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Discussione: Il Crocifisso del samurai

  1. #1
    Iscritto L'avatar di Riastartha
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    Il Crocifisso del samurai

    E' uscito per i tipi di Rizzoli l'ultimo libro di Rino Cammilleri: " Il Crocifisso del samurai".


    La resistenza dimenticata dei samurai cristiani

    Giappone, anno 1637: guidati da Amakusa Shiro, un samurai di 16 anni, cinquantamila cattolici resistono eroicamente nel castello di Hara per tre mesi all’assedio dell’esercito imperiale. Non sopravviverà nessuno.

    di Rino Cammilleri

    In Occidente nessuno sa praticamente nulla della storia del cristianesimo giapponese. Neanche i cristiani e, figurarsi, i cattolici (sebbene il cristianesimo giapponese coincida quasi interamente col cattolicesimo romano). A parte un lontano libro del 1959 di Jean Monsterleet edito dalle Paoline e uno di lvan Morris (del 1975 ma tradotto in italiano da Guanda nel 1983), nessuno ha mai raccontato quel che andiamo a raccontare. Nel primo libro (Storia della Chiesa in Giappone) vi si fa un cenno. Il secondo, che parla d’altro (La nobiltà della sconfitta), vi dedica un capitolo (dal quale attingiamo in mancanza d’altro). Ma la storia dei samurai cristiani di Shimabara è una delle più eroiche di tutti i tempi e ancora oggi i giapponesi le tributano la cosiddetta simpatia hoganbijki, che i leali nipponici riservano al valore sfortunato. Negli anni Sessanta un famoso attore del teatro kabuki era convinto di essere la reincarnazione dell’eroe di quella vicenda, Amakusa Shiro, il samurai sedicenne a cui fu dedicata anche una canzone che nel decennio successivo scalò le classifiche. Nell’immaginario dei giovani, da quelle parti, Amakusa Shiro tiene il posto che fu di Garibaldi per i nonni degli italiani e di Che Guevara per i “libertari” odierni. Il cristianesimo sbarcò in Giappone nel 1549 con s. Francesco Saverio, braccio destro di s. Ignazio di Loyola. Non ancora quarantenne, questo gesuita aveva convertito da solo quasi un milione di persone in Oriente. Accompagnato da un interprete, predicava sulle piazze il Vangelo di Matteo, che aveva imparato a memoria in giapponese. La diffidenza iniziale si tramutò in curiosità quando un astante sputò in faccia al suo compagno. Questi si asciugò rimanendo impassibile. Il fatto colpì i giapponesi, che apprezzavano moltissimo il dominio di sé. Col tempo, il santo si rese conto che erano i suoi abiti dimessi a destare disprezzo. Così, si procurò un abito più degno e l’avventura cominciò. In pochi anni il cristianesimo in versione cattolica divenne una presenza di tutto rispetto in Giappone. Il Kyushu era interamente kirishitan, cristiano, con epicentri nelle città di Hiroshima e Nagasaki, e la cosa andava avanti con crescita esponenziale. Fino a quando certi trafficanti europei, protestanti, instillarono nei regnanti della dinastia Togukawa il sospetto che la penetrazione religiosa del cattolicesimo fosse solo il prodromo di qualcosa di peggio, dal punto di vista politico, da parte degli imperi spagnolo e portoghese. Gli editti persecutori non tardarono e Nagasaki divenne famosa come “la collina dei martiri” per i roghi, le crocifissioni, le morti in acqua gelata e tutto quel che la fantasia orientale, maestra nell’infliggere tormenti, escogitava via via. I cristiani locali entrarono nelle catacombe e continuarono a venerare le loro icone camuffandole sotto immagini di divinità pagane: per esempio, la Madonna divenne la dea Amaterasu. Nel 1640 il cristianesimo giapponese era ufficialmente estinto. Solo nel XIX secolo, sotto la minaccia delle cannoniere americane del commodoro Perry, il Giappone consentì a riaprirsi ai traffici occidentali e all’invio di missionari.

    Molti di questi rimasero stupiti di trovare ancora cristiani. E ancor più si stupirono quando questi li sottoposero a un esame di “cattolicità”. Infatti, gli indigeni si erano tramandati di padre in figlio una perfetta distinzione tra cattolicesimo e protestantesimo.
    Ma facciamo un passo indietro e torniamo a Nagasaki. A circa settanta chilometri dalla città sta una penisoletta, Shimabara, su cui sorgeva una fortezza chiamata Hara. Nel 1577, sfidando le leggi imperiali, il daimyo locale e tutta la cittadinanza avevano chiesto il battesimo. Erano seguiti vent’anni di mattanza e, alla fine, Shimabara era stata assegnata al nemico giurato del cristianesimo giapponese, Matsukura. Costui si ritrovò a signoreggiare una zona ostile (per questo avevano mandato proprio lui), diventata il punto di confluenza di tutti i cristiani perseguitati altrove. Soprattutto di ronin. Veniva detto ronin un samurai che non aveva più un signore al cui servizio combattere. Sorta di cavalieri di ventura, vagavano alla ricerca di ingaggio. Quelli di Shimabara erano rimasti disoccupati perché cristiani. Ora, la situazione da quelle parti era, sì, pesante ma non solo per i credenti. In Giappone le tasse gravavano sui soli contadini ed erano una pletora: sulle porte, sulle mensole, su ogni fuoco, perfino sulle nascite e le morti. Il pagamento doveva venire effettuato in riso, cosa che rendeva la semicarestia perenne. Gli evasori venivano ricoperti da un mantello di fibra vegetale, il mino; poi, legate loro le braccia, si appiccava il fuoco, così che quei disgraziati, saltando e contorcendosi, erano costretti a prodursi nel mino odori, il “ballo del mino”. La punizione colpiva anche le famiglie: mogli e figlie, denudate, venivano tenute immerse nell’acqua gelida fino alla morte. Nell’anno 1637 la fame era giunta a livelli insopportabili.

    Due capi di villaggio (shoya, ex guerrieri ritiratisi dall’attività) provarono a protestare ma ebbero, uno, la moglie incinta uccisa col sistema dell’acqua; l’altro, la figlia esposta nuda e poi marchiata con ferri roventi. Il giorno precedente alla festa cristiana dell’Ascensione un contadino vide che attorno all’icona che venerava di nascosto si era materializzata una fastosa cornice. Attirati dal miracolo pa¬recchi cristiani si portarono nella sua casa. Ma la notizia si sparse e arrivarono le guardie. Tutti i presenti vennero presi e giustiziati. Era troppo. Il giorno dopo, i cristiani uscirono allo scoperto e piantarono al centro della piazza una grande bandiera bianca con una croce rossa sopra. Anche i pagani si unirono alla protesta perché per la mentalità giapponese le motivazioni religiose erano più nobili di quelle fiscali. Quando il responsabile dell’ordine pubblico sopraggiunse finì linciato e scoppiò la rivolta. Duecento ronin e parecchi shoya ripresero le armi e dilagarono per i villaggi. Elessero come loro capo il giovane Amakusa Shiro per due motivi. Il primo era questo: era figlio di Masuda Yoshitsegu, grandissimo guerriero diven¬tato famoso al tempo delle guerre che avevano dato il potere ai Togukawa; veniva chiamato col nome leggendario di Amakusa Jinbei. Masuda, che era cristiano, aveva disobbedito agli editti persecutori e si era messo a percorrere il Giappone predicando Cristo. Naturalmente, nessuno osava affrontarlo.

