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Discussione: Matteo - Non dare le perle ai porci

  1. #1
    Iscritto L'avatar di Ecros91
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    Matteo - Non dare le perle ai porci

    "Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi."

    Vorrei sapere perchè si fa una distinzione tra "cose sante" e "perle" e cosa significa che cani e porci possano voltarsi "per sbranarvi".
    Mi spieghereste tutto su questo insegnamento di Gesù?
    Grazie
    Ultima modifica di Ecros91; 17-09-2007 alle 19:09

  2. #2
    Matte89
    visitatore
    Allora qualcuno vuole cortesemente
    aiutare il nostro giovane amico?

  3. #3
    maxmenga
    visitatore

    Cani e porci.

    Nel linguaggio biblico i cani e i porci erano i pagani. Epiteti dispregiativi usati dagli ebrei nei confronti dei non ebrei.
    Secondo me, corregetemi se sbaglio, Gesù sta dicendo agli apostoli e ai discepoli di non distribuire le grazie della nostra fede a chi, manifestatamente, non è in grado di riceverle o, meglio, non le vuole ricevere.
    Un'attualizzazione pratica di questo insegnamento, che la nostra Chiesa italiana fa molta fatica ad applicare, è la somministrazione dei sacramenti anche a bambini alle cui spalle non c'è una famiglia che ne garantisca lo sviluppo.
    La fede cristiana è fatta per gli adulti. Gesù non ha predicato ai bambini ma agli adulti. Solo dopo diversi secoli (V/VI secolo) si battezzano i bambini poco dopo la nascita, quando, cioè, il cristianesimo si era assai diffuso. Ma il loro battesimo, ieri come oggi, ha senso solo se chi lo chiede (i genitori) si responsabilizza veramente per una crescita della fede del battezzato. Ora invece assistiamo a una distribuzione indiscriminata dei sacramenti, anche di fronte a situazioni incredibili. Non ci meravigliamo se poi certi battezzati non solo non praticano ma, adirittura, diventano nemici della Chiesa (ti si rivoltano contro e ti sbranano). L'apostasia c'è sempre stata ma perché favorirla?
    Mi piacerebbe un dibattito sull'argomento. Xirion.

  4. #4
    Veterano di CR L'avatar di franci65
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    IL BATTESIMO DEI BAMBINI


    INTRODUZIONE
    1. La pastorale del battesimo dei bambini è stata grandemente favorita dalla promulgazione del nuovo rituale redatto secondo le direttive del Concilio Vaticano II (1). Tuttavia non sono completamente dissipate le difficoltà avvertite dai genitori cristiani e dai curatori d'anime a causa della rapida trasformazione della società, che rende difficile l'educazione della fede e la perseveranza dei giovani.
    2. Molti genitori, infatti, sono angosciati nel vedere i loro figli abbandonare la fede e la pratica sacramentale, nonostante l'educazione cristiana che si sono sforzati di impartire loro, e alcuni curatori di anime si chiedono se non dovrebbero essere più esigenti prima di battezzare i bambini Alcuni ritengono preferibile differire il battesimo dei bambini fino al termine di un catecumenato di maggiore o minore durata; altri invece chiedono che venga riveduta la dottrina sulla necessità del battesimo almeno per quanto riguarda i bambini e auspicano che la celebrazione del battesimo sia rinviata ad una età nella quale sia possibile un impegno personale, o addirittura alle soglie dell'età adulta.
    Una simile messa in causa della pastorale sacramentale tradizionale non manca, però, di suscitare nella 'chiesa' il legittimo timore che venga compromessa una dottrina di così capitale importanza, quale la dottrina della necessità del battesimo; molti genitori, in particolare, sono scandalizzati nel veder rifiutare o differire il battesimo che essi chiedono per i loro bambini con piena coscienza dei propri doveri.
    3. Di fronte a tale situazione, e per rispondere alle numerose richieste che le sono state rivolte, la Congregazione per la dottrina della fede, dopo aver consultato diverse conferenze episcopali, ha preparato la presente istruzione. Con essa si propone di richiamare i principali punti dottrinali in . questo campo, che giustificano la prassi costante della chiesa nel corso dei secoli, e ne dimostrano il valore permanente, nonostante le difficoltà sollevate oggi. Verranno indicate, infine, alcune grandi linee per un'azione pastorale.

    Parte prima
    LA DOTTRINA TRADIZIONALE SUL BATTESIMO DEI BAMBINI


    Una prassi immemorabile
    4. Sia in oriente che in occidente la prassi di battezzare i bambini è considerata una norma di tradizione immemorabile. Origene, e più tardi s. Agostino, la ritenevano una "tradizione ricevuta dagli apostoli" (2). Quando poi, nel secolo II, appaiono le prime testimonianze dirette, nessuna di esse presenta mai il battesimo dei bambini come una innovazione. S. Ireneo in particolare considera ovvia la presenza tra i battezzati "di infanti e di bambini" a fianco degli adolescenti, dei giovani e dei più anziani (3). Il più antico rituale conosciuto, quello che all'inizio del III secolo descrive la Tradizione apostolica, contiene la seguente prescrizione: "Battezzate in primo luogo i bambini: tutti coloro che possono parlare da soli, parlino; per coloro invece che non possono parlare da soli, parlino i genitori o qualcuno della loro famiglia" (4). S. Cipriano, partecipando ad un sinodo dei vescovi africani, afferma che "non si può negare la misericordia e la grazia di Dio a nessun uomo che viene all'esistenza"; e lo stesso sinodo, richiamandosi all'"uguaglianza spirituale" di tutti gli uomini "di qualsiasi statura ed età", decretò che si potevano battezzare i bambini "già al secondo o terzo giorno dopo la nascita" (5).
    5. Indubbiamente, la prassi del battesimo dei bambini ha conosciuto un certo regresso nel corso del IV secolo. A quell'epoca, infatti, quando gli stessi adulti differivano la loro iniziazione cristiana, nel timore delle colpe future e nella paura della penitenza pubblica, molti genitori rinviavano, per gli stessi motivi, il battesimo dei loro bambini. Ma allo stesso tempo consta che vi furono dei padri e dottori quali Basilio, Gregorio nisseno, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Girolamo, Agostino, i quali, benché battezzati in età adulta per le stesse ragioni, tuttavia reagirono con forza contro una trascuratezza del genere, e scongiuravano gli adulti a non ritardare il battesimo, in quanto necessario alla salvezza (6) e alcuni di essi insistevano perché il battesimo fosse amministrato anche ai bambini (7).

    L'insegnamento dei magistero
    6. Anche i romani pontefici e i concili sono intervenuti spesso per richiamare ai cristiani il dovere di far battezzare i loro bambini. Alla fine dei IV secolo viene opposto alle dottrine pelagiane l'antico uso di battezzare i bambini, allo stesso modo che gli adulti, "per la remissione dei peccati". Tale uso come avevano rilevato Origene e s. Cipriano già prima di s. Agostino (8) confermava la fede della chiesa nell'esistenza del peccato originale, e di conseguenza appariva ancora più evidente la necessità del battesimo dei bambini. In tal senso intervennero i papi Siricio (9) e Innocenzo (10); in seguito il concilio di Cartagine del 418 condanna "coloro che negano che si debbano battezzare i bambini appena usciti dal seno materno" e afferma che "in virtù della regola della fede" della chiesa cattolica circa il peccato originale "anche i più piccoli, che non hanno ancora potuto commettere personalmente alcun peccato, sono veramente battezzati per la remissione dei peccati, perché mediante la rigenerazione sia purificato in essi ciò che hanno ricevuto dalla nascita" (11).
    7. Questa dottrina è stata costantemente riaffermata e difesa nel medioevo. In particolare il concilio di Vienne, nel 1312, sottolinea che "nel battesimo vengono conferite, sia ai bambini che agli adulti, la grazia informante e le virtù" e non viene solo rimessa la colpa (12). Il concilio di Firenze, nel 1442, riprende coloro che vogliono differire questo sacramento, e ammonisce che "si deve amministrare quanto prima possibile" il battesimo ai neonati, "mediante il quale sono sottrati al potere del demonio e ricevono l'adozione a figli di Dio" (13).
    Il concilio di Trento rinnova la condanna del concilio di Cartagine (14) e, richiamandosi alle parole di Cristo a Nicodemo, dichiara che "dopo la promulgazione del vangelo" nessuno può essere giustificato "senza il lavacro di rigenerazione o il desiderio di riceverlo" (15). Fra gli errori colpiti da anatema dal concilio si trova l'opinione degli anabattisti, secondo i quali era meglio "omettere il loro battesimo (dei bambini) piuttosto che battezzarli, siccome non credono con un atto personale, nella fede della chiesa" (16).
    8. I vari concili regionali e i sinodi celebrati dopo il concilio di Trento hanno insegnato con eguale fermezza la necessità di battezzare i bambini. Anche il papa Paolo VI, molto opportunamente, ha richiamato solennemente l'insegnamento secolare su questo punto, dichiarando che "il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano dall'acqua e dallo Spirito santo alla vita divina in Gesù Cristo" (17).
    9. I testi del magistero ora citati miravano soprattutto a ribattere degli errori; sono ben lungi, però, dall'esaurire la ricchezza della dottrina sul battesimo, quale è esposta nel Nuovo Testamento, nella catechesi dei santi padri e nell'insegnamento dei dottori della chiesa; il battesimo è infatti manifestazione del preveniente amore dei Padre, partecipazione al mistero pasquale del Figlio, comunicazione di una nuova vita nello Spirito; esso fa entrare gli uomini nell'eredità di Dio e li aggrega al corpo di Cristo, che è la chiesa.
    10. In tale prospettiva, l'avvertimento di Cristo nel Vangelo di s. Giovanni: "Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio" (18), deve essere inteso come l'invito di un amore universale e infinito; sono le parole di un Padre che chiama tutti i suoi figli e vuole il loro sommo bene. Questo appello irrevocabile e pressante non può lasciare l'uomo indifferente o neutrale, perché egli non può realizzare il suo destino se non accogliendo tale appello.

    La missione della chiesa
    11. La chiesa ha il dovere di rispondere alla missione affidata da Cristo agli apostoli dopo la sua risurrezione, e riportata in forma particolarmente solenne nel Vangelo secondo Matteo: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo" (19). La trasmissione della fede e l'amministrazione del battesimo, strettamente collegate in questo mandato del Signore, fanno parte integrante della missione della chiesa, che è universale e mai potrà cessare di esserlo.
    12. In tale senso la chiesa ha inteso la sua missione fin dai primi tempi, e non solamente riguardo agli adulti. Infatti in base alle parole di Gesù a Nicodemo essa "ha sempre ritenuto che i bambini non debbano essere privati del battesimo" (20). Quelle parole hanno, in realtà, una forma così universale e assoluta, che i padri le hanno giudicate atte per stabilire la necessità del battesimo, e il magistero le ha applicate espressamente al caso dei bambini (21); anche per essi questo sacramento è l'ingresso nel popolo di Dio (22) e la porta della salvezza personale.
    13. Perciò, mediante la sua dottrina e la sua prassi, la chiesa ha dimostrato di non conoscere altro mezzo, al di fuori del battesimo, per assicurare al bambini l'accesso alla beatitudine eterna: per cui si guarda dal trascurare la missione ricevuta dal Signore di far "rinascere dall'acqua e dallo Spirito" tutti coloro che possono essere battezzati. Quanto al bambini morti senza il battesimo, la chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come fa nel rito delle esequie disposto per essi (23).
    14. Il fatto che i bambini non possano ancora professare personalmente la loro fede non impedisce alla chiesa di conferire loro questo sacramento, poiché in effetti li battezza nella propria fede. Questo punto dottrinale era già chiaramente fissato da s. Agostino, il quale scriveva: "I bambini sono presentati per ricevere la grazia spirituale, non tanto da coloro che li portano sulle braccia (benché anche da essi, se sono buoni fedeli), quanto dalla società universale dei santi e dei fedeli... E' tutta la madre chiesa dei santi che agisce, poiché essa tutta intera genera tutti e ciascuno" (24). S. Tommaso d'Aquino, e dopo di lui tutti i teologi, riprendono lo stesso insegnamento: il bambino che viene battezzato non crede da solo, con un atto personale, ma tramite altri, attraverso "la fede della chiesa che gli è comunicata" (25). Questa stessa dottrina viene proposta anche nel nuovo rituale del battesimo, quando il celebrante chiede ai genitori, ai padrini e alle madrine di professare la fede della chiesa "nella quale i bambini vengono battezzati" (26).
    15. Tuttavia, per quanto la chiesa sia cosciente dell'efficacia della fede che opera nel battesimo dei bambini, e della validità del sacramento che essa conferisce loro, riconosce dei limiti alla sua prassi, poiché, eccettuato il caso di pericolo di morte, essa non ammette al sacramento senza il consenso dei genitori e senza la seria garanzia che al bambino battezzato verrà data un'educazione cattolica (27): si preoccupa infatti sia dei diritti naturali dei genitori, che delle esigenze di sviluppo della fede del bambino.

    Parte seconda
    RISPOSTA ALLE DIFFICOLTA' SOLLEVATE OGGI

    16. Alla luce della dottrina ricordata sopra, devono essere giudicate alcune opinioni espresse al nostri giorni a proposito del battesimo dei bambini, tendenti a mettere in discussione la legittimità di tale prassi, come norma generale.

    Battesimo e atto di fede
    17. Dalla considerazione che negli scritti del Nuovo Testamento il battesimo segue la predicazione del vangelo, suppone la conversione e s'accompagna alla professione di fede e che, inoltre, gli effetti della grazia (remissione dei peccati, giustificazione, rigenerazione e partecipazione alla vita divina) generalmente dipendono dalla fede più che dal sacramento (28), alcuni propongono che la successione "predicazione fede sacramento" venga eretta a norma, da applicarsi ai bambini, eccettuato il caso di pericolo di morte, e che per essi venga istituito un catecumenato obbligatorio.
    18. Indubbiamente la predicazione apostolica era indirizzata, di solito, agli adulti e i primi battezzati furono uomini convertiti alla fede cristiana. Poiché tali fatti sono riportati nei libri del Nuovo Testamento, ne può derivare l'opinione che in essi si consideri solo la fede degli adulti. Tuttavia, come si è ricordato sopra, la prassi del battesimo dei bambini si fonda su di una tradizione immemorabile di origine apostolica, la cui importanza non può essere disconosciuta: inoltre il battesimo non è mai amministrato senza la fede, che nel caso dei bambini è la fede della chiesa.
    D'altra parte, secondo la dottrina del concilio di Trento sui sacramenti, il battesimo non è soltanto un segno della fede: ne è anche la causa (29). Esso opera nel battezzato "l'illuminazione interiore", e perciò giustamente la liturgia bizantina lo chiama "sacramento dell'illuminazione" o semplicemente "illuminazione", cioè fede ricevuta, che pervade l'anima perché cada, davanti allo splendore del Cristo, il velo della cecità (30).

    Battesimo e appropriazione personale della grazia
    19. Si dice anche che ogni grazia, poiché destinata ad una persona, deve essere accolta coscientemente e fatta propria da colui che la riceve; cosa di cui il bambino è assolutamente incapace.
    20. In realtà, il bambino è persona molto prima di essere in grado di manifestarlo mediante atti di coscienza e di libertà, e come tale può già diventare figlio di Dio e coerede di Cristo mediante il sacramento dei battesimo. La sua coscienza e la sua libertà potranno in seguito, a partire dal loro risveglio, disporre delle forze infuse nell'anima dalla grazia battesimale.

    Battesimo e libertà dei bambino
    21. Si obietta anche che il battesimo dei bambini sarebbe un attentato alla loro libertà, in quanto è contro la loro dignità di persona imporre loro per il futuro degli obblighi religiosi che essi, in seguito, saranno forse portati a rifiutare. Sarebbe quindi meglio conferire il sacramento ad una età, in cui siano in grado di impegnarsi liberamente. Nel frattempo i genitori e gli educatori dovrebbero comportarsi in maniera riservata e astenersi da ogni pressione.
    22. Ma un tale comportamento è assolutamente illusorio: non esiste una libertà umana così pura, da poter essere immune da qualsiasi condizionamento. Già sul piano naturale, i genitori operano delle scelte indispensabili per la vita dei loro figli e li orientano verso i veri valori. Un comportamento della famiglia che pretendesse di essere neutrale per quanto riguarda la vita religiosa del bambino, in pratica risulterebbe una scelta negativa, che lo priverebbe di un bene essenziale.
    Quando si pretende che il sacramento del battesimo comprometta la libertà del bambino, si dimentica soprattutto che ogni uomo, anche non battezzato, in quanto è creatura, ha verso Dio degli obblighi imprescrittibili, che il battesimo ratifica ed eleva con l'adozione filiale. Si dimentica inoltre che il Nuovo Testamento ci presenta l'ingresso nella vita cristiana non come una servitù o una costrizione, ma come l'accesso alla vera libertà (31).
    Indubbiamente potrà capitare che il bambino, giunto all'età adulta, rifiuti gli obblighi derivanti dal suo battesimo. I genitori, nonostante la sofferenza che possono provarne, non hanno nulla da rimproverarsi per aver fatto battezzare il loro bambino e avergli dato un'educazione cristiana, come era loro diritto e dovere (32). Infatti, nonostante le apparenze, i germi della fede deposti nella sua anima potranno un giorno riprendere vita, e i genitori vi contribuiranno con la loro pazienza, il loro amore, la loro preghiera e la testimonianza autentica della loro fede.

    Il battesimo nell'attuale situazione sociologica
    23. Attenti ai legami della persona con la società, alcuni ritengono che in una società di tipo omogeneo, in cui i valori, i giudizi e i costumi formano un sistema coerente, il battesimo dei bambini sarebbe ancora conveniente; esso però sarebbe controindicato nelle odierne società pluralistiche, caratterizzate dall'instabilità dei valori e dai conflitti ideologici. In una situazione del genere, dicono, converrebbe differire il battesimo, finché la personalità del candidato non sia sufficientemente maturata.
    24. Senza dubbio la chiesa non ignora di dover tenere conto della realtà sociale. Ma i criteri dell'omogeneità e del pluralismo sono soltanto indicativi e non possono essere eretti a principi normativi, perché sono inadeguati a risolvere una questione propriamente religiosa, che di sua natura spetta alla chiesa e alla famiglia cristiana.
    Il criterio della "società omogenea" permetterebbe di affermare la legittimità del battesimo dei bambini, se la società è cristiana, ma porterebbe anche a negarla quando le famiglie cristiane fossero minoritarie, sia in una società a predominanza ancora pagana, sia in un regime di ateismo militante; il che, evidentemente, è inammissibile.
    Anche il criterio della "società pluralistica", non vale più del precedente, poiché in questo tipo di società la famiglia e la chiesa possono agire liberamente, e quindi dare una formazione cristiana.
    Del resto, una riflessione sulla storia dimostra chiaramente come l'applicazione di tali criteri "sociologici" nel primi secoli avrebbe paralizzato l'espansione missionaria della chiesa. Si deve inoltre aggiungere che ai nostri giorni troppo spesso ci si appella paradossalmente al pluralismo per imporre ai fedeli dei comportamenti, che in realtà impediscono l'uso della loro libertà cristiana.
    In una società, in cui la mentalità, i costumi e le leggi non si ispirano più al vangelo, è dunque di somma importanza che nelle questioni poste dal battesimo dei bambini si tenga conto soprattutto della natura e della missione proprie della chiesa. Il popolo di Dio, anche se mescolato con la società umana e costituito di diverse nazioni e culture, tuttavia possiede una propria identità, caratterizzata dall'unità della fede e dei sacramenti. Animato dallo stesso spirito e dalla stessa speranza, esso è un tutto organico, capace di creare, nei diversi gruppi umani, le strutture necessarie alla sua crescita. La pastorale sacramentale della chiesa, in particolare quella del battesimo dei bambini, deve inserirsi in questo contesto, e non dipendere da criteri riferibili unicamente alle scienze umane.

    Battesimo dei bambini e pastorale sacramentale
    25. Si riscontra, da ultimo, un'altra critica contro il battesimo dei bambini: esso deriverebbe da una pastorale priva di slancio missionario, più preoccupata di amministrare un sacramento, che di suscitare la fede e di promuovere l'impegno evangelico. Nel conservarlo, la chiesa cederebbe alla tentazione del numero e della "istituzione" (establishment); essa incoraggerebbe il mantenimento di una "concezione magica" dei sacramenti, mentre il suo vero compito sarebbe di dedicarsi all'attività missionaria, di far maturare la fede dei cristiani, di promuovere il loro impegno libero e cosciente, ammettendo, di conseguenza, delle tappe nella sua pastorale sacramentale.
    26. Senza dubbio, l'apostolato della chiesa deve tendere a suscitare una fede viva e a favorire una esistenza autenticamente cristiana, ma non si possono applicare, tali e quali, le esigenze della pastorale sacramentale degli adulti ai bambini che sono battezzati, come si è ricordato sopra, "nella fede della chiesa". Inoltre non si può trattare alla leggera la necessità del sacramento, che conserva tutto il suo valore e la sua urgenza, soprattutto quando si tratta di assicurare a un bambino il bene infinito della vita eterna.
    Quanto alla preoccupazione del numero, se ben compresa, essa non è una tentazione o un male per la chiesa, ma un dovere e un bene. Infatti la chiesa, definita da s. Paolo "corpo" di Cristo e sua "pienezza" (33), è nel mondo il sacramento visibile di Cristo; la sua missione è di estendere a tutti gli uomini il vincolo sacramentale che l'unisce al suo Signore glorificato. Per cui non può fare a meno di voler conferire a tutti, ai bambini come agli adulti, il sacramento primo e fondamentale del battesimo.
    Così compresa, la prassi del battesimo dei bambini è autenticamente evangelica, poiché ha valore di testimonianza; manifesta infatti l'iniziativa di Dio nel nostri confronti e la gratuità del suo amore che circonda tutta la nostra vita: "Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi... Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo" (34). Anche nel caso dell'adulto, le esigenze legate alla ricezione del battesimo (35) non devono far dimenticare che Dio "ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito santo" (36).

    Parte terza
    ALCUNE DIRETTIVE PASTORALI

    27. Anche se non è possibile ammettere certe proposte di oggi, quali l'abbandono definitivo del battesimo dei bambini e la libertà di scelta, qualunque ne sia il motivo, tra battesimo immediato e battesimo differito, non si può tuttavia negare la necessità di un approfondito sforzo pastorale, sotto certi aspetti rinnovato. Merita indicarne qui i principi e le grandi linee.

    Principi di questa pastorale
    28. E' molto importante richiamare innanzi tutto che il battesimo dei bambini deve essere considerato come una grave missione. Le questioni che essa pone ai curatori di anime non possono essere risolte se non tenendo fedelmente presenti la dottrina e la prassi costante della chiesa.
    Concretamente, la pastorale del battesimo dei bambini dovrà ispirarsi a due grandi principi, di cui il secondo è subordinato al primo:
    1) Il battesimo, necessario alla salvezza, è il segno e lo strumento dell'amore preveniente di Dio che libera dal peccato e comunica la partecipazione alla vita divina: per sé, il dono di questi beni non deve essere differito ai bambini.
    2) Devono essere prese delle garanzie perché tale dono possa svilupparsi mediante una vera educazione nella fede e nella vita cristiana, sicché il sacramento possa raggiungere pienamente la sua "realtà" (37). Di solito esse sono date dai genitori o dai parenti stretti, benché possano essere supplite in diverso modo nella comunità cristiana. Ma se tali garanzie non sono veramente serie, si potrà essere indotti a differire il sacramento, o addirittura a rifiutarlo, qualora siano certamente inesistenti.

    Il dialogo tra i curatori d'anime e le famiglie credenti
    29. In base ai due princìpi di cui sopra, si valuterà la reale situazione dei singoli casi mediante un colloquio pastorale tra il sacerdote e la famiglia. Per il colloquio con genitori cristiani regolarmente praticanti, le norme sono stabilite nella introduzione del rituale, di cui basterà ricordare qui i due punti più significativi.
    Innanzi tutto, è attribuita grande importanza alla presenza e alla partecipazione attiva dei genitori nella celebrazione; essi hanno ormai la priorità rispetto al padrini e alle madrine, la cui presenza è tuttavia ancora richiesta, poiché il loro concorso nell'educazione rimane prezioso e talvolta necessario.
    In secondo luogo, si deve attribuire grande importanza alla preparazione del battesimo. I genitori devono preoccuparsene, avvertire i loro pastori d'anime della nascita attesa, prepararsi spiritualmente. Da parte loro i pastori visiteranno le famiglie, anzi cercheranno di riunirne insieme diverse e impartiranno loro la catechesi ed altri opportuni suggerimenti, e inoltre le inviteranno a pregare per i bambini, che si accingono a ricevere (38).
    Nel fissare la data della celebrazione stessa ci si atterrà alle indicazioni del rituale: "Si tenga conto anzitutto della salute del bambino, perché non resti privo del beneficio del sacramento; poi delle condizioni di salute della madre, affinché per quanto è possibile possa essere presente di persona; si tenga conto infine salvo il bene preminente del bambino delle esigenze pastorali, e cioè del tempo indispensabile per preparare i genitori e disporre la celebrazione in modo che appaia chiaramente il significato e la natura del rito". Il battesimo, quindi, avrà luogo senza alcun ritardo "se il bambino è in pericolo di morte", altrimenti, di solito "entro le prime settimane dopo la nascita del bambino" (39).

    Il dialogo dei curatori d'anime con le famiglie poco credenti o non cristiane
    30. Potrebbe capitare che si rivolgano ai parroci dei genitori poco credenti e praticanti solo occasionalmente, o anche non cristiani, i quali per motivi degni di considerazione chiedono il battesimo per il loro bambino.
    In questo caso si cercherà, con un colloquio perspicace e pieno di comprensione, di suscitare il loro interesse per il sacramento che chiedono e di richiamarli alla responsabilità che si assumono.
    La chiesa, infatti, non può venire incontro al desiderio di questi genitori, se essi non danno la garanzia che, una volta battezzato, il bambino riceverà l'educazione cristiana richiesta dal sacramento; essa deve avere la fondata speranza che il battesimo porterà i suoi frutti (40).
    Se le garanzie offerte ad esempio la scelta dei padrini e madrine che si prenderanno seria cura del bambino, o l'aiuto della comunità dei fedeli sono sufficienti, il sacerdote non potrà rifiutarsi di amministrare senza indugio il battesimo, come nel caso dei bambini di famiglie cristiane. Ma se le garanzie sono insufficienti, sarà prudente differire il battesimo; tuttavia i parroci dovranno mantenersi in contatto con i genitori, in modo da ottenere da essi, per quanto è possibile, le condizioni richieste da parte loro per la celebrazione dei sacramento. Se poi non fosse possibile neppure questa soluzione, si potrebbe proporre, come ultimo tentativo, l'iscrizione del bambino in vista di un catecumenato, all'epoca della scolarità.
    31. Le presenti norme, già promulgate ed entrate in vigore (41), richiedono alcuni chiarimenti.
    Deve essere chiaro, anzitutto, che il rifiuto del battesimo, non è una forma di pressione. Del resto non si deve parlare di rifiuto, né tanto meno di discriminazione, ma di un rinvio di natura pedagogica, che tende, secondo i casi, a far progredire la famiglia nella fede o a renderla più cosciente delle proprie responsabilità.
    Quanto alle garanzie, si deve ritenere che ogni assicurazione che offra una fondata speranza circa l'educazione cristiana dei bambini merita di essere giudicata sufficiente.
    L'eventuale iscrizione in vista di un futuro catecumenato non deve essere accompagnata da un apposito rito, che potrebbe essere considerato come l'equivalente del sacramento stesso. Deve essere chiaro, inoltre, che tale iscrizione non è veramente un ingresso nel catecumenato e che i bambini così iscritti non sono da considerarsi catecumeni con tutte le prerogative proprie di quello stato. Essi dovranno essere presentati, in seguito, ad un catecumenato adeguato alla loro età. A questo proposito, si deve precisare che l'esistenza di un Rito dell'iniziazione cristiana dei fanciulli nell'età del catechismo, nel Rito dell'iniziazione cristiana degli adulti (42), non significa affatto che la chiesa preferisca o consideri come normale il rinvio del battesimo a quella età.
    Infine, in quelle regioni in cui le famiglie poco credenti o non cristiane costituiscono la maggioranza della popolazione, al punto da giustificare da parte delle conferenze episcopali l'introduzione di una pastorale d'insieme che preveda un intervallo più lungo di quello stabilito dalla legge generale prima della celebrazione del battesimo (43), le famiglie cristiane che vi dimorano conservano integro il loro diritto di far battezzare prima i loro bambini. In questo caso si amministrerà, dunque, il battesimo, come desidera la chiesa e come meritano la fede e la generosità di quelle famiglie.

    Il ruolo delle famiglie e della comunità parrocchiale
    32. L'impegno pastorale svolto in occasione del battesimo dei bambini deve essere inserito in un'attività più ampia, estesa alle famiglie e a tutta la comunità cristiana.
    In tale prospettiva è importante intensificare l'azione pastorale dei fidanzati, negli incontri in preparazione al matrimonio, e poi degli sposi novelli. Secondo le circostanze, si farà appello a tutta la comunità ecclesiale, e in particolare agli educatori, agli sposi cristiani, ai movimenti impegnati nella pastorale familiare, alle congregazioni religiose e agli istituti secolari. Nel loro ministero i sacerdoti dedichino ampio spazio a questo apostolato. Soprattutto richiamino i genitori alla responsabilità di suscitare ed educare la fede dei loro bambini. Spetta infatti ad essi dare avvio all'iniziazione cristiana del bambino ed insegnargli ad amare Cristo come un amico intimo, e inoltre formarne la coscienza. Tale compito sarà tanto più fecondo e facile, quanto più si appoggerà sulla grazia battesimale infusa nell'animo del bambino.
    33. Come indica chiaramente il rituale, la comunità parrocchiale e in particolare il gruppo dei cristiani che costituiscono l'ambiente umano della famiglia, devono svolgere un loro ruolo nella pastorale del battesimo. Infatti "il popolo di Dio, cioè la chiesa, che trasmette e alimenta la fede ricevuta dagli apostoli, considera suo compito fondamentale la preparazione al battesimo e la formazione cristiana" (44). Questa partecipazione attiva del popolo cristiano, già entrata nella prassi quando si tratta di adulti, è richiesta anche nel battesimo dei bambini, nel quale "il popolo di Dio, cioè la chiesa, presente nella comunità locale, ha un compito importante" (45). D'altra parte la comunità stessa trarrà un grande vantaggio spirituale e apostolico dalla cerimonia del battesimo. Infine, l'azione della comunità si prolungherà, anche dopo la celebrazione liturgica, nel concorso degli adulti alla educazione della fede dei giovani, sia con la testimonianza della loro vita cristiana che con la partecipazione alle diverse attività catechistiche.

    CONCLUSIONE
    34. Rivolgendosi ai vescovi, la Congregazione per la dottrina della fede ha piena fiducia che essi, nell'esercizio della missione ricevuta dal Signore, si premureranno di richiamare la dottrina della chiesa sulla necessità del battesimo dei bambini, di promuovere una pastorale adeguata, e di ricondurre alla prassi tradizionale coloro che, mossi forse da preoccupazioni pastorali comprensibili, se ne sono allontanati. Si augura inoltre che l'insegnamento e gli orientamenti della presente istruzione giungano a tutti i curatori di anime, ai genitori cristiani e alla comunità ecclesiale, in modo che tutti si rendano conto delle loro responsabilità e contribuiscano, mediante il battesimo dei bambini e la loro educazione cristiana, alla crescita della chiesa, corpo di Cristo.

    Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'udienza accordata al sottoscritto prefetto, ha approvato la presente istruzione, decisa nella riunione ordinaria di questa s. congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, il 20 ottobre 1980.

    FRANJO card. SEPER, prefetto
    Fr. JEROME HAMER, O.P., arcivescovo tit. di Lorium, segretario

    http://www.ratzinger.it/documenti/ba...deibambini.htm
    Mirabile intimità d'unione era stata quella di Nazareth,
    un vero paradiso in terra!

  5. #5
    Credo che significa anche che chi è in peccato mortale non può accedere ai sacramenti. Però è un'opinione personale.

  6. #6
    Un'attualizzazione pratica di questo insegnamento, che la nostra Chiesa italiana fa molta fatica ad applicare, è la somministrazione dei sacramenti anche a bambini alle cui spalle non c'è una famiglia che ne garantisca lo sviluppo.


    Non sono d'accordo, caro Collega.

    Ritengo altresì sia un segno di misericordia e di retta cosicenza il fatto che la Chiesa (il cui diritto ha l'obiettivo finale unico della "salus animarum") non applichi questo principio rispetto ai fanciulli.

    Interpretare questo passo senza una contestualizzazione storica (errore spesso commesso da numerose eresie che vanno da talune forme di protestantesimo ai Testimoni di Geova) e con una tendenza letteralistica significa non soltanto distorcere il senso delle Scritture, ma, di più e peggio, venire meno a quella morale cristiana cui Gesù stesso ci ha vincolati.

    Da un punto di vista testuale, è sicuramente vero che al tempo di Matteo i pagani erano indicati anche con espressioni spregiative come quelle che compaiono nel testo.

    Certo è corretta l'interpretazione che vuole queste parole chiamare in causa i non cristiani, ma decontestualizzare questo asserto e farne una linea di condotta da applicarsi anche ai nostri tempi non è affatto saggio.

    All'epoca predicare ai pagani costituiva, oltre che uno sforzo spesso vano, anche un pericolo oggettivo per i cristiani (anche a questo allude con probabilità il riferimento ai porci che si voltano per sbranare chi ha tentato di offrire loro qualcosa di prezioso).

    E' dunque legittimo interpretare il passo di Matteo anche come un invito alla prudenza particolarmente opportuno a quei tempi.

    Oggi un invito del genere non troverebbe certamente un riscontro nella realtà che viviamo (tranne che per quelle zone della terra dove i cristiani sono ancora perseguitati a motivo della loro fede).

    La Bibbia è fatta di Rivelazione così come di elementi e dati che definiscono gli autori come uomini del proprio tempo. Elementi e dati che è certamente errato interpretare in senso letteralistico.

    Oggi i "cani" e i "porci" non possono essere più identificati con i non credenti nè tantomeno coi fanciulli che non siano supportati, nel ricevere i sacramenti, da una famiglia in grado di fornire loro una solida educazione cristiana e nella fede (tutti hanno diritto a conseguire quella salus animarum che se secondo la legge canonica spesso non può essere negata neppure per colpe proprie del fedele, tantomeno potrà negarsi per colpe altrui).

    Da questo passo di Matteo, dunque, si può soltanto trarre una massima di prudenza e saggezza che deriva dalla razionalità umana: il precetto che impone il rispetto del nome di Dio e di tutta la realtà sacra da esso evocata.

    E' un invito ad avere senso del sacro e alla virtù della religione (intendendo il termine nella sua accezione primigenia di "religio-onis" ossia di senso di reverenza e di scrupolo verso ciò che è buono e santo) e va interpretato in stretta connessione con il Secondo Comandamento che prescrive il rispetto del nome Divino (quello stesso comandamento che ha condotto gli Ebrei a non scrivere in modo vocalizzato e a non pronunziare il nome di Dio e i Cristiani a formulare il divieto della blasfemia o della semplice imprecazione).

    Ciò che ci deve rimanere da queste parole è un monito ad un saggio uso della parola in rapporto alle cose sante nonchè alla prudenza e al discernimento, qualità che porteranno il fedele alla capacità di scegliere il vero bene e i mezzi adeguati per compierlo.

    Non tutti sono in grado di apprezzare le verità che un cristiano ha da offrire. Per questo è bene che il suo agire nel mondo sia improntato a saggezza e prudenza nel diffondere la Buona Novella.

    Spero di essere stato sufficientemente chiaro e non troppo tedioso.

    ad maiora!

    MJ
    Ultima modifica di Michael Hierosolymitanus; 20-09-2007 alle 14:36

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Michael Hierosolymitanus Visualizza Messaggio

    Spero di essere stato sifficientemente chiaro e non troppo tedioso.
    Sei stato chiarissimo e niente affatto tedioso. Approvo in pieno la tua lettura del testo in questione.

    P.S. Se solo scrivessi più piccolo, sarebbe più semplice leggerti...opinione personale, però.

  8. #8
    Per la scrittura, credo dipenda molto dalla risoluzione del monitor.

    Ho usato un "Georgia" a dimensione "3" che dovrebbe corrispondere più o meno al "14" di MS Word.

    Per il futuro userò la dimensione "2"! Grazie della segnalazione!

    saluti

    MJ

  9. #9
    Rispetto a questa tematica mi torna alla mente un fatto di cronaca che fece (giustamente) parecchio scandalo alcuni anni fa.

    Un parroco rifiutò d'amministrare la Prima Comunione a un bambino affetto da sindrome di Down.

    Il fatto avvenne davanti a tutta l'assemblea solennemente riunita per la festosa cerimonia.

    Arrivato al bambino in questione, il parroco passò oltre dopo aver proferito: "non date le margherite ai porci" (dimostrando, oltre che una scarsa carità cristiana, i presupposti per uno zero in latino giacchè "margarita" in latino significa primieramente "perla").

    Inutile dire che il prete fu richiamato prima dal proprio Vescovo e successivamente dallo stesso Giovanni Paolo II che invitò il piccolo a ricevere la comunione in Vaticano.

    Il parroco tentò di difendersi obiettando che a suo avviso il bambino non aveva la capacità di comprendere l'importanza del Sacramento che si accingeva a ricevere a causa del suo stato mentale.

    Una giustificazione che non ha pregio per un duplice ordine di ragioni:

    1. anche ammettendo che l'infermità mentale del giovane fosse stata così grave da impedirgli la comprensione del valore della comunione, il parroco avrebbe ben potuto escluderlo dal sacramento durante il corso preparatorio, evitando così un atto di cattivissimo teatro come quello consumatosi in Chiesa.

    2. il principio della dottrina canonistica per la valida amministrazione dei sacramenti è quello della "comprensione minima". In altri termini, il fedele che si accosta al sacramento dev'essere in grado, per riceverlo validamente da una prospettiva canonistica, di comprenderne il significato in modo elementare e secondo le sue facoltà mentali e intellettive. Questo comporta che anche il menomato mentale può, a suo modo, comprendere che la comunione è il segno tangibile del rapporto e dell'amicizia con Gesù e che vincola a una determinata condotta.

    Ecco dunque, ritornando all'argomento principale, che un'erronea interpretazione restrittiva del passo in parola non può che condurre a conseguenze deleterie, sicuramente ben poco umane e ancor meno cristiane.

    Riesce molto difficile, dunque, pensare che un Apostolo del Signore volesse definire "cani" o "porci" i bambini meno fortunato o quelli che non abbiano una famiglia disposta a farli crescere secondo un'educazione compiutamente cristiana.

    un saluto

    MJ
    Ultima modifica di Michael Hierosolymitanus; 20-09-2007 alle 16:07

  10. #10
    maxmenga
    visitatore
    Ciao a tutti. Cerco di rispondere come posso al bell'intervento di Michael.
    Premesso che non mi permetterei mai di chiamare “cani” e “porci” i bambini che non posseggono alle spalle una famiglia che ne garantisca l’educazione cristiana – tra l’altro vorrei conoscere una famiglia che possa garantire quest’educazione, considerando che siamo tutti peccatori e che tutti ci sforziamo di essere cristiani – né le loro famiglie, né il peggiore dei peccatori, penso, e forse sbaglio, che l’insegnamento che traiamo dalla Sacra Scrittura debba essere trasferito ai nostri giorni e calato nella nostra realtà. Il tuo riferimento alle possibili persecuzioni, che poi sono puntualmente avvenute e che, per altro, erano state preannunciate dallo stesso Gesù (Mt. 5,11; Lc.21,12; Gv. 15,20), non mi sembra che possa essere applicato al testo. Pensa alla predicazione di Paolo, che andò persino sull’Areòpago di Atene, ottenendo per altro uno scarso successo. Le sue persecuzioni furono più causate dai giudei che non dai pagani e, in ogni caso, era un rischio che i primi cristiani conoscevano bene e che, se non l'avessero affrontato a viso aperto, non so se noi saremmo qui a parlarne ora (salva la potenza divina che scrive diritto sulle righe storte degli uomini).
    Che poi un tale invito sia inutile al giorno d’oggi, esclusi i paesi islamici o la Cina per dirla chiara, non ne sarei tanto sicuro. Guarda cosa avviene nei paesi anglosassoni in tema di discriminazione religiosa. Certo il nostro stile occidentale è “political correct”, ma non per questo meno avverso al cristianesimo in generale e al cattolicesimo in particolare.
    Ma a me non premeva tanto stigmatizzare la situazione della somministrazione del battesimo ai bambini, o la somministrazione di altri sacramenti nelle stesse condizioni: l’eucaristia, la cresima, il matrimonio, la penitenza.. Ognuno di essi meriterebbe una trattazione a parte e, in ogni caso, non è neanche questo quello che mi preme.
    In una società come la nostra, che definire pagana non sarebbe una temerarietà, è necessario, secondo me, che la comunità cristiana esprima il proprio essere Chiesa attraverso segni forti. Una maggiore attenzione e serietà nella somministrazione dei sacramenti rientrava in quest’ottica. L’uomo di oggi, in generale, non avverte la Chiesa, la sua liturgia, il suo operare come significativo per la sua vita. Non avverte più Gesù Cristo come significativo per la sua vita. Al massimo l’avverte come un uomo insigne, alla stessa stregua di un Gandhi, di un Martin Luther King, e via discorrendo. Come fargli capire che qui si gioca non solo la sua vita presente, ma anche quella futura ed eterna?
    Gesù disse: “…Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri…” (Gv. 13,35). Questo è il punto nodale e lo è sempre stato. La Chiesa, nel suo complesso, fa tanto bene nel mondo ma, come al solito, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Bisogna trovare il modo di rendere più visibile la presenza di Dio nel mondo.
    Ma qui mi fermo perché non ho idee in proposito.

    Ariciao a tutti. Xirion.

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