Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Il Cardinale Giuseppe Siri (20/05/1906 - 02/05/1989)

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    Il Cardinale Giuseppe Siri (20/05/1906 - 02/05/1989)

    Un convegno in corso a Genova nell'ottantesimo dell'ordinazione sacerdotale del cardinale Giuseppe Siri

    Al di là degli stereotipi

    di Maurizio Fontana

    Figlio e padre della stessa città. Un legame intenso e profondo univa il cardinale Giuseppe Siri e la sua Genova: ne conosceva dialetto e storia, archeologia e tradizioni, abitudini e toponomastica, chiese e palazzi, carrugi e viali, darsene e colline, umori e mugugni. Qui nacque il 20 maggio 1906, qui - dopo la parentesi degli studi teologici - visse gli anni giovanili del sacerdozio, qui lo volle Pio XII come arcivescovo nel 1946. Da figlio a padre per oltre quarant'anni - nel 1987, due anni prima di morire, lasciò il governo pastorale dell'arcidiocesi -, caratterizzati da premura e sollecitudine, da una fede incarnata e insegnata anche nei gesti della quotidianità, nell'attenzione agli altri, nella pazienza, nella consapevolezza della dignità che aveva ricevuto da Cristo e dalla Chiesa. Non per sé, ma per servire le anime a lui affidate.
    E Genova non ha dimenticato. Nella ricorrenza dell'ottantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale ospita infatti - dal 12 al 14 settembre nella Sala Quadrivium e presso l'università - il convegno "Momenti, aspetti e figure del ministero del cardinale Giuseppe Siri", organizzato dall'associazione culturale a lui intitolata.
    Sono passati solo due anni dal convegno tenuto nel centenario della nascita del porporato, ma l'appuntamento di oggi non appare superfluo. La figura, l'azione e il pensiero del cardinale Siri attendono infatti ancora di essere compresi e conosciuti appieno; la sua personalità merita di essere accostata al di là degli stereotipi che si sono accumulati negli anni fra opinioni e preconcetti di quanti in particolare hanno dibattuto sul cosiddetto spirito del Vaticano II.
    In realtà la sua profonda spiritualità e la sua umanità furono quasi oscurate - agli occhi di chi non lo conobbe di persona - dal gesto ieratico, austero, solenne, quasi impersonale delle sue liturgie. Conoscere meglio i suoi gesti quotidiani, la sua attenzione alle singole persone, la sua disponibilità al dialogo, può invece aiutare a definire un uomo poliedrico, protagonista della vita della Chiesa in Italia, e non solo, della seconda metà del xx secolo.
    Questo si propone il convegno che inizia a Genova: contribuire a realizzare un ritratto a tutto tondo del cardinale Siri, a seguire un itinerario che tocchi la sua vita, la sua formazione e i suoi insegnamenti, che approfondisca la sua azione in rapporto alla realtà ecclesiale ligure e italiana, ma anche i suoi rapporti col mondo politico e con quello della cultura. È un'occasione per riconsiderare il suo rapporto con il Vaticano II alla luce di quell'"ermeneutica della continuità" tanto cara a Benedetto XVI e per riaffrontare passaggi e personaggi di rilievo della storia recente.
    Riscoprire le parole del cardinale Siri sarà utile per tutti, anche per coloro che - a torto o a ragione - non hanno condiviso o non condividono del tutto le sue posizioni, le sue scelte o le sue convinzioni. Il confronto con le persone intelligenti non fa mai male: quantomeno costringe a pensare.
    E a Giuseppe Siri l'intelligenza non mancava, era anzi ben accompagnata da una qualità messa in evidenza dal cardinale Tarcisio Bertone, nel 2006, in occasione del centenario della nascita del porporato genovese: "Alla base dei suoi atteggiamenti, al di là della stima goduta e meritata, c'era una salda fede nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, e inoltre nell'ufficio di Pietro e dei suoi Successori: dono trascendente alla Chiesa che cammina nella storia".



    (©L'Osservatore Romano - 12 settembre 2008)
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  2. #2
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    Il sacerdote? Un uomo libero anche dalle proprie opinioni


    Anticipiamo stralci di due delle relazioni che nel pomeriggio di venerdì 12 apriranno a Genova il convegno "Momenti, aspetti e figure del ministero del cardinale Giuseppe Siri nell'ottantesimo dell'ordinazione sacerdotale".

    di Mauro Piacenza
    Arcivescovo
    Segretario della Congregazione per il Clero