    Girava portandosi dietro il figlioletto dentro una specie di carrozzina di legno (la sua figura ha ispirato una serie di telefilm). Il secondo motivo che indicava Shiro come leader era una strana profe¬zia: un gesuita, espulso dal Giappone venticinque anni prima, aveva lasciato una specie di poesia diventata ben nota fra i cristiani giapponesi: in essa era predetto l’arrivo di un ragazzo ame no tsukai “inviato dal Cielo”, che avrebbe riscattato la fede in quelle terre. Infatti, il giovanissimo Shiro aveva seguito le orme paterne come predicatore. Quando la faccenda si fece seria, il bakufu di Edo (la capitale imperiale, oggi si chiama Tokio) inviò le truppe al comando dello shogun Itakura Shigemasa. Poi fece arrestare e torturare la madre e le sorelle di Shiro. Appena la notizia dell’arrivo degli imperiali giunse al campo dei ribelli, Shiro chiese a tutti quelli che volevano resistere di seguirlo nel castello di Hara. Così, oltre cinquantamila persone, con donne e bambini, si asserragliarono nella fortezza e attesero. Non c’era alternativa: le uniche armi a disposizione erano quelle, leggere, dei ronin, mentre il nemico aveva anche i cannoni. Gli spalti si riempirono di crocifissi, di stendardi bianchi con la croce, di bandiere con Sanchiyago, San Furanshisuko, Marya, Yesu (s. Giacomo, s. Francesco, Maria e Gesù). Ogni tre giorni Shiro riuniva tutti nella piazza d’armi e pronunciava un’esortazione religiosa da omoikiritaru kirishitan (“cristiano devoto”) in vista del gosho (la vita eterna). Nel frattempo, i governativi incendiavano tutti i villaggi attorno e ne sterminavano gli abitanti. Quando ebbero fatto terra bruciata attorno ad Hara, cominciò l’assedio vero e proprio.

    Centomila soldati, agli ordini di vari signori (tra cui Matsukura), si accamparono attorno mentre venivano apprestate le torri d’assedio. Lo spettacolo era in stile: nel campo degli imperiali, risse, duelli, uccisioni a causa delle rispettive rivalità di appartenenza feudale; in quello assediato si sentivano solo inni e preghiere corali. I cristiani avrebbero potuto fare strage degli operai costretti dalle corvées obbligatorie a scavare ed erigere terrapieni. Invece si limitarono a far piovere nel campo nemico yabumi, frecce con fogli arrotolati attorno, ove spiegavano per iscritto le loro ragioni. Della pietà cristiana nei confronti dei poveracci forzati a lavorare sotto le mura cercarono di trarre profitto gli imperiali: un centinaio di ninjutsukai (“uomini invisibili”, gli assassini di professione che il cinema ha mitizzato col nome di ninja) si introdussero, col favore delle tenebre, nel castello. Ma ne tornarono solo due. Non solo. In un paio di riprese gli assediati riuscirono, con sortite micidiali, a portare scompiglio nel campo avversario. A quel punto intervenne Matsudaira Nobutsuma, il luogotenente dell’imperatore, che guidò personalmente i rinforzi. Incredibilmente anche questo nuovo attacco venne respinto. L’infuriato Shigemasa allora ordinò l’attacco generale che volle condurre in prima fila. Finì ucciso insieme a quattromila dei suoi uomini migliori. Ormai la situazione era grottesca: un esercito sterminato non riusciva ad aver ragione di un pugno di contadini praticamente senza armi. Il disonore era assicurato e tutti gli occhi dell’arcipelago erano puntati su Shimbara. Per salvare la faccia l’imperatore concesse clemenza e il perdono per chi si fosse arreso. Aggiunse anche la promessa di una generosa distribuzione di riso. Ma quelli fecero sapere che volevano solo una cosa: poter professare liberamente la loro religione così come era permesso ai buddhisti, ai taoisti, ai confuciani e agli shintoisti.

    L’imperatore, che non poteva permettersi di rimangiarsi il suo editto, fece tornare le trattative in alto mare. Già, il mare. Proprio da quella parte arrivò il pericolo. I mercanti olandesi, protestanti, furono ingiunti di fornire man forte agli imperiali se volevano continuare a commerciare col Giappone.
    Così, il balivo Nicolaus Couckebaker mandò una nave a cannoneggiare Hara per due settimane di fila. Quando gli spalti furono completamente smantellati e gran parte delle mura erano crollate, vennero portate avanti, legate, la madre e le sorelle di Shiro. Era l’ultima offerta. Che fu rifiutata. Partì l’assalto finale, che durò due giorni e due notti. Ormai quasi tutti i ronin erano morti e così gli shoya. Anche il cibo era finito da un pezzo. L’ultima resistenza fu disperata: i cristiani, anche le donne e i feriti, combatterono con quel che avevano sottomano, scodelle, bastoni, sedie.
    Nessuno sopravvisse. La spiaggia si ricoprì di undicimila pali su cui stavano conficcate altrettante teste. Le rimanenti vennero ammassate su tre navi, insieme ai nasi tagliati delle donne, per essere portate come trofeo a Edo. Ma gli imperiali avevano perso oltre settantamila uomini armati, addestrati e perfettamente equipaggiati. La penisola venne colonizzata da confuciani e buddhisti mentre il Giappone entrava nel sakoku, la chiusura di due secoli al mondo esterno. Purtroppo, per Nagasaki (e Hiroshima) non sarebbe stato, quello, l’ultimo martirio.

    il Timone n. 27, Settembre/Ottobre 2003

  2. #2
    Nuovo iscritto L'avatar di GuardiaSvizzera
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    Non lo sapevo. Mi informerò sull'argomento, che ritengo alquanto interessante. Grazie per l'illuminazione Riastartha

  3. #3
    Utente Senior L'avatar di robdealb91
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    Che bella, e tragica, storia...la conoscevo già, in parte...avevo letto pure che tanti anni fa ne avevano fatto uno sceneggiato a cartoni animati, ma non saprei dire altro...

  4. #4
    Utente Senior L'avatar di est modus
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    Grazie Riastartha per il tuo bellissimo post e un affettuoso suggerimento a tutti gli amici del forum: Abbonatevi al TIMONE, l'unica rivista di apologetica (di altissimo livello) esistente in Italia e dalla quale è stato tratto il post iniziale.

