Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Risultati da 1 a 9 di 9

Discussione: I martiri del dialogo

  1. #1
    Fedelissimo di CR L'avatar di Anselmo
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    Nel cuore della ben rotonda verità, che non trema, ma palpita della Sapienza eterna.
    Messaggi
    5,506
    Ringraziato
    5

    I martiri del dialogo

    ANNIVERSARI

    Dieci anni fa in Algeria gli islamisti uccidevano sette monaci trappisti che tentavano di trasformare il «nemico» in amico

    I martiri del dialogo

    L’eccidio di Tibhirine gettò, come nei tempi antichi, il seme della testimonianza, grandezza dei cristiani dove più sono avversati


    Di Guido Dotti

    «Memoria evangelica della Chiesa». Così il gesuita Jean-Claude Guy aveva definito la vita religiosa e monastica in particolare. "Memoria evangelica" perché con il loro "essere", prima ancora che con il loro "agire", i religiosi ricordano alla Chiesa alcune istanze del Vangelo. Ed è a questo tipo di "memoria" che ci rimanda il decimo anniversario del rapimento e dell'uccisione dei sette monaci trappisti di Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine, in Algeria. Christian, il priore, e i suoi confratelli Luc, Christophe, Michel, Bruno, Célestin e Paul caddero «vittime del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria», come scrisse nel suo testamento frère Christian dopo la prima, seria minaccia da parte degli integralisti di matrice islamica. I sette monaci furono gli ultimi di diciotto religiosi e religiose vittime di una violenza cieca; dopo di loro cadde ancora il vescovo di Orano, il domenicano Pierre Claverie. Eppure, ciascuna di queste vittime ha fatto proprio con la sua vita quanto scriveva ancora Christian nel testamento: «Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'islam che un certo islamismo incoraggia. L'Algeria e l'islam, per me, sono un'altra cosa: sono un corpo e un'anima». Parole, queste, che si fondano su un quotidiano, instancabile impegno a fare dell'altro un amico, a trasformare l'hostes, l'avversario, in hospes, l'ospite accolto nella propria casa, nella propria mente e nel proprio cuore. Solo poche settimane fa, con l'uccisione di don Andrea Sartoro a Trebisonda in Turchia, questa testimonianza fino al sangue di qualche cristiano in Paesi dove la Chiesa è ridotta a una sparuta minoranza è tornata a scuotere nel profon do non solo chi ne condivide la fede, ma anche quanti misurano cosa significhi vivere e testimoniare il proprio credo in un contesto, se non ostile, perlomeno indifferente. Sì, percepiamo qualcosa della portata di termini come "cristianità", "religione civile", "radici cristiane", quando la brutalità ci pone di fronte all'apparente "follia" del Vangelo. Allora, capiamo che nell'annuncio della buona notizia il "modo" di testimoniarla non fa parte di strategie di mercato né di calcoli di potere, bensì ha a che fare con il contenuto stesso della fede. Dei sette monaci dell'Atlas i giornali francesi scrissero che la loro vicenda aveva «rievangelizzato» la Francia intera. In questo senso possiamo riprendere l'adagio patristico che vedeva nel «sangue dei martiri il seme dei cristiani»: guardando le vicende umane con lo sguardo di Dio, da autentici "contemplativi", possiamo discernere la fecondità della buona notizia evangelica. Il XX secolo è stato tragicamente fecondo di testimonianze rese all'unico Dio fino a versare il sangue e, sovente, rese in una luminosa comunione di martirio che cancellava nelle atroci sofferenze di lager e gulag qualsiasi separazione confessionale. Questo sguardo sull'umano dispiegarsi della fede nel Dio unico riuscirà forse a far balenare qualcosa di quella che sarà la visione di pace che ci sarà dato di contemplare nella pienezza dei tempi. In questi ultimi decenni l'intrinseco legame tra vita cristiana quotidiana e testimonianza fino al martirio è tornato a brillare al cuore stesso della Chiesa, dopo che per quindici secoli era rimasto confinato nelle estreme regioni della missione. Certo l'irrompere del martirio provoca timore, sbandamento, insicurezza… Ma sono questi i sentimenti che devono abitare quanti non desiderano più nulla per se stessi e hanno a cuore l'annuncio del Vangelo? Così scriveva frère Christian: «Insicurezza? È una grazia di fede. La più scomoda per chi pensa solo a dormire. La più adatta alla vigilanza… A Cristo è stato proposto di scegliere tra due stabilità: il trono o la croce. Cristo ha scelto la croce: ne ha fatto il suo trono, lo sgabello del suo regno. Purtroppo nel corso della storia la Chiesa ha spesso preferito il trono». Davvero questa «insicurezza», questo ritorno della possibilità del martirio è un grande segno per tutti, dentro e accanto alla Chiesa: cristiani di ogni latitudine e confessione mostrano ai loro fratelli in umanità che vale la pena di vivere perché vale la pena di morire per Gesù Cristo e che essere battezzati è una cosa seria, il «caso serio» che arriva a determinare la stessa morte fisica. La sofferenza fino alla morte, accettata nell'amore anche per il nemico, è l'estremo rifiuto della logica dell'inimicizia, l'unico atto che può porre fine alla catena delle rivalse e delle vendette. Con il martirio, un cristianesimo che sembra in difficoltà nel comunicare con gli uomini di oggi ritrova, in una «grazia a caro prezzo», la capacità di suscitare domande e di inquietare le coscienze. Come annotava Ignazio di Antiochia alla fine del I secolo, mentre era condotto al martirio a Roma, è nelle situazioni in cui il cristianesimo è odiato e avversato che emerge con forza la sua vera natura, il suo essere «non opera di persuasione, ma di grandezza».


