Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Pagina 4 di 4 PrimaPrima ... 234
Risultati da 31 a 37 di 37

Discussione: Mistagogia della Messa - Il significato liturgico dei riti e dei vari momenti

  1. #31
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,166
    Ringraziato
    1013
    25 febbraio 2018

    Il canto del SANTO, esaltazione della santità del Padre (scheda)

    E' la prima delle "tre Parole" dell’assemblea nella Preghiera Eucaristica.


    Ci fu un tempo nel quale il Santo non faceva parte della preghiera eucaristica, ma il fascino delle parole che i serafini dalle sei ali rivolgevano al «Signore seduto su un trono alto ed elevato» (cfr Is 6, 1-3), portò presto a inserirle nel canone della messa.
    Più tardi, nel sec. VI, San Cesario, vescovo di Arles, completò il testo accostando alla citazione profetica il grido con cui la folla accolse Gesù a Gerusalemme (cfr Mt 21, 9).
    Le due citazioni bibliche non furono però conservate alla lettera, ma conobbero una più libera trascrizione liturgica: «La terra è piena della sua gloria» divenne «I cieli e la terra sono pieni della tua gloria»; «Osanna al figlio di Davide… Osanna nel più alto dei cieli» divenne in tutte e due i casi «Osanna nell’alto dei cieli» (Hosanna in excelsis); infine, l’originale biblico «Signore degli eserciti» (Deus Sàbaot), è divenuto in italiano «il Signore Dio dell’universo».

    Il Santo è – come dice il prefazio che lo introduce – un inno di lode e un’acclamazione di giubilo al Dio tre volte santo.
    La ripetizione ternaria dell’aggettivo «santo» potrebbe far pensare che la prima volta si nomina il Padre, la seconda il Figlio e la terza lo Spirito Santo. Questo modo di intendere, proposto da alcuni autori medievali, deve fare i conti con il fatto che all’inizio della preghiera eucaristica ci rivolgiamo «a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno», e al termine diciamo «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo».
    Si deve allora concludere che la triplice acclamazione («santo, santo, santo») esalta in modo diretto ed esplicito la santità del Padre, la quale poi risplende nel Figlio e nello Spirito Santo e, per loro tramite, si irradia su tutta la Chiesa e sull’intera umanità.

    Cantare la santità di Dio è riconoscere che in lui non c’è ombra di male e di ingiustizia, ma tutto è sommo bene, cioè amore e misericordia, giustizia e verità.
    Cantare la santità di Dio è anche manifestare il desiderio che tutti ne siano rivestiti, così che il suo nome sia santificato nella vita buona, giusta e santa, di ogni credente e di ogni uomo di buona volontà.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    IL SANTO (monizione da leggere)

    Con oggi riprendono gli approfondimenti di singole parti della messa perché la nostra partecipazione oltre che ricca di fede, attiva e devota, sia anche più consapevole di ciò che compiamo attraverso le preghiere e i riti liturgici. Presteremo attenzione ad alcuni interventi dell’assemblea nella preghiera eucaristica.

    Il primo è il canto del Santo, un inno di lode e un’acclamazione di giubilo, ricco di espressioni bibliche rilette in chiave eucaristica.
    Dall’adorazione del Dio tre volte santo si passa alla benedizione del Figlio, «che viene nel nome del Signore» per sfociare nell’Osanna, supplica di salvezza e esclamazione di giubilo, rivolta simultaneamente al Padre e al Figlio. Il canto del Santo, può essere eseguito in vari modi, ma non dovrebbe mai escludere totalmente la partecipazione di tutta l’assemblea.

    Nel canto del Santo, le nostri voci si uniscono a quelle degli angeli e dei santi, così che da risultare un riverbero sulla terra di ciò che si canta in cielo davanti al trono di Dio e davanti all’Agnello.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  2. Il seguente utente ringrazia Ambrosiano per questo messaggio:

    P.Willigisius carm (27-02-2018)

  3. #32
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,166
    Ringraziato
    1013
    4 marzo 2018

    Nel Mistero della fede si manifesta l’opera di Dio (scheda)

    Sequenza rituale inserita nella preghiera eucaristica, si riferisce alla consacrazione del pane e del vino in cui traspare l’azione invisibile di Gesù.