  5. #5
    Fedelissimo di CR L'avatar di ago86
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    Concordo con est modus. Inoltre dovremmo ricordare di più la storia dei martiri giapponesi.
    Mea vita pro Veritate

  6. #6
    Gran CierRino
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    Rino Cammilleri racconta la grande rivolta dei samurai cristiani

    di Antonio Gaspari

    ROMA, mercoledì, 3 giugno 2009.- Un romanzo straordinario, il racconto di un fatto vero che ha segnato la storia di un paese e della comunità cristiana, un evento epico e commovente, una vicenda che narra l’eroismo di samurai e contadini, che pur di avere la libertà religiosa morirono tutti martiri.
    “Il crocifisso del samurai”, edito da Rizzoli e scritto da Rino Cammilleri, racconta la grande rivolta dei samurai cristiani di Shimabara avvenuta nel 1637.
    Quarantamila cristiani giapponesi, donne e bambini compresi, si ribellarono alla persecuzione e si arroccarono nella penisola di Shimabara, nel castello in disuso di Hara. Qui tennero testa per cinque mesi al più grande esercito di samurai che la storia del Giappone avesse mai visto.
    Nella battaglia finale i cristiani vennero uccisi, migliaia delle loro teste vennero infilzate su pali per terrorizzare chiunque avesse voluto farsi cristiano.
    L’armata dello Shogun riuscì a stroncare la ribellione, ma al costo di settantamila uomini ben armati e addestrati che morirono combattendo contro contadini e anziani samurai cristiani che pure erano affamati e indeboliti dal freddo, ma saldi nella fede in Gesù Cristo.
    Per evitare l’onta di non essere riuscito a domare la rivolta il generale giapponese Matsudaira Nobutsuna, offrì ai rivoltosi l’onore delle armi, la dilazione sulle tasse e il perdono, ma questi rifiutarono. L’unica cosa che chiesero era la libertà di professare la religione cristiana.
    Ma proprio questa libertà era ciò che le autorità giapponesi temevano. Per i due secoli successivi alla rivolta cristiana, il Giappone si isolò dal mondo e perseguitò tutti coloro che si dicevano seguaci di Cristo.
    Eppure, quando nella seconda metà dell’Ottocento i missionari europei poterono tornare in Giappone, trovarono che i discendenti di quegli antichi cristiani avevano conservato la fede nella clandestinità, tramandandosela di generazione in generazione.
    Rino Cammilleri, noto giornalista e saggista, ha svolto una intensa ricerca storica per scrivere questo romanzo così avvincente.
    Cammilleri, che ha trascorso la vita a indagare la storia della cristianità, è autore di rubriche in diverse testate giornalistiche. Ha pubblicato decine di libri, tra cui “I santi di Milano” (Rizzoli 2000), “Gli occhi di Maria” (con Vittorio Messori, Rizzoli 2001) e “Immortale odium” (Rizzoli 2007).
    ZENIT lo ha intervistato.

    Per anni lei ha studiato e raccontato la storia del cristianesimo. Come è arrivato a questa struggente storia dei martiri giapponesi?
    Cammilleri: Chi mi segue sa che mi sono a lungo occupato di sfatare le “leggende nere” che gravano sulla storia della Chiesa. I presunti scheletri nell’armadio del cristianesimo (Inquisizione, Crociate, Galileo, Conquistadores…) ormai li ho revisionati tutti. Ma in tutti questi anni mi sono imbattuto in storie meravigliose che nessuno ha mai raccontato, almeno non col risalto che meritano. Sono storie così avvincenti da superare la fantasia e sono ideali per un romanzo storico, genere al quale i cattolici non si dedicano più da troppo tempo. Ho deciso, allora di farlo io. Col precedente “Immortale odium” (Rizzoli) ho messo in scena il braccio di ferro ottocentesco tra la Chiesa e la Massoneria, prendendo spunto dall’attacco al corteo funebre del b. Pio IX nel 1881. Con questo “Il crocifisso del samurai” (sempre Rizzoli) ho puntato il riflettore sulla grande rivolta di Shimabara, in cui nel 1637 quasi cinquantamila cristiani giapponesi, guidati da samurai cristiani, si immolarono in nome della libertà religiosa e del loro diritto a professare la religione di Cristo.

    Perché le autorità giapponesi ebbero così paura del cristianesimo?
    Cammilleri: Con la battaglia di Sekigahara del 1600 erano finite le eterne guerre feudali e il clan dei Tokugawa si era imposto su tutto il Giappone, governando di fatto al posto dell’Imperatore. Il cristianesimo, portato da s. Francesco Saverio, era stato dapprima bene accolto e quasi trecentomila giapponesi si erano fatti battezzare. Ma contro di loro “remavano” i bonzi buddisti e i mercanti protestanti, invidiosi della concorrenza spagnola e portoghese. Misero la pulce nell’orecchio allo Shogun (il dittatore): i missionari cattolici erano l’avanguardia dell’invasione spagnola e portoghese. La prova? Il fatto che i cristiani, quando erano messi di fronte alla scelta tra le leggi dello Shogun e quelle di Cristo, preferivano farsi uccidere anziché disobbedire a quest’ultimo.

    Perché il sangue di quei martiri sembra aver generato così poco frutto?
    Cammilleri: Non direi, anzi. Per due secoli, proprio a causa di quella rivolta, il Giappone si chiuse al mondo esterno. Quando i missionari poterono tornare, nella seconda metà dell’Ottocento, trovarono che il cristianesimo era sopravvissuto nelle catacombe, tramandato di padre in figlio. I «cristiani nascosti», sfidando la morte (il cristianesimo sul suolo giapponese ebbe il permesso di esistere solo alla fine del secolo), contattarono il primo missionario e gli fecero addirittura l’esame per vedere se era cattolico o protestante. Non si è mai vista una fedeltà così tenace. L’animo giapponese ha anche questo bellissimo aspetto.

    Nella parte finale del romanzo lei ricorda la profezia di Tertulliano secondo cui “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, ma poi riflette anche sul fatto che in tanti luoghi il cristianesimo è stato soffocato nel sangue. Ha una spiegazione teologica per questa apparente contraddizione?
    Cammilleri: No. Io posso basarmi solo sui fatti storici. Nei luoghi dove si è stesa la cappa islamica, per esempio, il cristianesimo è praticamente scomparso. In Giappone la maggior concentrazione di cristiani era nella zona di Nagasaki. Ebbene, proprio a Nagasaki è stata sganciata la seconda bomba atomica. La cristianità nipponica è stata azzerata per due volte. Tutti i beatificati giapponesi sono martiri. Tertulliano aveva sotto gli occhi i cristiani romani. Noi, oggi, abbiamo una visuale più ampia della sua. Non basta impiantare il cristianesimo, occorre difenderlo: questo è quanto la storia ci insegna. In Indocina la persecuzione cessò solo quando intervennero le cannoniere francesi. In Cina, i massacri di cristiani da parte della setta dei Boxers smisero quando le potenze occidentali inviarono corpi di spedizione.

    Oggi in Giappone solo il 4% della popolazione è cristiano. Crede che la situazione possa cambiare e che i cristiani possano crescere verso cifre significative?
    Cammilleri: Il cristianesimo ha dalla sua, agli occhi degli orientali, il prestigio dell’Occidente. Ma anche la pessima immagine di sé che, sul piano morale, l’Occidente secolarizzato ormai offre. E’ l’Occidente che, nel bene e nel male, dà il “la” all’intero pianeta. E se il sale non riacquista sapore non serve davvero a niente. Se si rievangelizza l’Occidente il resto seguirà.

