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Discussione: Opere di misericordia spirituale e corporale: spiegazione

  1. #1
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    Opere di misericordia spirituale e corporale: spiegazione

    Una piccola spiegazione delle opere di misericordia.


    La misericordia, che letteralmente significa avere un cuore per il misero, è associata ad una beatitudine di Gesù Cristo : Beati i misericordiosi (congratulazioni per i misericordiosi) : perché troveranno misericordia ! Praticando la misericordia andiamo quindi incontro alla misericordia di Dio verso di noi. Questo dovrebbe essere il punto di partenza. Per praticare la misericordia non c’è bisogno di essere dei cristiani super-convertiti, super-istruiti, super-realizzati (ma tali cristiani non esistono e non sono mai esistiti). Basti pensare che la possibilità di praticare la più grande opera di misericordia, l’annunzio del Vangelo, la Chiesa la riconosce anche ai bambini cristiani, in forza e per virtù del loro Battesimo. Se Gesù Cristo, attraverso la Chiesa, affida anche ai bambini l’opera più grande, evangelizzare, vuol dire che si fida molto più di noi di quanto noi ci fidiamo di noi stessi. Questa è una cosa da tenere sempre presente.
    La seconda cosa da ricordare è che Gesù Cristo prima di affidarci e invitarci alla misericordia, alla pratica della misericordia, sa esattamente come siamo e chi siamo e , nonostante questo, ci invita a praticarla. Tutti infatti preferiamo agire essendo preparati, sentendoci a posto, avendo fatto, come si dice, tutti i compiti, sentendoci almeno con la coscienza a posto per aver fatto tutto quello che potevamo fare. Cosa succede , il più delle volte? Che ci scopriamo impreparati, difettosi, colpevoli e rinunciamo dicendo a noi stessi e a Dio : "no, guarda, penso che ancora non sono pronto, devo togliermi questo vizio, devo pregare di più. Quando sarò diventato santo, quando pregherò ininterrottamente tutto il giorno, quando mi convertirò veramente, allora farò le opere di misericordia come tu vorresti che fossero fatte." Caspita, ci diamo anche la risposta del Signore! E invece non è così. Dio, in Gesù Cristo, ha predisposto per noi fin dall’eternità delle opere di misericordia. E fin dall’eternità ci conosceva. Quindi, di nuovo, non sentiamoci più divini di quanto sia Dio stesso. Anzi Dio vuole che proprio tu, così come ti trovi oggi, con quelle difficoltà che hai, con quelle virtù nascoste che hai, con le tue spine, con le tue gioie, con i tuoi pensieri profondi, con i tuoi pensieri meschini, con in testa il Vangelo o l’ultima battuta del telefilm che ti fa tanto ridere, ha voluto e vuole che tu oggi cammini nella misericordia.
    La terza cosa da ricordare è che quello che conta, nella pratica della misericordia, non è l’efficacia dell’opera. L’opera in sé va perduta nel tempo, tutte le opere. Ma ciò che dell’opera rimane in eterno e che ci seguirà anche nella vita eterna è lo spirito dell’opera : questo rimane in eterno perché la carità non avrà mai fine.
    Infine, ma è la cosa più importante, possiamo compiere le opere di misericordia solo se lasciamo che la grazia di Dio operi in noi, se non opponiamo resistenza allo Spirito santo. Solo se lo Spirito abita, opera e dialoga in noi, possiamo avere un cuore di misericordia. I molti fallimenti che tutti abbiamo registrato in questo campo dipendono dal non aver portato con noi, come le vergini stolte, lo Spirito Santo senza il quale, come dice la sequenza di Pentecoste, nulla c’è nell’uomo. E che vuol dire non opporre resistenza alla grazia, allo Spirito Santo? Significa accettare di essere creature, di non essere Dio, di lasciare che Dio ci plasmi e che faccia di noi, che siamo creta, un’opera d’arte, la sua opera.
    Questa era la premessa ed ora, come tutti sanno, ricordiamo che la Chiesa ha voluto, come posso dire, "catalogare" le opere di misericordia non tanto per definirle quanto per evidenziare degli aspetti importanti dell’antropologia, cioè dell’essere costitutivo dell’tuomo.
    In semplici parole, noi siamo esseri costituiti da anima ( o meglio spirito) e corpo. Ciò che dà vita al nostro corpo è lo spirito dell’uomo che è in noi tanto che molti autori cristiani hanno pensato che non sia tanto l’anima ad abitare nel corpo (questa è una visione della filosofia greca) quanto sia il corpo ad abitare nell’anima. Quando il corpo perde il contatto con lo spirito, nella morte, il corpo muore. Lo spirito invece non muore pur desiderando di riprendere in sé il corpo, essendo l’uomo unione di queste due sostanze. Così ci ha voluto e pensato Dio ed è meraviglioso.
    La Chiesa pertanto distingue tra opere di misericordia spirituale, dirette allo spirito dell’uomo, e opere di misericordia corporale, dirette al corpo dell’uomo. Questa, dicevo, è solo una distinzione pedagogica perché sia le une che le altre coinvolgono sia l’anima che il corpo. Ma la Chiesa ha tenuto a distinguerle per ribadire l’importanza di entrambe le sostanze per la realtà dell’uomo.


    Cominceremo quindi a parlare delle opere di misericordia spirituale e corporale trattandole a coppia.


    L’opera di misericordia spirituale di consigliare i dubbiosi e l’opera di misericordia corporale di
    dar da bere agli assetati.

    E qui incominciamo già a protestare. "Come, io che ho già i miei dubbi, che non so consigliare nemmeno me stesso, come posso, come pretenderei di saper consigliare chi è nel dubbio? "Oppure diciamo: "ma questo io l’ho sempre fatto, ho sempre consigliato gli altri, anzi, vedo tante persone intorno a me, che, pur non essendo cristiane, sanno e riescono a dare dei buoni consigli." Questo dal lato spirituale. Dal lato corporale, non ne parliamo. Subito pensiamo che il problema della sete sia un problema economico-idrogeologico-tecnico e che tutto sommato non ci riguarda. Qualcun altro, più competente di noi, può e sicuramente farà meglio di quello che possiamo fare noi. Così rimaniamo delusi da quanto ci propone la Chiesa e con la convinzione che queste due opere siano soltanto esempi anacronistici di misericordia.
    Questo è falso.
    Consideriamo infatti l’acqua dal punto di vista fisico e spirituale. Noi uomini siamo fatti di acqua, letteralmente, in senso fisico. La percentuale di acqua è dell’85% nell’embrione umano, del 75% nel bambino piccolo per arrivare a circa il 50% nella terza età. Possiamo stare senza mangiare per due-tre settimane senza conseguenze per la nostra salute, ma non possiamo prolungare il digiuno di acqua per più di una settimana senza conseguenze molto gravi. Inoltre abbiamo bisogno di acqua pulita, di acqua che sappia di acqua, e anche di acqua fresca (non per nulla Gesù dice che non perderà la sua ricompensa chi avrà dato ai miei discepoli anche soltanto un bicchiere di acqua fresca). Oggi gli uomini moderni fanno la scoperta dell’acqua calda ribadendo sui giornali, in televisione, nei convegni che l’acqua è il problema del terzo millennio. La Chiesa l’ha sempre saputo. Si potrebbe anche scrivere un libro su quanto dice la Scrittura sull’’acqua, sui pozzi,su Agar, il diluvio, il deserto e tutto il resto.
    Ma rimaniamo al Vangelo. “Perché ero assetato e mi avete dato da bere”.
    E’ parola del Signore che Egli ci chiederà conto su questo.
    Il che significa che oggi anche per noi da qualche parte c’è Gesù Cristo assetato che mendica da noi l’acqua. Non ci chiede di risparmiare l’acqua, di fare meno docce ecc. : ci chiede dell’acqua. Non ditemi che non lo vedete. Forse possiamo pensare che sia molto lontano. Il problema è un altro. Noi non crediamo che Cristo sia presente negli assetati di oggi, in chi è costretto a fare chilometri e ore e fatica per raccogliere un bidone di acqua sporca. Se, come crediamo che nel Tabernacolo ci sia il corpo e sangue di Cristo, se, in un modo altrettanto vero, anche se differente, credessimo che in quella donna ci fosse Gesù Cristo stesso, la cosa sarebbe diversa. Ora non diciamo: "cosa dobbiamo fare?" Cerchiamo di non girarci troppo intorno. Io so cosa devo o dovrei fare. Se poi non lo faccio è un altro discorso. Per dirla brutalmente: se, potendo, non sostengo economicamente le iniziative, soprattutto quelle intraprese dai cristiani, per soddisfare il fabbisogno idrologico delle popolazioni assetate, io so che sto voltando la faccia a Gesù Cristo assetato sulla via del Golgota.
    Tutti ammiriamo le persone che non hanno dubbi, che sono sicure del fatto loro. Le ammiriamo ma ci stanno anche antipatiche. Perché il dubbio è umano e, in alcuni casi, oserei dire, anche divino se lo stesso Gesù Cristo si è chiesto: “ma il Figlio dell’uomo, alla sua venuta, troverà la fede sulla terra?”. Nello stesso tempo Gesù è venuto per togliere dal cuore dell’uomo il suo fondamentale dubbio : "Dio, ma Tu, mi ami?" La risposta di Gesù Cristo è un sonoro ed eterno : "sì! "
    Ora sappiamo che lo Spirito Santo è non solo il Consolatore ma anche il Consigliatore, donatore del dono del consiglio, Spirito amico dell’uomo che lo porta attraverso ispirazioni, incontri ed esperienze a trovare la strada che Dio vuole che percorra. Ma lo Spirito si serve anche degli uomini, si serve anche di te. E forse proprio tu o proprio io, proprio noi che non riusciamo a vedere le soluzioni dei nostri personali problemi, possiamo essere illuminati sui problemi degli altri. Non si tratta di essere dei vecchi saggi. Si tratta prima di tutto di saper ascoltare. Questo è difficilissimo. Forse, se hai da Dio la grazia di ascoltare, ma veramente, qualcuno che ti parla dei suoi problemi, ti capiterà di vedere come , anche se non sai come consigliare l’altro, per il solo fatto che questa persona ha trovato qualcuno che l’ha ascoltato, i problemi acquistano un punto di vista diverso, forse alla fine del suo discorso, questa persona ti ringrazierà perché ha intravisto una soluzione. Da dove è emersa questa soluzione? Dall’amore di una persona che l’ha guardata e ascoltata come un essere degno di essere ascoltato e amato. Oppure Dio ti ispirerà qualcosa da dire, qualcosa che devi avere il coraggio di dire anche se umanamente ti costa. Ricorda comunque questa parola della Scrittura:

    Le parole della bocca dell'uomo sono acqua profonda,
    la fonte della sapienza è un torrente che straripa”

    Placando la sete di verità di colui che dubita con un consiglio sapiente che viene dal Signore, avrai scavato per lui un pozzo di acqua fresca.

    ( P.S. non credere però di cavartela così, la Scrittura è stata scritta per la nostra consolazione, è vero: ma ricorda anche quel Gesù assetato).
    Buona notte!

  2. #2
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    Anzitutto i complimenti a Signor Veneranda per questa bella iniziativa.

    Mi permetto alcune osservazioni.

    Poi, il "catalogo" delle 7 opere di misericordia corporale e 7 spirituale non e', per cosi' dire, esaustivo, ma piuttosto esemplificativo. Sono degli esempi particolarmente importanti e frequenti, ma non sono gli unici esempi pensabili in cui si possa esercitare la misericordia.

    Per fare un esempio terra-terra, soccorrere uno che sta annegando non rientra nelle "7", ma senz'altro e' un'opera di misericordia.

    Infine, il "dar da bere agli assetati", che sembra cosi' remoto dalle nostre attuali problematiche, e' in realta' una necessita' bruciante ed attualissima: in Africa ci sono popolazioni intere che sono condannate alla poverta', al sottosviluppo se non addirittura alla morte a causa della mancanza di acqua potabile. Non per niente una delle prime opere che i missionari e le Onlus umanitarie realizzano in quei paesi e' quella della costruzione di pozzi

  3. #3
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    Opere di misericordia : ammonire i peccatori –vestire gli ignudi

    L’opera di misericordia spirituale di ammonire i peccatori


    Forse prima di esporre in cosa consiste questa opera di misericordia bisognerebbe dire cosa non è.
    Infatti una delle cose più certe del cristianesimo è il comandamento che Gesù ci ha dato : “non giudicate e non sarete giudicati. Perché con quel giudizio con cui tu giudichi sarai giudicato e con quella misura con cui misuri, tu stesso sarai misurato”.
    E’ completamente contrario al cristianesimo ergersi a giudice del nostro prossimo.
    Addirittura S. Paolo arriva a dire che egli non giudica neanche se stesso.
    Uno solo infatti è il giudice dei vivi e dei morti : Gesù Cristo, così come confessiamo nel Credo.
    Se vedo qualcuno che pecca… Già questo punto è molto importante. Dio stesso, nel libro della Genesi, va a vedere personalmente il peccato di Sodoma e Gomorra.

    Il SIGNORE disse: «Siccome il grido che sale da Sodoma e Gomorra è grande e siccome il loro peccato è molto grave, io scenderò e vedrò se hanno veramente agito secondo il grido che è giunto fino a me; e, se così non è, lo saprò».

    Riflettiamo un attimo su queste parole. L’Onnisciente vuole sincerarsi di un peccato noto il cui grido giunge fino alle sue orecchie. Io scenderò e vedrò. Chiediamoci quante volte ci siamo accertati con i nostri occhi del peccato del nostro prossimo. Non è forse vero che normalmente diamo per scontato un peccato che c’è stato solo riferito? Qui dobbiamo fare molta attenzione. Si parla tanto di garantismo. Dio è in assoluto il massimo garantista. Scenderò e vedrò se hanno veramente agito così. Ma forse un peccato di cui possiamo essere certi è il peccato di cui siamo testimoni diretti. Qui si danno due casi: che il peccatore sia un cristiano o un pagano. Nel primo caso Gesù è molto esplicito:
    Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello. Fra te e lui solo. Qui viene tagliato alla radice il pettegolezzo e la calunnia. Qui se tu con tuo fratello, soli. E’ molto importante questo comando del Signore, perché la prima cosa che invece siamo tentati di fare, vedendo qualcuno sbagliare, è quella di parlarne con qualcun altro. Qui commettiamo un peccato molto grave, in un certo senso contro l’opera di misericordia corporale di vestire gli ignudi. Infatti il peccato è nudità come ci ricorda la Genesi : “si accorsero allora di essere nudi”. Noi di fronte alla nudità del peccatore, parlandone con gli altri scopriamo ancora di più la nudità del nostro fratello. Dio invece la prima cosa che fa è rivestire Adamo. La carità infatti copre una moltitudine di peccati.
    Ma torniamo a questo momento in cui Dio ti dà la grazia di parlare in disparte con il tuo fratello che sta sbagliando. Dico che è una grazia perché nessuno di noi vorrebbe affrontare da solo il fratello che ha commesso una colpa. Molto più facile presentarsi con un piccolo sinedrio al seguito. E invece no. Perché solo in una condizione di debolezza possiamo ammonire il nostro fratello. Perché l’importante, ci dice Gesù, non è tanto che venga denunciato il peccato. L’importante è che tuo fratello ascolti la tua ammonizione e nasca dentro di lui il pentimento, l’importante è guadagnare il tuo fratello. Solo nel caso in cui non ti ascoltasse puoi tentare una seconda strategia e cioè :ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Una o due persone : è ancora un numero piccolo ed insieme già sufficiente per dare al fratello sia una sufficiente protezione dal disonore sia per fargli prendere coscienza che il suo peccato non è una cosa che riguarda solo lui ma anche tutta la Chiesa. E’ chiaro infatti che Gesù sta parlando di un caso particolare e cioè di un cristiano, di un fratello che fa parte della Chiesa. Stiamo cioè parlando della correzione fraterna. Forse a questo punto lui si ravvederà. Forse no. A questo punto allora : Se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. Qui infatti entra in gioco la missione della Chiesa che è quella di essere un segno di salvezza per il mondo. Il rifiuto di accettare la correzione e il perseverare in una condizione di peccato grave, come potrebbe essere l’adulterio, ad esempio costituisce una ferita per tutto il Corpo di Cristo che apparirebbe come un anti-segno per il mondo. E’ chiaro che stiamo parlando qui di peccati e colpe gravi non di imperfezioni o di debolezze dei nostri fratelli. E se il peccato è commesso da un pagano, abbiamo ancora il dovere di ammonire i peccatori? Certo che sì. Ma in questo caso l’ammonizione fa appello a principi generali, l’accento è cioè posto sul cercare di portare a Cristo queste persone, cercando di mostrare come il peccato è prima di tutto una distruzione di sé stessi. Chi non è cristiano infatti non ha la coscienza del proprio peccato e molti peccati ormai sono ritenuti comportamenti accettabili, normali. Il dovere di chiamare con il nome di peccato ciò che il mondo ritiene un diritto o una conquista della libertà dell’uomo rimane una testimonianza profetica a cui il cristiano non può sottrarsi.


    L’opera di misericordia corporale di vestire gli ignudi

    Qui voglio raccontare un episodio divertente che mi è capitato da ragazzo. In un periodo in cui mi sentivo molto santo, molto convertito, passando davanti ad uno zingaro, d’inverno, sentii lo slancio di regalargli il mio giaccone nuovo. Diedi dunque questo giaccone al povero e già camminavo circondato da uno stuolo di angeli al mio seguito. Ma toc toc, qualcuno mi bussava sulla schiena. Mi voltai ed ecco che il povero mi stava tirando il golf dicendomi che avrebbe avuto bisogno anche di quello. Ma sì. Pensai, superiamo anche S.Martino che donò il mantello, ti regalo anche questo. A questo punto mi attendeva la gloria eterna anche se tremavo per il freddo. Ma il povero mi fermò un’altra volta: mi servirebbe anche la camicia. La camicia? A quel punto incominciai ad insultare lo zingaro perché avevo capito che mi stava prendendo in giro e tutti i santi del paradiso furono coinvolti nelle mie imprecazioni. Tornai raffreddato, incavolato, e mi dovetti sorbire anche le urla di mia madre per quello che avevo fatto. I miei sogni di santità finirono molto male. Per fortuna. Perché quella era una mia opera non un’opera che stavo facendo nel Signore. Perché non stavo guardando al povero ma guardavo soltanto me stesso. E’ sempre divertente questo nostro strabismo. E’ veramente difficile guardare l’altro. Spesso l’altro è solo uno strumento per edificare noi stessi. Cosa voglio dire con questo? Che è meglio non esercitarsi nell’opera di misericordia di vestire gli ignudi? No, voglio solo dire che dobbiamo guardare in faccia chi stiamo vestendo. Forse il povero o il barbone che Dio ti mette davanti non vuole il bel vestito che gli stai dando, ma quella coperta vecchia che hai nel portabagagli della macchina e che ha già adocchiato. Tu gli dai il vestito e lui allunga la mano su quella copertaccia che gli può essere molto più utile per il freddo. Il povero vede le cose in modo diverso dal nostro modo borghese di guardare la vita.
    Come vedete su questo non ho molto da insegnare se non che bisogna guardare in faccia al povero che ti sembra nudo. Perché in realtà non lo è. Non c’è nulla di obbrobrioso nella povertà. Un povero ha una totale dignità in se stesso. Non è certo il tuo vestito che potrà conferirgli la dignità di cui è già completamente rivestito. E nel dargli la carità non gli stai donando qualcosa che è tuo. Gli stai ridando ciò che è suo. I soldi che abbiamo in banca sono suoi. Questo affermano tutti i Padri della Chiesa.
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 09-11-2009 alle 01:54

  4. #4
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    Bisogna fare una precisazione, perché e' un punto importante e, se non ben capito, si corre il rischio di fare la fine di tanti cattolici e ex cattolici che negli anni 70 sono entrati a far parte delle Brigate Rosse e organizzazioni simili.

    I miei soldi in banca non sono del povero: sono di Dio. E' Dio che mi ha donato la vita, la possibilita' di studiare, l'energia per lavorare ecc. In sintesi, tutto quello che ho e' dono Suo, e anzi e' Sua proprieta', io ne sono semplice amministratore

    Dio mi ha fatto questi doni non perche' ne usassi in modo egoistico, ma perche' ne faccia condivisione con chi e' piu' bisognoso. La quale condivisione dovra' essere la piu' generosa possibile, tenuto conto anche dei miei obblighi verso chi mi e' piu' vicino: moglie, figli, genitori anziani ecc. (e comunque e' una forma di condivisione anche questa)

    Quindi e' in questo senso ben preciso che si puo' dire che il mio conto in banca appartiene ai poveri: e' vero nel senso che appartiene a Dio, e Dio mi ordina (la carita' mi spinge a) di usarlo a beneficio dei poveri

    Così il povero non può venire a casa mia a rubarmi il bancomat, perché non sono soldi suoi ma di Dio, che ha ritenuto di darli in amministrazione a me perché ne faccia un uso caritatevole e non egoista

    Da qui si capisce che analogo castigo (al limite, l'inferno) attende chi non ha rispettato la proprietà di Dio. Sia il ricco che non ha condiviso con generosità e grande larghezza i beni affidatigli, sia il povero che ruba (e ho il sospetto che quest'ultimo sara' giudicato meno severamente)

    E' evidente che se ciascuno di noi, ricco o povero che sia, mettesse in pratica queste cose, vi sarebbe una perfetta pace sociale, perché nessuno si troverebbe nel bisogno e, d'altra parte,nessuno attenterebbe al possesso altrui. Ma temo che si tratti di uno scenario che non e' di questo mondo ....

  5. #5
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    Ti ringrazio Sedix di questo "contrappunto" che focalizza qualche aspetto della spiegazione che può essere frainteso. Continua, se puoi, con le tue utili precisazioni ed aperture di prospettiva.
    Riporto, però, per l'utilità di chi vuole partecipare a questa discussione, le parole, ad esempio, di San Basilio Magno su questo punto e a cui pensavo nell'ultima frase che avevo scritto:
    “Se uno spoglia chi è vestito
    si chiama ladro.
    E chi non veste l’ignudo quando può farlo,
    merita forse altro nome?
    Il pane che tu tieni per te
    è dell’affamato;
    il mantello che tu custodisci nel guardaroba
    è dell’ignudo;
    le scarpe che marciscono in casa tua
    sono dello scalzo;
    l’argento che conservi sotterra
    è del bisognoso”.
    (San Basilio Magno – 330 d.C.)

    Come si può notare da questo brano, l'accento è posto sul superfluo non su ciò che è necessario e con il quale dobbiamo , certamente, provvedere ai bisogni dei nostri familiari.

  6. #6
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    L’opera di misericordia spirituale di consolare gli afflitti e l’opera di misericordia corporale di visitare i carcerati




    Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.(1 Corinzi 1,3-7).

    Questo brano di S.Paolo ci ricorda che la consolazione ha Dio Padre come origine. Dio non ci lascia soli, desolati. C’è un tempo di prova ma Dio è sempre con noi. Dio è con il solo, con chi pensa di essere solo. Possiamo a nostra volta essere con il solo e consolare l’altro se siamo stati consolati da Dio per mezzo di Cristo. Nel preciso momento in cui possiamo consolare chi è solo, chi è afflitto, si rivela il fine anche della nostra stessa prova. La nostra afflizione era una prova non solo per la nostra salvezza ma soprattutto per la salvezza e la consolazione degli altri.
    La consolazione poi è efficace se riesce non tanto a provocare un’effimera gioia o euforia ma qualcosa di molto più importante : la capacità di portare su di sé le sofferenze, la capacità di partecipare alle sofferenze di Cristo, sofferenze che hanno come fine l’amore e l’amore trionfa su tutto : sul tempo, sul peccato e sulla morte.
    La consolazione è quasi sempre dare un’interpretazione diversa alla realtà che ci fa soffrire. Certamente può anche interrompere la sofferenza di chi è afflitto ma il più delle volte ciò che ci consola è l’ interpretazione di Cristo delle nostre afflizioni. Ciò che ci consola è avere dentro di noi il pensiero di Cristo sulle nostre afflizioni. Perché, viceversa, ciò che ci affligge veramente è l’interpretazione che il mondo, la carne e il demonio ci danno delle nostre sofferenze. Davanti ad una qualsiasi sofferenza il mondo inizia a dirci ; “ è inutile “, la carne continua con : “ è inumana” e il demonio conclude con : “ è una fregatura ” . Invece Cristo ci rivela che se soffriamo è semplicemente perché si rivelino in noi le opere di Dio. Si riveli cioè che Dio sta facendo un’opera salvifica, utile ed umana attraverso la croce che ci mette davanti.
    Non voglio qui fare un vademecum della consolazione. Non è detto che sia necessario fare discorsi. Forse l’importante è non avere uno sguardo pietistico sull’afflitto il quale non cerca un’altra persona che pianga su di lui ma qualcuno che lo guardi come Cristo. Ciò che ci consola e ci salva infatti è lo sguardo di Cristo :
    Guardate a Lui e sarete raggianti e non saranno confusi i vostri volti.
    La consolazione anticipa il giorno in cui Dio stesso tergerà le lacrime di ogni volto.

    Nel “Dialogo del conforto nelle tribolazioni” S.Tommaso Moro, che di carcere se ne intendeva, afferma che tutta la Terra è in fondo un grande carcere. Questo vi sembra esagerato? Pessimistico? Neo platonico? No. Realistico.
    Tutti abbiamo delle limitazioni nei nostri desideri di libertà. E tutti siamo condannati non con una condanna “fine pena mai” (ergastolo) ma a morte certa. C’è poi chi avendo sbagliato e fatto soffrire è giustamente rinchiuso in un carcere ulteriore e anche chi ingiustamente è rinchiuso in un carcere per colpa degli uomini. Gli uni e gli altri, Cristo ci invita a visitare.
    Tutti abbiamo paura del carcere. Chissà forse pensiamo che gli uomini e le donne che vi sono reclusi siano molto diversi da noi e comunque peggiori della media degli altri uomini. O pazzi. O degenerati.
    La mia esperienza è che in media sono uguali a noi. A volte più disperati specialmente all’inizio. A volte più equilibrati dopo alcuni anni di carcere. Sicuramente sono degli uomini a cui il Vangelo è espressamente rivolto:
    Lo Spirito del Signore è su di me
    per questo mi ha unto :
    perché i ciechi vedano
    gli zoppi camminino
    i lebbrosi siano mondati
    e ai prigionieri venga annunziato l’anno di grazia del Signore.
    Certamente sono utili tutti i servizi caritatevoli che possiamo fare ai carcerati. L’atto di carità più grande è però annunziare ad essi il Vangelo. Senza sentirsi superiori. Con la coscienza che in determinate circostanze avremmo potuto fare peggio di loro. Annunciando la misericordia di Cristo che è capace di fare di noi degli uomini e delle donne nuove. E di renderci liberi in Cristo anche in un carcere.
    La Sacra Scrittura è piena di parole sull’esperienza del carcere. Un luogo divinamente frequentato. D’altronde Giuseppe fu condannato al carcere e la Sapienza di Dio scese con Lui nel carcere, trasformando il male in bene. In una buia prigione fu calato il profeta Geremia come segno per il suo popolo, Fu in prigione Daniele, circondato da leoni per ben due volte e Dio lo protesse. S. Giovanni Battista fu incarcerato e dal carcere vide il compimento delle sue profezie messianiche. In carcere fu S. Pietro e liberato dall’angelo. In carcere furono S.Paolo e Sila e da lì innalzarono lodi a Dio che rispose spalancando le prigioni. Infine, per usare le stesse parole di S. Tommaso Moro :
    per terminare questo punto, il nostro stesso Salvatore fu fatto prigioniero per nostro amore, come prigioniero venne portato via, come prigioniero fu rinchiuso, come prigioniero fu portato davanti ad Anna e come prigioniero fu portato da Anna e Caifa, poi come prigioniero fu portato da Caifa a Pilato, prigioniero fu mandato da Pilato al re Erode, prigioniero da Erode di nuovo a Pilato, e venne così tenuto prigioniero fino al termine della sua passione.”
    E’ dunque stato così anche nella storia dove milioni di cristiani sono stati carcerati. E qui è stata possibile una monumentale testimonianza del cristianesimo. Ricordo le parole di Eusebio che racconta del giovane Origene, diciottenne, che si dedicò completamente al servizio dei martiri durante la persecuzione del 203:
    “ Non li assisteva soltanto quando erano in carcere o quando venivano interrogati o fino al momento della sentenza suprema, ma anche dopo, rimanendo accanto a loro quando erano portati al supplizio, esponendosi pericolosamente e dando prova di grande coraggio. Quando procedeva incurante del pericolo e arditamente salutava i martiri abbracciandoli, la folla dei pagani, infuriata fu spesso sul punto di gettarsi su di lui, ma ogni volta trovò la mano soccorritrice di Dio miracolosamente pronta a salvarlo”.
    A noi, per il momento, è richiesto molto meno.

  7. #7
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    opera di misericordia spirituale :perdonare le offese

    Su quest'opera di misericordia spirituale vorrei soffermarmi un po' più a lungo. Per far questo vorrei commentare, se possibile insieme a voi, le parole di un esegeta moderno
    Cornelio Alapide (1566-1637). Cornelio commenta in otto punti questo precetto.
    Chi avrà la pazienza ma anche il dono di leggerlo tutto?
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    Il Perdono delle offese di Cornelio Alapide:

    1. OBBLIGO DI PERDONARE. - Dio ha fatto precetto ai cristiani non solamente di perdonare le ingiurie, di non odiare i nemici, di non fare vendetta, ma anzi di amarli e di fare loro del bene. Sono perentorie quelle parole di Gesù Cristo in S. Matteo: «Avete inteso che vi fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ora io vi dico: Amate i vostri nemici, beneficate quelli che vi odiano, e pregate per chi vi perseguita e vi calunnia» (MATTH. V, 43-44). Né meno esplicite sono queste altre in S. Luca: «Io vi dico che amiate i vostri nemici, che facciate del bene a quelli che vi odiano. Benedite quelli che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano. A chi vi percuote una guancia, offrite l'altra» (Luc. VI, 27-29).
    Del resto questo precetto di amare i nemici è già contenuto in quell'altro generalissimo, con cui Dio ci comanda di amare lui con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, essendo questo il primo e principale comandamento; poi di amare il prossimo come noi medesimi. Nei quali due precetti si compendia tutta la legge (MATTH. XXII, 37-40). «Io vi comando, dice ancora il Salvatore in S. Giovanni, di amarvi gli uni gli altri» (IOANN. XV, 17). Perciò questo Apostolo così scriveva: «Noi abbiamo per precetto da Dio, che chi ama Iddio ami anche il proprio fratello» (I Joann. IV, 21). E come mai non ci avrebbe dato questo precetto colui il quale aveva ordinato nella legge del timore, che qualora ad uno accadesse di vedere il giumento del suo nemico caduto sotto la soma, non dovesse passar oltre senza rilevarlo? Exod. XXXIII, 5).
    Dice S. Gregorio: «Sopportate i vostri nemici, ma amate come fratelli quelli che sopportate» (Moral.).

    2. GESÙ CRISTO CI HA DATO L'ESEMPIO DELL'AMORE DEI NEMICI. - Il Salvatore imponendoci il dovere di amare i nostri nemici, ce ne diede pure l'esempio. Isaia aveva predetto che il Messia avrebbe pregato per i peccatori (ISAI. LIII, 12). Ed ecco che dall'alto della croce, ai cui piedi vedeva ondeggiare uno sciame di nemici feroci che gli vomitavano contro gl'improperi più laidi e blasfemi, Gesù pronunzia quella preghiera: «Padre, perdona loro, che non conoscono quel che si fanno» (Luc. XIII, 34). Gesù Cristo imprime su tutto il mistero della sua passione il suggello del suo ammirabile ed ineffabile amore. Dimenticando, in certo modo, i suoi spasimi atroci, dimenticando se stesso, prega per i suoi nemici e pèr coloro che lo crocifiggono. Gesù Cristo c'insegna così a trionfare del male facendo il bene, a ripagare con servizi i torti ricevuti, ad amare i nostri nemici e vincerli in modo così eroico, da obbligarli a diventare nostri amici e amici di Dio.
    Gesù Cristo è uno specchio vivente di misericordia, ed il suo esempio è il più potente stimolo per indurci a perdonare. Per le viscere. della sua misericordia, egli si è levato su le altezze dei cieli per visitarci (Luc. I, 78). Egli è venuto per alleviare e guarire le moltissime e gravissime nostre miserie. Quantunque fossimo suoi nemici, egli sparse a larga mano sopra di noi i tesori tutti della sua bontà, sia nell'incarnazione, sia durante la sua vita, sia principalmente su la croce. Volete voi una viva immagine della tenerezza, della misericordia, della carità di Gesù Cristo? contemplatelo su la croce, dov'è tutto miseria, dolori, ferite, perché è tutto carità, tenerezza, misericordia. Né solamente nell'incarnazione, in vita e in morte, egli profuse sopra di noi questi tesori, ma ancora dopo la risurrezione, e continuerà a spargerli nei secoli dei secoli: egli è stato, è, e sarà tutto amore, bontà, misericordia. Gesù, secondo la bella frase di S. Tommaso, nella sua nascita, si è fatto a noi fratello e compagno; verso il fine di sua vita, ci si è dato in cibo; alla sua morte, si diede in prezzo del nostro riscatto; nel cielo dove regna, ci aspetta per farsi nostro premio (In off. sanctissimi Sacram.).
    Dice S. Bernardo: «Gesù Cristo è battuto con verghe, coronato di spine; mostra le mani e i piedi trapassati da chiodi; sta affisso alla croce, saziato di obbrobri, e intanto dimenticando tutti questi patimenti, grida: Padre mio, perdonate loro perché non sanno quello che fanno. Oh! come è pronto a dimenticare e perdonare le ingiurie! O quanto sono grandi, Signore, le vostre misericordie! Come diversi sono i vostri. pensieri dai nostri! Come avete pietà dell'empio! Cosa singolare! Gesù esclama: Perdona loro; e i Giudei gridano: Sia crocefisso. - O Giudei, voi avete cuori di macigno; voi battete la misericordia incarnata dalla quale esce l'olio della carità. Quali delizie farete gustare, o Signore, ai vostri amici in cielo, voi che spargete l'olio della vostra misericordia su coloro che vi crocifiggono maledicendovi! (Serm. de pass.). Ah! la carità ignora, come dice il Crisostomo, quello che sia obbrobrio e disonore; ella copre con le sue ali d'oro i vizi di tutti coloro che abbraccia» (In Catena).

    3. I SANTI IMITARONO GESÙ CRISTO. - E i Santi, non seguirono essi le orme di Gesù Cristo? non ci .offrono forse stupendi esempi di perdono ai nemici? Osservate il casto ed amorevole Giuseppe, e non potrete fare a meno di esclamare con S. Ambrogio: «Egli è veramente degno di ammirazione Giuseppe il quale, prima ancora della predicazione del Vangelo, si condusse in modo che offeso, perdonò; assalito e venduto, non si vendicò, ma ripagò con benefizi le ingiurie. Questo che dal Vangelo tutti abbiamo imparato a fare, o quanto pochi in realtà lo facciamo! (Offic. lib. II, c. VII)».
    Ciechi di furore, i Giudei si sbracciano a lapidare Stefano; ed egli cadendo in ginocchio esclama: «Signore, non imputare loro questo misfatto» (Act. VII, 58-59). Ah! Potessimo anche noi ripetere con l'Apostolo: «Siamo maledetti, e benediciamo; siamo perseguitati, e soffriamo; siamo ingiuriati, e preghiamo» (1 Cor IV, 12-13). Questo certamente poteva dire S. Ambrogio del quale attesta S. Agostino, che rendeva sempre bene per male e non si vendicava delle ingiurie che con benefizi.
    Prima di attaccare battaglia contro Eugenio, l'imperatore Teodosio emanò un editto col quale perdonava tutte le ingiurie che altri avesse potuto commettere contro la sua persona, sia in parole sia in fatti. Se per indiscreta leggerezza, egli diceva, uno ha sparlato di noi, non gli si deve badare; se è per follia, dobbiamo compatirlo; se per mal animo, dobbiamo perdonargli (SOCRATE, Storia eccles. L VII, c. XXII). Gli abitanti di Antiochia essendosi sollevati contro il medesimo imperatore, a cagione di una nuova imposta da lui decretata per la guerra contro il tiranno Massimo, spinsero l'insolenza a tale eccesso, che trascinarono ignominiosamente per le contrade le statue dell'imperatore, dell'imperatrice, dei suoi due figli, e di suo fratello. Teodosio stabilì di farne severa vendetta. Allora Flaviano, vescovo di Antiochia, assunte le parti di paci ere, cercò di calmare la collera del sovrano e recatosi a lui, fra le altre cose disse che egli si presentava al suo cospetto in qualità di deputato degli abitanti di Antiochia, per implorare dalla sua misericordia il perdono di cui essi si confessavano indegni; ma che veniva anche a nome del Signore degli angeli e degli uomini, per dichiarargli che se egli perdonava le colpe
    commesse contro di lui, anche Dio gli perdonerebbe i suoi peccati. A differenza degli altri inviati, i quali si presentano con ricche offerte, egli si presenta a lui con la sola legge di Dio, e per esortarlo ad imitare l'esempio datogli dal Salvatore spirante sulla croce. Al che l'imperatore, commosso fino alle lagrime, rispose: Se Gesù Cristo nostro Signore ha perdonato ai suoi carnefici ed ha pregato per loro, devo io esitare a perdonare a quelli che mi hanno offeso, io che sono un uomo mortale come loro, e servo del medesimo padrone? (Id. Ib.).
    Non si può, diceva S. Pemene, cacciare il male col male; quando uno vi la del male, voi fategli del bene, affinché possiate vincere il male col bene (Vit. Pat.). Come sono belle le parole profferite da San Leone martire mentre veniva tormentato più crudelmente! Signore che non volete la morte ma la conversione dei peccatori, fate che gli autori della mia morte vi conoscano, e ottengano il perdono dei loro misfatti, per i meriti del vostro unigenito Figliuolo Gesù Cristo, nostro Salvatore (In Vita).
    Alcuni miserabili monaci traviati avevano messo del veleno nel bicchiere di S. Benedetto. Prima di avvicinare la bevanda alle labbra, il Santo fece, secondo suo costume, il segno di croce sul bicchiere il quale si spezzò in sull'istante. Conobbe il santo Abate, a questo miracolo, che la bevanda era avvelenata; ma invece di punire i colpevoli, si contentò di dire con dolcezza a quei mostri: Dio vi perdoni (SURIUS. In Vita). S. Antonino perdonò generosamente ad un sicario che gli aveva vibrato un colpo di spada (SURIUS. In Vita). San Ubaldo fu stramazzato a terra da un uomo furioso; il popolo indignato minacciava dimettere a brani il colpevole il quale,non trovando altro scampo, si gettò ai piedi del santo. Questi, per tutto castigo, lo abbracciò e lo salvò dal furore della plebe. Chi non sa il fatto di S. Giovanni Gualberto il quale vedutosi ucciso il fratello, giurò di vendicarsi a qualunque costo. L'occasione non tardò a presentarglisi propizia poiché l'uccisore venne a incontrarsi con lui in una via stretta e deserta. Giovanni mette tosto mano alla spada; l'uccisore vedendosi a mal punto, gli si getta ai piedi, e per la passione di Gesù Cristo lo scongiura a dargli la vita. Era il Venerdì Santo. A tale spettacolo Giovanni gli dice: Io non posso negarvi quello che mi domandate in nome di Gesù; vi concedo non solo la vita, ma anche la mia amicizia; e se lo stringe al seno. Benedetto da Dio, principalmente per questa generosa azione, Giovanni Gualberto divenne un gran santo e il fondatore di un Ordine celebre nella Chiesa, sotto il nome di Vallombrosa (In Vita).

    4. ESEMPI DI PAGANI. - Nel libro dodicesimo delle sue Storie diverse, Eliano racconta che Focione, generale ateniese, condannato, quantunque innocente, a morire di veleno, e interrogato, mentre gli veniva offerta la coppa fatale, se non avesse nulla da raccomandare al figlio, rispose: Gli raccomando che non ricordi la bevanda che gli Ateniesi oggi mi dànno da bere. Demostene essendo stato insultato da uno dei suoi rivali, gli disse per tutta vendetta: Mi guardi il cielo dall'ingaggiare con voi una lotta nella quale è meglio essere vinto che vincitore (PLUTARCO, Vite). Ad un tale che lo ingiuriava, il filosofo Aristippo da Cirene disse: Voi avete il potere di oltraggiarmi, ma io ho quello di ascoltarvi con calma (Id. Ib.).
    Il re Antigono era solito dire che il perdono era più potente che la vendetta (Anton. in Meliss.). Cinna aveva tramato alla vita di Cesare Augusto. Questi, avendolo saputo, lo chiamò a sé e gli disse: Cinna, io vi lascio la vita, ancorché sappia che voi siete stato prima mio nemico, poi cospiratore e parricida; gli offerse anzi il consolato. Tanta generosità commosse Cinna così che da quel punto fu sempre affezionatissimo ad Augusto il quale, morendo, gli lasciò parte della sua fortuna privata (SENECA, De Clement.).

    5. IL PERDONO DELLE INGIURIE È SEGNO DI GRANDEZZA D'ANIMO. - Ecco che cosa pensavano i filosofi pagani: «Il savio, dice Seneca, è superiore all'ingiuria» - Sapiens iniuria superior est (De Clement.); e a lode di Giulio Cesare scriveva Cicerone: «Nessun'altra cosa suole dimenticare, fuorché le ingiurie» (Orat. pro Marcello). I mondani stimano atto vile e vergognoso il perdonare un'ingiuria; essi sbagliano, perché è onorevolissima azione cogliere l'occasione di esercitare un atto di virtù eroico, qual è quello di perdonare, di riconciliarsi, di amare il proprio nemico. Ecco perché l'uomo che sa dimenticare e perdonare un'offesa è senza dubbio un uomo superiore agli altri. Padrone della sua collera e della sua vendetta, egli merita gloria e stima.
    Da un nulla, dice Euripide, la lingua imprudente fa nascere alterchi, risse, odi profondi, deplorabili lotte; ma l'uomo saggio si guarda bene dal suscitare litigi, o provocare offese; con la sua magnanimità spegne le più infocate ire (PLUT. Vite). «Cosa più utile e più degna di un grand'animo, dice Musonio, è perdonare un affronto, che vincere una lite (Anton. in Melus.)». Chi sa tacere in faccia a chi lo insulta, e non ribatte parola a chi lo provoca, costui, al dire di Valerio Massimo, riporta una vittoria difficile e gloriosa (PLUTUARC.). Infatti l'uomo che così opera, trova la sua ricompensa e la sua gloria nella sua pazienza e nella guarigione del prossimo. Come è cosa da insensato rimbeccare un furioso, così è bellissima ed utilissima azione il mantenere il silenzio in mezzo alle provocazioni: l'uomo sensato e grave non si commuove per detti ingiuriosi che un mascalzone gli rivolga; egli ricorda la sentenza di Seneca: «Il biasimo dei ribaldi è lode» (De Clement.). Anzi, tanto grande e rara cosa parve a Plutarco il saper tacere in mezzo agli insulti, che la disse azione da Socrate e da Ercole; perché l'uno e l'altro disprezzavano, come ronzio d'insetti, le parole ingiuriose (Anton. in Meliss.).
    Pitagora giudicava grande abilità quella di poter sopportare l'inesperienza degli altri (PLUTARC. Vite). «Chi si vendica a proprio danno di un nemico, diceva Teofrasto, punisce più se stesso che l'altro: non fate dunque contro i vostri nemici tale vendetta, che noccia più a voi che non a loro (PLUTARC. Id.)». Leggiamo ancora che Pittaco, uno dei sette sapienti della Grecia, avendo occasione di vendicarsi di un'ingiuria, non volle giovarsene, dicendo: «Il perdono vale meglio della vendetta; quello è proprio di un animo dolce, questa non piace che ad un cuore feroce (Ita LAERTIUS)».
    Di questa grandezza d'animo, di questa vittoria che perdona le ingiurie, così parla il Crisostomo: «Nei combattimenti olimpici consacrati al demonio, è legge che si vinca facendo del male all'avversario: assai diversamente avviene nella lizza aperta da Gesù Cristo. Qui non colui che percuote e ferisce deve essere coronato, ma colui che è percosso e ferito. Se noi siamo pieni di mitezza e di mansuetudine, siamo invincibili, e nessuna offesa può ferirci. Domandate al vostro nemico se non soffre e non si sente umiliato e vinto, quando vi vede ridere e non badare alle sue contumelie? (Homil. ad pop.)». Quindi il medesimo Santo conchiudeva: «Nulla ci rende tanto degni di rispetto e venerazione, quanto il saper sopportare un'ingiuria (Moral.)». Ed il Nazianzeno: «Le offese dànno materia ad esercitare la virtù, le avversità le dànno lustro e splendore. Niente vince in fortezza coloro che sono disposti a tutto sopportare (In Distich.)». S. Ignazio di Loyola ci anima a tenerci saldi come incudini sotto i colpi degli oltraggi; perché è proprio di generoso atleta essere battuto e vincere (In eius vita).
    L'anima in cui regna la clemenza e la carità somiglia al cielo. Come il cielo spaziosissimo cinge la terra, la scalda coi raggi del sole, la innaffia con benefiche piogge, la rinfresca con dolci rugiade, la feconda; così un'anima sublime abbraccia, nella sua generosità, gli abitanti di tutto il mondo, siano barbari, siano anche nemici; fa del bene a quanti più può; bagna come di pioggia celeste, con la sua misericordia, i più aridi luoghi, i più inospiti deserti, cioè i cuori pieni di odio e di vizi, e ne fa il campo fertile di Gesù Cristo. Poi, come il firmamento e tutti gli astri conservano sempre la loro purezza e splendore, come le più oscure nubi, i venti e le tempeste, la folgore, il tuono non possono contro di loro, così un'anima grande e caritatevole sta al di sopra di ogni offesa e di ogni irritazione; niente di tutto questo arriva fino a lei.
    Ah! Intendetela bene, non vi è nulla di più grande, di più nobile, di più generoso che dimenticare un affronto. Al mondo cieco sembra un paradosso la sentenza che inculca di vendicarsi perdonando e amando: eppure è questa la più bella delle vendette, è una vendetta gloriosa e divina; è la vendetta che prese Gesù Cristo del genere umano colpevole; è la vendetta che alla loro volta fecero tutti i Santi. No, non vi è cuore così grande, né così nobile, né così venerando, come quello che è sempre tanto spazioso da dare luogo in ogni incontro al perdono. Non vi è cuore più vile, più gretto, più spregevole di quello che mai non seppe perdonare.

    6. VANTAGGI DEL PERDONO. - Meditiamo queste parole di Gesù Cristo: «Se voi perdonerete agli uomini le loro offese, il vostro Padre celeste rimetterà a voi le vostre; ma se voi non perdonate agli altri, il Padre vostro non perdonerà nemmeno a voi» (MATTH. VI, 14-15).
    Chi c'insulta, ci porge l'occasione di praticare un atto di grande virtù e di molto merito; ci mette in grado di riportare un'insigne vittoria e di guadagnare una splendida corona; non ci fa dunque un male, ma ci procura un bene, purché però sappiamo tollerarlo con pazienza. Ecco la ragione per cui i Santi dicono che l'offensore non deve incontrare da parte nostra odio e rancore, ma piuttosto riconoscenza, ringraziamento, amore. Quelli che ci assalgono con parole o con fatti, non si devono chiamare nemici, ma intrecciatori di corone; invece di nuocere, ci giovano.
    Coloro che soffrono rassegnati un affronto, escono vincitori del demonio, che ha dato origine all'insulto e che li spinge alla vendetta; dell'offensore che vede cadere a vuoto il suo assalto; di se medesimi che avrebbero potuto cedere alla voglia di punire il loro avversario. Trionfano dinanzi a Dio che li ripaga con sceltissime grazie e con l'eterna gloria; davanti a quelli che vedono e ammirano la prudenza, la calma, la carità, la pazienza... «Quando uno vi oltraggia, dice il Crisostomo, non badate a lui, ma al demonio che lo muove, e fate cadere su questo tutta la collera vostra; quanto all’infelice che ne è lo zimbello, compatitelo (Homil. ad pop.)».
    Noi dobbiamo soffrire tutto per Iddio, affinché egli ci tolleri. Sopportiamoci gli uni gli altri con pazienza, affinché Iddio ci sopporti tutti con indulgenza e misericordia. «Utile cosa, scrive S. Gregorio Nazianzeno (In Distich.), è l'incatenare l'audacia con la mitezza e rendere migliori quelli che ci offendono col tollerare pazienti quello che ci fanno soffrire».
    Tertulliano dice: «Se con pazienza sopporto le ingiurie, non ne soffro né mi rattristo; se non ne soffro e non mi rattristo, non mi viene il pensiero di vendicarmi. Dio si fa egli medesimo depositario di quello che gli consegna la pazienza. Se voi gli date in deposito l'offesa che vi fu fatta, egli ne sarà il vendicatore; se il danno che vi fu recato, egli lo riparerà; se il dolore che vi fu cagionato, egli lo guarirà; se la morte sofferta senza lamenti, egli vi risusciterà (De patientia, cap. IX et XC)».
    Tre notevoli vantaggi derivano dalla pazienza, che mostriamo verso coloro che ci offendono: riportare vittoria sul nostro nemico, edificare il prossimo, meritare le ricompense del Signore. Così Saulle, tocco da un benefizio di Davide, riconobbe i suoi torti e gli disse: Voi siete migliore di me; perché voi mi avete fatto del bene, ed io vi ho ricambiato con ingratitudini... Se voi tenete buon contegno col vostro nemico, mandate scornato e confuso il diavolo, vero autore delle inimicizie che vi professa il vostro avversario. La nostra carità e pazienza affliggono e torturano il demonio, divorato da astio, invidia, malizia ed odio...
    Le persone crudeli e vendicative sono esposte alla vendetta di tutti; ad ogni passo devono temere la loro rovina, perché la loro iniquità le precede, e l'odio di Dio non meno che quello degli uomini le segue; all'opposto, le persone mansuete e misericordiose che sanno perdonare non hanno da temere né ingiuria né violenza, perché la loro dolcezza, la grazia di Dio, l'amicizia del prossimo le precedono, accompagnano e seguono...
    Ascoltate ancora Gesù Cristo: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi vogliono male, pregate per coloro che vi calunniano e perseguitano; affinché siate veri figli del Padre vostro celeste, il quale fa nascere il sole sui buoni e sui cattivi, e versa la pioggia sui beni dei tristi non meno che su quelli dei giusti. Perché se voi amate solamente quelli che vi amano, qual mercede ne avrete? Questo non fanno forse anche i pubblicani? E se voi non salutate altri che dei fratelli, forse che anche i pagani non fanno altrettanto? Siate dunque perfetti, come perfetto è il Padre vostro celeste» (MATTH. V, 44-48).
    Dobbiamo dunque conchiudere, con S. Giovanni Crisostomo, che la misericordia è veramente regina, perché rende simili a Dio (Moral.); che il non perdonar le ingiurie è per un cristiano un delitto; «Chiunque odia suo fratello è omicida» - dice in termini formali S. Giovanni (I, III, 15). Egli lo uccide nel proprio cuore scacciandonelo, e augurandogli del male. Il perdono delle ingiurie non può stare con l'odio, e l'odio del prossimo non può stare con l'amore di Dio: «Se qualcuno dice, scrive il medesimo Apostolo: Io amo Dio, e intanto odia il suo fratello, egli mente, perché se non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?» (I, IV, 20). Colpevolissimo è l'uomo che nutre odio, dice S. Basilio (Homil.).

    7. DIO FARÀ CON NOI COME NOI AVREMO FATTO COL PROSSIMO. - Il non perdonare è una mancanza che provoca da Dio verso di noi il medesimo trattamento: il perdonare è atto di tanto merito, che adempiendolo, noi siamo sicuri del perdono. Dio si regola con noi come noi ci diportiamo col prossimo: se noi perdoniamo, Dio ci perdona; se noi ci vendichiamo, Dio si vendica. Egli ha così lasciato a noi la scelta del giudizio che ci aspetta; dolce se perdoniamo, severo ed inesorabile se nutriamo odio verso il prossimo che ci ha offeso. Gesù, come già abbiamo udito, ce lo disse in termini chiari e precisi: «Se voi perdonate agli altri le loro offese, il Padre vostro celeste vi perdonerà le vostre; ma se voi non rimettete agli altri i loro mancamenti, nemmeno il vostro Padre celeste vi rimetterà i vostri» (MATTH. VI, 14-15).
    Un'altra volta, sotto la figura di un padrone che chiama a rendiconto il proprio servo, dice a costui che duramente si era diportato con un suo compagno: «Servo malvagio, io ti ho condonato il tuo debito, perché me ne hai pregato. Non era giusto che tu usassi col tuo compagno quella bontà che io ho usato con te? E giustamente sdegnato, lo consegnò agli esecutori della giustizia, finché avesse saldato tutto il suo debito. Così, conchiude Gesù, farà a voi il Padre mio celeste, se non perdonate di cuore ai vostri fratelli» (MATTH. XVIII, 34-35): «voi riceverete con quella misura che avrete adoperato con gli altri» (MATTH. VII, 2).
    Udite e tremate, o vendicativi: «Giudizio senza misericordia, esclama S. Giacomo, aspetta colui che non ha fatto misericordia» (IACOB. II, 13). «Chi vuole vendicarsi, dice l'Ecclesiastico, incontrerà la vendetta di Dio il quale terrà conto dei peccati che avrà commessi. Perdonate adunque al prossimo che vi danneggia, e quando pregherete i vostri peccati vi saranno rimessi » (Eccli. XXVIII, 1-2). Dio non perdona a chi non perdona al suo prossimo: l'odio è dunque un delitto.

    8. CHI NON PERDONA SI CONDANNA DA SE STESSO. - Se noi nutriamo odio contro il prossimo, pronunziamo di propria bocca la nostra condanna, quando diciamo a Dio nel Pater, che perdoni a noi come noi perdoniamo ai nostri fratelli che ci hanno offeso (MATTH. VI, 12). Infatti è come se dicessimo: se noi non perdoniamo, non perdonate neppure a noi, o Signore. Ah sì che in quell'atto Iddio può dire al vendicativo, all'odiatore: «Servo iniquo, io ti condanno per le tue medesime parole» (Luc. XIX, 22). «Nessuno adunque, dirò col Crisostomo, se cova nel cuore rancori e vendette, osi avvicinarsi con la preghiera a Dio (Moral)». Qui fanno proprio al caso i detti dell'Ecclesiastico: «L'uomo conserva la sua ira contro l'uomo, e chiede a Dio la sua guarigione? Egli non ha compassione di un uomo simile a lui, e intercede per le sue proprie colpe? Egli, il quale non è che carne, cova l'ira, e implora la clemenza di Dio? Chi mai implorerà perdono per i peccati di lui?» (Eccli. XXVIII, 3-5).
    L'odio è paragonato alla vespa la quale per vendicarsi pianta il suo pungiglione nel corpo di colui che perseguita, e non potendolo ritirare, perde col pungiglione la vita. Così chi non vuole perdonare, mormora, strepita, si dimena e per vendicarsi e ferire il suo prossimo, ferisce se stesso, dando morte all'anima sua col peccato. A questo pensava il Salmista quando scrisse: «Mi attorniarono come sciame di api» (Psalm. CXVII, 12).

    9. CECITÀ E MALVAGITÀ DI CHI NON VUOLE PERDONARE. - Chi afferma di vivere nella luce (della ragione, del Vangelo, della fede, della grazia) e intanto nutre astio contro il suo fratello, cammina fra le tenebre, scrive S. Giovanni. Chi ama il suo fratello (e mostra quest'amore perdonandogli le offese) dimora in mezzo alla luce, e non vi è in lui oggetto di scandalo. Ma chi odia il proprio fratello è nelle tenebre e cammina al buio, senza sapere dove vada, perché le tenebre lo accecano» (I, II, 9-11).
    «Se è vero che hai cominciato ad essere uomo di luce, scrive San Cipriano, règolati come conviene a un discepolo di Cristo, perché il Cristo è luce e giorno. Perché mai, abbandonandoti alla cecità dell'odio, spegni in te ogni luce di pace e di carità? Perché fai ritorno al demonio al quale avevi detto addio? Perché somigli tu a Caino? (De Unit. Ecclesiae)». S. Basilio poi dice chiaramente che siccome chi ha la carità, ha Dio in sé, così chi cova odio, alberga il demonio (Homil. in Epl. S. Ioannis).
    Chi perseguita suo fratello, cammina nelle tenebre e non sa dove vada: «Infatti egli va, senza saperlo, all'inferno, commenta S. Cipriano. Ignorante e cieco, egli corre al proprio castigo, perché si allontana dalla luce di Cristo che lo avverte e gli dice: Io sono la luce del mondo, chi viene dietro a me, non cammina nelle tenebre, ma avrà luce di vita (De Unit. Ecclesiae)»... E' certo che non si dà vizio il quale più oscuri e travii la ragione e renda l'uomo più triste, della collera, della gelosia, dell'odio, del desiderio di vendetta... Le vere cause delle ingiurie che facciamo agli altri e del rifiuto di perdono stanno nella cecità dello spirito e nella malvagità del cuore.

    10. IL VENDICARSI È DEBOLEZZA. - Questa verità la proclamò Aristotele il quale disse: «Come è segno ed effetto di stomaco debole il non poter sopportare alimenti un po' sostanziosi, così è indizio di animo pusillanime e abbietto il non saper digerire una parola un po' pungente e dura (Lib. IV, c. 3)». Che cosa giova, dice Seneca, essere forte al male? non è forse questa la potenza della peste? (De Clement. l. I).
    «O vergogna! esclama S. Agostino: Sarà mai vero che mentre tanti uomini e donne e ragazzi e tenere fanciulle, tollerarono magnanimi il fuoco, il ferro, le belve, noi diciamo che non possiamo sopportare le ingiurie degli uomini? Per me non so intendere con qual fronte, con quale coscienza desideriamo partecipare, in compagnia dei Santi, all'eterna beatitudine, noi che ci scusiamo di seguirne gli esempi nelle più piccole cose (Serm. LXI, de Temp.)». In fatto di oltraggi e di strapazzi, il vincitore si mostra più debole e più miserabile del vinto, nota San Basilio; perché esce dalla lotta carico di peccati (Regol. Brev. CLXXVI). «Mette più conto, dice il Nazianzeno, essere vinto conservando la decenza, che vincere con rischio ed ingiustizia. Quelli che amano i litigi cercano la loro gloria in cosa evidentemente malvagia, e si vantano del loro disonore (In Distich.)».
    Ponderate questa sentenza di S. Ambrogio: «Chi si lascia facilmente commuovere da un insulto, mentre vuole mostrare che non lo merita, prova che gli sta bene. Chi non bada alle ingiurie è ben più degno di stima che non colui che se ne lagna. Perché chi le disprezza, le sdegna come se non le sentisse; mentre chi se ne lamenta, fa capire con questo che ne è tormentato (Offic, lib. I, c. XXVI)». Anche S. Basilio scrive: «Se t'incollerisci contro chi ti oltraggia, provi che ben ti sta l'oltraggio che ti è fatto. Infatti, qual cosa più insensata della collera? Se al contrario ti mantieni calmo, copri di vergogna e di rossore chi t'insulta (In Reg. brev. CLXXVI)».
    L'impaziente, l'odiatore, il vendicativo, è così fiacco e vile che è
    vinto 1° da un'ingiuria...; 2° da colui che gliela scaglia...; 3° dalla collera...; 4° dal demonio...; 5° dai testimoni della sua dappocaggine, che lo biasimano e condannano...; 6° da Dio che lo abbandona e lo destina a pene eterne... Dice S. Gregorio Nazianzeno: «Nessuno è così forte, come chi è risoluto a tutto soffrire; nessuno è tanto debole e dappoco, quanto colui che nulla può soffrire, nemmeno una parola» (Distich.) .
    Ben diversamente dagli uomini, si diporta Iddio negli insulti! L'uomo studia la vendetta; Dio prepara il perdono e la riconciliazione. L'uomo fa il cattivo per perdere; Dio fa il severo per correggere e salvare. L'uomo obbedisce alla passione, alla collera, all'odio; Dio opera senza turbamento e per ragione. L'uomo si vendica; Dio esercita la sua giustizia, la clemenza, la dolcezza. L'uomo opera da impetuoso e da cieco; Dio lentamente e con intelligenza. L'uomo non pesa né quanto dice, né quanto fa; Dio tutto ordina in peso e misura.
    -----------------------------------------------------------------------------------
    Allora che ve ne pare?

  8. #8
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    Davvero bella questa spiegazione del perdono. Mi permetto di fare una domanda: nel testo si parla di dimenticare le offese ricevute. Ma il dimenticare l'offesa fa parte del perdonare ? Non sono due cose diverse ? Il mio confessore dice che bisogna perdonare, ma tante volte e' meglio non dimenticare.

    Personalmente trovo gia' molto difficile perdonare, almeno in certe occasioni, pero' ci provo. Devo impegnarmi anche per dimenticare ? Per quale motivo ?

  9. #9
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    Forse è una differenza troppo sottile ma Dio, nelle Scritture, ci dice che non dimenticherà i nostri peccati però, allo stesso tempo, non se ne ricorderà. In che senso anche noi possiamo non dimenticare però nello stesso tempo non ricordare le offese ricevute? Ricordare significa richiamare al proprio cuore, la parte più intima di noi stessi, qualcosa. Penso che ti sarà capitato qualcosa di bello che non hai dimenticato e di cui però non ricordi più intimamente le sensazioni. Allo stesso modo penso si possa non dimenticare, cioè avere presente di aver ricevuto delle offese, e nello stesso tempo non avere più nel cuore quelle sensazioni di risentimento, umiliazione, e sofferenza profonda che le offese ci hanno recato.

  10. #10
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    Alloggiare i pellegrini-opera di misericordia corporale

    In questo tempo di Natale è utile e salutare riflettere sull'opera di misericordia corporale che consiste nel dare ospitalità ai pellegrini. La Santa Famiglia infatti non trova alloggio in una casa ma vicino ad una mangiatoia, tra gli animali. Non c'era posto per loro nell'albergo, cioè nel locale dove dormivano normalmente le persone. Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo. Ma anche noi se siamo alla sua sequela siamo pellegrini su questa terra e non abbiamo qui il nostro "politeuma", cioè la nostra cittadinanza. Questo ci ricorda la lettera agli Ebrei : "Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra". I cristiani, come gli antichi padri,lo sono ancora di più perchè sanno che la loro vera città non è di questo mondo. Il termine Parrocchia ce lo ricorda, derivando dal greco “paroikìa” (para + oìkos) cioè “la casa provvisoria del forestiero”. Proprio perchè siamo forestieri e pellegrini non possiamo dimenticare chi è pellegrino e forestiero. Ma c'è anche una benedizione nella pratica dell'ospitalità: la possibilità di accogliere Cristo nel pellegrino. Ancora la lettera agli Ebrei ne fa accenno:
    "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo".
    Il riferimento è ad Abramo ma ancor di più a Lot che accolse due angeli a Sodoma. Gli abitanti di Sodoma e Gomorra, nella tradizione ebraica, non erano malvagi tanto per i loro peccati e perversioni sessuali quanto per la totale assenza di amore verso i forestieri anzi per il loro odio verso gli stranieri. Per questo Lot, unico abitante che praticò l'ospitalità, fu salvato, insieme alla sua famiglia, dalla distruzione. S. Pietro ci avverte che questa opera di ospitalità non è facile. Spesso l'ospite- per usare un linguaggio diretto- rompe,ci disturba, è scomodo, ci priva della nostra libertà.
    Per questo ci ammonisce:"Praticate l'ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare."
    In questa ammonizione c'è anche un invito ad un ospitare l'altro non solo in senso materiale ma anche comunicativo. Spesso siamo ospiti solo delle nostre mormorazioni, dei nostri pensieri, del nostro parlare e parlarci addosso e poco ospitali nei confronti dell'altro, dei suoi pensieri, delle sue difficoltà, delle sue parole. Forse esercitandoci con gli uomini possiamo diventare anche ospitali verso Dio stesso, verso il suo Spirito che è chiamato "ospite dolce dell'anima" e che così facilmente lasciamo da parte per seguire le nostre idee.

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