    Avvenire, 19 maggio 2006
    Initium sapientiae timor Domini
    Prima di parlare, pensa; dopo aver pensato, taci. (P.M.) A star zitti si fa sempre bella figura

    .

  2. #2
    Fedelissimo di CR L'avatar di Heribert Clemens
    Data Registrazione
    Oct 2014
    Località
    Piemonte
    Messaggi
    4,610
    Ringraziato
    1094
    Tibhirine, vent'anni dopo...


    IL CUSTODE DEI MARTIRI

    Jean Marie Lassausse

    Ha preso il posto dei sette trappisti uccisi in Algeria e continua a tenere aperto il monastero di Tibhirine. Il futuro? Una nuova comunità, nel segno del dialogo con l’islam

    La storia di Tibhirine ha attraversato i secoli, grazie all’acqua che scorre abbondante lungo i fianchi morbidi dell’Atlante algerino, a mille metri di altezza. Acqua generosa, che irriga i duemila alberi da frutto del monastero. Così come il sangue dei sette monaci, rapiti e uccisi, continua a irrigare ancora oggi non solo la Chiesa d’Algeria, ma tutta la Chiesa universale».
    Vent’anni dopo, Tibhirine vive. E continua a raccontare la storia di un incontro possibile: quello tra mondo musulmano e mondo cristiano.

    IL GIARDINIERE E CUSTODE

    Al centro c’è lui, padre Jean Marie Lassausse, 65 anni, prete della Mission de France, che da quindici anni è l’unico “custode” di questo luogo benedetto dal sangue dei sette fratelli trappisti, sequestrati nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e uccisi alcune settimane dopo. Le loro teste, ritrovate nei pressi di Medea, sono state seppellite nel piccolo cimitero del monastero, insieme agli altri monaci vissuti e morti qui, durante i quasi sessant’anni di presenza cistercense su queste alture verdeggianti, che hanno conosciuto alcuni dei momenti più drammatici della guerra civile algerina. Eppure questo monastero continua a essere un’oasi di pace. «In questo luogo», confida padre Jean Marie, «ho trovato silenzio, serenità, fratellanza. Ho sperimentato concretamente la possibilità di una collaborazione tra musulmani e cristiani, vissuta specialmente attraverso il lavoro agricolo. Ma anche il senso di una vita donata».

    CHI RESTA NE PAGA IL PREZZO

    Non è stato sempre facile, anzi. Ancora oggi padre Lassausse continua a fare i conti con problemi di sicurezza e con misure di polizia particolarmente restrittive, che non gli permettono di uscire liberamente dal monastero e che lo obbligano ad avere una scorta quando si muove lungo i novanta chilometri che separano il monastero dalla capitale Algeri. «È il prezzo che bisogna pagare per rimanere qui», dice, consapevole che la presenza di Isis alle porta dell’Algeria – nonché l’attacco all’impianto di gas di In Amenas nel 2013 e l’uccisione di un francese nel 2014 – hanno fatto alzare il livello di allarme tra le forze dell’ordine algerine. Tibhirine, proprio per la sua storia particolarissima e per la vicenda giudiziaria non ancora risolta, è un luogo altamente sensibile.

