacerdote), accompagnato dai ministranti con i candelieri accesi e il turibolo fumigante, porta l’Evangeliario dall’altare (o dalla sacrestia) all’ambone, mentre l’assemblea acclama al Vangelo con il canto dell’Alleluia. Con questa processione, che evoca l’ingresso di Gesù nella Città Santa tra l’osanna festante dei presenti, si dà modo ai fedeli di venerare il Libro dei vangeli quale icona di Cristo, che dall’ambone (o dal pulpito) si rivolgerà al suo popolo con l’autorità di «Colui che viene nel nome del Signore» (cfr. Gv 12, 13).
    4. L’incensazione. Dopo l’acclamazione «Gloria a te, o Signore» e prima di proclamare la pagina evangelica il diacono (o il sacerdote) «incensa il Libro». Le volute di fumo profumato, che si sprigionano dai grani d’incenso gettati sulla brace e sono spinte verso l’alto dal sapiente movimento circolare del turibolo, esprimono la preghiera di lode e di adorazione della Chiesa per Cristo, la Parola vivente del Padre, e per le sue «parole di vita eterna» (cfr. Gv 6, 68). Come scriveva Romano Guardini: «Simbolo della preghiera è l’incenso, e proprio di quella preghiera che non mira ad alcuno scopo... che adora e vuole ringraziare Dio, perché è così grande e magnifico».
    5. I candelieri accesi. Durante la proclamazione del Vangelo due ministranti, uno alla destra e uno alla sinistra dell’ambone, tengono in mano candelieri accesi. Questo gesto, che anticamente poteva avere una funzione pratica, ora esprime una doppia valenza spirituale: la luce della fede, che illumina l’animo di chi proclama la Parola e di chi l’ascolta perché tutti riconoscano ciò che essa veramente è, non «parola di uomini», ma «parola di Dio» (cfr. 1Ts 2, 13); la luce dello Spirito Santo che, illuminando la Chiesa alla piena comprensione della verità, la guida nell’ascolta della Parola.


    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    LA VENERAZIONE DEL LIBRO DELLE SCRITTURE (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    In questa domenica e nelle due prossime ci soffermeremo sull’annuncio della Parola di Dio nella celebrazione eucaristica.

    Oggi la nostra attenzione si concentra sul libro delle sante Scritture, il Lezionario o l’Evangeliario.

    È un libro cui attribuiamo grande onore.

    Lo dimostra il fatto che normalmente viene accompagnato dai candelieri accesi, che prima della proclamazione del Vangelo viene tracciato sopra la pagina il segno della croce, che viene baciato dal ministro dopo la lettura e che viene incensato nelle celebrazioni solenni.

    Un modo molto efficace per attestare il grande valore della Parola di Dio, luce e nutrimento per la nostra vita.


    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  11. #29
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,045
    Ringraziato
    954
    7 maggio 2017

    La proclamazione del testo (scheda)


    Nella liturgia della parola i testi delle Sacre Scritture giungono all’orecchio, alla mente e al cuore dei fedeli grazie all’atto della loro proclamazione.
    Parliamo di «proclamazione» e non di semplice «lettura», perché le pagine bibliche riportate nel Lezionario (o nell’Evangeliario) risuonano pubblicamente in mezzo all’assemblea in una cornice di gesti rituali altamente significativi: la salita all’ambone, la richiesta e la recezione della benedizione sacerdotale, l’enunciazione dell’intestazione, e, al termine, l’invito al rendimento di grazie e alla lode.

    L’ambone (dal greco ana-baino, salgo su) è un luogo stabile, sopraelevato, ben visibile e rivolto verso l’assemblea per permettere l’annuncio della parola nella migliore condizione di udibilità e di visibilità.
    La sua presenza stabile, simile a quella dell’altare, sta a indicare la forza della parola di Dio che nutre la Chiesa nel suo cammino incontro a Cristo e che ripropone per noi oggi, attraverso la proclamazione liturgica, l’annuncio della risurrezione fatto alle donne il mattino di Pasqua. L’originario rimando simbolico alla pietra rotolata via dal sepolcro, dalla quale l’angelo diede il primo annuncio pasquale alle donne, chiede che non venga risolto in un semplice leggio, ma s’imponga per una certa monumentalità e bellezza.
    Ne consegue che l’ambone non è disponibile per ogni tipo di comunicazione orale, compresi gli avvisi a fine messa, ma solo per proclamare la parola, guidare il canto o la recita del Salmo responsoriale, tenere l’omelia e proporre le intenzioni della preghiera dei fedeli.

    La benedizione del lettore (propria del rito ambrosiano) e del diacono (o del sacerdote, nel caso presieda il vescovo) fa dei loro rispettivi compiti ministeriali delle azioni sacre, cioè sorrette dalla grazia di Cristo e rese efficaci dal soffio potente dello Spirito Santo. Inoltre, quando accoglie la benedizione del sacerdote, chi legge si dispone a farlo a nome della Chiesa e per suo incarico, superando così la tentazione di mettere in mostra se stesso e la propria abilità.

