Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: I "sogni" di DON BOSCO...

  1. #11
    Vecchia guardia di CR L'avatar di sobiesky
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    3)- Sogno dell’anno 1844 . . . . . . . . . . . . .UNA STUPENDA ED ALTA CHIESA

    Ormai Don Bosco è già sacerdote e sta perfezionandosi negli studi teologici nel Convitto Ecclesiastico di Torino, sotto la direzione di San Giuseppe Cafasso. Ed ecco due altri sogni che destano lo stupore in chi conosce le vicende dell’Oratorio ambulante di Don Bosco, perché sono due sogni che fanno conoscere in precedenza al Santo le varie tappe e il progressivo sviluppo della sua Opera. In queste autentiche visioni vide anche la chiesa di Maria Ausiliatrice vent’anni prima che fosse costruita. Ecco i passi più significativi: li citiamo con le sue stesse parole.

    Nel sogno del 1844, dopo la solita scena di una moltitudine di animali di ogni specie, appare la Pastorella misteriosa. E Don Bosco continua: «Dopo aver molto camminato, mi trovai in un prato dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme, senza che gli uni tentassero di mordere gli altri. Oppresso dalla stanchezza, volevo sedermi, ma la Pastorella mi invitò a proseguire il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un vasto cortile con porticato attorno, alle cui estremità vi era una chiesa. Qui mi accorsi che quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne grandissimo. In quel momento sopraggiunsero parecchi pastorelli per custodirli: ma essi si fermavano poco e tosto partivano. Allora succedette una meraviglia: molti agnelli si cangiavano in pastorelli, che aumentando si prendevano cura degli altri agnelli. Crescendo di numero, i pastorelli si dividevano e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili. Io volevo andarmene, ma la Pastorella mi invitò a guardare a mezzodì. Guardai e vidi un campo seminato a ortaggi.

    Guarda un’altra volta — mi disse.

    Guardai di nuovo e vidi una stupenda e alta chiesa. Nell’interno di quella chiesa c’era una fascia bianca su cui a caratteri cubitali stava scritto: HIC DOMUS MEA, INDE GLORIA MEA (Qui la mia casa, di qui la mia gloria). Continuando nel sogno, volli domandare alla Pastora che cosa significasse tutto questo.

    Tu comprenderai ogni cosa — mi rispose — quando con i tuoi occhi materiali vedrai di fatto quanto ora vedi con gli occhi della mente.

    Più tardi — continua Don Bosco — questo, congiuntamente con un altro sogno, mi servì di programma nelle mie deliberazioni» .

    In un nuovo sogno che ebbe l’anno seguente, si rinnovò la visione simbolica degli sviluppi che avrebbe avuto la sua missione tra i giovani e, oltre la chiesa di Maria Ausiliatrice, vide anche la cappella Pinardi e la chiesa di San Francesco di Sales. E si noti che le tre chiese — che si possono ammirare ancora oggi — non esistevano ancora e che Don Bosco non conosceva neppure il terreno su cui sarebbero state costruite. In questo sogno la Pastorella si presenta a Don Bosco in forma di Signora, che gli fa vedere una nuova tappa del suo Oratorio: un semplice prato (sarà il prato «Filippi »); poi finalmente la sede stabile più a Nord (Valdocco).
    Ascoltiamo Don Bosco: «Allora quella Signora mi disse:

    — Osserva!

    Io guardando vidi una chiesa piccola e bassa (la futura cappella Pinardi), un po’ di cortile e un gran numero di giovani. Ma essendo questa chiesa divenuta angusta, ricorsi ancora a lei, ed essa mi fece vedere un’altra chiesa assai più grande con una casa vicino (la chiesa di San Francesco di Sales e la casa Pinardi). Poi mi condusse quasi innanzi alla facciata della seconda chiesa, e indicandomi un terreno coltivato, soggiunse:

    In questo luogo, dove i gloriosi martiri di Torino Avventore e Ottavio soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo.

    Così dicendo avanzava un piede posandolo sul luogo dove avvenne il martirio, e me lo indicò con precisione. Io intanto mi vidi circondato da un numero immenso e sempre crescente di giovani; ma guardando la Signora, crescevano anche i mezzi e il locale, e vidi poi una grandissima chiesa (l’attuale Maria Ausiliatrice), precisamente nel luogo dove mi aveva fatto vedere che avvenne il martirio dei Santi della Legione Tebea, con molti edifici tutto all’intorno e con un bel monumento in mezzo» (vide anche il suo monumento?). «Mentre accadevano queste cose, io, sempre in sogno, avevo a coadiutori preti e chierici che mi aiutavano alquanto e poi fuggivano. Io cercavo con grandi fatiche di attirarmeli, ma essi poco dopo se ne andavano e mi lasciavano tutto solo. Allora mi rivolsi nuovamente a quella Signora, la quale mi disse:

    Vuoi sapere come fare affinché non ti scappino più? Prendi questo nastro e lega loro la fronte.

    Prendo riverente il nastrino bianco dalla sua mano e vedo che sopra era scritta questa parola: Obbedienza. Provai tosto a fare quanto mi aveva detto quella Signora, e cominciai a legare il capo di qualcuno dei miei volontari coadiutori col nastro, e vidi subito grande e mirabile effetto; e questo effetto sempre cresceva, mentre io continuavo nella missione conferitami, poiché da costoro si lasciava affatto il pensiero di andarsene altrove e si fermavano ad aiutarmi. Così venne costituita la Congregazione» .

    - - - -

    Il sogno continua, ma a noi interessa la finale: “Fin da quel tempo io camminai sempre sul sicuro, sia riguardo agli oratori, sia riguardo alla Congregazione, sia sul modo di comportarmi con le autorità. Vedo benissimo le gravi difficoltà che debbono sorgere e conosco il modo di superarle”.
    Il biografo commenta: <<Di qui ebbe origine quell’incrollabile fede nel buon esito della sua missione, quella sicurezza nell’affrontare ogni sorta di ostacoli che pareva temerità, quel cimentarsi a imprese colossali, superiori a forze umane, e tuttavia condurle a felicissimo termine>>.