    Padre Jean Marie, tuttavia, preferisce vederci un luogo altamente simbolico: «Una piattaforma di incontro e dialogo per la Chiesa d’Algeria e i fedeli musulmani». Un incontro e un dialogo “della vita”, che passano attraverso le attività lavorative legate essenzialmente all’agricoltura e alla trasformazione dei prodotti della terra. Padre Jean Marie, che è agronomo di formazione e professione, è il “giardiniere” di Tibhirine.

    Fa fruttificare questa terra insieme ai due operai che già lavoravano con i monaci vent’anni fa. E, insieme a Frédéric, laico cistercense che vive al monastero da un paio d’anni, si dedica all’accoglienza degli ospiti. «Da quando sono peggiorate le condizioni di sicurezza» dice, «la maggior parte dei visitatori sono algerini, che vengono qui specialmente per raccogliersi sulle tombe dei monaci e in particolare su quella di fratel Luc, il medico, che ha vissuto in questo monastero per cinquant’anni, curando un’in?finità di persone e facendo nascere centinaia di bambini. Il suo ricordo è ancora vivissimo, così come la riconoscenza nei suoi confronti». Si sono invece diradate le visite di stranieri, anche degli espatriati che vivono e lavorano in Algeria, che faticano a ottenere i permessi per recarsi a Tibhirine.

    «Ci sono però anche segnali positivi », riconosce padre Jean Marie: «Dal mese di marzo 2015, ad esempio, sono ripresi nel monastero gli incontri del Ribât es-Salâm, un gruppo di dialogo interreligioso che era stato fondato dal priore Christian de Chergé, insieme all’attuale vescovo di Lagouat-Ghardaia, Claude Rault. Dopo l’uccisione dei monaci, gli incontri sono continuati regolarmente ad Algeri. La ripresa degli incontri nel monastero conferma il significato grande di questa minuscola presenza cristiana nel cuore dell’islam».

    Un’altra grande speranza è legata all’arrivo di una nuova comunità. Dopo due tentativi falliti – nel 1998-?2000 con una nuova comunità di trappisti e nel 2007-?2009 con delle monache di clausura – padre Lassausse spera che questa sia proprio la volta buona. «La comunità Chemin Neuf, fondata nel 1973 e composta da 1.700 membri, è disponibile a insediarsi a Tibhirine, con un basso profi?lo e con una presenza iniziale di sole quattro persone. Sarebbe un evento molto importante per questo monastero, che da troppo tempo aspetta di accogliere una nuova comunità, così come se lo aspetta la gente del villaggio».

    Il cammino non sarà facile e padre Lassausse ne è ben consapevole. Occorrerà molta gradualità e discrezione. Ma per molti versi i tempi sono maturi: «Credo in una presenza silenziosa e di preghiera, nel rispetto della diversità del fratello musulmano; con?fido che Tibhirine possa continuare nel solco tracciato dai monaci, con nuovo slancio e vitalità; credo che questa terra darà ancora frutti di dialogo e convivialità».

    È quanto diceva anche il vescovo di Orano, Pierre Claverie, pure lui ucciso brutalmente da un’autobomba il primo agosto 1996, insieme al suo autista e amico Mohammed: «Continueremo a seguire il loro cammino. La luce che si è accesa non si spegnerà mai. Quel silenzio e quella vita umile e nascosta continuano a parlare ancora oggi di fraternità e di pace nel cuore di milioni di uomini e di donne in tutto il mondo».

    Testo di Anna Pozzi • Foto di Bruno Zanzottera/ParalleloZero

    Il martirio
    Un ricordo vivo

    Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 un commando del Gruppo islamico armato irruppe nel monastero, sequestrando sette dei nove monaci che ne formavano la comunità, tutti di nazionalità francese. Dopo una trattativa fallita con la Francia, il 21 maggio i terroristi annunciarono l’uccisione dei monaci, le cui teste furono ritrovate il 30 maggio; i corpi non furono invece mai ritrovati.