    Sono molto lieto di poter modestamente contribuire a mettere in luce il magistero del cardinale Siri sul sacerdozio in occasione dell'ottantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Come premessa introduttiva desidero condividere con voi lo stupore provato mentre, rileggendo alcuni testi del cardinale, constatavo la straordinaria attualità e assonanza con il magistero dell'attuale Sommo Pontefice. Temi come il relativismo, l'edonismo, il materialismo - certamente in termini consoni al linguaggio teologico e pastorale di quegli anni - sono ben presenti nell'insegnamento del cardinale Siri, con un "anticipo" di mezzo secolo, che non esiterei a definire profetico. Su molte cose il venerato cardinale ha visto molto lontano, ha avuto l'intelligenza - nel senso dell'intuslegere delle premesse - e ne ha previsto, fin quasi nel dettaglio, le conseguenze con l'acutezza propria dell'uomo di Dio.
    Un primo aspetto che colpisce è la sua profonda convinzione che il sacerdozio abbia un suo fondamento "in natura", che sia "la natura stessa che postula il sacerdozio". Tale convinzione si fonda su un presupposto altrettanto evidente, oggi purtroppo gravemente misconosciuto, ma assolutamente inoppugnabile: quello secondo il quale l'elemento religioso è un dato costitutivo della natura umana e non una personale e indimostrabile opzione della libertà.
    In altri termini, tutti ben conosciamo come una certa scuola di pensiero, che affonda le proprie radici remote nel materialismo di matrice marxista, e prossime nel neopositivismo relativista, che relega le certezze morali nell'ambito dell'opinabile, tenda a "ridurre" il fenomeno religioso a semplice manifestazione storico-culturale, a prodotto dell'uomo nel confronto con il cosmo.
    La conseguenza diretta di questa diffusa corrente storico-religiosa, anzi storicistica, è il misconoscimento del dato religioso come costitutivo della natura dell'uomo, e il conseguente approccio, puramente fenomenico, alla presenza della religione in ogni cultura della storia umana.
    Se il senso religioso è un dato antropologico universale, a esso sono legati il rapporto con il Creatore, la morale e il culto; tutte dimensioni che la storia, in ogni esperienza religiosa, anche la meno strutturata, vede come essenziali nel rapporto con l'Assoluto.
    Risulta evidente come in un contesto secolarizzato come quello nel quale viviamo, che pretende di fare a meno di Dio e restringe la questione religiosa all'interno dei convincimenti meramente soggettivi, divenga sempre più difficile la comprensione del sacerdozio come strutturale alla società e "bene" per l'umanità tutta.
    È necessario constatare tuttavia come la perdita di un tale concetto universalistico del sacerdozio sia stata, in certa teologia, solo apparentemente a favore del "presbiterato neotestamentario". L'avere infatti abdicato al ruolo di "mediatori" nel rapporto con Dio, non ha certamente esaurito la sete di sacro degli uomini, i quali, anche ai livelli più alti della società e della cultura, non cessano di rivolgersi ad altri mediatori, spesso in modo totalmente irrazionale e ingiustificato sia storicamente, sia culturalmente.
    In questa chiara concezione di sacerdozio naturale e necessario all'umanità si inserisce il magistero del cardinale Siri sul sacerdozio cristiano, il quale "concepito e fondato da Gesù risponde a tutte le esigenze naturali e le trascende di molto".
    Il sacerdozio nasce dalle esigenze poste dai rapporti tra Dio e l'uomo; dopo la redenzione, i rapporti tra Dio e gli uomini non sono più solamente quelli tra creature e Creatore ma tra figli adottivi e Padre. (...) In un contesto come quello contemporaneo, sostanzialmente desacralizzato, non privo di derive moralistiche, appare quanto mai urgente recuperare, anche per noi sacerdoti, questo profilo alto del ministero soprannaturale di salvezza che il Signore ha voluto affidare alla nostra libertà.
    Perdere tale visione, come profeticamente indicato dal cardinale Siri, significa inevitabilmente indebolire la realtà e l'idea stessa del sacerdozio e, in definitiva, porre i presupposti per una sua sempre più difficile comprensione e piena accettazione.
    È indispensabile recuperare la lucida consapevolezza che il sacerdote, nell'amministrare i sacramenti, è "vicario di Dio"; non produce da sé l'effetto divino sacramentale, il quale, necessariamente, eccede ogni causa strumentale e naturale. Conseguentemente il sacerdote riveste una personalità di molto superiore alla propria, formando, nell'amministrazione dei sacramenti, una sola persona con Gesù Cristo.
    Una tale concezione del sacerdozio ricolloca ciascun uomo-sacerdote all'interno di una posizione capace di superare d'un sol colpo tutte le contemporanee riduzioni pratico-funzionalistiche del ministero, ridisegnandone l'autentico volto, quale uomo di Dio per la salvezza degli uomini.
    Il sacerdote desidera semplicemente, ma efficacemente, essere padre di tutti quelli che incontra, partecipando loro la dolcezza e la verità di quei Misteri, dei quali egli stesso è stato, per grazia, reso partecipe. Una tale coscienza rende il sacerdote un uomo libero, non condizionato né condizionabile dalle mode. Un uomo libero anche dalle proprie personali opinioni, per aderire con sempre più perfetta letizia alla verità di Cristo e della Chiesa, in special modo al sacro magistero, nella lucida consapevolezza che solo "trasmettendo ciò che ha ricevuto" potrà condurre gli uomini a un'autentica esperienza di Dio (...). Altra caratteristica essenziale del sacerdote è la gioia. Il cardinale aveva una profondissima concezione della gioia cristiana, di cui era intriso essendo un uomo cristallino, evangelicamente povero e semplice. Richiamandone il senso ai suoi preti, e ai seminaristi, nella Lettera pastorale del 10 agosto 1979, affermava innanzitutto che la gioia non è l'allegria, anche se può con essa coesistere, ricordando che mentre la seconda è un fatto più esterno, la prima è essenzialmente un fatto interiore. La gioia, per il cardinale "è uno stato dell'anima in pace con Dio, con se stessa, con gli altri. (...) Fruisce di una luce della quale gode e che spande su tutto l'ambiente, al quale dà un'imperturbabile festosità".
    Ovviamente si tratta della luce della fede, che, specialmente nel sacerdote, è chiamata a riflettere costantemente il suo splendore su tutto, rendendo bello anche il sacrificio e il dolore, per il loro profondo valore redentivo.
    Certamente una gioia autenticamente vissuta e profondamente radicata è una delle caratteristiche più pastorali e missionarie del sacerdote. I giovani che vedranno un sacerdote così potranno porsi più efficacemente l'interrogativo sulla radice di una tale gioia e disporsi con maggiore apertura all'ascolto della volontà divina sulla loro vita.
    Emerge con chiarezza come il ministro di Dio debba fondamentalmente essere un uomo di orazione. Potremmo chiederci, e l'esperienza alla Congregazione per il Clero è eloquente in tal senso, quante delle fatiche del ministero dipendano dall'infedeltà o addirittura dal non aver mai maturato un autentico spirito di orazione.
    L'orazione del sacerdote infatti prende forza dal suo carattere, impresso dall'ordine sacro, e non si fonda appena sulla personale, seppur legittima, devozione (...). Il cardinale era solito ricordare ai suoi preti come, nella celebrazione della liturgia delle ore, in modo speciale, non fosse il singolo sacerdote a pregare ma in lui pregasse la Chiesa intera; la fede di tutta la Chiesa soccorre quella del singolo sacerdote, fino al punto che egli potrà sentire nelle alternanze dei versetti l'eco dell'intera Chiesa, "come il coro della Gerusalemme celeste e della Comunione dei santi".
    L'essere così radicati nella vita di orazione rende il sacerdote un uomo straordinariamente libero, perché fondato sulla certezza della presenza divina nell'Eucaristia, della grazia di stato che rende capaci di compiere atti che non si sarebbe mai pensato di poter compiere. Un uomo capace di memoria, di ricordo, tenendo presente che il termine ricordo, da cordis, indica innanzitutto un "far passare nuovamente nel cuore".
    Il sacerdote, così radicato nell'orazione, conoscerà un affetto che è più puro perché frutto dell'apostolato, del sacrificio e, in definitiva, dell'offerta dei beni di Dio agli uomini.
    Come non ricordare, a proposito della profeticità e dell'assonanza del pensiero del cardinale Siri con il cuore palpitante della Chiesa, le parole dell'allora cardinale Ratzinger, nell'omelia tenuta durante la Santa Messa esequiale del Servo di Dio Giovanni Paolo II: "Chi crede non è mai solo, né nella vita né nella morte".
    Particolarmente attuale, nel contemporaneo contesto culturale e sociale, è il costante invito, che il cardinale rivolgeva ai suoi sacerdoti, a non avere paura e a superare ogni complesso di inferiorità verso il mondo, in particolare verso ciò che è definito "moderno". Il cardinale richiamava al rischio del cedimento, in fondo mai superato, ad alcuni luoghi comuni; è necessario evitare l'ingenuo ottimismo nei confronti del mondo e degli uomini, di certa cultura oggettivamente anticristiana, anche se talora ammantata di filosofica problematicità e ospitata in non pochi ambienti e media "nostri"; allo stesso tempo è bene non essere vittime dell'opinione pubblica, soprattutto per il solo fatto che è pubblica, cioè numero, folla, forza. Il cardinale elenca ancora, come tentazioni e possibili complessi di inferiorità dei sacerdoti, l'ammirazione per i vari "messianismi", che si succedono nella storia e che falsamente promettono liberazioni "altre" da quella di Cristo.
    In conclusione il cardinale Siri aveva ben previsto a quali fatiche sarebbe andata incontro la figura del sacerdote in questi ultimi anni, per cui è necessario ribadire il suo prezioso magistero, perché nessun sacerdote si lasci intimidire da una cultura disposta a tutto pur di soffocare il più possibile il senso del sacro nelle coscienze degli uomini. Diceva ai suoi preti: "Miei cari confratelli, voi non siete miseri se porterete destini sì grandi da non essere minacciati. (...) Voi non siete più deboli, se non avrete bisogno di quello che è superfluo. Voi non siete meno sapienti, se non conoscete i misteri di questo mondo. (...) Se avrete da entrare in concorrenza, fatelo, ma con gli angeli del cielo, con i martiri, con i confessori della fede".


