Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Sussidi CEI online per l’Avvento e il Natale

  1. #1
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    Sussidi CEI online per l’Avvento e il Natale


    “I segnali che provengono dal mondo potrebbero scoraggiare: che cosa è la celebrazione liturgica – proposta debole e fragile, affidata alla recezione e alla buona volontà degli uomini – in confronto ai conflitti, alle tensioni, alle guerre che serpeggiano e sembrano sul punto di esplodere? In realtà non si tratta di un tempo debole, anche se viene espresso con sobrietà particolare dalla liturgia.

    È un tempo forte di preparazione e di avvio, che invita a iniziare un nuovo percorso, settimana per settimana, verso il compimento di quella era nuova della storia umana cominciata con il Natale del Signore, che celebreremo nella festa e nella gioia.”

    Così Mons. Galantino introduce il Sussidio per l’Avvento e il Natale 2016, curato dall’Ufficio Liturgico Nazionale e disponibile online. Filo conduttore un versetto di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci» (Is 2,4).

    “Un annuncio inaudito apre la Liturgia della Parola della prima domenica di Avvento” – prosegue il Segretario Generale nell’introduzione al Sussidio. “Una profezia che scuote le coscienze, che ha il coraggio di vedere la luce dove altri identificano solo tenebra e non senso”.

    “Se noi andiamo verso il Signore, aggiunge Galantino – in realtà è il suo venire che ci smuove dall’immobilismo e rimette in moto energie sopite, ci libera da stanchezze e pigrizie. Un rinnovato incontro con lui può dar vita a un nuovo segmento del nostro vivere, che dia uno spazio più generoso a Colui che viene”.

    “L’auspicio – conclude il Vescovo – è che il Sussidio, in continuità dinamica con il Convegno ecclesiale di Firenze, in piena sintonia con il Magistero di Papa Francesco (fatto di gesti e parole assai eloquenti che ci interpellano) possa favorire nelle comunità cristiane una fruttuosa accoglienza dell’unico Dono, capace di trasfigurare la nostra umanità e di liberare un’esistenza troppo angustiata dalle nostre preoccupazioni, per entrare in un tempo nuovo, gioioso nel ringraziamento e lieto nella comunione”.


    Ultima modifica di UbiDeusIbiPax; 29-11-2017 alle 15:05
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  2. #2
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    27 novembre - I domenica di Avvento

    I Domenica di Avvento

    Parola di Dio

    Liturgia

    Catechesi


    Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci



    LettureIsaia 2,1-5 Il Signore unisce tutti i popoli nella pace eterna del suo Regno.

    Salmo 121 Andiamo con gioia incontro al Signore.

    Romani 13,11-14a La nostra salvezza è più vicina.

    Canto al Vangelo (Sal 84,8) Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

    Matteo 24,37-44 Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.

    In breve: I primi passi di un futuro di pace

    - Dio stesso vuole costruire la pace
    - Dio è già all’opera per instaurare la sua pace nel mondo
    - Dio in Cristo ha già “fatto la pace”, raccogliendo nell’unità le differenze
    - il primo dono di pace inviato da Dio è sempre un profeta; e quindi, una parola di annuncio, una parola di anticipazione
    - siamo chiamati come credenti ad essere noi stessi il secondo passo verso la pace
    - in attesa che tutti i popoli accettino di mettersi in movimento, secondo la Parola di Dio



    Verso la pace

    Lo sguardo a lungo raggio

    Animato dallo Spirito, il profeta acquisisce uno sguardo a lungo termine: oltre le nebbie della storia, egli vede la meta del cammino, quella che sta “alla fine dei giorni” (Is 2,2). Collocato all’inizio del libro del profeta Isaia, il brano ha il valore di una grandiosa introduzione alla raccolta degli oracoli: tutto è posto sotto la prospettiva di un futuro di pace. Collocato all’inizio del tempo liturgico di Avvento, il brano orienta l’assemblea liturgica verso il futuro di misericordia e pace preparato da Dio.

    “Venite, saliamo sul monte del Signore”

    L’elemento caratterizzante dell’apertura del brano, che pure riguarda il “monte del tempio del Signore”, è l’assenza di Israele come soggetto attivo: protagonisti sono infatti “tutte le genti” (Is 2,1). Anche di Dio si dice che egli “sarà giudice” (Is 2,4), ma non si descrive un’altra sua azione diretta (la “Legge” e la “Parola del Signore” del v. 3 sembrano quasi un unico soggetto, una entità personificata, che proviene da Dio, ma acquista una consistenza autonoma). La profezia infatti annuncia che saranno i popoli stessi a evangelizzarsi l’un l’altro. Il movimento che li porterà a Gerusalemme non sarà forzato dall’esterno. Il testo induce a pensare a una trasformazione, una conversione profonda del cuore, che li spinge a orientarsi verso il monte di Dio, aiutandosi reciprocamente a trovare e perseguire la giusta direzione.

    “Le spade e gli aratri”

    Al cuore della profezia sta la potente immagine metallurgica: le spade diventano aratri, le lance diventano falci. La tecnologia bellica si converte in strumenti di pace (Is 2,4). Anche qui la decisione e l’esecuzione appaiono come un fatto libero, che nasce da un impulso profondo. La lavorazione dei metalli era vista, al tempo del profeta, come la massima capacità tecnica, talvolta anche con sfumature quasi religiose (il fabbro era presso molti popoli una figura al confine con la magia e un potere sacrale). Tutto ciò si converte e viene finalizzato alla pace.

    “Non impareranno più l’arte della guerra”

    La progressione dell’annuncio profetico raggiunge il suo vertice preconizzando perfino la cessazione dell’apprendimento delle tecniche di guerra. Si annuncia cioè un clima di fiducia generalizzato, in cui non è più necessario prepararsi al combattimento. Si suppone una società violenta, dominata dalla forza, in cui il combattimento è il mezzo più semplice non solo per procurarsi cibo, risorse, ricchezze, ma anche per procurarsi la fama e il rispetto. Anche in tempo di pace (o meglio, in tempo di tregua), il pensiero si rivolge costantemente alla guerra. L’atteggiamento di conquista violenta viene alla fine rovesciato: non ci si accontenta più di una tregua, si ricerca davvero la pace.

    “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”

    Un ultimo colpo di coda conclude il brano. Dopo una lunga descrizione al futuro, in cui protagonisti sono i popoli stranieri, misteriosamente ispirati a costruire la pace, si conclude con due imperativi al presente: il destinatario è la “casa di Giacobbe”. Nell’asimmetria tra il futuro e il presente, tra la “casa di Giacobbe” e le “molte genti” rileviamo il potenziale trasformativo del brano: è necessario che subito qualcuno possa cominciare il percorso, entrare nel processo di pace. Il profeta non invita le genti, ma coinvolge la casa di Giacobbe. Almeno qualcuno deve cominciare a seguire la luce di Dio.

    Il primo passo verso la pace

    La convinzione profonda che anima il brano è che il futuro del mondo, affidato alle mani buone di Dio, non possa essere altro che un futuro di pace. Dio ha già cominciato a costruirlo: il primo segno è proprio la parola del profeta. Il mondo che deve venire, che Dio sta già preparando, trova un suo primo inizio nelle sue parole, e così la missione del profeta diventa un atto di misericordia e trasformazione che Dio manda nel mondo.

    Il secondo passo

    Il secondo passo verso la pace è affidato all’adesione libera e volontaria. Abbiamo già visto che destinataria privilegiata è la “casa di Giacobbe”: costoro sono i primi che il profeta invita a “camminare nella luce del Signore” (Is 2,5), in attesa di tutti gli altri popoli.
    Ai credenti è affidata la responsabilità di essere i primi a raccogliere l’invito di Dio, a custodirlo, a renderlo accessibile. Su questa responsabilità si concentra l’esortazione del Vangelo.

    La tentazione dell’indifferenza

    Gesù constata che di fatto l’invito di Dio non è accolto, la sua promessa non è oggetto dell’attiva risposta da parte delle genti. L’esempio del diluvio è immagine di tutte le sciagure incombenti e ignorate. Non è solo un fatto del passato: è una costante della storia, anche ai nostri giorni.
    Periodicamente ci troviamo di fronte disgrazie, catastrofi naturali, nubifragi e terremoti vicino a noi, cicloni e alluvioni in paesi lontani. Per non parlare delle guerre e delle crisi che periodicamente ci sfiorano; talvolta ci toccano da vicino.

    Ci è data la possibilità di riprendere contatto, drammaticamente, con la fragilità costitutiva della vita umana, mentre viene scoperchiata la cappa protettiva del progresso tecnologico, che spesso nel momento più critico si rivela estremamente labile e illusorio: se non altro, perché anche il progresso è gestito dalle persone, con tutta la loro incoerenza e corruttibilità. Può essere come un risveglio, brusco, da un sogno, da un’illusione; ma può essere una preziosa lezione a riscoprire il valore della vigilanza, della prontezza, della preveggenza.

    In attesa del Figlio dell’uomo

    Gesù non si limita a far tesoro dell’esperienza del passato, annunciata dalla Scrittura, attualizzata nella storia. Svela invece il senso profondo di tutto questo. La storia non è ripetizione insensata, ma ha una finalità precisa. A partire dalla risurrezione di Cristo, si configura come attesa del Figlio dell’uomo, dell’incontro con il Risorto.
    Un popolo profetico, trasfigurato dal Battesimo, nutrito dalla Parola e dall’Eucaristia, sarà anche un popolo vigile e poco incline a cedere alle sirene del guadagno facile, della comodità a tutti i costi, del rischio mal calcolato.

    Un popolo profetico, costantemente in contatto con il suo Signore, si rende volentieri disponibile ad aprire la strada, in attesa che tutte le genti accolgano l’invito a camminare verso Gerusalemme, rinunciando ai loro progetti di guerra. Sta davvero arrivando quel giorno? È davvero utile la nostra attesa? Gesù avverte che il Figlio dell’uomo viene “come un ladro”: vale a dire, che non abbiamo il controllo sul progresso del Regno, né potremo mai aspirare ad averlo. Sappiamo però che il presente è l’occasione favorevole, in cui possiamo deciderci per il Regno di Dio e la sua pace.


    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  3. #3
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    4 dicembre - II domenica di Avvento

    II domenica di Avvento


    Parola di Dio

    Liturgia

    Catechesi

    Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci


    Letture

    Isaia 11,1-10 Giudicherà con giustizia i poveri.

    Salmo 71 Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.

    Romani 15,4-9 Gesù Cristo salva tutti gli uomini.

    Canto al Vangelo (Lc 3,4.6) Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

    Matteo 3,1-12 Convertitevi: il regno dei cieli è vicino!



    In breve

    - La profezia abita l’urgenza, le frontiere dei tempi stretti
    - Perché è urgente denunciare la corruzione
    - (non per eliminare il nemico)
    - (non per prendere il posto del nemico)
    - per il pericolo della finzione e dell’autoillusione
    - una denuncia sofferta (il profeta paga di persona)
    - una denuncia feconda --> per offrire possibilità di speranza
    - Perché si annuncia l’agire di Dio
    - l’opera di Dio resta indisponibile all’uomo
    - quando Dio comincia, è urgente rispondere
    - mettersi subito dalla parte dei processi di pace avviati da Dio
    - Siamo davvero pronti a rispondere all’opera di Dio?

    In attesa di risposta


    L’opera di Dio

    Il germoglio che spunta dal tronco di Iesse (un tronco vecchio? tagliato? prossimo a marcire?) è frutto di un’azione specifica di Dio. Azione inattesa, vitalità che sorprende: il profeta lo contempla, stupefatto, da lontano.
    Si annuncia qualcosa che solo Dio può compiere: donare il suo Spirito al consacrato, conferirgli tutta la potenza della sua parola per ristabilire la giustizia e la pace.

    Un tribunale onesto

    Il primo segno di ciò che Dio sta compiendo è una rinnovata capacità di discernimento: il vocabolario giuridico (empi, poveri, giudicare, prendere decisioni giuste) si riferisce propriamente alla realtà dei tribunali, che le fonti antiche riportano sempre come centri di corruzione, nervi scoperti di una società largamente devastata dalla corruzione in misure che oggi facciamo fatica ad immaginare (sebbene anche ai nostri giorni la malversazione non sia assente). A un certo punto del brano però la metafora giuridica lascia il passo a una nuova, sorprendente descrizione. Il Consacrato di cui si parla non è presentato solo come un vendicatore e un castigatore delle malvagità; la sua azione è ben più profonda.

    Oltre la vendetta

    Si va oltre la vendetta e la punizione: ciò che Dio sta per compiere è una vera e propria pacificazione, adombrata nelle immagini poetiche degli animali incompatibili che pascolano amabilmente insieme. L’elencazione si fa insistita, e al termine ricorrono immagini di fanciulli, lattanti, bimbi appena svezzati, che da un lato aiutano a trasferire dalla sfera animale alla sfera propriamente umana la visione metaforica, dall’altro alludono al “figlio” di cui si parla al capitolo 7 di Isaia (brano che ascolteremo nella quarta domenica di Avvento: Is 7,10-14). Anche qui dunque il senso della metafora dei fanciulli va ricercato nell’annuncio di una nuova generazione, di un rinnovamento radicale, di una trasformazione possibile solamente a Dio. D’altra parte, l’immagine della bestia feroce ammansita indica la fiducia che persino il nemico più indomabile può essere trasformato in alleato.

    L’avvicinamento del Regno

    Nel brano evangelico la predicazione di Giovanni indica che il rinnovamento profondo annunciato dai profeti ha subìto la decisiva accelerazione. Dalla percezione dell’urgenza derivano gli aspetti peculiari della sua predicazione: innanzitutto l’abito trascurato e povero, segno che non è più possibile perdersi in una sterile attenzione alla propria immagine; in secondo luogo il linguaggio crudo ed espressivo: “razza di vipere”, “ira imminente”, segno che non è più possibile perdersi nei meandri di un formalismo corretto, che maschera la realtà. Infine, l’arrivo ormai imminente del Regno di Dio determina la svalutazione e l’indifferenza verso i meriti e le categorie puramente mondani, sia pure ammantati di pietà e devozione. Dure espressioni sono riservate ai farisei e agli altri membri dell’élite religiosa del popolo.

    La denuncia dell’autoillusione

    Necessariamente l’annuncio del Regno provoca una denuncia del peccato, dell’indifferenza, delle insufficienze umane. Il Battesimo è il segno di una presa di coscienza e dell’indirizzarsi verso una novità di vita. Sorprende però il fatto che le parole più dure ed esplicite sono riservate per i capi del popolo, più che per i peccatori. La stessa situazione si ritrova nei rapporti di Gesù con i Farisei; è verosimile che nella redazione finale del vangelo la denuncia dell’autoillusione, più che una polemica nei confronti del giudaismo, sia in realtà una presa di posizione contro chi pensava di potersi ammantare del nome di credente in Gesù senza una conversione profonda. Forse, tra i moderni farisei, ci siamo anche noi, lettori credenti e praticanti; e faremmo bene a guardarci da frettolosi processi di identificazione, troppo comodi e lusinghieri.

    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  4. #4
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    8 dicembre Immacolata Concezione

    Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci


    Letture

    Genesi 3,9-15.20 Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna.

    Salmo 97 Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.

    Efesini 1,3-6.11-12 In Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo. Canto al Vangelo (cfr. Lc 1,28.2) Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te.

    Luca 1,26-38 Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.

    In breve: Ha un valore la parola profetica?

    - Una lotta senza fine

    - da secoli, la lotta tra corruzione e purezza

    - da secoli, senza un’apparente soluzione

    - ogni volta che viene sconfitto, il peccato si ripresenta

    - In Maria, una vittoria piena

    - il sì definitivo alla parola divina

    - la totale fiducia nell’opera di Dio

    - un discepolato, fino alla croce

    - Anche noi, immacolati come Maria?


    L’innocenza ritrovata


    La purezza perduta

    Il brano dal libro della Genesi mostra con un’acuta drammatizzazione letteraria l’esperienza della caduta e della scoperta del peccato; il ritaglio della pericope pone l’attenzione prevalente alle conseguenze, a ciò che accade dopo che il comandamento buono di Dio è stato ignorato.

    Da parte di Dio, rimane la sollecitudine e la ricerca della creatura umana. Da parte dell’uomo, si instaura un nuovo atteggiamento di paura, determinato dalla scoperta della propria “nudità”, cioè la fragilità costitutiva. La prospettiva di “diventare come Dio” è andata completamente delusa. Però è subentrata la paura di Dio e anche la paura dell’altro.

    In realtà Dio resta dalla parte dell’uomo. Il serpente tentatore riceve una parola di maledizione; il suo operato è apertamente condannato. Si constata tuttavia una frattura nella storia umana: lo sguardo rivolto al futuro vede una continua lotta, una tensione ininterrotta tra la discendenza del serpente e la discendenza della donna. La tradizione dei Padri definisce il brano “protovangelo”, vedendo in esso un annuncio del Messia.

    L’inimicizia tra il serpente e la stirpe della donna

    Può essere utile valutare con attenzione il valore esatto delle parole finali di Dio: non si proclama infatti una salvezza automatica e prodigiosa. Non è, in senso proprio, un annuncio di vittoria, come avviene per le profezie vere e proprie. Qui non si dice in anticipo l’esito della lotta. In senso primario, si annuncia che ci sarà “inimicizia” tra la stirpe del serpente e la stirpe della donna, e si fa intravvedere una lotta incerta: da una parte si tenta di schiacciare, dall’altra si cerca di mordere.

    Già però nella proclamazione di inimicizia sta una importante risorsa. Prima ancora che annunciare la vittoria, è essenziale che sia riconosciuta la lotta. Ciò che è avvenuto nel giardino infatti si configurava come una sorta di “intesa” tra il serpente e la donna, che ha ceduto alla sua seduzione. La stessa seduzione è ancora attiva, e tutte le vicende umane, fino ai giorni nostri, lo mostrano. La tentazione più pericolosa è proprio la negazione della lotta, l’acquiescenza indifferente. Come se essere pienamente umani significhi automaticamente essere compromessi con il peccato.

    Solo per la parola e l’iniziativa di Dio si può avere la percezione della piena incompatibilità tra noi e il male. Solo la misericordia di Dio mostra in che modo intendere una simile incompatibilità in maniera non distruttiva, salvando la relazione con la persona caduta nel peccato. Non siamo fatti per il male. Restiamo creature ostili alla malvagità, anche se sottoposte alla sua seduzione.

    Senza fine?

    Si pone quindi la domanda su quanto possa durare questa lotta. Uno sguardo al passato, al presente, al prossimo futuro, sembra condurre ad una desolante conclusione: il conflitto sarà senza fine. Ogni buona realizzazione sembra infrangersi contro i colpi di coda della corruzione. Dietro la facciata della pace, si agitano nuovi venti di guerra.

    Da dove è possibile ripartire? Che cosa possono fare i credenti, nella loro piccolezza, contro l’enormità del male? Proseguendo sulla stessa linea di interrogazione, non possiamo fare a meno di chiederci se davvero abbia valore la Parola di Dio. Si compiranno davvero le profezie di pace?


    L’ascolto integrale

    Nel brano evangelico dell’Annunciazione, le parole dell’angelo sono una riproposizione sintetica delle profezie di salvezza; gli elementi essenziali che lo costituiscono sono la figliolanza che si genera da Maria, la relazione con Dio, il Regno.

    Sono esclusi dalla sintesi gli attributi militari, la rivalsa sul male, l’annuncio di abbondanza materiale e di ricchezza tangibile. Gli stessi elementi sono presenti nella seconda lettura, trasposti al livello dei credenti (Ef 1,3-6.11-12): si parla di una rinascita (benedizione spirituale), di una relazione di figliolanza con Dio (figli adottivi), del ricevere l’eredità (concetto biblicamente equivalente al Regno). L’evangelista e l’apostolo mostrano così il nucleo fondamentale della profezia; esso è già compiuto in Maria, già realizzato nella Chiesa.

    Si richiede però una piena adesione di fede: Maria si rivela l’ascoltatrice perfetta delle profezie, la sua fede si apre senza forzature all’iniziativa di Dio. La solennità dell’Immacolata intende appunto celebrare la potenza della sua fede, non contaminata dall’esperienza del peccato.


    Dalla vergogna alla fierezza

    La nostra esperienza quotidiana, di persone segnate dal peccato, ci fa rendere conto che non siamo altrettanto docili come Maria. Per noi il passaggio diventa più complesso. La coscienza del male compiuto, la frustrazione della tentazione, la vergogna radicale di non corrispondere alle proprie aspettative segnano profondamente la coscienza; come già si diceva sopra, si cade facilmente nella tentazione più grande: quella di vedersi irrimediabilmente compromessi, inevitabilmente connaturati al male.

    Ciò è inevitabile se si resta in una prospettiva mondana. La solennità di oggi ci conduce a vedere un altro punto di vista: l’umanità, portatrice di salvezza, di Maria, di Gesù, di coloro che sono stati scelti “per essere santi e immacolati” di fronte a Dio “nella carità” (Ef 1,4).

    Da subito dunque possiamo fidarci delle profezie di pace, e abitare in esse: perché come si sono compiute in Maria, nei discepoli del Signore, nei Santi, così sono visibili, subito, anche in noi, pur nella lotta che perdura. Dalla vergogna del peccato si passa alla fierezza della grazia: la consapevolezza di essere figli amati da Dio, anche in mezzo alle prove della vita.


    Fino alla croce

    Maria, pur con la sua fede limpida e sciolta, deve ugualmente compiere il percorso del discepolato, di una progressione nell’adesione al Figlio; e come Maria segue Gesù fino alla croce, anche noi siamo chiamati a ripercorrere le sue orme, fino al nostro modo di partecipare alla croce di Cristo.

    Se infatti è vero che in noi la trasfigurazione, il passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo è già realizzato, è anche vero che il mondo è ancora in attesa: non ha ancora pienamente accolto la misericordia; ancora si dibatte nei suoi progetti di violenza e sopraffazione.

    Portatori di pace in un mondo di guerra, i credenti non possono fare a meno di incontrare la croce, in una delle sue forme: sapremo restare saldi, come Maria restò ai piedi della croce del Figlio?


    Utopia e realtà

    Non si sta proponendo un vano dolorismo. Né si sta riducendo il vangelo a utopia: anche se il pericolo esiste. Ci può essere confusione tra la nostra fantasia e l’ascolto profetico, tra la fede nella Parola divina, e l’ostinazione sui nostri sogni, più o meno coincidenti con quelli di Dio. Da Maria impariamo anche a discriminare tra l’utopia personale e l’autentico servizio a Dio: deve avvenire una gestazione, un portare nella propria carne i germogli della Parola. Il sì autentico è quotidiano, non velleitario: difficilmente diventa un proclama sbandierato.

    Il sì di Maria resta racchiuso a lungo nell’intimità della sua casa, custodito nel segreto del cuore; e non si interrompe con la nascita del figlio, ma prosegue seguendolo fino alla risurrezione, fino al costituirsi della Chiesa (Atti 1,12-14), quando l’azione riferita a Maria è essenzialmente quella di “perseverare nella preghiera”. Resteremo anche noi perseveranti con lei?


    http://www.chiesacattolica.it/avvent...oncezione.html
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  5. #5
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    11 dicembre - III domenica di Avvento


    Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci

    Letture

    Isaia 35,1-6a.8a.10 Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi.

    Salmo 145 Vieni, Signore, a salvarci.

    Giacomo 5,7-10 Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.

    Canto al Vangelo (Is 61,1) Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio.

    Vangelo Matteo 11,2-11 Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?

    In breve: Vedere il bene che tutti ignorano

    - La profezia apre lo sguardo a vedere il bene che tutti ignorano

    - La profezia educa alla pazienza, all’ascesi dei tempi lunghi e lunghissimi

    - il profeta vede tutto il movimento della storia

    - il profeta, come con lo sguardo di Dio, vede i singoli passi dei singoli individui dispersi

    - il profeta vede, per azione dello Spirito, gli inizi minimi

    - il profeta vede, sempre grazie allo Spirito, i faticosi progressi

    - Il punto di vista privilegiato è quello dei poveri

    - Gesù non guarda dal punto di vista dei ricchi, dei potenti, dei dominatori del mondo

    - perciò non guarda il successo immediato

    - perciò non cerca l’annientamento del nemico, per conquistarne il potere

    - guarda invece ai poveri, e al Regno che comincia da loro e in loro


    A partire dai poveri


    I primi passi

    Quali sono i primi passi del Regno che viene? Dove possiamo riconoscere l’inizio? La domanda del Battista esprime bene la difficoltà del riconoscimento iniziale: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,2-3). L’agire di Gesù non sembra corrispondere alle attese che Giovanni aveva suscitate nel popolo: l’atteso sarebbe venuto “con la scure” per tagliare gli alberi infruttuosi, con la “pala” per ripulire dalle scorie, con il “fuoco” per bruciarle (Mt 3,10-12).

    Ma il segno forte del Regno di Dio è davvero in qualcuno che fa piazza pulita? I primi passi devono essere necessariamente una grande purificazione, intesa come distruzione?

    L’accoglienza degli scarti

    La risposta di Gesù rovescia le attese, quelle di Giovanni come le nostre. Gesù non ha “fatto pulizia”, ma si è preso cura dei poveri. O meglio: il suo modo di riordinare le cose non è la punizione dei malvagi, ma la promozione di coloro che altrimenti sarebbero gli scarti della società. Non avviene un sanguinoso colpo di stato, ma la guarigione da ogni condizione inabilitante per gli esclusi della società del tempo. Invece di fare tabula rasa dei potenti, Gesù semplicemente li ignora: c’è qualcuno più importante di loro; per questi ultimi è venuto il Regno.

    La prima lettura, dal libro di Isaia, entra in corrispondenza con l’agire di Gesù: il tema della “vendetta” resta appena accennato (
    Is 35,4), in primo piano sta l’attenzione alle “mani fiacche” e “ginocchia vacillanti” (Is 35,3) e ai “ciechi” e “sordi”, insieme con lo “zoppo” e il “muto” (Is 35,5-6). La novità del vangelo non consiste nell’enunciare temi nuovi, ma in una nuova scala di valori, che non viene solo proclamata, ma anche attuata nei fatti: nella realtà del suo agire Gesù privilegia gli scarti rispetto ai ricchi e ai potenti. E quando si accosta ai “ricchi”, lo fa in ragione della loro fragilità.

    Di fronte alle crisi attuali

    La proposta di Gesù è di estrema attualità, e costituisce una grande provocazione anche per il nostro tempo. Quando pensiamo ai problemi del mondo, alle grandi crisi internazionali, l’approccio istintivo, quello che cavalcano anche i mezzi di comunicazione, è quello che parte da chi ha ricchezza e potere: perciò diciamo che devono essere i potenti a cambiare idea; che ci vogliono più fondi, più risorse; si dice che lo Stato deve intervenire, dare di più in un senso o in un altro.

    Ci si aspetta un cambiamento da chi possiede le leve del potere: dimenticando che inevitabilmente chi le detiene mette in atto ciò che è necessario a mantenerle saldamente in mano; se non lo facesse, sarebbe subito scalzato. Perciò Gesù non va in cerca di un potere personale e rovescia radicalmente il punto di partenza.


    Il punto di vista dei poveri

    Gesù, povero tra i poveri, non attira l’attenzione dei potenti. Non chiede fondi, non invoca risorse. Si limita a percorrere la Galilea, incontrando i poveri e risollevando la loro sorte: sia degli ammalati, sia dei peccatori, sia di chi è immerso nella miseria della disperazione. Egli non solo rivela, ma vive per primo in uno stile di vita che non ha bisogno di preoccuparsi per “il mangiare, il bere, il vestire” (Mt 6,25-34), le cose di cui “vanno in cerca i pagani”, nella loro avida idolatria del denaro. In tal modo egli corrode il potere del denaro.

    Il Regno di Dio comincia già in Gesù, senza aspettare la conversione dei potenti: anzi, senza neppure il bisogno di combatterli. Soprattutto, senza il bisogno di scendere a compromessi con loro. Con ciò non si esclude la possibilità di un incontro: nei suoi percorsi di predicazione, Gesù incontra anche persone gravemente compromesse con il peccato e con l’oppressione: come il centurione che chiede la guarigione del servo (Mt 8,5), i pubblicani che si fermano a mangiare con lui.

    Essi però non vengono incontrati sul terreno del potere, ma su quello della fragilità: la malattia e il peccato li accostano ai poveri, destinati privilegiati dell’attenzione di Gesù.


    Il punto di vista dei carcerati

    Giovanni Battista è in carcere. La sua attesa ha una risposta, ma non il suo imprigionamento. Dal vangelo sappiamo che la venuta del Regno di Dio non ha comportato la sua liberazione (così come peraltro non ha comportato l’esclusione della croce di Gesù).

    Sullo sfondo dell’annuncio meraviglioso di un Regno che comincia dai poveri, si profila l’ombra dell’apparente vittoria delle forze malvagie. Lo stesso mistero di iniquità è all’opera anche nel mondo di oggi; il mistero del male, per cui il Battista è imprigionato e poi decapitato, per cui Gesù è stato crocifisso, per il quale i suoi discepoli sono sempre stati perseguitati, è in azione anche ai giorni nostri: ci saranno oppressi, imprigionati, morti tra chi è entrato a far parte del Regno.

    Anche per noi dunque il punto di vista degli oppressi, la domanda di chi è perseguitato per la fede resta un pungolo permanente: siamo davvero dalla parte del Regno? O siamo slittati, quasi inconsapevolmente, dalla parte dell’iniquità?

    La pazienza dello sguardo

    La comunità profetica che si costituisce a partire da Gesù, incarnato, crocifisso, risorto, vive certamente nell’attesa trepidante dello Sposo, e prega che si affretti la sua venuta; ma nello stesso tempo è paziente nella sua attesa: una pazienza profetica, una pazienza caritatevole.

    Lo sguardo illuminato dalla presenza del Regno, allenandosi, fortificandosi, lasciandosi sempre più accendere dalla luce dello Spirito, si allarga sempre di più. Oltrepassa le singole situazioni, per accedere a un colpo d’occhio globale. Si ridimensiona la fretta di distruggere, di punire, di vendicarsi. Si accetta la limitatezza delle prospettive: per quanto allenato, per quanto esercitato, il nostro sguardo non riuscirà mai a comprendere, ad avvolgere la totalità.

    Ci saranno sempre zone d’ombra che sfuggiranno alla nostra percezione. Perciò ci rallegriamo di vedere che il Regno comincia dai poveri e possiamo attendere con pazienza che a poco a poco sia illuminato anche ciò che sta nella tenebra: con la stessa lentezza dell’alba che cresce. Ma anche con la stessa inesorabile certezza.


    La pazienza della crescita

    Lo sguardo profetico, comunicato da Gesù, vede gli inizi; vede il sorgere anche minimo dei primi germogli; vede la fatica che affrontano per arrivare a fiorire e portare frutto. Possiamo ripensare alla parabola del seminatore (Mt 13,1-13): tra la semina e il raccolto passano mesi e mesi; tra la semina e il raccolto della storia possono passare anche anni e anni; nel tempo della crescita il seme è fragile, esposto, la piantina è vulnerabile: tuttavia chi è reso esperto dallo Spirito vede già il raccolto, incluso nella semina, nei primi germogli; così può annunciarlo nella sua abbondanza finale.

    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  6. #6
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