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Discussione: I documenti della Santa Sede sull'Arte Sacra

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    I documenti della Santa Sede sull'Arte Sacra

    Lettera del Papa Giovanni Paolo II agli artisti


    1999



    A quanti con appassionata dedizione

    cercano nuove « epifanie » della bellezza
    per farne dono al mondo

    nella creazione artistica.


    « Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona » (Gn 1,31)



    L'artista, immagine di Dio Creatore

    1. Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani. Una vibrazione di quel sentimento si è infinite volte riflessa negli sguardi con cui voi, come gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme, avete ammirato l'opera del vostro estro, avvertendovi quasi l'eco di quel mistero della creazione a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarvi.

    Per questo mi è sembrato non ci fossero parole più appropriate di quelle della Genesi per iniziare questa mia Lettera a voi, ai quali mi sento legato da esperienze che risalgono molto indietro nel tempo ed hanno segnato indelebilmente la mia vita. Con questo scritto intendo mettermi sulla strada di quel fecondo colloquio della Chiesa con gli artisti che in duemila anni di storia non si è mai interrotto, e si prospetta ancora ricco di futuro alle soglie del terzo millennio.


    In realtà, si tratta di un dialogo non dettato solamente da circostanze storiche o da motivi funzionali, ma radicato nell'essenza stessa sia dell'esperienza religiosa che della creazione artistica. La pagina iniziale della Bibbia ci presenta Dio quasi come il modello esemplare di ogni persona che produce un'opera: nell'uomo artefice si rispecchia la sua immagine di Creatore. Questa relazione è evocata con particolare evidenza nella lingua polacca, grazie alla vicinanza lessicale fra le parole stwórca (creatore) e twórca (artefice).


    Qual è la differenza tra « creatore » ed « artefice? » Chi crea dona l'essere stesso, trae qualcosa dal nulla — ex nihilo sui et subiecti, si usa dire in latino — e questo, in senso stretto, è modo di procedere proprio soltanto dell'Onnipotente. L'artefice, invece, utilizza qualcosa di già esistente, a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è peculiare dell'uomo in quanto immagine di Dio. Dopo aver detto, infatti, che Dio creò l'uomo e la donna « a sua immagine » (cfr Gn 1,27), la Bibbia aggiunge che affidò loro il compito di dominare la terra (cfr Gn 1,28). Fu l'ultimo giorno della creazione (cfr Gn 1,28-31). Nei giorni precedenti, quasi scandendo il ritmo dell'evoluzione cosmica, Jahvé aveva creato l'universo. Al termine creò l'uomo, il frutto più nobile del suo progetto, al quale sottomise il mondo visibile, come immenso campo in cui esprimere la sua capacità inventiva.


    Dio ha, dunque, chiamato all'esistenza l'uomo trasmettendogli il compito di essere artefice. Nella « creazione artistica » l'uomo si rivela più che mai « immagine di Dio », e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda « materia » della propria umanità e poi anche esercitando un dominio creativo sull'universo che lo circonda. L'Artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all'artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice. E ovviamente una partecipazione, che lascia intatta l'infinita distanza tra il Creatore e la creatura, come sottolineava il Cardinale Nicolò Cusano: «L'arte creativa, che l'anima ha la fortuna di ospitare, non s'identifica con quell'arte per essenza che è Dio, ma di essa è soltanto una comunicazione ed una partecipazione».


    Per questo l'artista, quanto più consapevole del suo « dono », tanto più è spinto a guardare a se stesso e all'intero creato con occhi capaci di contemplare e ringraziare, elevando a Dio il suo inno di lode. Solo così egli può comprendere a fondo se stesso, la propria vocazione e la propria missione.



    La speciale vocazione dell'artista


    2. Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico del termine. Secondo l'espressione della Genesi, tuttavia, ad ogni uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita: in un certo senso, egli deve farne un'opera d'arte, un capolavoro.


    E importante cogliere la distinzione, ma anche la connessione, tra questi due versanti dell'attività umana. La distinzione è evidente. Una cosa, infatti, è la disposizione grazie alla quale l'essere umano è l'autore dei propri atti ed è responsabile del loro valore morale, altra cosa è la disposizione per cui egli è artista, sa agire cioè secondo le esigenze dell'arte, accogliendone con fedeltà gli specifici dettami. Per questo l'artista è capace di produrre oggetti, ma ciò, di per sé, non dice ancora nulla delle sue disposizioni morali. Qui, infatti, non si tratta di plasmare se stesso, di formare la propria personalità, ma soltanto di mettere a frutto capacità operative, dando forma estetica alle idee concepite con la mente.


    Ma se la distinzione è fondamentale, non meno importante è la connessione tra queste due disposizioni, la morale e l'artistica. Esse si condizionano reciprocamente in modo profondo. Nel modellare un'opera, l'artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che egli è e di come lo è. Ciò trova innumerevoli conferme nella storia dell'umanità. L'artista, infatti, quando plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo di essa, in un certo modo, svela anche la propria personalità. Nell'arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale d'espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere realizzate, l'artista parla e comunica con gli altri. La storia dell'arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere d'arte parlano dei loro autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l'originale contributo da essi offerto alla storia della cultura.



    La vocazione artistica a servizio della bellezza


    3. Scrive un noto poeta polacco, Cyprian Norwid: «La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere».


    Il tema della bellezza è qualificante per un discorso sull'arte. Esso si è già affacciato, quando ho sottolineato lo sguardo compiaciuto di Dio di fronte alla creazione. Nel rilevare che quanto aveva creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella. Il rapporto tra buono e bello suscita riflessioni stimolanti. La bellezza è in un certo senso l'espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: «kalokagathía» , ossia « bellezza-bontà ». Platone scrive al riguardo: « La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello».


    E vivendo ed operando che l'uomo stabilisce il proprio rapporto con l'essere, con la verità e con il bene. L'artista vive una peculiare relazione con la bellezza. In un senso molto vero si può dire che la bellezza è la vocazione a lui rivolta dal Creatore col dono del « talento artistico ». E, certo, anche questo è un talento da far fruttare, nella logica della parabola evangelica dei talenti (cfr Mt 25,14-30).


    Tocchiamo qui un punto essenziale. Chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica — di poeta, di scrittore, di pittore, di scultore, di architetto, di musicista, di attore... — avverte al tempo stesso l'obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo e di tutta l'umanità.



    L'artista ed il bene comune


    4. La società, in effetti, ha bisogno di artisti, come ha bisogno di scienziati, di tecnici, di lavoratori, di professionisti, di testimoni della fede, di maestri, di padri e di madri, che garantiscano la crescita della persona e lo sviluppo della comunità attraverso quell'altissima forma di arte che è « l'arte educativa ». Nel vasto panorama culturale di ogni nazione, gli artisti hanno il loro specifico posto. Proprio mentre obbediscono al loro estro, nella realizzazione di opere veramente valide e belle, essi non solo arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e dell'intera umanità, ma rendono anche un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune.


    La differente vocazione di ogni artista, mentre determina l'ambito del suo servizio, indica i compiti che deve assumersi, il duro lavoro a cui deve sottostare, la responsabilità che deve affrontare. Un artista consapevole di tutto ciò sa anche di dover operare senza lasciarsi dominare dalla ricerca di gloria fatua o dalla smania di una facile popolarità, ed ancor meno dal calcolo di un possibile profitto personale. C'è dunque un'etica, anzi una « spiritualità » del servizio artistico, che a suo modo contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo. Proprio a questo sembra voler alludere Cyprian Norwid quando afferma: « La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere ».



    L'arte davanti al mistero del Verbo incarnato


    5. La Legge dell'Antico Testamento presenta un esplicito divieto di raffigurare Dio invisibile ed inesprimibile con l'aiuto di « un'immagine scolpita o di metallo fuso » (Dt 27,15), perché Dio trascende ogni raffigurazione materiale: « Io sono colui che sono » (Es 3,14). Nel mistero dell'Incarnazione, tuttavia, il Figlio di Dio in persona si è reso visibile: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna » (Gal 4,4). Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, il quale è diventato così « il centro a cui riferirsi per poter comprendere l'enigma dell'esistenza umana, del mondo creato e di Dio stesso ».


    Questa fondamentale manifestazione del « Dio-Mistero » si pose come incoraggiamento e sfida per i cristiani, anche sul piano della creazione artistica. Ne è scaturita una fioritura di bellezza che proprio da qui, dal mistero dell'Incarnazione, ha tratto la sua linfa. Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell'umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all'orlo.


    La Sacra Scrittura è diventata così una sorta di « immenso vocabolario » (P. Claudel) e di « atlante iconografico » (M. Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l'arte cristiana. Lo stesso Antico Testamento, interpretato alla luce del Nuovo, ha manifestato filoni inesauribili di ispirazione. A partire dai racconti della creazione, del peccato, del diluvio, del ciclo dei Patriarchi, degli eventi dell'esodo, fino a tanti altri episodi e personaggi della storia della salvezza, il testo biblico ha acceso l'immaginazione di pittori, poeti, musicisti, autori di teatro e di cinema. Una figura come quella di Giobbe, per fare solo un esempio, con la sua bruciante e sempre attuale problematica del dolore, continua a suscitare insieme l'interesse filosofico e quello letterario ed artistico. E che dire poi del Nuovo Testamento? Dalla Natività al Golgota, dalla Trasfigurazione alla Risurrezione, dai miracoli agli insegnamenti di Cristo, fino agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli o prospettati dall'Apocalisse in chiave escatologica, innumerevoli volte la parola biblica si è fatta immagine, musica, poesia, evocando con il linguaggio dell'arte il mistero del « Verbo fatto carne ».


    Nella storia della cultura tutto ciò costituisce un ampio capitolo di fede e di bellezza. Ne hanno beneficiato soprattutto i credenti per la loro esperienza di preghiera e di vita. Per molti di essi, in epoche di scarsa alfabetizzazione, le espressioni figurative della Bibbia rappresentarono persino una concreta mediazione catechetica Ma per tutti, credenti e non, le realizzazioni artistiche ispirate alla Scrittura rimangono un riflesso del mistero insondabile che avvolge ed abita il mondo.



    Tra Vangelo ed arte un'alleanza feconda


    6. In effetti, ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo dell'animo umano, là dove l'aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose. Un'esperienza condivisa da tutti gli artisti è quella del divario incolmabile che esiste tra l'opera delle loro mani, per quanto riuscita essa sia, e la perfezione folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento creativo: quanto essi riescono ad esprimere in ciò che dipingono, scolpiscono, creano non è che un barlume di quello splendore che è balenato per qualche istante davanti agli occhi del loro spirito.


    Di questo il credente non si meraviglia: egli sa di essersi affacciato per un attimo su quell'abisso di luce che ha in Dio la sua sorgente originaria. C'è forse da stupirsi se lo spirito ne resta come sopraffatto al punto da non sapersi esprimere che con balbettamenti? Nessuno più del vero artista è pronto a riconoscere il suo limite ed a far proprie le parole dell'apostolo Paolo, secondo il quale Dio « non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo », così che « non dobbiamo pensare che la Divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana » (At 17,24.29). Se già l'intima realtà delle cose sta sempre « al di là » delle capacità di penetrazione umana, quanto più Dio nelle profondità del suo insondabile mistero!


    Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall'intuizione artistica. Modello eloquente di una contemplazione estetica che si sublima nella fede sono, ad esempio, le opere del Beato Angelico. Non meno significativa è, a questo proposito, la lauda estatica, che san Francesco d'Assisi ripete due volte nella chartula redatta dopo aver ricevuto sul monte della Verna le stimmate di Cristo: « Tu sei bellezza... Tu sei bellezza! ». San Bonaventura commenta: « Contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto ».


    Un approccio non dissimile si riscontra nella spiritualità orientale, ove Cristo è qualificato come « il Bellissimo di bellezza più di tutti i mortali ». Macario il Grande commenta così la bellezza trasfigurante e liberatrice del Risorto: « L'anima che è stata pienamente illuminata dalla bellezza indicibile della gloria luminosa del volto di Cristo, è ricolma dello Spirito Santo... è tutta occhio, tutta luce, tutta volto ».


    Ogni forma autentica d'arte è, a suo modo, una via d'accesso alla realtà più profonda dell'uomo e del mondo. Come tale, essa costituisce un approccio molto valido all'orizzonte della fede, in cui la vicenda umana trova la sua interpretazione compiuta. Ecco perché la pienezza evangelica della verità non poteva non suscitare fin dall'inizio l'interesse degli artisti, sensibili per loro natura a tutte le manifestazioni dell'intima bellezza della realtà.



    I primordi


    7. L'arte che il cristianesimo incontrò ai suoi inizi era il frutto maturo del mondo classico, ne esprimeva i canoni estetici e al tempo stesso ne veicolava i valori. La fede imponeva ai cristiani, come nel campo della vita e del pensiero, anche in quello dell'arte, un discernimento che non consentiva la ricezione automatica di questo patrimonio. L'arte di ispirazione cristiana cominciò così in sordina, strettamente legata al bisogno dei credenti di elaborare dei segni con cui esprimere, sulla base della Scrittura, i misteri della fede e insieme un « codice simbolico », attraverso cui riconoscersi e identificarsi specie nei tempi difficili delle persecuzioni. Chi non ricorda quei simboli che furono anche i primi accenni di un'arte pittorica e plastica? Il pesce, i pani, il pastore, evocavano il mistero diventando, quasi insensibilmente, abbozzi di un'arte nuova.


    Quando ai cristiani, con l'editto di Costantino, fu concesso di esprimersi in piena libertà, l'arte divenne un canale privilegiato di manifestazione della fede. Lo spazio cominciò a fiorire di maestose basiliche, in cui i canoni architettonici dell'antico paganesimo venivano ripresi e insieme piegati alle esigenze del nuovo culto. Come non ricordare almeno l'antica Basilica di San Pietro e quella di San Giovanni in Laterano, costruite a spese dello stesso Costantino? O, per gli splendori dell'arte bizantina, la Haghia Sophía di Costantinopoli voluta da Giustiniano?