    Lo splendore del rito aiuta a vedere la verità

    di Uwe Michael Lang

    Per comprendere il pensiero e l'azione del cardinale Giuseppe Siri nell'ambito della sacra liturgia bisogna riandare ai suoi anni di formazione come seminarista e come giovane sacerdote a Genova. Nella prima metà del Novecento la metropoli della Liguria emerse come importante centro di movimento liturgico. Nel 1903 l'arcivescovo Edoardo Pulciano iniziò nel seminario genovese l'insegnamento di liturgia come disciplina distinta da quella delle rubriche. Nel 1914 venne fondata la "Rivista Liturgica", un progetto congiunto delle abbazie di Finalpia, nel savonese, e di Praglia. Nella presentazione della nuova rivista si indicava come scopo quello di studiare e spiegare sia al clero sia ai fedeli la sacra liturgia, quale "culto pubblico che la Chiesa a rende a Dio".
    La figura chiave che emergeva in questi anni fu quella di monsignor Giacomo Moglia (1881-1941), il fondatore dell'Apostolato liturgico, alla quale il giovane Siri fu molto legato. (...) In un importante intervento del 1981 lo definì "uno dei massimi promotori della rinascita liturgica in Italia". L'Apostolato liturgico venne fondato nel 1930, e la sua prima iniziativa (...) fu la pubblicazione settimanale dei "foglietti domenicali", con le varie parti della messa in latino e in traduzione italiana, come rileva Siri, "perché tutto il popolo capisse, seguisse, partecipasse". Alla scuola di monsignor Moglia Siri apprese il principio che "il culto a Dio resta il primo dovere dell'uomo e della Chiesa".
    Vorrei qui presentare in maniera sintetica tre elementi caratteristici della sua visione liturgica, che trovarono espressione nel suo lungo ministero come arcivescovo di Genova: la liturgia come realtà soprannaturale, la solennità della liturgia e la dimensione ecclesiale del culto divino.
    Nei suoi molti contributi sul tema, il cardinal Siri ribadiva il carattere soprannaturale della sacra liturgia, dovuto al fatto che la celebrazione dei sacramenti è intimamente legata alla Rivelazione divina. In sintonia con l'enciclica Mediator Dei di Pio xii e la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, Siri metteva in rilievo che la liturgia è l'azione di Cristo Sommo Sacerdote (...) Quindi "la divina liturgia è stimolo, fonte, causa di spirito e vita soprannaturale" nell'anima dei fedeli. Il culto a Dio è "il primo atto al quale sono tenuti gli uomini (...) e il primo strumento ordinario per la salvezza delle anime (...) Colla divina liturgia, specialmente se capita e seguita, si santifica, si eleva tutto".
    Siri concepiva la liturgia come l'espressione visibile della fede (...) Per il cardinale l'importanza del culto non può essere sovrastimata, perché esso "rappresenta per la maggior parte degli uomini nella gran parte della vita la principale sorgente, spesso l'unica, della fede conservata, della grazia di Dio, della speranza eterna", come osserva in una lettera pastorale al clero dell'arcidiocesi nel 1977. Quindi la "custodia dell'ortodossia della fede implica l'accurata custodia dell'ortodossia nella liturgia".
    In questo contesto, Siri spesso riaffermava la necessità della preparazione catechetica. (...) Una concezione della liturgia che prescindesse dal suo contenuto rivelato rischierebbe di diventare soltanto uno "spettacolo", come Siri sottolinea spesso nei suoi discorsi sul tema.
    Nel suo lungo ministero liturgico egli ha sempre incoraggiato e promosso la partecipazione dei fedeli non nel senso di un attivismo esterno - per Siri la distinzione essenziale fra il sacerdozio ministeriale e lo stato laicale era fondamentale nella vita della Chiesa - ma nel senso di preghiera, meditazione e comprensione dei sacri misteri che sono celebrati nella liturgia. Una fruttuosa partecipazione al culto si manifesta poi in un impegno che include ogni aspetto della vita cristiana.
    Vi è poi l'aspetto della solennità. La partecipazione dei fedeli nella liturgia va al di là di quella solo intellettuale, perché le azioni liturgiche con il loro simbolismo sono "strumento di una traduzione in elementi figurati più accessibili alla capacità umana di intendere". Nel dibattito sull'uso della lingua latina nel culto cattolico, Siri esprimeva la sua convinzione che "nella liturgia prima ed oltre la lingua c'è il contenuto ed il significato dogmatico, c'è la regia, la coreografia, il simbolismo, il gesto, il canto, il contorno, le persone, le vesti". Nella liturgia, attraverso i segni ed i gesti, si sente la presenza e la maestà di Dio. (...) "La solennità - affermava nel 1981 - vuol realizzare il grande anche nel piccolo, il decoro anche nel misero, l'armonioso anche nella tempesta, la dignità anche nell'umile".
    La solennità è anche il fondamento dell'arte sacra e della musica sacra. A più riprese durante il suo lungo governo episcopale, Siri enunciò norme e direttive per la progettazione e la costruzione delle nuove chiese in diocesi, compito urgente in particolare negli anni del dopoguerra a Genova. Il cardinale s'interessava personalmente dell'architettura sacra e favoriva una linea in essenziale continuità con il linguaggio tradizionale dell'architettura sacra, tuttavia non escludendo lo stile moderno, purché corrispondente ai criteri di monumentalità, normalità, idea teologica, intento ascetico e coerenza liturgica.
    Nell'ambito della musica sacra, Siri non cessò mai di promuovere il canto gregoriano come grande patrimonio del rito romano. L'arcivescovo desiderava che i fedeli imparassero un repertorio essenziale di canti più semplici del Graduale romanum. Allo stesso tempo, egli incentivò altri canti di qualità e dignità, in particolare quelli tradizionali, e l'uso delle cantorie per l'esecuzione dei brani polifonici e per il sostegno del canto popolare.
    Infine la dimensione ecclesiale della liturgia. Per il cardinale Siri questa era al fondamento della sua visione liturgica. Le parole che usò in uno dei suoi discorsi commemorativi di monsignor Moglia possono essere applicate anche a lui: "Della Chiesa la liturgia era il respiro, per la Chiesa la liturgia realizzava la grande spirituale unità, in essa si sentivano riuniti e collegati i figli adottivi di Dio". Nella sua azione di adorazione e lode a Dio la Chiesa è congiunta con la comunione dei santi, che celebrano la liturgia celeste alla presenza di Dio. La partecipazione al coro della Celeste Gerusalemme si manifesta in modo particolare nell'ufficio divino, che fu sempre molto caro a Siri. Il cardinale arcivescovo di Genova considerava la celebrazione dei vespri un elemento integrale della santificazione del giorno del Signore e delle feste dell'anno liturgico, incoraggiando i fedeli a parteciparvi.
    La dimensione ecclesiale della liturgia si mostra anche nel rispetto per la legge della Chiesa. Per Siri l'obbedienza alle norme e prescrizioni liturgiche era un'esigenza della spiritualità sacerdotale. Il cardinale ribadiva che l'aggiornamento liturgico si doveva svolgere solo sotto la guida dell'autorità competente, soprattutto della Santa Sede. La "romanità" di Siri si esprimeva in questo atteggiamento di assoluta fedeltà al Successore di Pietro, anche in momenti di grande prova personale.
    Anche se durante il Concilio Vaticano ii Siri mostrò alcune riserve (...) sul documento dedicato alla Sacra Liturgia, il suo giudizio sulla Sacrosanctum Concilium fu assai favorevole. (...) Era però molto preoccupato dell'applicazione della riforma liturgica. Nella sua arcidiocesi rispondeva a questa situazione con una lettura della riforma conciliare secondo "una ermeneutica di continuità" (Benedetto XVI). Del resto, già dai primi anni del suo governo episcopale Siri usò prudenza nell'ambito liturgico, e con questa prudenza accolse anche la riforma postconciliare, sia nella liturgia stessa, in particolare nella messa e nel culto della Santissima Eucaristia, sia nell'ambito dell'architettura, dell'arte sacra e della musica sacra.

