Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Mistagogia della Messa - Il significato liturgico dei riti e dei vari momenti

  1. #1
    Campione di Passaparola di Cattolici Romani L'avatar di Gerensis
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    Mistagogia della Messa - Il significato liturgico dei riti e dei vari momenti

    PREMESSA del Moderatore

    Apro questa nuova discussione in seguito all'interessante fuori tema che si è avuto nel thread sugli abusi liturgici riguardante il significato della formula di congedo della liturgia romana: "Ite Missa est".
    Ho trasferito qui questi post e li trovate di seguito.

    Mi sono accorto che nel forum non esisteva una discussione dedicata all'analisi del significato liturgico dei vari momenti della Messa.
    Questa discussione vuole quindi riempire questa lacuna.

    Gli interventi dovrebbero essere dunque dedicati a chiedere ed a dare spiegazioni sul significato liturgico delle varie parti della Messa.

    L'aspetto rituale dovrebbe qui essere alquanto marginale, limitato all'indispensabile per argomentare o sottolineare le spiegazioni di cui sopra.
    Ciò significa che la discussione non è riservata al rito romano, ma è necessariamente aperta anche ad altri riti: spesso l'analisi delle differenze con cui i vari riti hanno articolato la ritualità di quel momento della Messa può dare una chiave di lettura più ampia del suo significato liturgico originario.

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    Citazione Originariamente Scritto da Teofilo89 Visualizza Messaggio
    Domanda che si ricollega a quella sopra. Ma al momento della distribuzione dell'eucaristia, per sottolineare il loro ruolo, è possibile inviare i Ministri straordinari con la teca ai malati e a chi non si può muovere? Cioè, è possibile farli uscire di chiesa davanti a tutti (e aspettarsi di non vederli tornare a fine celebrazione)?
    Non so rispondere e credo che sia una questione piuttosto dibattuta.
    All'invio della comunione ai malati, qualcuno fa risalire anche l'origine della parola Messa.
    Ite. (Eucharistia) missa est: così, stando ad alcune ipotesi, il vescovo terminava la celebrazione, indicando la dipartita dei diaconi (o dei presbiteri) con il Sacramento per gli infermi o per le altre chiese (probabilmente era un'usanza romana, o comunque propria delle cattedrali).
    Ultima modifica di Ambrosiano; 01-05-2017 alle 12:35 Motivo: Il titolo è stato modificato per chiarire meglio l'obiettivo di questa discussione.

  2. #2
    Campione di Passaparola di Cattolici Romani L'avatar di Gerensis
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    Citazione Originariamente Scritto da UbiDeusIbiPax Visualizza Messaggio
    A quanto pare filologicamente non ha fondamento questa tesi, almeno secondo Scientia liturgica, il manuale di liturgia del Pontificio Istituto Liturgico di Roma, parte del Pontificio Ateneo Sant'Anselmo.


    Così almeno sostiene padre Rinaldo Falsini S.S.P., su Vita Pastorale, il mensile per operatori pastorali delle Edizioni San Paolo http://www.stpauls.it/vita06/0410vp/0410vp10.htm
    Nell'articolo che hai citato, p. Falsini non contesta l'uso di Missa nel senso dell'ipotesi che avevo accennato io, ma nel significato di missione (che pare sia ad attribuire più all'assonanza tra missa e missio che a un'autentica ricerca filologica).
    Nel libro che raccoglie gli ultimi scritti del liturgista (Celebrare e vivere il Mistero Eucaristico, EDB, Bologna 2009), l'ipotesi che ho riportato viene trattata, sia pure sommariamente, come una di quelle più accreditate; l'altra, quella che Falsini fa propria, e spiega dettagliatamente, è che missa significhi invio, congedo.
    Riassumendo, queste sono le tre ipotesi:
    1. Missa (sostantivo) = missione
    2. Missa (sostantivo) = congedo, invio
    3. Missa (verbo, participio passato) = mandata, inviata.
    Per sua stessa ammissione, comunque, la questione è ben lungi dall'essere chiusa (e, per quanto interessante, qui è anche un po' off topic ).