    I samurai giapponesi sembrano molto simili ai legionari romani. Con la differenza che i legionari che si convertirono al cristianesimo, che pure morirono a migliaia, generarono chiese, devozione, altre conversioni, fino ad arrivare all’imperatore Costantino. Cosa è accaduto in Giappone perché la storia si svolgesse in maniera così diversa?
    Cammilleri: Proviamo a immaginare se non ci fosse stato Costantino, se il cristianesimo fosse stato bandito dalle legioni, se si fosse continuato a perseguitarlo con l’efficacia ossessiva di Diocleziano. Le precedenti persecuzioni erano state sporadiche e localizzate. La pressione non fu mai così capillare da impedire alla pianticella di respirare e svilupparsi. Costantino, da buon giardiniere, diede spazio e acqua e concime. Infatti, già con Teodosio, sessant’anni dopo, il cristianesimo era diventato maggioritario nell’Impero. Ma in Giappone non fu così. Il cristianesimo fu perseguitato nei modi più feroci per più di due secoli, e solo esso. Una pausa di settant’anni, poi, come sappiamo, giù una atomica. Tuttavia, oggi c’è un detto in Giappone: quando si commemora il giorno della bomba, «Hiroshima urla, Nagasaki prega». Proteste antiamericane nella prima, composte liturgie nella seconda. Il “piccolo gregge” giapponese ha la pelle dura, e la testa anche di più.

    Per molti anni il mondo giornalistico e letterario cattolico italiano è stato impegnato a rispondere alle calunnie e alle allusioni di diversi scrittori contrari a Cristo e alla Chiesa cattolica. Con questa sua opera così come con il libro di Rosa Alberoni “La prigioniera dell’Abbazia” si può cominciare a dire che emerge e si consolida un filone di romanzi che ruotano attorno ai valori, alle virtù, all’epopea, alla storia, all’eroismo dei cristiani?
    Cammilleri: Le cose emergono se c’è qualcuno che le fa emergere. Spero proprio che si tratti di «filone», perché per il momento mi pare solo una cocciuta iniziativa di pochi. Cocciuta, ho detto, perchè questi combattono non più contro intellettuali avversari ma contro il mercato. Se la gente preferisce comprare libri sui vampiri o sui serial killer, i casi sono due: o i romanzieri cattolici non sono capaci di avvincere e non annoiare, o anche il pubblico cattolico preferisce vampiri e serial killer. In quest’ultimo caso siamo davvero messi male.

    http://www.zenit.org/article-18495?l=italian

  7. #7
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    Mi sapreste dire i nomi e la vita di alcuni santi o beati samurai? Grazie.

    E anche delle preghiere a questi santi samurai?
    Ultima modifica di princeps ecclesiae; 03-11-2009 alle 22:12 Motivo: unione messaggi

  8. #8
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    Mi sapreste dire i nomi e la vita di alcuni santi o beati samurai? Grazie.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Ventise...i_del_Giappone

    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/209851

    http://www.santiebeati.it/dettaglio/93366

    http://www.santiebeati.it/dettaglio/90174

    http://www.zenit.org/article-17258?l=italian

    http://nippolandia.wordpress.com/200...-del-giappone/

    UN FILM per il 2010!

    http://www.mascellaro.it/node/29090


    L'evoluzione degli eventi

    Motivi e storia della persecuzione

    di: p. Pier Giorgio Manni, sx


    Il 24 novembre 2008 a Nagasaki vengono beatificati altri 188 martiri. L'elenco dei martiri giapponesi ufficialmente riconosciuti e venerati si infoltisce: sono 437, di cui 395 beati e 42 santi. Ma quali sono stati i motivi della persecuzione? Forse possiamo capirci qualcosa osservando l'evoluzione storica di alcune situazioni politiche e culturali.

    Il Saverio aveva previsto

    Il Saverio aveva scritto con chiaroveggenza che in Giappone il cristianesimo avrebbe incontrato ogni genere di difficoltà e dure persecuzioni (lettera 110, 5-7), per l'aperta ostilità di influenti monaci buddhisti e le guerre di potere tra i principi (daimyô)dei 76 feudi in cui era diviso il Giappone di allora. Il favore ottenuto da uno di loro avrebbe generato rivalità con altri. Aveva anche previsto che la corsa sfrenata delle nazioni europee alla conquista di rapporti commerciali con il Giappone avrebbe procurato seri guai all'evangelizzazione. Perciò aveva scritto al re di Spagna di non inviare i suoi galeoni in Giappone (lettera 108, 5).
    Il Saverio aveva infine constatato che la società feudale giapponese era chiusa al mondo esterno, anche perché i rapporti si basavano su valori etici del confucianesimo; in particolare, il senso di appartenenza al gruppo, il rispetto e la fedeltà al capofamiglia, agli antenati e ai capi della società civile. Il Saverio aveva letto nella gente la paura di accogliere la novità del vangelo. La legge dell'appartenenza e della fedeltà, percepita come religione o "retta dottrina" avrebbe contrastato la diffusione del vangelo. Per questo egli chiedeva ripetutamente ai missionari profonda umiltà e amabilità, coraggio e capacità di resistere alle prove; e li invitava allo studio attento e rispettoso della cultura e della religione locale.

    Lotta per il potere centralizzato

    Non si può negare che la persecuzione del cristianesimo abbia preso il via da alcuni errori o incidenti di ordine sociale, politico, militare ed economico. La storia documenta infatti che alcuni daimyô, abbracciando la fede cristiana, avevano aperto un porto nel loro feudo per accogliere le navi di commercianti europei. Il commercio li aveva arricchiti, permettendo loro di migliorare il proprio esercito con nuove armi e di costruire una propria flotta navale. La loro ricchezza e l'espandersi del loro potere aveva finito per incutere paura allo stesso shôgun.
    Alcuni daimyô poi, per ragioni di parentela o per motivi politici, avevano scelto di appoggiare apertamente l'opposizione al governo centrale; altri si erano lasciati impegolare in complotti e intrighi di corte. Questi fatti li aveva resi ancor più invisi, tanto che lo shôgun li aveva catalogati tra i nemici pericolosi da abbattere ed eliminare, insieme ai capi della religione da loro professata.
    Piccoli incidenti locali poi hanno dato allo shôgun l'occasione di emettere ordinanze contro i cristiani, di procedere a temporanee forme di repressione, a ordinanze di espulsione, o alla esecuzione di gruppi cristiani. Un tipico esempio è quello dei 26 martiri di Nagasaki (1597), cui diede occasione la controversia sulla proprietà del carico della "San Felipe", una nave mercantile spagnola naufragata sulla costa giapponese.
    Dopo la vittoria di Sekigahara (1600), Tokugawa Ieyasu era divenuto il vero capo supremo del Giappone con il titolo di shôgun, sottraendo all'imperatore ogni potere politico o militare, sottomettendo tutti i daimyô al suo potere centrale e demolendo i feudi più potenti. A farne le spese sono stati soprattutto alcuni grandi daimyô cristiani, suoi oppositori, che furono uccisi o esiliati, oppure inviati in periferia con incarichi di poco valore.

