Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: I Novissimi

  1. #1
    Moderatore L'avatar di SignorVeneranda
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    I Novissimi

    Premessa: i Novissimi come invito pressante a convertirci oggi.

    "Ogni uomo fin dal momento della sua morte
    riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna,
    in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo,
    per cui o passerà attraverso una purificazione,
    o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo,
    oppure si dannerà immediatamente per sempre.
    Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze,
    il bene che ognuno avrà compiuto
    o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena.
    Davanti a Cristo che è la verità
    sarà definitivamente messa a nudo
    la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio."

    Ho estrapolato questi due periodi del catechismo della Chiesa Cattolica che parlano dei cosiddetti novissimi : morte, giudizio, inferno, paradiso. C’è una parola chiave, nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica, che ho evidenziato in verde:” rapporto”. La nostra vita in rapporto a Cristo, la verità del nostro rapporto con Dio. Penso che valga la pena di soffermarsi un momento su questa parola se il Catechismo , quando parla sia del giudizio particolare che del giudizio finale, utilizza questo termine.

    Il catechismo infatti qui non parla del rapporto di Dio con l’uomo, rapporto che, secondo San Tommaso, è incessante a tal punto che se esso cessasse ogni azione dell’uomo sarebbe impossibile (cessante influentia divina, omnis operatio cessaret, CG III, 67,3). Bensì parla del rapporto dell’uomo con Dio. Della nostra vita in rapporto a Cristo. Qual è dunque il nostro rapporto con Cristo, come ci rapportiamo con Cristo? Rapporto ha qui il significato di relazione. Qual è la verità della mia relazione con Dio in Cristo?

    Gesù Cristo davanti a Pilato afferma di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. E noi, come Pilato, chiediamoci : che cos’è la verità? Gesù non risponde a questa domanda e noi come Pilato abbiamo due alternative: mantenere il distacco e lavarci le mani per autogiustificarci o lasciarci guardare e penetrare fino in fondo, oggi, da Lui. In questo modo, in un certo senso, anche se molto impropriamente, anticipiamo ogni giorno il giudizio particolare del Signore su di noi :È giunto infatti il momento in cui inizia il giudizio dalla casa di Dio; e se inizia da noi, quale sarà la fine di coloro che rifiutano di credere al vangelo di Dio?”(1 Pietro4,17).
    Il problema è ritornare continuamente a questa Verità. In che modo?

    Recentemente Benedetto XVI ha detto: “Perciò come non aprire il nostro cuore alla certezza che, pur essendo peccatori, siamo amati da Dio ?. Egli non si stanca mai di venirci incontro, percorre sempre per primo la strada che ci separa da Lui. Il libro dell’Esodo ci mostra come Mosè, con fiduciosa e audace supplica, riuscì, per così dire, a spostare Dio dal trono del giudizio al trono della misericordia. Il pentimento è la misura della fede e grazie ad esso si ritorna alla Verità”.

    L’unica strada è quella del pentimento, quella percorsa dal figliol prodigo che tornando a casa pensa all’incontro con il Padre, anticipandolo nel suo cuore: Mi alzerò e andrò da mio Padre, e gli dirò: Padre ho peccato contro il Cielo e contro di Te : non sono degno di essere chiamato tuo figlio”.

    E’ significativa la citazione che il Papa fa dell’episodio descritto nell’Esodo. Avete la pazienza di rileggerlo insieme? Ricordo che questo brano è immediatamente seguente al peccato di idolatria del popolo che aveva sacrificato ad un vitello d’oro identificando in questo simulacro lo stesso Dio che l’aveva fatto uscire dall’Egitto:

    Il Signore parlò a Mosè: «Su, esci di qui tu e il popolo che hai fatto uscire dal paese d'Egitto, verso la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, dicendo: Alla tua discendenza la darò. Manderò davanti a te un angelo e scaccerò il Cananeo, l'Amorreo, l'Hittita, il Perizzita, l'Eveo e il Gebuseo. Va' pure verso la terra dove scorre latte e miele... Ma io non verrò in mezzo a te, per non doverti sterminare lungo il cammino, perché tu sei un popolo di dura cervice».
    Il popolo udì questa triste notizia e tutti fecero lutto: nessuno più indossò i suoi ornamenti.
    Il Signore disse a Mosè: «Riferisci agli Israeliti: Voi siete un popolo di dura cervice; se per un momento io venissi in mezzo a te, io ti sterminerei. Ora togliti i tuoi ornamenti e poi saprò che cosa dovrò farti».
    Gli Israeliti si spogliarono dei loro ornamenti dal monte Oreb in poi.
    Mosè a ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell'accampamento, ad una certa distanza dall'accampamento, e l'aveva chiamata tenda del convegno; appunto a questa tenda del convegno, posta fuori dell'accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore.
    Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda. Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all'ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda. Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell'accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall'interno della tenda.
    Mosè disse al Signore: «Vedi, tu mi ordini: Fa' salire questo popolo, ma non mi hai indicato chi manderai con me; eppure hai detto: Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi. Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca, e trovi grazia ai tuoi occhi; considera che questa gente è il tuo popolo».
    Rispose: «Io camminerò con voi e ti darò riposo». Riprese: «Se tu non camminerai con noi, non farci salire di qui. Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla terra».
    Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome».
    Gli disse: «Mostrami la tua Gloria!».
    Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere».

    Nessun uomo può vedere Dio e restare vivo. In altre parole, non possiamo vedere senza veli in faccia la Verità, come dice il catechismo della Chiesa cattolica “ fino alle ultime conseguenze” senza passare per la morte. Se oggi Dio ci facesse vedere le ultime conseguenze delle nostre omissioni rispetto al bene che Dio ci ha costantemente proposto, chi potrebbe resistere senza venir meno? Se qualcuno pensa di poter resistere, non si conosce abbastanza. Lo stesso Mosè, l’uomo più umile che sia mai esistito, secondo la Scrittura, è stato coperto dalla mano misericordiosa di Dio e non ha potuto, da vivo, vederlo in faccia.

    Come dunque potremo avere la forza di comparire davanti al Figlio di Dio quale nostro giudice? E’ Cristo stesso che ha già risposto a questa domanda:

    Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

    La coscienza del giudizio imminente, in definitiva, dovrebbe spingerci non verso un futuro immaginifico ma verso il momento presente, ogni momento. Il prendere seriamente il momento della vigilanza e della preghiera, che è questo momento, di oggi, di questa ora, è la via per ricevere la forza per presentarci davanti alla Verità che viene.

    Questa era una piccola premessa per aiutarci a mettere nella verità per parlare, nei prossimi interventi, in particolare della dottrina sui Novissimi.
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 02-10-2010 alle 22:21

  2. #2
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    Perché si chiamano "Novissimi"?

  3. #3
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    Perché si chiamano "Novissimi"?
    Oggi sicuramente avrai aperto il giornale per apprendere le "ultime novità".
    Interessante l'accostamento tra le parole ultimo e novità. L'aggettivo novus in latino comprende entrambi i termini. A noi sembra un ossimoro, ma utilizziamo la locuzione "ultime novità" molto spesso, e con molta naturalità.
    Ecco i novissimi sono le ultimissime novità, non solo nel senso che sono quelle che avverranno ultimamente, ma anche e soprattutto nel senso che saranno per noi le ultimissime novità, cioè qualcosa di inedito, di totalmente nuovo per noi, al di sopra di ogni nostra immaginazione, come lo sono tutte le grandi opere di Dio, novità che ci attendono in un futuro molto prossimo, forse proprio oggi.
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 02-10-2010 alle 22:20

  4. #4
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    La morte


    Testi di partenza:


    1) Dal catechismo della Chiesa cattolica:

    Morire in Cristo Gesù

    Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna « andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore » (2 Cor 5,8). In questo « essere sciolto » che è la morte, l'anima viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti.

    La morte
    « In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo ». Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è « salario del peccato » (Rm 6,23). E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua risurrezione.


    La morte è il termine della vita terrena. Le nostre vite sono misurate dal tempo, nel corso del quale noi cambiamo, invecchiamo e, come per tutti gli esseri viventi della terra, la morte appare come la fine normale della vita. Questo aspetto della morte comporta un'urgenza per le nostre vite: infatti il far memoria della nostra mortalità serve anche a ricordarci che abbiamo soltanto un tempo limitato per realizzare la nostra esistenza.
    « Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza [...] prima che ritorni la polvere alla terra, com'era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato » (Qo 12,1.7).


    Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l'ultima volta, le parole di perdono dell'assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l'ha segnato, per l'ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:


    « Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. [...] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. [...] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ».





    2) Dal catechismo del Concilio di Trento:



    Gli oracoli biblici ammoniscono: "Tieni presenti in tutte le tue operazioni gli estremi eventi tuoi e non peccherai in eterno" (Sir 7,40). Con ciò i parroci sono implicitamente esortati a non tralasciare occasione per inculcare al popolo fedele l'assidua meditazione sulla morte. E poiché il sacramento dell'Estrema Unzione è necessariamente associato all'immagine del giorno supremo, si comprende come se ne debba trattare spesso, non solo per la costante opportunità di enucleare le verità misteriose che riguardano la salvezza, ma anche perché, meditando la necessità della morte incombente su tutti, i fedeli riusciranno a comprimere le malsane cupidigie. Così proveranno minore angoscia nell'aspettativa della morte e scioglieranno incessanti azioni di grazie a Dio che, dopo averci aperto con il sacramento del Battesimo l'adito alla vera vita, istituì pure il sacramento dell'Estrema Unzione, affinché uscendo da questo mondo trovassimo più agevole il sentiero per il cielo.




    Bene, parliamo della morte. Della nostra morte personale. Il primo novissimo che ci attende. San Francesco la chiamava sorella. Il suo pensiero è infatti una cosa buona per noi. Ma la morte è anche la conseguenza del peccato. E sotto questo aspetto è il nostro ultimo nemico. Per il cristiano la morte è la possibilità di donare tutto ciò che abbiamo al Signore, nell'accettazione della sua volontà. Forse non siamo stati capaci di farlo nella nostra vita e questo ultimo momento può diventare il nostro ultimo e vero atto di amore e di abbandono fiducioso. Per questo dobbiamo pregare e chiedere a Dio di poter avere una buona morte anzi , come dice la sequenza allo Spirito Santo che preghiamo a Pentecoste, una morte santa:



    Dona virtù e premio
    Dona morte santa
    Dona eterna gioia.
    Amen. Alleluja.



    La morte, nella prospettiva cristiana, è un esodo, un passaggio.
    Con chi ne dobbiamo parlare? Come faceva Gesù, che ne parlava con Mosè ed Elia, sul monte Tabor, anche noi dobbiamo parlarne non con noi stessi ma con i santi.
    Così anche ci invita a fare la Scrittura: Non temere la sentenza della morte, ricordati dei tuoi predecessori. E i santi sono veramente coloro che ci hanno preceduto nella fede.
    Non è un caso che nel calendario liturgico la festa di tutti i santi e la commemorazione dei fedeli defunti siano consecutive. C'è in questa disposizione una sapienza della Chiesa che ci invita a guardare alla morte mettendoci davanti agli occhi l'esempio dei santi. Come grande esempio di meditazione sulla morte vi propongo quanto scrisse Paolo VI più di 30 anni fa. Ricordo che ascoltai questa meditazione in una lettura pubblica (avevo 24 anni) e pensai dentro di me quale grazia fosse vedere la morte in questa prospettiva:



    Pensiero alla morte


    Questa ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull'avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone. Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell'essere mio, davanti a ciò che si prepara.
    Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale:
    io, chi sono? che cosa resta di me? dove vado? e perciò estremamente morale:
    che cosa devo fare? quali sono le mie responsabilità?
    E vedo anche che rispetto alla vita presente è vano avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali e momentanee; le speranze sono per l'al di là.
    E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito dramma umano che al crescere della luce fa crescere l'oscurità del destino umano; deve svolgersi a dialogo con la Realtà divina, donde vengo e dove certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande passaggio.
    Credo, o Signore.
    L'ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi a trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d'intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all'altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. "Servus inutilis sum". Sono un servo inutile.

    "Ambulate dum lucem habetis"


    Camminate finchè avete la luce (Jo. 12, 35)

    Ecco: mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce.
    Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo.
    Vi è la luce che svela la delusione d'una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi è quella della saggezza che finalmente intravede la vanità della cose e il valore della virtù che doveva caratterizzare il corso della vita: "vanitas vanitatum". Vanità della vanità.
    Quanto a me vorrei avere finalmente un nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com'era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre ed incantare, mentre doveva apparire segno e invito.
    Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d'essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell'uomo!
    Né meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell'uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E' un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!
    Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, "qui per Ipsum factus est", che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto ti celebro all'ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l'universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l'Amore!
    La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggor parte, d'un Dio Creatore, che si chiama il Padre nostro che sta nei cieli!
    Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre!
    In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è un rivelazione naturale d'una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell'invisibile Sole, "quem nemo vidit unquam", che nessuno ha mai visto (cfr. Jo. 1,18): "unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit", il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato. Così sia, così sia.
    Ma ora, in questo tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre a quello dell'ultima luce vespertina, presagio dell'eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l'ansia di profittare dell'undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa d'importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest'ultima possibilità di scelta "l'unum necessarium?", la sola cosa necessaria?
    Alla gratitudine succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la Tua bontà, e confessare con la mia colpa la Tua infinita capacità di salvare. "Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison". Signore pietà; Cristo pietà; Signore pietà.
    Qui affiora alla mente la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall'ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un'ineffabile bontà (è questa che, spero, potrò un giorno vedere ed "in eterno cantare"); e, per l'altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. "Tu scis insipientiam meam". Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6). Povera vita stentata, gretta meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d'infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S. Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio. Ch'io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d'infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia.
    E poi un atto, finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente, il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come Tua volontà.
    Fare presto, fare tutto, fare bene. Fare lietamente: ciò che ora Tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest'ultima ora. Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, "la cui natura è bontà" (S. Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai il mo giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre.
    Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l'avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l'incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro.

    "Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset"


    A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci avesse servito ad essere redenti

    Questa è la scoperta del preconio pasquale, e questo è il criterio di valutazione d'ogni cosa riguardante l'umana esistenza ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a Cristo: "o mira circa nos tuae pietatis dignitatio", o meravigliosa pietà del tuo amore per noi! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l'amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell'uomo.
    Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore.
    E poi ancora mi domando: perché hai chiamato me, perché mi hai scelto? Così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: "quae stulta sunt mundi elegit Deus… ut non glorietur omnis caro in conspecto eius". Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (1 Cor 1,27-28). La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alle mia capacità di tradirTi: "Deus meus, Deus meus, audebo dicere, … in quodam aestatis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus es. Nos Te provocamus ad iram. Tu autem conducis nos ad misericordiam!". Mio Dio, mio Dio, oserò dire … in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente … e Tu Ti plachi. Noi Ti provochiamo all'ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia! (PL. 40, 1150).
    Ed eccomi al Tuo servizio, eccomi al tuo amore. Eccomi in uno stato di sublimazione, che non mi consente più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover'uomo, se non per ricordarmi la realtà del mio essere, e per reagire nella più sconfinata fiducia con la risposta, che da me è dovuta: "amen, fiat; Tu scis quia amo Te", così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione subentra, e fissa un atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di servizio per amore: "in finem dilexit", amò fino alla fine. "Ne permittas me separari a Te". Non permettere che io mi separi da Te.
    Il tramonto della vita presente, che sognerebbe d'essere riposato e sereno, deve essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. E' difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno e fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale, compiuto, pensando al Tuo: "consummatum est", tutto è compiuto.
    Ricordo il preannuncio fatto dal Signore a Pietro sulla morte dell'apostolo: "amen, amen dico tibi… cum… senueris, extendes manus tuas, et alius te cinget, et ducet quo tu non vis. Hoc autem (Jesus) dixit significans qua morte (Petrus) clarificaturus esset Deum. Et, cum hoc dixisset, dicit ei: sequere me". In verità, in verità ti dico … quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi" (Jo. 21, 18-19).
    Ti seguo; ed avverto che non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch'è la Chiesa. Questi fili si romperanno da sé; ma io non posso dimenticare ch'essi richiedono da me qualche supremo dovere. "Discessus pius", morte pia. Avrò davanti allo spirito la memoria del come Gesù si congedò dalla scena temporale di questo mondo. Da ricordare come Egli ebbe continua previsione e frequente annuncio della sua passione, come misurò il tempo in attesa della "sua ora", come la coscienza dei destini escatologici riempì il suo animo ed il suo insegnamento, e come dell'imminente sua morte parlò ai discepoli nei discorsi dell'ultima cena; e finalmente come volle che la sua morte fosse perennemente commemorata mediante l'istituzione del sacrificio eucaristico: "mortem Domini annuntiabitis donec veniat". Annunzierete la morte del Signore finché Egli venga.
    Un aspetto su tutti gli altri principale: "tradidit semetipsum", ha dato se stesso per me; la sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi. La solitudine della morte fu ripiena della presenza nostra, fu pervasa d'amore: "dilexit Ecclesiam", amò la Chiesa (ricordare "le mystère de Jésus", di Pascal). La sua morte fu rivelazione del suo amore per i suoi: "in finem dilexit", amò fino alla fine. E dell'amore umile e sconfinato diede al termine della vita temporale esempio impressionante (cfr. la lavanda dei piedi), e del suo amore fece termine di paragone e precetto finale. La sua morte fu testamento d'amore. Occorre ricordarlo.
    Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d'amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l'ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d'aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare.
    Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo.
    Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.
    Qui è da ricordare la preghiera finale di Gesù (Jo. 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno; nel confronto col male ch'è sulla terra e nella possibilità della loro salvezza; nella coscienza suprema ch'era mia missione chiamarli, rivelare loro la verità, farli figli di Dio e fratelli tra loro: amarli con l'Amore, ch'è in Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell'umanità e dal ministero della Chiesa, a me affidato, è ad essa comunicato.
    O uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell'effusione dello Spirito Santo, ch'io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti.
    E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi.
    E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell'umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo.
    Amen. Il Signore viene. Amen.

    Ultima modifica di SignorVeneranda; 04-10-2010 alle 01:21

  5. #5
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    Una piccola finestra sulla predicazione di S.Alfonso maria de' Liguori

    S.Alfonso Maria de'Liguori scrisse un'opera sulla meditazione della morte chiamata "dell' Apparecchio alla morte" che sarebbe doveroso leggere in questo contesto, per esempio qui :www.intratext.com/ixt/itasa0000/_IDX006.HTM

    B. Haring scrive a proposito di questa opera :"Il tentativo deciso del nostro santo di familiarizzare gli uomini con la morte o perlomeno di riconciliarli con essa e di indurli, attraverso il suo pensiero fedelmente coltivato, a decidersi in maniera più energica per una vita in Cristo e per il distacco a ciò necessario, contraddice allo spirito del tempo oggi imperante. Ma io vedo proprio in questo la grande attualità del libro. L'umanità odierna soffre molto per aver “rimosso la morte ”. Chi non accetta la verità della morte, si preclude anche l'accesso alla verità piena della vita.

    L'opera è divisa in 36 considerazioni sulla meditazione della morte. Uno degli scopi principali del suo libro è quello offrire ai predicatori e ai direttori di esercizi spirituali uno schema di predicazione ricco di materiale, nella speranza che il predicatore lo meditasse nella preghiera per personalizzarne il contenuto.

    Riporto qui un piccolo brano come assaggio di questo libro:

    Considera che sei terra, ed in terra hai da ritornare. Ha da venire un giorno che hai da morire e da trovarti a marcire in una fossa, dove sarai coverto da' vermi. «Operimentum tuum erunt vermes» (Is. 14. 11). A tutti ha da toccare la stessa sorte, a nobili ed a plebei, a principi ed a vassalli. Uscita che sarà l'anima dal corpo con quell'ultima aperta di bocca, l'anima anderà alla sua eternità, e 'l corpo ha da ridursi in polvere. «Auferes spiritum eorum, et in pulverem revertentur» (Ps. 103. 29).

    Immaginati di veder una persona, da cui poco fa sia spirata l'anima. Mira in quel cadavere, che ancora sta sul letto, il capo caduto sul petto: i capelli scarmigliati ed ancor bagnati dal sudor della morte: gli occhi incavati, le guance smunte, la faccia in color di cenere, la lingua e le labbra in color di ferro, il corpo freddo e pesante. Chi lo vede s'impallidisce e trema. Quanti alla vista di un parente o amico defunto hanno mutato vita e lasciato il mondo!

    Maggior orrore dà poi il cadavere, quando principia a marcire. Non saranno passate ancora 24 ore ch'è morto quel giovine, e la puzza si fa sentire. Bisogna aprir le finestre e bruciar molto incenso, anzi procurare che presto si mandi alla chiesa, e si metta sotto terra, acciocché non ammorbi tutta la casa. E l'essere stato quel corpo d'un nobile, o d'un ricco non servirà che per mandare un fetore più intollerabile. «Gravius foetent divitum corpora», dice un autore.

    Ecco dove è arrivato quel superbo, quel disonesto! Prima accolto e desiderato nelle conversazioni, ora diventato l'orrore e l'abbominio di chi lo vede. Ond'è che s'affrettano i parenti a farlo cacciar di casa, e si pagano i facchini, acciocché chiuso in una cassa lo portino a buttarlo in una sepoltura. Prima volava la fama del suo spirito, della sua garbatezza, delle sue belle maniere e delle sue lepidezze; ma tra poco ch'è morto, se ne perde la memoria. «Periit memoria eorum cum sonitu» (Ps. 9. 7).

    Al sentir la nuova della sua morte altri dice: Costui si facea onore; altri: Ha lasciata bene accomodata la casa; altri se ne rammaricano, perché il defunto recava loro qualche utile; altri se ne rallegrano, perché la sua morte loro giova. Del resto, tra poco tempo da niuno più se ne parlerà. E sin dal principio i parenti più stretti non vogliono sentirne più parlare, affinché non si rinnovi loro la passione. Nelle visite di condoglienze si parla d'altro; e se taluno esce a parlar del defunto, dice il parente: Per carità non me lo nominate più.

    Pensate che siccome voi avete fatto nella morte de' vostri amici e congiunti, così gli altri faranno di voi. Entrano i vivi a far comparsa nella scena e ad occupare i beni e i posti de' morti; e de' morti niente o poco si fa più stima o menzione. I parenti a principio resteranno afflitti per qualche giorno, ma tra poco si consoleranno con quella porzione di robe, che sarà loro toccata; sicché tra poco più presto si rallegreranno della vostra morte; e in quella medesima stanza, dove voi avrete spirata l'anima, e sarete stato giudicato da Gesu-Cristo, si ballerà, si mangerà, si giuocherà e riderà come prima; e l'anima vostra dove allora starà?


    O Gesù mio Redentore, vi ringrazio che non mi avete fatto morire, quando io stava in disgrazia vostra. Da quanti anni io meriterei di star nell'inferno! S'io moriva in quel giorno, in quella notte, che ne sarebbe di me per tutta l'eternità? Signore, ve ne ringrazio. Io accetto la mia morte in soddisfazione de' miei peccati; e l'accetto secondo il modo che a Voi piacerà di mandarmela; ma giacché mi avete aspettato sinora, aspettatemi un altro poco. «Dimitte me, ut plangam paululum dolorem meum» (Iob. 10. 20). Datemi tempo da piangere l'offese che v'ho fatte, prima che mi abbiate a giudicare.

    Io non voglio più resistere alle vostre voci. Chi sa, se queste parole che ho lette, sono l'ultima chiamata per me! Confesso che non merito pietà: Voi tante volte mi avete perdonato, ed io ingrato ho ritornato ad offendervi. «Cor contritum, et humiliatum Deus non despicies» (Ps. 50). Signore, giacché Voi non sapete disprezzare un cuore, che si umilia e si pente, ecco il traditore che pentito a Voi ricorre. «Ne proiicias me a facie tua». Per pietà non mi discacciate. Voi avete detto: «Eum, qui venit ad me, non eiiciam foras» (Io. 6. 37). È vero ch'io v'ho oltraggiato più degli altri, perché più degli altri sono stato da Voi favorito di lumi e di grazie; ma il sangue che avete sparso per me mi dà animo, e mi offerisce il perdono, s'io mi pento. Sì, mio sommo bene, che mi pento con tutta l'anima di avervi disprezzato. Perdonatemi, e datemi la grazia di amarvi per l'avvenire. Basta quanto vi ho offeso. La vita, che mi resta, no, Gesù mio, non la voglio più spendere ad offendervi; voglio spenderla solo a piangere sempre i disgusti, che vi ho dati, e ad amarvi con tutto il cuore, o Dio degno d'infinito amore.

    O Maria, speranza mia, pregate Gesù per me.
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 05-10-2010 alle 01:00

  6. #6
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    Intermezzo musicale

    [YOUTUBE]http://www.youtube.com/watch?v=31uBZbrliK4&feature=related[/YOUTUBE]

    Dal libro Vermell di Monserrat (Quattordicesimo seclo)

    Ad mortem festinamus,

    peccare desistamus.

    Scribere proposui de contemptu mundano,
    ut degentes seculi non mulcentur in vano.
    Iam est hora surgere a somno mortis pravo.
    ***
    Vita brevis breviter in brevis finietur,
    mors venit velociter que neminem veretur,
    omnia mors perimit et nulli miseretur.
    ***
    Ni conversus fueris et sicut puer factus
    et vitam mutaveris in meliores actus,
    intrare non poteris regnum Dei beatus.
    ***
    Tuba cum sonuerit, dies erit extrema,
    et iudex advenerit, vocavit sempiterna
    electos in patria, prescitos ad inferna.
    ***
    Quam felices fuerint, qui cum Christo regnabunt.
    Facie ad faciem sic eum adspectabunt,
    Sanctus, Sanctus, Dominus Sabaoth conclamabunt.
    ***
    Et quam tristes fuerint, qui eterne peribunt,
    pene non deficient, non propter has obibunt,
    heu, heu, heu, miserrimi, nunquam inde exibunt.
    ***
    Cuncti reges seculi et in mundo magnates
    adventant et clerici omnesque potestates,
    fiant velut parvuli, dimitant vanitates.
    ***
    Heu, fratres karissimi, si digne contemplemus
    passionem Domini amare et si flemus,
    ut pupillam occuli servabit, ne peccemus.
    ***
    Alma Virgo Virginum, in coelis coronata,
    apud tuum filium sis nobis advocata
    et post hoc exilium ocurrens mediata.
    ***
    Vile cadaver eris:
    cur non peccare vereris?
    cur intumescere quaeris?
    ut quid pecuniam quaeris?
    quid veges pomposas geris?
    ut quid honores quaeris?
    cur non paenitens confiteris?
    contra proximum non laeteris?


    Tutte le cose devono passare (George Harrison)
    [YOUTUBE]http://www.youtube.com/watch?v=FEWb1ym99aY[/YOUTUBE]
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 06-10-2010 alle 01:11

  7. #7
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    La verità della morte nella comunione della Chiesa

    Il momento della morte è un momento pieno di verità. Così scriveva Simone Weil: "Ho sempre pensato che l’istante della morte sia la norma, lo scopo della vita. Pensavo che, per coloro che vivono come si conviene, sia l’istante in cui per una frazione infinitesimale di tempo penetra nell’anima la verità pura, nuda, certa, eterna.Posso dire di non aver desiderato per me altro bene." Gesù attendeva il momento della sua morte e si consegnò volontariamente ad essa per amore nostro. L'amore di Dio è infatti più forte della morte. Anzi, secondo la lettera agli Ebrei, il Verbo si è fatto carne per liberarci dalla paura della morte che il demonio usa per renderci suoi schiavi durante la nostra vita. La morte non mette termine a tutto. Certo tutte le fasi della vita di un uomo si spengono di una morte anticipatoria ma, così come da ogni fase ne nasce un'altra, così anche ogni nuova fase è anticipatoria della vita eterna. Tuttavia la morte, così come la vita, la morte di un cristiano, intendo, può essere affrontata con il conforto della comunione della Chiesa, non solo con il grandissimo conforto dei sacramenti della Chiesa ma anche con quello della preghiera e della vicinanza amorosa dei fratelli nella fede. E questa vicinanza è ricca di frutti per tutti. Come giustamente scrive la Conferenza episcopale svizzera:
    "Nessun uomo è più povero di un morente. Egli deve abbandonare non solo tutti i suoi beni terreni, ma la sua stessa vita fisica. E tuttavia proprio questi poveri possono arricchire molti. Chi li accompagna nel momento del loro distacco dalla vita terrena e vede il modo in cui vanno incontro alla morte può imparare molte cose in grado di rendere la sua vita più vera, più orientata a Dio e più ricca".
    ( Tratto dalla "Dignità del morente" a cura della Conferenza episcopale svizzera, un documento molto interssante sulla pastorale e l'accompagnamento dei moribondi che potete leggere integralmente qui:http://www.oasinforma.com/pagine/pagine_ak%20/dignitmorente.html).
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 06-10-2010 alle 07:34

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da UbiDeusIbiPax Visualizza Messaggio
    Perché "novissimus" è il superlativo di "novus", che vuol dire "nuovo" ma anche "ultimo"; perciò "ultimissimi" ("eventi")...
    Grazie per questa spiegazione.



    Notevole lo spunto dell'autore del topic di introdurre la riflessione sui Novissimi con la lettura della tenda fuori dell'accampamento di Mosè.

    Personalmente faccio fatica a concepire il Purgatorio:
    per la sola unica ragione per cui l' Eternità non è una successione di tempo infinito, ma una realtà senza tempo.
    Quindi, come può esserci evoluzione nella vita dell'anima?

    Sicuramente c'è, ma come ?
    "... ma al principio di tutto vi sia la carità"

  9. #9
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    Il Giudizio particolare

    Dal catechismo della Chiesa Cattolica
    La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone così come altri testi del Nuovo Testamento parlano di una sorte ultima dell'anima che può essere diversa per le une e per le altre.
    Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.
    « Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore ».
    Vediamo e commentiamo i testi del Vangelo e del Nuovo Testamento che parlano del giudizio particolare:
    Il primo testo che fornisce un aspetto importante del giudizio particolare è il seguente:
    Con il giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati (Matteo 7,2)
    In queste parole di Gesù c’è un rimando al nostro giudizio attuale che sarà, secondo le parole stesse di Gesù, la misura del nostro giudizio particolare.
    Qual è la misura, lo standard ( per utilizzare una parola anglosassone che significa punto di riferimento) con la quale misuriamo noi stessi, il prossimo, il mondo, Dio stesso? Qual è il giudizio che abbiamo sulla vita e sugli esseri umani? Questa stessa misura, questo stesso standard, quello stesso giudizio che oggi riversiamo fuori e dentro di noi sarà il punto di riferimento del nostro giudizio particolare. Gesù arriva perfino a consigliare: non giudicate, rinunciate adesso al giudizio, e non sarete giudicati.
    Il secondo testo che fornisce un altro aspetto complementare del Giudizio particolare è quello di Giovanni che parla della relazione tra la Parola di Cristo e noi:
    Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno (Gv 12,48).
    Anche qui Gesù rimanda il giudizio alla Parola da Lui annunziata cioè al Vangelo del Regno che, se accolto è salvezza e se rifiutato è condanna, anzi auto-condanna.
    Questo rimando di Gesù a noi stessi e al nostro rifiuto o alla nostra accettazione del Vangelo è fondamentale dal momento che immediatamente dopo la morte, fuori dal tempo, la nostra libertà si fisserà per sempre nel bene o nel male che ha scelto come assoluto. Il giudizio particolare ha luogo in un confronto diretto tra l’anima e Cristo.Con la morte, la scelta di vita fatta dall'uomo diventa definitiva: questa sua vita sta davanti al Giudice” (Benedetto XVI, Spe salvi, 45).
    Sarà come una illuminazione interna in cui l’anima vedrà il bene e il male di tutta la vita. Ed immediatamente verrà la sentenza: direttamente il Paradiso o una purificazione prima del Paradiso oppure l’Inferno.
    Dunque questa riflessione sul giudizio particolare di ciascuno ci ricorda che ognuno di noi è unico per Dio e che la vita è seria e soprattutto eterna. Facciamo dunque attenzione oggi a come ci poniamo davanti alla verità che è Cristo perché a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza ma a chi non ha sarà tolto anche quello che crede di avere.

    C’è una parola di S. Giacomo che dobbiamo ricordare al termine di questa piccola riflessione:

    Il giudizio sarà senza misericordia per chi non avrà avuto misericordia. La misericordia, invece, ha sempre la meglio sul giudizio.

    E questa parola sulla misericordia mi fa rammentare la nostra Santa Madre Maria che preghiamo di pregare per noi nell'ora della nostra morte. Anche se a qualcuno sembrerà poco ortodosso, dedico a Lei questa poesia di Ungaretti che parla del giudizio e che si intitola "La Madre" :

    E il cuore quando d'un ultimo battito
    avrà fatto cadere il muro d'ombra
    per condurmi, Madre, sino al Signore,
    come una volta mi darai la mano.

    In ginocchio, decisa,
    Sarai una statua davanti all'eterno,
    come già ti vedeva
    quando eri ancora in vita.

    Alzerai tremante le vecchie braccia,
    come quando spirasti
    dicendo: Mio Dio, eccomi.

    E solo quando m'avrà perdonato,
    ti verrà desiderio di guardarmi.

    Ricorderai d'avermi atteso tanto,
    e avrai negli occhi un rapido sospiro.

    Ultima modifica di SignorVeneranda; 08-10-2010 alle 13:02

  10. #10
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    Una precisazione su alcune questioni concernenti l'escatologia - Congregazione per la dottrina della fede-1979

    A proposito della nostra immaginazione su quel che ci attende dopo la morte e la nostra rappresentazione mentale dell'aldilà, e quindi prima di parlare del Purgatorio, Paradiso, Inferno, Giudizio Universale e Vita eterna, trovo molto utile questo documento del Magistero che riporto qui di seguito:

    Documento su alcune questioni concernenti l'escatologia

    Congregazione per la Dottrina della Fede, 17 maggio 1979.

    I sinodi più recenti, consacrati rispettivamente ai temi dell'Evangelizzazione e della Catechesi, han fatto prendere più viva coscienza della necessità di una fedeltà perfetta alle verità fondamentali della fede, soprattutto al giorno d'oggi in cui le profonde modificazioni dell'ambiente umano e la preoccupazione di integrare la fede nei diversi contesti culturali impongono uno sforzo più grande che in passato, al fine di rendere questa fede accessibile e comunicabile. Quest'ultima esigenza, al presente tanto urgente, richiede in realtà una sollecitudine più grande che mai nel tutelare l'autenticità e l'integrità della fede.
    I responsabili debbono, pertanto, dimostrarsi assai attenti a tutto ciò che potrebbe causare nella coscienza comune dei fedeli una lenta degradazione e l'estinzione progressiva di un qualche elemento del Simbolo battesimale, indispensabile alla coerenza della fede ed inseparabilmente congiunto ad usi importanti nella vita della Chiesa. Precisamente su uno di questi punti è sembrato opportuno ed urgente attirare l'attenzione di coloro ai quali Dio ha affidato la cura di promuovere e di difendere la fede, affinché siano prevenuti i pericoli che potrebbero compromettere questa stessa fede nelle anime dei fedeli.
    Si tratta di quell'articolo del Credo che riguarda la Vita eterna e dunque, in generale, le realtà che si avranno dopo la morte. Nel proporre una tale dottrina non è lecito sottrarre alcunché, né si può adottare un metodo carente o incerto senza mettere in pericolo la fede e la salvezza dei fedeli.

    «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà»

    A nessuno sfugge l'importanza di quest'ultimo articolo del Simbolo battesimale: esso esprime, infatti, il termine ed il fine del disegno di Dio, di cui nel Simbolo stesso è tracciato lo svolgimento. Se non si dà risurrezione, tutto l'edificio della iede crolla, come afferma vigorosamente san Paolo (cfr. 1 Cor 15). Se il cristiano non è più in grado di dare un contenuto sicuro all'espressione «Vita eterna», le promesse del Vangelo, il senso della Creazione e della Redenzione svaniscono, e la stessa vita presente resta priva di ogni speranza (cfr. Ebr 11,1).
    Ora, come ignorare, su questo punto, il disagio e l'inquietudine di tante persone? Chi non s'accorge che il dubbio s'insinua sottilmente e molto in profondo negli spiriti? Anche se fortunatamente, nella maggior parte dei casi, il cristiano non è ancor giunto al dubbio positivo, sovente egli rinuncia a pensare a quel che segue dopo la morte, perché comincia a sentire che in lui sorgono degli interrogativi, ai quali ha paura di dover dare risposta: Esiste qualche cosa al di là della morte? Sussiste qualche cosa di noi stessi dopo questa morte? Non sarte il nulla che ci attende?
    In tutto ciò è da ravvisare, in parte, la ripercussione non voluta, negli spiriti, delle controversie teologiche ampiamente diffuse nell'opinione pubblica, delle quali la maggioranza dei fedeli non è in grado di cogliere né l'oggetto preciso, né la portata. Si sente discutere dell'esistenza dell'anima, del significato della sua sopravvivenza, e ci si domanda quale relazione passi tra la morte del cristiano e la risurrezione universale. Il popolo cristiano è disorientato, perché non ritrova più il suo vocabolario e le sue nozioni familiari.
    Certamente, non si tratta di limitare o, addirittura, di impedire una ricerca teologica, della quale la fede della Chiesa ha bisogno e dalla quale deve poter trarre vantaggio. Tuttavia, ciò non può fare rinunciare al dovere di garantire tempestivamente la fede dei cristiani circa i punti che sono messi in dubbio. Di questo duplice e difficile dovere intendiamo richiamare brevemente la natura e gli aspetti, nella presente situazione così delicata.

    La fede della Chiesa

    È necessario, innanzitutto, che quanti hanno la missione di insegnare abbiano ben chiaro ciò che la Chiesa considera come appartenente alla essenza della sua fede; la ricerca teologica non può avere altra finalità, se non quella di approfondirlo e di spiegarlo. Questa Sacra Congregazione, avendo la responsabilità di promuovere e di tutelare la dottrina della fede, intende qui richiamare l'insegnamento che la Chiesa propone a nome di Cristo, specialmente circa quel che avviene tra la morte del cristiano e la risurrezione universale.
    1) La Chiesa crede (cfr. Credo) ad una risurrezione dei morti.
    2) La Chiesa intende tale risurrezione come riferentesi all’uomo tutt'intero; per gli eletti questa non è altro che l'estensione agli uomini della risurrezione stessa di Cristo.
    3) La Chiesa afferma la sopravvivenza e la sussistenza, dopo la morte, di un elemento spirituale, il quale è dotato di coscienza e di volontà, in modo tale che l'«io» umano sussista, pur mancando nel frattempo del complemento del suo corpo. Per designare un tale elemento, la Chiesa adopera la parola «anima», consacrata dall'uso della Sacra Scrittura e della Tradizione. Senza ignorare che questo termine assume nella Bibbia diversi significati, essa ritiene tuttavia che non esista alcuna seria ragione per respingerlo e considera, inoltre, che è assolutamente indispensabile uno strumento verbale per
    sostenere la fede dei cristiani.
    4) La Chiesa esclude ogni forma di pensiero o di espressione, che renderebbe assurdi o inintelligibili la sua preghiera, i suoi riti funebri, il suo culto dei morti, realtà che costituiscono, nella loro sostanza, altrettanti luoghi teologici.
    5) La Chiesa, conformemente alla Sacra Scrittura, attende «la manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo» (Cost. dogm. Dei Verbum I, 4), che essa considera, peraltro, come distinta e differita rispetto alla situazione che è propria degli uomini immediatamente dopo la morte.
    6) La Chiesa, nel suo insegnamento sulla sorte dell'uomo dopo la sua morte, esclude ogni spiegazione che toglierebbe il suo senso all'Assunzione di Maria in ciò ch'essa ha di unico, ossia il fatto che la glorificazione corporea della Vergine è l'anticipazione della glorificazione riservata a tutti gli altri eletti.
    7) La Chiesa, in fedele adesione al Nuovo Testamento ed alla Tradizione, crede alla felicità dei giusti, i quali saranno un giorno con Cristo. Essa crede che una pena attende per sempre il peccatore, il quale sarà privato della visione di Dio, come crede alla ripercussione di tale pena in tutto il suo essere. Essa crede, infine, per quanto concerne gli eletti, ad una loro eventuale purificazione che è preliminare alla visione di Dio ed è, tuttavia, del tutto diversa dalla pena dei dannati. È quanto la Chiesa intende quando parla di Inferno e di Purgatorio. In ciò che concerne le condizioni dell'uomo dopo la morte, c'è da temere particolarmente il pericolo di rappresentazioni fantasiose ed arbitrarie, perché i loro eccessi entrano, in gran parte, nelle difficoltà che spesso incontra la fede cristiana. Tuttavia, le immagini usate nella Sacra Scrittura meritano rispetto. È necessario coglierne il senso profondo, evitando il rischio di attenuarle eccessivamente, il che equivale spesso a svuotare del loro contenuto le realtà che esse designano.
    Né le Scritture, né la teologia ci offrono lumi sufficienti per una rappresentazione dell'aldilà. Il cristiano deve tener fermi saldamente due punti essenziali: egli deve credere, da una parte, alla continuità fondamentale che esiste, per virtù dello Spirito Santo, tra la vita presente nel Cristo e la vita futura — in effetti, la carità è la legge del Regno di Dio, ed è precisamente la nostra carità quaggiù che sarà la misura della nostra partecipazione alla gloria del Cielo — ; ma, d'altra parte, il cristiano deve discernere la rottura radicale tra il presente ed il futuro in base al fatto che al regime della fede, si sostituisce quello della piena luce; noi saremo col Cristo e «vedremo Dio» (cfr. 1 Gv 3,2), promessa e mistero inauditi in cui consiste essenzialmente la nostra speranza. Se la nostra immaginazione non vi può arrivare, il nostro cuore vi giunge d'istinto ed in profondità.

    Responsabilità pastorale

    Dopo aver richiamato questi dati, sia ora consentito rilevare gli aspetti principali della responsabilità pastorale, quale essa deve esprimersi nelle presenti circostanze ed alla luce della prudenza cristiana. Le difficoltà inerenti a questi problemi impongono gravi doveri ai teologi, la cui missione è indispensabile. Essi hanno, pertanto, diritto al nostro incoraggiamento ed allo spazio di libertà quale è giustamente richiesto dai loro metodi. Da parte nostra, tuttavia, è necessario richiamare ai cristiani, senza mai stancarsi, gli insegnamenti della Chiesa, i quali costituiscono la base tanto della vita cristiana, quanto della ricerca degli esperti. Bisogna, parimente, procurare che i teologi diventino partecipi delle nostre preoccupazioni pastorali, affinché i loro studi e ricerche non siano temerariamente divulgati in mezzo ai fedeli, i quali oggi specialmente corrono pericoli per la loro fede come non mai.
    L'ultimo Sinodo ha messo in chiara luce la vigile attenzione che l'Episcopato riserva ai contenuti essenziali della catechesi, tenendo presente il bene dei fedeli. È necessario che tutti coloro i quali hanno l'incarico di trasmetterli, ne possiedano un'idea molto chiara. Dobbiamo, pertanto, offrire loro i mezzi per essere, allo stesso tempo, molto fermi in quel che attiene all'essenza della dottrina ed attenti a non permettere che rappresentazioni infantili od arbitrarie siano scambiate per le verità di fede.
    Una vigilanza costante e coraggiosa deve esercitarsi, mediante una Commissione dottrinale diocesana o nazionale, circa la produzione letteraria, non soltanto per mettere in guardia tempestivamente i fedeli contro le opere poco sicure, ma soprattutto per far loro conoscere quelle che sono adatte ad alimentare ed a sostenere la loro fede. È questo, un compito grave ed importante, reso urgente sia dalla vasta diffusione della stampa, sia dal cosiddetto decentramento delle responsabilità, che le circostanze rendono necessario e che i Padri del Concilio Ecumenico hanno voluto.

    Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo 11, nel corso dell'udienza accordata al sottoscritto. Prefetto, ha approvato la presente lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa S. Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
    Roma, dalla Sede della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 17 maggio 1979.
    FRANCESCO Card. SEPER
    Prefetto
    Fr. Jerome Hamer O.P.
    Arcivescovo tit. di Lorium, Segretario
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 08-10-2010 alle 13:17

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