    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  3. #3
    Fedelissimo di CR L'avatar di Heribert Clemens
    Data Registrazione
    Oct 2014
    Località
    Piemonte
    Messaggi
    4,610
    Ringraziato
    1094



    Papa Francesco ricorda i monaci di Thiberine, in Algeria, uccisi nel 1996, firmando la prefazione di un libro, L'héritage (a cura di Christophe Henning, Paris, Bayard, 2016, pagine 180), che esce oggi in Francia.

    "Rapiti la notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, i sette monaci di Tibhirine sono stati assassinati dopo lunghi giorni di sequestro, vittime della lotta fratricida che dilaniava il paese", scrive Francesco nel testo tradotto in italiano dall' Osservatore Romano.

    "Ma gli assassini non hanno preso loro la vita: l'avevano donata in anticipo, proprio come gli altri dodici religiosi e religiose, tra i quali il nostro fratello vescovo Pierre Claverie, ucciso in Algeria durante quegli anni bui".

    Venti anni dopo la loro morte, scrive tra l'altro
    Francesco, "siamo invitati a essere a nostra volta segni di semplicità e di misericordia, nell'esercizio quotidiano del dono di sé, sull'esempio di Cristo.

    Non ci sarà altro modo di combattere il male che tesse la sua tela nel nostro mondo. A
    Tibhirine si viveva il dialogo della vita con i musulmani; noi, cristiani, vogliamo andare incontro all'altro, chiunque egli sia, per allacciare quell'amicizia spirituale e quel dialogo fraterno che potranno vincere la violenza".

    "Per conquistare il cuore dell'uomo, bisogna amare", confidava fratel Christophe, il più giovane della comunità. Ecco il messaggio che possiamo serbare nel nostro cuore. È semplice e grande: sull'esempio di Gesù, fare della nostra vita un Ti amo".

    Il volume è una raccolta di testimonianze di diverse personalità sui frutti del messaggio di pace e di convivenza tra cristianesimo e islam dei sette monaci trappisti, sequestrati e uccisi in Algeria
    nel 1996. La prefazione del Papa è firmata due gennaio 2016.

    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  4. Il seguente utente ringrazia Heribert Clemens per questo messaggio:

    Sunshine (07-04-2016)

  5. #4
    Fedelissimo di CR L'avatar di Heribert Clemens
    Data Registrazione
    Oct 2014
    Località
    Piemonte
    Messaggi
    4,610
    Ringraziato
    1094

    L’Altro, l’Atteso. Le omelie del martire di Tibhirine




    - Come un diamante grezzo -


    "Il diamante grezzo dev’essere tagliato, per l’amore più grande, quello della vita donata". Lo scriveva il priore di Tibhirine Christian de Chergé, in un’omelia del 1980. A vent’anni dal rapimento e dall’uccisione, un libro in uscita in questi giorni ci consegna i testi preziosi delle sue omelie

    Sono passati vent’anni dal rapimento e dall’uccisione dei monaci di Tibhirine, che la versione “ufficiale” fa risalire al 21 maggio 1996. Vent’anni in cui l’eredità umana e spirituale di questi sette trappisti ha continuato a ispirare moltissime persone dentro e fuori la Chiesa.

    Questo grazie al film “Uomini di Dio”, che li ha fatti conoscere al vasto pubblico, ma anche e soprattutto grazie agli scritti di alcuni di loro, in particolare quelli del priore Christian de Chergé, che ha lasciato migliaia di pagine.

    Proprio in questi giorni esce un nuovo volume in italiano – L’Altro, l’Atteso. Le omelie del martire di Tibhirine (Ed San Paolo) – che raccoglie i testi di Christian, proponendoli in ordine cronologico per mostrare quell’approfondimento di vita e di spiritualità che lo hanno accompagnato nel quotidiano rapporto con i fratelli, lungo il cammino che li avrebbe condotti al martirio.





