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Discussione: I martiri del dialogo

  1. #1
    Fedelissimo di CR L'avatar di Anselmo
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    I martiri del dialogo

    ANNIVERSARI

    Dieci anni fa in Algeria gli islamisti uccidevano sette monaci trappisti che tentavano di trasformare il «nemico» in amico

    I martiri del dialogo

    L’eccidio di Tibhirine gettò, come nei tempi antichi, il seme della testimonianza, grandezza dei cristiani dove più sono avversati


    Di Guido Dotti

    «Memoria evangelica della Chiesa». Così il gesuita Jean-Claude Guy aveva definito la vita religiosa e monastica in particolare. "Memoria evangelica" perché con il loro "essere", prima ancora che con il loro "agire", i religiosi ricordano alla Chiesa alcune istanze del Vangelo. Ed è a questo tipo di "memoria" che ci rimanda il decimo anniversario del rapimento e dell'uccisione dei sette monaci trappisti di Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine, in Algeria. Christian, il priore, e i suoi confratelli Luc, Christophe, Michel, Bruno, Célestin e Paul caddero «vittime del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria», come scrisse nel suo testamento frère Christian dopo la prima, seria minaccia da parte degli integralisti di matrice islamica. I sette monaci furono gli ultimi di diciotto religiosi e religiose vittime di una violenza cieca; dopo di loro cadde ancora il vescovo di Orano, il domenicano Pierre Claverie. Eppure, ciascuna di queste vittime ha fatto proprio con la sua vita quanto scriveva ancora Christian nel testamento: «Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'islam che un certo islamismo incoraggia. L'Algeria e l'islam, per me, sono un'altra cosa: sono un corpo e un'anima». Parole, queste, che si fondano su un quotidiano, instancabile impegno a fare dell'altro un amico, a trasformare l'hostes, l'avversario, in hospes, l'ospite accolto nella propria casa, nella propria mente e nel proprio cuore. Solo poche settimane fa, con l'uccisione di don Andrea Sartoro a Trebisonda in Turchia, questa testimonianza fino al sangue di qualche cristiano in Paesi dove la Chiesa è ridotta a una sparuta minoranza è tornata a scuotere nel profon do non solo chi ne condivide la fede, ma anche quanti misurano cosa significhi vivere e testimoniare il proprio credo in un contesto, se non ostile, perlomeno indifferente. Sì, percepiamo qualcosa della portata di termini come "cristianità", "religione civile", "radici cristiane", quando la brutalità ci pone di fronte all'apparente "follia" del Vangelo. Allora, capiamo che nell'annuncio della buona notizia il "modo" di testimoniarla non fa parte di strategie di mercato né di calcoli di potere, bensì ha a che fare con il contenuto stesso della fede. Dei sette monaci dell'Atlas i giornali francesi scrissero che la loro vicenda aveva «rievangelizzato» la Francia intera. In questo senso possiamo riprendere l'adagio patristico che vedeva nel «sangue dei martiri il seme dei cristiani»: guardando le vicende umane con lo sguardo di Dio, da autentici "contemplativi", possiamo discernere la fecondità della buona notizia evangelica. Il XX secolo è stato tragicamente fecondo di testimonianze rese all'unico Dio fino a versare il sangue e, sovente, rese in una luminosa comunione di martirio che cancellava nelle atroci sofferenze di lager e gulag qualsiasi separazione confessionale. Questo sguardo sull'umano dispiegarsi della fede nel Dio unico riuscirà forse a far balenare qualcosa di quella che sarà la visione di pace che ci sarà dato di contemplare nella pienezza dei tempi. In questi ultimi decenni l'intrinseco legame tra vita cristiana quotidiana e testimonianza fino al martirio è tornato a brillare al cuore stesso della Chiesa, dopo che per quindici secoli era rimasto confinato nelle estreme regioni della missione. Certo l'irrompere del martirio provoca timore, sbandamento, insicurezza… Ma sono questi i sentimenti che devono abitare quanti non desiderano più nulla per se stessi e hanno a cuore l'annuncio del Vangelo? Così scriveva frère Christian: «Insicurezza? È una grazia di fede. La più scomoda per chi pensa solo a dormire. La più adatta alla vigilanza… A Cristo è stato proposto di scegliere tra due stabilità: il trono o la croce. Cristo ha scelto la croce: ne ha fatto il suo trono, lo sgabello del suo regno. Purtroppo nel corso della storia la Chiesa ha spesso preferito il trono». Davvero questa «insicurezza», questo ritorno della possibilità del martirio è un grande segno per tutti, dentro e accanto alla Chiesa: cristiani di ogni latitudine e confessione mostrano ai loro fratelli in umanità che vale la pena di vivere perché vale la pena di morire per Gesù Cristo e che essere battezzati è una cosa seria, il «caso serio» che arriva a determinare la stessa morte fisica. La sofferenza fino alla morte, accettata nell'amore anche per il nemico, è l'estremo rifiuto della logica dell'inimicizia, l'unico atto che può porre fine alla catena delle rivalse e delle vendette. Con il martirio, un cristianesimo che sembra in difficoltà nel comunicare con gli uomini di oggi ritrova, in una «grazia a caro prezzo», la capacità di suscitare domande e di inquietare le coscienze. Come annotava Ignazio di Antiochia alla fine del I secolo, mentre era condotto al martirio a Roma, è nelle situazioni in cui il cristianesimo è odiato e avversato che emerge con forza la sua vera natura, il suo essere «non opera di persuasione, ma di grandezza».