    Mentre l'architettura disegnava lo spazio sacro, progressivamente il bisogno di contemplare il mistero e di proporlo in modo immediato ai semplici spinse alle iniziali espressioni dell'arte pittorica e scultorea. Insieme sorgevano i primi abbozzi di un'arte della parola e del suono, e se Agostino, fra i tanti temi della sua produzione, includeva anche un De musica, Ilario, Ambrogio, Prudenzio, Efrem il Siro, Gregorio di Nazianzo, Paolino di Nola, per non citare che alcuni nomi, si facevano promotori di una poesia cristiana che spesso raggiunge un alto valore non solo teologico ma anche letterario. Il loro programma poetico valorizzava forme ereditate dai classici, ma attingeva alla pura linfa del Vangelo, come efficacemente sentenziava il santo poeta nolano: « La nostra unica arte è la fede e Cristo è il nostro canto ». Gregorio Magno, per parte sua, qualche tempo più tardi poneva con la compilazione dell'Antiphonarium la premessa per lo sviluppo organico di quella musica sacra così originale che da lui ha preso nome. Con le sue ispirate modulazioni il Canto gregoriano diverrà nei secoli la tipica espressione melodica della fede della Chiesa durante la celebrazione liturgica dei sacri Misteri. Il « bello » si coniugava così col « vero », perché anche attraverso le vie dell'arte gli animi fossero rapiti dal sensibile all'eterno.


    In questo cammino non mancarono momenti difficili. Proprio sul tema della rappresentazione del mistero cristiano l'antichità conobbe un'aspra controversia passata alla storia col nome di « lotta iconoclasta ». Le immagini sacre, ormai diffuse nella devozione del popolo di Dio, furono fatte oggetto di una violenta contestazione. Il Concilio celebrato a Nicea nel 787, che stabilì la liceità delle immagini e del loro culto, fu un avvenimento storico non solo per la fede, ma per la stessa cultura. L'argomento decisivo a cui i Vescovi si appellarono per dirimere la controversia fu il mistero dell'Incarnazione: se il Figlio di Dio è entrato nel mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua umanità tra il visibile e l'invisibile, analogamente si può pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata, nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero. L'icona non è venerata per se stessa, ma rinvia al soggetto che rappresenta.



    Il Medioevo


    8. I secoli che seguirono furono testimoni di un grande sviluppo dell'arte cristiana. In Oriente continuò a fiorire l'arte delle icone, legata a significativi canoni teologici ed estetici e sorretta dalla convinzione che, in un certo senso, l'icona è un sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei Sacramenti, essa rende presente il mistero dell'Incarnazione nell'uno o nell'altro suo aspetto. Proprio per questo la bellezza dell'icona può essere soprattutto gustata all'interno di un tempio con lampade che ardono e suscitano nella penombra infiniti riflessi di luce. Scrive in proposito Pavel Florenskij: « L'oro, barbaro, pesante, futile nella luce diffusa del giorno, con la luce tremolante di una lampada o di una candela si ravviva, poiché sfavilla di miriadi di scintille, ora qui ora là, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste ».


    In Occidente i punti di vista da cui partono gli artisti sono i più vari, in dipendenza anche dalle convinzioni di fondo presenti nell'ambiente culturale del loro tempo. Il patrimonio artistico che s'è venuto accumulando nel corso dei secoli annovera una vastissima fioritura di opere sacre altamente ispirate, che lasciano anche l'osservatore di oggi colmo di ammirazione. Restano in primo piano le grandi costruzioni del culto, in cui la funzionalità si sposa sempre all'estro, e quest'ultimo si lascia ispirare dal senso del bello e dall'intuizione del mistero. Ne nascono gli stili ben noti alla storia dell'arte. La forza e la semplicità del romanico, espressa nelle cattedrali o nei complessi abbaziali, si va gradatamente sviluppando negli slanci e negli splendori del gotico. Dentro queste forme, non c'è solo il genio di un artista, ma l'animo di un popolo. Nei giochi delle luci e delle ombre, nelle forme ora massicce ora slanciate, intervengono certo considerazioni di tecnica strutturale, ma anche tensioni proprie dell'esperienza di Dio, mistero « tremendo » e « fascinoso ». Come sintetizzare in pochi cenni, e per le diverse espressioni dell'arte, la potenza creativa dei lunghi secoli del medioevo cristiano? Un'intera cultura, pur nei limiti sempre presenti dell'umano, si era impregnata di Vangelo, e dove il pensiero teologico realizzava la Summa di S. Tommaso, l'arte delle chiese piegava la materia all'adorazione del mistero, mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre « il poema sacro, al quale ha posto mano e cielo e terra », come egli stesso qualifica la Divina Commedia.



    Umanesimo e Rinascimento


    9. La felice temperie culturale, da cui germoglia la straordinaria fioritura artistica dell'Umanesimo e del Rinascimento, ha riflessi significativi anche sul modo in cui gli artisti di questo periodo si rapportano al tema religioso. Naturalmente le ispirazioni sono variegate quanto lo sono i loro stili, o almeno quelli dei più grandi tra essi. Ma non è nelle mie intenzioni richiamare cose che voi, artisti, ben conoscete. Vorrei piuttosto, scrivendovi da questo Palazzo Apostolico, che è anche uno scrigno di capolavori forse unico al mondo, farmi voce dei sommi artisti che qui hanno riversato le ricchezze del loro genio, intriso spesso di grande profondità spirituale. Da qui parla Michelangelo, che nella Cappella Sistina ha come raccolto, dalla Creazione al Giudizio Universale, il dramma e il mistero del mondo, dando volto a Dio Padre, a Cristo giudice, all'uomo nel suo faticoso cammino dalle origini al traguardo della storia. Da qui parla il genio delicato e profondo di Raffaello, additando nella varietà dei suoi dipinti, e specie nella « Disputa » della Stanza della Segnatura, il mistero della rivelazione del Dio Trinitario, che nell'Eucaristia si fa compagnia dell'uomo, e proietta luce sulle domande e le attese dell'intelligenza umana. Da qui, dalla maestosa Basilica dedicata al Principe degli Apostoli, dal colonnato che da essa si diparte come due braccia aperte ad accogliere l'umanità, parlano ancora un Bramante, un Bernini, un Borromini, un Maderno, per non citare che i maggiori, dando plasticamente il senso del mistero che fa della Chiesa una comunità universale, ospitale, madre e compagna di viaggio per ogni uomo alla ricerca di Dio.


    L'arte sacra ha trovato, in questo complesso straordinario, un'espressione di eccezionale potenza, raggiungendo livelli di imperituro valore insieme estetico e religioso. Ciò che sempre di più la caratterizza, sotto l'impulso dell'Umanesimo e del Rinascimento, e poi delle successive tendenze della cultura e della scienza, è un interesse crescente per l'uomo, il mondo, la realtà della storia. Questa attenzione, di per sé, non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell'Incarnazione, e dunque sulla valorizzazione dell'uomo da parte di Dio. Proprio i sommi artisti su menzionati ce lo dimostrano. Basterebbe pensare al modo con cui Michelangelo esprime, nelle sue pitture e sculture, la bellezza del corpo umano.


    Del resto, anche nel nuovo clima degli ultimi secoli, in cui parte della società sembra divenusta indifferente alla fede, l'arte religiosa non ha interrotto il suo cammino. La constatazione si amplia, se dal versante delle arti figurative, passiamo a considerare il grande sviluppo che, proprio nello stesso arco di tempo, ha avuto la musica sacra, composta per le esigenze liturgiche, o anche solo legata a temi religiosi. A parte i tanti artisti che si sono dedicati principalmente ad essa — come non ricordare almeno un Pier Luigi da Palestrina, un Orlando di Lasso, un Tomás Luis de Victoria? — è noto che molti grandi compositori — da Handel a Bach, da Mozart a Schubert, da Beethoven a Berlioz, da Liszt a Verdi — ci hanno dato opere di grandissima ispirazione anche in questo campo.



    Verso un rinnovato dialogo


    10. E vero però che nell'età moderna, accanto a questo umanesimo cristiano che ha continuato a produrre significative espressioni di cultura e di arte, si è progressivamente affermata anche una forma di umanesimo caratterizzato dall'assenza di Dio e spesso dall'opposizione a lui. Questo clima ha portato talvolta a un certo distacco tra il mondo dell'arte e quello della fede, almeno nel senso di un diminuito interesse di molti artisti per i temi religiosi.


    Voi sapete tuttavia che la Chiesa ha continuato a nutrire un grande apprezzamento per il valore dell'arte come tale. Questa, infatti, anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica, ha un'intima affinità con il mondo della fede, sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l'arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l'esperienza religiosa. In quanto ricerca del bello, frutto di un'immaginazione che va al di là del quotidiano, essa è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell'anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l'artista si fa in qualche modo voce dell'universale attesa di redenzione.


    Si comprende, dunque, perché al dialogo con l'arte la Chiesa tenga in modo speciale e desideri che nella nostra età si realizzi una nuova alleanza con gli artisti, come auspicava il mio venerato predecessore Paolo VI nel vibrante discorso rivolto agli artisti durante lo speciale incontro nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964. Da tale collaborazione la Chiesa si augura una rinnovata « epifania » di bellezza per il nostro tempo e adeguate risposte alle esigenze proprie della comunità cristiana.



    Nello spirito del Concilio Vaticano II


    11. Il Concilio Vaticano II ha gettato le basi di un rinnovato rapporto fra la Chiesa e la cultura, con immediati riflessi anche per il mondo dell'arte. E un rapporto che si propone nel segno dell'amicizia, dell'apertura e del dialogo. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes i Padri conciliari hanno sottolineato la « grande importanza » della letteratura e delle arti nella vita dell'uomo: « Esse si sforzano, infatti, di conoscere l'indole propria dell'uomo, i suoi problemi e la sua esperienza, nello sforzo di conoscere e perfezionare se stesso e il mondo; si preoccupano di scoprire la sua situazione nella storia e nell'universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi bisogni e le sue capacità, e di prospettare una migliore condizione dell'uomo ».


    Su questa base, a conclusione del Concilio, i Padri hanno rivolto agli artisti un saluto e un appello: « Questo mondo — hanno detto — nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell'ammirazione ». Appunto in questo spirito di profonda stima per la bellezza, la Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium aveva ricordato la storica amicizia della Chiesa per l'arte, e parlando più specificamente dell'arte sacra, « vertice » dell'arte religiosa, non aveva esitato a considerare « nobile ministero » quello degli artisti quando le loro opere sono capaci di riflettere, in qualche modo, l'infinita bellezza di Dio, e indirizzare a lui le menti degli uomini. Anche grazie al loro contributo « la conoscenza di Dio viene meglio manifestata e la predicazione evangelica si rende più trasparente all'intelligenza degli uomini ». Alla luce di ciò, non sorprende l'affermazione del P. Marie Dominique Chenu, secondo cui lo stesso storico della teologia farebbe opera incompleta, se non riservasse la dovuta attenzione alle realizzazioni artistiche, sia letterarie che plastiche, che costituiscono, a loro modo, « non soltanto delle illustrazioni estetiche, ma dei veri “luoghi” teologici ».



    La Chiesa ha bisogno dell'arte


    12. Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell'arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell'invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. Ora, l'arte ha una capacità tutta sua di cogliere l'uno o l'altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l'intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero.


    La Chiesa ha bisogno, in particolare, di chi sappia realizzare tutto ciò sul piano letterario e figurativo, operando con le infinite possibilità delle immagini e delle loro valenze simboliche. Cristo stesso ha utilizzato ampiamente le immagini nella sua predicazione, in piena coerenza con la scelta di diventare egli stesso, nell'Incarnazione, icona del Dio invisibile.


    La Chiesa ha bisogno, altresì, dei musicisti. Quante composizioni sacre sono state elaborate nel corso dei secoli da persone profondamente imbevute del senso del mistero! Innumerevoli credenti hanno alimentato la loro fede alle melodie sbocciate dal cuore di altri credenti e divenute parte della liturgia o almeno aiuto validissimo al suo decoroso svolgimento. Nel canto la fede si sperimenta come esuberanza di gioia, di amore, di fiduciosa attesa dell'intervento salvifico di Dio.


    La Chiesa ha bisogno di architetti, perché ha bisogno di spazi per riunire il popolo cristiano e per celebrare i misteri della salvezza. Dopo le terribili distruzioni dell'ultima guerra mondiale e l'espansione delle metropoli, una nuova generazione di architetti si è cimentata con le istanze del culto cristiano, confermando la capacità di ispirazione che il tema religioso possiede anche rispetto ai criteri architettonici del nostro tempo. Non di rado, infatti, si sono costruiti templi che sono, insieme, luoghi di preghiera ed autentiche opere d'arte.



    L'arte ha bisogno della Chiesa?


    13. La Chiesa, dunque, ha bisogno dell'arte. Si può dire anche che l'arte abbia bisogno della Chiesa? La domanda può apparire provocatoria. In realtà, se intesa nel giusto senso, ha una sua motivazione legittima e profonda. L'artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose, il suo tormento è di riuscire ad esprimere il mondo dell'ineffabile. Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell'anima che è la religione? Non è forse nell'ambito religioso che si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esistenziali definitive?


    Di fatto, il soggetto religioso è fra i più trattati dagli artisti di ogni epoca. La Chiesa ha fatto sempre appello alle loro capacità creative per interpretare il messaggio evangelico e la sua concreta applicazione nella vita della comunità cristiana. Questa collaborazione è stata fonte di reciproco arricchimento spirituale. In definitiva ne ha tratto vantaggio la comprensione dell'uomo, della sua autentica immagine, della sua verità. E emerso anche il peculiare legame esistente tra l'arte e la rivelazione cristiana. Ciò non vuol dire che il genio umano non abbia trovato suggestioni stimolanti anche in altri contesti religiosi. Basti ricordare l'arte antica, specialmente quella greca e romana, e quella ancora fiorente delle antichissime civiltà dell'Oriente. Resta vero, tuttavia, che il cristianesimo, in virtù del dogma centrale dell'incarnazione del Verbo di Dio, offre all'artista un orizzonte particolarmente ricco di motivi di ispirazione. Quale impoverimento sarebbe per l'arte l'abbandono del filone inesauribile del Vangelo!