    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  6. #5
    Fedelissimo di CR L'avatar di Heribert Clemens
    Data Registrazione
    Oct 2014
    Località
    Piemonte
    Messaggi
    4,610
    Ringraziato
    1094

    Tibhirine, così cambia la vita del monastero

    Dopo 15 anni di presenza fedele e faticosa, tormentata e feconda, padre Jean Marie Lassausse, prete della Mission de France, ha lasciato all’inizio di settembre il monastero di Tibhirine in Algeria. Ha passato le consegne – anche se continuerà a garantire un accompagnamento per qualche mese – a un’équipe di Chemin Neuf che dovrebbe dar vita a una nuova presenza comunitaria nel monastero, dove vent’anni fa vennero rapiti e poi uccisi sette monaci trappisti. Il condizionale, quando si tratta di Algeria e specialmente di Tibhirine, è sempre d’obbligo.

    Misure di sicurezza stringenti e difficoltà a ottenere i visti o a vedersi rinnovati i documenti di soggiorno, continuano a mantenere questo luogo-simbolo della Chiesa algerina e della Chiesa universale in una condizione di estrema precarietà. «È una strana sensazione lasciare il monastero di Tibhirine dopo tre lustri – riflette padre Jean Marie –; certo, sentivo la fatica di una vita a lungo solitaria e soprattutto il peso di misure di sicurezza che in questi ultimi tempi impedivano qualsiasi movimento. Ma, allo stesso tempo, questi quindici anni sono stati soprattutto di grande bellezza: lavorare, camminare, pregare nel solco di fedeltà e fraternità aperto dai monaci… È stata un’esperienza molto arricchente per me.

    Che mi ha cambiato molto». Anche il monastero è cambiato in questi anni. Soprattutto dopo l’apparizione del film Uomini di Dio, che ha attirato nuova attenzione e nuovo interesse sulla vicenda dei monaci e sul senso della loro presenza in quel luogo. «Per qualche tempo, le porte del monastero si sono aperte a migliaia di visitatori – conferma padre Jean Marie –: pellegrini provenienti da diverse parti del mondo, cristiani che vivono in Algeria, ma soprattutto algerini musulmani, che conservano il ricordo dei monaci e in particolare di fratel Luc, il medico che ha curato moltissime persone di questa vasta regione».

    Oggi, a causa dei problemi di sicurezza, il numero dei visitatori (soprattutto stranieri) è diminuito. Ma Tibhirine continua a essere un luogo di incontro e di lavoro.

    E padre Jean Marie, che è anche agronomo, è particolarmente fiero del modello di coltivazione biologica che ha sviluppato in questi ultimi anni e che è diventato un punto di riferimento per tutta la regione di Titteri. Questa terra di Tibhirine, in cui ha messo letteralmente le mani per quindici anni, ma anche la sua gente – gente di montagna, all’apparenza dura e tradizionalista – sono radicati nel profondo del cuore di padre Jean Marie. Che tra i ricordi più commoventi evoca le celebrazioni per il ventesimo anniversario della morte dei monaci e in particolare il cous cous serale con la popolazione del villaggio.

    «Da vent’anni non veniva organizzata una cosa del genere – ricorda – e non avevamo nessuna idea circa la risposta del villaggio, anche perché le autorità avevano predisposto un servizio di sicurezza imponente. Invece sono venuti tutti, una settantina di giovani e uomini che, come se non fosse passato tutto quel tempo, hanno cominciato a rievocare l’uno o l’altro monaco, l’uno o l’altro aneddoto. In più, c’erano le famiglie dei trappisti, gli amici di lunga data del monastero, i padri abati… Sono state giornate cariche di emozioni. Non sarebbero potute andare meglio di così!».

    Più in generale, però, tiene a precisare padre Jean Marie, lo spirito di Tibhirine «non è più legato solo a questo luogo fisico. È qualcosa che lo trascende e che è diventato patrimonio di tutta la Chiesa e anche di tante persone di altre fedi o non credenti sparse per il mondo. È il segno di una convivenza possibile e di un dialogo tra credenti di fedi diverse, ma è anche una testimonianza di amore fedele, che continuerà ad attraversare il tempo e i luoghi. E che certamente mi ha segnato nel profondo».

    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  7. #6
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    51,653
    Ringraziato
    3328
    Promulgazione di Decreti della Congregazione delle Cause dei Santi, 27.01.2018


    Ieri, 26 gennaio, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza Sua Eminenza Rev.ma il Card. Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

    (...)