  2. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (27-02-2017)

  3. #12
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    4)- Sogno del 1847 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . UN PERGOLATO DI ROSE

    Il sogno seguente porta evidenti i caratteri di una visione più che di un sogno. Infatti Don Bosco, nel raccontarlo ai suoi primi Salesiani, s’introdusse così:
    «Perché ognuno di noi abbia la sicurezza che è Maria Vergine che vuole la nostra Congregazione, vi racconterò non già la descrizione di un sogno, ma quello che la stessa Beata Madre si compiacque di farmi vedere».
    Continua quindi narrando il sogno, che riportiamo con le stesse sue parole, omettendo per brevità alcuni particolari.

    «Un giorno dell’anno 1847, avendo io molto meditato sul modo di far del bene alla gioventù, mi comparve la Regina del cielo e mi condusse in un giardino incantevole».
    Quindi Don Bosco descrive il giardino, poi prosegue: «c’era un pergolato che si prolungava a vista d’occhio, fiancheggiato e coperto da rosai in piena fioritura. Anche il suolo era tutto coperto di rose.
    La Beata Vergine mi disse: — Togliti le scarpe! —,
    e poiché me le ebbi tolte, soggiunse: — Va’ avanti per quel pergolato; è quella la strada che devi percorrere.

    Cominciai a camminare, ma subito mi accorsi che quelle rose celavano spine acutissime, cosicché i miei piedi sanguinavano. Quindi fatti appena pochi passi, fui costretto a ritornare indietro.

    — Qui ci vogliono le scarpe —, dissi allora alla mia Guida.
    — Certamente — mi rispose —; ci vogliono buone scarpe.

    Mi calzai e mi rimisi in via con un certo numero di compagni, che avevano chiesto di seguirmi. Il pergolato appariva sempre più stretto e basso. Molti rami si abbassavano e si alzavano come festoni; altri pendevano perpendicolari sopra il sentiero. Erano tutti rivestiti di rose, e io non vedevo che rose ai lati, rose di sopra, rose innanzi ai miei passi. Mentre ancora provavo vivi dolori ai piedi, toccavo rose di qua e di là, sentendo spine ancor più pungenti; e mi pungevo e sanguinavo non solo nelle mani, ma in tutta la persona. Al di sopra anche le rose che pendevano celavano spine pungentissime, che mi si infiggevano nel capo. Tuttavia, incoraggiato dalla Beata Vergine, proseguii il mio cammino.

    Intanto tutti coloro che mi osservavano, dicevano:
    — Oh, come Don Bosco cammina sempre sulle rose! Egli va avanti tranquillissimo; tutte le cose gli vanno bene.

    Ma essi non vedevano le spine che laceravano le mie membra.
    Molti preti, chierici e laici, allettati dalla bellezza di quei fiori, si erano messi a seguirmi con gioia, ma quando sentirono la puntura delle spine, si misero a gridare:

    — Siamo stati ingannati!

    Percorso un bel tratto di via, mi volsi indietro e con dolore vidi che mi avevano abbandonato. Ma fui tosto consolato perché vidi un altro stuolo di preti, chierici e laici avanzarsi verso di me dicendo:

    — Eccoci: siamo tutti suoi, siamo pronti a seguirla».

    Don Bosco continua dicendo che, giunto in fondo al pergolato, si trovò con i suoi in un bellissimo giardino, dove lo circondarono i suoi pochi seguaci, tutti dimagriti, scarmigliati, sanguinanti. Allora si levò una brezza leggera, e a quel soffio tutti guarirono come per incanto. Soffiò un altro vento e si trovò attorniato da un numero immenso di giovani, assistiti da molti preti e coadiutori che si misero a lavorare con lui.

    Intanto si vide trasportato con i suoi in una «spaziosissima sala di tale ricchezza che nessuna reggia al mondo può vantarne l’uguale.

    Era tutta cosparsa e adorna di rose freschissime e senza spine dalle quali emanava una soavissima fragranza. Allora la Vergine SS. che era stata la mia guida, mi interrogò:

    — Sai che cosa significa tutto ciò?
    — No — risposi —, vi prego di spiegarmelo.

    Allora Ella mi disse:
    Sappi che la via che hai percorso tra le rose e le spine significa la cura che tu hai da prenderti della gioventù: tu vi devi camminare con le scarpe della mortificazione. Le spine per terra rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie e le antipatie umane che distraggono l’educatore e lo distolgono dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di raccogliere meriti per la vita eterna. Le rose sono simbolo della carità ardente che deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori. Le altre spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Con la carità e la mortificazione tutto supererete e giungerete alle rose senza spine.

    Appena la Madre di Dio ebbe finito di parlare, rinvenni in me e mi trovai nella mia camera».


    * * * * *

    "I giardini del paradiso non sono come quelli della terra.
    In questi le spine restano e le rose passano; in quelli le spine passano e le rose restano eternamente"
    (San Francesco di Sales).

    "Per cogliere le rose, si sa, s’incontrano le spine; ma con le spine vi è sempre la rosa"
    (Don Bosco ai Salesiani).

    “E’ vero, saranno spine, ma spine che si cangeranno poi in fiori, e questi dureranno per tutta l’eternità”
    (Don Bosco alle Figlie di Maria Ausiliatrice).


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    Sunshine (09-03-2017)

  5. #13
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    5)- Sogno dell’anno 1854 . . . . . . . . . . . . . . .GRANDI FUNERALI A CORTE


    Una notte, verso la fine del novembre 1854, Don Bosco sognò di trovarsi nel cortile circondato da preti e da chierici, quando comparve un valletto di corte con la sua rossa uniforme che, giunto alla sua presenza, gridò:
    Grande notizia!
    Quale? — chiese Don Bosco.
    Annunzia: gran funerale a Corte!

    Don Bosco, dolorosamente sorpreso, voleva chiedergli spiegazioni, ma il valletto ripetendo:
    Gran funerale a Corte! — scomparve.

    Appena destatosi, preparò subito una lettera per il Re Vittorio Emanuele II, nella quale gli esponeva il sogno fatto. A pranzo comparve tra i giovani con un fascio di lettere.
    Stamane — disse — ho scritto tre lettere a grandi personaggi: al Papa, al Re, al boia.

    Al sentire accoppiati questi tre nomi, i giovani scoppiarono in una risata. Il nome del boia non fece loro meraviglia perché conoscevano le relazioni di Don Bosco con le autorità carcerarie. In quanto al Papa, sapevano che era con lui in relazione epistolare. Ciò che aguzzava la loro curiosità era il sapere che cosa avesse scritto al Re.
    Don Bosco raccontò loro il sogno e concluse: — Questo sogno mi ha fatto star male tutta la notte.