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Gerensis Visualizza Messaggio
    Nell'articolo che hai citato, p. Falsini non contesta l'uso di Missa nel senso dell'ipotesi che avevo accennato io, ma nel significato di missione (che pare sia ad attribuire più all'assonanza tra missa e missio che a un'autentica ricerca filologica).
    Nel libro che raccoglie gli ultimi scritti del liturgista (Celebrare e vivere il Mistero Eucaristico, EDB, Bologna 2009), l'ipotesi che ho riportato viene trattata, sia pure sommariamente, come una di quelle più accreditate; l'altra, quella che Falsini fa propria, e spiega dettagliatamente, è che missa significhi invio, congedo.
    Riassumendo, queste sono le tre ipotesi:
    1. Missa (sostantivo) = missione
    2. Missa (sostantivo) = congedo, invio
    3. Missa (verbo, participio passato) = mandata, inviata.
    Per sua stessa ammissione, comunque, la questione è ben lungi dall'essere chiusa (e, per quanto interessante, qui è anche un po' off topic ).
    C'è anche l'ipotesi di Giovanni Garbini nel suo libro "Dio della terra, Dio del cielo" per il quale i significato potrebbe essere: ite, (hostia) missa est, “(la vittima) è stata offerta”, cioè “il sacrificio è finito”.
    Matias Augè nel 2011 aveva riportato nel blog "Liturgia Opus Trinitatis" le righe del libro che trattano dell'argomento; il blog però è stato purtroppo chiuso nel 2016, per cui ora (2017) riporto direttamente qui le interessanti considerazioni di Giovanni Garbini:

    […] Molto si è discusso, com’è noto, sull’origine della parola “messa”; l’opinione attualmente più accreditata la fa giustamente derivare dall’espressione latina missa est, intesa come una forma verbale passiva del verbo mittere “mandare”. Quello che è incerto è il soggetto del verbo, anche se in genere si è propensi a ritenere che la frase ite, missa est, con la quale termina il rito cristiano, volesse in origine indicare che l’eucaristia era stata mandata, per mezzo dei diaconi, ai fedeli ammalati e pertanto impossibilitati a partecipare alla cerimonia comune.
    Tale interpretazione appare abbastanza soddisfacente sul piano puramente linguistico, ma lo è un po’ meno se si considera l’aspetto religioso del rito. E’ infatti evidente che l’invio dell’eucaristia ai fedeli lontani resta un episodio del tutto marginale e incidentale rispetto allo svolgimento del rito stesso (potevano ben darsi dei casi in cui non vi fossero malati a cui mandare l’eucaristia), sì che desta una certa perplessità vedere una cerimonia religiosa importante come il sacrificio cristiano terminare liturgicamente con una comunicazione di carattere piuttosto banale e, tutto sommato, di nessuna importanza per i fedeli presenti.
    Le parole ite, missa est acquisterebbero ben altro significato se esse volessero indicare la fine della cerimonia stessa: ite, (hostia) missa est, “(la vittima) è stata offerta”, cioè “il sacrificio è finito”.
    Questa interpretazione della formula cristiana non soltanto appare più consona alla gravità della cerimonia compiuta, ma troverebbe anche una spiegazione linguistica pienamente soddisfacente.
    Gli studiosi che finora si sono rivolti a tale questione sono stati attratti dalla singolarità dell’espressione che non trova riscontro nella terminologia liturgica latina o greca; nessuno di loro poteva però immaginare che tale espressione corrisponde esattamente alla terminologia punica: missa est non è altro, infatti, che la traduzione latina della parola molk “quod missum est”. La stessa mancanza del soggetto latino sottolinea l’affinità del missa est con il punico molk: perché mentre in latino il verbo mittere ha un significato generico, che solo nell’accezione liturgica cristiana acquista una connotazione religiosa, nel punico la forma causativa ylk costituisce di per se stessa un termine tecnico del linguaggio religioso; sì che, se volessimo rendere in italiano non il significato letterale, bensì il reale valore semantico delle espressioni molk e missa est, dovremmo dire “il sacrificio è stato compiuto” […].
    PS: Comunque nell'articolo citato di Falsini, l'ultima frase è da incorniciare.
    Ultima modifica di Ambrosiano; 01-05-2017 alle 14:41 Motivo: Inserita direttamente la citazione del libro di Gardini

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Ambrosiano Visualizza Messaggio
    PS: Comunque nell'articolo citato di Falsini, l'ultima frase è da incorniciare.
    Opinione disinteressata .

  5. #5
    Campione di Passaparola di Cattolici Romani L'avatar di Gerensis
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    Aggiungo altri due significati della parola Messa, uno più specificamente liturgico, l'altro sconfina anche nell'ambito artistico.
    Nessuno dei due ha relazione con l'etimologia della parola.

    1. Messa indica l'insieme delle antifone e delle orazioni (il cosiddetto Proprio, perché cambia a seconda dei giorni e delle circostanze) di ogni celebrazione eucaristica; di solito, si specifica il proprio che si usa con le prime parole dell'antifona d'ingresso (per esempio, la Messa del giorno di Pasqua si chiama Messa Resurrexi).

    2. Messa è anche la raccolta dei canti dell'Ordinario (che ricorrono cioè in tutte le celebrazioni eucaristiche: Kyrie, Gloria, Sanctus, Agnus Dei; alcune messe hanno anche il Credo, altre mancano del Gloria) o del Proprio (vedi sopra - ad esempio, la Messa da Requiem); appartengono a questa definizione le messe in canto gregoriano (es. De Angelis, Cum jubilo) o polifoniche (es. Pape Marcelli, Requiem di Verdi), ma anche composizioni in lingua vernacola (la Messa Vaticano II di Luigi Picchi).

  6. #6
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    "Partecipare all'Eucarestia", cuore della Domenica


    In questo anno pastorale la Diocesi Ambrosiana, su invito dell’Arcivescovo, intende avviare un processo che consenta un progressivo approfondimento del senso liturgico, con particolare attenzione alla Messa domenicale.
    Vorremmo aiutarci a vivere sempre meglio l’Eucaristia che celebriamo nel giorno del Signore, per renderla sempre più il cuore della vita della Chiesa e del cammino spirituale di ciascuno. Sappiamo bene che la partecipazione piena, attiva e consapevole alla celebrazione dell’Eucaristia domenicale è frutto di una disposizione interiore che va coltivata personalmente e comunitariamente.
    Ognuno che decide di venire alla Messa domenicale merita il più vivo apprezzamento: occorre però aiutarlo a «partecipare», vincendo il rischio dell’abitudine e della distrazione, ma anche facendo percepire il buon sapore del dono di Dio offerto nella celebrazione liturgica.

    L’opera dello Spirito santo, unico vero maestro interiore, trova adesione in noi quando ci lasciamo attrarre dalla bellezza e dalla grandezza di ciò che ogni domenica compiamo.
    E questo esige che sappiamo dare il giusto valore ai gesti e alle parole della liturgia.
    Con brevi interventi all’inizio delle Messe domenicali, inviteremo tutte le assemblee dei fedeli a valorizzare alcuni aspetti della celebrazione eucaristica. Piccole attenzioni che permetteranno di sviluppare insieme il senso liturgico, di rendere più intenso il clima della celebrazione e più autentica la partecipazione ma soprattutto più intenso e consolante l’incontro con il Signore.

    Mediteremo dunque i gesti più significativi della Celebrazione Eucaristica secondo questo programma:



    (da www.chiesadimilano.it)

    -----------------

    Domenica 22 febbraio 2015

    Il silenzio che precede la celebrazione (scheda)

    Varcare la soglia, il segno della croce, prendere posto, il silenzio esteriore ed interiore: questi gli atti il cui significato viene approfondito nella I domenica di Quaresima 2015


    L’ingresso in una chiesa per partecipare alla Messa domenicale è un gesto che chiede la massima cura e la più grande attenzione. Comporta infatti un passaggio dalla dispersione alla convocazione, dall’esteriorità all’interiorità, e necessita un significativo cambio di registro: dal feriale al festivo, dall’io ripiegato su se stesso all’io che si apre al noi della comunità, dal fare finalizzato al profitto al fare gratuito e aperto alla contemplazione, da uno sguardo tutto terreno e temporale a uno sguardo che si volge al divino e all’eterno.

    Il primo atto da compiere è quello di varcare una soglia. Il portale della chiesa ci introduce in uno spazio diverso, più intimo e raccolto, dove le nostre facoltà, fisiche, psichiche e spirituali possono aprirsi all’incontro con Dio insieme con i fratelli nella fede.

    Il secondo atto è il segno di croce con l’acqua benedetta, in ricordo del nostro battesimo. Il battesimo ci ha resi figli di Dio, fratelli in Cristo e membra vive della sua Chiesa. Non dobbiamo mai dimenticarci che possiamo partecipare all’Eucaristia, pregare il Padre e nutrirci del corpo di Cristo in forza della grazia battesimale.

    Il terzo atto è il prendere posto, attivando un clima di silenzio per favorire gesti e pensieri di adorazione, per accogliere il dono della salvezza e per imparare da Gesù l’amore operoso per ogni uomo.

    Riflettiamo un poco su questo silenzio di preparazione. Le nostre giornate sono spesso immerse nel frastuono: molte parole, molti suoni, molte immagini, molti rumori che rendono difficile il rientrare in se stessi per gustare tempi di quiete interiore, per meditare, riflettere e, soprattutto, pregare. Di conseguenza, anche quando entriamo in chiesa per partecipare alla Messa, rischiamo di portare in noi una certa dissipatezza. Dobbiamo allora decidere di fare silenzio, prima esteriormente e poi interiormente.

    Il silenzio esteriore è assenza di parole scambiate, ma anche di azioni inutili. Il corpo deve trovare una posizione di quiete e di raccoglimento e stare così almeno per un paio di minuti. Sarà perciò importante giungere prima che inizi la santa Messa. Sarà anche opportuno che tutti i preparativi attorno all’altare si fermino qualche minuto prima che inizi la celebrazione.

    Al silenzio esteriore deve accompagnarsi il silenzio interiore, cioè un animo che si raccoglie, che si pacifica, che si orienta all’incontro con Dio e con i fratelli nell’ascolto della Parola, nella preghiera e nella comunione. Il silenzio interiore è un’attività dello spirito che si dispiega in molti modi: l’attivazione di sentimenti di fede, di speranza e di amore nei confronti di Dio, e di comunione gioiosa e fraterna verso l’assemblea dei fedeli; la lettura pacata di un testo biblico, di un’orazione liturgica o di un canto; la rassegna di momenti vissuti nella settimana o di volti incontrati da affidare alla bontà di Dio e alla sua misericordia; la ripetizione di una preghiera conosciuta; la contemplazione di un’immagine sacra, ecc...

    Anche il silenzio ha bisogno di essere appreso con l’esercizio. Non spaventiamoci se dopo pochi secondi ci ritroviamo immersi da capo nelle nostre distrazioni. Con pazienza riportiamo la nostra attenzione su ciò che ci accingiamo a fare, sul Signore che ci attende, sulla comunità che ci accoglie. A poco a poco, provando e riprovando, impareremo a varcare la soglia, a vincere le nostre distrazioni e a disporci in modo vigile e pronto a celebrare il memoriale di Gesù, «morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo».

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    Il silenzio che precede la celebrazione (Monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    L’Eucaristia che celebriamo ogni domenica è il vertice e la fonte di tutta la vita della Chiesa. Essa è per noi il momento più importante di tutta la settimana, da vivere con l’intensità che merita. Esortati dal nostro Arcivescovo, vogliamo dunque aiutarci a celebrala sempre meglio. A questo scopo, saremo invitati in queste domeniche di Quaresima a valorizzare alcuni momenti o gesti dell’Eucaristia domenicale, con semplicità ma anche con impegno.

    Cominceremo con il silenzio, ed oggi ci soffermeremo sul silenzio che precede la celebrazione. Entrando in chiesa per la Messa domenicale, fa molto bene trovare un clima di raccoglimento, che certo può anche prevedere qualche prove di canto o qualche comunicazione discreta. Questo raccoglimento diventerà silenzio totale qualche istante prima che suoni la campana per l’inizio della celebrazione. È il silenzio che prepara la mente e il cuore di tutti, che ricorda l’importanza di quanto stiamo per fare, che dispone a ricevere con piena coscienza il grande dono della parola e della presenza del Signore. Se questo silenzio dell’inizio diventerà buona abitudine, produrrà senz’altro molto frutto.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 13-10-2016 alle 16:07

  7. #7
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    Domenica 1 marzo 2015

    Il silenzio dopo l’omelia (scheda)

    Un tempo di interiorizzazione necessario al fedele per fare proprio il dono della Parola appena ascoltata, anticipo di una riflessione più prolungata da compiere nella settimana: questo ciò che viene approfondito nella II domenica di Quaresima 2015


    La liturgia della Parola culmina nella proclamazione del Vangelo da parte del diacono o dello stesso sacerdote che presiede il rito eucaristico. Al Vangelo segue l’omelia, che ha il compito di aiutare i fedeli ad appropriarsi in modo vitale dell’annuncio fatto mediante le letture bibliche, favorendo in ogni modo l’opera dello Spirito Santo in noi, il nostro Maestro interiore.

    Da sola però, l’omelia, per quanto ben fatta, non produce un reale ascolto della Parola, una sua piena assimilazione orante e una sua messa in pratica nella vita quotidiana. Perché questo accada, alla predicazione deve accompagnarsi un tempo di silenzio di interiorizzazione, grazie al quale ciascun fedele possa fare proprio il dono della Parola, affidandosi alla sua potenza rinnovatrice.

    Ecco perché la norma liturgica raccomanda con forza che, al termine dell’omelia, venga lasciato «qualche momento di silenzio», un inizio e un anticipo di quel tempo più prolungato di riflessione e di preghiera che ciascun fedele dovrà impegnarsi a trovare nel corso della settimana per non perdere la grazia di quanto ha ascoltato la domenica.

    Tenendo conto del ritmo complessivo di una celebrazione, il silenzio dopo l’omelia è bene che si estenda per almeno uno o due minuti. È poco più di una breve pausa, ma sufficiente, se ben utilizzata, perché ciascun fedele, mentre è ancora seduto nella posizione del discepolo che ascolta, dopo avere invocato lo Spirito Santo, incominci a domandarsi: «Che cosa mi è stato detto? Quale messaggio oggi il Signore mi affida? Su quale parola dovrò tornare nel corso della settimana perché porti realmente frutti di vita in me? Quali motivi di preghiera mi sono stati suggeriti?».

    Se si decide di fare seriamente questo piccolo, ma intenso esercizio di meditazione, il tempo di silenzio a disposizione non basterà e verrà naturale prospettare la sua prosecuzione in un tempo successivo.

    Al contrario, se ci si metterà in attesa che il silenzio termini e la celebrazione riprenda, quella pausa risulterà interminabile, fastidiosa e irritante. Sarebbe allora il caso di non sottovalutare il segnale che ne viene: forse abbiamo perso la capacità di ascoltare la Parola e di farle spazio nell’intimo del nostro cuore; forse, prima ancora, abbiamo perso l’umana capacità di concentrarci su un messaggio che ci è stato comunicato mediante la parola e di interiorizzarlo con la riflessione.

    Il silenzio dopo l’omelia ci offre dunque l’opportunità di riattivare l’uso delle nostre facoltà interiori (il pensiero, l’immaginazione, il sentimento, l’emozione) per conoscere il pensiero di Cristo, per farlo diventare faro che illumina le nostre scelte di vita, per metterlo al centro della nostra preghiera e della nostra azione.

    Il silenzio dopo l’omelia è un momento davvero favorevole perché anche noi - come dice Gesù - siamo tra quelli che hanno «orecchi per intendere» e lasciamo che il nostro cuore, come quello dei discepoli di Emmaus, torni ad ardere di amore per il Signore.

    Dal silenzio dopo l’omelia scaturisce infine il prosieguo della liturgia della parola (il canto, la preghiera universale, l’orazione sacerdotale, lo scambio della pace) e tutta la liturgia eucaristica (la presentazione dei doni, la grande preghiera di consacrazione, i riti di comunione). Esso infatti è come un grembo generoso, che custodisce e rigenera i gesti e le parole rituali della comunità dei fedeli allo scopo di realizzare la perfetta comunione con Dio e tra i fratelli.

    Mettendo insieme vari frammenti della norma liturgica, potremmo così sintetizzare il silenzio dopo l’omelia: avvia un processo di comprensione intellettuale («una più profonda intelligenza della Parola»), di adesione della mente e del cuore alla volontà di Dio e di affinamento della preghiera comunitaria e personale («unire la preghiera alla Parola»).

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    Il silenzio dopo l'omelia (Monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Richiamata l’importanza del silenzio all’inizio della celebrazione eucaristica, vogliamo oggi soffermarci sul silenzio dopo l’omelia.
    La liturgia invita a sostare dopo la proclamazione delle letture bibliche e la meditazione proposta nell’omelia.

    È un tempo di silenzio il cui scopo è quello di dilatare l’ascolto della Parola di Dio e di interiorizzarla.
    Nella sacra Scrittura il Signore “parla agli uomini come ad amici” (Dei Verbum, n. 2): egli ci attira a sé, ci illumina, ci conforta, ci guida, ci corregge. Il silenzio dopo l’omelia permette alla Parola di risuonare meglio in noi affinché – come accadde ai discepoli di Emmaus – il nostro cuore possa ardere d’amore e il nostro cammino possa diventare più sicuro e sereno. Rimarremo dunque seduti in silenzio per qualche istante dopo l’omelia e prima del canto dopo il Vangelo.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 28-02-2015 alle 18:45

  8. #8
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    Domenica 8 marzo 2015

    Il silenzio dopo la Comunione (scheda)

    Un’opportuna sosta dedicata alla preghiera, raccomandata per favorire l’interiorizzazione del gesto appena compiuto. E il dialogo con Dio sfocia nell’affidamento a lui delle persone a noi care o delle situazioni che ci stanno a cuore: questo ciò che viene approfondito nella III domenica di Quaresima 2015



    L’intera celebrazione della Messa culmina nella comunione Eucaristica, quando il Signore nostro Gesù Cristo, reso presente in mezzo a noi nei segni sacramentali del pane e del vino, diviene cibo e bevanda per la nostra vita, perché, uniti intimamente a lui in forza dello Spirito Santo, veniamo edificati nell’unica sua Chiesa, diventiamo capaci di operare secondo giustizia, amore e verità, e incominciamo a sperimentare la gioia dei beni futuri ed eterni.

    Chi dunque, riconciliato con Dio e coi fratelli, si accosta alla comunione compie un gesto di fede, audace nella sua semplicità e fecondo di frutti nella sua apparente povertà. Un gesto che non solo necessita di una buona preparazione comunitaria e individuale (dalla preghiera del Padre nostro alla ripetizione dell’umile dichiarazione del centurione «O Signore, non sono degno...»), ma che richiede anche una sosta successiva - «un po’ di tempo in silenzio» come specifica la norma liturgica - tutto dedicato alla preghiera.

    È il silenzio dopo la comunione, che, pur senza essere imposto in modo tassativo - «secondo l’opportunità», dice ancora la norma liturgica -, viene molto raccomandato perché favorisce il raccoglimento della mente e del cuore, avviando una vera interiorizzazione del gesto compiuto e delle realtà soprannaturali che esso comporta.

    Dal punto di vista esteriore il silenzio è sempre una pausa, una sospensione di parole e di gesti. Dal punto di vista interiore, il silenzio modula diverse mozioni dello spirito umano, irrorate dalla grazia dello Spirito di Dio. Così, se - come abbiamo visto domenica scorsa - il silenzio dopo l’omelia è soprattutto destinato all’ascolto e alla meditazione per interiorizzare la Parola, nel silenzio dopo la comunione primaria è la preghiera: di ringraziamento, di adorazione, di lode, di supplica e di intercessione.

    Nello spazio di uno/due minuti, siamo chiamati a immergerci in un dialogo tutto interiore con il Signore, che è venuto ad abitare la nostra casa, per gustare la sua bontà e assimilarci a lui nella carità.

    Possiamo allora ripetere mentalmente qualche versetto di un salmo che conosciamo, le parole di una preghiera che ci è cara, le strofe di un canto liturgico che abbiamo in memoria, ma possiamo anche semplicemente fissare lo sguardo interiore su Gesù per adorarlo con la ripetizione di brevi frasi prese a prestito di volta in volta dai grandi oranti del Nuovo Testamento come l’apostolo Tommaso («mio Signore e mio Dio»), l’apostolo Pietro («Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»), l’apostolo Paolo («Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me»), il cieco Bartimeo («Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me») e altri ancora.

    E così, muovendo dall’adorazione, dal ringraziamento e dalla lode, la preghiera silenziosa dopo la comunione può approdare all’affidamento al Signore delle persone e delle situazioni di gioia o di pena che portiamo nel cuore.

    Nelle nostre assemblee domenicali c’è anche chi, per vari motivi, non si accosta o non può accostarsi alla comunione. Anche per costoro il silenzio dopo la comunione rimane un momento significativo della partecipazione alla santa messa. È un tempo di preghiera per rinnovare l’attesa del Signore, esprimendo il desiderio di un incontro sacramentale pieno con lui attraverso la cosiddetta comunione spirituale.

    È anche un tempo favorevole a formulare nel cuore il proposito di accostarsi al sacramento della penitenza e di ridare un ordine alla propria vita per ritrovare la gioia di una piena comunione con il Signore e con la Chiesa. È infine il momento in cui affidare a Gesù tutti coloro che portiamo nel cuore.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    Il silenzio dopo la Comunione (Monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.

    Il terzo momento di silenzio nella celebrazione Eucaristica si ha dopo la Comunione. Ricevuto il Corpo dl Signore, siamo invitati a immergerci in un dialogo interiore con lui, che ci ha fatto dono della sua presenza e ci riunisce come Chiesa.

    Quello dopo la Comunione è un silenzio carico di preghiera: una preghiera intima, riconoscente e fiduciosa.
    Con la sottolineatura di questo terzo silenzio termina il primo ciclo dei brevi interventi domenicali sulla celebrazione dell’Eucaristia. Il secondo sarà proposto nel tempo dopo Pentecoste, cioè nel prossimo mese di giugno.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

  9. #9
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    Domenica 7 giugno 2015

    Da domenica 7 giugno riparte la proposta diocesana per approfondire e valorizzare alcuni aspetti della celebrazione.

    Il cammino processionale (scheda)

    Il suo primario significato ecclesiale è quello di rinsaldare i vincoli della carità e della comunione fraterna. Per il questo il cammino processionale va compiuto concentrando l'attenzione su ciò che sta per compiersi.

    «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo... - Prendete e bevete questo è il mio sangue…». La Messa culmina nella refezione sacramentale, cui sono invitati tutti coloro che vi partecipano con l’animo riconciliato con Dio e con i fratelli. Divenuta del tutto eccezionale nel corso dei secoli la comunione al calice, la tradizione liturgica occidentale si è concentrata sulla comunione al solo pane eucaristico. La riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II ha riammesso i laici alla comunione al calice, ma la comunione al solo pane eucaristico è rimasta ancora oggi la forma maggiormente praticata. Concentrando dunque l’attenzione sulla comunione al solo pane eucaristico, tratteremo in sequenza del cammino processionale verso l’altare (scheda 1), della comunione data sulla mano (scheda 2) o direttamente in bocca (scheda 3).


    Il sacerdote mostra ai fedeli i segni sacramentali del pane e del vino con la beatitudine del libro dell’Apocalisse («Beati gli invitati...»: Ap 19, 9) e con le parole del Battista («Ecco l’agnello di Dio...»: Gv 1, 29), e il popolo risponde con le parole del centurione di Cafarnao («O Signore, non sono degno...»: Mt 8, 8). Davanti al mistero eucaristico la Chiesa non usa parole sue, ma ripete in chiave eucaristica alcune grandi parole della Scrittura.


    A questo punto, mentre il sacerdote comunica ai santi doni, coloro che hanno deciso di accostarsi alla comunione lasciano il loro posto e si mettono in fila per incamminarsi verso l’altare o verso il luogo dove riceveranno la Comunione. Il rito prevede che il fedele non riceva l’Eucaristia al posto in cui si trova, ma egli è chiamato a lasciare il suo posto e camminare verso l’altare. Questo gesto, funzionale per raggiungere in modo ordinato il luogo della distribuzione eucaristica, racchiude in sé anche una pluralità di significati spirituali che meritano di essere portati alla luce.


    Il camminare verso, che attiva le nostre facoltà esteriori e interiori, dà modo di riscoprire che l’Eucaristia è «il pane per l’uomo in cammino..., il viatico, il pane per il viaggio, come la manna per il popolo di Israele, come il pane per il profeta Elia» (cf Boselli). Il viaggio coincide con l’intera esistenza umana, con i suoi slanci e le sue stanchezze, con le sue grandezze e le sue miserie, con i suoi successi e le sue sconfitte, è sempre proteso a una meta: il Regno di Dio e la sua giustizia, la stabile incorporazione a Cristo nel vincolo della carità fraterna, la felicità senza fine nella comunione trinitaria.


    Il camminare insieme mette poi in evidenza che «questo cammino il credente non lo compie da solo ma con i fratelli e le sorelle nella fede... Tutti vanno insieme verso l’altare, ognuno per quello che è... mossi tutti dalla stessa fame» (cf Boselli). La processione di comunione è dunque l’immagine di un popolo che, rispondendo all’invito di Gesù, si mette in cammino per incontrarlo e, nella comunione con lui, ritrova le ragioni dell’amore che vince ogni divisione. Questa sottolineatura è molto importante perché ci permette di superare una visione troppo individualistica della comunione aprendoci al suo primario valore ecclesiale: l’eucaristia ci fa uno in Cristo, rinsaldando fra noi i vincoli della carità e della comunione fraterna.


    Per esprimere al meglio la forza di questo cammino processionale verso la sorgente della vita e della carità che è l’eucaristia è importante ricordare che chi si avvia a ricevere il corpo di Cristo deve fare in modo di evitare ogni distrazione di sé e degli altri, concentrando la propria attenzione su ciò che sta per compiere. Questo significa mantenere lungo il percorso un clima raccolto, sia con la partecipazione al canto dell’assemblea, sia pregando nel proprio cuore.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    Il cammino processionale (monizione da leggere)


    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Nelle prossime tre domeniche saremo invitati a riscoprire e valorizzare i gesti della Comunione.

    Il primo di questi gesti è il cammino processionale.

    L’Eucaristia si riceve uscendo dal proprio posto e camminando in processione verso il ministro che la distribuisce. Nella sua semplicità, questo gesto ha un duplice significato.

    Ci ricorda anzitutto che la vita è un cammino e l’Eucaristia è il pane del cammino. È il nutrimento per tutto l’uomo, sostegno e consolazione nella vita di ogni giorno, con le sue gioie e le sue fatiche, con le sue attese, le sue sorprese, le sue responsabilità.

    Ci ricorda inoltre che il cammino della vita si fa insieme. Verso l’altare si va uno dietro l’altro perché siamo un popolo in cammino, siamo la Chiesa del Signore.

    L’Eucaristia ci fa uno in Cristo e ci invita a custodire la comunione che riceviamo in dono.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)
    Ultima modifica di Ambrosiano; 13-06-2015 alle 16:40

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    Domenica 14 giugno 2015

    La Comunione sulla mano (scheda)

    Uno dei due modi consentiti per ricevere l’Eucarestia. Il gesto esprime la dimensione della grazia elargita e insieme l’apertura senza resistenze, la disponibilità ad accogliere, la recettività umile e fiduciosa, l’adesione convinta e personale.

    Il cammino processionale termina davanti al sacerdote, o a un altro ministro (il diacono, l’accolito o il ministro straordinario), il quale dispensa, nel nome del Signore e per mandato della Chiesa, il pane eucaristico. Giunto davanti al ministro, chi si accosta all’Eucaristia non “afferra” da sé il pane consacrato, ma lo riceve dal ministro stesso, perché nel gesto si colga con più immediatezza la dimensione della grazia elargita.


    Il fedele alla comunione non compie gesti specifici, come la genuflessione o il segno di croce, ma, stando in piedi, si dispone a ricevere il pane eucaristico, segnalando con la sua gestualità in qual modo egli intenda comunicarsi: se ricevendo la particola sulla mano o direttamente sulla lingua. Come scrivono i Vescovi italiani nell’apposita Istruzione: «Accanto all’uso della comunione sulla lingua, la Chiesa permette di dare l’eucaristia deponendola sulle mani dei fedeli... I fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi ».


    Una breve presentazione di questi due modi di ricevere la comunione aiuterà ciascun fedele a interiorizzare il significato di ciò che compie abitualmente, nel rispetto e nella stima del comportamento degli altri. Oggi parliamo della comunione sulla mano; domenica prossima sarà la volta della comunione sulla lingua.


    La comunione sulla mano, attestata fin dai primi secoli della Chiesa, mette maggiormente in rilievo la responsabilità personale del fedele che si accosta alla comunione e si svolge nel modo seguente: il fedele protende verso il ministro entrambe le mani a palme aperte, una sull’altra (la sinistra sopra la destra). Il ministro presenta la particola consacrata dicendo «Il corpo di Cristo» e subito la depone sulla mano (sinistra). Il fedele, facendo un gesto di riverenza (un leggero inchino) verso il pane eucaristico che gli viene posto sulla mano (sinistra), risponde «Amen». Quindi, rimanendo davanti al ministro o spostandosi un poco di lato per consentire al fedele che segue di avanzare, con la mano destra prende la particola consacrata, la porta alla bocca e se ne ciba. Ritorna poi al proprio posto, conservando un clima di raccoglimento interiore.


    È da evidenziare, anzitutto, il gesto del protendere le mani a palme aperte, gesto che dice apertura senza resistenze, disponibilità ad accogliere, recettività umile e fiduciosa: «Apre le mani colui che si appresta a ricevere un dono, e questo gesto rivela il suo atteggiamento interiore... Aprire le mani è il gesto umano più alto per dire la disponibilità ad accogliere un dono. La postura di colui che sta in piedi, con le braccia tese e le mani aperte non è solo quella di chi è disposto a ricevere, ma anche quella di chi è totalmente indifeso e incapace di nuocere. Le mani aperte sono mani fiduciose... chi vuole impossessarsi non apre le mani, ma afferra per stringere» (Boselli). Queste mani, che risulteranno anche esteriormente ben lavate, sono come un trono regale, dal quale Cristo esercita la sua signoria, e come uno scrigno prezioso, che raccoglie e custodisce il Corpo del Signore, avendo cura che nulla vada perduto cadendo per terra.


    Va poi sottolineato il gesto di riverenza (un leggero inchino) verso il pane eucaristico, accompagnato dall’Amen, detto in modo chiaro e intellegibile. Nella loro massima semplicità, gesto e parola aprono alla contemplazione del mistero santo dell’Eucaristia e danno corpo a un intenso, seppur breve atto di adorazione, nel quale si esprime simultaneamente la fede nella presenza sacramentale di Cristo e il riconoscimento del fine ecclesiale della comunione, che è l’edificazione della Chiesa, corpo di Cristo: «Se voi siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è posto il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete Amen» (Sant’Agostino).


    Non va infine trascurato il gesto di portare alla bocca il pane eucaristico per farne il proprio alimento spirituale. Questo gesto, nella sua dinamica attiva, accentua l’idea di un’assunzione volontaria e responsabile, con la matura consapevolezza del profondo cambiamento di vita che esso induce ad attuare (la conformazione a Cristo; il vincolo di unità nella santa Chiesa, ecc...).

    Se ogni comunione sacramentale conclude a un mangiare per essere trasformati, la comunione sulla mano richiama in modo più immediato all’esigenza di un’adesione convinta e personale.

    (A cura del Servizio per la Pastorale Liturgica)
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    La Comunione sulla mano (monizione da leggere)

    Questa breve monizione verrà letta (o proposta più liberamente facendo riferimento al testo) da uno dei sacerdoti all’inizio della celebrazione eucaristica; preferibilmente prima che si esca processionalmente dalla sacrestia, altrimenti dopo l’uscita e prima del segno di croce.


    Alla Comunione ci si accosta con fede ricevendo il pane eucaristico o sulla mano o sulla lingua. Sulla mano la Comunione si riceve presentandosi al ministro con le mani aperte una sull’altra, la mano sinistra sopra la mano destra. Il ministro presenta il pane consacrato dicendo «Il corpo di Cristo» e lo depone sulla mano sinistra. Chi lo riceve risponde Amen facendo un piccolo inchino. Quindi, rimanendo davanti al ministro o spostandosi un poco di lato, prende il pane consacrato con la mano destra e se ne ciba.

    Il gesto è molto semplice ma anche molto espressivo: dice apertura senza resistenze, umile disponibilità ad accogliere e sincera gratitudine per il dono ricevuto.

    (Vicariato per l’Evangelizzazione e i Sacramenti)

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