    (©L'Osservatore Romano - 12 settembre 2008)
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    Il cardinale Giuseppe Siri, padre Agostino Gemelli e la questione sociale


    Nulla vi è di assoluto tra le cose puramente terrene

    Pubblichiamo uno stralcio della relazione del rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore tenuta al convegno "Momenti, aspetti e figure del ministero del cardinale Giuseppe Siri nell'ottantesimo dell'ordinazione sacerdotale" in corso a Genova.
    di Lorenzo Ornaghi

    Due sacerdoti intensamente consapevoli del valore del proprio ministero; due conoscitori profondi dell'animo umano, generosamente e anche severamente attenti soprattutto a quello dei giovani; due servitori autorevoli e ascoltati della Chiesa e dell'Italia, in una stagione storica di cambiamenti estesi e accelerati, spesso irreversibili. Tra Giuseppe Siri e Agostino Gemelli, per quasi vent'anni - da quando il giovane don Siri, nel 1942, tiene a Milano, su invito dell'Associazione dei Laureati Ludovico Necchi, una serie di lezioni che sfocerà nel saggio Il cristiano e il peccato - gli incontri sono frequenti e ancora più frequenti i contatti epistolari. Del rapporto che li legò, e del suo grande valore storico e culturale, significativamente avvertiamo - in questa nostra età, ben più che nel passato che abbiamo immediatamente alle spalle - la eco affascinante e la speciale rilevanza per ciò che il cattolicesimo italiano è divenuto, per ciò che oggi è, per ciò che può auspicabilmente risultare per la vita del Paese di domani.
    Dei molti fatti che costellano il loro "comune sentire", uno in particolare si schiude in tutta la sua attualità. Quando Gemelli ha notizia de' La strada passa per Cristo, la lettera pastorale che resta sintesi straordinaria del pensiero di Siri sull'ordine sociale, ne chiede subito copia all'arcivescovo.
    Ricco e complesso, il testo di Siri si presenta con un impianto deduttivo logico e consequenziale, in cui c'è tutto lo stile del cardinale: fermezza, razionalità rigorosa, toni decisi, adesione costante a una visione di fede che ammette poche repliche. Egli riprende, sviluppandoli, alcuni temi su cui aveva puntato l'attenzione Pio xii durante il celebre Radiomessaggio natalizio del 1942. Li amplia con alcune riflessioni che Siri stesso aveva già in parte presentato nel 1950, durante l'importante discorso da lui tenuto davanti alla direzione nazionale dell'Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (Ucid) a Roma. In quell'occasione, egli aveva lanciato il tema innovativo, e ricco di conseguenze pratiche, della corresponsabilità economica e sociale dell'impresa: come aveva allora osservato, "l'andamento economico mira alla floridezza dell'impresa; l'andamento sociale mira con la giustizia e l'equità, alla sorte e al benessere di tutti i suoi membri, nessuno escluso, siano essi dirigenti, siano dipendenti od operai. Questa giustizia e questa equità noi le intendiamo da cristiani".
    L'esordio della lettera pastorale è deciso, quasi spiazzante; Gemelli ne resta profondamente colpito, come testimonierà il suo ringraziamento dopo averne ricevuto la copia.
    Dopo una breve citazione di san Paolo ("Io sono di Paolo e io di Apollo e io di Cefa; io invece sono di Cristo!", 1 Corinzi, 1, 12), Siri afferma infatti: "Non abbiamo in terra maestri inappellabili che siano sulla strada diversa dalla sua, non riconosciamo a nessuno di poterci trarre a fazioni ispirate ai mutevoli venti (...) noi siamo solamente di Cristo! Le parole di "destra" e "di sinistra" non ci appartengono, come non ci appartiene qualunque altra che significhi semplicemente "diverso da destra e da sinistra". Noi non abbiamo da accarezzare chi ama essere accarezzato, non da adulare chi ama essere adulato, non ci interessa sedurre folle o captare popolarità (...) noi siamo solamente di Gesù Cristo (...). Vi meravigliate di questo nostro strano esordio, ve ne meraviglierete anche di più quando saprete che con questa nostra lettera abbiamo intenzione di illuminarvi sulla questione sociale e sulle questioni a essa connesse".
    Dalla paternità universale di Dio, Siri ricava logicamente la fraternità universale degli uomini, per i quali nel reciproco rapporto deve valere la naturale legge del perdono fraterno, che ha in sé l'idea forte della collaborazione sociale, non della lotta. Da qui l'inammissibilità della cosiddetta "lotta di classe". Sin dall'inizio della lettera, serrato è l'attacco alle dottrine di stampo marxista. Nelle conclusioni, con pari forza Siri esprime un no chiaro alla socializzazione, all'idealismo e al positivismo filosofico, all'accumulo di beni nelle mani di pochi, all'ipocrisia della lotta di classe che nasconde in realtà uno "Stato poliziesco e accentratore". È invece sempre più necessaria e urgente, osserva Siri (adoperando una formula che oggi risuona ancor più attuale), la "comunicazione del benessere". È questo un dovere primario per i cristiani in campo sociale. Il benessere "messo in comune" è un benessere condiviso, sull'esempio di quella comunicazione e condivisione familiare che dovrebbe modellare la società civile.
    Non vi è nulla di assoluto, ammonisce ancora Siri, tra le cose puramente terrene: non lo Stato, e neppure la comunità umana, con gli ideali esclusivamente umani, anche se "decorosamente ammantati di giustizia e progresso". Nel triplice ordine della legge positiva, naturale e divina, vi è l'unico alveo nel quale e grazie al quale il fiume del cammino dell'uomo può fruttuosamente procedere "senza alluvioni", garantendo quel rispetto della persona e della sua dignità che costituiscono - in questo caso, realmente - l'unico "assoluto", perché legati alla Rivelazione di Dio, all'Incarnazione, alla Redenzione. Da qui discendono per Siri, oltre alla critica al marxismo e ai totalitarismi in genere, altri due motivi forti: l'ineliminabile diritto alla libera iniziativa, in quanto garanzia prima dell'effettivo rispetto dell'autonomia della persona, e il diritto alla proprietà privata.
    Dall'insegnamento tomista egli attinge anche la dottrina delle società intermedie, fondamentali per far sì che la "sociabilità" risulti esplicazione piena e armonica della persona. Sociabilità e propensioni associative sono anch'esse un fatto di natura morale. Proprio per questo - osserva Siri - "l'epicentro dell'odierna questione sociale non si darà mai se non su un terreno morale. Perché il punto più vero da salvare è fatto morale e non materiale: la dignità di un uomo per sé, per la sua famiglia, per la sua funzione sociale".
    Su questi temi e su tali argomentazioni, l'adesione di padre Gemelli è totale. Nel nome dei principi scolpiti dall'arcivescovo nella sua lettera pastorale, Gemelli ha combattuto e sta combattendo le sue più grandi e difficili battaglie contro le onde lunghe del laicismo ottocentesco: le battaglie a favore della libertà della scuola e sulla necessità dei finanziamenti statali anche per quelle iniziative che, impropriamente definite "private", sono in realtà pubbliche e anch'esse parte della questione sociale.
    Un anno dopo, Siri e Gemelli tornano a incontrarsi in un'occasione felice e speciale: l'inaugurazione, a Piacenza, della nuova Facoltà di Agraria. Nel discorso a padre Gemelli e alla sua Università, la questione sociale riemerge, insieme con quel tema delle trasformazioni agrarie, che sarebbe stato ampiamente discusso in settembre, nella Settimana sociale di Cagliari. Siri così ammoniva e augurava: "Il cammino della scienza, anche in questo settore specifico di cui si occupa questa facoltà di agraria, è volto a dare qualche cosa di nuovo al mondo: auspichiamo che nel suo progresso e nell'affermazione delle sue conquiste e con le sue applicazioni tecniche possa procedere a una redenzione dal lavoro bestiale e dalla fatica e voglia collaborare a restituire una maggior libertà agli uomini nelle loro superiori facoltà intellettuali e morali".



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    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

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    VI SEGNALO questo Bellissimo Sito:

    http://www.cardinalsiri.it/
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

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    Un volume di inediti dell'antico arcivescovo di Genova

    L'inconfondibile tratto
    pastorale di Giuseppe Siri


    Giovedì 11 dicembre nella chiesa romana di San Benedetto in Piscinula, viene presentata una raccolta di testi del cardinale Giuseppe Siri curata da Antonio Filipazzi, (Omelie per l'anno liturgico, Verona, Fede & Cultura, 2008, pagine 304, euro 25).

    di Antonio Livi

    Ci troviamo in un momento di ritorno allo studio della figura del cardinale Giuseppe Siri, attraverso le testimonianze storiche e la lettura delle sue opere inedite o la rilettura delle più significative. Fra esse vi è un prezioso volume di omelie finora inedite che le edizioni Fede & cultura di Verona, promosse dal giovane filosofo Giovanni Zenone, hanno mandato recentemente in libreria (Giuseppe Siri, Omelie per l'anno liturgico, a cura di Antonio Filipazzi, Verona 2008). Contemporaneamente è ripresa, presso l'editore Giardini di Pisa, la pubblicazione delle opere del cardinale ormai interrotta da vent'anni. A ciò fa riferimento nella prefazione dell'antologia delle omelie monsignor Luigi Negri, il quale definisce questa raccolta di omelie "un libro ricchissimo e straordinariamente attuale, che recupera un momento fondamentale della vita e della storia della Chiesa italiana: l'episcopato del cardinale Siri (...) È un libro che restituisce attualità a una stagione ricchissima e grandissima della Chiesa italiana".
    La raccolta che ora viene alla luce è un documento dello stile omiletico e catechetico del cardinale, e quindi interessa soprattutto dal punto di vista pastorale. Ma chi conosce Siri sa che tutte le sue opere sono di carattere squisitamente pastorale e quindi vanno considerate come propriamente teologiche poiché la pastorale altro non è che l'impegno dei pastori a continuare l'opera degli apostoli, ossia la diffusione del Vangelo con la predicazione, la santificazione attraverso i sacramenti della fede e il governo della comunità. In tale impegno, se rettamente inteso secondo il mandato del Pastore supremo che è Cristo, il primo posto va riservato all'annuncio propriamente cristiano, ossia alla catechesi dei credenti e all'evangelizzazione di quanti ancora credenti non sono, ma sono chiamati da Dio a diventarlo. Perché "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità", e spetta proprio ai Pastori - ai quali Cristo ha detto: "Andate in tutto il mondo e annunciate il Vangelo a ogni creatura" - cooperare al progetto salvifico mediante l'opera di evangelizzazione e la catechesi. L'ascolto e l'apprezzamento di quanto possano proporre gli esponenti della cultura di oggi - scienziati, filosofi, letterati, pensatori politici, teologi - non impediscono il discernimento di ciò che giova alla comprensione e all'accettazione della verità rivelata, con la quale ogni autentica verità umana non può che concordare. Così, analogamente, il dialogo con i "fratelli separati" e con i non credenti non esclude l'annuncio della verità circa l'unica Chiesa di Cristo e l'unico Salvatore di tutti gli uomini. La testimonianza di carità, a sua volta, è in funzione dell'evangelizzazione, e non viceversa, e se i pastori richiamano i fedeli a dare testimonianza di carità nella sollecitudine per i problemi sociali e nella vita politica, è perché tutti i fedeli, assieme ai pastori, sono tenuti, in virtù del battesimo, a essere evangelizzatori.
    Nelle opere del cardinal Siri io ritrovo proprio questa giusta gerarchia dei valori, che l'arcivescovo di Genova ha non solo enunciato nelle sue riflessioni sulla pastorale, ma ha costantemente praticato nella sua condotta sacerdotale. È un tratto caratteristico della predicazione di Siri, ben evidenziato anche da Giovanni Paolo ii che, in una lettera a lui indirizzata, scrisse: "Chi legge i Suoi scritti, Signor Cardinale, resta colpito non solo dall'intelligenza e dalla cultura di cui ella dà prova, ma ancora più dalla passione per la verità che La guida a cercare, in ogni problema, la soluzione coerente col dato di fede, senza cedimenti di sorta alle mode culturali del momento".
    Non c'è ombra di retorica o di vuota ufficialità, in queste omelie, perché in esse, al di là di elementi formali che possono essere più o meno graditi alla sensibilità culturale odierna, sono sostanzialmente l'espressione del senso di responsabilità e dello zelo di un pastore che si trova ad affrontare le sfide e le difficoltà che noi pure, a distanza di vent'anni, ci troviamo ad affrontare. Si tratta dunque, malgrado le apparenze, di documenti assai importanti. Lo si comprende proprio dall'esempio che essi offrono di una pastoralità autentica, ossia di una sincera e concreta "carità pastorale". Questo è dunque il criterio che consente di apprezzare come meritano le omelie del cardinal Siri: non sono importanti malgrado il loro stile semplice e popolare, ma proprio per questo loro carattere, nel quale è evidente il senso di responsabilità del pastore nei confronti del suo gregge. Egli non fa sfoggio di erudizione, né ricorre a concetti astrusi, perché non mira a destare ammirazione per la sua profonda dottrina - che pure è il fondamento dei suoi discorsi - ma a scuotere le coscienze con la riproposizione delle verità eterne che derivano immediatamente dalla Parola di Dio e hanno il potere di suscitare nell'animo di tutti i credenti i sentimenti propri della fede - quelli per i quali la Chiesa ha istituito le festività liturgiche - ossia lo spirito di conversione e di penitenza; la fiducia nella misericordia di Dio Padre; la speranza di essere alla fine partecipi della gloriosa resurrezione di Cristo.
    Molto opportunamente monsignor Negri, nella prefazione, inserisce questo documento dello stile omiletico dell'arcivescovo di Genova nel contesto di un rinnovato interesse per le grandi figure della pastorale di un tempo ormai passato, ma indubbiamente ricco di frutti apostolici: "Queste omelie di Siri ci dicono il segreto di questa grandezza cristiana, ecclesiale, culturale e sociale. L'assoluta difesa dei diritti di Dio al centro della predicazione: Dio è tutto, e tutto dipende da Dio e nulla può essere fatto di positivo se non rispettando rigorosamente questo primato di Dio sulla realtà. E poi il mistero di Cristo, il mistero amabile di Cristo vissuto in una liturgia che era, realmente, la parte fondamentale, generatrice di tutto nella vita del vescovo, del vescovo liturgo che celebrava la liturgia per sé e per il popolo con una fedeltà rigorosa e un trasporto quasi mistico. Una liturgia nella quale e chi celebrava, e chi partecipava, incontrava il mistero del Signore presente, sentiva proclamata una parola e, nell'omelia, apprendeva una cultura nata dalla fede che apriva l'intelligenza e il cuore, dei singoli e del popolo, a vivere cristianamente di fronte al mondo, nella società".
    Queste omelie, assieme a tutti gli altri scritti già pubblicati o ancora inediti, serviranno a far apprezzare meglio oggi le qualità propriamente pastorali del cardinale Giuseppe Siri: la sua impostazione dottrinale, il suo riferimento costante al magistero ordinario e straordinario della Chiesa - il concilio Vaticano II- e infine la sua sincera e profonda spiritualità. Ma, oltre all'indubbio interesse per gli studiosi di storia della Chiesa, il testo costituisce per tutti i credenti una lettura edificante - nel senso originario e cristiano del termine - perché in esso le festività liturgiche offrono l'occasione e l'invito a perseguire in qualsiasi tempo la perfezione della carità alla quale siamo chiamati. È un invito che edifica quando - come in questo caso - viene da chi "parla con autorità", ossia da chi sa proporsi personalmente, con la sua fede vissuta e il suo sacrificio, come esempio di fedeltà alla propria vocazione. E quanto osserva monsignor Giacomo Barabino nell'introduzione del volume: "Il Cardinale fu, per chi lo incontrava nelle circostanze più disparate, una predica che richiamava verità e valori superiori, e tutti percepivano l'irraggiamento spirituale della sua persona".



    (©L'Osservatore Romano - 11 dicembre 2008)
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  6. #6
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    Ciò che più di tutto mi interessa, avendo avuto l'onore di sentire dal vivo più volte il grandissimo Cardinale, è la sua enorme capacità di sintesi: in omelie di pochissimi minuti riusciva a dire - e soprattutto a far capire - tante e tali cose, che certi sacerdoti non ci riescono in tre quarti d'ora e più.

    Il Signore ci mandi molti altri sacerdoti come lui!

  7. #7
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    Giuseppe Siri, un «evangelizzatore» sul pulpito

    ROMA. «Mi raccomando, nell’omelia non superate i 7-8 minuti. Se avrete parlato bene tutti saranno contenti, se sarete stati noiosi tutti saranno contenti lo stesso». Così il cardinale Giuseppe Siri ammoniva i sacerdoti. Un insegnamento che ricorda bene monsignor Guido Marini, genovese come lui e oggi maestro delle cerimonie pontificie. Il sacerdote ha portato una testimonianza ieri a Roma, presso la chiesa di San Benedetto in Piscinula, alla presentazione del libro che raccoglie le «Omelie per l’anno liturgico» (editrice Fede e cultura) pronunciate dal porporato scomparso nel 1989, di cui ricorre l’80° dall’ordinazione sacerdotale. Tra il pubblico, tre arcivescovi: Albert Malcom Ranjith, segretario della Congregazione per il culto divino, Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati e Mauro Piacenza, segretario della Congregazione per il clero. Insieme a Marini, a tratteggiare il profilo di Siri come evangelizzatore dal pulpito, è intervenuto anche il superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo, monsignor Massimo Camisasca. Sull’onda dei ricordi di Messe ascoltate e servite all’altare dell’allora arcivescovo di Genova, Marini ha ricordato che «le sue parole rimanevano impresse nella mente e nel cuore» e con lui «l’omelia diveniva la via maestra per la partecipazione attiva alla liturgia».
    Non perdeva mai il filo, pur parlando a braccio. Cosa che gli consentiva di avere con le persone un rapporto «volto a volto» e di rendere accessibili le verità della fede anche ai meno colti. Camisasca ha messo in luce come Siri facesse entrare le persone «nella logica del testo proclamato, senza divagazioni retoriche o concessioni alle mode».
    Mentre oggi spesso, ha punzecchiato, molti sacerdoti tendono a usare esempi tratti da linguaggi come la fantascienza, «con l’esito di creare confusioni, per cui molto spesso i ragazzi credono che Gesù sia il personaggio di una favola».
    L’incontro – animato con un brano audio dell’omelia natalizia del 1977 e con il canto finale degli Araldi del Vangelo, associazione internazionale di diritto pontificio che ha la rettoria della chiesa romana – è stato concluso dal curatore del volume, monsignor Antonio Filipazzi.
    Gianni Santamaria

    fonte: Avvenire, 12/12/08
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  8. #8
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    Sintesi e chiarezza di pensiero nelle omelie del cardinale Giuseppe Siri

    Un temperino in mano per pungersi prima di cedere alla commozione

    Pubblichiamo ampi stralci dell'intervento del maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie tenuto in occasione della presentazione del volume
    Omelie per l'anno liturgico, una raccolta di testi del cardinale Siri curata da Antonio Filipazzi (Verona, Fede & Cultura, 2008, pagine 304, euro 25).

    di Guido Marini


    Chi è colui che può testimoniare? Chi ha incontrato, visto e sentito. Io, per grazia, ho incontrato il cardinale Giuseppe Siri, l'ho visto e l'ho sentito. Ho parlato di grazia e non a caso. Ritengo, infatti, che sia sempre una grazia del Signore avere l'opportunità di fare la conoscenza di uomini grandi. Grandi non perché tali davanti al mondo - è questa una ben piccola e povera grandezza - ma perché grandi davanti a Dio. E di questa grandezza intendo parlare quando mi riferisco al cardinale Siri. In lui l'ho incontrata.
    La Provvidenza di Dio l'aveva dotato di moltissimi talenti, tra i quali spiccavano la sua ricca umanità, la luminosa e non comune intelligenza, la nobiltà dell'animo, un tratto signorile e austero ma altrettanto autenticamente buono e semplice. In virtù dell'opera della grazia, di una diuturna ascesi personale, di una fede intensa e di un'appartenenza ecclesiale fedelissima questi talenti hanno potuto risplendere per il bene di molti, moltissimi: ancora adesso. Tra questi vi sono anch'io.
    Ho avuto modo di avvicinare il cardinale Siri la prima volta quando frequentavo il liceo classico presso una delle scuole statali della mia città. Da poco avevo cominciato a essere assiduo alla vita della Chiesa e già riflettevo sulla prospettiva di entrare in seminario al termine del mio percorso scolastico superiore. Ebbi l'opportunità di partecipare in diverse circostanze a celebrazioni eucaristiche presiedute dall'allora arcivescovo, alcune volte anche servendo la messa come ministrante.
    Più tardi, ormai seminarista, avrei avuto modo di ascoltare la predicazione del cardinale con più continua frequenza, ripercorrendo i grandi momenti dell'anno liturgico, anche a motivo del servizio che, come seminario, si prestava in cattedrale nelle feste, nelle solennità e negli eventi significativi della vita diocesana, come è consuetudine ancora oggi.
    Ed è a partire da qui che prende forma la mia testimonianza, ovviamente limitata all'ambito delle omelie, alcune delle quali sono state pubblicate nel volume questa sera presentato e curato dal mio caro confratello nel sacerdozio e amico dai tempi del seminario, monsignor Antonio Filipazzi.
    I giovani, tra le diverse caratteristiche tipiche della loro età, hanno quella di essere molto esigenti. Anche quando si pongono in ascolto di un'omelia, che loro vorrebbero sempre inappuntabile sotto ogni punto di vista, vale a dire perfetta.
    Quelle del cardinale ho l'ardire di affermare che, se è possibile nelle cose umane parlare di perfezione, perfette lo erano; o almeno a me davano allora questa impressione e così io oggi me le ricordo. La mia mamma, che in tante occasioni aveva ascoltato Siri predicatore, amava ripetere spesso, con un accento di meraviglia: "Come predica bene il cardinale Siri!". Ritornerò più avanti su questo apprezzamento della mia mamma e ne spiegherò il perché.
    Rimanendo in ascolto delle omelie di Siri non era possibile annoiarsi. Al dono della sinteticità si accompagnava l'altro grande dono di un'estrema chiarezza del pensiero. Non credo che un'omelia del cardinale abbia mai superato i dieci minuti, almeno io non lo ricordo. Eppure in quel breve tempo era detto tutto ciò che era da dire: né più né meno. E quelle parole rimanevano ben impresse nella mente e nel cuore. Nella mente, per la limpidezza del discorso e la chiarezza dei singoli passaggi; nel cuore, per la profondità religiosa e sapienziale dei contenuti. A noi seminaristi ricordo che una volta disse: "Mi raccomando: quando avrete da fare le omelie non superate i sette-otto minuti. Si può dire tutto in sette-otto minuti". E aggiungeva, con la saggezza del grande pastore: "Se avrete parlato bene, tutti saranno contenti; se sarete stati noiosi, tutti saranno contenti ugualmente, perché non l'avrete fatta tanto lunga".
    Mi ha sempre affascinato la capacità di Siri di rendere semplice anche ciò che era oggettivamente complesso e articolato. Ma si sa, questa è la virtù dei grandi oratori; rendere accessibile a tutti, pure ai meno dotti, le verità più complesse e impervie, anche della fede. Il cardinale appariva, a me giovane, come il grande artista per il quale compiere un esercizio difficilissimo diventa estremamente semplice, quasi che non debba comportare un allenamento estenuante, una profusione di energia e di talento. Siri era il grande artista della fede che, con le sue non comuni doti intellettuali e spirituali, sapeva "spezzare" le verità della dottrina cristiana in modo tanto semplice quanto affascinante. Al termine di una sua omelia ci si fermava a riflettere e a dirsi: "È proprio così! Come sono belli i misteri della vita del Signore! Come vorrei vivere nella luce di quanto ho ascoltato!".
    Tipico dell'arte omiletica del cardinale era il tono: a tratti severo, altre volte commosso, in alcuni momenti esortativo e suadente, spesso lapidario. Soprattutto questa ultima caratteristica faceva sì che difficilmente ci si potesse dimenticare di quanto si era ascoltato. Quante volte ho sentito dire, ad esempio, dai sacerdoti: "Ciò che il cardinale ha detto il giorno della mia ordinazione non potrò mai dimenticarlo". Nelle orecchie rimaneva il contenuto delle sue parole e, insieme, il tono con il quale erano state pronunciate. Ed era un messaggio al cuore che durava per la vita. Io stesso ho potuto fare in prima persona questa esperienza. Confido che di tanto in tanto mi ritorna alla mente qualche parola pronunciata da Siri in quella o in quell'altra circostanza liturgica. Con la parola mi si affaccia alla mente la figura ieratica del grande cardinale, ne risento il timbro inconfondibile della voce. E avverto che quella parola, un giorno donatami, rimane nell'oggi fedele compagna di viaggio a illuminare i passi del mio sacerdozio.
    In merito al tono ho usato anche la parola "commosso". Può sembrare strano questo tratto nella personalità, tra l'altro marcatamente genovese, del cardinale Siri. Chi conosce l'animo profondo di Genova e dei suoi abitanti, sa che raramente si è disponibili a mettere in mostra i propri sentimenti, se non con chi ci è particolarmente familiare e dopo un tempo prolungato di frequentazione. Non si è lontano dal vero se si afferma che per il cardinale non era fuori luogo esternare sentimenti ed emozioni nel contesto dell'assemblea liturgica: perché quella era la sua famiglia, la sua famiglia carissima. E tuttavia, si può aggiungere che, spesso, era il tema trattato a suscitare il movimento del cuore in Siri pastore d'anime. Ho in mente, soprattutto, le splendide omelie pronunciate nella grande solennità dell'Immacolata, in quella che era la sua parrocchia di origine - la chiesa dell'Immacolata, appunto - e della quale, come ogni arcivescovo di Genova, era nativamente abate parroco. Lì, davvero, spesso si lasciava andare. Era l'ambiente umano e spirituale che lo permetteva. Ma era anche il pensiero della Vergine Santa, della quale era devoto in modo filiale e, mi permetto di dire nel senso più bello del termine, fanciullesco. La sua, ovviamente, era una devozione radicata nella grande teologia, ma anche calda e affettuosa. E come tale sapeva comunicarla.
    Aggiungo che, a proposito della commozione, tra noi seminaristi girava la notizia che, ogni tanto, il nostro cardinale, proprio per non cedervi, portava con sé, nella mano, un temperino con il quale era pronto a pungersi, quando durante l'omelia avesse preso il sopravvento l'aspetto emotivo. Penso che il piccolo segreto trapelato fosse vero e conferma, se ce ne fosse bisogno, l'animo sensibile di Siri, il suo essere geloso dei sentimenti più intimi, il suo amore delicato e intenso per le cose di Dio.
    Tutti conoscono la sua straordinaria levatura teologica. Non è questo il contesto per ricordarla nel dettaglio. Solo mi è caro testimoniare quanto in lui, nell'omiletica, la teologia si sia coniugata con la spiritualità. In tal modo, l'omelia era sempre ricca di dottrina e, al contempo, assai stimolante per la vita cristiana e gli impegni nell'ordine della pratica morale. Le verità della fede, celebrate liturgicamente, erano portate alla luce per essere contemplate. Quindi, se ne rendeva chiaro il riferimento all'esistenza quotidiana, conservando integro il rapporto di complementarietà tra contemplazione e azione. L'omelia, con il cardinale Siri, diventava via maestra alla partecipazione attiva alla celebrazione, se per partecipazione attiva si intende l'incontro della mente e del cuore con il mistero di Dio, nei segni propri della liturgia, così da rimanerne trasformati in ordine alla progressiva santificazione.
    Un mio ricordo caro è quello legato alle visite che il cardinale faceva al nostro seminario, in occasione della festa di san Luigi. Era, quella, anche la festa del seminario e si concludeva l'anno accademico assieme all'anno di formazione, così come accade anche oggi. Per noi seminaristi la messa presieduta dall'arcivescovo era un momento molto forte di quella giornata. E, in modo particolare, si attendeva l'omelia. Un'omelia sempre fondata sui testi liturgici della festa, sempre attenta alle note biografiche del santo, sempre protesa a indicarci le mete spirituali a cui tendere nel tempo della preparazione al sacerdozio. In tanti modi il cardinale faceva sentire a noi, suoi seminaristi, il bene che ci voleva. Basti pensare alla frequenza settimanale con la quale non mancava di farci visita, rimanendo disponibile un intero pomeriggio per incontri personali e di classe. Ma, certo, il momento della predicazione dava modo al cuore del nostro pastore per manifestare l'affetto intenso, vero nutrito per noi. Si capiva che per il tramite della parola egli desiderava comunicarci i tesori della fede e della dottrina, introdurci al desiderio appassionato per la verità, stimolarci a una vita di santità, additarci l'amore fedele alla Chiesa. Insomma, accompagnarci a essere domani sacerdoti secondo il cuore del Signore. E lo si sentiva benissimo!
    Non l'ho mai visto leggere un'omelia. Il suo era un procedere a braccio. Non perché non si preparasse. Piuttosto perché si preparava molto bene e aveva il dono di far fluire le parole senza l'appoggio di testi scritti. In tal modo, tra l'altro, era nella condizione di modulare quanto diceva facendo riferimento alla situazione concreta dell'assemblea e al clima spirituale che si andava profilando. E, perché no, lasciandosi anche portare dall'ispirazione del momento. Poteva guardare il volto della sua gente e la sua gente poteva guardare il suo volto: e prendeva vita quel dialogo della salvezza che fa tornare alla mente la predicazione del grande sant'Agostino.
    È da quasi vent'anni che sono sacerdote. E mentre gli anni passano, come capita a tutti, avverto sempre più intenso il desiderio di ritrovare le radici di quanto si è sviluppato in me nel corso del tempo. Così a volte mi sono domandato a che cosa devo l'amore per la liturgia. Forse i motivi da andare a ricercare sono molteplici. Eppure, non faccio fatica a ritrovare una radice viva di questo mio amore nell'esempio lasciatomi dal cardinale Giuseppe Siri. Bella, ma lunga e articolata, sarebbe una memoria della liturgia della Chiesa nell'insegnamento e nella pratica del cardinale. Credo che possa bastare questo: in lui, realmente, l'omelia era un momento qualificante dell'atto liturgico. Il libro che oggi viene presentato lo attesta. Attraverso l'omelia, si era accompagnati alla comprensione del mistero celebrato. Così la parola apriva la mente e il cuore alla celebrazione e la celebrazione appariva l'esplicitazione della parola proclamata.
    A questa scuola, che giudico altissima, ho appreso l'amore per la liturgia della Chiesa. Le omelie del cardinale Siri, per diversi anni, gli anni della mia giovinezza e della mia formazione al sacerdozio, mi hanno accompagnato all'esperienza viva del mistero del Signore e della Chiesa nella forma della celebrazione liturgica.
    Questa mia testimonianza, allora, è anche un rendimento di grazie dovuto. Al cardinale Giuseppe Siri, per avermi introdotto alla conoscenza e all'amore per la liturgia, anche attraverso le sue omelie. E al Signore - così vorrebbe il cardinale con il suo celebre motto Non nobis, Domine, non nobis - per avermi dato la grazia di incontrare un grande uomo di Chiesa.
    Ritorno, a conclusione di questa testimonianza, alla mia mamma, grande ammiratrice del cardinale Siri e ora in Paradiso. Da quando sono diventato sacerdote, spesso, prima che uscissi di casa per andare a celebrare la Messa o a tenere qualche predicazione, mi diceva: "Mi raccomando, Guido, non farla tanto lunga: poche parole e ben dette!". Quanta saggezza in queste parole della mia mamma e quanta eco dello stile di Giuseppe Siri. Anzi, in fondo, proprio una sintesi di quanto ho cercato di testimoniare di lui e delle sue omelie.



    (©L'Osservatore Romano - 14 dicembre 2008)
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  9. #9
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    A vent'anni dalla morte
    Il cardinale Siri è vivo
    nel cuore di Genova




    Pubblichiamo l'omelia che il cardinale arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, ha pronunciato ieri nella cattedrale di San Lorenzo in occasione della messa celebrata per il ventesimo anniversario della morte del suo predecessore, il cardinale Giuseppe Siri, che guidò la diocesi di Genova dal 1946 al 1987.



    di Angelo Bagnasco

    Sono trascorsi vent'anni - era il 2 maggio 1989 - dalla morte del cardinale Giuseppe Siri, indimenticato pastore della nostra diocesi dal 1946 al 1987.
    La sua presenza è ancora viva e cara nel cuore della diocesi e della città: l'avverto nei sacerdoti che l'hanno conosciuto e amato, e che, avvicinandolo, sentivano di essere da lui amati e conosciuti, a volte con un'arguzia bonaria che non si immaginava sotto l'immagine pubblica.
    L'avverto nelle istituzioni e in grande parte del popolo; soprattutto lo sento nel cuore dei lavoratori degli stabilimenti e delle aziende a tutti i livelli. La memoria della sua attenzione per i problemi del lavoro e per il bene della città è vivissima: attenzione che si traduceva in interventi puntuali perché nulla si perdesse del patrimonio imprenditoriale e portuale di Genova, o in mediazioni richieste tra le parti sociali in vertenze difficili e note.
    Ancora oggi tocco con mano la fiducia che questo mondo ha verso la Chiesa grazie soprattutto a lui che, in anni di forti contrapposizioni e diffidenze verso il clero, non ha avuto timore di varcare le soglie di ogni ambiente per portare il Vangelo e celebrare le messe pasquali. Non si è tirato indietro semplicemente perché amava le anime per amore di Cristo, e sapeva che quello era il suo dovere: essere il pastore di tutti sempre e ovunque.
    Non posso dimenticare, nei giorni in cui la salma rimase esposta qui nella sua cattedrale, la folla di operai in tuta, braccia conserte, in piedi e in silenzio: sembrava che volessero vegliare, quasi trattenere il loro vescovo che forse sentivano padre più di quanto apparisse solitamente. Incarnavano la presenza del popolo, della gente semplice, avvezza al lavoro duro, a far quadrare i conti del mese.
    Non so se andassero in chiesa ogni domenica, ma di certo lo riconoscevano come un punto di riferimento, di sicurezza; sentivano che di lui ci si poteva fidare al di là di ogni bandiera, perché capivano che lui, figlio di povera gente, li comprendeva e li amava. I vicoli del centro storico, qui attorno, lo conoscevano bene: lui e chi regolarmente mandava per distribuire aiuti ai più poveri.
    Era, la sua, una carità tipicamente genovese, discreta e concreta: carità che andava a completare quel senso profondo di giustizia sociale che sempre ha ispirato la sua azione di pastore e di uomo di cultura, in particolare con la presidenza delle Settimane sociali.
    La divina provvidenza gli diede molte e delicate responsabilità nella Chiesa, a Genova e in Italia: a servizio leale e cordiale di quattro Papi, presidente della Commissione episcopale per l'alta direzione dell'Azione cattolica, primo presidente della Conferenza episcopale italiana, partecipò al concilio Vaticano ii fedelmente, fino a ripetere a noi seminaristi, una volta concluso, che dovevamo leggere i documenti del concilio integralmente e in ginocchio: "Sono felice di avere sofferto e di avere sempre difeso la Chiesa e il Sommo Pontefice" (dal suo testamento).
    Le diverse questioni di cui dovette occuparsi - e furono moltissime - le affrontò sempre da sacerdote e solo da sacerdote. Come amava raccomandare ai suoi preti usando un'immagine eloquente: "Dovrete, nel vostro ministero occuparvi di molte cose anche non direttamente pastorali; ma dovrete trattarle sempre rimanendo sulla predella dell'altare". Cioè in quanto sacerdoti e pastori. Nient'altro! "Sono felice - scrive ancora nel suo testamento spirituale - di aver esercitato solo il sacerdozio e quello che anche casualmente ne diventava dovere".
    Ed egli era sempre ministro di Dio, sempre riferito a Dio tanto da assumere il motto "Non nobis Domine": non a noi, Signore, non a noi, ma a Te solo la gloria! Il senso della maestà di Dio, per il quale nulla era mai troppo di dignità, decoro, nobiltà, era sempre congiunto con il senso della vicinanza amorosa di Dio in Gesù, e quindi nella Santissima Eucaristia. L'amore alla divina liturgia era noto a tutti: la viveva come "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù. Poiché il lavoro apostolico - continua il concilio - è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del signore" (Sacrosanctum concilium, 10).
    Il cardinale Siri, insieme con monsignor Moglia, partecipò all'opera del rinnovamento liturgico che vedrà nel Vaticano ii la sua espressione più compiuta. Tutto doveva essere nobile e il più possibile bello, sapendo che la bellezza, nel gesto e nella parola, nel canto e nella musica, nel parato e nelle suppellettili, è una via dell'anima a Dio.
    Amava la storia e, il parlarne, non era sfoggio ma piuttosto saggezza e contemplazione della Provvidenza che guida la storia e la conduce misteriosamente verso il suo compimento: da qui il suo lasciarsi andare all'onda di Dio comunque questa si presentasse, quieta o burrascosa, piena di luce o rivestita di oscurità.
    In questo orizzonte di fede, entrando in Genova come arcivescovo, poté dire con serenità e semplicità: "Non sono qui da me, e non sono qui per me", un programma di vita che lo condusse per l'intero suo episcopato, e che fu come un'ancora in momenti anche di grave difficoltà e di forte incomprensione, ma che visse nella pace interiore.
    Riservato nei sentimenti, non nascondeva l'amore per i suoi preti, specialmente per chi si trovava in difficoltà, e tutti sapevano il particolare legame, immutato negli anni, per i suoi antichi studenti del liceo Doria che radunava periodicamente. Dal Cielo tutti noi guarda e per noi prega: continuiamo a essere la sua famiglia! Un grazie speciale vorrei dirlo ai suoi ultimi due segretari: sua eccellenza monsignor Giacomo Barabino e monsignor Mario Grone. Servendo lui con fedeltà e intelligenza, hanno servito anche noi.
    Insieme con lui guardiamo a Maria, Regina di Genova, che egli ha imparato a venerare nella sua carissima parrocchia dell'Immacolata, da suo amato parroco.
    E con rinnovato affetto ascoltiamo le sue ultime parole: "L'ultima benedizione per coloro dei quali sono stato vescovo. L'ultimo atto: Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam" (dal suo testamento).



    (©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2009)
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  10. #10
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    Vent'anni fa c'ero anch'io alle esequie, fra tanta gente nota e meno nota.
    Spero e prego che presto venga introdotta la causa di beatificazione del grandissimo Cardinale.

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