    Eliminare i nemici per sempre

    Con l'editto del febbraio 1614, ufficiale per tutto il paese, lo shôgun aveva reso pubblica la sua volontà di distruggere il cristianesimo, da lui ritenuto una "dottrina malefica" capace di mettere in pericolo la tradizionale "dottrina retta" del Giappone (cf "Il secolo dei martiri", pag. 9). In tal modo egli dichiarava il vero motivo della persecuzione: proibendo la libera scelta di religione e di pensiero, lo shôgun intendeva anche eliminare per sempre i suoi nemici, attuali o potenziali.
    L'editto proibiva formalmente la religione cristiana, imponeva l'immediata espulsione di tutti i sacerdoti, missionari e religiosi presenti in Giappone e la condanna all'esilio di numerosi laici, catechisti e responsabili delle comunità cristiane. Oltre 400 chierici e laici, ammassati a Nagasaki, sono stati caricati su cinque navi e mandati in esilio a Manila e Macao. Le chiese e tutte le costruzioni cristiane sono state rase al suolo da plotoni dell'esercito, per non lasciarne traccia, e sul luogo sono stati costruiti templi buddhisti o scintoisti. Dal febbraio 1614 la persecuzione era diventata sempre più cruenta e implacabile in tutto il paese.

    Verso la libertà di religione

    Il famoso statista e studioso giapponese Arai Hakuseki (Edo, 1657-1725), autore di preziosi volumi di storia, nel libro "Seiyô-kibun" (Notize dell'Occidente, 1714) scrive: "Che i missionari europei siano venuti nel nostro paese a diffondere la loro fede con lo scopo di preparare una conquista politica (di Spagna o Portogallo) è un'ingiusta insinuazione degli olandesi... Se si considera il contenuto vero di quella fede e si pensa alla situazione politica e militare dell'Europa di quei tempi, si può capire che l'esistenza di uno stratagemma per la conquista del Giappone era assolutamente inconcepibile".
    In seguito alle proteste dei Paesi europei, il 24 febbraio del 1873 il governo giapponese finalmente ha abrogato l'editto di persecuzione. Successivamente, con legge del 1888, ha riconosciuto per i cittadini il diritto di libertà di religione e, nel 1899, anche la libertà di propagare la propria fede e di costruire luoghi di culto. Questi passi gradualmente hanno posto fine alla persecuzione aperta, ma solamente con la Costituzione del 1946 il Giappone ha riconosciuto la parità di diritti a tutte le religioni, mettendo il punto finale a ogni forma di aperta o latente discriminazione e disprezzo verso i cristiani.

    L'immagine calpestata e il ritrovamento

    Per identificare quanti rimanevano segretamente fedeli al cristianesimo, lo shôgun Tokugawa prescrive un'annuale "verifica della fede", che consisteva nel calpestare un'immagine sacra cristiana davanti ai magistrati. È il fumie, che significa "immagine calpestata" o "atto di calpestare l'immagine". (Gli originali sono oggi quasi tutti raccolti e custoditi negli archivi di Stato - un esemplare nella foto).
    Molti cristiani si rifiutano e scelgono la coerenza del martirio. Altri, per evitare le strazianti torture e salvare la vita propria e dei famigliari, rinunciano alla fede. Altri infine, pur decisi a rimanere fedeli, arrivano a una forma di compromesso: ubbidire esternamente al potere (calpestando l'immagine sacra) ma rimanere fedeli a Cristo nel profondo del cuore.
    A piede nudo calpestano l'immagine sacra tenendo arcuata la pianta del piede, facendo cioè forza sul calcagno e sulle punte delle dita. La strada di ritorno a casa è percorsa allo stesso modo. Giunti a casa, i cristiani recitano l'atto di dolore, lavano il piede e bevono l'acqua, come forma di penitenza e rinnovo dei voti battesimali. La sottomissione a un ordine persecutorio viene così trasformata in una convinta dichiarazione di fede, rinnovata dalla grazia del perdono.

    Il felice giorno del ritrovamento

    In Giappone perdurava la proibizione del cristianesimo. ma per i mercanti francesi, numerosi a Nagasaki, fu permessa la costruzione di una chiesa cattolica. Il missionario francese p. Bernard Petitjean sperava che la chiesa divenisse un segno di richiamo per i fedeli rimasti nascosti nel lungo periodo di persecuzione. L'edificio in legno, in stile gotico, su una collina prospiciente sul porto, era stato ultimato nel 1864 e inaugurato il 17 febbraio 1865, dedicato ai 26 martiri giapponesi (beatificati nel 1627 da Urbano VIII).
    Un mese dopo, nel pomeriggio del 17 marzo, un folto gruppo di persone si era radunato per vedere l'edificio "straniero", tanto diverso dalle loro case e dai loro templi. Il missionario, avvertendo nel loro comportamento qualcosa di strano, come se avessero paura di essere sorvegliati, li fa entrare in chiesa.
    Qui Isabellina Yuri, una donna del gruppo, gli bisbiglia all'orecchio: "Il mio cuore è come il tuo!". Il missionario intuisce subito: è la professione di fede cristiana! Fa' per alzarsi in piedi, ma la donna continua con una breve domanda: "Dov'è la statua di Santa Maria?". Davanti alla statua della Madonna, ribattezzata poi con il nome di "Madonna del ritrovamento", la commozione e la gioia invade tutto il gruppo: "È vero, è Santa Maria! In braccio ha suo figlio Gesù!".
    Seguono altre domande per rendere più convincente la scoperta: "Sei sposato?". "Ti ha mandato il Papa di Roma?". Alcuni di loro avevano infatti già fatto visita a una piccola chiesa protestante, costruita nelle vicinanze del porto. Ma erano tornati a casa delusi, perchè il pastore aveva chiamato sua moglie per intrattenerli.
    Il miracolo è certo: dopo 250 anni dall'inizio della persecuzione e dall'espulsione dei missionari, la fede era ancora viva, con gli eredi dei martiri. Si sono presentati oltre 15mila discendenti di quegli eroi!
    La gioia del ritrovamento non aveva tuttavia portato il sereno. A Nagasaki nel 1867, ben 3.394 cristiani della zona di Urakami sono stati imprigionati, deportati a gruppi di venti persone in vari luoghi del Giappone e torturati affinché abbandonassero la fede. Uno dei luoghi più famosi di questo ultimo martirio è Tsuwano, oggi meta di pellegrinaggi.

    Quanti sono i martiri del Giappone?

