Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: I Beati di Papa Francesco

  1. #21
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    Il 15 giugno la Beatificazione di Focherini. Salvò più di 100 ebrei dalla deportazione



    Marito, padre di sette figli, assicuratore, giornalista e amministratore del giornale L’Avvenire d’Italia, salvò più di 100 ebrei dalla deportazione. Muore nel 1944, a soli 37 anni, nel campo di concentramento di Hersbruck, in Germania, ucciso in odio alla fede cattolica. Odoardo Focherini, che è stato anche presidente dell’Azione Cattolica di Carpi, verrà Beatificato sabato 15 giugno a Carpi in una celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Una vita, quella di Focherini, spesa per amore a Dio e al prossimo. Stamani, presso la sede della nostra emittente, è stata presentata la Beatificazione. C’era per noi, Debora Donnini:

    “Se tu avessi visto come io ho visto in questo carcere cosa fanno patire agli ebrei", rimpiangeresti di non "averne salvati in numero maggiore”. Queste parole racchiudono il cuore di Odoardo Focherini, il primo italiano ad essere Beatificato per aver salvato gli ebrei dalla persecuzione nazista. Nato a Carpi nel 1907, Focherini si impegna nell’Azione cattolica, sposa Maria Marchesi da cui ha sette figli e lavora come assicuratore. Collabora anche con L’Avvenire d’Italia e con L’Osservatore Romano. Una vita che prende una direzione inaspettata quando anche in Italia inizia la deportazione degli ebrei. Riesce a salvarne più di 100 ma nel marzo del 1944 viene arrestato e incarcerato Bologna, poi viene portato nei campi di concentramento di Fossoli e Gries e alla fine deportato in Germania a Hersbruck, dove muore il 27 dicembre dello stesso anno. Nel suo cuore e nelle lettere che riuscirà a mandare sempre forte l’amore per i figli e la moglie e la grande sofferenza affrontata con fede. Sentiamo uno dei suoi 15 nipoti, il giornalista Francesco Manicardi:

    R. – Sicuramente, la figura del nonno Odoardo Focherini, che ci è stata restituita soprattutto dalla memoria che sua moglie, Maria Marchesi, vedova per 45 anni, ci ha trasmesso – a noi e ai figli di Odoardo – è la figura di un uomo impegnato per il Vangelo a vivere il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”.

    D. – Suo nonno ha salvato dalla deportazione più di 100 ebrei e per fare questo ha falsificato anche dei documenti…

    R. – Sì. Odoardo Focherini nella rete logistica che lui e don Dante Sala, un sacerdote della diocesi di Carpi, avevano istituito insieme anche ad altri collaboratori, aveva il compito di preparare i documenti falsi che servivano agli ebrei nel viaggio che da Modena li portava all’espatrio in Svizzera, dove potevano trovare rifugio in sicurezza. Oltre 100 persone sono state salvate dalla rete di Focherini e di don Dante Sala. Ricordiamo anche persone normali come Silvio Borghi, che ha salvato e ha aiutato diversi ebrei nascondendoli in casa propria, in una stanza murata come Anna Frank, rischiando la vita propria e della famiglia come ha fatto Odoardo che ha ospitato per diversi giorni in casa, sia a Mirandola sia a Carpi, ebrei in attesa di espatrio.

    D. – E’ per questo è stato mandato poi in campo di prigionia o anche per la sua attività a L’Avvenire di Italia?

    R. – Odoardo Focherini era un personaggio di spicco del cattolicesimo del Nord Italia, in quanto giornalista prima e poi direttore amministrativo del giornale cattolico, il quotidiano bolognese L’Avvenire d’Italia. Attraverso l’amministrazione del giornale, Odoardo non dice ciò che le veline di regime impongono di dire: Odoardo Focherini arriva a sospendere la tiratura del giornale all’indomani dell’8 settembre, quando i nazifascisti occupanti a Bologna vogliono che il giornale esca. Odoardo Focherini, con vari escamotage – tra cui la beffa della carta – nasconde la carta da giornale del quotidiano e dice ai nazisti che non può uscire in stampa.

    D. – Dalle lettere che inviò dalla sua prigionia alla moglie, traspare un grande amore per lei e per i suoi sette figli e anche una fede profonda. L’ha colpita vedere con quanta fede e con quanto abbandono alla Provvidenza Odoardo Focherini abbia sacrificato la propria vita per salvare vite umane e fondamentalmente per amore a Gesù Cristo?