    Cinque giorni dopo, il sogno si rinnovò. Don Bosco è seduto a tavolino quando entra con impeto il valletto in rossa livrea e grida:
    Non gran funerale a Corte, ma grandi funerali a Corte!

    Don Bosco scrisse al Re una seconda lettera, nella quale gli raccontava il secondo sogno e lo invitava a impedire che fosse approvato un progetto legge che proponeva lo scioglimento degli Ordini religiosi che non si dedicavano all’istruzione, alla predicazione o all’assistenza degli orfani, e l’incameramento di tutti i beni da parte dello Stato, con il pretesto che « con quei beni lo Stato avrebbe potuto provvedere alle parrocchie più povere».

    Proponente del progetto era Urbano Rattazzi. Mentre si discuteva questo progetto legge alle Camere, Don Bosco ripeteva ai suoi intimi:
    Questa legge attirerà su Casa Reale gravi disgrazie.

    Il Re aveva fatto leggere quelle lettere al Marchese Fassati, che si recò da Don Bosco e gli disse:
    — Ma le pare questa la maniera di mettere sossopra tutta la Corte? Il Re ne è rimasto più che impressionato e turbato. Anzi è montato sulle furie.
    Ciò che ho scritto è verità rispose Don Bosco —. Mi rincresce di aver disgustato il Sovrano, ma si tratta del suo bene e di quello della Chiesa.

    In quei giorni Vittorio Emanuele II scriveva al generale Alfonso Lamarmora: «Mia madre e mia moglie non fanno che ripetermi che esse muoiono di dispiacere per causa mia».

    Esse infatti erano contrarie a quella legge settaria e ingiusta.
    Il 5 gennaio 1855 si ammalava gravemente la Regina Madre Maria Teresa, e il 12 seguente si spegneva con una morte santa. Aveva 54 anni. Il lutto fu universale perché era molto amata per la sua carità verso tutti i bisognosi. Il giorno 16 la Corte reale non era ancor tornata dai funerali della Regina Madre, quando ricevette l’urgente invito a partecipare al viatico della Regina Maria Adelaide. Essa aveva dato alla luce un bambino otto giorni prima e non si era più ripresa. Quattro giorni dopo, la sera del 20, l’augusta inferma spirava a soli 33 anni di età.

    — I suoi sogni si sono avverati — dissero a Don Bosco i giovani al ritorno dal secondo funerale.
    — E vero — rispose Don Bosco — e non sappiamo se con questo secondo funerale sia chiusa la serie dei lutti a Corte.
    E realmente nella notte dal 10 all’ 11 febbraio, dopo venti giorni di grave malattia, moriva il principe Ferdinando di Savoia, Duca di Genova, fratello del re, anch’egli a soli 33 anni. Il Sovrano fu talmente turbato da quelle profezie dolorosamente avveratesi, che un giorno esclamò: «Io non ho più un istante di pace! Don Bosco non mi lascia vivere!».
    E incaricò una personalità di Corte di riferire a Don Bosco queste sue parole.

    * * * * *


    Questa incalzante serie di sciagure familiari avrebbe dovuto convincere il Re che le lettere misteriose ricevute da Don Bosco e da altre sante persone gli rivelavano la volontà di Dio, che non si approvasse una legge così grave, senza un’intesa preventiva con la Santa Sede.
    Tuttavia il 2 marzo la legge veniva approvata dalla Camera dei Deputati con 94 voti contro 23.
    E il 22 maggio l’approvava anche il Senato con 53 voti contro 42.
    Il re lo firmò il 20 maggio.
    Mentre in Senato si discuteva sull’infausta legge, il 17 maggio la Casa Reale era nuovamente in lutto per la morte del piccolo Vittorio Emanuele Leopoldo M. Eugenio, di appena quattro mesi.
    In 130 giorni il Re aveva perduto la madre, la moglie, il fratello ed il figlio.
    I sogni profetici di Don Bosco si era pienamente avverati.

  6. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (18-03-2017)

  7. #14
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    6)- Sogno dell’anno 1854 . . . . . . . . IL SOGNO DELLE 22 LUNE

    Nel marzo del 1854 Don Bosco radunò i giovani interni del suo Oratorio e raccontò loro questo sogno.

    «Io mi trovavo con voi nel cortile e godevo nel vedervi vispi e allegri. Chi saltava, chi gridava, chi correva. A un tratto vedo uno di voi che si mette a passeggiare tra i compagni con un alto cilindro sul capo. Questo strano copricapo era trasparente, tutto illuminato all’interno, con la figura di una grossa luna, in mezzo alla quale si leggeva il numero 22. Stupito, cercai subito di avvicinarlo per dirgli che lasciasse quell’arnese da carnevale; ma ecco che l’aria si oscura, il cortile si sgombra e tutti i giovani si raccolgono sotto i portici della casa. Io li osservo: sono pallidi e pieni di paura. Fra di loro scorgo quello del cilindro, più pallido degli altri e con una coltre funebre sulle spalle. Cerco di avvicinarlo, ma una mano mi trattiene e vedo uno sconosciuto serio e di nobile aspetto che mi dice:
    — Ascolta, quel giovane ha ancora 22 lune di tempo; prima che siano passate, morirà. Tienilo d’occhio e preparalo!»

    Don Bosco concluse il suo racconto dicendo:
    — Il giovane, miei cari figliuoli, è tra di voi e io lo conosco.

    I giovani rimasero terrorizzati, anche perché era la prima volta che Don Bosco prediceva la morte di uno della casa. Il Santo se ne accorse e cercò di calmarli:
    — Quello che dovete fare — disse — è di tenervi sempre preparati e di non commettere peccati; allora la morte non vi farà più paura. Io intanto terrò d’occhio quello delle 22 lune, cioè dei 22 mesi, e spero farà una buona morte.

    Questa predizione creò nell’Oratorio un clima di grande fervore: tutti stavano attenti a mantenersi in grazia di Dio; intanto contavano le lune con estremo interesse.

    C’era tra i giovani un certo Secondo Gurgo, biellese di Pettinengo, sui 17 anni, robusto e florido di salute. Suo assistente era il chierico Cagliero, il futuro cardinale, a cui Don Bosco con insistenza chiedeva notizie dei suoi assistiti e gli raccomandava di averne gran cura, senza però accennare al Gurgo. Da parte sua Don Bosco in quei 22 mesi preparò con prudenza e zelo l’anima del giovane, che era lontanissimo dal pensare di essere lui il giovane delle 22 lune, data la sua costituzione sana e robusta. Ai primi di dicembre (ventiduesima luna) all’Oratorio non c’era alcun malato, ma Don Bosco annunziò che uno dei giovani sarebbe morto prima di Natale. Si passò il mese in grande trepidazione.

    Il 24 Gurgo fu colpito da una colica violenta con dolori strazianti. Ebbe tempo di ricevere i conforti religiosi e il giorno stesso spirava ancora fiorente di giovinezza. In casa si fece un gran parlare di questa morte perché era avvenuta alla ventiduesima luna, secondo la predizione di Don Bosco. E il giovane Gurgo, morendo il 24 dicembre, aveva compiuto anche la seconda predizione, che cioè non avrebbe visto il S. Natale.
    Quella sera Don Bosco, col volto atteggiato a grande mestizia, saliva sulla piccola cattedra da cui soleva dare la «buona notte» ai suoi ragazzi, e con accento di dolore diceva: «È il primo giovane che muore nel nostro Oratorio. Ha fatto le sue cose bene e speriamo che sia in Paradiso... ». E non poté continuare per la commozione: la morte gli aveva rapito uno dei suoi più cari figliuoli.

    * * * * *
    Che Don Bosco abbia previsto chiaramente questa morte non fa meraviglia, se si pensa a quanto afferma il Beato Don Rua, che visse quarant’anni a fianco del Santo:
    <<Don Bosco fu dotato in alto grado del dono della profezia. La predizione di cose future libere e contingenti e pienamente avverate sono così numerose da far supporre che il dono profetico gli fosse come abituale>>.

  8. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    Sunshine (19-03-2017), Unam Sanctam (20-03-2017)

  9. #15
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    7)- Sogni del 1860 e del 1886 . . . . . . . . . . . . . . . . . DON BOSCO SOGNA SUA MADRE

    Don Bosco conservò vivissimo l’affetto per sua madre; ne parlava sempre con commozione; e più volte se la vide comparire in sogni che restarono indelebili nella sua mente. Così nell’agosto del 1860 (quattro anni dopo la sua morte), gli parve d’incontrarla presso il Santuario della Consolata, mentre egli tornava all’Oratorio. Il suo aspetto era bellissimo.
    — Ma come! Voi qui? — le disse Don Bosco — Non siete morta?
    — Sono morta, ma vivo — rispose Margherita.
    — E siete felice?
    — Felicissima!

    Don Bosco le chiese se dopo morta fosse entrata subito in paradiso. Margherita rispose di no. Quindi le chiese se in paradiso vi fossero vari giovani dei quali fece i nomi; e Margherita rispose di sì.
    — E ora — continuò Don Bosco — fatemi conoscere che cosa godete in paradiso.
    — Non posso — rispose la mamma.
    — Datemi almeno un saggio della vostra felicità.

    Allora vide sua madre tutta splendente, ornata di una veste preziosissima, con un aspetto di maestà meravigliosa, e dietro a lei un coro numeroso. Poi si mise a cantare. Il suo canto d’amore a Dio, di una inesprimibile dolcezza, andava diritto al cuore, lo invadeva e lo attirava senza fargli violenza. Sembrava l’armonia di mille cori e di mille gradazioni di voci, che dai bassi più profondi salivano agli acuti più alti, con varietà di toni e differenza di modulazioni e vibrazioni più o meno forti, combinate con tanta arte, delicatezza e accordo che formavano un sol tutto. Don Bosco, a quella soavissima melodia, rimase come fuor di sé e non seppe più che cosa dire e domandare a sua madre. E Margherita, quando ebbe finito il canto, si rivolse a lui dicendo:

    — Ti aspetto, perché noi due dobbiamo stare sempre insieme. Proferite queste parole, disparve.

    Quando una persona cara ci lascia, siamo soliti consolarci e consolare dicendo: «È andato nella Casa del Padre». Benissimo! Ma la fede ci dice che la Casa del Padre ha un’anticamera, nota col nome di «purgatorio», “dove l’umano spirito si purga e di salir al ciel diventa degno” (Dante, Purg. 1,5).

    Anche la santa Mamma di Don Bosco è passata per questa misteriosa ma reale anticamera del paradiso.


    II

    Più tardi, nel 1886, Don Bosco sognò sua madre nell’atto di attingere acqua alla fontana vicino alla sua casetta. Mamma Margherita si mostrava preoccupata perché quell’acqua, che era sempre stata limpida e pura, ora appariva limacciosa e popolata d’insetti. Richiesta da Don Bosco del motivo di quella preoccupazione, rispose:

    — Aquam nostram pretio bibimus (Noi beviamo la nostra acqua pagandola).
    — Sempre col vostro latino — le rispose Don Bosco.

    Mamma Margherita continuò col suo latino facendo capire a Don Bosco che in avvenire le sue parole si sarebbero avverate. Quindi lo condusse dietro la fontana, in un luogo elevato donde si distinguevano Capriglio e altre borgate sparse qua e là; e additandogliele, disse:

    — Che differenza c’è tra questi paesi e la Patagonia?
    — Ma io vorrei, se potessi, fare del bene qui e là.
    Allora la madre si dileguò. Don Bosco, nel raccontare il sogno, fece questa osservazione: «Il posto nel quale mi condusse mia madre, è molto adatto per farvi qualche opera, essendo centrale fra molte borgate che non hanno chiesa».

    * * * * *
    Questo breve sogno contiene due profezie.
    La prima è la fontana, che ebbe acqua imbevibile per diversi anni, nel 1934 fu sostituita dall’acquedotto del Monferrato (l’acqua pagata).
    L’altra profezia è che sull’altura su cui Mamma Margherita ha portato Don Bosco, dal 1940 domina il grande Istituto Bernardi-Semeria; e dal 1965 il Tempio di Don Bosco, meta di frequenti pellegrinaggi e centro pastorale per molte parrocchie dei dintorni.


  10. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (29-03-2017)

  11. #16
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    8)- Sogno del 1860 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . SOGNO PREMONITORE

    Anno 1860. Alle dieci perquisizioni fatte negli anni precedenti all’Oratorio di Don Bosco, sospettato di mene rivoluzionarie, il ministro Farmi ne aggiunse un’altra, ordinando al Questore di Torino di procedere a una nuova visita fiscale alla Casa di Don Bosco. Con tale perquisizione improvvisa negli ambienti dell’Oratorio si sperava di trovare qualche documento compromettente e così avere un pretesto per chiudere la Casa.

    «L’Opera dell’Oratorio — scrive Don Lemoyne —, che nel corso di 19 anni era costata tante sollecitudini, tante fatiche e sudori a Don Bosco e ai suoi collaboratori, correva pericolo di essere distrutta come da un turbine. Rumoreggiava la minaccia di imprigionare colui che provvedeva il pane a tanti ricoverati e loro procacciava un avvenire onorato...
    E i timori crescevano per la chiusura in quei giorni di varie case di educazione, e per la prigionia di onesti personaggi dell’uno e dell’altro clero. Don Bosco, però, senza turbarsi attendeva l’intervento della Madonna».

    Ed ecco che, tre giorni prima che avvenisse la perquisizione, Don Bosco, ancora ignaro della cosa, fece un sogno che gli tornò di grande vantaggio.

    Lo narra in questi termini:
    «Mi sembrò di vedere una schiera di malandrini entrare nella mia camera, impadronirsi della mia persona, rovistare nelle carte, in ogni forziere e mettere sossopra ogni scritto.
    In quel momento uno di loro con aspetto assai benevolo mi disse
    : — Perché non avete allontanato il tale e tal altro scritto? Sareste contento che si trovassero quelle lettere dell’Arcivescovo che potrebbero essere causa di male a voi e al lui? E quelle lettere di Roma, quasi dimenticate, che sono poste qui — e indicava i luoghi — e quelle altre là? Se le aveste tolte, vi sareste liberato da ogni molestia.

    Fattosi giorno, scherzando ho raccontato il sogno come lavoro di fantasia; tuttavia ho messo in ordine parecchie cose, e alcuni scritti che potevano essere interpretati a mio danno li ho allontanati. Questi scritti erano alcune lettere confidenziali affatto estranee alla politica o a cose di governo. Poteva però essere considerata come delitto ogni istruzione ricevuta dal Papa o dall’Arcivescovo sul modo di regolarsi dei sacerdoti riguardo a certi dubbi di coscienza.

    Quando pertanto cominciarono le perquisizioni, io avevo trasportato altrove tutto ciò che poteva dare il minimo appiglio di relazioni o allusioni politiche nelle cose nostre» .

    * * * * *


    Ciò che fece stupire Don Bosco fu che i perquisitori rovistarono specialmente in quei luoghi dove prima c’erano le carte da lui trafugate,
    cioè nei luoghi che gli erano stati indicati nel sogno.

  12. #17
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    Sogno del 1860 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . TRE GIUDICI ILLUSTRI

    Nelle cronache dell’Oratorio leggiamo: «Nelle tre notti che precedettero l’ultimo giorno del 1860, Don Bosco fece tre sogni, come egli li chiama, ma che noi con tutta sicurezza per ciò che abbiamo veduto, sentito, provato, possiamo chiamare celesti visioni. Era lo stesso sogno ripetuto tre volte, ma sempre con circostanze diverse».

    Don Bosco lo raccontò l’ultima sera dell’anno 1860 a tutti i giovani radunati. Noi ne riassumiamo le scene più interessanti.

    Per tre notti consecutive Don Bosco si trovò in campagna in compagnia dei suoi tre grandi amici: San Giuseppe Cafasso, Silvio Pellico e il Conte Cays, deputato al Parlamento Subalpino.
    «La prima notte — racconta Don Bosco — la passammo discorrendo sopra vari punti di religione riguardanti specialmente i tempi che corrono.
    La seconda si passò in conferenze morali, in cui si sciolsero casi di coscienza spettanti la direzione dei giovani.
    La terza notte furono casi pratici con i quali conobbi l’interno morale di ciascun giovane in particolare.
    Nel primo giorno io non volevo dar retta al sogno perché il Signore ce lo proibisce nella Sacra Scrittura. Ma in questi giorni scorsi, dopo aver fatto parecchie esperienze, dopo aver preso parecchi giovani a parte e aver detto loro le cose tali e quali le avevo viste nel sogno, e che essi mi assicurarono essere proprio così, allora io non potei più dubitare che questa sia una grazia straordinaria che il Signore concede a tutti i figli dell’Oratorio. Io perciò mi trovo in obbligo di dirvi che il Signore vi fa sentire la sua voce, e guai a coloro che vi resistono»
    .


    In sintesi, Don Bosco aveva assistito a questa scena. C’era una gran sala. Seduti a un tavolo c’erano i tre personaggi nominati in veste di giudici. All’invito di Don Cafasso, Don Bosco fece entrare i giovani. Uno per uno, i giovani si presentavano con una cartella in mano, nella quale c’erano molti numeri da addizionare, e la consegnavano a quei signori. Questi, se la cartella era in regola e ben fornita di numeri, li addizionavano e la restituivano a ciascuno; la respingevano se vi erano cifre imbrogliate.

    I primi uscivano dalla sala felici e andavano a ricrearsi in cortile; gli altri invece uscivano tutti mesti e angustiati. Questa funzione durò a lungo, ma alcuni giovani non vollero entrare nella sala, perché ave vano la cartella vuota di numeri. Quando Don Bosco e i tre personaggi uscirono dalla sala, videro i giovani che avevano la cartella in regola, che si ricreavano felici. Ne videro altri che stavano mesti in disparte.

    Don Bosco li osservò: alcuni avevano una benda agli occhi, altri erano immersi nella nebbia, altri avevano il capo attorniato da una nube, altri avevano il cuore pieno di terra. «Io li vidi — afferma Don Bosco — e li conobbi molto bene e li ho ancora così presenti alla mente che potrei nominarli uno per uno dal primo fino all’ultimo».

    Intanto Don Bosco, col suo occhio vigile, notò che in cortile mancavano molti dei suoi giovani. Dopo varie ricerche, li trovò in un angolo del cortile. «— Oh, spettacolo miserando! — esclamai. Ne vedo uno coricato per terra, pallido come la morte; altri seduti sopra un basso e lurido scanno; altri sdraiati sopra uno sconcio pagliericcio. Giacevano gravemente infermi, chi nella lingua, chi negli occhi, chi nelle orecchie. Varie malattie affliggevano altri infelici: chi aveva il cuore tarlato e chi guasto e già corrotto; chi aveva una piaga e chi un’altra. Ve n’era persino uno tutto rosicchiato. Questo spettacolo mi passava il cuore come un’acutissima spina, che però mi fu addolcita dalla vista di ciò che sto per raccontare.

    Don Cafasso mi fa cenno di seguirlo e mi introduce in una sala splendida, tutta ornata d’oro, d’argento e di ogni più prezioso addobbo, illuminata da migliaia di lampade da cui emanava una luce che i miei occhi non potevano quasi sopportare.
    In mezzo a quella sala regale vi era un’ampia tavola piena di confetture di ogni specie. Vi erano amaretti quasi grossi come le munizioni dei soldati, biscotti così lunghi che uno solo sarebbe bastato a sfamare un giovane. Io mi slanciai subito a invitare i giovani ad assidersi a quella tavola. Ma Don Cafasso mi fermò gridando
    :

    — Adagio! Solo quelli che hanno i conti aggiustati possono gustare quei dolci! Mi acquietai e intanto mi posi a distribuire quei biscotti e quegli amaretti a quelli che Don Cafasso mi aveva indicato. Tutti ne ebbero a sazietà. Io mi compiacevo nel vedere i giovani mangiare con tanto gusto. Sul loro volto era dipinta la gioia; non parevano più i giovani dell’Oratorio, tanto erano trasfigurati ».

    Quelli che erano rimasti senza dolci se ne stavano in un angolo malinconici e mortificati. Don Bosco ne fu commosso: erano anch’essi suoi figli; supplicò quindi ripetutamente Don Cafasso che gli permettesse di far parte dei dolci anche a loro. — No — rispose il Santo —; costoro non possono gustarli; fateli guarire e poi anch’essi ne mangeranno.
    Don Bosco gli chiese che gli suggerisse il rimedio per guarire quei poveretti. Don Cafasso, in procinto di allontanarsi, per ben tre volte, con voce sempre più alta, gridò:
    State attento! State attento! State attento!
    Così dicendo si dileguò con gli altri due personaggi. Le parole di Don Cafasso, che di per sé possono apparire misteriose, dovettero riuscire evidenti ed eloquenti a Don Bosco, che ha sempre considerato come elemento essenziale del suo sistema educativo una assistenza amorevole, ma vigile e continua, che metta i giovani nella morale impossibilità di commettere mancanze.

    * * * * *

    Il 15 gennaio seguente fu rivolto a Don Bosco questa domanda:
    - Perché, avendo fatto il sogno intorno a Natale, ha aspettato a raccontarcelo?
    <<- Dirò – rispose Don Bosco – quello che ho già detto. Io feci quel sogno, ma per una parte non volevo darvi retta; per altra parte lo vedevo troppo importante, perciò esaminai ben bene la cosa.
    Chiamai un giovane, che nel sogno avevo veduto dei più sconciamenti piagati e gli dissi: <<Tu stai così e così di coscienza>>, secondo le piaghe che gli avevo veduto.
    Il giovane rispose che il suo stato era veramente tale.
    Ne chiamai un altro e trovai la stessa esattezza di risposte concordanti con le cose da me viste.
    In un terzo ancora da me esaminato vidi verificarsi il mio sogno.
    Allora non potei più dubitare. In quel sogno avevo conosciuto lo stato di coscienza di tutti i giovani, il loro stato presente e molto anche del futuro>>.

  13. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (27-04-2017)

  14. #18
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    Sogno del 1860 . . . . . . . . . . . . . . . . . MENSE DIVISE IN TRE ORDINI

    La sera del 5 agosto 1860 Don Bosco raccontava ai giovani dell’Oratorio un sogno, nel quale li aveva visti in un vago giardino, seduti a mense che da terra, formando una gradinata, s’innalzavano tanto che a stento ne vedeva la sommità. Le lunghe tavole erano 14, disposte a vasto anfiteatro e divise in tre ordini, ciascuno sostenuto da un muro che formava un ripiano.
    In basso, intorno a una tavola posta sul nudo suolo, spoglia di ogni ornamento e vasellame, si vedeva un certo numero di giovani. Erano mesti, mangiavano di mala voglia e avevano un pane a forma di quello delle munizioni dei soldati; era tutto rancido e muffito che faceva schifo. Era in mezzo a sudiciume e a ghiande. Quei poveretti stavano come gli animali immondi al trogolo. Don Bosco voleva dir loro che gettassero via quel pane; ma si accontentò di chiedere perché avessero innanzi un cibo così nauseante.

    Gli risposero: — Dobbiamo mangiare il pane che ci siamo preparati; e non ne abbiamo altro.
    Era lo stato di peccato mortale.
    Di mano in mano che le mense salivano, i giovani si mostravano sempre più allegri e mangiavano pane delizioso. Erano bellissimi, splendenti, di una bellezza e splendore sempre crescenti. Le loro tavole, ricchissime, erano coperte con tovaglie finemente lavorate, sulle quali brillavano candelabri, anfore, tazze, vasi di fiori indescrivibili, piatti con preziose vivande; tesori di valore inestimabile. Il numero di quei giovani appariva grandissimo. Era lo stato dei peccatori convertiti.

    Finalmente le ultime mense alla sommità avevano un pane che non si può definire. Pareva giallo, pareva rosso, e lo stesso colore del pane era quello delle vesti e della faccia dei giovani, che splendeva tutta di luce vivissima. Costoro godevano di una allegria straordinaria e ciascuno cercava di parteciparla agli altri compagni. Nella loro bellezza, nella luce e splendore delle mense superavano tutti quelli che occupavano i gradi sottoposti.
    Era lo stato d’innocenza.
    «Ma il più sorprendente si è, continua Don Bosco, che quei giovani li riconobbi tutti dal primo all’ultimo, dimodoché vedendone ora uno, mi pare di vederlo ancora là assiso al suo posto a quella tavola>>.
    Il giorno seguente Don Bosco disse in privato a ogni alunno il posto che occupava a quelle mense. Gli si domandò se si potesse da una tavola inferiore salire a una superiore. Rispose che sì, eccetto che andare a quella più alta degli innocenti, perché i decaduti da essa non vi potevano più tornare: era riservata solo a coloro che conservavano l’innocenza battesimale. Il numero di questi era piccolo, grande invece quello delle altre mense.
    * * * * *
    Non fa meraviglia che Don Bosco leggesse dentro e parlasse con tanta disinvoltura, se si pensa che possedeva il dono dell’introspezione delle coscienze.
    Una testimonianza tra le tante. E’ di quegli anni.
    Monsignor A. Cattaneo, Vicario Apostolico dell’Homan, nel 1909 scriveva al Beato Don Rua: <<Io ebbi la fortuna e la consolazione di fare da Don Bosco la confessione generale quando venne a Bergamo bel 1861 per gli Esercizi dei chierici. Presentatomi a lui, cominciai a leggergli i miei peccati che avevo scritto su di una lunga carta. Egli mi tolse di mano la carta e la pose sul fuoco.
    Io restai muto, senza poter pronunziare una parola. Ma lui consolandomi mi disse subito
    : “Te li conterò io i tuoi peccati”. E di fatti con mia grande meraviglia me li narrò uno per uno, proprio come li avevo scritti io stesso. Può immaginare quale fu la mia sorpresa e commozione. Scoppiai in pianto di vero dolore e di consolazione>>.


  15. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (30-04-2017)

  16. #19
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    Sogno del 1861 . . . . . . . . . . . UNA PASSEGGIATA DEI GIOVANI AL PARADISO

    Questo sogno Don Bosco lo ebbe nelle notti del 3, 4, 5 aprile 1861.
    È un sogno originale sotto tanti aspetti ed è testimoniato dai due primi e più autorevoli cronisti dell’Oratorio di Don Bosco: Don Domenico Ruffino e Don Giovanni Bonetti, che lo definirono «uno di quei sogni che il Signore si compiace a quando a quando di mandare ai suoi servi fedeli ».
    Il sogno è lunghissimo. Don Bosco impiegò tre sere a raccontarlo alla comunità dei suoi giovani.

    Don Bosco sogna di fare con i suoi giovani una eccezionale passeggiata, che ha per meta il paradiso, nientemeno!
    Si mettono in cammino pieni di gioia, ed eccoli ai piedi di una collina incantevole. Spira un’aria primaverile, nell’atmosfera regna una calma, un tepore, una soavità di profumi, una luminosità che mettono l’argento vivo addosso a quelle centinaia di giovani, i quali passano di sorpresa in sorpresa, di gioia in gioia, trovando, a mano a mano che salgono, ogni sorta di frutta le più squisite, dalle ciliegie all’uva matura.

    L’impressione di tutti è di essere giunti in paradiso ma, arrivati alla sommità della deliziosa collina, vedono un vasto altipiano, oltre il quale si eleva un’altissima montagna che tocca le nubi. Su per quella si vedeva una grande moltitudine che saliva con stento. Quando poi giungevano alla meta, erano ricevuti con gran festa e giubilo. Tutti capirono che quello era il paradiso e si lanciarono di corsa a percorrere l’altipiano che li separava dalla montagna.
    Ma ecco che a un tratto si trovarono davanti a un lago di sangue, largo, dice Don Bosco, come dall’Oratorio a Piazza Castello (un buon chilometro). I giovani che erano giunti per primi si fermarono inorriditi. Tutti diventarono silenziosi e malinconici. Sulla riva si leggeva scritto a grandi caratteri: PER SANGUINEM (attraverso il sangue). Ai giovani che domandavano curiosi che cosa significasse quello spettacolo, un personaggio misterioso (pensiamo sia la solita Guida), rispose:
    — Qui c’è il Sangue di Gesù Cristo e di tutti quelli che andarono in paradiso versando il loro sangue: qui sono i Martiri.

    Né i giovani né Don Bosco si sentirono di passare attraverso quel lago di sangue. Perciò lo costeggiarono andando in cerca di un altro passaggio. Ed eccoli entrare in un terreno sparso di querce, allori, palme e altre piante. Camminavano felici all’ombra di quelle piante, quando si presenta loro un altro spettacolo: un secondo grande lago pieno d’acqua. Sulla riva si leggeva a grandi caratteri: PER AQUAM (attraverso l’acqua). Anche qui i ragazzi si domandavano che cosa significasse quel secondo lago, tanto più che vedevano alcuni camminare su quell’acqua appena sfiorandola con i piedi.

    — In quel lago — rispose la Guida — c’è l’acqua del santo Battesimo, nella quale devono essere bagnati tutti quelli che vogliono andare in paradiso. Vedete quei giovani che camminano veloci su quell’acqua? Sono gli innocenti.
    Alcuni si misero a correre su quell’acqua, ma la maggior parte guardava Don Bosco come per dirgli:
    — Andiamo anche noi?
    Ma Don Bosco rispose: — Per conto mio non mi credo così santo da passare su quell’acqua senza caderci dentro.
    Allora tutti esclamarono: — Se non osa lei, tanto meno noi!
    Continuarono quindi a girare in cerca di un passaggio alla montagna del paradiso; ed eccoli di fronte a un terzo lago, vasto come il primo, pieno di fuoco e di fiamme. Sulla sponda stava scritto: PER IGNEM (attraverso il fuoco).

    La guida misteriosa disse:
    — Qui c’è il fuoco dell’amor di Dio, per cui devono passare quelli che non sono passati per il sangue del martirio o per l’acqua del Battesimo.
    «Ci affrettammo a passare oltre — dice Don Bosco —, ma ben presto ci vedemmo sbarrata la via da un altro lago: era pieno di bestie feroci che stavano con le fauci spalancate pronte a divorare chiunque passasse. La solita Guida disse:
    — Queste bestie sono i demoni, i pericoli e le trame del mondo. Costoro che passano impunemente sono le anime giuste, sono coloro di cui Gesù ha profetato: <<Io vi ho dato il potere di calpestare serpenti e scorpioni e di annientare ogni resistenza del nemico. Niente vi potrà fare del male>> (Lc 10,19).
    — Andiamo anche noi! — gridarono alcuni.
    — Io non ne ho il coraggio — disse Don Bosco —; è da presuntuosi pretendere di passare illesi sulle teste di quei mostri feroci.
    — Oh — gridarono i giovani in coro — se non si sente lei, tanto meno noi!

    Si allontanarono quindi dal lago delle bestie, cominciando a perdere la speranza di trovare un passaggio comodo alla montagna del paradiso, quando s’incontrarono in molta gente che camminava allegramente verso il paradiso, pur essendo ridotti in condizioni pietose: chi mancava di un occhio, chi di un piede, chi di una mano, chi della lingua. I giovani guardavano meravigliati, quando la Guida disse:
    — Sono gli amici di Dio, sono coloro che per salvarsi si mortificarono nei vari sensi del corpo e riuscirono a passare illesi tra i pericoli del mondo. Se volete anche voi arrivare al paradiso, potete unirvi a loro e camminare allegramente per la via della mortificazione.

    A questo punto la voce della Guida fu sopraffatta dalle grida di «Bravo!», <<Bene!>> che venivano dalla cima della montagna per incoraggiare quelli che salivano faticosamente per l’erta.

    Finalmente Don Bosco con i suoi giovani arrivò su di una piazza gremita di gente, che terminava in un sentiero piccolo piccolo, tra due alte rupi. Chi si metteva per quel sentiero, uscito dalla parte opposta, doveva passare per un ponte strettissimo e senza ringhiera, sotto il quale si inabissava uno spaventoso precipizio.
    — Ecco il sentiero che mena al paradiso — esclamarono i giovani. E si incamminarono per quello. Giunti però al ponte, si fermarono spaventati e non osavano inoltrarsi. A Don Bosco che faceva loro coraggio, rispondevano:
    — Venga lei a fare la prova. Noi non osiamo perché se sbagliamo un passo, cadiamo nell’abisso.

    «Ma finalmente — continua Don Bosco — uno si avanzò per primo e così, uno dopo l’altro, siamo passati al di là e ci trovammo ai piedi della montagna. Ci provammo a salire, ma non trovavamo nessun sentiero; mille difficoltà e impedimenti si opponevano: in un luogo c’erano accatastati macigni sparsi disordinatamente, in un altro c’era una rupe da sormontare, qui un precipizio, là un cespuglio spinoso che ci impediva il passo. Dappertutto ripida la salita. Tuttavia non ci sgomentammo e incominciammo ad arrampicarci con ardore. Dopo breve ora di faticosa ascesa, aiutandoci di mani e di piedi, a un certo punto trovammo un sentiero più praticabile e potemmo salire più comodamente.

    Quand’ecco arrivammo in un luogo dove vedemmo molta gente, la quale pativa in un modo così orribile, così strano, che tutti restammo compresi di orrore e di compassione. Io non posso dirvi quello che vidi, perché vi farei troppa pena; e voi non potreste resistere alla mia descrizione.
    Intanto vedevamo un gran numero di altra gente che saliva anch’essa, sparsa su per i fianchi del monte; e quando arrivava alla cima, veniva accolta da quelli che l’aspettavano, fra grandi feste e prolungati applausi. Udivamo nello stesso tempo una musica celeste e un canto di voci le più dolci, che ci incoraggiavano a salire su per quell’erta.

    Eravamo giunti anche noi quasi alla cima della montagna, quando mi volsi indietro per vedere se avevo con me tutti i giovani; ma con vivo dolore mi trovai quasi solo. Di tanti miei piccoli compagni non me ne restavano che tre o quattro. Guardai all’ingiù e li vidi sparsi per la montagna, chi a cercare lumache tra i sassi, chi a raccogliere fiori senza odore, chi a raccogliere frutti selvatici, chi a correre dietro alle farfalle, e chi tranquillamente seduto a riposare all’ombra di una pianta. Io mi misi a gridare con quanta voce avevo in gola, mi sbracciavo a far loro segni, li chiamavo per nome a uno a uno. Qualcuno venne, sicchè erano poi circa otto i giovani intorno a me. Tutti gli altri continuavano a occuparsi in quelle loro bazzecole. Ma io non volevo assolutamente andare in paradiso accompagnato da così pochi giovani, e perciò determinai di andare io stesso a prendere quei renitenti.

    E così feci. Quanti ne incontravo scendendo, tanti ne spingevo in su.
    A questo davo un avviso, a quello un
    rimprovero amorevole; a un terzo una solenne sgridata:
    — Andate su, per carità — mi affannavo a dire — non fermatevi per queste cose da nulla. E venendo in giù li avevo già avvertiti quasi tutti e mi trovavo sulle balze del monte che avevamo salito con tanto stento. Quivi avevo fermato alcuni che, stanchi per la fatica del salire e impauriti dall’altezza da raggiungere, ritornavano al basso. Quindi volli riprendere la salita verso la vetta, ma inciampai in una pietra e mi svegliai».
    * * * * *
    Don Bosco terminò dicendo: «Se il sogno non fosse stato un sogno ma una realtà e avessimo dovuto morire allora, fra tanti giovani che siamo qui, se ci incamminassimo verso il paradiso, pochissimi vi giungerebbero: fra 700-800 e più non sarebbero che tre o quattro. Ma a momenti, non vi turbate: dico che non sarebbero che tre o quattro quelli che di volo andrebbero al paradiso, senza passare qualche tempo tra le fiamme del purgatorio. Qualcuno forse vi resterebbe un momento solo, altri un giorno, altri dei giorni e delle settimane. Procurate quindi di acquistare delle indulgenze, quante più potete. Se poi acquisterete un'indulgenza plenaria, andrete di volo in paradiso ».

  17. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (12-05-2017), Sunshine (09-05-2017)

  18. #20
    Vecchia guardia di CR L'avatar di Lady Joan Marie
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    Don Bosco è stato un grande leader dei giovani che hanno creduto in lui. Qui a Bisceglie è molto apprezzato, vi è addirittura una piccola piazza dedicata a lui ed io ogni volta che ci passo dico sempre: "Don Giovanni Bosco tu che sei un santo che porta il mio nome, come hai protetto i tuoi giovani nella tua vita proteggi anche me!"
    Bella regina dè fioriti odori, in colorita maestà la rosa C. ACHILLINI


  19. Il seguente utente ringrazia Lady Joan Marie per questo messaggio:

    sobiesky (10-05-2017)

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