    Nel 1930 lo storico Anesaki Masaharu scrive che i martiri furono più di 3mila. Padre J. F. Schutte (1968) afferma che furono più di 39mila. L'altro esperto gesuita H. Cieslik (1970) parla di oltre 45mila martiri. Arai Hakuseki (1657-1725), nel 1714 aveva scritto che i martiri erano stati due o tre centomila. Non si saprà mai il vero numero, ma occorre fare alcune precisazioni.
    I documenti cui hanno attinto gli studiosi sono soprattutto le lettere e i resoconti inviati in Europa da testimoni presenti alle esecuzioni. La documentazione conservata è voluminosa, ma certamente è incompleta. I governi giapponesi hanno usato molti stratagemmi per cancel­lare le tracce dei cristiani, modificando anche i nomi di luoghi e persone. Ad oggi, inoltre, è ancora impossibile consultare quanto conservato negli archivi di Stato.
    Arai Hakuseki ha certamente scritto con conoscenza di causa. Ma forse, oltre ai cristiani uccisi, ha incluso nel numero dei martiri anche coloro che hanno subito persecuzione e torture, e altri che non sono conosciuti dagli storici recenti, tramite altre fonti.

    Da: www.saverianibrescia.com



    Beatificati a Nagasaki 188 martiri giapponesi
    Il Cardinale Saraiva Martins: il martirio, atto d'amore per Dio e per gli uomini
    NAGASAKI, mercoledì, 26 novembre 2008 (ZENIT.org).- Più di 30.000 persone hanno partecipato questo lunedì a Nagasaki alla beatificazione di 188 martiri giapponesi, in gran parte laici, uccisi in odio alla fede tra il 1603 e il 1639.
    Intere famiglie vennero assassinate per non aver rinnegato il nome di Gesù. Molte donne furono bruciate vive abbracciate ai loro bambini mentre i loro parenti pregavano “Gesù, accogli le loro anime”.
    Alcuni hanno subito torture terribili: uomini, donne, giovani e perfino handicappati vennero crocifissi e tagliati a pezzi. Il gesuita Pietro Kibe, torturato per dieci giorni consecutivi, dava coraggio ai catechisti martirizzati con lui.
    La celebrazione è stata presieduta dal Cardinale Seiichi Peter Shirayanagi, Arcivescovo emerito di Tokyo, alla presenza del Cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi e inviato del Papa per l'occasione.
    Durante l'omelia, il porporato portoghese ha sottolineato come il martirio sia “l'esercizio più pieno della libertà umana e il supremo atto d'amore”.
    Tra i concelebranti c'erano il Cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, sette Vescovi coreani e presuli di Filippine e Taiwan.
    Il Cardinale Saraiva Martins ha sottolineato, citando Sant'Agostino, che “non è la condanna o il tormento che fa il martire, ma la causa o il motivo, che è Cristo”.
    La “caratteristica distintiva del martirio cristiano”, ha aggiunto richiamando le parole di Benedetto XVI, consiste nell'essere “esclusivamente un atto d'amore per Dio e per gli uomini, inclusi i persecutori”.
    In un messaggio, i Vescovi giapponesi hanno sottolineato che “questi 188 martiri non sono militanti politici, non hanno lottato contro un regime che impediva la libertà religiosa: sono stati uomini e donne di una fede profonda e autentica, che indicano il cammino a quanti credono”, offrendo “a tutti noi un'esperienza sulla quale riflettere”.

    Il regista Scorsese prepara un film sui martiri del Giappone
    Basato sull'opera "Silenzio" dello scrittore Shusaku Endo

    TOKYO, giovedì, 19 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Il regista italoamericano Martin Scorsese sta preparando un film sui cristiani del Giappone martirizzati nel XVII secolo, secondo quanto ha reso noto il quotidiano giapponese "Asahi Shimbun" e come aveva preannunciato lo scorso anno il quotidiano cattolico "Avvenire".

    Per "Asahi Shimbun", Scorsese starebbe progettando di girare il film prossimamente in Nuova Zelanda, per poter diffondere la pellicola nel 2010. Tra i protagonisti, si fanno i nomi degli attori Daniel Day-Lewis, Gael García Bernal e Benicio Del Toro.
    Scorsese, cattolico, è autore di film come "L'età dell'innocenza", "Gli infiltrati" - che gli è valso l'Oscar nel 2007 -, "Gangs of New York", "Casino" e il controverso "L'ultima tentazione di Cristo".
    Il copione, secondo le informazioni, è basato sull'opera "Chinmoku" ("Silenzio"), dello scrittore cattolico giapponese Shusaku Endo, in cui questi descrive la persecuzione alla quale sono stati sottoposti i primi cristiani giapponesi nell'epoca Edo, soprattutto nella zona di Nagasaki.
    L'annuncio arriva poco dopo la canonizzazione, il 24 novembre 2008, di 188 martiri cristiani di quell'epoca, che secondo i Vescovi giapponesi ha rappresentato un autentico evento nella storia del Paese, in cui il cristianesimo è stato una religione proibita per secoli.
    Oggi i cristiani rappresentano l'1% della popolazione. Di questi, 450.000 sono cattolici.
    Shusaku Endo
    Il romanzo di Shusaku Endo è stato scritto nel 1966 ed è uno dei più importanti della sua carriera di scrittore insieme a "Il Samurai". Racconta la storia di un missionario portoghese in Giappone all'inizio del XVII secolo, in piena persecuzione anticristiana.
    Il titolo, "Silenzio", rimanda al silenzio di Dio davanti alla croce di Cristo, narrando la forzata apostasia del missionario tra terribili torture.
    Endo è nato a Tokyo nel 1923 ed è stato battezzato, insieme alla madre, a 12 anni. I suoi romanzi riflettono la sua particolare ricerca del cristianesimo riconciliato con la cultura orientale, così come la sua particolare visione della fragilità umana, del peccato e della grazia.
    Lo scrittore, morto nel 1997, ha scritto anche opere come "Vita di Cristo", "Vulcano", "Il mare e il veleno" e "Fiume profondo", in cui ha cercato di adattare il cristianesimo alla mentalità asiatica.

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    "Il crocifisso del samurai" di Rino Cammilleri, un omaggio al cristianesimo giapponese
    Eroismo e sangue nella terra degli shogun