    - il martirio dei Servi di Dio Pietro Claverie, dell’Ordine dei Frati Predicatori, Vescovo di Oran, e 18 Compagni, Religiosi e Religiose; uccisi, in odio alla Fede, in Algeria dal 1994 al 1996;

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede
    «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà!
    Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto!
    Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi».
    (San Giovanni Paolo II, Omelia per l'inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978)

  8. Il seguente utente ringrazia Vox Populi per questo messaggio:

    P.Willigisius carm (27-01-2018)

  9. #7
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    51,653
    Ringraziato
    3328

    L'8 dicembre prossimo la beatificazione dei martiri trappisti di Tibhirine
    I vescovi della Chiesa in Algeria comunicano con gioia la data e il luogo della Messa di beatificazione dei 19 martiri, sacerdoti, monaci e suore, uccisi in Algeria tra il 1994 e il 1996, vittime della violenza nei confronti degli stranieri su base religiosa

    Adriana Masotti e Marine Henriot - Città del Vaticano

    La Conferenza episcopale algerina ha annunciato che la celebrazione della beatificazione di mons. Claverie e dei suoi 18 compagni si svolgerà l'8 dicembre prossimo al Santuario di Notre-Dame de Santa Cruz di Orano, in Algeria. E sarà il card. Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, l’inviato di Papa Francesco per presiedere il Rito.

    La gioia e la gratitudine dei vescovi
    Nel comunicato i vescovi esprimono la gioia di poter comunicare questa buona notizia per la loro Chiesa d’Algeria e grande riconoscenza al postulatore della Causa, padre Thomas Georgeon, e a quanti hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo. "Ci rimangono alcune settimane, scrivono, per preparare la celebrazione, per ricordare l'intera vita e il lavoro dei nostri 19 fratelli e sorelle in Algeria per i piccoli, i malati, gli uomini, le donne e i giovani".

    I nomi dei fratelli e delle sorelle martiri
    Mons. Pierre Claverie, Fratel Henri Vergès, Suor Paul-Hélène Saint-Raymond, Suor Esther Paniagua Alonso, Suor Caridad Álvarez Martín, Padre Jean Chevillard, Padre Alain Dieulangard, Padre Charles Deckers, Padre Christian Chessel, Suor Angèle-Marie Littlejohn, Suor Bibiane Leclercq, sorella Odette Prévost, fratello Luc Dochier, fratello Christian de Chergé, fratello Christophe Lebreton, fratello Michel Fleury, fratello Bruno Lemarchand, fratello Célestin Ringeard, fratello Paul Favre-Miville. Questi i nomi dei prossimi Beati. "Ci sono stati dati - si legge nel comunicato - come intercessori e modelli di vita cristiana, di amicizia e di fraternità, di incontro e di dialogo. Che il loro esempio ci aiuti nella nostra vita oggi.
    A partire dall’Algeria, la loro beatificazione sarà per la Chiesa e per il mondo - concludono i presuli - un impulso e una chiamata per costruire insieme un mondo di pace e di fraternità”.

    La nostra intervista al postulatore, padre Thomas Georgeon
    L’annuncio della beatificazione dei martiri algerini a Orano l'8 dicembre, arriva al termine di un lungo percorso: lo conferma il postulatore della Causa di beatificazione, il padre trappista Thomas Georgeon, intervistato da Marine Henriot:

    R. – In effetti, è un lungo processo che finisce: dall’annuncio da parte della Santa Sede della beatificazione dei 19 beati martiri c’è stato un lungo periodo di attesa e di discernimento che è stato fatto insieme ai vescovi di Algeria, i superiori delle congregazioni religiose coinvolte nella Causa di beatificazione e anche le famiglie dei 19 martiri. Un aspetto bello è che questo discernimento si è fatto in un’atmosfera di pace: potremmo dire che in un certo modo siamo stati “condotti” per arrivare a questa decisione che, al contempo, riflette il desiderio profondo dei vescovi di Algeria di celebrare la beatificazione nella terra in cui i martiri sono vissuti, con la piena approvazione da parte della Santa Sede e del governo algerino.

    Questa beatificazione, quale segnale lancia ai cristiani di Algeria, oggi?