    Appello agli artisti


    14. Con questa Lettera mi rivolgo a voi, artisti del mondo intero, per confermarvi la mia stima e per contribuire al riannodarsi di una più proficua cooperazione tra l'arte e la Chiesa. Il mio è un invito a riscoprire la profondità della dimensione spirituale e religiosa che ha caratterizzato in ogni tempo l'arte nelle sue più nobili forme espressive. E in questa prospettiva che io faccio appello a voi, artisti della parola scritta e orale, del teatro e della musica, delle arti plastiche e delle più moderne tecnologie di comunicazione. Faccio appello specialmente a voi, artisti cristiani: a ciascuno vorrei ricordare che l'alleanza stretta da sempre tra Vangelo ed arte, al di là delle esigenze funzionali, implica l'invito a penetrare con intuizione creativa nel mistero del Dio incarnato e, al contempo, nel mistero dell'uomo.


    Ogni essere umano, in un certo senso, è sconosciuto a se stesso. Gesù Cristo non soltanto rivela Dio, ma « svela pienamente l'uomo all'uomo ». In Cristo Dio ha riconciliato a sé il mondo. Tutti i credenti sono chiamati a rendere questa testimonianza; ma tocca a voi, uomini e donne che avete dedicato all'arte la vostra vita, dire con la ricchezza della vostra genialità che in Cristo il mondo è redento: è redento l'uomo, è redento il corpo umano, è redenta l'intera creazione, di cui san Paolo ha scritto che « attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio » (Rm 8,19). Essa aspetta la rivelazione dei figli di Dio anche mediante l'arte e nell'arte. E questo il vostro compito. A contatto con le opere d'arte, l'umanità di tutti i tempi — anche quella di oggi — aspetta di essere illuminata sul proprio cammino e sul proprio destino.



    Spirito creatore ed ispirazione artistica


    15. Nella Chiesa risuona spesso l'invocazione allo Spirito Santo: Veni, Creator Spiritus ... — « Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato ».


    Lo Spirito Santo, « il Soffio » (ruah), è Colui a cui fa cenno già il Libro della Genesi: « La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque » (1,2). Quanta affinità esiste tra le parole « soffio — spirazione » e « ispirazione »! Lo Spirito è il misterioso artista dell'universo. Nella prospettiva del terzo millennio, vorrei augurare a tutti gli artisti di poter ricevere in abbondanza il dono di quelle ispirazioni creative da cui prende inizio ogni autentica opera d'arte.


    Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli, interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di quel « soffio » con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall'inizio l'opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l'universo, il divino soffio dello Spirito creatore s'incontra con il genio dell'uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge con una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l'indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l'idea e a darle forma nell'opera d'arte. Si parla allora giustamente, se pure analogicamente, di « momenti di grazia », perché l'essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell'Assoluto che lo trascende.



    La « Bellezza » che salva


    16. Sulla soglia ormai del terzo millennio, auguro a tutti voi, artisti carissimi, di essere raggiunti da queste ispirazioni creative con intensità particolare. La bellezza che trasmetterete alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore! Di fronte alla sacralità della vita e dell'essere umano, di fronte alle meraviglie dell'universo, l'unico atteggiamento adeguato è quello dello stupore.


    Da qui, dallo stupore, potrà scaturire quell'entusiasmo di cui parla Norwid nella poesia a cui mi riferivo all'inizio. Di questo entusiasmo hanno bisogno gli uomini di oggi e di domani per affrontare e superare le sfide cruciali che si annunciano all'orizzonte. Grazie ad esso l'umanità, dopo ogni smarrimento, potrà ancora rialzarsi e riprendere il suo cammino. In questo senso è stato detto con profonda intuizione che « la bellezza salverà il mondo ».


    La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. E invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Per questo la bellezza delle cose create non può appagare, e suscita quell'arcana nostalgia di Dio che un innamorato del bello come sant'Agostino ha saputo interpretare con accenti ineguagliabili: « Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! ».


    I vostri molteplici sentieri, artisti del mondo, possano condurre tutti a quell'Oceano infinito di bellezza dove lo stupore si fa ammirazione, ebbrezza, indicibile gioia.


    Vi orienti ed ispiri il mistero del Cristo risorto, della cui contemplazione gioisce in questi giorni la Chiesa.


    Vi accompagni la Vergine Santa, la « tutta bella » che innumerevoli artisti hanno effigiato e il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso come « bellezza, che letizia era ne li occhi a tutti li altri santi ».


    « Emerge dal caos il mondo dello spirito »! Dalle parole che Adam Mickiewicz scriveva in un momento di grande travaglio per la patria polacca traggo un auspicio per voi: la vostra arte contribuisca all'affermarsi di una bellezza autentica che, quasi riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell'eterno.


    Con i miei auguri più cordiali!


    Dal Vaticano, 4 aprile 1999, Pasqua di Risurrezione

    Ultima modifica di anacleto; 09-10-2009 alle 15:58
    All'aurora, Cecilia esclamò: "Soldati di Cristo, gettate le opere delle tenebre, e prendete le armi della luce!"

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    Thumbs up I documenti della Santa Sede sull' Arte Sacra

    DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
    AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO NAZIONALE ITALIANO
    DI ARTE SACRA

    Lunedì 27 aprile 1981

    Venerabili fratelli!
    Carissimi artisti!

    1. Nel rivolgervi il mio saluto, desidero ringraziarvi per questa vostra visita che vi ha portato nella Casa del Papa, in Vaticano, dove tanti grandi maestri del passato hanno parlato di fede col linguaggio delle arti. La Basilica e i solenni edifici circostanti sono pietre che rendono testimonianza di questa sintesi spirituale: qui voi trovate un pensiero ed un programma, l’attualità perenne del credo cattolico e della Chiesa; attorno alla sede di Pietro, sul luogo del suo martirio, mediante queste insigni opere d’arte diviene visibile alle anime e al popolo il desiderio profondo di confessare la fede. Le arti confessano Dio, e mentre ricercano la Bellezza trovano, il più delle volte, i motivi per incontrarsi con la Verità.


    La Chiesa e il suo Pastore servono una causa, quella dell’uomo. Ebbene, l’esperienza insegna che, avvicinandosi al Cristo, l’uomo interiore trova la forza originaria dell’amore. È importante che voi abbiate coscienza di ciò e cerchiate questo: di avere sempre avanti agli occhi questo orientamento profondo che lega l’uomo al soprannaturale.


    La vostra mediazione tra il Vangelo e la vita, del resto, può trarre ispirazione da Cristo stesso, che per primo, anche attraverso le immagini, riuscì a penetrare nella mente e nel cuore degli Apostoli e del popolo. Con i Vangeli l’arte è entrata nella storia. Dai piccoli centri della Galilea e della Giudea la gente accorreva per ascoltare il messaggio. E Gesù operò il mirabile rivestimento, modello, diremmo con parole moderne, il racconto in maniera che si potesse, oltre che ascoltare, vedere. Parlò del pastore che aveva perduto la sua pecorella, del seminatore che aveva seminato il seme in terreni diversi, del figlio prodigo che si era allontanato da casa. E gli ascoltatori capivano subito che si trattava di loro, pecorelle smarrite, semi che avrebbero dovuto fruttificare, figlioli ricercati dall’amore del Padre.


    2. È spontaneo pensare, a questo proposito, alla figura del Buon Pastore, simbolo del Salvatore, che noi ritroviamo negli antichi cimiteri cristiani, in pitture, in sarcofagi, negli epitaffi, nelle sculture, in particolare in quella tanto nota per la sua suggestiva bellezza che viene custodita nei Musei Vaticani.

    E se usciamo da questa piccola isola vaticana e insieme ci inoltriamo nelle città e nelle campagne italiane, nelle zone dei grandi centri storici come negli angoli sperduti della penisola, è un susseguirsi di ricordi e di immagini: cattedrali, chiese parrocchiali, oratori, cappelle, edifici sacri, da cui pare levarsi quest’unica voce: Dio si è fatto uomo, Dio è morto e risuscitato per noi.

    L’Episcopato, il clero, gli artisti, gli operai che hanno innalzato queste aule e templi della preghiera a significare la volontà dell’assemblea liturgica, la tradizione, il culto e la vita sacramentale, hanno inteso raffigurare il corpo mistico della Chiesa, il memoriale pasquale, il mistero dell’unità.


    L’arte religiosa, in questo senso, è un grande libro aperto, un invito a credere al fine di comprendere. Scrisse sant’Agostino: “Fides si non cogitatur nulla est” (S. Agostino, De praedestinatione sanctorum, 5: PL 44, 963). La ricompensa della fede è questa luce maggiore, luce di grazia che aiuta la mente a vedere oltre il mondo sensibile. L’opera d’arte, che richiama a Dio, è un segno, un invito, uno stimolo alla ricerca.


    In tante e tante opere – penso all’Europa e ai continenti lontani visitati nel corso delle mie peregrinazioni apostoliche – ho potuto riconoscere, con ammirazione, l’identità della fede trasmessa nelle espressioni pur così diverse dell’arte. Vi esorto, pertanto, ad una rilettura dell’arte come rivelazione di una realtà interiore, che i credenti di ogni tempo hanno affidato a noi tutti, quale voce di fede e presenza del Cristo e della sua Chiesa.


    3. Questa esortazione, amici artisti, circa la tradizione delle sacre immagini si iscrive nella linea di un insegnamento che va dalle lettere di San Gregorio Magno a quelle di Adriano I, dalle lettere dei Papi del Rinascimento sino alle Costituzioni del Concilio Vaticano II.


    Il Capitolo VII della Costituzione sulla Sacra liturgia è dedicato all’arte sacra, ed affronta argomenti di grande interesse quali la libertà degli stili, le immagini sacre, la formazione degli artisti e l’educazione del clero. Così nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, là dove si parla dell’accordo tra cultura umana e insegnamento cristiano, è affermata con chiarezza la grande importanza delle arti per la vita della Chiesa. “Esse cercano di esprimere l’indole propria dell’uomo, i suoi problemi, le sue esperienze, nello sforzo di conoscere e perfezionare se stesso e il mondo, di scoprire la sua situazione nella storia e nell’universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie” (Gaudium et Spes, 62). E come non ricordare, tra i Messaggi che i Padri Conciliari al termine dell’Assise ecumenica rivolsero a diverse categorie di uomini, quello riservato agli artisti? “Se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici. Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi... La Chiesa ha bisogno di voi... Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità umana”.


    Il mio augurio personale è pertanto che voi sappiate avviare una nuova stagione dell’arte. Un presentimento ed un auspicio in questo senso, ce lo ha offerto il Pontefice Paolo VI di venerabile memoria. che ha accolto la vostra testimonianza nella “Collezione d’arte religiosa moderna dei Musei Vaticani”.


    4. L’accenno ai Musei Vaticani mi porta spontaneamente col pensiero alle preziose raccolte di oggetti d’arte religiosa, presenti nelle diocesi. Per offrire al culto una veste degna gli artisti di ogni tempo hanno ideato forme ed espressioni sempre nuove, da cui le diverse chiese hanno tratto il loro volto inconfondibile. La suppellettile sacra, i dipinti, le sculture, quanto viene raccolto nelle varie sagrestie, nelle Opere del Duomo, nei tesori delle cattedrali formano la testimonianza privilegiata di un fermo e radicato convincimento religioso. Queste opere, pertanto, appartengono alla storia della pietà, che ha dei capitoli amplissimi, dove confluiscono le esperienze dell’arte, associate alle idee che le ispirano. Sono documenti da conservare come i libri delle biblioteche, come i valori preziosi di archivio.


    I Musei diocesani non sono dunque un deposito di oggetti morti, ma raccolte di opere da rivedere ancora, in una sequenza che, dopo la classificazione e lo studio, le riconduce nel contesto della storia della diocesi. Esistono a loro riguardo disposizioni legislative sia ecclesiastiche sia civili. Esorto ad osservare tanto le une che le altre, perché sono convinto che ciò tornerà a vantaggio delle opere d’arte, assicurandone meglio la conservazione e la custodia.


    Siamo in un’epoca in cui si valorizzano i cimeli e le tradizioni nell’intento di ricuperare lo spirito originario di ciascun popolo. Perché non si dovrebbe fare altrettanto in campo religioso, per trarre dalle opere d’arte di ogni epoca indicazioni preziose circa il “sensus fidei” del popolo cristiano? Andate dunque anche voi in profondità, per rivelare il messaggio consegnato nell’oggetto dalla impronta creatrice degli artisti del passato. Innumerevoli meraviglie verranno alla luce ogni qualvolta la pietra di paragone sarà la religione.


    5. Prima di concludere vorrei esprimere il mio compiacimento per alcune iniziative che mi sono parse interessanti. Uno dei vostri gruppi ha studiato l’enciclica Dives in Misericordia col proposito di tradurla in immagini visive. Ognuno ha un suo modo di leggere, e il vostro certamente è tra i migliori, perché si fa portatore di un messaggio che tutti possono facilmente intuire. Avete pensato alle parabole, alle opere di misericordia, ai temi dell’età presente, compreso quello degli arsenali atomici e vi siete sentiti ansiosi di partecipare all’irradiazione di un messaggio di pace.


    Mi è stato riferito pure che altri hanno il desiderio di portare alle famiglie, nei nuovi focolari, una immagine della Madonna. Tra le impressioni più care della mia vita, ci sono le icone della Vergine, quelle dell’oriente così altamente spirituali, quelle dell’Occidente così dolci e umane e quelle così pure e devote del Beato Angelico. Com’è facile dinanzi a queste immagini pregare “Mater amabilis, mater admirabilis, mater boni consilii”... Le litanie vengono sulle labbra spontaneamente.


    Lavorate dunque in tale prospettiva, è questo il mio augurio, restando vicini all’anima del popolo di Dio. Lo studio iconografico vi porterà a conoscere sempre meglio la verità dogmatica e potrete rendervi conto di quanto la tradizione liturgica e la devozione privata si siano incontrate. La Vergine Madre è al centro della produzione artistica di ogni tempo. Essa risplende anche oggi di luce in ogni angolo della terra come Colei in cui pulsa il cuore della Chiesa: “Maria Mater Ecclesiae”.


    Nell’affidare voi e la vostra attività alla sua protezione, faccio voti che dalla fervida collaborazione tra bellezza che cantino col linguaggio artistico del presente l’eterna magnificenza di Dio, creatore e redentore dell’uomo. Con questi sentimenti, di cuore vi imparto la mia apostolica benedizione, che volentieri estendo a tutti i vostri cari.liturgisti, architetti, artisti e comunità parrocchiali, possano sbocciare espressioni sempre nuove di bellezza che cantino col linguaggio artistico del presente l’eterna magnificenza di Dio, creatore e redentore dell’uomo. Con questi sentimenti, di cuore vi imparto la mia apostolica benedizione, che volentieri estendo a tutti i vostri cari.
    Ultima modifica di anacleto; 09-10-2009 alle 16:00

  3. #3
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    DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
    AD UNA RAPPRESENTANZA DELLA SOCIETÀ INTERNAZIONALE
    DEGLI ARTISTI CRISTIANI

    Martedì, 14 ottobre 1986

    Cari artisti e amici.
    1. Sono onorato dalla vostra visita, e la vostra presenza qui oggi mi commuove. Vi ho chiamati amici perché mi sento molto affine a voi e ho una grande stima per gli artisti. Sono profondamente grato alla Società Internazionale degli artisti cristiani che ha lavorato così diligentemente per organizzare questo Congresso che ha invitato a Roma architetti, pittori, scultori, poeti, scrittori, musicisti e coloro che sono impegnati nel teatro o qualsiasi altra attività artistica.
    Desidero anche esprimere la mia gratitudine al Pontificio Consiglio per la cultura per il suo concreto sostegno a questo sforzo. È quindi con immensa gioia che vi do il benvenuto, cari amici provenienti dal mondo intero, che state tenendo il vostro incontro nella bella chiesa di Santo Stefano Rotondo a Roma. Ho appreso con piacere che nello stesso luogo avete allestito una mostra dei vostri lavori d’arte per questa occasione.
    2. Sono felice di incontrarvi perché vedo in voi dei veri benefattori dell’umanità. Voi portate al mondo una pienezza e una elevazione spirituale attraverso la contemplazione del bello. La vostra visita alla Sede di san Pietro ha valore di testimonianza alla Chiesa, che ha sempre favorito le arti, formato generazioni di artisti e ispirato opere d’arte che hanno arricchito la cultura mondiale. Sono profondamente convinto, sulle linee date da papa Paolo VI agli artisti nella Cappella Sistina nel 1964, che è necessario far rinascere l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti che, per varie ragioni, si è raffreddata nei tempi moderni. Perché allora non desideriamo consolidare quell’amicizia? E questa è la fondamentale ragione: tra l’arte che voi esprimete con la vostra attività e la fede, alla quale noi diamo testimonianza per mezzo del nostro ministero, esiste una naturale relazione, una profonda affinità, una meravigliosa possibilità di collaborazione. Sia l’arte che la fede esaltano la grandezza dell’uomo e la sua sete di infinito. Gli artisti e la chiesa trovano che essi possono condividere la stessa idea di uomo, la stessa speranza, al di là dei gravi pericoli che pesano sul suo futuro.
    Sì, l’uomo moderno è seriamente spaventato, non solo dalle armi nucleari e dai disastri ecologici, ma persino dal materialismo pratico e dall’indifferenza religiosa. Come dissi durante la mia visita alla Scala di Milano (21 maggio 1983), “È necessario praticare un’ecologia dello spirito che sia al servizio dell’uomo”. Gli artisti cristiani possono aiutare la Chiesa a far amare Dio nella sua bellezza e bontà infinita. Infatti è questa mancanza di amore che rende la Chiesa e i cristiani instancabili nel loro servizio alla verità e alla bellezza. L’uomo ha bisogno di Dio perché è stato creato da Dio e fatto per Dio. L’uomo non può fare a meno di Dio, in Dio solo è la sua salvezza. La missione dei cristiani è precisamente questa: aiutare l’umanità a riscoprire Dio.
    3. Cari artisti e amici, voi siete chiamati a un servizio che eleva, arricchisce, consola lo spirito umano, aiutando l’uomo a raggiungere Dio. Questa è la sublime missione dell’arte, che non è senza analogia con la missione della Chiesa. Inoltre il tema del vostro Congresso mi sembra molto opportuno: “La Chiesa ha bisogno di artisti”. Sono sicuro che come artisti cristiani conoscete chiaramente la mutua assistenza che la Chiesa e gli artisti, la fede e l’arte sono chiamati a darsi a vicenda. Più che mai il mondo nel quale viviamo ha bisogno di valori spirituali, valori che il vostro lavoro aiuta a comunicare. Come affermava il Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965) nel suo messaggio agli artisti, “il nostro mondo ha bisogno del bello per non sprofondare nella disperazione”.
    4. Sta sviluppandosi tra la Chiesa e gli artisti un’amicizia nuova, dopo un periodo di una certa incomprensione. Ne è chiara testimonianza l’opera e il magistero dei miei predecessori e del Concilio Vaticano II, che con la costituzione sulla sacra liturgia pose le fondamenta per un più fecondo rapporto con gli artisti. Altro segno eloquente dell’inizio di un’epoca nuova di collaborazione è la collezione di arte religiosa moderna dei Musei Vaticani.
    Anche al giorno d’oggi la fede può ispirare gli artisti e aprire orizzonti sconfinati alle loro intuizioni. Da parte sua la Chiesa, che ha sempre favorito le arti e il loro nobile servizio, incoraggia in particolar modo l’arte sacra, la quale è autentica quando si ispira e in modo degno esprime “una nobile bellezza piuttosto che una mera sontuosità”. In una società segnata da una tecnologia a volte disumanizzante e da un edonismo consumistico, voi, cari amici artisti, siete chiamati a testimoniare un amore profondo per la verità del mondo e dell’umanità. Creando opere che svelino l’alta vocazione dell’uomo, fatevi interpreti magistrali e sinceri della trascendenza.
    L’arte vera aiuta a cogliere il mistero della realtà spirituale, facilitandone la comprensione, che arricchisce ed eleva l’uomo conducendolo a un gaudio intenso. L’artista, pertanto, non solo è in grado di soccorrere l’uomo contemporaneo, non di rado ferito e privato della sua dignità, ma anche di fornire l’antidoto al materialismo e al culto dei moderni idoli, producendo opere artistiche, le quali riverberano con chiarità e armonia la fonte sorgiva dell’essere.
    5. In una realtà sociale che muta vertiginosamente, sappiate così svelare l’uomo a se stesso e ricordargli le fondamenta della sua grandezza, la sua capacità di conoscere la verità assoluta e di elevarsi alla contemplazione del Creatore ammirando la bellezza della natura. Auspico, poi, che la vostra arte contribuisca a celebrare la fraternità che unisce gli uomini e li raccolga in una sorta di “ecumenismo culturale”, il quale superi tutte le frontiere, le differenze e le divisioni. Vi esorto, altresì, a comunicare all’uomo contemporaneo la speranza che non muore, i valori che non declinano, tenendo desta un’inquietudine salutare, una domanda di significato.
    In tale prospettiva la vostra arte è una diaconia ai fratelli e una preziosa alleata della fede, perché fa comprendere agli uomini e alle donne del giorno d’oggi che il non aver fiducia nella Chiesa significa giungere, in tempi più o meno rapidi, a non riporre speranza alcuna nell’uomo. Da parte sua la Chiesa non esita affatto nel riconoscervi la libertà creativa necessaria per la realizzazione di opere, che esprimano contenuti originali e significati inediti, mediante una grande molteplicità di tecniche e una ricca varietà di forme espressive. La fedeltà nel servire la vocazione spirituale dell’uomo favorisce un’immensa libertà, che unisce il coraggio alla saggezza.
    Auguro poi che la vostra arte conduca a una nuova epifania della fede e divenga scuola di umanità, perché quando essa è autentica “contribuisce - come dissi agli artisti in Belgio - a risvegliare la fede assopita. Apre il cuore al mistero dell’altro. Eleva l’anima di chi è troppo deluso o abbattuto per sperare ancora” (20 maggio 1985).
    6. Cari artisti e amici, alla luce dell’esperienza artistica e spirituale del Beato Angelico, che ho voluto proclamare vostro patrono, sappiate perciò sviluppare alla luce della fede un’arte vera, rendendola anche un valido strumento di promozione umana e di evangelizzazione. I nostri contemporanei non di rado hanno bisogno di questa luce e di questo calore. Fate vibrare nell’animo loro non solamente l’emozione di una intuizione estetica, ma anche i giudizi e le convinzioni religiose che vi animano. Diverrete in tal modo testimoni dell’Assoluto, messaggeri della verità e dell’amore, benefattori dell’umanità, che potrà conoscere Cristo, il quale - come insegna san Tommaso - è bellezza suprema per splendore di divinità, per luce di giustizia, nitore di verità e forza di comunicazione.
    Vi accompagni e sostenga sempre la mia apostolica benedizione, che di vero cuore imparto a voi e a quanti vi sono vicini negli affetti e nel lavoro.

    fonte :

    www.vatican.va
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    SULLA SACRA LITURGIA

    CAPITOLO VII

    L'ARTE SACRA E LA SACRA SUPPELLETTILE

    Dignità dell'arte sacra

    122. Fra le più nobili attività dell'ingegno umano sono annoverate, a pieno diritto, le belle arti, soprattutto l'arte religiosa e il suo vertice, l'arte sacra. Esse, per loro natura, hanno relazione con l'infinita bellezza divina che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell'uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all'incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è stato loro assegnato se non quello di contribuire il più efficacemente possibile, con le loro opere, a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio. Per tali motivi la santa madre Chiesa ha sempre favorito le belle arti, ed ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente per far sì che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, per significare e simbolizzare le realtà soprannaturali; ed essa stessa ha formato degli artisti. A riguardo, anzi di tali arti, la Chiesa si è sempre ritenuta a buon diritto come arbitra, scegliendo tra le opere degli artisti quelle che rispondevano alla fede, alla pietà e alle norme religiosamente tramandate e che risultavano adatte all'uso sacro. Con speciale sollecitudine la Chiesa si è preoccupata che la sacra suppellettile servisse con la sua dignità e bellezza al decoro del culto, ammettendo nella materia, nella forma e nell'ornamento quei cambiamenti che il progresso della tecnica ha introdotto nel corso dei secoli. I Padri conciliari hanno perciò deciso di stabilire su questo argomento quanto segue.

    Lo stile artistico

    123. La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l'indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura. Anche l'arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà di espressione, purché serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti. In tal modo essa potrà aggiungere la propria voce al mirabile concento di gloria che uomini eccelsi innalzarono nei secoli passati alla fede cattolica.

    124. Nel promuovere e favorire una autentica arte sacra, gli ordinari procurino di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità. E ciò valga anche per le vesti e gli ornamenti sacri. I vescovi abbiano ogni cura di allontanare dalla casa di Dio e dagli altri luoghi sacri quelle opere d'arte, che sono contrarie alla fede, ai costumi e alla pietà cristiana; che offendono il genuino senso religioso, o perché depravate nelle forme, o perché insufficienti, mediocri o false nell'espressione artistica. Nella costruzione poi degli edifici sacri ci si preoccupi diligentemente della loro idoneità a consentire lo svolgimento delle azioni liturgiche e la partecipazione attiva dei fedeli.

    Le immagini sacre

    125. Si mantenga l'uso di esporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli. Tuttavia si espongano in numero limitato e secondo una giusta disposizione, affinché non attirino su di sé in maniera esagerata l'ammirazione del popolo cristiano e non favoriscano una devozione sregolata.

    126. Quando si tratta di dare un giudizio sulle opere d'arte, gli ordinari del luogo sentano il parere della commissione di arte sacra e, se è il caso, di altre persone particolarmente competenti, come pure delle commissioni di cui agli articoli 44, 45, 46. Gli ordinari vigilino in maniera speciale a che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, non vengano alienate o disperse.

    Formazione degli artisti

    127. I vescovi, o direttamente o per mezzo di sacerdoti idonei che conoscono e amano l'arte, si prendano cura degli artisti, allo scopo di formarli allo spirito dell'arte sacra e della sacra liturgia.

    Si raccomanda inoltre di istituire scuole o accademie di arte sacra per la formazione degli artisti, dove ciò sembrerà opportuno. Tutti gli artisti, poi, che guidati dal loro talento intendono glorificare Dio nella santa Chiesa, ricordino sempre che la loro attività è in certo modo una sacra imitazione di Dio creatore e che le loro opere sono destinate al culto cattolico, alla edificazione, alla pietà e alla formazione religiosa dei fedeli.

    La legislazione sull'arte sacra

    128. Si rivedano quanto prima, insieme ai libri liturgici, a norma dell'art. 25, i canoni e le disposizioni ecclesiastiche che riguardano il complesso delle cose esterne attinenti al culto sacro, e specialmente quanto riguarda la costruzione degna e appropriata degli edifici sacri, la forma e la erezione degli altari, la nobiltà, la disposizione e la sicurezza del tabernacolo eucaristico, la funzionalità e la dignità del battistero, la conveniente disposizione delle sacre immagini, della decorazione e dell'ornamento. Quelle norme che risultassero meno rispondenti alla riforma della liturgia siano corrette o abolite; quelle invece che risultassero favorevoli siano mantenute o introdotte. A tale riguardo, soprattutto per quanto si riferisce alla materia e alla forma della sacra suppellettile e degli indumenti sacri, si concede facoltà alle conferenze episcopali delle varie regioni di fare gli adattamenti richiesti dalle necessità e dalle usanze locali, a norma dell'art. 22 della presente costituzione.

    Formazione artistica del clero

    129. I chierici, durante il corso filosofico e teologico, siano istruiti anche sulla storia e sullo sviluppo dell'arte sacra, come pure sui sani principi su cui devono fondarsi le opere dell'arte sacra, in modo che siano in grado di stimare e conservare i venerabili monumenti della Chiesa e di offrire consigli appropriati agli artisti nella realizzazione delle loro opere.

    Le insegne pontificali

    130. È conveniente che l'uso delle insegne pontificali sia riservato a quelle persone ecclesiastiche che sono insignite del carattere episcopale o che hanno una speciale giurisdizione.

  5. #5
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    Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
    • PARTE TERZA LA VITA IN CRISTO
    • SEZIONE SECONDA I DIECI COMANDAMENTI
    • CAPITOLO SECONDO “AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO”
    • Articolo 8 L'OTTAVO COMANDAMENTO
    VI. Verità, bellezza e arte sacra

    2500 La pratica del bene si accompagna ad un piacere spirituale gratuito e alla bellezza morale. Allo stesso modo, la verità è congiunta alla gioia e allo splendore della bellezza spirituale. La verità è bella per se stessa. All'uomo, dotato d'intelligenza, è necessaria la verità della parola, espressione razionale della conoscenza della realtà creata ed Increata; ma la verità può anche trovare altre forme di espressione umana, complementari, soprattutto quando si tratta di evocare ciò che essa comporta di indicibile, le profondità del cuore umano, le elevazioni dell'anima, il Mistero di Dio. Ancor prima di rivelarsi all'uomo mediante parole di verità, Dio si rivela a lui per mezzo del linguaggio universale della Creazione, opera della sua Parola, della sua Sapienza: l'ordine e l'armonia del cosmo che sia il bambino sia lo scienziato sanno scoprire, la grandezza e la bellezza delle creature fanno conoscere, per analogia, l'Autore, [Cf Sap 13,5 ] “perché li ha creati lo stesso Autore della bellezza” ( Sap 13,3 ).

    La Sapienza è un'emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell'Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa si infiltra. E' un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine della sua bontà ( Sap 7,25-26 ). Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la Sapienza la malvagità non può prevalere ( Sap 7,29-30 ). Mi sono innamorato della sua bellezza ( Sap 8,2 ).

    2501 “Creato ad immagine di Dio” ( Gen 1,26 ), l'uomo esprime la verità del suo rapporto con Dio Creatore anche mediante la bellezza delle proprie opere artistiche. L'arte, invero, è una forma di espressione propriamente umana. Al di là dell'inclinazione a soddisfare le necessità vitali, comune a tutte le creature viventi, essa è una sovrabbondanza gratuita della ricchezza interiore dell'essere umano. Frutto di un talento donato dal Creatore e dello sforzo dell'uomo, l'arte è una forma di sapienza pratica che unisce intelligenza e abilità [Cf Sap 7,16-17 ] per esprimere la verità di una realtà nel linguaggio accessibile alla vista o all'udito. L'arte comporta inoltre una certa somiglianza con l'attività di Dio nel creato, nella misura in cui trae ispirazione dalla verità e dall'amore per gli esseri. Come ogni altra attività umana, l'arte non ha in sé il proprio fine assoluto, ma è ordinata al fine ultimo dell'uomo e da esso nobilitata [Cf Pio XII, discorso del 25 dicembre 1955 e discorso del 3 settembre 1950].


    2502 L' arte sacra è vera e bella quando, nella sua forma, corrisponde alla vocazione che le è propria: evocare e glorificare, nella fede e nella adorazione, il Mistero trascendente di Dio, Bellezza eccelsa di Verità e di Amore, apparsa in Cristo “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” ( Eb 1,3 ), nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( Col 2,9 ), bellezza spirituale riflessa nella Santissima Vergine Madre di Dio, negli Angeli e nei Santi. L'autentica arte sacra conduce l'uomo all'adorazione, alla preghiera e all'amore di Dio Creatore e Salvatore, Santo e Santificatore.

    2503 Per questo i vescovi, personalmente o per mezzo di delegati, devono prendersi cura di promuovere l'arte sacra, antica e moderna, in tutte le sue forme, e di tenere lontano con il medesimo zelo, dalla Liturgia e dagli edifici del culto, tutto ciò che non è conforme alla verità della fede e all'autentica bellezza dell'arte sacra [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 122-127].

  6. #6
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    fonte: www.vatican.va
    DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
    PER L’INAUGURAZIONE DI UNA MOSTRA SU SAN PAOLO

    Sabato, 8 ottobre 1977

    Prima ancora di fermare lo sguardo sulla Mostra artistica, che abbiamo davanti, noi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione agli Artisti, che ne sono gli autori, e che meritano il nostro riverente, riconoscente e cordiale saluto, anche perché questa è ottima occasione di conoscerli di persona, e la persona primeggia sempre nella scala dei nostri interessi.

    A voi, Artisti, autori delle opere che sono qui esposte, il nostro grato e riverente «benvenuto», come si offre a persone, che per la loro qualificante professione, sono nella nostra stima e nella nostra simpatia. Alcuni di voi ci sono già noti per precedenti incontri, o per la rinomanza che circonda l’opera vostra; e noi siamo lieti ed onorati che ci si offra una felice occasione per assicurarvi che l’antica e tradizionale simpatia umanistica, di cui gli Artisti hanno goduto in questa casa di San Pietro, dove l’Ineffabile ha domicilio (Cfr. 1 Petr. 1. 1-5), non è spenta, anzi è rianimata da nostalgico amore e da rinascente amicizia. Anche oggi ve ne è dato argomento; qui voi non siete del tutto forestieri, ma attesi, accolti, compresi anche (non sempre facile cosa!), e sempre con nostra segreta speranza che una nuova epifania di imprevista bellezza abbia una sua rivelatrice aurora.

    Dunque, Signori, a voi il nostro omaggio, pieno di riconoscenza e di ammirazione.

    Poi il nostro occhio, com’è naturale in un’esposizione d’opere d’arte, si rivolge ai vostri lavori, e ne subisce l’incanto, commosso da un duplice sentimento, di riconoscenza e di ammirazione. Non rinunceremo ad un altro sentimento, quello di critica, istintivo anche in noi che pur non abbiamo pretese di consumata competenza, e che noi rimandiamo al momento più tardo dopo la visione e dopo la riflessione.

    Per comprendere questa singolare manifestazione artistica dobbiamo rifarci all’idea che le ha dato origine; idea il cui merito spetta ad un gruppo di amici, molto bravi ed appassionati circa i problemi artistici-spirituali, i quali, a nostra insaputa, si sono proposti d’onorare gli ottanta anni, che abbiamo testé compiuti, invitando appunto ottanta Artisti a concorrere, ciascuno con una propria opera, alla composizione d’una raccolta di lavori, tutti e ciascuno aventi per soggetto San Paolo, con l’intenzione di fare cosa grata alla nostra ottantenne persona, offrendole in venerazione una collezione d’immagini raffiguranti l’Apostolo, del quale, come indegnissimi, ma fedeli cultori, noi, pur senza abdicare in privato il nome battesimale del Precursore Giovanni Battista, sempre da noi veneratissimo, abbiamo assunto il nome per ottenerne la protezione, senza alcuna presunzione di saperne seguire a dovere gli insuperabili esempi; così che dobbiamo noi stessi essere lieti di questa preziosa e originale apoteosi, che voi Artisti, assecondando l’ardita proposta a voi fatta, avete reso all’Apostolo, dottore delle genti (1 Tim. 2, 7), seguace ed emulo e nel martirio, come poi nel culto, socio dell’Apostolo Pietro (Cfr. Gal. 1, 18; 2, 2. 8-9. 14; PRAT, St. Paul, pp. 56 ss.). Sappiamo che l’idea primitiva ha avuto un complemento nel voler illustrare un tema centrale della teologia Paolina quale quello di Cristo Crocifisso e Risorto con opere di altri artisti, di cui alcuni non più viventi.

    Anche ai generosi donatori di queste opere vada il nostro più commosso e sincero ringraziamento.

    Ed eccoci alla figura di San Paolo, la quale, com’essa doveva, non solo ha ispirato il vostro genio artistico, ma l’ha certamente tormentato. Vero che San Paolo stesso confessa la sua estetica umiltà, e forse il cambiamento stesso del suo nome ebraico, Saul, dalle risonanze maestose, in quello di Paulus, che richiama un concetto di piccolezza; cambiamento che Sant’Agostino pensa si possa attribuire ad un proposito di umiltà di San Paolo stesso: «Non ob aliud hoc nomen elegit, nisi ut se ostenderet parvum, tamquam minimus apostolorum» (S. AUGUSTINI De Spiritu et littera, VII, 12: PL 4, 207). Forse la sua presenza suggeriva questa autodefinizione, ricordando le parole di Paolo relative alla sua persona: «praesentia autem corporis infirma et sermo contemptibilis» (2 Cor. 10. 10).

    Si vede che d’intorno a Paolo ferve una polemica che tende a discreditarlo ma che offre a lui l’occasione, per noi fortunata, di fare una propria apologia che ci lascia intravedere una grandezza incomparabile. È una pagina celebre della seconda lettera ai Corinti; essa dovrebbe essere letta e fissata in una precisa ricostruzione storica, di cui gli «Atti degli Apostoli» ci conservano solo fugaci frammenti; basti ora a noi rievocarne qualche frase per comprendere quale sia la statura del «piccolo» Paolo; scoppia la parola sotto la sua penna: «In quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch’io. Sono Ebrei? Anch’io lo sono. Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una follia: io lo sono più di loro! Molto più nelle fatiche, molto più nelle prigionie, oltre misura di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso giorno e notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli sui fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte dei falsi fratelli, fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese. Se è necessario vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce alla mia debolezza. Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli sa che non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato per il muro in una cesta e così sfuggii dalle sue mani. Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo .:. fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare . . . Per la grandezza delle rivelazioni mi è stata messa una spina nella carne . . . A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta infatti nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, affinché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor. 12).

    Questa rievocazione drammatica e mistica insieme che San Paolo fa della sua biografia ci fa pensare al messaggio dottrinale che egli lasciò alla Chiesa ed ai secoli sopra Cristo e che diede conclusione all’economia religiosa dell’Antico Testamento e che portò contributo straordinario e decisivo alla formazione del Nuovo Testamento, cioè del rapporto ora vigente e duraturo fino alla fine del mondo presente fra Dio e l’umanità. Paolo, sebbene favorito da una rivelazione personale (Gal. 1, 12 Gal. 1, 12), è perfettamente nell’alveo del Vangelo apostolico, con Pietro e con gli altri apostoli e la prima comunità cristiana; ma egli più di tutti presenta alcuni aspetti essenziali della religione scaturita dalla tradizione ebraica, come l’assoluta ed esclusiva preminenza di Gesù Cristo, Salvatore e Mediatore, unico e necessario, del Quale egli si sa e si dichiara «praedicator et apostolus et magister gentium» (2 Tim. 1, 11); egli rompe più degli altri apostoli gli argini che contenevano Israele chiuso etnicamente in se stesso, e comincia risolutamente a diffondere la religione universale di Cristo per tutta l’umanità; è il primo missionario volontario e cosciente della Chiesa Cattolica (Cfr. Rom. 1, 14).

    Accogliamo perciò con appassionata attenzione anche la testimonianza artistica di questa Mostra; essa ci avverte che non mai è esaurita la nostra ammirazione su questa apostolica figura e ringraziamo tutti quanti Artisti, donatori, promotori, e a tutti auguriamo che il motto di S. Paolo «in Cristo» sia luce e salvezza. Con la nostra Benedizione.

  7. #7
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    eccola qua :

    LETTERA APOSTOLICA
    DUODECIMUM SAECULUM

    DEL SOMMO PONTEFICE
    GIOVANNI PAOLO PP. II

    ALL'EPISCOPATO DELLA CHIESA CATTOLICA
    PER IL XII CENTENARIO
    DEL II CONCILIO DI NICEA



    Venerabili fratelli, salute e benedizione apostolica!

    1. Il dodicesimo centenario del II Concilio di Nicea (787) è stato l’oggetto di molte commemorazioni ecclesiali ed accademiche. La stessa Santa Sede vi si è associata (cf. “L’Osservatore Romano”, 12–13 ottobre 1987). L’avvenimento è stato parimenti celebrato con la pubblicazione di un’Enciclica di Sua Santità il Patriarca di Costantinopoli e del Santo Sinodo, iniziativa che sottolinea quanto siano ancora attuali l’importanza teologica e la portata ecumenica del settimo ed ultimo Concilio pienamente riconosciuto dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa. La dottrina definita da questo Concilio, per quanto concerne la legittimità della venerazione delle icone nella Chiesa merita anch’essa un’attenzione speciale non soltanto per la ricchezza delle sue implicazioni spirituali, ma anche per le esigenze che essa impone a tutto l’ambito dell’arte sacra.

    Il rilievo dato dal II Concilio di Nicea all’argomento della tradizione, e più precisamente della tradizione non scritta, costituisce per noi cattolici come per i nostri fratelli ortodossi un invito a ripercorrere insieme il cammino della tradizione della Chiesa indivisa per riesaminare alla sua luce le divergenze che i secoli di separazione hanno accentuato tra noi, onde ritrovare, secondo la preghiera di Gesù al Padre (Gv 17, 11.20-21), la piena comunione nell’unità visibile.

    I

    2. Il Patriarca di Costantinopoli san Tarasio, moderatore del Niceno II, nel rendere conto a Papa Adriano I dello svolgimento del Concilio, gli scrive: “Dopo che tutti avemmo preso posto, costituimmo il Cristo come (nostro) capo. Difatti, il santo Vangelo fu posto su di un trono, come invito a tutti i presenti a giudicare secondo giustizia” (J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XII, 460C–D). L’aver posto Cristo come presidente dell’assemblea conciliare, che si riuniva nel suo nome e sotto la sua autorità, fu un gesto eloquente per affermare che l’unità della Chiesa non può realizzarsi che nell’obbedienza al suo unico Signore.

    3. Gli imperatori Irene e Costantino VI, che convocarono il Concilio, avevano invitato il mio predecessore Adriano I in quanto “vero primo pontefice, che presiede al posto e sulla sede del santo e venerabilissimo apostolo Pietro” (Ivi, 985C). Egli si fece rappresentare dall’arciprete della Chiesa romana e dall’Igumeno del monastero greco di san Saba a Roma. Per assicurare la rappresentatività universale della Chiesa, era anche richiesta la presenza dei Patriarchi orientali (cf. Ivi, 1008, 1085, e Monumenta Germaniae Historica, Epistulae V, pp. 29.30–33). Dato che i loro territori erano sotto la dominazione musulmana, i Patriarchi di Alessandria e di Antiochia mandarono insieme una lettera a Tarasio, mentre quello di Gerusalemme inviò una lettera sinodale; ambedue furono lette al Concilio (J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XII, 1128–1136 e 1136–1145).