    di Roberto Sgaramella
    "Anche i miei antenati, dal diciassettesimo secolo fino a oltre la metà dell'Ottocento, dovettero nascondersi sulle colline intorno a Nagasaki insieme a pochi altri scampati alle persecuzioni anticristiane". L'arcivescovo di Nagasaki Joseph Mitsuaki Takami parla dei suoi avi cattolici; l'intervista risale a un paio di anni fa, nell'imminenza della grande cerimonia di beatificazione dei 188 martiri giapponesi che si è svolta a Nagasaki il 24 novembre 2007.
    </I>"Erano arrivati nella zona di Nagasaki diversi anni prima della rivolta di Shibara (1638) fuggendo da Sendai - continua Takami - Avevano attraversato a piedi da nord a sud l'Onshu, la maggiore isola dell'arcipelago nipponico. Avevano intrapreso questo viaggio lungo e pericoloso per sfuggire alla persecuzione di Masamune. Il daimyo di Sendai aveva infatti iniziato a perseguitare i cristiani nel suo feudo. Masamune, dopo il fallimento dell'ambasceria del suo inviato Hasekura Tsunenaga presso Filippo iii re di Spagna e il Papa Paolo v nel 1615, da grande protettore del missionario padre Sotelo era diventato un persecutore della fede allineandosi alla politica anticristiana di Tokugawa Ieyasu, lo shogun di Edo".
    Colpito dal racconto dell'arcivescovo Takami, chi scrive volle visitare qualche mese dopo i musei dell'arcipelago di Amakusa nel Kyushu, Giappone meridionale, che conservano gli oggetti di culto dei Kakure Kirishitan, ovvero i cristiani che si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni.
    Si potrebbe pensare che, tuttavia, quest'argomento possa interessare al massimo gli esperti della storia del cristianesimo in Giappone. Si resta, quindi, molto sorpresi per la pubblicazione dell'ultimo libro di Rino Cammilleri, Il crocifisso del samurai (Milano, Rizzoli, 2009, pagine 280, euro 18,50). La sorpresa sta nel fatto che non è un libro di storia, ma un romanzo, come sottolinea l'autore. Tuttavia l'azione si svolge in contesti storici descritti con accurati dettagli e questo consente al lettore, anche al meno esperto di storia del Giappone, di seguire le vicende dei protagonisti che agiscono in diverse epoche.
    Il primo capitolo del libro porta il lettore nell'agosto del 1549, quando una giunca cinese approda nel porto di Kagoshima. A bordo dell'imbarcazione ci sono tre religiosi cattolici: Francisco Xavier - Francesco Saverio - Cosme de Torres e Juan Fernández. In quell'epoca il governo del Giappone era nelle mani di Toyotomi Hideyoshi che aveva assoggettato i feudatari ribelli e costretto l'imperatore in un ruolo puramente rappresentativo, quasi prigioniero nel palazzo di Kyoto.
    La missione di Xavier in Giappone fu breve; dopo appena tre anni dovette partire per la Cina perché gravemente ammalato. Tuttavia fu il primo evangelizzatore in un Paese dove il cristianesimo trovò molti seguaci e il numero dei credenti salì in breve fino a trecentomila.
    Nel secondo capitolo un altro balzo nel tempo e nello spazio e il racconto si sposta al 17 marzo del 1865 quando a Nagasaki il sacerdote francese Bernard Petitjean, membro della Société des Missions Etrangères, viene per la prima volta avvicinato da alcune contadine giapponesi che abitano a Urakami, un villaggio sulle alture che circondano il grande porto del Giappone meridionale.
    Al missionario il Governo giapponese aveva da poco concesso di aprire una piccola chiesa a Nagasaki, dopo oltre duecento anni di Sakoku (1638-1853), ovvero la chiusura totale della nazione agli stranieri. Secondo le norme, il luogo di culto cattolico era aperto solo agli occidentali residenti o di passaggio nella città portuale mentre per i locali vigeva il divieto assoluto di accedervi.
    Le donne sfidano il divieto e chiedono a padre Bernard di mostrare l'immagine della Vergine Maria. Gli domandano inoltre se fosse celibe oppure sposato e, infine, se fosse un prete obbediente al Papa di Roma. Dopo essersi convinte che padre Petitjean era effettivamente un sacerdote cattolico, gli svelano il loro segreto custodito per oltre due secoli: "Il nostro cuore è come il tuo".
    Terzo capitolo e terza ambientazione temporale: il racconto è collocato in un tempo antecedente a padre Petitjean di oltre due secoli, durante l'inverno del 1637. Qui Cammilleri inizia a descrivere la rivolta dei cristiani della penisola di Shimabara contro il governatore di Nagasaki, il rinnegato cristiano Terazawa Hirotaka, e contro il daimyo di Shimabara, Matsukura Shigeharu.
    Chi racconta questi avvenimenti remoti è l'abitante più anziano di Urakami che, ormai prossimo alla fine, vuole tramandare al sacerdote cattolico quanto lui ha appreso da suo padre che a sua volta ricevette questo racconto dal nonno.
    In questa parte del libro è il romanzo che si innesta nella storia: alcuni personaggi sono frutto dell'abilità di Cammilleri mentre altri hanno un effettivo riscontro storico anche se i tratti del loro carattere risentono del tocco dello scrittore. Tra questi il giovane Amakusa Shiro che, appena sedicenne, diviene la guida spirituale dei ribelli affiancato però da alcuni esperti samurai cristiani che decidono le strategie militari. La grande maggioranza dei ribelli erano tuttavia anonimi contadini a cui l'autore dà invece volto e nome. Per Cammilleri, non tutti i cristiani assediati nel castello di Hara perirono tra le fiamme che avvolsero l'edificio al termine dell'impari battaglia. Tra i pochi sopravvissuti, una giovane coppia, Yumiko e Kato, riuscì a fuggire e a raggiungere via mare la comunità di Urakami. Ed è proprio uno dei loro pronipoti il personaggio dell'anziano che trasmette la memoria della rivolta al missionario francese.
    Per quei Kirishitan di Nagasaki l'insegnamento del Vangelo, a distanza di circa tre secoli, era ancora quello impartito da padre Xavier al suo arrivo nel Kyushu nel 1545. Pur avendo anticipato il finale - Cammilleri perdoni l'indelicatezza - vale veramente la pena leggere questo libro che ha il pregio di fornire un quadro accurato di un periodo della storia del Giappone tra i più interessanti e tra i meno conosciuti. La ribellione di Shibara nacque certamente come moto di protesta per le angherie alle quali i contadini erano sottoposti da parte dei gabellieri del daimyo, tuttavia la ribellione ben presto assunse contenuti religiosi e politici.
    Per porre fine alla rivolta, gli assediati del castello di Hara chiesero allo shogun Togugawa Iemitsu una cosa per lui pericolosa da concedere: la libertà del culto di Cristo. Perché in un Paese dove per secoli i seguaci di religioni diverse come shintoismo, buddhismo e confucianesimo erano convissuti in modo sufficientemente pacifico, ai cristiani veniva negato quanto agli altri era invece concesso? Il primo editto contro i cattolici venne pubblicato nel 1587 sotto il Governo Toyotomy Hideoshi mentre la prima persecuzione sanguinosa avvenne nel 1597.
    Due erano i principali motivi di tali persecuzioni: Tyotomi Hideoshi e i primi tre shogun della famiglia Tokugawa, Ieyasu, Hidetada e Iemitsu, che avevano concentrato il potere politico a Edo (Tokyo), ritenevano i missionari cattolici possibili alleati dei "barbari del sud" ossia degli spagnoli che avevano posto in quel periodo le prime basi navali nelle isole della Nueva España, le Filippine.
    Per il Governo di Edo tale presenza era troppo vicina e veniva sentita come una minaccia all'unità del Paese appena ricostituita dopo secoli di lotte fraticide. Anche la conversione al cristianesimo di diversi daimyo dell'isola meridionale del Kyushu veniva interpretata come un passo verso la ribellione all'autorità di Edo e per questo i feudatari cristiani furono subito rimossi, esiliati o uccisi.
    Il secondo motivo era forse più grave del primo: le maggiori tre religioni orientali presenti in Giappone non facevano riferimento ad alcuna autorità suprema che potesse oscurare la figura dell'imperatore e il potere del Governo. I preti buddhisti, i monaci shintoisti e i maestri confuciani riconoscevano l'autorità civile e rispettavano l'ascendenza divina del potere imperiale. Al contrario, alcuni missionari cristiani, specie i religiosi spagnoli, avevano nelle loro prediche incitato il popolo ad abbattere i simboli dei falsi idoli e a riconoscere l'autorità di Cristo e il potere del Papa di Roma. Ovviamente i predicatori parlavano per metafore, ma i vertici di Edo li presero sul serio e decisero dapprima l'espulsione di tutti i missionari stranieri e successivamente il bando del culto della religione cristiana. Ritornando all'assedio di Hara, sembra che lo shogun Togukawa Iemitsu fosse disposto anche a concedere un'amnistia ai contadini di Shibara, ma certo non avrebbe mai permesso a samurai convertiti al cristianesimo di rimanere alla guida di un movimento che faceva riferimento a un'autorità suprema estranea alla società giapponese. Inoltre per i governanti giapponesi non era accettabile il continuo riferimento al messaggio di uguaglianza e di pari dignità degli uomini che veniva sottolineato nella predicazione dei missionari cristiani.
    Per le autorità questa dottrina era sovversiva e metteva in discussione la rigida divisione della società giapponese in quattro classi chiuse dove i contadini, circa l'ottanta per cento della popolazione, dovevano mantenere le famiglie dei nobili feudatari, dare i mezzi per pagare i salari dei samurai e versare ai gabellieri quanto doveva essere dato per lo shogun a Tokyo. Per Tokugawa, sterminare tutti gli assediati ad Hara era l'unica soluzione per evitare che la rivolta dei cristiani di Shibara potesse contagiare quelli che vivevano negli altri feudi del Giappone centrale.
    Cammilleri nel suo libro descrive con grande dovizia di particolari le fasi dell'assedio e gli scontri armati intorno al castello di Hara tra le cui rovine si erano asserragliati i seguaci di Shiro. Questi resistettero con grande tenacia e ottennero anche una significativa vittoria contro gli armati del generale Itakura Shigemasa che venne ucciso nel corso degli scontri.
    Tuttavia la fine per i cristiani giunse ineluttabile sia per la scarsità delle provviste di cibo sia per il bombardamento che il castello subì da parte di un vascello olandese su ordine del nuovo comandante dell'esercito Matsudaira Nobutsuna.
    Cammilleri per descrivere gli scontri si è accuratamente documentato sulle tecniche adottate sia dagli assediati che dagli assalitori che attaccavano i cristiani contando sul numero soverchiante e sul migliore armamento.
    Si tratta quindi di un libro che offre diverse chiavi di lettura; notevole lo sforzo di dare un profilo psicologico definito a ciascuno dei personaggi anche se il loro modo di pensare rimane tipicamente occidentale in quanto la loro voce risente troppo forse della sensibilità soggettiva dell'autore.
    Il tratto caratteristico del popolo giapponese, dove l'io individuale è grandemente condizionato da quello collettivo, viene comunque rispettato e la fine degli assediati tra le rovine di Hara viene resa come un'azione di volontà collettiva. Mentre le fiamme bruciano gli uomini e le strutture dell'edificio, ancora non è stato ammainato lo stendardo con le figure del calice che sostiene l'ostia consacrata e a lato due angeli con il motto: "Laudato o Santissimo Sacramento".
    (©L'Osservatore Romano - 4 novembre 2009)

