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Discussione: I "sogni" di DON BOSCO...

  1. #21
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
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    12)- Sogno del 1861 . . . . . . . . . . . UNA RUOTA MISTERIOSA E PROFETICA

    La notte del l° maggio 1861 Don Bosco ebbe un sogno straordinario, sia per la lunghezza (durò circa 6 ore), sia per la varietà delle scene ammirate, delle quali molte riguardavano i singoli suoi ragazzi, mentre altre interessavano la sua nascente Congregazione, da lui contemplata nel suo avvenire con precisione profetica.
    Nel raccontarlo Don Bosco impiegò tre «buone notti », nelle quali il discorsino di pochi minuti che soleva rivolgere ai suoi figliuoli dopo le preghiere della sera, per la circostanza, superò la mezz’ora. Anche in questo sogno è presente una Guida, decisa però a non rivelare il suo nome. Essa reca una macchina fornita di una grossa ruota con manovella, che manovra una grande lente di un metro e mezzo circa, nella quale Don Bosco vede la coscienza dei suoi giovani e l’avvenire della sua Congregazione.
    Delle prime due parti ci limitiamo a dare un riassunto e a rilevare che in esse appare evidente il dono dell’introspezione delle coscienze. Infatti, al comando della Guida, Don Bosco dà vari giri alla manovella e, dopo ogni giro, guardando nella lente misteriosa, vede i suoi ragazzi in pose e aspetti diversi: ora i buoni divisi dai cattivi, ora su questi segnato il vizio da cui sono macchiati; vede pure coloro che si fermeranno con lui, intenti al lavoro che sarebbe loro toccato; vede anche quelli che, dopo un momentaneo entusiasmo, lo avrebbero abbandonato. Al suo sguardo appare chiaramente presente lo stato di coscienza e la vocazione dei singoli.
    Quanto aveva visto in questa prima parte del sogno lo comunicò ai suoi ragazzi, che nei giorni seguenti lo assediarono per sapere come li aveva visti nel sogno. E l’effetto morale sulla condotta dei ragazzi fu tale, a detta del biografo, quale appena si sarebbe potuto sperare da una missione delle più fruttuose.
    Tra i consigli che la Guida diede a Don Bosco ci fu questo: «Quando si dicono due parole dal pulpito, una sia sul far bene le confessioni».
    Viene quindi la parte profetica del sogno, la più interessante; ma per Don Bosco non fu una novità assoluta, perché già nel 1856 aveva avuto un sogno breve ma significativo. Aveva sognato di trovarsi in una piazza dove c’era un ordigno somigliante a una specie di ruota della fortuna. La solita Guida gli aveva detto che rappresentava il suo Oratorio e gli aveva comandato di girare il manubrio. Al primo giro ne era uscito un rumore appena percettibile.
    — Che cosa significa ciò? — chiese il Santo. — Ogni giro — rispose la Guida — assomma dieci anni del tuo Oratorio. Gira ancora quattro volte.
    A ogni giro il rumore cresceva. Don Bosco ebbe l’impressione che il secondo si udisse in Torino e in tutto il Piemonte, il terzo in Italia, il quarto in Europa, il quinto nel mondo intero.
    Era stata una cosa rapida, un semplice accenno all’avvenire della nascente Congregazione. In questo secondo sogno invece non più un rumore confuso, ma chiarezza di circostanze e di persone. La lente prodigiosa, che la Guida gli aveva presentato, con un giro della ruota che le stava accanto, gli rendeva magicamente presente l’avvenire della sua Opera.
    Una prima volta la Guida gli ordina: — Fa’ fare dieci giri alla ruota; ricordati di contarli esattamente e poi guarda. Don Bosco gira dieci volte il manubrio, poi accosta con una certa trepidazione l’occhio alla lente. Meraviglia! Vede ancora quasi tutti i suoi ragazzi, ma cresciuti in età: hanno già i baffi; qualcuno si è fatto crescere la barba.
    — Ma come mai? — chiede stupito —. Ma se quello ieri era un bambino, come ha fatto a crescere così all’improvviso? — Quanti giri hai dato? — domanda la Guida. — Dieci. — Ebbene, conta dieci anni. Siamo nel 1871: hanno dieci anni di più.
    E non solo i ragazzi erano cresciuti; Don Bosco vide pure le sue case moltiplicate e abitate da giovani sconosciuti, sotto la guida di quei suoi figliuoli fatti adulti.
    — Da’ altri dieci giri — disse la Guida — e balzeremo all’81.
    Don Bosco fece fare i dieci giri prescritti, poi guardò. I suoi ragazzi erano ridotti a metà: alcuni con i capelli brizzolati, altri leggermente curvi. Il dispiacere che provò fu largamente compensato dalla consolazione che gli procurò la visione di paesi nuovi e regioni sconosciute e di tanti altri ragazzi guidati da maestri ignoti, ma alle dipendenze dei suoi attuali aiutanti dell’Oratorio giunti all’età matura.
    Con ansia crescente diede altri dieci giri. I suoi giovani attuali, ridotti di un quarto, gli si presentavano avanti negli anni, con capelli e barba imbiancati. Si era nel 1891. Le case e i suoi figliuoli apparivano aumentati di numero. Tra i ragazzi ce n’erano di quelli di pelle e di colore diversi dai nostri.
    Ancora dieci giri ed ecco il 1901 con nuovi motivi di dolore e di gioia. I primi ragazzi dell’Oratorio erano ridotti a pochi, invecchiati e magri, prossimi ormai al premio. In molte case il personale era tutto nuovo e i ragazzi erano aumentati smisuratamente. Don Bosco contemplava muto e incantato, quand’ecco la Guida gli fece premura:
    — Da’ altri dieci giri e vedrai cose che ti consolano e ti angustiano.
    Dieci rapidi giri e Don Bosco si trovò al 1911. Al suo sguardo apparvero «case nuove, giovani nuovi, direttori e maestri con abiti e costumi nuovi». Cercò in quella moltitudine se vi fosse qualcuno dei primi tempi e ne riconobbe uno solo, canuto e cadente, il quale, circondato da una bella corona di ragazzi, raccontava i princìpi dell’Oratorio e loro ripeteva le cose imparate da Don Bosco e ne mostrava il ritratto appeso alle pareti del parlatorio.
    (Qui Don Bosco accenna certamente a Don Francesia, che fino alla tarda età di 90 anni parlò continuamente di lui, ne scrisse in tutti i suoi libri, lo cantò in versi numerosissimi e infiorava di reminiscenze dell’amato Padre ogni sua predica e le sue piacevolissime conversazioni. Chi scrive ha avuto la gioia di ascoltarlo per alcuni anni).

    Il lungo sogno volgeva ormai al termine e la Guida disse a Don Bosco di volerlo confortare con un’ultima visione.
    — Volentieri — rispose Don Bosco. — Dunque sta’ attento, gira la ruota in senso contrario, tanti giri quanti ne hai dati in precedenza.
    La ruota girò per 50 giri, cinquant’anni più avanti. Don Bosco guardò. Ai suoi occhi increduli apparve una moltitudine numerosa di giovani, tutti nuovi e sconosciuti, dall’infinita varietà di costumi, paesi, fattezze e linguaggi, ma per quanto si sforzasse, non riuscì a vederne che una minima parte con i loro assistenti e maestri.
    — Ma io non ne conosco affatto nessuno — disse rivolto alla Guida.
    — Eppure sono tuoi figli. Ascoltali. Parlano di te e dei tuoi antichi figli e superiori, che da tempo non sono più in vita, e ricordano gli insegnamenti ricevuti da te e da loro.
    Don Bosco contemplava, in preda a vivo stupore, il panorama del 1961: le sue case oltre il migliaio, i suoi figli a decine di migliaia, i suoi ragazzi a centinaia di migliaia. Un panorama vario e meraviglioso, perché ogni popolo della terra vi aveva recato le sue caratteristiche. Una prova della natura profetica del sogno si ebbe anche nell’avveramento delle profezie fatte sui singoli.
    Così il chierico Molina, in questo sogno, fu visto da Don Bosco gettar via il cappello, saltare il fosso e poi fuggire. Il chierico ne chiese la spiegazione.
    — Tu — rispose Don Bosco — farai non cinque, ma sei anni di teologia e poi deporrai l’abito ecclesiastico.
    A Molina la risposta parve strana e ben lontana dalla verità; ma la profezia si avverò alla lettera: dopo sei anni di teologia il chierico approfittò di una visita in famiglia e non tornò più.
    Il chierico Vaschetti fu visto nel sogno uscire dal campo e saltare il fosso. Quando Don Bosco glielo comunicò, rispose quasi indispettito:
    — Lei ha davvero sognato!
    Infatti allora era ben lontano dal voler lasciare Don Bosco; ma qualche tempo dopo saltò realmente il fosso. Fu però un ottimo parroco in diocesi.
    Il chierico Giuseppe Fagnano, da pochi mesi venuto dal Seminario di Asti, non conoscendo Don Bosco, pensò che si trattasse di fantasticherie; ma spinto dai compagni, domandò a Don Bosco che cosa avesse visto di lui in quella lente.
    — Ti ho visto che lavoravi in mezzo a uomini nudi, ma così lontano che appena potevo riconoscerti.
    Fu profeta: Mons. Fagnano fu il più grande missionario della Terra del Fuoco.

    * * * * *

    Terminato il racconto, Don Bosco parlò così: « Adesso che vi ho raccontato queste cose, penserete: “Chi sa! Don Bosco è un uomo straordinario, un santo sicuramente!”. Miei cari giovani, per impedire stolti giudizi intorno a me, stimo bene di dirvi che il Signore ha molti mezzi per manifestare la sua volontà. Alcune volte si serve degli strumenti più inetti e indegni, come si servì del l’asina di Balaam facendola parlare; e di Balaam, falso profeta, per predire molte cose riguardanti il Messia. Perciò lo stesso può accadere a me».
    Simpatica e santa umiltà.

  2. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (15-05-2017)

  3. #22
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    13)- Sogno del 1861 . . . . . . . . . . . IL FAZZOLETTO DELLA PUREZZA


    Nella notte dal 14 al 15 giugno 1861 Don Bosco sognò di trovarsi in una vasta pianura, nella quale sorgeva un bel palazzo con grandi terrazzi, e si estendeva una piazza. In un angolo di questa vide una Signora che distribuiva un fazzoletto a un gran numero di giovani affollati intorno a Lei. Preso il fazzoletto, salivano e si disponevano sul lungo terrazzo.
    Anche Don Bosco si avvicinò a quella Signora e udì che nel consegnare il fazzoletto, diceva a ciascuno:
    — Non stenderlo mai quando tira il vento; ma se il vento ti sorprende quando l’hai disteso, volgiti subito a destra, non mai a sinistra.
    Finita la distribuzione, Don Bosco si mise a osservare quei giovani schierati sul terrazzo e vide che, uno dopo l’altro, stendevano quel fazzoletto, che gli apparve in tutta la sua bellezza: era molto largo, ricamato in oro, con queste parole, pur esse in oro: Regina virtutum (la regina delle virtù). (1)

    Quand’ecco levarsi un forte vento. Subito alcuni nascosero il fazzoletto, altri si voltarono a destra, altri a sinistra.
    Quindi scoppiò un pauroso temporale, con pioggia, grandine e neve. Intanto alcuni giovani stavano con il fazzoletto disteso e la grandine vi batteva dentro strappandolo da parte a parte: lo stesso faceva la pioggia, le cui gocce pareva avessero la punta; come pure i fiocchi di neve. In un momento tutti quei fazzoletti furono crivellati, sicché più nulla avevano di bello.
    Don Bosco rimase dolorosamente sorpreso, tanto più che vi riconobbe i giovani del suo Oratorio. Ma lasciamo che parli lui:
    « Andai allora dove era quella Signora che distribuiva i fazzoletti. Qui vi stavano alcuni uomini e domandai loro:
    — Che cosa vuoi dire tutto questo?
    Mi rispose la Signora:
    — Non hai visto quello che era scritto su quei fazzoletti?
    — Sì: Regina virtutum (la regina delle virtù).
    — Ebbene, quei giovani hanno esposto la virtù della purezza al vento delle tentazioni. Alcuni le hanno fuggite prontamente, e sono quelli che hanno nascosto il fazzoletto; altri si sono voltati a destra, e sono quelli che nel pericolo ricorrono al Signore; altri sono rimasti con il fazzoletto aperto e sono caduti in peccato.
    Al vedere quanto pochi avevano conservato la virtù della purezza, ruppi in un pianto doloroso.
    — Non affannarti — mi disse allora la Signora — vieni a vedere!

    Guardai e vidi il fazzoletto di quelli che si erano voltati a destra divenuto molto stretto, ma rappezzato e cucito. Quella Signora intanto aggiungeva: — Sono quelli che ebbero la disgrazia di perdere la bella virtù, ma vi rimediarono con la confessione. Gli altri che non si mossero, sono quelli che continuano nel peccato con il pericolo di andare alla perdizione».

    §§ (1)La regina delle virtù, si sa, è la carità, ma Don Bosco si era convinto, per lunga esperienza, che l’impurità porta il giovane all’egoismo, mentre la purezza vissuta è sorgente e alimento di carità. §§

    * * * * *

    Questo il sogno di Don Bosco.
    Nell’infuriare della bufera, di anno in anno più ostile alla virtù che Don Bosco chiama
    « virtù angelica», è luce e stimolo alla lotta la visione della misteriosa Signora.
    Don Bosco, che al costatare le devastazioni morali che compie il malcostume tra i giovani, « rompe in un pianto doloroso», fa pensare al forte richiamo di san Pietro: «Salvatevi da questa generazione perversa!».
    E motivo di riflessione, specie per i genitori, quanto afferma Don Bosco dei giovani, vittime del vizio impuro
    :
    «I loro fazzoletti erano ridotti in così cattivo stato che facevano pietà!>>.

  4. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (03-07-2017), Sunshine (22-05-2017)

  5. #23
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    4)- Sogno del 1862 . . . . . . . . . . . L’UOMO CON LA LANTERNA

    Il 25 aprile 1862 moriva improvvisamente nell’Oratorio di Valdocco il giovane Maestro Vittorio. La sua morte era stata prevista da Don Bosco in questo sogno, che il Santo raccontò ai suoi giovani la sera del 21 marzo di quell’anno.
    «Mi sembrava di essere appoggiato alla finestra della mia camera e di stare a osservare i miei giovani, che nel cortile si divertivano allegramente, quando vidi entrare dalla portineria un personaggio, alto di statura, con lunga barba bianca, con pochi capelli anch’essi candidi, che dal capo gli scendevano sulle spalle. Era avvolto in un lenzuolo che con la sinistra teneva stretto al corpo; nella mano destra aveva una fiaccola con fiamma fosco-azzurra. Con passi lenti e gravi percorse il cortile facendo alcuni giri tra i giovani che giocavano, finché si ferma davanti a un giovane, gli avvicina la fiaccola alla faccia ed esclama:
    — E proprio lui!
    Gli presenta quindi un biglietto che trae dalle pieghe del mantello; il giovane lo legge impallidendo e tremando, e domanda: — Quando?
    Quel vecchione con voce sepolcrale, risponde: — Vieni, per te l’ora è suonata!
    — Almeno posso continuare il gioco?
    — Anche giocando puoi essere sorpreso.
    Il giovane tremava, voleva parlare, ma l’uomo, indicando con la mano sinistra una bara posta sotto il porticato, gli disse:
    — Vedi là? Quella bara è per te. Presto, vieni!
    — Non sono preparato, — gridava il giovane, — sono ancora troppo giovane —; ma lo spettro si dileguò ». Don Bosco concluse:
    — Uno di voi deve morire, io lo conosco, ma non lo dirò a nessuno. Ciascuno pensi a tenersi preparato.
    Sceso dalla cattedra, confidò ad alcuni che il giovane non avrebbe passato due solennità che cominciano per P (Pasqua e Pentecoste), e che la sua morte sarebbe stata improvvisa.
    Circa un mese dopo, il 16 aprile, moriva il giovane Luigi Fornasio, ma Don Bosco disse chiaramente che non era questo il ragazzo del sogno.
    Quella stessa sera i giovani assediarono Don Bosco per sapere chi fosse il giovane che doveva morire.
    — Ci dica almeno l’iniziale del nome. — Colui che ha ricevuto il biglietto da quel misterioso vecchione — rispose Don Bosco — porta un nome che comincia con le iniziali del nome di Maria.
    Si voleva indovinare, ma era difficile perché in casa più di 30 alunni avevano un nome che cominciava con la lettera M.
    Un mattino Don Bosco incontrò per le scale il giovane Maestro Vittorio di Viora, Mondovì, e gli domandò a bruciapelo:
    Vuoi andare in Paradiso?
    — Certo, rispose Maestro. — Dunque prepàrati!
    Il giovane pensò a una battuta delle solite di Don Bosco e non si turbò. Don Bosco intanto lo andava preparando e lo induceva a fare la confessione generale approfittando della Pasqua. Ed ecco il 25 aprile morire improvvisamente, colpito da apoplessia, proprio il giovane Maestro.

    * * * * *

    Quella sera Don Bosco rivelò il suo cuore di padre, perché ne parlò con tanta commozione che strappò a tutti le lacrime. Disse tra l’altro che Maestro era il giovane da lui visto nel sogno, che la sua morte era stata repentina, ma non improvvisa, perché era ben preparato. E aggiunse: « Quanto si ingannano quelli che dicono di voler aspettare ad aggiustare le cose della loro coscienza alla fine della vita! E quanto maggiore sarebbe il nostro dolore se il Signore avesse permesso che ci fossero stati tolti altri che nella casa tengono una condotta poco soddisfacente!»

  6. #24
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    15)- Sogno del 1862 . . . . . . . . . . . . . . . . . IL SOGNO DELLE DUE COLONNE

    Tra i sogni di Don Bosco, uno dei più noti è quello conosciuto con il titolo di «Sogno delle due colonne». Lo raccontò la sera del 30 maggio 1862.
    «Figuratevi — disse — di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo’ di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.
    A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.
    In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: “AUXILIUM CHRISTIANO RUM”; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’OSTIA di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: “SALUS CREDENTIUM”.
    Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.
    Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.
    Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte àncore e grossi ganci attaccati a catene.
    Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.
    Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.
    A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.
    Senonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.
    Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra àncora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.
    Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma».

    A questo punto Don Bosco interroga Don Rua:
    Che cosa pensi di questo sogno?
    Don Rua risponde:
    — Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la combattono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria SS. e al SS. Sacramento del l’Eucaristia.
    Hai detto bene — commenta Don Bosco —; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: Devozione a Maria SS., frequente Comunione.

    * * * * *

    Il servo di Dio cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, dava tanta importanza a questa visione, che nel 1953, quando fu a Torino come Legato Pontificio al Congresso Eucaristico Nazionale, la notte sul 13 settembre, durante il solenne pontificale di chiusura, sulla Piazza Vittorio, gremita di popolo, diede a questo sogno una parte rilevante della sua Omelia.

    Disse tra l’altro: «In quest’ora solenne, nell’Eucaristica Torino del Cottolengo e di Don Bosco, mi torna in mente una visione profetica che il Fondatore del Tempio di Maria Ausiliatrice narrò ai suoi nel maggio del 1862. Gli sembrò di vedere la flotta della Chiesa battuta qua e là dai flutti di una orribile tempesta; tanto che, ad un certo momento, il supremo condottiero della nave capitana — Pio IX — convocò a consiglio i gerarchi delle navi minori.
    Purtroppo la bufera, che mugghiava sempre più minacciosa, interruppe a mezzo il Concilio Vaticano
    (è da notare che Don Bosco annunciava questi eventi otto anni prima che avvenissero). Nelle alterne vicende di quegli anni, per ben due volte gli stessi Supremi Gerarchi soccombettero al travaglio. Quando successe il terzo, in mezzo all’oceano furente cominciarono ad emergere due colonne, in cima alle quali trionfavano i simboli dell’Eucaristia e della Vergine Immacolata.
    A quella apparizione il nuovo Pontefice — il Beato Pio X — prese animo e con una salda catena, agganciò la nave Capitana di Pietro a quei due solidi pilastri, calando in mare le ancore.
    Allora i navigli minori cominciarono a vogare strenuamente per raccogliersi attorno alla nave del Papa, e così scamparono dal naufragio.
    La storia confermò la profezia del Veggente. Gli inizi pontificali di Pio X con l’àncora sullo stemma araldico coincisero appunto con il cinquantesimo anno giubilare della proclamazione dogmatica della Concezione Immacolata di Maria, e venne festeggiata in tutto l’orbe cattolico. Tutti noi vecchi ricordiamo l’8 dicembre 1904, in cui il Pontefice in San Pietro circondò la fronte del l’Immacolata d’una preziosa corona di gemme, consacrando alla Madre tutta intera la famiglia che Gesù Crocifisso le aveva commesso.
    Il condurre i pargoli innocenti e gli infermi alla Mensa Eucaristica entrò parimenti a far parte del programma del generoso Pontefice, che voleva restaurare in Cristo tutto quanto l’orbe. Fu così che, finché visse Pio X, non ci fu guerra, ed Egli meritò il titolo di pacifico Pontefice dell’Eucaristia.
    Da quel tempo le condizioni internazionali non sono davvero migliorate; così che l’esperienza di tre quarti di secolo ci conferma che la nave del Pescatore sul mare in burrasca può sperare salvezza solo con l’agganciarsi alle due colonne dell’Eucaristia e dell'Ausiliatrice, apparse in sogno a Don Bosco »
    (da L’Italia del 13 settembre 1953).
    Lo stesso santo card. Schuster, un giorno disse a un Salesiano: «Ho visto riprodotta la visione delle due colonne. Dica ai suoi Superiori che la facciano riprodurre in stampe e cartoline, e la diffondano in tutto il mondo cattolico, perché questa visione di Don Bosco è di grande attualità: la Chiesa e il popolo cristiano si salveranno con queste due devozioni: l’Eucaristia e Maria, Aiuto dei Cristiani».

    § § § § §

    A margine di questa pagina sento il dovere di esprimere la profonda amarezza ed inquietudine per l’esecrando gesto sacrilego di venerdì notte 2 giugno, dove dalla parte posteriore dell’altare della Basilica di Castelnuovo don Bosco (Asti), è stata sottratta la teca contenente la reliquia del cervello di San Giovanni Bosco.
    Speriamo e preghiamo che chi ha commesso l’inaudito, folle gesto, possa ravvedersi e riconsegnare alla Basilica i sacri resti del grande Santo dei giovani: San Giovanni Bosco.

    http://www.lastampa.it/2017/06/03/itali ... agina.html


  7. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (03-07-2017), Sunshine (06-06-2017)

  8. #25
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Tale sogno fu ripreso dal salesiano cardinale Zen Ze Kiun, vescovo emerito di Hong Kong, che lo mise nello stemma.



    https://upload.wikimedia.org/wikiped...e-kiun.svg.png
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  9. Il seguente utente ringrazia Phantom per questo messaggio:

    sobiesky (04-06-2017)

  10. #26
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    16) Sogno dell’anno 1862 . . . . . . . . . . IL SERPENTE E IL ROSARIO

    Nel febbraio del 1848 il marchese Roberto d’Azeglio, amico personale di Carlo Alberto e senatore del Regno, onorò l’Oratorio di Don Bosco di una sua visita. Il Santo lo accompagnò a visitare tutta la casa. Il marchese espresse la sua viva compiacenza, ma con una riserva. Definì tempo perduto quello occupato a recitare il Rosario.
    — Lasci — disse — di far recitare quell’anticaglia di 50 Ave Maria infilzate una dopo l’altra.
    Ebbene — rispose Don Bosco —, io ci tengo molto a tale pratica; e su questa potrei dire che è fondata la mia istituzione; sarei disposto a lasciare tante altre cose pure importanti, ma non questa.
    E con il coraggio che gli era proprio soggiunse:
    E anche, se fosse necessario, sarei disposto a rinunziare alla sua preziosa amicizia, ma non mai alla recita del S. Rosario.

    A stimolare i giovani ad amare il Rosario era incoraggiato anche dai suoi sogni. Ne citiamo uno. Lo ebbe la vigilia dell’Assunta del 1862.
    Sognò di trovarsi nella sua borgata natia — oggi Colle Don Bosco — in casa del fratello, con tutti i suoi giovani. Ed ecco che gli si presenta Uno (la solita Guida dei suoi sogni) che lo invita ad andare nel prato attiguo al cortile, e là gli indica un serpentaccio lungo 7-8 metri, di una grossezza straordinaria. Don Bosco inorridisce e vuole fuggire. Ma la Guida lo invita a non aver paura e a fermarsi. Poi va a prendere una corda, ritorna da Don Bosco e gli dice:
    — Prenda questa corda per un capo e la tenga ben stretta; io prenderò l’altro capo e sospenderemo la corda sul serpente.
    — E poi?
    — E poi gliela sbatteremo sulla schiena. —
    Ah! No, per carità! Guai se noi faremo questo. Il serpente si rivolterà inviperito e ci farà a pezzi.

    «Ma la Guida insistette — narra Don Bosco — e mi assicurò che il serpente non mi avrebbe fatto alcun male, e tanto disse che io acconsentii a fare come voleva. Egli intanto alzò la corda e con questa diede una sferzata sulla schiena del rettile. Il serpente fa un salto e volge la testa indietro per mordere ciò che l’ha percosso, ma resta allacciato come in un cappio scorsoio.
    — Tenga stretto — grida la Guida — e non lasci sfuggire la corda.
    E corse a legare il capo della corda che aveva in mano a un pero vicino; poi legò il capo della corda che tenevo io all’inferriata di una finestra della casa. Frattanto il serpente si dibatteva furiosa mente e dava tali colpi in terra con la testa e con le immani sue spire, che le sue carni si laceravano e ne saltavano i pezzi a grande distanza. Così continuò finché non rimase di lui che lo scheletro spolpato.
    Morto il serpente, la Guida slegò la corda dall’albero e dalla finestra, la raccolse e la chiuse in una cassetta. Dopo qualche istante l’aprì. Con stupore mio e dei giovani che erano accorsi, vedemmo che quella corda si era disposta in modo da formare le parole: Ave Maria. La Guida spiegò:
    Il serpente figura il demonio e la corda l’Ave Maria o piuttosto il Rosario, che è una continuazione di Ave Maria, con le quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demoni dell’inferno».

    A questo punto agli occhi di Don Bosco si presentò una scena ben dolorosa: vide giovani che raccoglievano pezzi di carne del serpente e ne mangiavano e restavano avvelenati.
    «Io non sapevo darmi pace — racconta Don Bosco —‘ perché nonostante i miei avvisi, continuavano a mangiare. Io gridavo all’uno, gridavo all’altro; davo schiaffi a questo, pugni a quello, cercando di impedire che mangiassero, ma inutilmente. Io ero fuori di me stesso, allorché vidi tutt’intorno un gran numero di giovani distesi per terra in uno stato miserando».

    Allora Don Bosco si rivolse alla Guida:
    - Ma non c’è un rimedio a tanto male? — Sì che c’è.
    — Quale sarebbe?
    — Non c’è altro che l’incudine e il martello.
    — Come? Debbo forse metterli sull’incudine e batterli col martello?
    — Ecco — rispose la Guida — il martello significa la Confessione, l’incudine la Comunione: bisogna far uso di questi due mezzi.
    * * * * *
    Un’allegoria contadina di molta efficacia.
    I fabbri dei piccoli paesi, per dare al ferro inerte la forma degli strumenti agricoli, usavano le maniere forti: fuoco, incudine, martello.
    Pare di poter intravedere, in queste parole di Don Bosco, che egli non considerava la Confessione come uno sfogo-conforto, né la Comunione come una cerimonia pia.
    Per lui i due sacramenti erano strumenti energici, forti, con cui Gesù, attraverso il Sacerdote, incammina decisamente le persone sulla via del bene, che non è sempre facile e comodo.

    * * * * *


    17)- Sogno dell’anno 1863. . . . . . . . . . . . . . . . . IL SOGNO DELL’ELEFANTE


    Il 6 gennaio 1863 Don Bosco raccontava ai suoi giovani uno di quei sogni che facevano epoca per l’efficacia con la quale scuotevano i cuori e li portavano a Maria.
    Sognò di trovarsi nella sua cameretta in amichevole conversazione col prof. Vallauri, senatore del Regno, quando sentì bussare alla porta. Corse a vedere. Era Mamma Margherita, morta da sei anni, che affannata lo chiamava:
    — Vieni a vedere! Vieni a vedere!
    Don Bosco esce sul balcone e vede, nel cortile, un elefante di smisurata grandezza. Sbigottito si precipita nel cortile, seguito dal prof. Vallauri.
    Quell’elefante sembrava mite, docile, si divertiva con i giovani, li accarezzava con la proboscide, in modo che era sempre seguito da un gran numero di giovani. La maggior parte però fuggiva spaventata e finì per rifugiarsi in chiesa. Anche Don Bosco li seguì e, nel passare vicino alla statuetta della Vergine, collocata sotto il porticato (ove si trova ancora oggi), toccò l’estremità del suo manto per invocarne la protezione; ed Ella alzò il braccio destro. Vallauri lo imitò e la Vergine sollevò il braccio sinistro.
    Venne l’ora delle sacre funzioni e tutti i giovani si recarono in chiesa. L’elefante li seguì e Don Bosco, mentre impartiva la benedizione eucaristica, vide al fondo il mostro anch’esso inginocchiato, ma in senso contrario, col muso e con le zanne rivolti alla porta principale.
    Usciti di chiesa, i giovani ripresero la ricreazione. «A un tratto — racconta Don Bosco —, all’impensata di tutti, vidi quel brutto animale, che prima era tanto gentile, avventarsi con furiosi barriti in mezzo ai giovani circostanti e, prendendo i più vicini con la proboscide, scagliarli in alto, sfracellarli sbattendoli in terra e con i piedi farne uno strazio orrendo. Era un fuggi fuggi generale: chi gridava, chi piangeva, chi invocava l’aiuto dei compagni; mentre, cosa straziante, alcuni giovani, invece di soccorrere i feriti, avevano fatto alleanza col mostro per procacciargli nuove vittime.

    Mentre avvenivano queste cose, la statuetta della Madonna si animò, s’ingrandì, divenne persona di alta statura, alzò le braccia, aperse il manto che si allargò smisuratamente, tanto da coprire tutti quelli che vi si ricoveravano sotto. Ma vedendo Maria SS. che molti non si curavano di correre a lei, gridava ad alta voce: — Venite ad me omnes (Venite a me tutti). Ed ecco che la folla dei giovani sotto il manto cresceva, mentre il manto continuava ad allargarsi. Siccome però alcuni facevano i sordi e rimanevano feriti, la Vergine, rossa in viso, continuava a gridare:
    Venite ad me òmnes!

    L’elefante intanto continuava la strage, aiutato da alcuni giovani che, armati di spada, impedivano ai compagni di rifugiarsi presso la Madonna. Tra i giovani ricoverati sotto il manto della Vergine alcuni facevano rapide scorrerie, strappavano all’elefante qualche preda e portavano i feriti sotto il manto della Madonna, e subito restavano guariti».
    Il cortile ormai era deserto e presentava due scene opposte. Da una parte c’era l’elefante con 10-12 giovani che lo avevano aiutato a fare tanto male. A un tratto quel bestione si sollevò sulle zampe posteriori, si trasformò in un fantasma orribile con lunghe corna e, preso un nero copertone, avviluppò quei miseri che avevano parteggiato con lui, mandando un orribile barrito. Allora un denso fumo tutti li avvolse e si sprofondarono e sparirono col mostro in una voragine improvvisamente apertasi sotto i loro piedi.

    Dall’altra parte la scena dolcissima della Vergine che, ai giovani ricoverati sotto il suo manto, rivolgeva belle parole di conforto e di speranza. Tra le altre, Don Bosco udì queste: — Voi che avete ascoltato la mia voce e siete sfuggiti alla strage del demonio, volete sapere qual è la causa della loro perdita? Sono i cattivi discorsi e le azioni che ne seguirono. Fuggite quei compagni che sono amici di Satana, fuggite i cattivi discorsi, specialmente quelli contro la purità; abbiate in me una confidenza illimitata e il mio manto vi sarà sempre sicuro rifugio.
    Detto questo, si dileguò e Don Bosco non vide altro che la cara statuetta, mentre i giovani salvati si ordinarono dietro a uno stendardo che portava la scritta: Sancta Maria, succurre miseris (Santa Maria, soccorri noi poveretti) e partirono cantando: «Lodate Maria, o lingue fedeli».



    * * * * *

    Don Bosco terminava il suo racconto dicendo: « Chi vorrà sapere il posto che tenevano in sogno, venga da me e io glielo manifesterò ». «I giovani — commenta il biografo Don Lemoyne —, meditando tal sogno, per una settimana e più non lo lasciarono in pace. Al mattino molte confessioni, dopo pranzo furono quasi tutti da lui per sapere quale luogo tenessero in quel sogno misterioso ».

    - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

    A margine di questa pagina, riporto la felice notizia del ritrovamento della Reliquia del Santo che era stata trafugata il 2 giugno scorso: http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/ ... tJ9gN.html

    Ritrovata l'urna con il cervello di Don Bosco.
    La preziosa reliquia era stata trafugata il 2 giugno scorso dalla basilica di Castelnuovo . A recuperarla i carabinieri di Pinerolo nel torinese. Era ancora in perfetto stato di conservazione. La reliquia era nascosta in una teiera in rame in un armadietto della cucina della casa di un 42enne che è stato fermato e, dopo aver ammesso le sue responsabilità, è stato trasferito nel carcere di Asti.
    A quanto si è appreso, le ragioni del furto non sarebbero da ricercare né nella volontà di chiedere un riscatto e neppure si tratterebbe di un furto su ordinazione per qualche collezionista, ma semplicemente all'erronea convinzione che il coperchio della teca fosse di qualche valore. Ad accorgersi del furto era stato poco prima delle 21 il sacrestano del Colle Don Bosco di Castelnuovo che ha subito avvertiti i carabinieri. Immediate sono scattate le indagini dalle quali è emerso che il furto sarebbe stato compiuto tra le 18 e le 20 sfruttando il tempo in cui il flusso dei pellegrini era ridotto. Secondo gli accertamenti il ladro sarebbe riuscito a scavalcare la parete di cristallo posta a protezione del reliquiario, a sollevare la copertura della struttura sotto cui era custodito, asportandone il coperchio e l'ampolla in vetro, dentro la quale era conservata la reliquia.

    SALESIANI, TIRIAMO UN SOSPIRO DI SOLLIEVO - "Quando il comandante dei Carabinieri di Asti ha avvisato il rettore maggiore, dicendo che la reliquia era stata ritrovata, abbiamo tirato un sospiro di sollievo". Don Francesco Cereda vicario del rettore maggiore dei Salesiani commenta così il ritrovamento del reliquiario contenente il cervello di san Giovanni Bosco, che era stato rubato il 2 giugno a Colle Don Bosco, in provincia di Asti. "L'ampolla di vetro in cui è contenuta la reliquia e la ceralacca sono intatte. Nulla è stato toccato - assicura don Cereda al sir, il servizio di informazione religiosa della Cei - Siamo riconoscenti ai Carabinieri, che hanno condotto un'operazione rapida ed efficiente. Ma soprattutto siamo riconoscenti a Dio, perché l'affetto che nutriamo verso Don Bosco è rappresentato anche dalla cura con cui conserviamo le sue reliquie. Quando è avvenuto il furto, abbiamo ricevuto migliaia di messaggi da tutto il mondo. Nessuno di noi, però, ha mai disperato".



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    Sunshine (21-06-2017)

  12. #27
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    18)- Sogno del 1864 . . . . . . . . . . . . . . . . . . LA DECIMA COLLINA

    La sera del 22 ottobre 1864, Don Bosco narrava ai giovani dell’Oratorio questo sogno, nel quale gli era stato rivelato con quanta facilità gli innocenti superino gli ostacoli che rendono agli altri assai più ardua la via della salvezza.
    Gli parve di trovarsi in una grandissima valle piena di migliaia di giovani, molti dei quali riconobbe come allievi del suo Oratorio. Una ripa altissima chiudeva da un lato quella valle.

    — Vedi quella ripa? — gli disse la Guida —. Ebbene bisogna che tu e i tuoi giovani ne guadagniate la cima.
    A un cenno di Don Bosco, tutti quei giovani si slanciarono per arrampicarsi su per la ripa. I sacerdoti della casa li aiutavano: chi rialzava quelli che cadevano, chi portava sulle spalle gli spossati e i deboli. Don Rua (il futuro Beato) lavorava più di tutti: prende va i giovani a due a due e li lanciava addirittura per aria sulla ripa; ed essi si rialzavano prontamente e si mettevano a scorrazzare allegramente qua e là. Don Cagliero (il futuro Cardinale) e Don Francesia correvano su e giù per le file gridando: — Coraggio! Avanti, avanti, coraggio!
    In breve quelle schiere giovanili raggiunsero la cima della ripa e videro elevarsi davanti a sé dieci colline, una dopo l’altra.
    — Tu — disse la Guida a Don Bosco —, devi valicare con i tuoi giovani queste dieci colline.
    — Ma come resisteranno i più piccoli e delicati a un viaggio così lungo?
    — Chi non può camminare, sarà portato — rispose la Guida.

    Ecco infatti comparire un magnifico carro splendente di oro e di pietre preziose. Era triangolare e aveva le ruote che si movevano per tutti i versi. Dai tre angoli partivano tre aste che si congiungevano sopra il carro, formando come un pinnacolo, sul quale s’innalzava un meraviglioso stendardo, su cui era scritto a caratteri cubitali: INNOCENZA.

    Il carro si avanzò e venne a collocarsi in mezzo ai giovani. Dato il comando, vi salirono sopra cinquecento fanciulli. Qui Don Bosco commenta con tristezza: «Cinquecento appena, in mezzo a tante migliaia di giovani, erano ancora innocenti! ».
    Collocati questi sul carro, ecco apparire sei giovani bianco vestiti, già morti nell’Oratorio, i quali inalberavano un altro bellissimo stendardo con la scritta: PENITENZA. Essi si misero alla testa di tutte quelle falangi di giovani che, a un segnale, si mossero verso le dieci colline, mentre i fanciulli che erano sul carro cantavano con inesprimibile dolcezza: Laudate, pueri, Dominum (Lodate, fanciulli, il Signore).

    Don Bosco continua: «Io camminavo inebriato da quella musica di paradiso, quando mi ricordai di voltarmi indietro per vedere se tutti i giovani mi avessero seguito. Oh, doloroso spettacolo! Molti erano rimasti nella valle e molti erano tornati indietro. Io, agitato da indicibile dolore, decisi di rifare il cammino già fatto per tentare di persuadere quei giovani sconsigliati a seguirmi. Ma ciò mi venne assolutamente vietato.
    — Peggio per loro — disse la Guida —. Essi furono chiamati come tutti gli altri. La strada l’hanno veduta e ciò basta.
    Pregai, scongiurai: tutto fu inutile. E dovetti proseguire il cammino.
    Non si era ancora lenito questo dolore, che sopravvenne un altro caso. Molti ragazzi di quelli che erano sul carro erano caduti per terra. Di cinquecento rimanevano sotto il vessillo dell’Innocenza solo 150.

    Il mio cuore scoppiava: gemevo e sentivo il mio gemito risonare per la stanza: volevo dissipare l’incubo di quel fantasma, ma non potevo. Intanto la musica del carro continuava così dolce che a poco a poco sopì il mio cocente dolore. Sette colline erano già valicate e quando quelle schiere giunsero sull’ottava, entrarono in una meravigliosa regione, dove si arrestarono per prendere un po’ di riposo. C’erano abitazioni di una bellezza e ricchezza superiori ad ogni immaginazione, con piante fruttifere, sulle quali si vedevano insieme fiori e frutti, maturi e acerbi: era un incanto. I giovani godevano nell’ammirare e assaporare quelle frutta.
    Ma qui ebbi un’altra sorpresa. A un tratto i giovani erano diventati vecchi: senza denti, con i capelli bianchi, con il volto solcato da rughe; zoppicanti e curvi, marciavano a stento, appoggiati al bastone. Io mi meravigliavo di questa trasformazione, ma la Guida mi fece notare che le dieci colline rappresentavano anche ciascuna un decennio di vita.

    — È quella musica divina — disse — che ti ha fatto parere corto il cammino e breve il tempo. Guarda la tua fisionomia e ti persuaderai che dico il vero.
    E mi venne presentato uno specchio, mi specchiai e vidi che il mio aspetto era diventato quello di un uomo attempato, col volto rugoso e i denti rari e guasti. La comitiva frattanto si rimise in cammino. Lontano, lontano, in fondo, sulla decima collina spuntava una luce che andava crescendo, come se venisse da una splendida apertura (la porta del paradiso?). Riprese allora il soavissimo canto, così attraente che soltanto in paradiso si può gustare l’uguale. Fu tale la commozione e la gioia che mi inondò l’anima nel sentirlo che mi svegliai, e mi trovai nella mia stanza».
    Don Bosco concluse dicendo che era pronto a dire confidenzialmente a certi giovani che cosa facevano in questo sogno: se erano tra quelli rimasti nella valle o se erano caduti dal carro.

    * * * * *
    Don Bosco stesso ha interpretato il sogno così: la valle è il mondo; la ripa gli ostacoli per staccarsi da esso; le dieci colline i dieci comandamenti di Dio; il carro la grazia di Dio; le squadre dei giovani a piedi sono quelli che hanno perduto l’innocenza, ma si sono pentiti dei loro falli.
    Il biografo Don Lemoyne interpreta le dieci colline come decenni e commenta: “Io tengo per certo che Don Bosco con le sue spiegazioni cercò di coprire ciò che il sogno ha di più sorprendente, almeno per qualche circostanza. Quella dei dieci comandamenti non mi appaga. L’ottava collina sulla quale Don Bosco fa una sosta e si vede nello specchio così attempato, io credo che indichi la fine della sua vita dover succedere oltre i 70 anni. Vedremo l’avvenire”.
    Questo scriveva subito dopo il racconto d Don Bosco la sera del 22 ottobre 1864. E il tempo gli ha dato ragione, perché Don Bosco non compì l’ottavo decennio, morendo a 72 anni e cinque mesi.

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    Sunshine (26-06-2017)

  14. #28
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    19)- Sogno del 1864 . . . . . . .. . . . . . . . . . CORVI, BECCATE, BALSAMO

    La notte precedente la domenica in Albis, 3 aprile 1864, a Don Bosco parve di trovarsi sul balcone prospiciente la sua cameretta, nell’atto di osservare i giovani a divertirsi, quando vide comparire un grande lenzuolo bianco, che coprì tutto il cortile con i giovani che si ricreavano. Mentre stava osservando, vide una grande quantità di corvi venire a svolazzare sopra il lenzuolo, girare qua e là e finalmente trovare le estremità, passare sotto e gettarsi sopra i giovani per beccarli.

    Apparve allora uno spettacolo compassionevole: a uno cavavano gli occhi, a un altro beccavano la lingua facendola a pezzi; a questo davano beccate in fronte, a quell’altro straziavano il cuore. Ma ciò che stupiva Don Bosco era che nessuno si lamentava o gridava, ma tutti restavano freddi e insensibili, senza curarsi di difendersi.

    «— Sogno o son desto? — pensavo —. Quei corvi che siano demòni che danno l’assalto ai miei giovani?
    Mentre pensavo così, sentii un rumore e mi svegliai. Qualcuno aveva bussato alla mia porta. Ma quale non fu la mia sorpresa quando il lunedì vidi diminuire le Comunioni, al martedì più ancora, al mercoledì poi in modo notevolissimo, sicché alla metà della Messa avevo terminato di confessare! Non volli però dir nulla, perché essendo prossimi gli Esercizi Spirituali, speravo che si sarebbe rimediato a tutto.

    Ieri, 13 aprile, ebbi un altro sogno. Lungo il giorno avevo sempre confessato, quindi la mia mente era tutta occupata dell’anima dei miei giovani, come lo è quasi di continuo. Nella notte mi parve di nuovo di trovarmi sul balcone a osservare i giovani in ricreazione. Scorgevo tutti quelli che erano stati feriti dai corvi e li osservavo, quando comparve un personaggio con un vasetto in mano, entro cui c’era del balsamo.

    Era accompagnato da un altro che recava un pannolino. Tutti e due si diedero attorno a medicare le ferite dei giovani che, appena toccati dal balsamo, restavano guariti. Ve ne furono però parecchi che non vollero essere guariti. E ciò che più mi spiacque è che questi erano in numero notevole. Mi affrettai a prenderne i nomi su di un pezzo di carta, ma mentre scrivevo, mi svegliai e mi trovai a mani vuote. Tuttavia li ricordo quasi tutti e andrò via via parlando con loro, come già parlai con alcuni per indurli a sanare le loro ferite».



    * * * * *

    Questi due sogni spiegano quanto si legge nelle Memorie Biografiche: « Finiti gli Esercizi, Don Bosco si lamentò che alcuni degli alunni non ne avessero approfittato per il bene della loro anima. “Io, in questi giorni passati — disse —, vedevo così chiaramente i peccati di ciascuno di voi, come se li avessi tutti scritti davanti agli occhi. E una grazia singolare che il Signore mi ha fatto in questi giorni per il vostro bene “» .

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    Sunshine (17-07-2017)

  16. #29
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    20)- Sogno del 1865 . . . . . . . . . . . . . . . . . .LA PERNICE E LA QUAGLIA

    Il 16 gennaio 1865 Don Bosco raccontava ai suoi ragazzi un sogno che aveva fatto due giorni prima. Gli era parso di essere in viaggio con tutti i giovani dell’Oratorio. Giunti in una vigna, si fermarono a fare colazione.
    I giovani si sparsero qua e là per mangiare frutta; Don Bosco in mezzo a loro tagliava grappoli e li distribuiva a sazietà dicendo:
    — A te: prendi e mangia!
    Ristorati che furono, si rimisero in viaggio attraversando la vigna; ma il cammino era malagevole perché bisognava ora scendere, ora salire, ora saltare solchi profondi. I più robusti saltavano, i più piccoli tentavano anch’essi il salto, ma rotolavano nel fosso. Don Bosco allora guardò attorno, vide una strada che costeggiava la vigna e con tutti i giovani si diresse da quella parte. Ma la Guida li fermò:
    — Non vada su quella strada: è impraticabile perché piena di pietre, spine, fango e fosse.
    — Ma questi piccoli —obiettò Don Bosco — non possono camminare attraverso questi solchi. — Oh, è presto fatto — rispose la Guida —: i più grandi prendano sulle spalle i più piccoli.

    Giunti là dove finiva la vigna, aprendosi con grande stento un passaggio attraverso una folta siepe di spine, si trovarono in una amenissima valle, piena di alberi e ricca di verdi prati. Qui incontrarono due antichi giovani dell’Oratorio, che salutarono Don Bosco.
    — Guardi — gli disse uno mostrandogli due uccelli, una pernice e una quaglia. Don Bosco prese la pernice e mentre la imbeccava, si accorse che aveva il becco diviso in quattro parti. Ne domandò spiegazione a quel giovane che rispose:
    — Ella che ha studiato tanto non capisce? Come si chiama la pernice in latino? — Perdix.
    — Orbene, mediti le lettere che compongono la parola perdix:
    p: vuol dire perseverantia (perseveranza).
    e: aeternitas te expectat (l’eternità ti attende).
    r: referet unusquisque secundum opera sua, prout gessit, sive bonum, sive malum (ciascuno renderà
    conto delle opere che ha fatto, sia del bene che del male).
    d: dempto nomine (cancellata ogni fama, scienza, gloria, ricchezza).
    i: ibit (andrà).
    Ecco che cosa indicano le quattro parti del becco: i quattro novissimi.
    — Ho capito, ma dimmi: e l’x dove lo lasci? Che cosa significa?
    — Come, lei che ha studiato le matematiche non sa che cosa vuoi dire x?
    — x significa il numero ignoto che deve essere scoperto col calcolo.
    — Ebbene, andrà in un luogo sconosciuto (in locum suum).

    Mentre Don Bosco rifletteva su queste spiegazioni, il giovane gli domandò:
    — Vuol vedere anche la quaglia?
    — Sì, fammela vedere.
    Gli porse allora una magnifica quaglia; tale almeno pareva. Don Bosco la prese in mano, le sollevò le ali e vide che era tutta piagata; a poco a poco apparve brutta, marcia e puzzolente. Allora Don Bosco chiese al giovane il perché di quella trasformazione. Egli rispose:
    — Si ricorda quando gli Ebrei nel deserto mormoravano e Dio mandò le quaglie, e ne mangiarono e avevano ancora quelle carni fra i denti, quando tante migliaia di loro furono puniti dalla mano di Dio? Dunque questa quaglia significa che ne uccide più la gola che la spada, e che l’origine della maggior parte dei peccati deriva dalla gola.
    Intanto nelle siepi, sugli alberi, fra le erbe comparvero pernici e quaglie in gran numero. I giovani presero a dar loro la caccia e così si procurarono la refezione.
    Quando poi si rimisero in viaggio, Don Bosco notò che quanti avevano mangiato pernici erano diventati robusti e continuarono il cammino; quelli invece che avevano mangiato quaglie restarono nella valle, si dispersero e Don Bosco più non li vide.
    Il sogno continua con una predizione di morte; quindi Don Bosco concluse: «Il sogno durò tutta la notte e la mattina mi trovai così stanco e affranto, che realmente mi pareva che avessi viaggiato tutta la notte».

    * * * * *

    Due sere dopo, Don Bosco tornava a parlare del sogno così: « Voi vorrete sapere ancora qualche cosa del sogno. Vi spiegherò solamente che cosa voglia dire quaglia e pernice. La pernice è la virtù, la quaglia il vizio. Perché la quaglia fosse così bella in apparenza e poi, vista da vicino, apparisse tutta puzzolente, lo capite: è il vizio impuro.
    Tra i giovani alcuni mangiavano la pernice: sono quelli che amano la virtù e la seguono.
    Altri mangiavano la quaglia golosamente, con avidità, nonostante che fosse tutta fradicia: sono quelli che si danno al vizio. Taluni tenevano in una mano la quaglia, nell’altra la pernice, ma mangiavano la quaglia: sono quelli che apprezzano la bellezza della virtù, ma non si decidono a praticarla.
    Altri, tenendo in una mano la pernice e nell’altra la quaglia, mangiavano la pernice, ma davano occhiate cupide e vogliose alla quaglia: sono quelli che seguono la virtù, ma con stento e quasi per forza; di costoro si può dubitare che se non mutano gusto, finiranno per cadere.
    Altri infine mangiavano un po’ di quaglia e un po’ di pernice: sono coloro che alternano vizio e virtù e cadono in inganno sperando di non essere tanto cattivi.
    Voi mi direte: chi di noi mangiava la quaglia e chi la pernice? A molti l’ho già detto; gli altri, se vogliono, vengano da me e lo sapranno»
    .


  17. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (17-07-2017)

  18. #30
    Veterano di CR L'avatar di rifletto4
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    Bella storia di Don Bosco ,mi piace io ho comprato pure il libro, devo dire che mi piace molto.

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    sobiesky (11-07-2017)

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