    L’intestazione [ad es.: Lettura del profeta Isaia (rito ambrosiano) / Dal libro del profeta Isaia (rito romano)] indica la provenienza della pericope nell’ambito del complesso della rivelazione cristiana, aiutando i fedeli a familiarizzare con la pluralità e la diversità dei libri biblici che costituiscono l’insieme dell’Antico e del Nuovo Testamento.

    Da ultimo, l’invito al rendimento di grazie e alla lode (Parola di Dio / Parola del Signore) al termine della proclamazione, seguito dall’acclamazione dell’assemblea (Rendiamo grazie a Dio / Lode a te, o Cristo), attiva la partecipazione dei fedeli a venerare come autentica «parola di Dio» che opera nella vita dei credenti (cfr. 1Ts 2, 13), la parola umana che è risuonata ai loro orecchi.

    Alla proclamazione concorrono diverse ministerialità, in riferimento ai vari momenti dell’annuncio.

    • Il Vangelo, che sta nel punto culminante della liturgia della parola, è sempre annunciato dal diacono o dal sacerdote (presbitero e vescovo) che, in forza della loro ordinazione, sono il segno di Cristo che ammaestra i suoi fedeli.
    • La (prima) Lettura e l’Epistola, che precedono la proclamazione del Vangelo, sono affidate ad alcuni fedeli laici, uomini e donne che, in forza della loro dignità battesimale, sono incaricati di svolgere il servizio del lettore.
    • Il Salmo, che di solito segue la (prima) Lettura, chiama in causa il salmista, uomo o donna che, competente anche nel canto, ha l’incarico di guidare la «risposta» orante (responsoriale) di tutta l’assemblea. Spesso, nelle nostre liturgie eucaristiche, è lo stesso lettore della (prima) Lettura a svolgere anche il servizio del salmista. La cosa non è del tutto positiva, perché nel linguaggio dei segni liturgici viene a mancare l’alternanza tra colui che porge la parola in nome di Dio (il lettore) e colui che guida la risposta orante, a nome dell’assemblea dei fedeli. Là dove, come nella liturgia della parola, si instaura un vero dialogo tra Dio e il suo popolo, è infatti necessario che appaia chiaramente il segno liturgico dei due distinti soggetti dialoganti, il lettore, portavoce di Dio; il salmista, portavoce dell’assemblea dei fedeli.

    Per compiere bene un ministero della parola, insieme alla crescita spirituale va curata la qualità tecnica del servizio; chi legge davanti all’assemblea, da un lato, deve farsi egli stesso «uditore della parola» che annuncia, dall’altro, deve affinare l’arte del leggere in pubblico, affinché il messaggio del testo proclamato giunga ai suoi destinatari nel migliore dei modi.
    Per questo è bene che, in ogni parrocchia, i lettori siano presentati alla comunità in modo ufficiale dopo un cammino di formazione spirituale e tecnico-vocale, grazie al quale prendano consapevolezza del valore e della bellezza del compito loro affidato, unitamente alla responsabilità e all’impegno che esso comporta.


    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----


    LA PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA DI DIO (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.

    Il dono della Parola di Dio ci raggiunge nell’Eucaristia attraverso le letture bibliche. Queste vengono proclamate davanti all’assemblea, cioè lette solennemente dall’ambone.

    La lettura è preceduta dalla benedizione del lettore o dalla preghiera del ministro ordinato ed è seguita dalla dichiarazione conclusiva dell’assemblea: “Rendiamo grazie a Dio” e “Lode a te o Cristo”.

    L’ascolto della Parola di Dio è uno dei momenti più importanti della celebrazione eucaristica.

    È l’incontro con il Dio vivente che fa udire la sua voce amica e guida i nostri passi nella verità.


    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  12. #30
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,045
    Ringraziato
    954
    14 maggio 2017

    L’ascolto della Parola (scheda)

    Terzo e ultimo intervento della triade dedicata ai «Tre gesti dell'annuncio».

    I gesti di venerazione del Libro e la proclamazione del testo sacro, se da un lato hanno il compito di attivare nell’assemblea dei fedeli la consapevolezza di essere alla presenza di Dio che parla, dall’altro intendono promuovere l’ascolto della Parola, senza del quale la prima parte della celebrazione eucaristica, la liturgia della parola, perderebbe il suo scopo.

    Nell’ascolto, che è tema centrale della tradizione religiosa ebraico-cristiana (cfr. Dt 6, 4; Lc 11, 28 e l’inizio della Regola di san Benedetto), si compongono insieme l’atto fisico dell’udire, l’atto intellettuale del comprendere, l’atto spirituale dell’aderire con il cuore e la decisione di operare nella vita.
    Così, in un processo che mette in campo tutte le facoltà umane (il corpo, la mente e lo spirito; la percezione sensibile, l’intelletto, il sentimento e la volontà), la comunità dei credenti (e ogni singolo battezzato) arriva ad assimilare vitalmente le divine Scritture ed entra realmente in comunione di fede e di amore con Gesù Cristo, la Parola di Dio fatta carne.

    In primo luogo, nel contesto di una celebrazione liturgica va curata la buona udibilità della parola proclamata.
    Chi legge, oltre a possedere una buona tecnica vocale, deve saper usare al meglio il microfono, lo strumento tecnico che amplifica la voce perché arrivi a tutti con chiarezza. E, poiché nelle nostre assemblee ci sono anche persone con gravi problemi di udito (sordità dalla nascita o subentrata nel corso degli anni), dove è possibile sarà bene attivare anche altre forme di comunicazione della parola, come il linguaggio dei segni o la videoscrittura.

    Sempre nel contesto di una celebrazione liturgica, all’ascolto della Parola concorrono le diverse posture del corpo: lo stare seduti durante la (prima ) Lettura, il Salmo, l’Epistola e l’omelia; lo stare in piedi, all’acclamazione al Vangelo, durante la *proclamazione del Vangelo e alla preghiera dei fedeli; lo stare in ginocchio, quando lo si ritenga opportuno, per tutta la preghiera dei fedeli.
    • Lo stare seduti mette il corpo in una posizione comoda e rilassata, adatta a favorire l’audizione dell’orecchio e la concentrazione della mente e del cuore. Ma, in questa postura, si evidenzia anche la figura del discepolo che si apre con fiducia alla parola di di Dio (Lettura, Epistola e omelia) e gli risponde con la lode e la supplica in canto o in recitativo (salmo responsoriale).
    • Lo stare in piedi rende onore alla Parola proclamata e a Colui che in essa si comunica, disponendo in tal modo il corpo all’azione affinché i comandi del Signore siano prontamente eseguiti. Chi sta in piedi manifesta inoltre la propria dignità di battezzato, cioè di uomo risorto con Cristo dalla morte del peccato per dare gloria a Dio con la propria vita e rendere a lui testimonianza fino agli estremi confini della terra, fino al dono totale di sé.
    • Lo stare in ginocchio durante la preghiera di intercessione è la postura di chi si umilia davanti al Signore e, mentre confessa la miseria del proprio peccato, osa chiedere per gli altri e per se stesso, confidando pienamente nel suo amore misericordioso. Ecco perché nel rito ambrosiano, come del resto nei diversi riti orientali, risposta appropriata alle intenzioni della preghiera dei fedeli può essere anche la supplica, pasquale e penitenziale, insieme Kyrie eleison (Signore, abbi pietà).

    Però, tutte queste posture favoriranno davvero l’ascolto della Parola solo se accompagnate e fecondate dal silenzio, necessario già durante la proclamazione dei testi per la stessa intellegibilità delle parole, ma ancora più necessario dopo ogni lettura e, soprattutto, al termine dell’omelia.
    Il silenzio è infatti il grembo che genera l’ascolto, perché crea le condizioni indispensabili affinché si possa passare dall’udito esteriore all’adesione interiore, dal suono delle parole, che si imprime nell’orecchio e nella mente, al canto della vita, che manifesta l’avvenuto ascolto della Parola.
    Il silenzio, come acutamente hanno intuito i grandi autori spirituali, è così importante per l’ascolto della Parola anche perché evoca la presenza nascostamente efficace dello Spirito Santo, il vero maestro interiore, senza il quale sarebbe impossibile riconoscere la parola della Scrittura come Parola di Dio e decidere che sia lei a guidare i nostri passi.
    Nei brevi silenzi liturgici previsti, che non possono che essere un anticipo di tempi di silenzio più prolungati al di fuori dell’azione liturgica per la preghiera e la meditazione, ci è dato di sperimentare l’azione vigorosa e suadente dello Spirito, che apre la mente alla comprensione, invita all’assenso del cuore e suggerisce le parole dell’adorazione, della lode e della supplica.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----



    L’ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO (monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Si accoglie il dono della Parola di Dio mettendosi in ascolto.
    Chi proclama le Letture bibliche durante la celebrazione eucaristica svolge un servizio importante e prezioso: la lettura chiara e consapevole dei testi, infatti, rappresenta il primo passo per la loro comprensione.

    Determinanti saranno poi il silenzio e il raccoglimento dell’assemblea, che favoriscono le disposizioni personali interiori.
    Anche le posizioni che assunte dal corpo nell’ascolto della Parola di Dio hanno il loro valore: la forma normale è quella del rimanere seduti, mentre l’alzarsi in piedi alla proclamazione del Vangelo esprime singolare rispetto e venerazione.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •