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Discussione: Beato PAOLO VI, Papa (26/09/1897 - 06/08/1978)

  1. #11
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    Sono le ore 21.10, pressappoco l'ora in cui è mancato Papa Paolo VI, a Castelgandolfo.
    La mattina era uscito, per assistere ad una Messa nella parrocchia, in memoria di un cardinale.
    Ti devo correggere (possiedo il libro "Paolo VI" di Padre Carlo Cremona, nel quale si trova una testimonianza di Mons. Pasquale Macchi sulle ultime ore di Paolo VI): il Papa si era recato in visita alla tomba del Cardinale Pizzardo pochi giorni prima della morte, non il giorno stesso.
    Quel 6 agosto (che nel 1978 cadeva in domenica) il Papa rimase a letto (anche se non si pensava ancora a una morte imminente) tutto il giorno, dovendo rinunciare anche ad affacciarsi dal balcone del palazzo di Castelgandolfo per la recita dell'Angelus. Nel tardo pomeriggio si aggravò e morì per l'appunto verso le 21,10.

  2. #12
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  3. #13
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    TESTIMONIANZA DI DON PASQUALE MACCHI


    Il 5 agosto alle ore venti e trenta, il Papa cenò ancora con noi(…) dopo aver fatto la Compieta e letto alcuni documenti pronunciò una frase che mi turbò: “Adesso viene la notte”. La notte fu veramente dura per il Papa, agitata

    Alle diciotto celebrai la Santa Messa e diedi la comunione sotto le due specie. Dopo la messa chiesi al papa se desiderava che gli portassi l’Estrema Unzione, ed egli rispose:”Subito,subito”
    Mentre tutti si affaccendavano attorno a lui per aiutarlo a superare la crisi, il papa pregava.
    Fino all’ultimo momento in cui potè parlare e comprendere, non fece altro che ripetere” Pater noster qui es in caelis”. Non ha voluto dire atre frasi: il suo animo era ormai in colloquio con Dio

    PARTE DEL TESTAMENTO DI PAOLO VI

    Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita(…)Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso). La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.




  4. #14
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    Il giorno della solennità della Trasfigurazione resta legato alla memoria del mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, che proprio qui, a Castel Gandolfo, nel 1978 completò la sua missione e fu chiamato ad entrare nella casa del Padre celeste. Il suo ricordo ci sia d’invito a guardare verso l’Alto ed a servire fedelmente il Signore e la Chiesa, come lui ha fatto in anni non facili del secolo scorso.
    (Benedetto XVI, Angelus del 5 agosto 2007)


    (Paolo VI impone la berretta al Cardinale J. Ratzinger, Arcivescovo di Monaco e Frisinga, 27/06/1977)

  5. #15
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    Ho la gioia di possedere alcune medaglie del suo Pontificato.
    Questa è di bronzo commemorativa del discorso di Paolo VI alle Nazioni Unite
    (1965).
    Ultima modifica di Luciani; 09-08-2007 alle 01:52

  6. #16
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    Montini, il Papa così simile a Mosè

    di Monsignor Tommaso Stenico


    CITTA’ DEL VATICANO - Paolo VI - per usare una bella espressione di Ilario di Poitiers - è stato per il Concilio e lo fu nella sua immediata attuazione veramente pilota et nauta provvidenziale. Egli raccolse l'eredità grande e difficile con animo trepidante, come confessò pubblicamente, e ne fece il programma di tutto il suo pontificato. Eletto alla Cattedra di Pietro il 21 giugno 1963, il giorno seguente, nel primo radiomessaggio all'Orbe, manifestò la sua volontà di continuare il Concilio. Sulle orme di Giovanni XXIII, scandì il periodo delle sessioni conciliari con provvide esortazioni alla preghiera per il buon esito del Vaticano II. Lo fece il 30 aprile 1964 con la Lettera apostolica “Spiritus Paracliti”, per indire una speciale novena allo Spirito Santo per il terzo periodo conciliare. Così il 1 settembre 1964. Il 29 maggio 1965 scrisse la Lettera “Mense Maio” per raccomandare speciali preghiere, durante il mese dedicato alla Madonna, per il Concilio. Infine, il 4 novembre 1965 inviò ai fedeli tutti una Esortazione Apostolica per chiedere preghiere e penitenza per la prossima conclusione dell'Assise ecumenica. Il 29 settembre 1963 prendeva il timone della navigazione del Concilio con l'apertura del secondo periodo. Navigazione non certo facile, ma il nuovo Papa conosceva bene le diverse istanze e tendenze che si manifestavano in seno alla grande Assemblea. Papa Roncalli lo aveva voluto accanto a sé, durante la prima sessione, come collaboratore e confidente privilegiato. Paolo VI con la sua penetrazione sagace e lungimirante, con le sue decisioni meditate e sofferte, con la sua guida delicata e ferma, raccolse lo spirito rinnovatore di Giovanni, lo inalveò e orientò verso mete concrete. Il pensiero di Paolo VI sul Concilio fu chiaro fin dall'inizio. Egli volle che la Chiesa ridiventasse ciò che veramente è: Lumen Gentium, per mostrarsi, nuova e rinnovata, al mondo contemporaneo: Gaudium et spes. E se la costituzione Dei Verbum è il documento fontale del Concilio, Lumen Gentium apre la riflessione sulla Chiesa che confluisce in una osmosi senza pari in Gaudium et spes. La Chiesa - negli intendimenti del Papa - doveva avere chiara consapevolezza di incarnare il carme della carità (cf 1 Cor 13); doveva nutrire fiducia nell'uomo, amore per l'uomo per amare Dio. Egli disse: “Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo moderno. Riprovati sì gli errori, perché ciò esige la carità non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore. Invece di deprimenti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo; i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati; i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette”. Paolo VI aveva assunto il servizio di pastore universale in tempo di migrazione: una Chiesa coinvolta nell'esodo di tutta l'umanità con tutte impazienze, i rimpianti, le tentazioni di mettersi a correre e quelle di tornare indietro. Era la sorte di Mosè: annunciare la meta, indicare i sacrifici da compiere per raggiungerla, già sapendo che i suoi occhi non l'avrebbero veduta. Il periodo post-conciliare del latte e del miele tentava molte impazienze; forse anche quella di Paolo VI: arrivare con i primi, guidare i pionieri e tornare indietro a descrivere agli insicuri o ai renitenti il latte e il miele, come fecero gli esploratori inviati da Mosè. Ma lui non poteva; non doveva; e non lo fece. Egli era Mosè: doveva stare in mezzo ai suoi, tenerli uniti e farli procedere insieme, senza perderne alcuno lungo la via. Sapeva che tanti gruppi, guidati da tante presunte guide, erano e sarebbero stati disorientati. La compattezza della Chiesa sembrava finita; erano in molti a rimpiangere le cipolle e i cocomeri d'Egitto. Paolo VI parlò, persuase, incoraggiò, spinse, trattenne; come Mosè spiegò gli statuti di Dio e le sue leggi. I tempi non erano facili. Le contestazioni perduravano e spesso erano giustificate nel nome di un mal compreso e interpretato spirito conciliare. In molte comunità ecclesiali, alcuni supponevano che certe verità della fede fossero destinate a un graduale disuso. E del resto le parole e soprattutto i silenzi diedero, appunto, questa impressione; qualcuno parlò di teologia abbandonata. Il Papa parlò dell'ambiguità, della reticenza, di alterazioni dell'integrità del messaggio. Disse che qualcuno sceglie premeditatamente “nel tesoro delle verità rivelate, quelle che fanno più comodo”. Invocò “l'assoluto rispetto dell'integrità del messaggio”, assicurando che - con chiarezza definitiva - “su questo punto la Chiesa è gelosa, è severa, è esigente, è dogmatica”. Disse ancora: “Il magistero della Chiesa, anche a costo di sopportare le conseguenze negative dell'impopolare involucro della sua dottrina, non transige. Non può fare altrimenti! Si pensava - disse - a una fioritura della Chiesa dopo il Concilio e ora siamo in un'ora, si direbbe, perfino di autodemolizione. Ma - continuò - il cristiano conosce la gioia che sgorga dalla prova”. Nel Giovedì santo del 2 aprile 1969, in San Giovanni in Laterano, parlando ai sacerdoti affermò: “Un fermento praticamente scismatico divide la Chiesa, la suddivide, la spezza in gruppi più che altro gelosi d'arbitraria e, in fondo, egoistica autonomia mascherata di pluralismo cristiano o di libertà di coscienza. Noi parliamo di Chiesa cattolica: ma possiamo dire a noi stessi ch'essa, nei suoi membri, nelle sue istituzioni, nella sua operosità è davvero animata da quel sincero spirito di carità e di unione, che la rende degna di celebrare, senza ipocrisie e senza consuetudinaria insensibilità la nostra santissima messa quotidiana?”. Il discorso destò molta impressione. Per la prima volta, dopo molti secoli, un Pontefice romano parlava apertamente di scisma e non più per denunciare pericoli e minacce contro la Chiesa, ma per segnalare i mali della Chiesa. Papa Paolo fu - del periodo post-conciliare - quasi un cronista puntuale, ricorrendo perfino al linguaggio corrente per invitare tutti a capire. Nella complessità del momento drammatico e stupendo - come disse - Paolo VI non cessò di illustrare il panorama generale della Chiesa in quell'ora “del mondo tanto agitato spiritualmente fino a insinuare il timore di grandi e rovinosi rivolgimenti”. Il Grande Pontefice aveva scelto fin dall'inizio del suo ministero di supremo pastore della Chiesa universale di difendere il deposito della fede, anche se da sempre aveva messo in conto che un prezzo l'avrebbe dovuto pagare. Per lui l'unità della fede fu tema dominante: ”su questa esigenza non possiamo transigere”. E il 30 giugno 1968, sul sagrato della Basilica di S. Pietro proclamó, quello che poi sarebbe stato ricordato come Il Credo di Paolo VI. La professione di fede del Papa fu rigorosamente conforme alla dottrina sempre insegnata, immutata e immutabile; tutta conciliare, anche perché il Vaticano II nulla aveva innovato in materia. Allora il Credo di Paolo VI divise la comunità ecclesiale. Qualcuno lo ritenne un "reperto d'antiquariato"; qualcun'altro vi ravvisò la mancanza di coraggio di dire di più in ordine alla fede. Ma Paolo VI non era mai stato così libero come in quei giorni. Non fu mai così totalmente Papa, né così maestro, come in quella scelta: spiacere a tutti per non mentire a nessuno. Fu così anche quando scrisse l'Humanae vitae; quando parlò degli angeli e del diavolo, quando pubblicò l'Enciclica sul celibato ecclesiastico. Il Papa medievale - si disse - proprio perché aveva detto anche quelle cose. Ma colpì il suo messaggio controcorrente, la sua sfida rischiosa; e la sua era stata rischiosissima, unica in un tempo di dimissioni generali dal rigore, dal difficile, dallo spiacevole. Oggi condividono questo pensiero anche uomini e donne che allora non gli sono stati vicini. Non già che tutti condividessero; ma Paolo VI fu uomo di coraggio e di verità che non aveva mai adulato, mai illuso. Uno che aveva detto parole scomode e per qualcuno impossibili, ma mai piccole, mediocri, furbe. Oggi sono in molti a parlare del carisma della profezia di Paolo VI, del soffio della sua grandezza. Lo affermò lo stesso Karol Wojtyla, divenuto Giovanni Paolo II. Nella sua prima Lettera Enciclica Redemptor Hominis non esitò a scrivere: “Ho potuto osservare io stesso da vicino l'attività di Paolo VI. Fui sempre stupito dalla sua profonda saggezza dal suo coraggio, come anche dalla sua costanza e pazienza nel difficile periodo postconciliare del suo pontificato. Come timoniere della Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare una tranquillità e un equilibrio provvidenziale anche nei momenti più critici, quando sembrava che essa fosse scossa dal di dentro, sempre mantenendo una incrollabile speranza nella sua compattezza”.

    fonte: www.papanews.it

  7. #17
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    W Paolo VI!!!!
    Ultima modifica di Luisa; 09-08-2007 alle 12:50

  8. #18
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    110° Anniversario della nascita del Servo di Dio PAOLO VI



    I 110 anni di Paolo VI, il nuovo Mosè

    di Monsignor
    Tommaso Stenico


    CITTA’ DEL VATICANO - Giovanni Battista Montini nacque a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897. I 110 anni dalla sua nascita vengono celebrati con un Atto Commemorativo a Castel Gandolfo alla presenza di Sua Santità Benedetto XVI. L’Orchestra del Festival Michelangeli, diretta dal Maestro Agostino Trizio, eseguirà musiche di Vivaldi, Bach e Mozart con Alexander Romanovsky al pianoforte e Marco Rizzi al Violino. L’amore per la musica è un tratto distintivo che accomuna Sua Santità Benedetto XVI e Papa Paolo VI. E’ un bisogno del cuore per me ricordare Paolo VI. E non nascondo la piacevole emozione che provo quando guardo, osservo, ammiro Benedetto XVI: Egli mi richiama lo stile, la personalità, la ieraticità, l'eloquenza di Paolo VI. Fare memoria di Paolo VI significa ricordare quel periodo di storia della Chiesa e della società “tremendo e stupendo” come egli l’ha definito. Gli ultimi 10 anni del suo pontificato sono stati trascorsi nella solitudine e nel dolore. Come non ricordare le reazioni acerrime contro l’Humanae Vitae e la Sacerdotalis celibatus? Allora anche il mondo cattolico chiedeva alla Chiesa di cambiare alcuni aspetti della morale sessuale che apparivano insopportabili alla mentalità laicista ad edonista dominante. Ma il Papa ha avuto il coraggio di opporsi al mondo e a molti teologi favorevoli ad accettare la contraccezione; egli aveva consapevolezza che la crisi che si stava consumando anche dentro il corpo ecclesiale a partire da dopo il Concilio era anzitutto una crisi della fede. Lo aveva scritto nella sua prima enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964). Papa Paolo VI era persuaso che una Chiesa missionaria, come l’aveva voluta il Vaticano II, necessitava di comunità cristiane forti e consapevoli della propria identità, mentre il Pontefice sapeva che invece la crisi della fede era penetrata nel sacro recinto del corpo di Cristo. Di fronte alla penetrazione del dubbio sistematico scrisse parole importanti: «[…] nel momento stesso in cui la proclamazione della parola di Dio nella liturgia registra, grazie al Concilio, un meraviglioso rinnovamento, l’uso della Bibbia diventa sempre più familiare in mezzo al popolo cristiano; i progressi della catechesi, purché attuati secondo gli orientamenti conciliari, permettono di evangelizzare in profondità; la ricerca biblica, patristica e teologica offre spesso un prezioso contributo all’espressione viva del dato rivelato: ecco che molti fedeli sono turbati nella loro fede da un cumulo di ambiguità, d’incertezze e di dubbi che la toccano in quel che essa ha di essenziale. Tali sono i dogmi trinitario e cristologico, il mistero dell’Eucaristia a della presenza reale, la Chiesa come istituzione di salvezza, il ministero sacerdotale in mezzo a! popolo di Dio, il valore della preghiera e del sacramenti, le esigenze morali riguardanti, ad esempio, l’indissolubilità del matrimonio o il rispetto della vita umana. Anzi, si arriva a tal punto da mettere in discussione anche l’autorità divina della Scrittura, in nome di una radicale demitizzazione. Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso dalla Tradizione ininterrotta che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi» (Esortazione apostolica Quinque iam anni dell’8 dicembre 1970). La contestazione interna alla Chiesa continuava. Il «fumo di Satana» sembrava veramente essere entrato «nel tempio di Dio», come aveva detto Paolo VI il 29 giugno 1972, e questi fatti, accanto a tanti altri, ne erano la conferma. Il periodo post-conciliare del latte e del miele tentava molte impazienze; forse anche quella di Paolo VI: arrivare con i primi, guidare i pionieri e tornare indietro a descrivere agli insicuri o ai renitenti il latte e il miele, come fecero gli esploratori inviati da Mosè. Ma lui non poteva; non doveva; e non lo fece. Egli era Mosè: doveva stare in mezzo ai suoi, tenerli uniti e farli procedere insieme, senza perderne alcuno lungo la via. Sapeva che tanti gruppi, guidati da tante presunte guide, erano e sarebbero stati disorientati. La compattezza della Chiesa sembrava finita; erano in molti a rimpiangere le cipolle e i cocomeri d'Egitto. Paolo VI parlò, persuase, incoraggiò, spinse, trattenne; come Mosè spiegò gli statuti di Dio e le sue leggi. I tempi non erano facili. Le contestazioni perduravano e spesso erano giustificate nel nome di un mal compreso e interpretato spirito conciliare. In molte comunità ecclesiali, alcuni supponevano che certe verità della fede fossero destinate a un graduale disuso. E del resto le parole e soprattutto i silenzi diedero, appunto, questa impressione; qualcuno parlò di teologia abbandonata. Il Papa parlò dell'ambiguità, della reticenza, di alterazioni dell'integrità del messaggio. Disse che qualcuno sceglie premeditatamente «nel tesoro delle verità rivelate, quelle che fanno più comodo». Invocò «l'assoluto rispetto dell'integrità del messaggio», assicurando — con chiarezza definitiva — che «su questo punto la Chiesa è gelosa, è severa, è esigente, è dogmatica». Disse ancora: «Il magistero della Chiesa, anche a costo di sopportare le conseguenze negative dell'impopolare involucro della sua dottrina, non transige. Non può fare altrimenti! Si pensava — disse — a una fioritura della Chiesa dopo il Concilio e ora siamo in un'ora, si direbbe, perfino di autodemolizione. Ma — continuò — il cristiano conosce la gioia che sgorga dalla prova». Nel Giovedì Santo del 2 aprile 1969, in San Giovanni in Laterano, parlando ai sacerdoti affermò: «Un fermento praticamente scismatico divide la Chiesa, la suddivide, la spezza in gruppi più che altro gelosi d'arbitraria e, in fondo, egoistica autonomia mascherata di pluralismo cristiano o di libertà di coscienza. Noi parliamo di Chiesa cattolica: ma possiamo dire a noi stessi ch'essa, nei suoi membri, nelle sue istituzioni, nella sua operosità è davvero animata da quel sincero spirito di carità e di unione, che la rende degna di celebrare, senza ipocrisie e senza consuetudinaria insensibilità, la nostra santissima messa quotidiana?». Il discorso destò molta impressione. Per la prima volta, dopo molti secoli, un Pontefice romano parlava apertamente di scisma e non più per denunciare pericoli e minacce contro la Chiesa, ma per segnalare i mali della Chiesa. Papa Montini fu — del periodo post-conciliare — quasi un cronista puntuale, ricorrendo perfino al linguaggio corrente per invitare tutti a capire. Nella complessità del momento drammatico e stupendo — come disse — Paolo VI non cessò di illustrare il panorama generale della Chiesa in quell'ora «del mondo tanto agitato spiritualmente fino a insinuare il timore di grandi e rovinosi rivolgimenti». Giovanni Battista Montini aveva scelto fin dall'inizio del suo ministero di supremo pastore della Chiesa universale di difendere il deposito della fede, anche se da sempre aveva messo in conto che un prezzo l'avrebbe dovuto pagare. Per lui l'unità della fede fu tema dominante: «su questa esigenza non possiamo transigere». E il 30 giugno 1968, sul sagrato della Basilica di S. Pietro proclamò quello che poi sarebbe stato ricordato come il Credo di Paolo VI. La professione di fede del Papa fu rigorosamente conforme alla dottrina sempre insegnata, immutata e immutabile; tutta conciliare, anche perché il Vaticano II nulla aveva innovato in materia. Allora il Credo di Paolo VI divise la comunità ecclesiale. Qualcuno lo ritenne un «reperto d'antiquariato»; qualcun altro vi ravvisò la mancanza di coraggio di dire di più in ordine alla fede. Ma Paolo VI non era mai stato così libero come in quei giorni. Non fu mai così totalmente Papa, né così maestro, come in quella scelta: spiacere a tutti per non mentire a nessuno. Fu così anche quando scrisse l’Humanae Vitae; quando parlò degli angeli e del diavolo, quando pubblicò l'Enciclica sul celibato ecclesiastico. Il Papa medievale — si disse — proprio perché aveva detto anche quelle cose. Ma colpì il suo messaggio controcorrente, la sua sfida rischiosa; e la sua era stata rischiosissima, unica in un tempo di dimissioni generali dal rigore, dal difficile, dallo spiacevole. Oggi condividono questo pensiero anche uomini e donne che allora non gli sono stati vicini. Non già che tutti condividessero; ma Paolo VI fu uomo di coraggio e di verità che non aveva mai adulato, mai illuso. Uno che aveva detto parole scomode e per qualcuno impossibili, ma mai piccole, mediocri, furbe. Oggi sono in molti a parlare del carisma della profezia di Paolo VI, del soffio della sua grandezza. Lo affermò lo stesso Karol Wojtyla, divenuto Giovanni Paolo II. Nella sua prima Lettera Enciclica Redemptor Hominis non esitò a scrivere: «Ho potuto osservare io stesso da vicino l'attività di Paolo VI. Fui sempre stupito dalla sua profonda saggezza, dal suo coraggio, come anche dalla sua costanza e pazienza nel difficile periodo postconciliare del suo pontificato. Come timoniere della Chiesa, barca di Pietro, egli sapeva conservare una tranquillità e un equilibrio provvidenziale anche nei momenti più critici, quando sembrava che essa fosse scossa dal di dentro, sempre mantenendo una incrollabile speranza nella sua compattezza».

    fonte: www.papanews.it

  9. #19
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    26/09/2007 12.44.10
    Concerto a Castel Gandolfo alla presenza di Benedetto XVI per i 110 anni dalla nascita di Paolo VI


    Omaggio musicale oggi pomeriggio alle 18.00 a Castel Gandolfo, alla presenza di Benedetto XVI, per il 110.mo anniversario della nascita di Paolo VI, avvenuta proprio il 26 settembre del 1897 a Concesio, in provincia di Brescia. Il concerto, che avrà luogo nella Sala degli Svizzeri del Palazzo Apostolico, è offerto dall’Orchestra del Festival Internazionale di Brescia e Bergamo, diretta dal Maestro Agostino Orizio, solisti Marco Rizzo al violino e Alexander Romanovsky al pianoforte. Il programma include musiche di Bach, Mozart e Vivaldi. La Radio Vaticana trasmetterà in diretta il concerto a partire dalle 17.50 sull'onda media di 585 kHz e sulla modulazione di frequenza di 105 MHz. Allievo del leggendario pianista Arturo Benedetti Michelangeli, cui è intitolato il Festival, il maestro Orizio, 85.enne, bresciano come Papa Montini, fu legato al Pontefice da amicizia personale, come racconta al microfono di Arianna Voto:

    R. – Paolo VI – per così dire – lo conosco da sempre, da quando cioè ero ragazzo e frequentavo casa Montini, anche quando era ancora un semplice sacerdote e poi quando è andato in Vaticano l'ho seguito con tutto il cuore, con la mia amicizia per tutta la sua lunga carriera, fin quando non è arrivato al Soglio Pontificio. Sono in grado di ricordare gli incontri a Brescia in casa sua e le vacanze a Ponte di Legno, dove abbiamo passato delle giornate bellissime, rallegrate dalla musica. Io suonavo per loro in veste di pianista ed ho avuto occasione di fare degli omaggi musicali anche in Vaticano, nel suo appartamento, quando era sostituto alla Segreteria di Stato. Mi ha ospitato parecchie volte. La sera invitava i suoi amici e i suoi colleghi.

    fonte: Radio Vaticana

  10. #20
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    CONCERTO IN OCCASIONE DEL 110° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DEL PAPA PAOLO VI, 26.09.2007

    Alle ore 18 di oggi, nella Sala degli Svizzeri del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI, ha luogo un Concerto offerto dall’Orchestra del Festival Internazionale "Arturo Benedetti Michelangeli" di Brescia e Bergamo in occasione del 110° anniversario della nascita del Papa Paolo VI.
    Pubblichiamo di seguito le parole che il Santo Padre rivolge ai presenti al termine dell’esecuzione musicale:


    PAROLE DEL SANTO PADRE

    Signori Cardinali,
    Venerati Fratelli nell’Episcopato,
    cari fratelli e sorelle,

    Abbiamo trascorso insieme una suggestiva serata musicale, che ci ha dato modo di riascoltare brani certamente noti, ma sempre capaci di suscitare nuove e profonde emozioni spirituali. Significativa è la circostanza che ha motivato quest’evento, e cioè il 110° anniversario della nascita del Servo di Dio Paolo VI, avvenuta a Concesio, il 26 settembre del 1897, proprio come oggi.

    Con sentimenti di viva gratitudine, rivolgo il mio saluto a tutti voi, che avete preso parte a questo atto commemorativo di un grande Pontefice, che ha segnato la storia del secolo XX. Un grazie di cuore a chi si è fatto promotore, a chi ha organizzato e a chi ha eseguito con apprezzata maestria questo concerto. Saluto con affetto i Signori Cardinali presenti, ed in particolare il Cardinale Giovanni Battista Re, conterraneo di Papa Montini. Un saluto speciale dirigo al Vescovo Ausiliare di Brescia Mons. Francesco Beschi, che ringrazio per le parole poc’anzi rivoltemi, agli altri Presuli, ai sacerdoti, a tutti voi. Estendo poi il mio deferente pensiero alle varie Personalità, che ci onorano della loro presenza, con una menzione speciale per i Sindaci di Brescia e di Bergamo, le altre Autorità civili e militari, come pure i Rappresentanti delle Istituzioni che hanno particolarmente contribuito alla realizzazione di questa significativa manifestazione. Mi preme soprattutto farmi interprete dei comuni sentimenti, esprimendo un grato apprezzamento ai solisti e a tutti i componenti dell’Orchestra del Festival Pianistico Internazionale Arturo Benedetti Michelangeli di Brescia e Bergamo, diretta dal ben noto Maestro Agostino Orizio. Essi, con straordinario talento ed efficacia, hanno eseguito brani musicali di Vivaldi, Bach e Mozart, aiutando il nostro spirito a percepire nel linguaggio musicale l’intima armonia della bellezza divina.

    Questa sera l’ascolto di celebri brani musicali ci ha dato occasione di ricordare un illustre Papa, Paolo VI, che ha reso alla Chiesa e al mondo un servizio quanto mai prezioso in tempi non facili ed in condizioni sociali caratterizzate da profondi mutamenti culturali e religiosi. Rendiamo omaggio allo spirito di saggezza evangelica con cui questo mio amato Predecessore ha saputo guidare la Chiesa durante e dopo il Concilio Vaticano II. Egli ha avvertito, con profetica intuizione, le speranze e le inquietudini degli uomini di quell’epoca; si è sforzato di valorizzarne le esperienze positive cercando di illuminarle con la luce della verità e dell’amore di Cristo, l’unico Redentore dell’umanità. L’amore che nutriva per l’umanità con i suoi progressi, le meravigliose scoperte, i vantaggi e le agevolazioni della scienza e della tecnica, non gli ha però impedito di porre in evidenza le contraddizioni, gli errori e i rischi di un progresso scientifico e tecnologico sganciato da un saldo riferimento a valori etici e spirituali. Il suo insegnamento resta pertanto ancor oggi attuale, e costituisce una fonte a cui attingere per meglio comprendere i testi conciliari ed analizzare gli eventi ecclesiali che hanno caratterizzato la seconda parte del 1900.

    Paolo VI è stato prudente e coraggioso nel guidare la Chiesa con un realismo ed un ottimismo evangelico, alimentati da indomita fede. Egli ha auspicato l’avvento della "civiltà dell’amore", convinto che la carità evangelica costituisce l’elemento indispensabile per costruire un’autentica fraternità universale. Soltanto riconoscendo come Padre Dio, che in Cristo ha rivelato a tutti il suo amore, gli uomini possono diventare e sentirsi realmente fratelli. Soltanto Cristo, vero Dio e vero uomo, può convertire l’animo umano e renderlo capace di contribuire a realizzare una società giusta e solidale. I suoi successori hanno raccolto l’eredità spirituale del Servo di Dio Paolo VI, e sulla stessa scia hanno camminato. Preghiamo perché il suo esempio e i suoi insegnamenti siano per noi incoraggiamento e stimolo ad amare sempre più Cristo e la Chiesa, animati da quell’indomita speranza che ha sorretto Papa Montini sino al termine della sua esistenza. Con questi sentimenti, nuovamente ringrazio coloro che hanno preparato, animato e realizzato quest’incontro musicale e, invocando sui presenti la costante protezione del Signore, di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

    [01333-01.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0495-XX.02]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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