    Era allora comunemente ammesso che le decisioni di un Concilio ecumenico fossero valide solo se il Vescovo di Roma vi aveva collaborato e se i Patriarchi orientali avevano manifestato il loro accordo (Ivi, XII, 989A e XIII, 3A). In questo procedimento, il ruolo della Chiesa di Roma era riconosciuto come insostituibile (Ivi, XII, 1133). Così il Niceno II approvò la spiegazione del diacono Giovanni, secondo la quale l’assemblea iconoclasta di Hieria del 754 non era legittima, perché “il Papa di Roma o i Vescovi che sono attorno a lui non vi avevano collaborato, né mediante legati, né mediante una lettera enciclica, secondo la legge dei Sinodi”, e “i patriarchi d’Oriente... e i Vescovi che sono con loro non avevano acconsentito” (Ivi, XIII, 207E–210A). I Padri del Niceno II dichiararono d’altronde che essi “seguivano, ricevevano e accettavano” la lettera inviata da Adriano agli imperatori (Ivi, XII, 1085C) così come quella destinata al Patriarca. Esse furono lette in latino e nella loro traduzione greca, e tutti furono invitati individualmente a dare la loro approvazione(Ivi, XII, 1085–1112).

    4. Il Concilio salutò nei legati pontifici “la Chiesa del santo apostolo Pietro” (Ivi, XII, 993A. 1041D. 1113B; XIII, 158B. 203B. 366A) e della “sede apostolica”(Ivi, XII, 1085C), secondo la formula romana (Monumenta Germaniae Historica, Epistulae III, p. 587,5); e il Patriarca Tarasio, scrivendo al mio predecessore a nome del Concilio, riconosceva in lui colui che “ha ereditato la cattedra del divino apostolo Pietro”, e che, “rivestito del supremo sacerdozio, presiede legittimamente, per volontà di Dio, alla gerarchia religiosa”(J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XIII, 464B–C).

    Uno dei momenti decisivi, in cui il Concilio si pronunciò a favore del ristabilimento del culto delle immagini, sembra esser stato, d’altronde, quello nel quale accolse unanimemente la proposta dei legati romani di far venire in mezzo all’assemblea una venerabile icona, affinché i Padri potessero manifestarle il loro omaggio (cf. Ivi, 199).

    L’ultimo Concilio ecumenico riconosciuto dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa è un esempio notevole di “sinergia” tra la sede di Roma ed un’assemblea conciliare. Si iscrive nella prospettiva dell’ecclesiologia patristica di comunione, fondata sulla tradizione, come il Concilio Ecumenico Vaticano II ha giustamente rimesso in luce.

    II

    5. Il Niceno II ha solennemente affermato l’esistenza della “tradizione ecclesiastica scritta e non scritta” (cf. Ivi, 399C), come riferimento normativo per la fede e la disciplina della Chiesa. I Padri affermano il loro desiderio di “conservare intatte tutte le tradizioni della Chiesa, che sono state (loro) affidate, siano esse scritte o non scritte. Una di esse consiste precisamente nella pittura delle icone, conformemente alla lettera della predicazione apostolica” (Ivi, 378 B–C). Contro la corrente iconoclasta, che pure aveva fatto appello alla Scrittura ed alla Tradizione dei Padri specialmente allo pseudo–sinodo di Hieria del 754, il secondo Concilio di Nicea sanziona la legittimità della venerazione delle immagini, confermando “l’insegnamento divinamente ispirato dei santi Padri e della tradizione della Chiesa cattolica” (Ivi, 378).

    I Padri del Niceno II intendevano la “tradizione ecclesiastica” come tradizione dei sei precedenti Concili ecumenici e dei Padri ortodossi, il cui insegnamento era comunemente accolto nella Chiesa. Il Concilio ha così definito come dogma della fede quella verità essenziale, secondo cui il messaggio cristiano è tradizione “paràdosis”. Nella misura in cui la Chiesa si è sviluppata nel tempo e nello spazio, la sua intelligenza della tradizione, della quale è portatrice, ha conosciuto anch’essa le tappe di uno sviluppo, la cui investigazione costituisce, per il dialogo ecumenico e per ogni autentica riflessione teologica, un percorso obbligatorio.

    6. Già san Paolo c’insegna che, per la prima generazione cristiana, la “paràdosis” consiste nella proclamazione dell’evento del Cristo e del suo significato per il presente, nel quale opera la salvezza tramite l’azione dello Spirito Santo (cf. 1 Cor 15, 3-8; 11,2). La tradizione delle parole e degli atti del Signore è stata raccolta nei quattro Vangeli, ma senza esaurirsi in essi (cf. Lc 1, 1; Gv 20, 30; 21, 25). Questa tradizione originaria è tradizione “apostolica” (cf. 2 Ts 2,14-15; Gd 1, 17; 2 Pt 3, 2). Essa non riguarda soltanto il “deposito” della “sana dottrina” (cf. 2 Tm 1,6.12; Tt 1,9), ma anche le norme di condotta e le regole della vita comunitaria (cf. 1 Ts 4,1-7; 1 Cor 4, 17; 7, 17; 11, 16; 14, 33). La Chiesa legge la Scrittura alla luce della “regola della fede” (S. Ireneo, Adversus haereses I, 10, 1), cioè della sua fede vivente rimasta coerente con l’insegnamento degli apostoli. Ciò che la Chiesa ha sempre creduto e praticato, essa lo considera a giusto titolo come “tradizione apostolica”. Sant’Agostino dirà: “Un’osservanza mantenuta da tutta la Chiesa e sempre conservata senza esser stata istituita dai Concili si presenta a pieno diritto nient’altro che come tradizione derivante dall’autorità degli apostoli” (S. Augustini, De Baptismo IV, 24, 31).

    Difatti, le prese di posizione dei Padri nei grandi dibattiti teologici del IV e V secolo, l’importanza crescente dell’istituto sinodale a livello regionale ed universale, hanno gradualmente fatto della tradizione la “tradizione dei Padri” o “tradizione ecclesiastica”, intesa come sviluppo omogeneo della tradizione apostolica. E così che san Basilio Magno fa appello alle “tradizioni non scritte”, che sono le “tradizioni dei Padri” (S. Basilii Magni, De Spiritu Sanctu VII, 16, 21.32; IX 22, 3; XXIX 71,6; XXX 79, 15), per fondare la sua teologia trinitaria, e sottolinea la doppia provenienza della dottrina della Chiesa “dall’insegnamento scritto come pure dalla tradizione apostolica” (S. Ioannis Damasceni, Sermo de imaginibus, III, 3, in PG 94, 1320-1321; et B. Kotter, Die Scriften des Johannes von Damaskos, vol. III (Contra imaginum calumniatores orationes tres), in «Patristische Texte und Studien» 17, Berlin-New York 1975, III, 3, pp. 72-73), XXVII 66, 1–3).

    Lo stesso Concilio Niceno II, che cita opportunamente san Basilio a proposito della teologia delle immagini (J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XIII, 378E), ha invocato anche l’autorità dei grandi dottori ortodossi, come san Giovanni Crisostomo, san Gregorio di Nissa, san Cirillo d’Alessandria, san Gregorio Nazianzeno. San Giovanni Damasceno aveva parimenti rilevato l’importanza per la fede delle “tradizioni non scritte”, cioè non contenute nella Scrittura, allorché dichiara: “Se qualcuno presentasse un Vangelo diverso da quello che la Chiesa cattolica ha ricevuto dai santi apostoli, dai Padri e dai Concili, e che essa ha conservato fino a noi, non l’ascoltate” (Sermo de imaginibus, III, 3).

    7. Più vicino a noi, il Concilio Vaticano II ha rimesso in piena luce l’importanza della “tradizione che proviene dagli apostoli”. Infatti, “la Sacra Scrittura è parola di Dio, in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, viene trasmessa integralmente dalla Sacra Tradizione ai loro successori” (Dei Verbum, 9). “Ciò che fu trasmesso dagli apostoli comprende tutto ciò che contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all’incremento della fede” (Ivi, 8). Insieme con la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione costituisce un “unico deposito sacro della parola di Dio, affidato alla Chiesa”. L’interpretazione autentica “della Parola di Dio scritta o trasmessa è affidata al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo” (Ivi, 10). È attraverso una eguale fedeltà al tesoro comune della tradizione risalente agli apostoli che le Chiese oggi si sforzano di chiarire i motivi delle loro divergenze e le ragioni per superarle.

    III

    8. La terribile “controversia sulle immagini”, che ha dilacerato l’impero bizantino sotto gli imperatori isaurici Leone III e Costantino V tra il 730 e il 780 e di nuovo sotto Leone V, dall’814 all’843, si spiega principalmente con la questione teologica, che ne fu all’inizio il fulcro.

    Senza ignorare il pericolo di un risorgere sempre possibile delle pratiche idolatriche pagane, la Chiesa ammetteva che il Signore, la beata Vergine Maria, i martiri e i santi fossero rappresentati in forme pittoriche o plastiche per sostenere la preghiera e la devozione dei fedeli. Era chiaro a tutti, secondo la formula di san Basilio, ricordata dal Niceno II, che “l’onore reso all’icona è diretto al prototipo” (S. Basilii Magni, De Spiritu Sanctu XVIII, 45, 19). In Occidente, il Papa san Gregorio Magno aveva insistito sul carattere didattico delle pitture nelle Chiese, utili perché gli illetterati “guardandole possano almeno leggere sui muri, quello che non sono capaci di leggere nei libri”, e sottolineava che questa contemplazione doveva condurre all’adorazione dell’“unica e onnipotente Santa Trinità” (S. Gregorii Magni, Epistulae ad episcopum Serenum Massilliensem, in MGH: Gregorii I Papae Registrum Epistularum, II, 1, lib. IX, 208, p. 195 et II, 2, lib. XI, 10, pp. 270-271, et in CChL 140A, lib. IX, 209, p. 768 et lib, XI, 10, pp. 874-875). È in questo contesto che si è sviluppato, in particolare a Roma nel secolo VIII, il culto delle immagini dei santi, dando luogo ad una mirabile produzione artistica.

    Il movimento iconoclastico, rompendo con la tradizione autentica della Chiesa, considerava la venerazione delle immagini come un ritorno all’idolatria. Non senza contraddizione e ambiguità, esso proibiva la rappresentazione del Cristo e le immagini religiose in genere, ma continuava ad ammettere le immagini profane, in particolare quelle dell’imperatore con i segni di riverenza che vi erano connessi. Il nucleo dell’argomentazione degli iconoclasti era di natura cristologica. Come dipingere il Cristo che unisce nella sua persona, senza confonderle né separarle, la natura divina e la natura umana? Da una parte è impossibile rappresentare la sua divinità inafferrabile; dall’altra, rappresentarlo solamente nella sua umanità sarebbe dividerlo, separando in lui la divinità dall’umanità. Scegliere l’una o l’altra di queste due vie condurrebbe alle due eresie cristologiche opposte del monofisismo e del nestorianesimo. Infatti, chi pretendesse di rappresentare il Cristo nella sua divinità si condannerebbe ad assorbirvi la sua umanità, e chi ne mostrasse soltanto un ritratto d’uomo, verrebbe ad occultare che egli è anche Dio.

    9. Il dilemma, posto dagli iconoclasti, andava ben al di là della questione sulla possibilità di un’arte cristiana; esso metteva in causa tutta la visione cristiana della realtà dell’Incarnazione, e quindi dei rapporti tra Dio e il mondo, tra la grazia e la natura, in breve la specificità della “nuova alleanza”, che Dio ha concluso con gli uomini in Gesù Cristo. I difensori delle immagini l’hanno ben avvertito: secondo una espressione del Patriarca di Costantinopoli san Germano, illustre vittima dell’eresia iconoclastica, era tutta “l’economia divina secondo la carne” (cf. Theophane, Chronographia ad annum, 6221) che veniva rimessa in questione. Infatti, vedere rappresentato il volto umano del Figlio di Dio, “icona del Dio invisibile” (Col 1, 15), è vedere il Verbo fatto carne (cf. Gv 1, 14), l’Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo (cf. Gv 1, 29). L’arte può dunque rappresentare la forma, l’effigie del volto umano di Dio e condurre colui che lo contempla all’ineffabile mistero di questo Dio fatto uomo per la nostra salvezza. Così il Papa Adriano scriveva: “Per il tramite di un volto visibile, il nostro spirito sarà trasportato per attrazione spirituale verso la maestà invisibile della divinità attraverso la contemplazione dell’immagine, in cui è rappresentata la carne che il Figlio di Dio si è degnato di prendere per la nostra salvezza, così adoriamo e insieme lodiamo, glorificandolo in spirito, questo medesimo Redentore, poiché, come è scritto, “Dio è spirito”, ed è per questo che adoriamo spiritualmente la sua divinità” (J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XII, 1061 C–D).

    Il Niceno II ha pertanto riaffermato solennemente la distinzione tradizionale tra “la vera adorazione “latrèia”” che “secondo la nostra fede conviene alla sola natura divina” e “la prosternazione d’onore “timetikè proskynesis”” che viene attribuita alle icone, perché colui che si prosterna davanti all’icona, si prosterna davanti alla persona “l’ipostasi” di colui che è in essa raffigurato”(J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XIII, 378E).

    L’iconografia del Cristo impegna pertanto tutta la fede nella realtà dell’Incarnazione e nel suo significato inesauribile per la Chiesa e per il mondo. Se la Chiesa usa praticarla, lo fa perché è convinta che il Dio rivelato in Gesù Cristo ha realmente riscattato e santificato la carne e tutto il mondo sensibile, cioè l’uomo con i suoi cinque sensi, al fine di permettergli “di rinnovarsi costantemente secondo l’immagine del suo Creatore” (Col 3, 10).

    IV

    10. Il Concilio Niceno II ha pertanto sancito la tradizione secondo cui “sono da esporre immagini venerabili e sante, a colori, in mosaico e in altra materia adatta, nelle sante Chiese di Dio, sui vasi e i paramenti sacri, sui muri e sulle tavole, nelle case e nelle vie; e cioè sia l’icona del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, sia quella della nostra Signora Immacolata, la santa “Theotokos”, sia quella dei venerabili angeli e di tutti gli uomini santi e pii”(J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XIII, 378D). La dottrina di questo Concilio ha alimentato l’arte della Chiesa tanto in Oriente quanto in Occidente, ispirandole opere di una bellezza e di una profondità sublimi.

    In particolare, la Chiesa greca e quelle slave, fondandosi sulle opere dei grandi teologi “iconoduli” che furono san Niceforo di Costantinopoli e san Teodoro Studita, hanno considerato la venerazione dell’icona come parte integrante della liturgia, a somiglianza della celebrazione della Parola. Come la lettura dei libri materiali permette di far comprendere la parola vivente del Signore, così l’ostensione di una icona dipinta permette, a quelli che la contemplano, di accostarsi ai misteri della salvezza mediante la vista. “Ciò che da una parte è espresso dall’inchiostro e dalla carta, dall’altra, nell’icona, è espresso dai diversi colori e da altri materiali” (Antirrheticus, 1,10: PG 99, 339D).

    In Occidente, la Chiesa di Roma si è distinta, senza mai venir meno, per la sua azione in favore delle immagini (Adriano I, Epistola ad Carolum Magnum), soprattutto in un momento critico in cui, tra l’825 e l’843, gli imperi bizantino e franco erano ambedue ostili al Niceno II. Al Concilio di Trento, la Chiesa cattolica ha riaffermato la dottrina tradizionale contro una nuova forma di iconoclastia che allora si manifestava. Più recentemente, il Vaticano II ha richiamato con sobrietà l’atteggiamento permanente della Chiesa riguardo alle immagini (Sacrosanctum Concilium, 11,1. 125. 128; Lumen Gentium, 51. 67; Gaudium et Spes, 62,4–5; CIC, cann. 1255 e 1276) e all’arte sacra in generale (Sacrosanctum Concilium, 122–124).

    11. Da alcuni decenni, si nota un ricupero di interesse per la teologia e la spiritualità delle icone orientali; è un segno di un crescente bisogno del linguaggio spirituale dell’arte autenticamente cristiana. A questo proposito, non posso non invitare i miei fratelli nell’episcopato a “mantenere fermamente l’uso di proporre nelle Chiese alla venerazione dei fedeli le immagini sacre” (Sacrosanctum Concilium, 125), e ad impegnarsi perché sorgano più opere di qualità veramente ecclesiale. Il credente di oggi, come quello di ieri, deve essere aiutato nella preghiera e nella vita spirituale con la visione di opere che cercano di esprimere il mistero senza per nulla occultarlo. È questa la ragione per la quale oggi come per il passato, la fede è l’ispiratrice necessaria dell’arte della Chiesa.

    L’arte per l’arte, la quale non rimanda che al suo autore, senza stabilire un rapporto con il mondo divino, non trova posto nella concezione cristiana dell’icona. Quale che sia lo stile che adotta, ogni tipo di arte sacra deve esprimere la fede e la speranza della Chiesa. La tradizione dell’icona mostra che l’artista deve avere coscienza di compiere una missione al servizio della Chiesa.

    L’autentica arte cristiana è quella che, mediante la percezione sensibile, consente di intuire che il Signore è presente nella sua Chiesa, che gli avvenimenti della storia della salvezza danno senso e orientamento alla nostra vita, e che la gloria la quale ci è promessa, trasforma già la nostra esistenza. L’arte sacra deve tendere ad offrirci una sintesi visuale di tutte le dimensioni della nostra fede. L’arte della Chiesa deve mirare a parlare il linguaggio dell’Incarnazione ed esprimere con gli elementi della materia colui che “si è degnato di abitare nella materia e operare la nostra salvezza attraverso la materia”, secondo la bella formula di san Giovanni Damasceno (Sermo de imaginibus, I, 16: PG 94, 1246A).

    La riscoperta dell’icona cristiana aiuterà anche a far prendere coscienza dell’urgenza di reagire contro gli effetti spersonalizzanti, e talvolta degradanti, delle molteplici immagini che condizionano la nostra vita nella pubblicità e nei mass–media; essa infatti è una immagine che porta su di noi lo sguardo di un Altro invisibile, e ci dà accesso alla realtà del mondo spirituale ed escatologico.

    12. Amatissimi fratelli, nel ricordare l’attualità dell’insegnamento del VII Concilio Ecumenico, mi sembra che siamo da esso richiamati al nostro compito primordiale di evangelizzazione. La crescente secolarizzazione della società mostra che essa sta diventando largamente estranea ai valori spirituali, al mistero della nostra salvezza in Gesù Cristo, alla realtà del mondo futuro. La nostra tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i fratelli ortodossi, ci insegna che il linguaggio della bellezza, messo a servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore degli uomini e di far loro conoscere dal di dentro colui che osiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo “lo stesso ieri e oggi e per tutti i secoli” (Eb 13, 8).

    Imparto a tutti di gran cuore la benedizione apostolica.

    Dato a Roma, presso san Pietro, nella memoria liturgica di san Giovanni Damasceno, presbitero e dottore della Chiesa, il 4 dicembre 1987, decimo di pontificato.

    IOANNES PAULUS PP. II

  8. #8
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    MESSA DEGLI ARTISTI» NELLA CAPPELLA SISTINA
    OMELIA DI SUA SANTITÀ PAOLO VI

    Giovedì, 7 maggio 1964
    Solennità dell’Ascensione di Nostro Signore

    Cari Signori e Figli ancora più cari!
    CI PREMEREBBE, prima di questo breve colloquio, di sgombrare il vostro animo da certa apprensione, da qualche turbamento, che può facilmente sorprendere chi si trova, in una occasione come questa, nella Cappella Sistina. Non c’è forse luogo che faccia più pensare e più trepidare, che incuta più timidezza e nello stesso tempo ecciti maggiormente i sentimenti dell’anima. Ebbene, proprio voi, artisti, dovete essere i primi a togliere dall’anima la istintiva titubanza, che nasce nell’entrare in questo cenacolo di storia, di arte, di religione, di destini umani, di ricordi, di presagi. Perchè? Ma perchè è proprio, se mai altro c’è, un cenacolo per gli artisti, degli artisti. E quindi dovreste in questo momento lasciare che il grande respiro delle emozioni, dei ricordi, dell’esultazione, - che un tempio come questo può provocare nell’anima - invada liberamente i vostri spiriti.
    Vi può essere un altro turbamento, quasi un’altra paralizzante timidezza; ed è quella che può portare non tanto la Nostra umile persona, quanto la Nostra presenza ufficiale, il Nostro ministero pontificio: è qui il Papa!, voi certo pensate. Sono mai venuti gli artisti dal Papa? È la prima volta che ciò si verifica, forse. O cioè, sono venuti per secoli, sono sempre stati in relazione col Capo della Chiesa Cattolica, ma per contatti diversi. Si direbbe perfino che si è perduto il filo di questa relazione, di questo rapporto. E adesso siete qui, tutti insieme, in un momento religioso, tutto per voi, non come gente che sta dietro le quinte, ma che viene veramente alla ribalta di una conversazione spirituale, di una celebrazione sacra. Ed è naturale, se si è sensibili e comprensivi, che ci sia una certa venerazione, un certo rispetto, un certo desiderio di capire e di tacere. Ebbene, anche questa sensibilità, se dovesse in questo momento legare le vostre espressioni interiori di liberi sentimenti, Noi vorremmo sciogliere, perche, se il Papa deve accogliere tutti - perchè di tutti è Padre e per tutti ha un ministero, e per tutti ha una parola -, per voi specialmente tiene in serbo questa parola; ed è desideroso, ed è felice di poterla quest’oggi esprimere, perchè il Papa è vostro amico.
    E non lo è solo perchè una tradizione di sontuosità, di mecenatismo, di grandezza, di fastosità circonda il suo ministero, la sua autorità, il suo rapporto con gli uomini, e perchè ha bisogno di questo quadro decorativo e espressivo per dire a chi non lo sapesse chi lui è, e come Cristo lo abbia voluto in mezzo agli uomini. Ma lo è per ragioni più intrinseche, che sono poi quelle che ci tengono oggi occupati e che interessano il nostro spirito, e, cioè: sono ragioni del Nostro ministero che Ci fanno venire in cerca di voi. Dobbiamo dire la grande parola che del resto voi già conoscete? Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perchè, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri. È il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità. E non solo una accessibilità quale può essere quella del maestro di logica, o di matematica, che rende, sì, comprensibili i tesori del mondo inaccessibile alle facoltà conoscitive dei sensi e alla nostra immediata percezione delle cose. Voi avete anche questa prerogativa, nell’atto stesso che rendete accessibile e comprensibile il mondo dello spirito: di conservare a tale mondo la sua ineffabilità, il senso della sua trascendenza, il suo alone di mistero, questa necessità di raggiungerlo nella facilità e nello sforzo allo stesso tempo.
    Questo - coloro che se ne intendono lo chiamano « Einfuhlung », la sensibilità, cioè, la capacità di avvertire, per via di sentimento, ciò che per via di pensiero non si riuscirebbe a capire e ad esprimere - voi questo fate! Ora in questa vostra maniera, in questa vostra capacità di tradurre nel circolo delle nostre cognizioni - et quidem di quelle facili e felici, ossia di quelle sensibili, cioè di quelle che con la sola visione intuitiva si colgono e si carpiscono -ripetiamo, voi siete maestri. E se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza della espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte.
    Ora, se questo è, il discorso si dovrebbe fare grave e solenne. Il luogo, forse anche il momento, si presterebbero; non tanto il tempo che Ci è concesso, e non tanto il programma che abbiamo prefisso a questo primo incontro amichevole. Chi sa che non venga un momento in cui possiamo dire di più. Ma il tema è questo: bisogna ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Non è che l’amicizia sia stata mai rotta, in verità; e lo prova questa stessa manifestazione, che è già una prova di tale amicizia in atto. E poi ci sono tante altre manifestazioni che si possono addurre a prova di una continuità, di una fedeltà di rapporti, che testimoniano che non è mai stata rotta l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Anche perchè, come dicevamo, la Chiesa ne ha bisogno e poi potremmo anche dire di più, leggendovi nel cuore. Voi stessi lo andate cercando questo mondo dell’ineffabile e trovate che la sua patria, il suo recapito, il suo rifornimento migliore è ancora la Religione.
    Quindi siamo sempre stati amici. Ma, come avviene tra pa-renti, come avviene fra amici, ci si è un po’ guastati. Non abbiamo rotto, ma abbiamo turbato la nostra amicizia. Ci permettete una parola franca? Voi Ci avete un po’ abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di esprimere altre cose; ma non più le nostre.
    Avremmo altre osservazioni da fare, ma non vogliamo questa mattina turbarvi ed essere scortesi. Voi sapete che portiamo una certa ferita nel cuore, quando vi vediamo intenti a certe espressioni artistiche che offendono noi, tutori dell’umanità intera, della definizione completa dell’uomo, della sua sanità, della sua stabilità. Voi staccate l’arte dalla vita, e allora... Ma c’è anche di più. Qualche volta dimenticate il canone fondamentale della vostra consacrazione all’espressione; non si sa cosa dite, non lo sapete tante volte anche voi: ne segue un linguaggio di Babele, di confusione. E allora dove è l’arte? L’arte dovrebbe essere intuizione, dovrebbe essere facilità, dovrebbe essere felicità. Voi non sempre ce le date questa facilità, questa felicità e allora restiamo sorpresi ed intimiditi e distaccati.
    Ma per essere sincero e ardito - accenniamo appena, come vedete - riconosciamo che anche Noi vi abbiamo fatto un po’ tribolare. Vi abbiamo fatto tribolare, perchè vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità. Noi - vi si diceva - abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v’è via di uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci ! E poi vi abbiamo abbandonato anche noi. Non vi abbiamo spiegato le nostre cose, non vi abbiamo introdotti nella cella segreta, dove i misteri di Dio fanno balzare il cuore dell’uomo di gioia, di speranza, di letizia, di ebbrezza. Non vi abbiamo avuti allievi, amici, conversatori; perciò voi non ci avete conosciuto.
    E allora il linguaggio vostro per il nostro mondo è stato docile, sì, ma quasi legato, stentato, incapace di trovare la sua libera voce. E noi abbiamo sentito allora l’insoddisfazione di questa espressione artistica. E - faremo il confiteor completo, stamattina, almeno qui -vi abbiamo peggio trattati, siamo ricorsi ai surrogati, all’« oleografia », all’opera d’arte di pochi pregi e di poca spesa, anche perchè, a nostra discolpa, non avevamo mezzi di compiere cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate; e siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza e - ciò che è peggio per noi - il culto di Dio sono stati male serviti.
    Rifacciamo la pace? quest’oggi? qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti? Volete dei suggerimenti, dei mezzi pratici ? Ma questi non entrano adesso nel calcolo. Restino ora i sentimenti. Noi dobbiamo ritornare alleati. Noi dobbiamo domandare a voi tutte le possibilità che il Signore vi ha donato, e, quindi, nell’ambito della funzionalità e della finalità, che affratellano l’arte al culto di Dio, noi dobbiamo lasciare alle vostre voci il canto libero e potente, di cui siete capaci. E voi dovete essere così bravi da interpretare ciò che dovrete esprimere, da venire ad attingere da noi il motivo, il tema, e qualche volta più del tema, quel fluido segreto che si chiama l’ispirazione, che si chiama la grazia, che si chiama il carisma dell’arte. E, a Dio piacendo, ve lo daremo. Ma dicevamo che questo momento non è fatto per i lunghi discorsi e per fare le proclamazioni definitive.
    Però noi abbiamo già, da parte nostra, Noi Papa, noi Chiesa, firmato un grande atto della nuova alleanza con l’artista. La Costituzione della Sacra Liturgia, che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo ha emesso e promulgato per prima, ha una pagina - che spero voi conosciate - che è appunto il patto di riconciliazione e di rinascita dell’arte religiosa, in seno alla Chiesa cattolica. Ripeto, il Nostro patto è firmato. Aspetta da voi la controfirma.
    Per ora dunque Ci limitiamo a dei rilievi molto semplici, ma che però non vi faranno dispiacere.
    Il primo è questo: che Ci felicitiamo di questa Messa dell’artista e Monsignor Francia ne sia ringraziato; lui e tutti coloro che lo hanno seguito e che ne hanno.raccolto la formula. Noi abbiamo visto nascere questa iniziativa, l’abbiamo vista accolta per primo dal Nostro venerato Predecessore Papa Pio XII, Che ha cominciato ad aprirle le vie e a darle cittadinanza nella vita ecclesiastica, nella preghiera della Chiesa; e perciò Ci congratuliamo di quanto è stato fatto su questo filone, che non è l’unico, ma che è buono e che è bene seguire: lo benediciamo e lo incoraggiamo. Vorremmo che voi portaste fuori, a quanti avete colleghi, imitatori, seguaci, la Nostra Benedizione per questo esperimento di vita religiosa artistica che ha ancora fatto vedere che fra sacerdote e artista c’è una simpatia profonda e una capacità d’intesa meravigliosa.
    La seconda cosa è questa, notissima, ma deve, Ci pare, in questo momento essere ricordata; ed è che, se il momento artistico che si produce in un atto religioso sacro - come è una Messa - deve essere pieno, deve essere autentico, deve essere generoso, deve davvero riempire e far palpitare le anime che vi partecipano e le altre che vi fanno corona, ha altresì bisogno di due cose: di una catechesi e di un laboratorio.
    Non Ci diffonderemo ora a discorrere se l’arte venga spontanea e improvvisa, come una folgorazione celeste, o se invece - e voi ce lo dite - abbia bisogno di un tirocinio tremendo, duro, ascetico, lento, graduale. Ebbene, se vogliamo dare, ripetiamo, autenticità e pienezza al momento artistico religioso, alla Messa, è necessaria la sua preparazione, la sua catechesi; bisogna in altri termini farla prendere o accompagnare dalla istruzione religiosa. Non è lecito inventare una religione, bisogna sapere che cosa è avvenuto tra Dio e l’uomo, come Dio ha sancito certi rapporti religiosi che bisogna conoscere per non’ diventare ridicoli o balbuzienti o aberranti. Bisogna essere istruiti. E Noi pensiamo che nell’ambito della Messa dell’artista, quelli che vogliono manifestarsi artisti veramente, non avranno difficoltà ad assumere questa sistematica, paziente, ma tanto benefica e nutriente informazione. E poi c’è bisogno del laboratorio, cioè della tecnica per fare le cose bene. E qui lasciamo la parola a voi che direte che cosa è necessario, perchè l’espressione artistica da dare a questi momenti religiosi abbia tutta la sua ricchezza di espressività di modi e di strumenti, e se occorre anche di novità.
    E da ultimo aggiungeremo che non basta nè la catechesi, nè il laboratorio. Occorre l’indispensabile caratteristica del momento religioso, e cioè la sincerità. Non si tratta più solo d’arte, ma di spiritualità. Bisogna entrare nella cella interiore di se stessi e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che qui si esprime: una personalità, una voce cavata proprio dal profondo dell’animo, una forma che si distingue da ogni travestimento di palcoscenico, di rappresentazione puramente esteriore; è 1’Io che si trova nella sua sintesi più piena e più faticosa, se volete, ma anche la più gioiosa. Bisogna che qui la religione sia veramente spirituale; e allora avverrà per voi quello che la festa di oggi, la Ascensione, Ci fa pensare. Quando si entra in se stessi per trovare tutte queste energie e dar la scalata al cielo, in quel cielo dove Cristo si è rifugiato, noi ci sentiamo in un primo momento, immensamente, direi, infinitamente lontani.
    La trascendenza che fa tanto paura all’uomo moderno è veramente cosa che lo sorpassa infinitamente, e chi non sente questa distanza non sente la religione vera. Chi non avverte questa superiorità di Dio, questa sua ineffabilità, questo suo mistero, non sente l’autenticità del fatto religioso. Ma chi lo sente sperimenta, quasi immediatamente, che quel Dio lontano è già lì: « Non lo cercheresti, se già non lo avessi trovato ». Parole di Pascal, vero; ed è quello che si verifica continuamente nell’autentica vita spirituale del cristiano. Se ricerchiamo Cristo veramente dove è, in cielo, lo vediamo riflesso, lo troviamo palpitante nella nostra anima: il Dio trascendente è diventato, in certo modo, immanente, è diventato l’amico interiore, il maestro spirituale. E la comunione con Lui, che sembrava impossibile, come se dovesse varcare abissi infiniti, è già consumata; il Signore viene in comunione con noi nelle maniere, che voi ben sapete, che sono quelle della parola, che sono quelle della grazia, che sono quelle del sacramento, che sono quelle dei tesori che la Chiesa dispensa alle anime fedeli. E basti per ora così.
    Artisti carissimi, diciamo allora una parola sola: arrivederci!
    Ultima modifica di WIlPapa; 29-03-2008 alle 11:43

  9. #9
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    DISCORSO DI PAOLO VI
    ALLA SCUOLA D’ARTE CRISTIANA
    «BEATO ANGELICO» DI MILANO

    Sabato, 20 febbraio 1965



    Salutiamo la Scuola d’Arte cristiana «Beato Angelico» di Milano; salutiamo il suo Direttore Architetto e Sacerdote, a Noi carissimo, Valerio Vigorelli; salutiamo i membri della Famiglia religiosa «Beato Angelico», gli Artisti e gli Artigiani collaboratori della Scuola d’Arte sacra medesima, gli Allievi e gli Ex-Allievi del liceo artistico e delle Scuole d’arte connesse alla Istituzione; e salutiamo insieme le Famiglie, gli Insegnanti e gli Amici che le fanno larga e fedele corona.

    Siamo lieti e grati di questa visita, che rievoca nel Nostro spirito il ricordo degli incontri con le persone e con le opere della Scuola «Beato Angelico» durante il periodo del Nostro ministero pastorale a Milano. Ricordare è rivivere; e rivivere sia pure per brevi istanti, le ore trascorse con voi, piene di pensieri, di preghiere, di esperienze artistiche, è cosa buona, che vi dice quale posto di stima e di affetto voi conservate nel Nostro animo.

    Avviene poi questo incontro nella coincidenza dell’anniversario, il quindicesimo, della morte di Mons. Giuseppe Polvara, che Noi pure, sebbene da lontano, avemmo la fortuna di conoscere e di ammirare.

    Volentieri tributiamo Noi pure omaggio riverente di pia memoria e di religioso suffragio al Sacerdote esemplare, vostro fondatore, riconoscendo a lui il merito d’aver diretto per tanti anni la Rivista Arte Cristiana (ora giunta al cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione), d’aver iniziato la Scuola «Beato Angelico»: Scuola nel duplice senso, d’istituto scolastico, e di corrente d’arte figurativa; d’aver così esercitato in pienezza la funzione di maestro; e d’aver prodigato alla causa dell’arte cristiana i suoi talenti di scrittore, di critico, di architetto, di artista, congiungendo nell’animo suo e nell’opera sua, caso non facile e non frequente nella repubblica delle Muse e dei loro cultori, la bontà sacerdotale, lo zelo apostolico, l’abilità organizzativa, la genialità artistica. Diede nome, diede un’anima e diede un corpo alla vostra istituzione; lo diede alla Chiesa, lo diede all’Italia; e al ricordo di quali fossero le condizioni della vita e del pensiero dell’arte sacra, in questo Paese, a quei tempi, cinquant’anni fa, dobbiamo pur dire che Monsignor Polvara fu coraggioso e fu benemerito. Non Ci pronunciamo ora circa il valore artistico della sua produzione e delle sue teorie estetiche, sebbene tanto di buono, di valido e soprattutto di sacro gli debba essere riconosciuto ancor oggi; Ci basta vedere in lui a suo onore ed a nostro esempio un pioniere.

    Voi Ci offrite così occasione di lodare e di incoraggiare la vostra sorte di allievi, di eredi, di continuatori del compianto vostro padre e maestro; e questo facciamo tanto più volentieri quanto meglio Ci è nota la duplice vocazione, fusa in un solo amore, che sostiene ciascuno dei membri della Famiglia spirituale «Beato Angelico», quella religiosa e quella artistica. Dio vi benedica, Figliuoli carissimi. La vostra elezione merita per se stessa venerazione e simpatia; illustrata poi dalla dedizione, che fa del servizio all’arte religiosa il programma della vostra vita, e comprovata dalla qualità degna e significativa dei risultati del vostro lavoro, essa si pone tra i fenomeni autentici del mondo artistico, perché ne esalta l’eccellenza, ne sviluppa le funzioni, ne suscita le speranze. Non proseguiremo l’elogio; non già perché non ne siate meritevoli, ma perché esso C’introdurrebbe in una ben nota e delicata questione, quella del rapporto fra virtù morale (e religiosa, nel caso vostro) e virtù artistica, ben sapendo come questa possa da quella prescindere e rivendicare perciò una sua particolare libertà; ce lo ricorda, come sapete, Maestro Tommaso, là dove dice che non entra in considerazione del merito dell’artista, in quanto tale, l’animo con cui lavora, ma solo l’opera che egli realizza (S. Th. 1-2, 57, 3). Ma non dimenticheremo per questo il presupposto del momento creativo del vero artista, l’ispirazione cioè, la quale tanto più è genuina e potente, quanto più profonda è la sua sorgente interiore e quanto più audace la sua pretesa di sublime espressività esteriore; potremmo dire quanto più v è spirituale, quanto più è misteriosa e religiosa, giustificando così come stupendo e fecondo il connubio, a cui abbiamo accennato, della vocazione religiosa con la vocazione artistica. Potremmo proseguire, per raggiungere la meditazione e l’esperienza, che vi sono certamente quotidiane, quelle della pienezza, vorremmo quasi dire della passione, in cui la vostra spiritualità, per essere cristiana e cattolica e pervasa dai doni della grazia, celebra e soffre il suo sforzo inventivo e espressivo della Bellezza tradotta in forme sensibili.

    Ma lasciamo ad altri queste belle discussioni, e limitiamoci a profittare di questo colloquio per confortare cotesto sforzo, nel quale si trovano impegnate le vostre anime e le vostre mani, lo sforzo di dare voce nuova, voce pura, voce forte all’arte cristiana. Da religiosa, ecco, si fa liturgica. Essa entra nel santuario delle realtà positive della religione; da incerta e soggettiva, si fa sicura, obbiettiva, sociale; si pone a servizio, anzi nel cuore della vita, della vita ineffabile, del regno di grazia e di verità, proprio della fede cattolica. Ministero e mistero la caratterizzano. Diventa sacramentale: cioè: al grado massimo della sua aderenza alla verità religiosa risponde in essa il grado massimo di potenza espressiva. Docile, umile, ministra, quanto al contenuto e quanto allo scopo del suo linguaggio artistico, sale quasi sopra l’ambone che sovrasta l’assemblea e quasi regina quanto alla forma scioglie i suoi canti, diventata promotrice della preghiera, nella tranquilla ebbrezza (ricordate la «sobriam ebrietatem spiritus» di S. Ambrogio?) della sua sempre nuova espressione, di tutto un popolo lieto, pio ed unanime.

    Vogliamo dire: inserite la vostra arte, l’opera vostra, l’oblazione del vostro genio e del vostro lavoro nel grande ciclo della preghiera della Chiesa, nella sacra Liturgia; entrate nello spirito e nelle finalità della solenne Costituzione conciliare che la riguarda; troverete un posto che vi impegna a fondo e che esalta, accanto a quello del sacerdote e a vantaggio di tutto il Popolo di Dio, il vostro regale servizio.

    Superfluo poi che Noi vi diciamo di rimanere fedeli alla via maestra dell’arte cristiana, quella che procede in cerca di sempre nuove bellezze per documentare la sua perenne, perché divina, giovinezza, ma sempre diritta, aliena cioè da quelle forme «insolite» che fin da sempre, dal Concilio di Trento in poi esplicitamente, la Chiesa non ama avere perturbatrici della dignità e della popolarità del suo culto. Superfluo ancor più che Noi vi raccomandiamo di non lasciarvi sedurre dalle follie irrazionali che oggi irrompono e devastano il giardino dell’estetica umana e religiosa. Sappiamo la vostra fedeltà e il vostro buon gusto; e esortandovi alla insonne tensione verso la bellezza sempre viva e sempre nuova che deve costituire il processo dinamico dell’arte cristiana, lodiamo e benediciamo la casta e pia disciplina che vi autorizza a entrare nelle nostre chiese e a parlare alle anime oranti.

    A voi dunque la Nostra Benedizione che confermi, ravvivi, santifichi il vostro ben intrapreso
    cammino.

  10. #10
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    dalla lettera enciclica Redemptoris Mater
    di Giovanni Paolo II

    33. Ricorre quest'anno il XII centenario del Concilio Ecumenico Niceno II (a. 787), nel quale, a conclusione della nota controversia sul culto delle sacre immagini, fu definito che, secondo il magistero dei santi Padri e la tradizione universale della Chiesa, si potevano proporre alla venerazione dei fedeli, unitamente alla Croce, anche le immagini della Madre di Dio, degli Angeli e dei Santi sia nelle chiese che nelle case e lungo le strade.84 Quest'uso si è conservato in tutto l'Oriente e anche in Occidente: le immagini della Vergine hanno un posto d'onore nelle chiese e nelle case. Maria vi è raffigurata o come trono di Dio, che porta il Signore e lo dona agli uomini (Theotókos), o come via che conduce a Cristo e lo mostra (Odigitria), o come orante in atteggiamento di intercessione e segno di divina presenza sul cammino dei fedeli fino al giorno del Signore (Deisis), o come protettrice che stende il suo manto sui popoli (Pokrov), o come misericordiosa Vergine della tenerezza (Eleousa). Ella è di solito rappresentata con suo Figlio, il bambino Gesù che porta in braccio: è la relazione col Figlio che glorifica la Madre. A volte ella lo abbraccia con tenerezza (Glykofilousa); altre volte ieratica, ella sembra assorta nella contemplazione di colui che è il Signore della storia (Ap 5,9-14).85 Conviene anche ricordare l'Icona della Madonna di Vladimir, che ha costantemente accompagnato la peregrinazione nella fede dei popoli dell'antica Rus'. Si avvicina il primo millennio della conversione al cristianesimo di quelle nobili terre: terre di umili, di pensatori e di santi. Le Icone sono venerate tuttora in Ucraina, nella Bielorussia, in Russia con diversi titoli: sono immagini che attestano la fede e lo spirito di preghiera del buon popolo, il quale avverte la presenza e la protezione della Madre di Dio. In esse la Vergine splende come immagine della divina bellezza, dimora dell'eterna Sapienza, figura dell'orante, prototipo della contemplazione, icona della gloria: colei che sin dalla sua vita terrena, possedendo la scienza spirituale inaccessibile ai ragionamenti umani, con la fede ha raggiunto la conoscenza più sublime. Ricordo, ancora, l'Icona della Vergine del cenacolo, in preghiera con gli Apostoli nell'attesa dello Spirito: non potrebbe essa diventare come il segno di speranza per tutti quelli che, nel dialogo fraterno, vogliono approfondire la loro obbedienza della fede?.
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

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