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    Sidotti: dal Giappone richieste di beatificazione

    TOKYO - Una preghiera silenziosa davanti al portone di un condominio. E' un pellegrinaggio organizzato da una associazione di donne cattoliche di Yokohama a Miyogadani, il quartiere di Tokyo che ospito' la residenza coatta dei cristiani (Kirishitan Yashiki) nel XVII e nella prima parte del XVIII secolo, quando la religione venuta dall'Occidente era assolutamente proibita. Una lapide ricorda che la prigione fu costruita nel 1646 e che ospito' Giovanni Battista Sidotti, l'abate siciliano che fu l'ultimo di una serie di missionari iniziata con Francesco Saverio. Li' Sidotti mori' di stenti nel 1715, dopo alcuni anni di prigionia e in seguito all'inasprimento del regime carcerario seguito alla scoperta che aveva convertito la coppia dei suoi due guardiani.

    Quattro anni fa, a sorpresa, e' stata scoperta - a un centinaio di metri di distanza dalla lapide - la sua tomba (assieme a quella dei due guardiani) durante i lavori di scavo delle fondamenta del condominio. I resti (non erano stati cremati) furono sottoposti ad accurate analisi scientifiche, mentre i lavori proseguirono. Cosi' i fedeli restano ancora piu' ammutoliti quando Padre Mario Canducci, missionario francescano che guida il pellegrinaggio, indica il portone - davanti al quale e' parcheggiata una Alfa Romeo - come il luogo sotto il quale si trovava la tomba del missionario venuto in Giappone in un tentativo quasi suicida di riaprire il Paese al messaggio cristiano.

    “Possiamo venire qui a pregare in silenzio - afferma Canducci - Prima siamo passati alla Nunziatura e abbiamo celebrato la Messa ad Asakusa, sulla chiesa che sorge dove fu costruita la prima chiesa cattolica di Tokyo”. In alcune citta' giapponesi sono sortii gruppi di preghiera che fanno pellegrinaggi nei luoghi dove Sidotti passo', dall'isola di Yakushima dove sbarco' da clandestino a Tokyo: sperano che venga presto avviata una causa di beatificazione. Una questione complessa, afferma il missionario all'ordine dei frati minori: Tokyo sembra non avere un numero sufficiente di gente esperta per mandare avanti le pratiche. Canducci e' fiducioso in quanto conosce bene monsignor Tarcisius Isao Kikuchi, l'ex missionario in Africa che si insedierà ufficialmente sabato 16 dicembre alla guida della diocesi di Tokyo. Inoltre ha gia' parlato con l'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. L'ipotesi che appare piu' fattibile e' una collaborazione tra le due diocesi: Palermo, luogo di origine del Sidotti, si prenderebbe l'incarico di avviare e portare avanti la causa, con il supporto della parte giapponese per la documentazione locale. Del resto, quando Sidotti mori', non c'era una diocesi in Giappone.

    Intanto il materiale che il Museo della Scienza di Tokyo ha preparato e organizzato per la sua mostra sul Sidotti (compresa la ricostruzione tridimensionale del volto del missionario) dovrebbe essere prestato per una mostra in Italia nel 2018. La figura del Sidotti ha incuriosito e interessato molti giapponesi, non solo cristiani, in quanto il missionario fu interrogato più volte da un insigne studioso confuciano, Arai Hakuseki, al quale trasmise una serie di conoscenze geografiche e scientifiche. Arai, consigliere dello shogun, suggerì alle autorità un atto di clemenza inaudita, consigliando di rispedire a Manila quell'occidentale che considerava molto rispettabile. Le autorità non seguirono questa raccomandazione. E quando Sidotti violo' per la seconda volta le leggi giapponesi (prima osando entrare nel Paese, poi convertendo giapponesi) decisero di farlo morire in quello che molti considerano un martirio.


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