    Terminata la consacrazione del pane e del vino il sacerdote celebrante annuncia: «Mistero della fede»; segue l’acclamazione dell’assemblea.
    Questa sequenza rituale, inserita nella preghiera eucaristica solo con la riforma liturgica del concilio Vaticano II, ha inteso custodire un dato presente da secoli nel canone della messa, riposizionandolo però al termine del racconto istitutivo per attivare la corale partecipazione di tutto il popolo di Dio.

    «Mistero» è termine specifico per indicare un’azione concreta, sensibile, nella quale si manifesta l’opera di Dio. Nel cuore della celebrazione eucaristica, il «mistero» cui ci si riferisce sono le parole e i gesti con i quali il sacerdote, obbedendo al comando del Signore («Fate questo in memoria di me»), consacra il pane e il vino.

    In essi, nella loro visibilità e concretezza, traspare l’azione invisibile di Gesù Cristo che, rinnovando il suo sacrificio di salvezza per il mondo in virtù dello Spirito Santo, si rende presente nei segni sacramentali per farsi cibo e bevanda spirituali. Tale mistero è «della fede» perché solo la fede sa scorgere la realtà che esso contiene e sa riconoscere la verità che esso annuncia. E questa fede è la fede della Chiesa che, radicata nella parola di Gesù trasmessa dagli apostoli, arriva fino a noi e richiede la nostra personale corrispondenza. Una fede che, mentre ci sprona a un’intelligenza sempre più viva e penetrante del mistero celebrato, ci fa umili e riconoscenti del dono che ci viene elargito e ci sospinge ad abbandonarci con piena fiducia alla promessa di grazia che esso racchiude.

    Alle parole del sacerdote che, specie se in canto, sono come uno squillo di tromba che ci sollecita a rimetterci in piedi dopo essere stati in ginocchio fino all’elevazione del calice, corrisponde l’acclamazione – in canto o in recitazione – di tutto il popolo, secondo una delle tre formule previste. Queste ultime, interrompendo il flusso della preghiera eucaristica indirizzata al Padre, sono rivolte direttamente al Signore Gesù Cristo che, rinnovando il suo sacrificio di amore, si rende vivo e presente per mezzo dei segni sacramentali del pane e del vino.

    Il testo ispiratore è, in vario modo, la parola con cui l’apostolo Paolo commenta il racconto di ciò che Gesù fece «nella notte in cui veniva tradito»: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete il calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1Cor 11, 26).
    • La seconda acclamazione lo conserva alla lettera, anche se lo riscrive nella forma di una piccola professione di fede: «Ogni volta che mangiamo di questo Pane e beviamo a questo Calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta». Resta così in primo piano la comunione sacramentale, che comunica ai fedeli la redenzione operata da Cristo nella sua morte di croce e mette in relazione il «già» del tempo della Chiesa con il «non ancora» della venuta di Cristo alla fine dei tempi.
    • La prima acclamazione, sempre nella forma di una piccola professione di fede, è allo stesso tempo più concisa e più sviluppata del testo paolino: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Se infatti, da un lato, resta sottinteso il riferimento alla comunione sacramentale, dall’altro, la partecipazione alla redenzione di Cristo, operata dal rito eucaristico, è evocata oltre che con l’annuncio della sua morte, anche con la proclamazione della sua risurrezione. Tutto il mistero pasquale, morte e risurrezione, si rinnova per noi nel rito eucaristico.
    • Più simile a un’invocazione, è infine la terza acclamazione, che si discosta maggiormente dalle parole di s. Paolo: «Tu, ci hai redento con la tua croce e la tua risurrezione, salvaci, o Salvatore del mondo». A Gesù, il Salvatore del mondo, si chiede di continuare a salvare qui e ora, per il tramite del sacramento dell’eucaristia, coloro che una volta per sempre egli ha redento con la sua morte di croce e con la sua risurrezione dai morti.

    Tranne casi particolari, come, nel rito ambrosiano, nelle preghiere eucaristiche I, V ambrosiana e VI ambrosiana dove è d’obbligo la terza formula, l’assemblea dei fedeli potrà usare una delle tre formule a scelta.
    La voce guida e, quando l’acclamazione è eseguita in canto, l’intonazione dell’organo, suggeriranno di volta in volta la formula da usare. È bene che tutte e tre vengano usate alternativamente nel corso dell’anno, sia in rapporto alle diverse preghiere eucaristiche, sia in relazione con i tempi e i giorni liturgici. La loro memorizzazione costituirà un patrimonio di fede e di preghiera adatto a tutti, piccoli e grandi, e favorirà quella piena partecipazione al rito eucaristico auspicata dalla riforma liturgica.