    Avvenire, 19 maggio 2006
    Initium sapientiae timor Domini
    Prima di parlare, pensa; dopo aver pensato, taci. (P.M.) A star zitti si fa sempre bella figura

    .

  2. #2
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    Tibhirine, vent'anni dopo...


    IL CUSTODE DEI MARTIRI

    Jean Marie Lassausse

    Ha preso il posto dei sette trappisti uccisi in Algeria e continua a tenere aperto il monastero di Tibhirine. Il futuro? Una nuova comunità, nel segno del dialogo con l’islam

    La storia di Tibhirine ha attraversato i secoli, grazie all’acqua che scorre abbondante lungo i fianchi morbidi dell’Atlante algerino, a mille metri di altezza. Acqua generosa, che irriga i duemila alberi da frutto del monastero. Così come il sangue dei sette monaci, rapiti e uccisi, continua a irrigare ancora oggi non solo la Chiesa d’Algeria, ma tutta la Chiesa universale».
    Vent’anni dopo, Tibhirine vive. E continua a raccontare la storia di un incontro possibile: quello tra mondo musulmano e mondo cristiano.

    IL GIARDINIERE E CUSTODE

    Al centro c’è lui, padre Jean Marie Lassausse, 65 anni, prete della Mission de France, che da quindici anni è l’unico “custode” di questo luogo benedetto dal sangue dei sette fratelli trappisti, sequestrati nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e uccisi alcune settimane dopo. Le loro teste, ritrovate nei pressi di Medea, sono state seppellite nel piccolo cimitero del monastero, insieme agli altri monaci vissuti e morti qui, durante i quasi sessant’anni di presenza cistercense su queste alture verdeggianti, che hanno conosciuto alcuni dei momenti più drammatici della guerra civile algerina. Eppure questo monastero continua a essere un’oasi di pace. «In questo luogo», confida padre Jean Marie, «ho trovato silenzio, serenità, fratellanza. Ho sperimentato concretamente la possibilità di una collaborazione tra musulmani e cristiani, vissuta specialmente attraverso il lavoro agricolo. Ma anche il senso di una vita donata».

    CHI RESTA NE PAGA IL PREZZO

    Non è stato sempre facile, anzi. Ancora oggi padre Lassausse continua a fare i conti con problemi di sicurezza e con misure di polizia particolarmente restrittive, che non gli permettono di uscire liberamente dal monastero e che lo obbligano ad avere una scorta quando si muove lungo i novanta chilometri che separano il monastero dalla capitale Algeri. «È il prezzo che bisogna pagare per rimanere qui», dice, consapevole che la presenza di Isis alle porta dell’Algeria – nonché l’attacco all’impianto di gas di In Amenas nel 2013 e l’uccisione di un francese nel 2014 – hanno fatto alzare il livello di allarme tra le forze dell’ordine algerine. Tibhirine, proprio per la sua storia particolarissima e per la vicenda giudiziaria non ancora risolta, è un luogo altamente sensibile.

    Padre Jean Marie, tuttavia, preferisce vederci un luogo altamente simbolico: «Una piattaforma di incontro e dialogo per la Chiesa d’Algeria e i fedeli musulmani». Un incontro e un dialogo “della vita”, che passano attraverso le attività lavorative legate essenzialmente all’agricoltura e alla trasformazione dei prodotti della terra. Padre Jean Marie, che è agronomo di formazione e professione, è il “giardiniere” di Tibhirine.

    Fa fruttificare questa terra insieme ai due operai che già lavoravano con i monaci vent’anni fa. E, insieme a Frédéric, laico cistercense che vive al monastero da un paio d’anni, si dedica all’accoglienza degli ospiti. «Da quando sono peggiorate le condizioni di sicurezza» dice, «la maggior parte dei visitatori sono algerini, che vengono qui specialmente per raccogliersi sulle tombe dei monaci e in particolare su quella di fratel Luc, il medico, che ha vissuto in questo monastero per cinquant’anni, curando un’in?finità di persone e facendo nascere centinaia di bambini. Il suo ricordo è ancora vivissimo, così come la riconoscenza nei suoi confronti». Si sono invece diradate le visite di stranieri, anche degli espatriati che vivono e lavorano in Algeria, che faticano a ottenere i permessi per recarsi a Tibhirine.

    «Ci sono però anche segnali positivi », riconosce padre Jean Marie: «Dal mese di marzo 2015, ad esempio, sono ripresi nel monastero gli incontri del Ribât es-Salâm, un gruppo di dialogo interreligioso che era stato fondato dal priore Christian de Chergé, insieme all’attuale vescovo di Lagouat-Ghardaia, Claude Rault. Dopo l’uccisione dei monaci, gli incontri sono continuati regolarmente ad Algeri. La ripresa degli incontri nel monastero conferma il significato grande di questa minuscola presenza cristiana nel cuore dell’islam».

    Un’altra grande speranza è legata all’arrivo di una nuova comunità. Dopo due tentativi falliti – nel 1998-?2000 con una nuova comunità di trappisti e nel 2007-?2009 con delle monache di clausura – padre Lassausse spera che questa sia proprio la volta buona. «La comunità Chemin Neuf, fondata nel 1973 e composta da 1.700 membri, è disponibile a insediarsi a Tibhirine, con un basso profi?lo e con una presenza iniziale di sole quattro persone. Sarebbe un evento molto importante per questo monastero, che da troppo tempo aspetta di accogliere una nuova comunità, così come se lo aspetta la gente del villaggio».

    Il cammino non sarà facile e padre Lassausse ne è ben consapevole. Occorrerà molta gradualità e discrezione. Ma per molti versi i tempi sono maturi: «Credo in una presenza silenziosa e di preghiera, nel rispetto della diversità del fratello musulmano; con?fido che Tibhirine possa continuare nel solco tracciato dai monaci, con nuovo slancio e vitalità; credo che questa terra darà ancora frutti di dialogo e convivialità».

    È quanto diceva anche il vescovo di Orano, Pierre Claverie, pure lui ucciso brutalmente da un’autobomba il primo agosto 1996, insieme al suo autista e amico Mohammed: «Continueremo a seguire il loro cammino. La luce che si è accesa non si spegnerà mai. Quel silenzio e quella vita umile e nascosta continuano a parlare ancora oggi di fraternità e di pace nel cuore di milioni di uomini e di donne in tutto il mondo».

    Testo di Anna Pozzi • Foto di Bruno Zanzottera/ParalleloZero

    Il martirio
    Un ricordo vivo

    Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 un commando del Gruppo islamico armato irruppe nel monastero, sequestrando sette dei nove monaci che ne formavano la comunità, tutti di nazionalità francese. Dopo una trattativa fallita con la Francia, il 21 maggio i terroristi annunciarono l’uccisione dei monaci, le cui teste furono ritrovate il 30 maggio; i corpi non furono invece mai ritrovati.

    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  3. #3
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    Papa Francesco ricorda i monaci di Thiberine, in Algeria, uccisi nel 1996, firmando la prefazione di un libro, L'héritage (a cura di Christophe Henning, Paris, Bayard, 2016, pagine 180), che esce oggi in Francia.

    "Rapiti la notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, i sette monaci di Tibhirine sono stati assassinati dopo lunghi giorni di sequestro, vittime della lotta fratricida che dilaniava il paese", scrive Francesco nel testo tradotto in italiano dall' Osservatore Romano.

    "Ma gli assassini non hanno preso loro la vita: l'avevano donata in anticipo, proprio come gli altri dodici religiosi e religiose, tra i quali il nostro fratello vescovo Pierre Claverie, ucciso in Algeria durante quegli anni bui".

    Venti anni dopo la loro morte, scrive tra l'altro
    Francesco, "siamo invitati a essere a nostra volta segni di semplicità e di misericordia, nell'esercizio quotidiano del dono di sé, sull'esempio di Cristo.

    Non ci sarà altro modo di combattere il male che tesse la sua tela nel nostro mondo. A
    Tibhirine si viveva il dialogo della vita con i musulmani; noi, cristiani, vogliamo andare incontro all'altro, chiunque egli sia, per allacciare quell'amicizia spirituale e quel dialogo fraterno che potranno vincere la violenza".

    "Per conquistare il cuore dell'uomo, bisogna amare", confidava fratel Christophe, il più giovane della comunità. Ecco il messaggio che possiamo serbare nel nostro cuore. È semplice e grande: sull'esempio di Gesù, fare della nostra vita un Ti amo".

    Il volume è una raccolta di testimonianze di diverse personalità sui frutti del messaggio di pace e di convivenza tra cristianesimo e islam dei sette monaci trappisti, sequestrati e uccisi in Algeria
    nel 1996. La prefazione del Papa è firmata due gennaio 2016.

    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  4. Il seguente utente ringrazia Heribert Clemens per questo messaggio:

    Sunshine (07-04-2016)

  5. #4
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    L’Altro, l’Atteso. Le omelie del martire di Tibhirine




    - Come un diamante grezzo -


    "Il diamante grezzo dev’essere tagliato, per l’amore più grande, quello della vita donata". Lo scriveva il priore di Tibhirine Christian de Chergé, in un’omelia del 1980. A vent’anni dal rapimento e dall’uccisione, un libro in uscita in questi giorni ci consegna i testi preziosi delle sue omelie

    Sono passati vent’anni dal rapimento e dall’uccisione dei monaci di Tibhirine, che la versione “ufficiale” fa risalire al 21 maggio 1996. Vent’anni in cui l’eredità umana e spirituale di questi sette trappisti ha continuato a ispirare moltissime persone dentro e fuori la Chiesa.

    Questo grazie al film “Uomini di Dio”, che li ha fatti conoscere al vasto pubblico, ma anche e soprattutto grazie agli scritti di alcuni di loro, in particolare quelli del priore Christian de Chergé, che ha lasciato migliaia di pagine.

    Proprio in questi giorni esce un nuovo volume in italiano – L’Altro, l’Atteso. Le omelie del martire di Tibhirine (Ed San Paolo) – che raccoglie i testi di Christian, proponendoli in ordine cronologico per mostrare quell’approfondimento di vita e di spiritualità che lo hanno accompagnato nel quotidiano rapporto con i fratelli, lungo il cammino che li avrebbe condotti al martirio.





    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  6. #5
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    Tibhirine, così cambia la vita del monastero

    Dopo 15 anni di presenza fedele e faticosa, tormentata e feconda, padre Jean Marie Lassausse, prete della Mission de France, ha lasciato all’inizio di settembre il monastero di Tibhirine in Algeria. Ha passato le consegne – anche se continuerà a garantire un accompagnamento per qualche mese – a un’équipe di Chemin Neuf che dovrebbe dar vita a una nuova presenza comunitaria nel monastero, dove vent’anni fa vennero rapiti e poi uccisi sette monaci trappisti. Il condizionale, quando si tratta di Algeria e specialmente di Tibhirine, è sempre d’obbligo.

    Misure di sicurezza stringenti e difficoltà a ottenere i visti o a vedersi rinnovati i documenti di soggiorno, continuano a mantenere questo luogo-simbolo della Chiesa algerina e della Chiesa universale in una condizione di estrema precarietà. «È una strana sensazione lasciare il monastero di Tibhirine dopo tre lustri – riflette padre Jean Marie –; certo, sentivo la fatica di una vita a lungo solitaria e soprattutto il peso di misure di sicurezza che in questi ultimi tempi impedivano qualsiasi movimento. Ma, allo stesso tempo, questi quindici anni sono stati soprattutto di grande bellezza: lavorare, camminare, pregare nel solco di fedeltà e fraternità aperto dai monaci… È stata un’esperienza molto arricchente per me.

    Che mi ha cambiato molto». Anche il monastero è cambiato in questi anni. Soprattutto dopo l’apparizione del film Uomini di Dio, che ha attirato nuova attenzione e nuovo interesse sulla vicenda dei monaci e sul senso della loro presenza in quel luogo. «Per qualche tempo, le porte del monastero si sono aperte a migliaia di visitatori – conferma padre Jean Marie –: pellegrini provenienti da diverse parti del mondo, cristiani che vivono in Algeria, ma soprattutto algerini musulmani, che conservano il ricordo dei monaci e in particolare di fratel Luc, il medico che ha curato moltissime persone di questa vasta regione».

    Oggi, a causa dei problemi di sicurezza, il numero dei visitatori (soprattutto stranieri) è diminuito. Ma Tibhirine continua a essere un luogo di incontro e di lavoro.

    E padre Jean Marie, che è anche agronomo, è particolarmente fiero del modello di coltivazione biologica che ha sviluppato in questi ultimi anni e che è diventato un punto di riferimento per tutta la regione di Titteri. Questa terra di Tibhirine, in cui ha messo letteralmente le mani per quindici anni, ma anche la sua gente – gente di montagna, all’apparenza dura e tradizionalista – sono radicati nel profondo del cuore di padre Jean Marie. Che tra i ricordi più commoventi evoca le celebrazioni per il ventesimo anniversario della morte dei monaci e in particolare il cous cous serale con la popolazione del villaggio.

    «Da vent’anni non veniva organizzata una cosa del genere – ricorda – e non avevamo nessuna idea circa la risposta del villaggio, anche perché le autorità avevano predisposto un servizio di sicurezza imponente. Invece sono venuti tutti, una settantina di giovani e uomini che, come se non fosse passato tutto quel tempo, hanno cominciato a rievocare l’uno o l’altro monaco, l’uno o l’altro aneddoto. In più, c’erano le famiglie dei trappisti, gli amici di lunga data del monastero, i padri abati… Sono state giornate cariche di emozioni. Non sarebbero potute andare meglio di così!».

    Più in generale, però, tiene a precisare padre Jean Marie, lo spirito di Tibhirine «non è più legato solo a questo luogo fisico. È qualcosa che lo trascende e che è diventato patrimonio di tutta la Chiesa e anche di tante persone di altre fedi o non credenti sparse per il mondo. È il segno di una convivenza possibile e di un dialogo tra credenti di fedi diverse, ma è anche una testimonianza di amore fedele, che continuerà ad attraversare il tempo e i luoghi. E che certamente mi ha segnato nel profondo».

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  7. #6
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    Promulgazione di Decreti della Congregazione delle Cause dei Santi, 27.01.2018


    Ieri, 26 gennaio, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza Sua Eminenza Rev.ma il Card. Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti:

    (...)

    - il martirio dei Servi di Dio Pietro Claverie, dell’Ordine dei Frati Predicatori, Vescovo di Oran, e 18 Compagni, Religiosi e Religiose; uccisi, in odio alla Fede, in Algeria dal 1994 al 1996;

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede
    Bonus pastor animam suam ponit pro ovibus
    (Io. 10,11)

  8. Il seguente utente ringrazia Vox Populi per questo messaggio:

    P.Willigisius carm (27-01-2018)

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