    R. – E’ in linea con lo stile di vita dei 19 martiri di Algeria, di quello che la Chiesa d’Algeria ha vissuto e vive oggi, una Chiesa dell’incontro, una Chiesa del dialogo e dell’amicizia. Spero che la celebrazione che si svolgerà in Algeria possa rappresentare per la Chiesa e per il mondo un impulso su questa via del dialogo, della conoscenza reciproca e della fratellanza.

    Nel vostro comunicato, voi lanciate un appello a un nuovo impulso per costruire insieme un mondo di pace …

    R. – Il mondo ne ha veramente bisogno. I 19 sono stati veramente artigiani della pace, uomini e donne delle beatitudini: è questo il messaggio che la Chiesa porterà all’Algeria, in una celebrazione che non sarà volta al passato, ma che guarderà al futuro e a tutto quello che ancora dobbiamo costruire perché ciascuno possa vivere nella pace e nella fraternità. Non sarà facile per tutti, ma credo che la forte ripercussione di questa beatificazione, offrirà alla Chiesa e all’Algeria la possibilità di trasmettere questo messaggio al mondo.

    Che cosa, quindi, ci dicono questi martiri oggi? Cosa rimane del loro messaggio?

    R. – Oh, restano molte cose! Credo che la più toccante sia la loro fedeltà alla loro vocazione e poi anche la loro fedeltà al popolo al quale erano stati inviati. Direi anche un certo modo di “fare Chiesa”, oggi, che per le nostre Chiese occidentali può apparire un po’ sconcertante. Questo si ricongiunge un po’ con l’intuizione del cardinale Duval dopo l’indipendenza, quando praticamente tutti i cristiani d’Algeria dicevano “noi dobbiamo essere la Chiesa degli algerini”; questo era ovviamente sorprendente, perché come si può essere la Chiesa di un popolo che non condivide la nostra fede? Il cardinale Duval insisteva molto su questa dimensione essenziale dell’amicizia con un popolo.


    fonte: Vatican News
    «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà!
    Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto!
    Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi».
    (San Giovanni Paolo II, Omelia per l'inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978)

  10. #8
    Saggio del Forum L'avatar di Nathaniel
    Data Registrazione
    Sep 2006
    Località
    Lombardia
    Messaggi
    3,052
    Ringraziato
    560
    "Luc, mio fratello”: un libro di Michael Lonsdale che parla al cuore
    “Luc mon frère” [“Luc, mio fratello”, N.d.T.] è un tête-à-tête postumo e sconvolgente tra Michael Lonsdale e Frère Luc, martire di Tibhirine.

    https://it.aleteia.org/2018/09/14/mi...-mio-fratello/

  11. #9
    Saggio del Forum L'avatar di Nathaniel
    Data Registrazione
    Sep 2006
    Località
    Lombardia
    Messaggi
    3,052
    Ringraziato
    560
    La beatificazione dei martiri in Algeria, seme di speranza per il Paese
    La morte dei 19 cattolici avvenuta durante la guerra civile degli anni Novanta del secolo scorso è una grande testimonianza di fede e di verità. La fedeltà dei martiri e del Signore, che non li ha mai abbandonati.

    di Marco Pagani*

    Algeri (AsiaNews) – Il governo algerino ha invitato papa Francesco alla cerimonia di beatificazione dei 19 martiri cristiani uccisi in Algeria durante la guerra civile degli anni Novanta del secolo scorso. Lo ha confermato ieri il ministro per gli Affari religiosi, Mohamed Aïssa. Egli ha dichiarato in raio che il suo governo ha inviato al Santo Padre un invito ufficiale a far visita al Paese considerando che le prossime beatificazioni nella città di Orano potrebbero essere “un'opportunità”. Di seguito un’analisi sull’importanza di questa cerimonia, inviata ad AsiaNews da un missionario Pime che opera nel Paese.

    Ieri, festa dell’esaltazione della Santa Croce, è arrivata la notizia della prossima beatificazione dei 19 martiri cristiani uccisi in Algeria durante la guerra civile che ha devastato il paese dal 1991 al 2002. Si calcola, ma dati certi non ce ne sono, che siano stati uccisi in quegli anni tra i 150mila e i 200mila algerini musulmani, tra cui più di 100 imam che avevano rifiutato di piegarsi al volere e al potere degli islamisti. Una grande carneficina sulla quale si stagliano ancora tante ombre per quanto riguarda gli artefici di tante uccisioni. La cerimonia di beatificazione si terrà il prossimo 8 dicembre.