    Bene sarebbe anche che tutti si alzassero in piedi al «Mistero della fede». Sarà il segno espressivo di una comunità unita e concorde, nella liturgia come nella vita.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    L'acclamazione "Mistero della Fede" (monizione da leggere)

    Dopo il Santo, il secondo intervento dell’assemblea nella preghiera eucaristica è costituito dall’acclamazione che segue il «Mistero della fede» del sacerdote.

    Nei tre testi a scelta previsti dall’ultima riforma liturgica, in forme diverse, i fedeli dichiarano che l’eucaristia è la memoria efficace della Pasqua del Signore (la sua morte di croce e la sua risurrezione) che attiva in noi l’attesa della ultima e definitiva venuta.

    La terza acclamazione esplicita inoltre la richiesta che la redenzione operata da Cristo dispieghi nell’oggi della Chiesa il suo dono di salvezza.

    È bene che i fedeli siano educati a usare tutte e tre le acclamazioni e che le sappiano anche eseguire in canto.

    È bene infine che esse siano cantate o recitate stando in piedi, dopo essere stati in ginocchio in adorazione durante le parole della consacrazione del pane e del vino.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  4. #33
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,166
    Ringraziato
    1013
    11 marzo 2018

    L’Amen finale sigilla la partecipazione dei fedeli al rito

    Un atto di fede nel sacramento dell’eucaristia e insieme un atto di adorazione rivolto a Gesù.


    L’ultimo intervento dell’assemblea nella preghiera eucaristica è l’amen conclusivo, una sorta di firma con cui i fedeli sottoscrivono le parole che il sacerdote ha rivolto a Dio Padre, e un sigillo, che marchia a fuoco la loro partecipazione al rito eucaristico disponendoli a ricevere con fede la comunione.

    Il termine, di matrice ebraica, non fu tradotto né nel passaggio al greco e al latino, né in quello alle diverse lingue volgari voluto dall’ultima riforma liturgica, ma si mantenne sempre conforme all’originale, «non per nasconderne il senso – scriveva Sant’Agostino – ma per evitare di impoverirlo».

    In italiano amen può anche essere reso con l’espressione «così è / così sia», purché la si intenda come una solenne professione di fede, al tempo stesso comunitaria e personale: «Crediamo (credo) con tutta la mente, il cuore e le forze che così è e così sarà; abbiamo (ho) la certezza che quello che è stato detto si compie qui adesso e continuerà a compiersi in futuro; riconosciamo (riconosco) la piena verità del mistero che le parole del sacerdote hanno annunciato».

    L’amen, come acclamazione liturgica di un popolo di credenti, è ben attestato nell’Antico Testamento, specialmente a conclusione dei diversi libri che compongono il salterio, dopo la formula di benedizione: «Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Amen. Amen» (Sal 41, 14); «Benedetto il Signore Dio d’Israele: egli solo compie meraviglie. E benedetto il suo nome glorioso per sempre: della sua gloria sia piena tutta la terra. Amen. Amen» (Sal 72, 18-19); «Benedetto il Signore in eterno. Amen. Amen» (Sal 89, 53); «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre. Tutto il popolo dica “Amen”. Alleluia» (Sal 106, 48).

    L’uso liturgico dell’amen prosegue nel Nuovo Testamento, con alcune sue specifiche caratteristiche: – Gesù, che è il «sì» della fedeltà di Dio all’uomo e della fedeltà dell’uomo a Dio, è colui per mezzo del quale «sale a Dio il nostro amen» (2Cr 1, 20); – Gesù non è solo il mediatore del nostro amen, ma è l’Amen in persona, il «Testimone degno di fede e veritiero» (Ap 3, 14), colui che, essendo la Verità fatta carne (cf Gv 14, 6), adempie per sempre le promesse del Padre; – a Gesù, «colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue», è rivolto, insieme al Padre, il nostro amen, che ne proclama «la gloria e la potenza nei secoli dei secoli» (Ap 1, 6); – all’amen, che oggi sale dalla terra al cielo (l’amen della Chiesa in cammino nel tempo), corrisponderà l’amen di coloro che «nei secoli dei secoli» staranno davanti «a Colui che siede sul trono e all’Agnello» per tributare «lode, onore, gloria e potenza» senza fine (Ap 5, 14).