    R. – Sì, il nonno anche negli ultimi nove mesi di prigionia, in carcere, in campo di concentramento, ha avuto un’evoluzione spirituale eccezionale, che si può comprendere dal corpus di 166 lettere che ci ha lasciato. Inizialmente, conta davvero di ritornare a casa e cerca di rassicurare la moglie circa la sua salute e del fatto che tornerà presto a casa, perché non ci sono prove a suo carico. Poi, già dalla detenzione a Fossoli comprende che per lui non ci sarà ritorno. Allora, compie quel passo difficile e lo fa compiere anche a Maria: entrare in questo disegno misterioso, in cui la Provvidenza chiede loro un amore ancora più forte, anche se da lontano. C’è un episodio commovente: scrive ai suoi figlioli una lettera su carta quadrettata con grafia infantile in cui crea per loro un indovinello, cercando di far indovinare loro la città in cui si trova. E’ un momento intimo che Odoardo – carcerato, in pigiama, sottoposto ad angherie, soprusi, privazione del sonno e del cibo – riesce a ricavarsi per creare un momento di intimità con i figli.

    Medaglia d’oro al merito civile della Repubblica italiana, Odoardo Focherini è anche “Giusto tra le Nazioni” allo Yad Vashem di Gerusalemme. Ma per capire fino in fondo Odoardo Focherini bisogna risalire alla sua esperienza di Gesù Cristo come sottolinea mons. Francesco Cavina, vescovo di Carpi:

    “Senza Cristo, la vita di Odoardo Focherini sarebbe stata una vita probabilmente come tante altre, ma che non avrebbe avuto quella connotazione particolare che ha espresso. In fondo, Odoardo Focherni ha realizzato la vocazione di ogni uomo, per la quale viene al mondo, e la vocazione di ogni uomo è essere immagine di Cristo. Focherini lo è stato fino alle estreme conseguenze, fino cioè al martirio”.

    “Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio - dice nelle ultime parole riportate da testimoni - offrendo la mia vita in olocausto per la mia diocesi, per l’Azione cattolica, per L’Avvenire d’Italia e per il ritorno della pace nel mondo. Vi prego di riferire a mia moglie che le sono sempre rimasto fedele, l’ho sempre pensata, e sempre intensamente amata”.


    fonte: Radio Vaticana
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  2. #22
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    Citazione Originariamente Scritto da Pikachu Visualizza Messaggio
    Stando ai giornali della mia zona (in particolare Gazzetta d'Alba), la Beatificazione di Padre Girotti dovrebbe aver luogo nel 2014.
    Sulll'odierno numero della Gazzetta leggo che Padre Girotti sarà beatificato sabato 26 aprile 2014 ad Alba, durante una solenne celebrazione presieduta dal Card. Angelo Amato, SDB.


  3. #23
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    Festa della santità a Cracovia. Beatificate due suore: donarono la vita ai poveri

    Una Festa della santità quella che si celebra oggi a Cracovia, dove vengono beatificate due religiose che tanto hanno fatto per la Polonia. Si tratta di Madre Sofia Czeska Maciejowska, fondatrice della Congregazione delle Vergini della Presentazione della Beata Vergine Maria, e di suor Margherita Lucia Szewczyk, fondatrice della Congregazione delle Figlie della Beata Maria Vergine Addolorata. In rappresentanza del Santo Padre c’è il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il servizio è di Roberta Barbi:

    Due secoli separano le nuove beate che oggi ci guardano dal cielo: Madre Sofia, vissuta nel 17mo secolo, polacca, istruita, sposata e poi vedova giovanissima, e suor Margherita, ucraina di nascita, ma che nell'Ottocento elesse la Polonia terra della sua missione. Due religiose che fecero dono di sé con amore sacrificale, fondato su una fede robusta, nutrita con un costante accostamento all’Eucaristia e alla preghiera. Fondatrici, anche, di congregazioni dalla spiritualità spiccatamente mariana.

    Madre Sofia si dedicava alle ragazze povere ed orfane, seguendo la sua personale regola “istruzione e formazione”, per prepararle alla vita. Il suo strumento preferito era la Parola di Dio, che va custodita nel proprio cuore facendo in modo che questo sia pronto a riceverla. Va custodita con lo stupore e la gioia di Maria, che fece suoi a tal punto da trasmettere alle consorelle il motto “Gloria a Dio e a sua Madre”, come ricorda al microfono di Roberto Piermarini il cardinale Angelo Amato:

    “Madre Sofia scelse il mistero della Presentazione al tempio come modello della sua vita personale e come patrona della sua opera”.

    Madre Margherita scelse di occuparsi dei bambini negli orfanotrofi, degli anziani nei ricoveri e dei malati negli ospedali. La riconoscevano per la bontà del suo cuore, la sua accoglienza materna verso gli altri e la sua gioia tutta francescana, che affondavano le radici in una fede solida, perché senza fede è impossibile piacere a Dio, come spiega il cardinale Amato:

    “Come figlia spirituale di San Francesco d’Assisi sapeva che in questo mondo Gesù si faceva visibile in primo luogo nel sacramento del suo corpo e del suo sangue. Erano continue le visite al Tabernacolo, convinta che se si volevano molte grazie si dovevano fare molte visite a Gesù Eucaristico”.


    Ed è il servizio gratuito e l’orientamento al bene l’insegnamento fondamentale che le due beate lasciano al mondo e a tutti noi, come sottolinea ancora il cardinale Amato:

    “I Santi fanno tanto bene non solo alla Chiesa, ma anche alla società. Ecco l’eredità che le due Beate lasciano a tutti noi: operare il bene e farlo bene. E alle loro figlie spirituali, Madre Sofia e Madre Margherita Lucia lasciano non solo la beatitudine evangelica di un apprezzato apostolato verso i bisognosi, ma anche l’assicurazione che il carisma delle loro Congregazioni porti alla santità”.


    fonte: Radio Vaticana
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  4. #24
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    Beatificato oggi a Carpi Odoardo Focherini, lo Schindler italiano

    Con una solenne celebrazione questa mattina a Carpi, presieduta dal prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi cardinale Angelo Amato, in rappresentanza del Santo Padre, è salito agli onori degli altari Odoardo Focherini. Primo Beato giornalista, secondo tra le file dell’Azione cattolica, morì da martire in un campo di sterminio tedesco, dopo aver salvato oltre centro ebrei dalle mani naziste. Ci racconta la sua storia Roberta Barbi:

    “Se tu avessi visto, come ho visto io, in questo carcere, come trattano gli ebrei, saresti pentito solo di non averne salvati di più”. Così nella prigione di S. Giovanni in Monte a Bologna, Odoardo Focherini raccontava la sua esperienza di eroe umile e di difensore della vera umanità che si prende in carico degli oppressi e dei perseguitati, che nella sua contemporaneità di un’Europa dilaniata dal nazismo erano il popolo ebraico. Iniziò quasi per caso, con un gruppo che gli venne affidato dall’arcivescovo di Genova, poi proseguì fino a salvarne 105, ma l’ultimo gli fu fatale: l’11 marzo 1944 fu arrestato e condotto in carcere. Da lì il passo fino al campo di concentramento di Fossoli fu breve; poi la deportazione in Germania. Dal lager di Hersbruck scrisse 166 amorevoli lettere a casa, in cui affermava che avrebbe rifatto tutto da capo, fedele all’insegnamento di Cristo di amare il prossimo come se stessi, come ha sottolineato oggi nell’omelia il cardinale Angelo Amato:

    “Nella sua Lettera apostolica, Papa Francesco lo chiama 'esemplare testimone' del Vangelo. Il Beato Odoardo, infatti, non esitò ad anteporre il bene dei fratelli all’offerta della propria vita”.

    Nel campo di sterminio morì pochi mesi dopo “ex aerumnis carceris et exilii”, come recita la formula canonica, cioè a causa dell’esilio forzato e delle torture. In punto di morte, offrì la sua vita per la sua diocesi, per l’Azione cattolica, per il Papa e per la pace del mondo. Fu una morte da martire, quella del Focherini, che ha molto da insegnare agli uomini di oggi, come ha evidenziato il cardinale Amato illustrando le lezioni che il Beato ci ha lasciato:

    “La prima è quella della carità: l’impegno di mettere in salvo dalla persecuzione nazista famiglie e perseguitati; l’operosità nell’Azione Cattolica, l’attività giornalistica presso l’Avvenire di Italia, la fedeltà alla sua identità battesimale; l’adesione piena alla volontà divina fino ad accettare l’umiliazione e la sofferenza dei campi di concentramento sono i tratti eroici della carità di questo 37.enne laico cattolico, sposo devoto e padre di sette figli. Una seconda lezione impartita dal nostro Beato è quella della sua coerenza alla fede battesimale e al fondamentale codice umano, divino del Decalogo”.

    Dedito alla preghiera, al sacrificio e all’azione, la straordinarietà del Focherini è riconosciuta universalmente: nel 1969 fu proclamato Giusto tra le Nazioni e in occasione della sua Beatificazione il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane ha esaltato il suo indimenticabile amore per la vita, fonte d’ispirazione per le generazioni future. Così ne riassumeva le virtù eroiche il cardinale Amato al microfono di Roberto Piermarini:

    “Il Focherini fu un laico, che prese sul serio il suo battesimo, vivendo intensamente di fede, di carità e di speranza. A proposito della speranza, concludo con una testimonianza rilasciata da una signora ebrea di Ferrara. Questa signora confessa di aver avuto la forza di sopravvivere, per le parole che le disse un giorno il nostro Beato: ‘Avrei già fatto il mio dovere se pensassi solo ai miei sette figli, ma sento che non posso abbandonarvi, che Dio non me lo permette’”.


    fonte: Radio Vaticana
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  5. #25
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    PROMULGAZIONE DI DECRETI DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI , 05.07.2013

    Oggi, 5 luglio 2013, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza privata Sua Eminenza Reverendissima il Signor Card. Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nel corso dell’Udienza il Sommo Pontefice ha autorizzato la Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

    - il miracolo, attribuito all'intercessione del Beato Giovanni Paolo II (Carlo Giuseppe Wojtyła), Sommo Pontefice; nato a Wadowice (Polonia) il 18 maggio 1920 e morto a Roma il 2 aprile 2005;

    - il miracolo, attribuito all'intercessione del Venerabile Servo di Dio Alvaro del Portillo y Diez de Sollano, Vescovo titolare di Vita, Prelato della Prelatura Personale della Santa Croce e dell'Opus Dei; nato a Madrid (Spagna) l'11 marzo 1914 e morto a Roma il 23 marzo 1994;

    - il miracolo, attribuito all'intercessione della Venerabile Serva di Dio Speranza di Gesù (al secolo: Maria Giuseppa Alhama Valera), Fondatrice delle Congregazioni delle Ancelle dell'Amore Misericordioso e dei Figli dell'Amore Misericordioso; nata a Santomera (Spagna) il 29 settembre 1893 e morta a Collavalenza (Italia) l'8 febbraio 1983;

    - il martirio del Servo di Dio Giuseppe Guardiet y Pujol, Sacerdote diocesano; nato a Manlleu (Spagna) il 21 maggio 1879 e ucciso in odio alla Fede in Spagna il 3 agosto 1936;

    - il martirio dei Servi di Dio Maurizio Íñiguez de Heredia e 23 Compagni, dell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio; uccisi in odio alla Fede in Spagna tra il 1936 e il 1937;

    - il martirio dei Servi di Dio Fortunato Velasco Tobar e 13 Compagni, della Congregazione della Missione; uccisi in odio alla Fede in Spagna tra il 1934 e il 1936;

    - il martirio delle Serve di Dio Maria Assunta (al secolo: Giuliana González Trujillano) e 2 Compagne, Religiose professe della Congregazione delle Suore Francescane Missionarie della Madre del Divin Pastore; uccise in odio alla Fede in Spagna nel 1936;

    - le virtù eroiche del Servo di Dio Nicola D'Onofrio, Chierico professo dell'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi (Camilliani); nato a Villamagna (Italia) il 24 marzo 1943 e morto a Roma il 12 giugno 1964;

    - le virtù eroiche del Servo di Dio Bernardo Filippo (al secolo: Giovanni Fromental Cayroche), Fratello professo dell'Istituto delle Scuole Cristiane, Fondatore delle Hermanas Guadalupanas de La Salle; nato a Chauvets-Servières (Francia) il 27 giugno 1895 e morto a Città del Messico (Messico) il 5 dicembre 1978;

    - le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Isabella della Ss.ma Trinità (al secolo: Maria Isabella Picão Caldeira vedova Carneiro), Fondatrice delle Congregazione delle Suore Concezioniste; nata a Monte do Torrão (Portogallo) il 1° febbraio 1889 e morta a Lisbona (Portogallo) il 3 luglio 1962;

    - le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Carmen Rendiles Martínez, Fondatrice delle Ancelle di Gesù, chiamate Siervas de Jesús de Venezuela; nata a Caracas (Venezuela) l'11 agosto 1903 e ivi morta il 9 maggio 1977;

    - le virtù eroiche del Servo di Dio Giuseppe Lazzati, Laico consacrato; nato a Milano (Italia) il 22 giugno 1909 e ivi morto il 18 maggio 1986.

    Il Sommo Pontefice ha approvato, infine, i voti favorevoli della Sessione Ordinaria dei Padri Cardinali e Vescovi circa la canonizzazione del Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) e ha deciso di convocare un Concistoro, che riguarderà anche la canonizzazione del Beato Giovanni Paolo II (Carlo Giuseppe Wojtyła).

    [01019-01.01]

    [B0450-XX.01]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede
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  6. #26
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    Romania: Beatificazione di padre Vladimir Ghika, martire sotto il comunismo

    Beatificazione stamane a Bucarest, in Romania, di padre Vladimir Ghika. A presiedere la cerimonia, ospitata nel Palaexpo, il legato papale, Angelo Amato, cardinale prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il servizio di Roberta Gisotti:

    E’ vissuto da santo ed è morto da martire, padre Ghika, sacerdote romeno, aveva 80 anni quando è morto nel carcere di Jilava, vicino Bucarest, il 16 maggio 1954, accusato di spionaggio nell’interesse del Vaticano, condannato dal regime comunista a tre anni di prigionia per alto tradimento. Di religione ortodossa, nipote dell’ultimo principe della Moldavia, destinato alla carriera diplomatica, il giovane Vladimir, non ancora trentenne entra nella Chiesa cattolica, rinunciando poi ad ogni agio e privilegio per vivere nella carità da povero con i poveri. Tre sono i messaggi che lascia padre Ghika, come indica il cardinale Angelo Amato:

    R.- Il primo riguarda la sua ansia ecumenica. Sognava l'unità della Chiesa. Egli proponeva la santità come un mezzo indispensabile per promuovere l'unità dei cristiani. Egli vedeva nel martirio di milioni di cristiani ortodossi perseguitati soprattutto in Russia e nell'Europa dell'Est dai regimi comunisti la garanzia di una vera risurrezione, che, nella logica del mistero pasquale, doveva portare all'unità ritrovata. Il secondo aspetto riguarda il suo concreto impegno di carità verso i rifugiati, i feriti di guerra, i malati, da lui accolti, visitati e assistiti. Il terzo aspetto riguarda la sua testimonianza martiriale, sotto quel regime spietato che fu lo stalinismo. Lunghi e sfibranti interrogatori di giorno e di notte, pestaggi feroci tanto da far temere la perdita dell'udito e della vista, simulazioni di impiccagione. Egli sopportò con fede e coraggio questo martirio con l'aiuto della preghiera.

    La sorte volle che intorno a padre Ghika morente, nell’infermeria del carcere, vi fossero un prete ortodosso, un pastore protestante, un giovane ebreo e un imam tartaro, a coronare il suo desiderio di un solo gregge ed un solo pastore:

    R. - L'odierna Beatificazione deve essere vista come segno profetico di riconciliazione e di pace, come memoria di un triste passato da non ripetere in nessun modo e come impegno per costruire un futuro di speranza, di comunione fraterna, di libertà e di letizia.


    fonte: Radio Vaticana
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  7. #27
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    Nuovo Beato in Sicilia: Antonio Franco, ministro di Dio e uomo di giustizia. Il card. Amato: ci insegna ad aprirci con generosità

    Grande attesa a Messina per la Beatificazione, oggi pomeriggio, di mons. Antonio Franco, prelato e abate di S. Lucia del Mela, vissuto tra ‘500 e ‘600, “esemplare testimone del Vangelo”, come ha ricordato ieri il Papa all’Angelus. La cerimonia, nella basilica cattedrale alle ore 18, sarà presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei santi. Il servizio di Roberta Gisotti:

    E’ vissuto quattro secoli fa ma la sua fama di santità e di miracoli si è tramandata e vivificata fino ai nostri giorni. Preghiera, catechesi, carità, penitenza furono compagne di vita di Antonio Franco. Nato a Napoli nel 1585, cresciuto in una famiglia devota, non ancora 17enne conseguì la laurea in Diritto canonico e civile, giunse poi a Roma, quindi Madrid alla Corte di Filippo III e divenuto sacerdote a 25 anni, venne poi nominato Cappellano Maggiore del Regno di Sicilia e come tale Prelato ordinario e Abate di S. Lucia, nella piana di Milazzo, e il Papa Paolo V gli aggiunse il titolo di Referendario pontificio. Ministro di Dio, interprete del rinnovamento ecclesiale sancito dal Concilio di Trento, e uomo di giustizia - giudice in nome del Re di Spagna - mons. Franco curò la formazione del clero e le vocazioni e lottò con vigore contro usura, banditismo, ignoranza, superstizione, omertà diffuse in quel territorio. Un uomo di grandi doti umane e spirituali che mai si risparmiò per aiutare gli altri, come spiega il cardinale Angelo Amato

    R. - A quel tempo la Prelatura aveva circa 4200 abitanti, quasi tutti contadini e pastori. Nel governo di questa Prelatura, unita alla diocesi di Messina solo dal 1986, il Servo di Dio si distinse per la sua sapiente azione pastorale, migliorando la vita religiosa del popolo e del clero. Ancora vivente, mons. Antonio Franco era venerato per la sua vita santa e per la sua fama di taumaturgo, con interventi prodigiosi a favore degli ammalati e dei contadini, che chiedevano la pioggia per i loro campi o l'allontanamento delle intemperie dai loro raccolti. Era particolarmente generoso con i poveri. Morì in odore di santità, il 2 settembre 1626, stroncato dalle penitenze e dalle continue astinenze.

    Non aveva ancora compiuto 42 anni, quando rese l’anima al Signore, stremato da privazioni e malattie. Spesso digiunava e mangiava solo pane e acqua e sembra che non adoperasse il letto ma utilizzasse una piccola stoia per materasso e una pietra come cuscino. Cosa suggerisce oggi il Beato Antonio Franco? La risposta del cardinale Angelo Amato

    R. - Di aprirci con generosità, come fece lui, alle necessità dei poveri e dei bisognosi. I quattro secoli che ci separano da lui non ne attenuano il messaggio, ma anzi lo rafforzano. Anche oggi i poveri sono in mezzo a noi, e anche oggi il cristiano è chiamato dal Signore a essere buon samaritano per i feriti nel corpo e nello spirito, che invocano la nostra carità. Siamo generosi, come fu sommamente generoso il nostro Beato.

    Da domani al 13 settembre il corpo incorrotto di mons. Antonio Franco rimarrà esposto nella cattedrale di Messina per la venerazione dei fedeli e quindi farà ritorno nella concattedrale di Santa Maria del Mela, dove il 15 settembre si terrà la Messa di ringraziamento.


    fonte: Radio Vaticana
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  8. #28
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    Festa a Rovigo per la beatificazione della Serva di Dio Maria Bolognesi



    Festa grande oggi nel Polesine. Questa mattina alle 10.30 in Piazza XX Settembre a Rovigo infatti, sarà beatificata la Serva di Dio Maria Bolognesi, nata nel 1924 e morta nel 1980 nella città veneta. Donna silenziosa nella carità, ebbe un’infanzia e una gioventù difficili. Rappresentante del Santo Padre, alla cerimonia, sarà il card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi che al microfono di Roberto Piermarini traccia un profilo della nuova Beata:

    R. - Maria Bolognesi nacque il 21 ottobre 1924, a Bosaro (Rovigo), figlia illegittima di Amedeo Gozzati e di Giuseppa Samiolo. Il cognome Bolognesi lo ricevette dal patrigno Giuseppe, sposato dalla madre. Data l'estrema povertà della famiglia, la piccola andò subito a lavorare nei campi (fu bracciante agricola per 26 anni). Frequentò i primi due anni di elementari, ma non riuscì a passare in terza, non tanto per mancanza di intelligenza, quanto piuttosto per la necessità di lavorare e per la denutrizione. Fin da piccola si consacrò totalmente al Signore e alla Madonna. La vita familiare era difficile. Il patrigno infatti maltrattava la moglie, perché temeva che lo tradisse. Da parte sua anche la mamma, nervosa e bestemmiatrice, malmenava i suoi piccoli. Maria allora fu allontanata e mandata ospite nella canonica di don Sante Magro per svolgere alcuni lavori domestici. Inizia così un pellegrinaggio faticoso di continui cambiamenti di residenza, accompagnati sempre da lavori faticosi. Morì d'infarto a Rovigo il 30 gennaio 1980. Le sue spoglie riposano nella Chiesa parrocchiale di Bosaro.

    D. - Come si santificò?

    R. - Maria fin da piccola visse l'esperienza della povertà più nera e dell'emarginazione più umiliante. È commovente leggere questa sua esperienza di bambina, rifiutata dai suoi coetanei: «Spesso i bambini non mi volevano a giocare con loro perché ero figlia di N.N.; da sola andavo nell'orto della nonna per vedere se potevo prendere qualche farfallina. Oh! Se Gesù avesse messo anche a me le alette, quando i bambini non mi vogliono con loro, volerei via più in fretta». Lavorò moltissimo, non godette mai degli agi del benessere, patì un lungo elenco di malanni, subì paurose tentazioni diaboliche. Ma non si diede mai per vinta. In casa era il sostegno dei grandi e dei piccoli; in campagna zappava, raccoglieva il frumento, le barbabietole, faceva la legna, lavorava la canapa e talvolta andava anche a pescare. Imparò a confezionare vestiti, pantofole, scarpette. Per se stessa si cucì un abito speciale, non "mondano". Non disdegnava neanche le piccole opere di muratura. Dal 1943, per alcune ore al giorno, raccoglieva i bambini di alcune famiglie povere per permettere ai genitori di recarsi al lavoro. I suoi molti carismi mistici non le impedirono di spendersi nella carità verso il prossimo soprattutto verso i bambini, per i quali si fece factotum, calzolaio, sarta, falegname e anche questuante. Erano frequenti le sue visite ai malati e l'assistenza notturna ospedaliera. Raccoglieva denaro e generi di prima necessità per le famiglie indigenti.

    - Quale messaggio ci lascia la nuova Beata?

    R. - Fu vicina agli orfani, ai quali trovò buone sistemazioni presso famiglie generose o presso istituti. La sua carità si estendeva dal corpo allo spirito, diventando saggia consigliera per chi era nel dubbio, nell'ignoranza, nella tristezza. Aiutava tutti con la preghiera incessante e con la sofferenza. È questo il messaggio che ella ci lascia oggi.


    fonte: Radio Vaticana
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    Argentina, il cardinale Amato beatifica padre Brochero, "il prete gaucho" dei poveri



    Beatificazione, oggi in Argentina, di padre José Gabriel Brochero, vissuto a cavallo tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Fu un sacerdote diocesano imbevuto di spiritualità ignaziana, completamente dedito ai poveri. Un “pastore secondo il cuore di Cristo”, lo definisce Papa Francesco. A presiedere il rito, in rappresentanza del Pontefice, nella città che porta adesso il nome del nuovo Beato, il cardinale Angelo Amato, prefetto delle Cause dei Santi. Il servizio di Alessandro De Carolis:

    La santità dei semplici, quella che dopo la morte ti porta all’onore non cercato, quello degli altari, perché hai ricercato nella vita il servizio del massimo onore: fare il bene nel nome di Gesù. È quello che si potrebbe dire di padre José Gabriel Brochero, “el cura gaucho”, il sacerdote gaucho, come veniva familiarmente chiamato da coloro che lo vedevano arrivare a cavallo a svolgere il suo ministero di sacerdote e soprattutto di uomo di Dio con un grande cuore per chi viveva nella miseria o nella sofferenza fisica. Un amore generoso e gratuito, come ricorda il cardinale Angelo Amato:

    “Era un sacerdote totalmente dedito al bene e alla santificazione dei fedeli, soprattutto dei più bisognosi. Pur avendo concluso l'università di Córdoba con il titolo di Maestro in Filosofia, il suo linguaggio era semplice, non ricercato, detto con parole ed espressioni locali, appartenenti al lessico popolare e facilmente comprensibili da tutti. La sua predicazione toccava i cuori, convertendo anche i peccatori più incalliti”.
    Nel 1867, Cordoba viene infestata dal colera. Padre Brochero è sulla prima linea, la più pericolosa, quella che chiede di inginocchiarsi accanto a malati e moribondi. Due anni dopo, viene nominato parroco a Villa del Tránsito, città che oggi porta il suo nome. Il cavallo del prete gaucho arriva ovunque vi sia qualcuno che abbia bisogno di aiuto, per l’anima e il corpo. Con le sue mani e con l’aiuto della sua gente costruisce chiese, cappelle, scuole, apre strade attraverso le montagne, promuovendo il progresso della regione. Ma soprattutto promuove la fede, trasmettendola con lo stile di Sant’Ignazio di Loyola:

    “Lo stile dell'evangelizzazione brocheriana è caratterizzato dagli Esercizi Spirituali, bagno dell'anima, scuola delle virtù e morte dei vizi. Brochero era convinto dell'efficacia degli esercizi spirituali per comunicare la luce della verità di Dio alle intelligenze e per far trionfare la grazia nei cuori più ribelli. Una parola speciale il Brochero la rivolge ai suoi fratelli nel sacerdozio, ai quali ricorda tre impegni: essere perseveranti nel ministero della Sacra Dottrina, dispensando con generosità la parola di Dio; non stancarsi mai di essere misericordiosi, pregando, celebrando, adorando e perdonando; esercitare in letizia il ministero sacerdotale: è nella gioia che fiorisce la carità e la santità".

    In vecchiaia arriva la grande prova. Padre Brochero si ammala di lebbra e per il resto dei suoi anni – morirà nel 1914 – il prete gaucho non più in sella condividerà in tutto la vita delle persone colpite dal terribile morbo, che lo priverà dell’udito e della vista. Ma non del suo dinamismo di carità, che gli fa dire in ultimo: “Ora ho tutto pronto per il viaggio”.


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  10. #30
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    Beatificazione di Tommaso da Olera, umile cappuccino che parlava di Dio a poveri e regnanti



    Beatificazione oggi, nel Duomo di Bergamo, di Tommaso da Olera, umile frate cappuccino nato nel 1563 in un piccolo paese della Val Seriana: un precursore della devozione del Sacro Cuore di Gesù, uno tra gli scrittori più significativi del Seicento, un mistico che passava intere notti a contemplare il Crocifisso. A proclamarlo Beato, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

    “L’amor di Dio – ha scritto il nuovo Beato - sta ne’ cuori umili”. La vita di Tommaso da Olera si rispecchia profondamente in queste parole. Da adolescente condivide con i genitori stenti e lavoro, prima come pastore e poi come contadino. La vocazione lo porta, all’età di 17 anni, ad entrare nell’ordine dei Frati cappuccini nel convento di Verona. Dopo la formazione, è un predicatore instancabile del Vangelo e, soprattutto, un umile questuante. Ogni giorno chiede a tutti, senza distinzione, offerte e pane per i frati e per i poveri. Assicura ad ognuno consolazioni e preghiere. Tommaso avvicina tutti e parla di Dio ai grandi del mondo, tra cui sovrani e imperatori, e alla gente umile. Nel 1618 è trasferito a Padova, dove svolge la mansione di portinaio del convento. L’anno successivo è chiamato ad Innsbruck dall’arciduca del Tirolo, Lepoldo V, e riprende il compito della questua, esercitandolo fedelmente fino alla fine della vita. Tommaso muore nella sua umile cella il 3 maggio del 1631. La sua vita – sottolinea il cardinale Angelo Amato - è un modello per tutti:

    “Il Beato Tommaso è un esempio di vita cristiana per tutti. Era questo l'auspicio del venerabile Paolo VI, il quale nel 1963, scriveva: 'Possa il ricordo di quest'umile figlio della forte terra bergamasca spingere i sacerdoti e i fedeli a sempre maggiore donazione di sé nell'adesione consapevole allaverità rivelata, nell'impegno di testimonianza cristiana in tutti i settori della vita, e nell'esercizio instancabile e ardito delle virtù specialmente della carità'”.

    Il nuovo Beato è un modello di vita cristiana. Paolo VI lo indica come “fulgido esempio di fedeltà, zelo e dedizione”. Giovanni XXIII lo definisce “un Santo autentico e un maestro di spirito”. Giovanni Paolo II lo ricorda come “il fratello del Tirolo”, che ha confermato alla fede contadini e principi del XVII secolo. Nel 2012, Benedetto XVI firma il decreto che riconosce il miracolo della guarigione straordinaria, nel 1906, di un giovane agonizzante. Papa Francesco, nella Lettera apostolica di Beatificazione, afferma che il Beato Tommaso, contemplando il Cristo Crocifisso, fu “testimone e annunciatore ardente della Sapienza divina”. Le parole e il messaggio del nuovo Beato infiammano ancor oggi i cuori di chi legge i suoi numerosi scritti, incentrati soprattutto su temi legati alla vita ascetica e mistica.


    fonte: Radio Vaticana
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