    Quasi da subito gli islamisti individuarono negli stranieri un possibile obiettivo, invitandoli a lasciare il Paese entro la fine di novembre del 1993, pena la minaccia di essere uccisi. Ma nel mirino vi erano anche i rappresentanti politici e militari del potere algerino.

    Anche nelle comunità religiose maschili e femminili della Chiesa cattolica, quasi tutte composte da personale di varie nazionalità, si aprì un dibattito di fronte a questa minaccia. Alcune comunità decisero di andarsene, altre di restare. Scelte sempre dolorose e mai giudicabili con il senno di poi. Sta di fatto che chi rimase si trovò a condividere la paura di tanti algerini, una paura quotidiana, una convivenza con la morte che poteva arrivare in qualunque momento, per strada, al mercato, nei mezzi di trasporto, all’uscita della scuola, sotto casa…

    In questo quadro vanno collocate le uccisioni di 19 tra religiose e religiosi, tra cui il vescovo di Orano (ucciso con il suo amico autista musulmano), che chiuse il periodo delle esecuzioni di membri della Chiesa cattolica. Le vittime furono mons. Pierre Claverie, fratel Henri Vergès, suor Paul-Hélène Saint-Raymond, suor Esther Paniagua Alonso, suor Caridad Álvarez Martín, p. Jean Chevillard, p. Alain Dieulangard, p. Charles Deckers, p. Christian Chessel, suor Angèle-Marie Littlejohn, suor Bibiane Leclercq, sorella Odette Prévost, fratello Luc Dochier, fratello Christian de Chergé, fratello Christophe Lebreton, fratello Michel Fleury, fratello Bruno Lemarchand, fratello Célestin Ringeard e fratello Paul Favre-Miville.

    Tra questi 19 vi sono i monaci cistercensi di Thibirine, che grazie ad un film di grande successo mediatico hanno preso spesso il sopravvento nel racconto dei media.

    Ma perché sono martiri, se la loro morte non fu strettamente il frutto di una persecuzione indirizzata contro la Chiesa cattolica, ma il frutto di azioni dirette contro gli stranieri?

    La parola martirio significa testimonianza. E la scelta consapevole di restare in Algeria per amore di Cristo e del popolo algerino, volendo condividerne il destino fino in fondo, spiega bene questo martirio. Che è stato anche di tutti gli altri, cui non è stato chiesto lo spargimento di sangue (ascoltandone i racconti si coglie bene come avrebbe potuto essere così per tanti altri, ma per delle circostanze assolutamente banali non lo fu… se di banalità si possa parlare e non invece del disegno misterioso del Signore…).

    Fedeltà. Questa parola emerge prepotentemente anche in questo avvenimento. Parola oggi poco considerata forse, in un mondo in cui tutto si può cambiare secondo la convenienza più spiccia. Così non fu per loro e per tutti coloro che ancora oggi vivono in Algeria.

    Fedeltà anche da parte di Dio, che non ha mai abbandonato i suoi, nemmeno nel momento della prova. Una cosa che mi ha colpito molto, ascoltando i racconti di chi li conosceva, è che alcuni di questi 19 sono morti andando o tornando dalla celebrazione eucaristica. Il dono di Cristo ai suoi per eccellenza. Un dono che continua oggi per questo Paese ancora alla ricerca di una vera riconciliazione tra i suoi figli, per una ferita che sanguina ancora.

    Anche per la Chiesa in Algeria di oggi, la parola fedeltà illumina il quotidiano, una fedeltà al dono che abbiamo ricevuto nel battesimo, e che ci fa riconoscere nell’altro, nostro fratello, nostra sorella; senza ingenuamente dimenticare o sottovalutare le differenze. Ma con il desiderio che in tutti si sveli il volto dell’unico Padre di cui siamo tutti figli.

    *Missionario Pime in Algeria

    http://www.asianews.it/notizie-it/La...ese-44954.html

Discussioni Simili

  1. SS. Pietro e Paolo, apostoli e martiri
    Di Anselmo nel forum Storia della Chiesa e Agiografia
    Risposte: 10
    Ultimo Messaggio: 02-01-2012, 23:08

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •