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Discussione: Perchè Dio permette il male e la sofferenza?

  1. #1
    Nuovo iscritto L'avatar di S4muel
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    Perchè Dio permette il male e la sofferenza?

    Questa domanda è stata fritta e rifritta , la ripongo perché vorrei avere delle conferme riguardo a ciò che ho capito.


    Se non erro, il catechismo dice : Dio permette il male per trarre un bene.
    « Infatti Dio onnipotente [...], essendo supremamente buono, non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono da trarre dal male stesso il bene ».

    Molte persone per sostenere questa tesi fanno l’esempio della mamma che vuole fare la puntura al figlio malato.
    La puntura , per il figlio , è il male , perché causa dolore, però è necessaria per raggiungere la guarigione e quindi raggiungere un bene superiore . Cioè la mamma capisce che questa è l’unica cosa che può permettere ciò. Quindi , in fin dei conti la puntura dovrebbe essere una cosa buona , proprio per la guarigione che porta. Giusto ?
    A questo punto però mi viene un dubbio : la mamma, in realtà, vorrebbe che il figlio guarisse senza soffrire(quindi senza la puntura) , ma è impotente ….. non è Dio, cioè sa che l’unica cosa che lo può far guarire , in questo mondo , è la puntura . Non so se mi spiego . E’ come in un gioco , in cui si stabiliscono delle regole , nel nostro caso per guarire devi soffrire , per dimagrire devi allentarti,faticare, per imparare devi studiare ecc.
    Il punto è che le regole non le ho stabilite io, ma Dio.
    A questo punto entra in gioco il peccato originale : cioè queste “regole” ( nel nostro caso soffrire) in realtà, non sono state scelte da Dio ma dall’uomo ( Adamo e Eva) che ha fatto entrare il peccato quindi la morte , il dolore e la sofferenza in questo mondo .
    Cioè ho l’impressione che la chiesa dica che il male (stupri , omicidi , malattie , catastrofi) è permesso non perché Dio risulta impotente (classico esempio dell’impotenza di Dio nei confronti del libero arbitrio dell’uomo) ma sostanzialmente perché serve, cioè in fin dei conti è permesso perché voluto.


    Per comprendere meglio ciò che intendo :

    ·Dio permette il male per arrivare a Lui, cioè per raggiungere la vita eterna ( bene infinito).

    ·Questa “ modalità” con cui le persone possono raggiungere la vita eterna , cioè male e sofferenza, non sono state scelte da Dio ma dall’uomo con il peccato originale .

    ·Nei fatti, questa cosa accade perché la sofferenza mi avvicina a Dio , cioè io ho bisogno di Lui, quindi inizio a cercarlo ad andare a ad esempio a messa ,a pregare ecc. Nella nostra realtà dei fatti si possono fare degli esempi concreti , il bambino vuole la mamma quando ha bisogno di lei ad esempio quando si fa male,molte persone si sono convertite al cristianesimo in forza di questo bisogno .

    Infatti se non iniziassimo questo “percorso” cioè se non ci avvicinassimo a Lui a credere in Lui , come dire , saremmo costretti a vivere una vita infinita (dopo la nostra morte terrena) piena di sofferenze , in parole povere l’inferno.

    La mia domanda è : Perché l’intera popolazione umana è costretta a vivere una vita piena di sofferenze di malattia , catastrofi pur non avendo peccato direttamente ? E’ giusta questa cosa ? Nel senso che il peccato originale è come se fosse una malattia genetica che si è “tramandata” di generazione in generazione . Ma alla fine io cosa ho fatto ? Io sono già nato peccatore , imperfetto e sofferente.

    Questi dubbi riguardo alla sofferenza ho iniziato ad averli quando ho iniziato a leggere alcuni blog , interviste che ne parlavano ( http://www.diocesi.torino.it/archivi...i-Canobbio.pdf )
    e quando ho sentito alcuni sacerdoti dire certe cose che mi hanno sconcertato come ad esempio il discorso fatto da Padre Livio Fanzaga riguardo il terremoto in Abruzzo :





    Concludiamo il nostro commento alla stampa rivolgendo uno sguardo ai nostri fratelli del centro Italia che sono entrati in una settimana di passione e sofferenze… dobbiamo essere vicini con la preghiera e poi con la solidarietà insomma… di cui avranno bisogno..insomma..la loro sofferenza è anche la nostra… non ce ne laviamo le mani, siamo loro vicini.. partecipiamo con loro a questa sofferenza … che il Signore ha voluto che in questa settimana santa, in un qualche modo… anche loro partecipassero…diciamo così.. alle sofferenze della sua passione… capire i misteri di Dio è sempre molto difficile, cari amici…leggere i misteri di Dio è molto difficile… vogliamo vedere anche in questo, cari amici, anche in questa tragedia…volevo vedere qualcosa di..non so come dire… di positivo…in fondo il Signore quando ci fa partecipare alle sue sofferenze è perché vuol farci anche partecipare al dolore della sua resurrezione”.

    Spero di essere stato chiaro e di non offendere nessuno , ma queste domande me le sono poste proprio perché anche io ho avuto una bruttissima esperienza , la perdita di una persona cara , e sinceramente sentire certe cose mi fa solo provare un forte senso di rabbia e disgusto , quindi chiedo a voi per avere conferme di ciò che ho capito .

  2. #2
    Moderatore L'avatar di SignorVeneranda
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    Caro S4muel la tua domanda è ben più di una domanda teologica. E' "la domanda", ma è anche la "tua" domanda. Io provo a darti una risposta, ma è la mia risposta non "la risposta".
    Il catechismo della Chiesa cattolica, ma anche tutta la tradizione della Chiesa afferma che con il peccato originale la natura umana è stata sottoposta alla sofferenza, all'ignoranza e alla morte ed è divenuta incline (inclinata) al peccato anche se non interamente corrotta. Bisogna però capire bene. Dire che la natura umana è stata sottoposta alla sofferenza, ad esempio, vuol dire soprattutto che la sofferenza, dopo il peccato, non è più vissuta nell'orizzonte dell'amore divino. Dico questo e ti porto un esempio per farti capire come la sofferenza possa essere un bene, se non assoluto, funzionale però ad un bene più grande e non necessariamente un male, cioè una privazione. Esistono persone colpite da una rarissima malattia ereditaria che impedisce al sistema nervoso di formarsi completamente e al corpo di percepire gli stimoli del dolore e della temperatura. La malattia si chiama disautonomia familiare di quarto tipo e ne sono stati accertati circa 300 casi nel mondo. Il bambino affetto da questa malattia non sente né dolore, né caldo, né freddo: di conseguenza, non sarà mai avvertito dei pericoli che corre il suo corpo in ogni azione quotidiana. Quindi il dolore fisico, come altre realtà naturali che possono provocare sofferenza, in questo caso, può essere visto come un bene in vista di un bene più grande che è l'integrità del corpo. Segnale quindi per la vita e non maledizione. Questo è solo un esempio estremo, ma era solo per affermare come la sottomissione alla sofferenza di cui parla la Chiesa riguardi originariamente il vivere la sofferenza come una maledizione non più alla luce dell'amore di Dio, non tanto e non solo la sofferenza in sè come dato fisico. Ma, entrando il peccato nella natura umana, esso ha portato nell'uomo la paura di tutto ciò che egli non può controllare, come la sofferenza e la morte, e il vedere queste realtà come segno e realizzazione della morte dell'essere che l'uomo sperimenta dentro di sè, non credendo più l'uomo nell'amore di Dio. Da questa morte dell'essere l'uomo cerca di difendersi, ma il risultato è l'accusa, (vedi Adamo che accusa Eva), l'invidia cioè il veder l'altro come un qualcuno che ti toglie qualcosa (vedi Caino verso Abele) l'omicidio ( come risoluzione del proprio malessere, cioè del male, della privazione dell'essere che l'uomo sperimenta : vedi le parole di Dio a Caino: perchè sei triste?). Questo male si propaga ed è il male morale che Dio permette (e non vuole) e lo permette perchè essendo amore non vuole e perciò non può costringere l'uomo a non essere libero di rifiutarlo, avendolo creato a sua immagine, cioè libero.
    Ma Dio è più grande del peccato dell'uomo e può tutto e quindi può, rispettando la libertà dell'uomo, anche trasformare questo male in un bene (vedi la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli).
    Questo è un po' il punto di arrivo del Vecchio Testamento (manca però a questo quadro la riflessione di Giobbe sul male e l'importante affermazione della responsabilità personale che troviamo nel libro di Ezechiele).
    Dio ha fatto il mondo nella sua Parola e per mezzo della sua Parola, che è il Figlio.
    Ha fatto tutto in vista di lui, anche e soprattutto l'uomo in vista del Figlio. Nel suo grande amore il Padre Lo ha inviato nel mondo per assumere la stessa natura umana, una natura però, quella di Cristo, priva del peccato, ma soggetta alle stesse conseguenze del peccato, cioè la sofferenza e la morte.
    Perchè il Figlio, che è Dio, ha assunto la natura umana? Lo spiega la lettera agli Ebrei : è venuto in una carne simile a quella del peccato per liberare dalla morte coloro che per tutta la vita erano schiavi del potere di satana a causa della paura della morte.
    In effetti il primo frutto del peccato originale è la paura. Ho avuto paura-dice Adamo- e mi sono nascosto. San Paolo dice anche nella lettera ai Romani : io so che la legge di Dio è buona ma trovo in me un'altra legge, la legge del peccato, che mi spinge a fare il male.
    Me infelice! Chi mi libererà da questa condizione di morte?
    Ora questo ha fatto Gesù Cristo: ha preso su di sè questo nostro peccato fino a morire sulla croce. Il nostro peccato, dal peccato di Adamo fino all'ultimo peccato, è stato preso da Gesù Cristo il quale è divenuto totalmente solidale (cosa che a te ripugna, infatti dici : io cosa c'entro?) con il peccato di Adamo, con il peccato e i peccati di tutti gli uomini.
    Il male morale e le sofferenze fisiche e la morte si sono abbattutte sull'Uomo dei dolori, sull'Innocente, su Colui davanti al quale ci si copre il volto, come dice Isaia, tanto era sfigurato il suo aspetto per essere considerato un uomo. Ora il salario del peccato, la conseguenza del peccato è la morte. Ma Cristo, che ha accettato di prendere su di sè la maledizione del peccato, è stato risuscitato da Dio : questo evento annuncia a noi che i nostri peccati, in Cristo, sono stati perdonati da Dio. Non solo: Cristo sparge su di noi il suo Spirito, lo Spirito Santo, che rigenera in noi un nuovo Adamo, configurato in Gesu Cristo.
    I cristiani allora possono anzi (è la loro missione) prendono parte alle stesse sofferenze di Cristo a vantaggio del mondo, completano le sue sofferenze per amore del mondo, così come il sangue di Stefano, primo martire, è stato versato affinchè Dio non imputi il male ai suoi assassini. E infatti Saulo, che custodiva le sue vesti, scoprirà quando incontra Cristo che lui Lo stava perseguitando nei cristiani. Per i cristiani perciò la risposta alla domanda è innanzitutto la Croce: la Croce di Cristo prima di tutto e poi la loro personale croce che Cristo porta con loro, che portano grazie a Cristo.
    Non so se ti ho risposto, ma come dicevo prima, la risposta non è solo teologica.
    Ogni uomo infatti-dice Gesù-sarà ammaestrato da Dio. Che Dio ti conceda di trovare la risposta nella tua vita alle tue domande, Lui che non delude chiunque spera in Lui.
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 25-01-2010 alle 01:59

  3. #3
    Vecchia guardia di CR L'avatar di Isidro de Sevilla
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    Dio permette il male, probabilmente, perché:

    1) in questo modo è possibile definire che cosa è il bene. Senza il male non ne avremmo contezza.
    2) chi subisce il male sconta i propri e gli altrui peccati.
    3) dal male Egli può trarre financo il bene se vuole, per la Sua maggior gloria.
    4) chi fa il male sono gli esseri umani, Egli non interviene bloccando chi fa il male per rispettare la nostra assoluta libertà (non impedisce ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto).
    5) in ultima analisi sono affari suoi

  4. #4
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    Penso che questa catechesi di Giovanni Paolo II possa rispondere alle domande iniziali di S4muel:

    Giovanni Paolo II, La divina Provvidenza e la presenza del male e della sofferenza nel mondo, 4 giugno 1986

    1. Provvidenza, male e sofferenza. 2. Negazione e interrogativi critici su Dio. 3. Male morale e male fisico. 4. La sofferenza chiede ragione al Dio provvidente. 5. «Contro la sapienza la malvagità non può prevalere». 6. Il male è in definitiva subordinato al bene. 7. Il valore fondamentale della libertà.

    1.Riprendiamo il testo della prima Lettera di san Pietro, al quale ci siamo richiamati alla fine della catechesi precedente: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi». Poco oltre lo stesso apostolo ha un'affermazione illuminante e consolante insieme: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po' di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco...» (1Pt 1,3-7). Già dalla lettura di questo testo si arguisce che la verità rivelata circa la «predestinazione» del mondo creato e soprattutto dell'uomo in Cristo («praedestinatio in Christo»), costituisce il fondamento principale e indispensabile delle riflessioni che intendiamo proporre sul tema del rapporto tra la Provvidenza divina e la realtà del male e della sofferenza presenti sotto tante forme nella vita umana.
    2. Ciò costituisce per molti la principale difficoltà ad accettare la verità sulla divina Provvidenza. In alcuni casi questa difficoltà assume forma radicale, quando addirittura si accusa Dio a causa del male e della sofferenza presenti nel mondo, giungendo fino a rifiutare la verità stessa su Dio e sulla sua esistenza (cioè all'ateismo). In una forma meno radicale, e tuttavia inquietante, questa difficoltà si esprime nei tanti interrogativi critici, che l'uomo pone a Dio. Il dubbio, la domanda o addirittura la contestazione nascono dalla difficoltà di conciliare tra loro la verità della Provvidenza divina, della sollecitudine paterna di Dio per il mondo creato, e la realtà del male e della sofferenza sperimentata in diversi modi dagli uomini.
    Possiamo dire che la visione della realtà del male e della sofferenza è presente con tutta la sua pienezza nelle pagine della Sacra Scrittura. Si può affermare che la Bibbia è, oltre tutto, un grande libro sulla sofferenza: questa entra in pieno nell'ambito delle cose che Dio volle dire all'umanità «molte volte... per mezzo dei profeti, e ultimamente per mezzo del Figlio» (cf. Eb 1,1): entra nel contesto dell'autorivelazione di Dio e nel contesto del Vangelo; ossia della buona novella della salvezza. Per questo l'unico metodo adeguato per trovare una risposta all'interrogativo sul male e sulla sofferenza nel mondo è di cercarla nel contesto della rivelazione offerta dalla parola di Dio.
    3. Dobbiamo però prima di tutto intenderci sul male e sulla sofferenza. Essa è in se stessa multiforme. Comunemente si distingue il male in senso fisico da quello in senso morale. Il male morale si distingue da quello fisico prima di tutto per il fatto che comporta una colpevolezza, perché dipende dalla libera volontà dell'uomo, ed è sempre un male di natura spirituale. Esso si distingue dal male fisico, perché quest'ultimo non include necessariamente e direttamente la volontà dell'uomo, anche se ciò non significa che esso non possa essere causato dall'uomo o essere effetto della sua colpa. Il male fisico causato dall'uomo, a volte solo per ignoranza o mancanza di cautela, a volte per trascuratezza di precauzioni opportune o addirittura per azioni inopportune e dannose, si presenta in molte forme. Ma si deve aggiungere che esistono nel mondo molti casi di male fisico, che avvengono indipendentemente dall'uomo. Basti ricordare per esempio i disastri o le calamità naturali, come anche tutte le forme di minorazione fisica oppure di malattie somatiche o psichiche, di cui l'uomo non è colpevole.
    4. La sofferenza nasce nell'uomo dall'esperienza di queste molteplici forme di male. In qualche modo essa può trovarsi anche negli animali, in quanto sono esseri dotati di sensi e della relativa sensibilità, ma nell'uomo la sofferenza raggiunge la dimensione propria delle facoltà spirituali che egli possiede. Si può dire che nell'uomo la sofferenza è interiorizzata, coscientizzata, sperimentata in tutta la dimensione del suo essere e delle sue capacità di azione e di reazione, di ricettività e di rigetto; è un'esperienza terribile, dinanzi alla quale, specialmente quando è senza colpa, l'uomo pone quei difficili, tormentosi, a volte drammatici interrogativi, che costituiscono ora una denuncia, ora una sfida, ora un grido di rifiuto di Dio e della sua Provvidenza. Sono interrogativi e problemi che si possono riassumere così: come conciliare il male e la sofferenza con quella sollecitudine paterna, piena d'amore, che Gesù Cristo attribuisce a Dio nel Vangelo? Come conciliarli con la trascendente sapienza e onnipotenza del Creatore? E in forma anche più dialettica: possiamo noi, di fronte a tutta l'esperienza del male che è nel mondo, specialmente di fronte alla sofferenza degli innocenti, dire che Dio non vuole il male? E se lo vuole, come possiamo credere che «Dio è amore»? Tanto più che questo amore non può non essere onnipotente?
    5. Di fronte a questi interrogativi anche noi, come Giobbe, sentiamo quanto sia difficile dare una risposta. La ricerchiamo non in noi, ma con umiltà e fiducia nella parola di Dio. Già nell'Antico Testamento troviamo l'affermazione vibrante e significativa: «contro la Sapienza la malvagità non può prevalere. Essa si estende da un confine all'altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sap 7,30-8,1). Di fronte alla multiforme esperienza del male e della sofferenza nel mondo già l'Antico Testamento rende testimonianza al primato della Sapienza e della bontà di Dio, alla sua divina Provvidenza. Questo atteggiamento si delinea e sviluppa nel libro di Giobbe, che è dedicato completamente alla tematica del male e del dolore visti come prova a volte tremenda per il giusto, ma superata dalla certezza, faticosamente conquistata, che Dio è buono. In questo testo cogliamo la consapevolezza del limite e della caducità delle cose create, per cui alcune forme di «male» fisico (dovute a mancanza o a limitazione del bene) appartengono alla struttura stessa degli esseri creati, che per propria natura sono contingenti e passeggeri, dunque corruttibili.
    6. Sappiamo inoltre che gli esseri materiali sono in stretto rapporto di interdipendenza come esprime l'antico adagio: «la morte dell'uno è la vita dell'altro» («corruptio unius est generatio alterius»). Così dunque, in una certa misura anche la morte serve alla vita. Questa legge riguarda anche l'uomo in quanto è un essere animale e insieme spirituale, mortale e immortale. A questo proposito tuttavia le parole di san Paolo dischiudono orizzonti ben più ampi: «se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno» (2Cor 4,16). E ancora: «Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2Cor 4,17).
    6. L'assicurazione della Sacra Scrittura: «contro la sapienza la malvagità non può prevalere» (Sap 7,30), rafforza la nostra convinzione che, nel piano provvidenziale del Creatore riguardo al mondo, il male è in definitiva subordinato al bene. Inoltre nel contesto della verità integrale sulla divina Provvidenza, si è aiutati a comprendere meglio le due affermazioni: «Dio non vuole il male come tale» e «Dio permette il male». A proposito della prima è opportuno richiamare le parole del libro della Sapienza: «...Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza» (Sap 1,13-14). Quanto alla permissione del male nell'ordine fisico, ad esempio di fronte al fatto che gli esseri materiali (tra essi anche il corpo umano) sono corruttibili e subiscono la morte, bisogna dire che esso appartiene alla stessa struttura dell'essere di queste creature. D'altra parte sarebbe difficilmente pensabile, allo stato odierno del mondo materiale, l'illimitato sussistere di ogni essere corporeo individuale. Possiamo dunque capire che, se «Dio non ha creato la morte», come afferma il libro della Sapienza, tuttavia egli la permette, in vista del bene globale del cosmo materiale.
    7. Ma se si tratta del male morale, cioè del peccato e della colpa nelle loro diverse forme e conseguenze anche nell'ordine fisico, questo male Dio decisamente e assolutamente non lo vuole. Il male morale è radicalmente contrario alla volontà di Dio. Se nella storia dell'uomo e del mondo questo male è presente e a volte addirittura opprimente, se in un certo senso ha una propria storia, esso viene solo permesso dalla divina Provvidenza per il fatto che Dio vuole che nel mondo creato vi sia libertà. L'esistenza della libertà creata (e dunque l'esistenza dell'uomo, l'esistenza anche di spiriti puri come sono gli angeli, dei quali parleremo più avanti), è indispensabile per quella pienezza della creazione, che risponde all'eterno piano di Dio (come abbiamo già detto in una delle precedenti catechesi). A motivo di quella pienezza di bene che Dio vuole realizzare nella creazione, l'esistenza degli esseri liberi è per lui un valore più importante e fondamentale del fatto che quegli esseri abusino della propria libertà contro il Creatore, e che perciò la libertà possa portare al male morale.
    Indubbiamente è grande la luce che riceviamo dalla ragione e dalla rivelazione a riguardo del mistero della divina Provvidenza, che pur volendo il male lo tollera in vista di un bene più grande. La luce definitiva, tuttavia, ci può venire soltanto dalla croce vittoriosa di Cristo. Ad essa dedicheremo la nostra attenzione nella catechesi seguente.

  5. #5
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    "La scienza non basta, nella malattia c'è Dio"
    Nel giorno in cui si incontrano i medici cattolici. Il cardinale Ravasi risponde alle domande più scomode


    ANDREA TORNIELLI
    CITTA' DEL VATICANO
    .

    «Vengo invitato sempre più spesso a convegni medici: mi stia crescendo la consapevolezza che la malattia e il dolore sono un tema globale e simbolico, non soltanto fisiologico. L’accompagnamento umano, psicologico, affettivo e anche spirituale è tutt’altro che secondario. C’è bisogno di tornare a una concezione umanistica della medicina…». Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio consiglio per la cultura, è abituato per mestiere a confrontarsi con chi non crede. Ma di fronte alla domanda drammatica sul perché della sofferenza e del dolore – tema del convegno organizzato oggi a Milano dai Medici Cattolici – non si rifugia nelle formule di rito.

    Come risponde al quesito sul perché della malattia?
    «La scrittrice americana Susan Sontag nel 1978 raccontò la sua esperienza di ammalata di cancro in un libro intitolato La malattia come metafora. Definizione interessante: la malattia non è mai solo una questione biologica. Quando siamo ammalati abbiamo bisogno di essere confortati, guardiamo alla vita in modo diverso, cambiano le priorità e se la malattia si aggrava cambia anche la scala dei nostri valori. E anche chi non crede può talvolta arrivare a chiedere a Dio il perché di quanto gli accade. Comunque la prima risposta è semplice, logica e razionale».

    Qual è la «razionalità» iscritta nella malattia?

    «Il dolore è una componente della finitezza delle creature. Un dato che nella nostra società orgogliosa e tecnologica, che qualcuno ha definito “post-mortale”, non si vuole accettare. Si occulta in tutti i modi la morte, o magari si insegue la possibilità di vivere fino a 120 o 130 anni, continuando ad allontanare l’appuntamento. Dobbiamo invece avere il coraggio di guardare in faccia malattia e morte come componenti dell’esistenza».

    Una capacità che sembra perdersi in Occidente, ma che è ancora presente in altre culture…
    «È vero. Quando ero in Iraq a fare degli studi archeologici, un giorno uno dei miei collaboratori locali mi invitò a casa sua, così avrei potuto vedere suo padre che stava morendo. Ci andai e vidi quel vecchio adagiato al centro dell’unica grande stanza della casa, con le donne che cucinavano da un lato e i bambini che giocavano dall’altro e che ogni tanto si avvicinavano al nonno per toccargli la mano».

    La coscienza della nostra finitezza non basta però a spiegare il dolore innocente. La malattia dei bambini, la sorte che si accanisce con chi ha già patito disgrazie.
    «Il problema è la distribuzione del male. Resta drammatica quella pagina de La Peste di Albert Camus, dove davanti alla morte di un bambino si afferma: non posso credere a un Dio che permette questo. È l’eccesso del male. Qui ha inizio la frontiera in cui si attestano le religioni con le loro risposte, che non esauriscono il mistero. Nel Libro di Giobbe, al culmine della disperazione umana, Dio parla e spazza via tutte le spiegazioni e i tentativi di razionalizzare. La soluzione può essere solo meta-razionale, globale e trascendente e si trova nell’incontro con Dio».

    La risposta del cardinale Ravasi?
    «È quella cristiana, totalmente diversa dalle altre religioni. Perché nel cristianesimo è Dio stesso, in Cristo, che non solo si piega verso di noi per spiegarci il significato della sofferenza, non solo in qualche caso guarisce grazie alla sua onnipotenza con i miracoli, ma entra nella nostra umanità e prova tutto il dolore dell’uomo. Il dolore fisico, morale, la paura, il silenzio del Padre. E alla fine anche la morte, che è la carta d’identità dell’uomo, non di Dio. Diventa un cadavere, senza mai cessare di essere Dio, soffre tutta la sofferenza umana e vi depone un germe di trasfigurazione, che è la resurrezione, fecondando la nostra natura mortale».

    Questo però non cancella e il dolore né la domanda. Anche per chi crede.
    «Gesù Cristo, il Figlio di Dio non è venuto a cancellare il dolore, tant’è vero che lo ha vissuto. Ma lo ha assunto su di sé e trasfigurato con il germe dell’infinito, che è preludio d’eternità per noi. Il cristianesimo è una religione fieramente carnale e vicina al dramma di chi soffre – al contrario di tante altre religioni – perché per i cristiani Dio è diventato un uomo ed è morto in croce. I cristiani, come attesta la nascita degli ospedali, hanno sempre avuto questa attenzione verso i malati, perché credono in un Dio che è stato sofferente, ha conosciuto la morte ed è risorto».

    Il suo dicastero ha organizzato di recente un convegno dedicato alle staminali adulte, via alternativa all’uso di quelle embrionali. Chiesa e scienza si possono ritrovare insieme?
    «L’utilizzo delle cellule embrionali sta ottenendo risultati minimi rispetto a quelli ottenuti con le staminali adulte: si cancella così il luogo comune che ci attribuisce la responsabilità di non voler alleviare le sofferenze di tanti malati. Proprio le staminali adulte, che non hanno alcuna controindicazione di tipo etico, stanno portando risultati incoraggianti in campo oncologico, e contro il Parkison e l’Alzheimer».


    fonte: Vatican Insider
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  6. #6
    CieRrino L'avatar di Miserere mei
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    Senza farla tanto lunga ti dirò che il male e la sofferenza esistono in quanto esiste il libero arbitrio.
    Senza libero arbitrio saremmo delle macchinette ( degli animali) e non degli uomini liberi.
    Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace

  7. #7
    Iscritto L'avatar di Barney
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    Senza farla tanto lunga ti dirò che il male e la sofferenza esistono in quanto esiste il libero arbitrio.
    Senza libero arbitrio saremmo delle macchinette ( degli animali) e non degli uomini liberi.

    Il tuo ragionamento non vale a giustificare il dolore che prescinde dall'azione umana, quali ad esempio le malattie che strappano le vite a piccoli innocenti; malattie frutto di una mera legge di selezione naturale.

    Sarebbe molto, troppo facile limitare il male e la sofferenza all'operato umano.

    La coscienza della nostra finitezza non basta però a spiegare il dolore innocente. La malattia dei bambini, la sorte che si accanisce con chi ha già patito disgrazie.
    «Il problema è la distribuzione del male. Resta drammatica quella pagina de La Peste di Albert Camus, dove davanti alla morte di un bambino si afferma: non posso credere a un Dio che permette questo. È l’eccesso del male. Qui ha inizio la frontiera in cui si attestano le religioni con le loro risposte, che non esauriscono il mistero. Nel Libro di Giobbe, al culmine della disperazione umana, Dio parla e spazza via tutte le spiegazioni e i tentativi di razionalizzare. La soluzione può essere solo meta-razionale, globale e trascendente e si trova nell’incontro con Dio».
    Ultima modifica di Barney; 26-11-2011 alle 15:18

  8. #8
    CieRrino L'avatar di Miserere mei
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    Citazione Originariamente Scritto da Barney Visualizza Messaggio
    Il tuo ragionamento non vale a giustificare il dolore che prescinde dall'azione umana, quali ad esempio le malattie che strappano le vite a piccoli innocenti; malattie frutto di una mera legge di selezione naturale.

    Sarebbe molto, troppo facile limitare il male e la sofferenza all'operato umano.

    Tu la metti come se la morte fosse un male.
    Non è così, la morte è il fine al quale tende la vita di uomini ed animali e prima o poi tocca a tutti. Una vita senza malattie e dolore sarebbe una vita da burattini che non varrebbe la pena d'essere vissuta.
    Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace

  9. #9
    Iscritto L'avatar di Giusina
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    Tu la metti come se la morte fosse un male.
    Non è così, la morte è il fine al quale tende la vita di uomini ed animali e prima o poi tocca a tutti. Una vita senza malattie e dolore sarebbe una vita da burattini che non varrebbe la pena d'essere vissuta.
    Forse adesso si entra in un argomento che prescinde dalla domanda iniziale. La malattia che porta alla morte di una giovane persona, senza che questa abbia goduto appieno la sua vita, e per lo più lasciando soli figli piccoli... non so se questo sia preferibile alla vita dei burattini! Il punto è accogliere il dolore e la malattia e trovarvi una ragione per quanto sia possibile.

  10. #10
    Moderatore L'avatar di DenkaSaeba25
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    Tu la metti come se la morte fosse un male.
    Non è così, la morte è il fine al quale tende la vita di uomini ed animali e prima o poi tocca a tutti. Una vita senza malattie e dolore sarebbe una vita da burattini che non varrebbe la pena d'essere vissuta.
    Concordo con te perfettamente. Il male è il male morale, non fisico.

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