    Ammaestrata dalla Sacra Scrittura, la Chiesa ha voluto incrementare l’uso dell’amen da parte dei fedeli, affidando a questa parola il compito di contrassegnare alcuni dei momenti più significativi della liturgia cristiana, tra i quali spicca la preghiera eucaristica. Fin dall’antichità infatti l’assemblea dei fedeli chiudeva la dossologia trinitaria con cui terminava la preghiera eucaristica («Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli») con il canto o la recita dell’amen.

    Di questo amen si possono mettere in luce diversi aspetti:
    • manifesta la dignità sacerdotale dei fedeli che, resi partecipi della mediazione sacerdotale di Cristo e animati dallo Spirito Santo, glorificano Dio Padre per il mistero santo dell’eucaristia;
    • è un atto di fede nel sacramento dell’eucaristia, per mezzo del quale possiamo accedere alla salvezza che Cristo ha operato una volta per sempre sull’altare della croce;
    • è un atto di adorazione di Gesù Cristo, l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero che ci invita alla comunione con lui per vivere di lui e della sua parola;
    • è il preannuncio della futura liturgia celeste, quando contempleremo eternamente il volto di Dio e – come scriveva Sant’Agostino – «sarà con commozione ben superiore e indicibile che potremo dire: amen».

    La ricchezza dei contenuti spirituali appena ricordati potrà essere colta più facilmente da tutti i partecipanti al rito liturgico anche grazie al modo con cui questo amen verrà eseguito. Prendendo a prestito l’immagine usata da San Girolamo, esso dovrebbe risuonare al cuore della santa messa come un «rombo di tuono» capace di scuotere l’edificio di culto. Ciò potrà avvenire se tutta l’assemblea, stando in piedi e accompagnata dall’organo, lo eseguirà in canto, ripetendo più volte l’amen della fede in un crescendo espressivo e sonoro.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    L'Amen finale (monizione da leggere)

    L’ultimo intervento dell’assemblea nella preghiera eucaristica è l’amen conclusivo.

    Questa parola ebraica, attestata in tutta la Sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, è messa sulle labbra dei fedeli perché possano manifestare la loro adesione di fede alle parole del sacerdote e all’opera di Dio evocata in quelle parole.

    Nel caso specifico, l’amen che chiude la preghiera eucaristica, è da considerarsi un atto di fede nel sacramento dell’eucaristia e un atto di adorazione rivolto a Gesù, l’Amen di Dio, che anticipa sulla terra l’amen cantato nella liturgia celeste.

    Ecco perché la sua esecuzione in canto da parte di tutto il popolo di Dio è da considerarsi la sua migliore modalità celebrativa.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  5. Il seguente utente ringrazia Ambrosiano per questo messaggio:

    Gerensis (09-03-2018)

  6. #34

  7. #35
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,166
    Ringraziato
    1013
    15 aprile 2018

    Il “Gloria”, testo da cantare in modo corale

    I grandi testi della preghiera dell’assemblea al centro dell’ultimo ciclo per completare la formazione sulla Messa.

    Nella liturgia eucaristica festiva il primo grande testo affidato all’assemblea è il Gloria che, come si legge nelle premesse al Messale, «è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata dallo Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello».
    Inizialmente intonato solo dal vescovo a Natale, entrò progressivamente in tutte le Messe festive (domeniche, solennità e feste), a eccezione delle domeniche di Avvento e di Quaresima. Il suo inserimento nella parte iniziale della Messa, subito dopo l’atto penitenziale, se da una parte segna un forte cambio di registro – dal pentimento e dall’invocazione di perdono alla lode esultante (noi ti lodiamo, ti benediciamo…) -, dall’altra evidenzia una volontà di riprendere quanto precede con la riproposizione, nella sua parte centrale, di una reiterata supplica penitenziale (abbi pietà; accogli la nostra supplica).

    L’inno si apre con le parole con le quali «una moltitudine dell’esercito celeste… lodava Dio», dopo che i pastori avevano ricevuto l’annuncio che a Betlemme, città di Davide, era nato «un Salvatore, che è il Cristo Signore» (cfr. Lc 2, 8-14): «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà». Queste parole, che possiamo intendere come un duplice augurio rivolto a Dio e agli uomini, nella loro stringatezza evocano il duplice fine della redenzione che, realizzata una volta per sempre da Cristo sulla croce, per mezzo del sacramento dell’eucaristia raggiunge l’umanità di ogni tempo e di ogni luogo: dare culto a Dio con le labbra, il cuore e la vita (gloria a Dio); santificare l’uomo, riconciliandolo con Dio e i fratelli (pace in terra).

    Al duplice augurio iniziale corrispondono, nella parte centrale del Gloria, due distinte formule di preghiera che, prese insieme, paiono ispirarsi ad Ap 5, 13 («A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli»). Colui che siede sul trono diventa nel nostro inno il «Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente»; l’Agnello è la sintesi del «Signore, Figlio unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre».

    Quando si rivolgono al Padre, i fedeli in modo corale (noi) lo lodano, lo benedicono, lo adorano, lo glorificano e gli rendono grazie per la sua «gloria immensa».
    Nei cinque verbi usati è racchiusa tutta la limitata capacità dell’uomo di esaltare la gloria di Dio, che è immensa, riparando in certo modo a quanti «pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio» (Rm 1, 21) o «hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili» (Rm 1, 23).
    Qui però il termine «gloria», dalle profonde e complesse radici bibliche, non mette in causa solo la rivelazione che Dio fa di se stesso nella creazione, ma va a toccare più profondamente il suo rivelarsi nella storia di Israele e, soprattutto e definitivamente, nella storia di Gesù (incarnazione, vita nascosta a Nàzaret, vita pubblica, passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo). L’immensità della gloria divina risplende infatti sul volto di Cristo (cfr. Gv 1, 14), specialmente nell’ora della croce (cfr. Gv 17, 1).

    Quando invece si rivolge a Gesù Cristo, l’Agnello di Dio, confessato «Signore Dio» e «Figlio unigenito del Padre», il coro dei fedeli passa dalla lode alla supplica per implorare misericordia e perdono: «Tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi». Ma, mentre nelle prime due invocazioni, viene ripresa quasi alla lettera la definizione di Gesù data dal Battista sulle rive del Giordano («Ecco, l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» – Gv 1, 29), nella terza la grazia del perdono è invocata da Colui che siede alla destra del Padre dopo i giorni della passione sofferta per la salvezza del mondo.

    Si ha così l’aggancio per la parte conclusiva che, introdotta da un «perché» causale, si rivolge ancora a Gesù Cristo per esaltare la sua essenza divina («tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo») nella comunione trinitaria («con lo Spirito Santo nella gloria di Dio Padre»). Così all’iniziale «Gloria a Dio» corrisponde, in una sorta di inclusione, il finale «nella gloria di Dio Padre».
    L’inno angelico termina con l’amen, che tutto conferma e tutto ratifica.

    Il Gloria è, per sua natura, un testo da cantare e la grande tradizione musicale che arriva fino a noi ne è una prova eloquente. Il soggetto adeguato di quest’esecuzione è l’intera assemblea celebrante.
    Ne consegue che il canto del Gloria, sia in latino, sia in italiano, deve far parte di diritto del repertorio base di una comunità.
    Per una buona esecuzione il dialogo assemblea-schola è più che opportuno, data l’ampiezza del testo. In certe occasioni, l’esecuzione può essere affidata alla sola schola, purché la schola abbia la consapevolezza di essere parte viva dell’assemblea dei fedeli.
    Anche l’ascolto che si fa preghiera è vera esperienza di partecipazione liturgica.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    Il canto del Gloria (monizione da leggere)

    La monizione per tutte le Messe Nella liturgia eucaristica festiva il primo grande testo affidato all’assemblea è il Gloria che, come si legge nelle premesse al Messale, «è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata dallo Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello».

    Aperto dalle parole cantate dagli angeli alla nascita di Gesù, si sviluppa in due formule di preghiera, la prima rivolta al Padre, la seconda al Figlio.
    Nella prima si rincorrono i verbi della lode e dell’adorazione per esaltare l’immensa gloria di Dio.
    Nella seconda prevalgono i verbi dell’invocazione e della supplica per chiedere a Gesù Cristo, l’Agnello di Dio e il risorto alla destra del Padre, la grazia del perdono.
    L’inno degli angeli termina con l’adorazione della divinità di Gesù Cristo, il Santo, il Signore e l’Altissimo, nella comunione trinitaria. Il Gloria è, per sua natura, un testo da cantare.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  8. #36
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,166
    Ringraziato
    1013
    22 aprile 2018

    Il “Credo” professa la regola della fede

    Nel rito romano è anzitutto il punto di arrivo dell’ascolto della Parola, in quello ambrosiano è primariamente la porta di accesso al mistero eucaristico.

    Il secondo grande testo, che nella celebrazione eucaristica è affidato all’assemblea, è il Credo «con il quale i fedeli – come si legge nelle premesse al Messale – esprimono la loro unica fede nella santissima Trinità».
    La sua forma principale, e unica fino a epoca recente, è detta Simbolo niceno-costantinopolitano, perché rispecchia in buona sostanza quanto approvato nei concili ecumenici di Nicea (325 d. C.) e di Costantinopoli (381 d.C.), sulla base di un testo antecedente largamente condiviso (il credo battesimale di Gerusalemme).
    Oggi, in alcune specifiche circostanze, come le domeniche di Quaresima o il sabato in traditione Symboli, è possibile utilizzare anche il cosiddetto Simbolo degli Apostoli, più antico, breve e conciso e con «una funzione marcatamente battesimale».
    In questa scheda faremo costante riferimento al Simbolo niceno-costantinopolitano, ma alcune osservazioni sul suo uso liturgico valgono allo stesso modo per il Simbolo degli Apostoli.

    Poiché nella liturgia dei primi secoli la professione di fede era strettamente associata al rito del battesimo, e l’apprendimento del Simbolo avveniva nell’ultimo tratto della preparazione al battesimo, il Credo entrò nella messa festiva solo più tardi e a poco a poco: a Costantinopoli, all’inizio del sec. VI; in Spagna, alla fine del sec. VI; in Gallia, all’epoca di Carlo Magno; a Milano, forse già nel sec. IX; a Roma, solo all’inizio del sec. XI.
    In occidente poi il testo originario si arricchì dell’affermazione che lo Spirito Santo «procede» oltre che «dal Padre» anche «dal Figlio» (Filioque), e questo creò la premessa per una lacerazione tra Oriente e Occidente che permane fino a oggi.

    Anche la sua collocazione nella messa ha conosciuto nella storia differenze significative come emerge ancora oggi dal confronto tra il rito romano e il rito ambrosiano.
    Infatti, mentre nella liturgia romana il Credo è proclamato al termine dell’omelia, dopo aver ascoltato la parola di Dio e il suo commento, perché «la fede viene dall’ascolto» (Rm 10, 17), nella liturgia ambrosiana, in questo più vicina all’uso orientale, il Credo sta tra la presentazione dei doni e l’orazione sulle offerte, alle soglie della preghiera eucaristica, «quasi a significare – come scriveva l’arcivescovo Giovanni Colombo nel piano pastorale 1978/79 – che l’adesione dello spirito credente alle tre Persone divine, che si sono manifestate nella storia della salvezza, è la preparazione più alta e più necessaria a entrare nel cuore del mistero eucaristico, cui si partecipa».
    Detto in altro modo: la «regola della fede» professata nel Credo, per gli uni (i romani) è, anzitutto, il punto di arrivo dell’ascolto della Parola, mentre per gli altri (gli ambrosiani) è, primariamente, la porta di accesso al mistero eucaristico.
    Di fatto, queste due prospettive, pur con i loro rispettivi accenti, si completano, si illuminano e si arricchiscono vicendevolmente.

    La parola Credo, ripetuta quattro volte, scandisce il testo del Simbolo in quattro sezioni: nelle prime tre il fedele professa la sua fede nelle tre Persone della Trinità, che sono l’unico Dio (credo in un solo Dio, Padre onnipotente; credo in un solo Signore, Gesù Cristo; credo nello Spirito Santo); nell’ultima, professa la Chiesa (credo la Chiesa) nelle sue caratteristiche essenziali (l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità), nel suo fondamento battesimale e nella sua speranza escatologica.

    La parte più sviluppata è la seconda, quella relativa a «Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio», prima contemplato nella sostanziale condivisione della divinità del Padre, così come il concilio di Nicea aveva chiarito («generato, non creato, della stessa sostanza del Padre»), e poi narrato nei misteri della sua vita terrena e celeste: l’incarnazione «nel seno della vergine Maria», la crocifissione, la morte e la sepoltura, la risurrezione e l’ascensione al cielo, la sua seconda venuta nella gloria come giudice dei vivi e dei morti.
    In questa sezione tutti devono accompagnare le parole «e per opera dello Spirito Santo… si è fatto uomo», con l’inchino o, alla VI domenica di Avvento, a Natale e all’Annunciazione (25 marzo), con la genuflessione. Sono queste due posture del corpo necessarie a sottolineare il punto capitale della fede cristiana, perché nella carne assunta dal Verbo noi abbiamo «corporalmente – come scrive l’apostolo Paolo – tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Per il resto si sta in piedi.

    Ciascuno parla in prima persona (io credo), ma la recitazione comune ne fa un atto profondamente corale ed ecclesiale. Naturalmente occorrerà aver cura di andare insieme così che l’amalgama delle voci manifesti la fusione delle menti e dei cuori.
    L’impegno a eseguirlo in canto è meno stringente che per il Gloria, ma è comunque una buona cosa che ogni comunità sappia cantare anche il Credo, sia in latino che in italiano, nella sua totalità o almeno nei suoi passaggi fondamentali (i quattro «credo»).
    Un bel risalto va dato infine all’Amen finale, che ben riassume tutta la precedente professione di fede.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    Il Credo (monizione da leggere)

    Il secondo grande testo, che nella celebrazione eucaristica è affidato all’assemblea, è il Credo «con il quale i fedeli... esprimono la loro unica fede nella santissima Trinità».

    La sua collocazione nel rito romano e nel rito ambrosiano esprime due punti di vista complementari: dopo l’omelia per sottolineare il fatto che – come scrive san Paolo – «la fede viene dall’ascolto»; dopo la presentazione dei doni, alle soglie della preghiera eucaristica, per preparare i fedeli a entrare nel cuore del mistero eucaristico.

    Strutturato in quattro parti, ciascuna delle quali introdotta dal verbo «credere» alla prima persona singolare, passa dapprima in rassegna le tre Persone della santissima Trinità, con il rilievo maggiore dato a «Gesù Cristo unigenito Figlio di Dio», per concludere sulla Chiesa.

    Lo si recita o canta stando in piedi, ma alle parole relative al mistero dell’incarnazione si fa l’inchino o, quando è prescritto, ci si inginocchia chiamando anche il corpo a partecipare alla professione della fede fatta con le labbra e nel cuore.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  9. Il seguente utente ringrazia Ambrosiano per questo messaggio:

    Gerensis (16-05-2018)

  10. #37
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
    Data Registrazione
    May 2006
    Località
    Milano
    Messaggi
    10,166
    Ringraziato
    1013
    29 aprile 2018

    Il “Padre Nostro”, la preghiera insegnata da Gesù (scheda)

    La sua recitazione comporta tre sequenze rituali: l’invito alla preghiera; la formulazione, detta o cantata; l’embolismo con cui il sacerdote riprende e sviluppa l’ultima domanda, concluso dai fedeli con l'acclamazione «Tuo è il regno»


    Il Padre nostro è la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli.

    I Vangeli ne offrono due recensioni: una, più breve, secondo Luca (cfr. Lc 11, 2-4); l’altra, più lunga, secondo Matteo (cfr. Mt 6, 9-13). Quest’ultima, insegnata ai catecumeni durante la preparazione al battesimo, entrò ben presto nella messa collocata tra i riti preparatori alla comunione: immediatamente dopo la conclusione della preghiera eucaristica nel Rito romano; a seguito della frazione del pane e del corrispettivo canto allo spezzare del pane nel Rito ambrosiano.
    In entrambi i casi questa collocazione instaura uno stretto collegamento tra la «preghiera del Signore» con le sue molteplici richieste e la comunione sacramentale, nella quale i fedeli ricevono in dono ciò che chiedono e vengono resi capaci di attuare quello che implorano. In particolare, come ricordano le Premesse al Messale, «si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane eucaristico e si implora la purificazione dei peccati, così che realmente “i santi doni vengano dati ai santi”».

    La recitazione del Padre nostro nella Messa comporta tre distinte sequenze rituali: 1) L’invito alla preghiera; 2) Il testo pregato insieme dal sacerdote e dai fedeli; 3) l’embolismo «Liberaci, o Signore», concluso dall’acclamazione «Tuo è il regno».
    Le tre sequenze, o la sola preghiera del Padre nostro, specialmente nelle messe festive, possono essere eseguite anche in canto.

    1. L’invito alla preghiera comporta una breve monizione del sacerdote, per la quale ci sono diverse formule, da usarsi alla lettera o in modo più libero (con queste parole o altre simili).
      Il testo tradizionale, l’unico previsto fino alla recente riforma liturgica, rimarca il fatto che la recita del Padre nostro è un atto di obbedienza e un coraggioso ardimento. L’obbedienza, nella fede e nell’amore, è dovuta a Gesù Cristo (obbedienti alla parola del Salvatore), che con il suo «divino insegnamento» ha formato i discepoli alla preghiera dei figli.
      Il coraggioso ardimento (osiamo dire) è condizione necessaria per chiamare Dio con il nome di «Padre», figli nel Figlio Gesù e fratelli tra noi. Si può osare una preghiera filiale perché ce lo ha comandato lo stesso Figlio, perché Gesù prega per noi, con noi e in noi e perché lo Spirito Santo, che è lo Spirito del Padre e del Figlio, grida nei nostri cuori «Abbà! Padre!» (Rm 8, 15. Gal 4, 6).
      È ciò che viene esplicitato nelle nuove monizioni le quali, se da un lato insistono sul fatto che il Padre nostro è la «preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato», dall’altro mettono in luce come sia sempre lo Spirito di Gesù a guidare nella preghiera.
    2. Nell’avvio della «preghiera del Signore» troviamo due caratteristiche essenziali della preghiera cristiana: è rivolta a Dio Padre (.. che sei nei cieli); è formulata con il noi della comunione dei figli, resi partecipi della singolare figliolanza di Gesù Cristo (Padre nostro).
      La paternità divina ha un valore specifico (Dio è Padre di coloro che hanno creduto nel Figlio Gesù), che si apre a un valore universale (Dio è Padre di tutti gli uomini, sue creature).
      Nella sua valenza specifica il Padre nostro è la preghiera dei battezzati, i quali mediante il lavacro della rigenerazione sono diventati figli di Dio «per adozione». Universalmente parlando, è la preghiera di tutti gli uomini che riconoscono in Dio la propria origine.
      Nella prima parte del Padre nostro l’attenzione va alla glorificazione di Dio Padre (sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra);
      nella seconda parte vengono in primo piano le esigenze materiali e spirituali dei credenti o, più genericamente, degli uomini che riconoscono in Dio la radice del loro essere (dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male).
      Di recente, si è discusso sul rischio di fraintendere l’espressione «e non ci indurre in tentazione». Chiarito che, nel suo significato autentico, queste parole non contraddicono l’annuncio evangelico della bontà di Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2, 4), al momento si deve continuare a recitare il testo nella forma prescritta, attendendo le future indicazioni del magistero.
      I fedeli recitano il Padre nostro stando in piedi e, almeno per gli ambrosiani, «a braccia allargate». In piedi si manifesta la dignità dei figli, morti al peccato e risorti a vita nuova mediante il battesimo. Nelle braccia allargate, con le palme delle mani rivolte al cielo, è espressa la tensione verticale di tutta la preghiera e, secondo alcuni antichi scrittori, è raffigurato il suo dinamismo trinitario (per mezzo di Cristo nell’unità dello Spirito Santo).
      La norma liturgica non contempla invece le mani strette ad altre mani per sottolineare l’unità dei figli tra loro.
    3. Con l’embolismo (Liberaci, o Signore…) il sacerdote riprende e sviluppa l’ultima domanda del Padre nostro, chiedendo, nel tempo che ci separa dal ritorno di Gesù Cristo nostro salvatore, la liberazione «da tutti i mali», fisici psichici e spirituali, e la sicurezza «da ogni turbamento».
      I fedeli confermano le parole del sacerdote con un’acclamazione dal forte valore ecumenico (Tuo è il regno, tua è la potenza e la gloria nei secoli), che era già in uso nel I secolo dell’era cristiana.


    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
    -----

    Il PADRE NOSTRO (monizione da leggere)

    Il terzo grande testo affidato a tutta l’assemblea è la preghiera del Padre nostro, nella versione lunga attestata dall’evangelista Matteo.
    La si trova tra i riti preparatori alla comunione, subito dopo la conclusione della preghiera eucaristica nel Rito romano e a seguito della frazione del pane e del corrispettivo canto allo spezzare del pane nel Rito ambrosiano.

    La sua recitazione comporta tre distinte sequenze rituali:
    • L’invito alla preghiera, nel quale si evidenzia l’obbedienza all’insegnamento divino di Gesù e l’ardimento di chiamare Dio con il nome di Padre;
    • la formulazione, in recitativo o in canto, sacerdote e fedeli insieme, del testo della preghiera;
    • l’embolismo con il quale il sacerdote riprende e sviluppa l’ultima domanda del Padre nostro (Liberaci, o Signore), che viene concluso dai fedeli con l’acclamazione antichissima ed ecumenica «Tuo è il regno».


    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •