Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Pagina 6 di 7 PrimaPrima ... 4567 UltimaUltima
Risultati da 51 a 60 di 61

Discussione: I "sogni" di DON BOSCO...

  1. #51
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    36)- Sogno dell’anno 1872…….. <<SIAMO DIECI! . . . SIAMO DIECI! . . .>>


    All’Oratorio di Don Bosco i ragazzi, dal 3 al 7 luglio 1872, avevano fatto gli Esercizi Spirituali. Il Santo, dopo aver pregato il Signore di fargli conoscere se tutti li avevano fatti bene, fece questo sogno rivelatore.
    Gli parve di essere in un cortile assai più spazioso di quello dell’Oratorio, circondato tutt’intorno di case, di piante e di cespugli. Sui rami degli alberi e tra le spine dei cespugli vi erano qua e là dei nidi, con dentro i piccoli sul punto di prendere il volo. Mentre Don Bosco si divertiva ad ascoltarne il cinguettio, ecco cadergli dinanzi un uccellino: dal suo canto conobbe che era un usignolo.

    Oh! — disse —, sei caduto! Le ali non ti bastano al volo e io ti potrò prendere.
    E mentre diceva così, mosse il passo e allungò il braccio per prendere l’animaletto. Stava già per sfiorargli le ali e prenderlo in mano, quando l’uccellino fece uno sforzo e volò fino in mezzo al cortile.

    Povera bestiolina — pensava Don Bosco —, è inutile che tu cerchi di sfuggirmi, tanto ti raggiungerò e ti prenderò ugualmente. Gli si riavvicina e sta quasi per acciuffarlo, quand’ecco gli fa lo stesso gioco di prima e, raccolte tutte le sue forze, se ne vola lontano un bel pezzo.
    — Oh, mi vuoi prendere in giro — esclama Don Bosco —. Ebbene vedremo chi la vincerà.
    Ed eccolo addosso all’usignolo per la terza volta. Ma mentre già lo sta stringendo delicatamente, eccolo innalzarsi nell’aria.

    Don Bosco lo segue con lo sguardo e si meraviglia del suo ardire, quando tutto all’improvviso vede un grosso sparviero piombare addosso all’usignolo, afferrarlo con i suoi adunchi artigli e portarlo via per divorarlo.

    «A quello spettacolo — continua Don Bosco —, mi sentii gelare il sangue nelle vene e mentre seguivo con lo sguardo il volo dello sparviero, dicevo tra me: — Io volevo salvarti, ma tu non hai voluto lasciarti prendere; anzi mi hai burlato tre volte, e ora paghi il fio della tua testardaggine.

    Allora l’usignolo si rivolse a me e mandò tre volte un debole grido: Siamo dieci!... Siamo dieci!... Siamo dieci!...

    Tutto agitato, mi sveglio e ripenso naturalmente al sogno e a quelle misteriose parole, ma non riesco a capirne il senso.

    La notte seguente ecco il medesimo sogno. Mi pare di essere nello stesso cortile, attorniato come la notte precedente di case, di alberi e di cespugli e vedo lo stesso sparviero che mi vola attorno con occhi di fuoco e in atteggiamento aggressivo. Maledicendo alla sua crudeltà con l’usignolo, alzo la mano in segno di minaccia.
    Egli allora fugge impaurito e, fuggendo, lascia cadere ai miei piedi un biglietto su cui erano scritti dieci nomi. Ansioso lo raccolgo, lo divoro con lo sguardo e vi leggo i nomi di dieci giovani qui presenti.

    Svegliatomi, senza troppo fantasticare, capii subito il segreto di quei nomi: erano i giovani che non avevano voluto saperne di far bene gli Esercizi, che non avevano aggiustato i conti della loro coscienza e, anziché darsi al Signore per mezzo di Don Bosco, avevano preferito darsi al demonio.

    Mi inginocchiai, resi grazie a Maria Ausiliatrice che si fosse degnata di farmi noti, in un modo così singolare, quei figli che avevano disertato dalle file; e le promisi in pari tempo di non cessare mai, finché mi fosse possibile, di andare dietro alle pecorelle smarrite» .

    * * * * *

    Il segretario Don Gioachino Berto, nei processi Apostolici per la Causa di Beatificazione di Don Bosco, ha dichiarato: « Ricordo che i detti giovani furono fatti avvisare da Don Bosco in privato e che uno di quelli, non volendo mutare condotta, fu allontanato dall’Oratorio».
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  2. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (29-10-2017), Sunshine (01-11-2017)

  3. #52
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    37)- Sogno dell’anno 1872/73…….. <<DUE BECCHINI CON UNA BARA>>


    Al termine delle vacanze dell’anno scolastico 1872-73 Don Bosco sognò d’incontrarsi con un allievo che stava rientrando nell’Oratorio. Lo salutò cordialmente: — Ebbene, mio caro, come hai passato le vacanze? — Bene — rispose.
    Ma dimmi: i proponimenti che avevi fatto li hai osservati?
    — No! Erano troppo difficili; ecco, i suoi ricordi e i miei propositi li ho messi in questa cassetta. Così dicendo gli mostrava una cassettina che aveva sotto il braccio.
    — Povero infelice! Almeno cerca di aggiustare subito le cose dell’anima tua.
    — Ma che anima! C’è tempo... E poi... e poi... E intanto si allontanava.
    — Ma perché fai così? Ascoltami e ti troverai contento.
    — Uff! esclamò scrollando le spalle, e se ne andò.
    Don Bosco, seguendolo con uno sguardo pieno di mestizia, esclamò:
    — Povero ragazzo! Sei stato rovinato e non vedi la buca che ti sei scavata.
    Così dicendo si svegliò e fantasticò a lungo sull’incontro con quel giovane che ben conosceva, e non poteva darsi pace. Finalmente, ripreso sonno, continuò il sogno interrotto.
    «Mi parve — racconta Don Bosco — di trovarmi solo nel cortile, diretto verso la portineria, e di incontrarmi con due becchini. Fuori di me per la sorpresa, mi avvicino e domando loro:
    — Chi cercate?
    — Il morto — rispondono.
    — Qui non c’è alcun morto; avete sbagliato porta.
    — Non è questa la casa di Don Bosco? — Per l’appunto — risposi.
    — Ebbene, siamo stati avvisati che un giovane di Don Bosco era morto e che si doveva farne la sepoltura. — Ma come va — fantasticavo — che io non so niente?
    Seguii i becchini verso i portici e lì trovammo una cassa da morto, sulla quale da una parte era scritto il nome del giovane morto, con la cifra dell’anno 1872; dall’altra parte erano scritte queste terribili parole: « Vitia eius cum pulvere dormient» (Porterà nella tomba i suoi vizi).
    I becchini volevano portarlo via, ma io mi opposi dicendo:
    — Non lascerò mai che un mio figlio mi venga tolto senza che io gli parli ancora una volta.
    E mi posi attorno alla cassa cercando di romperla, ma non mi fu possibile. E poiché le cose andavano per le lunghe, i becchini si impazientirono, si misero a protestare e uno, nella furia, diede un gran colpo sulla cassa, che mi svegliò. Per il restante della notte rimasi triste e malinconico. Giunto il mattino, per prima cosa chiesi notizia di quel tale e seppi che si divertiva in ricreazione. Allora fu alquanto mitigato il mio dolore».
    Senza dubbio Don Bosco fece il possibile per preparalo al gran passo, ma poi dovette assentarsi dall’Oratorio. E proprio in quei giorni il giovane si ammalò gravemente.
    Accorse Don Cagliero, che con le maniere più soavi lo invitò a pensare alla sua anima, ma il giovane disse che lo lasciasse tranquillo. Don Cagliero tornò e prese a discorrere di questo e di quello, ma appena gli fece qual che domanda sulla vita privata, il poveretto, accortosi dove il sacerdote sarebbe andato a finire, tacque e si voltò dall’altra parte.
    Don Cagliero andò egli pure dall’altra, e il giovane tornò a voltarsi silenziosamente. Così fece più volte e morì senza Sacramenti il giorno in cui Don Bosco rientrava all’Oratorio.
    L’impressione che fece questa morte fu enorme e durò molto tempo.

    * * * * * *

    Tra i giovani dell’Oratorio c’era la persuasione che era bello morire assistiti da Don Bosco. E in realtà avvenivano morti invidiabili per la serenità che le accompagnava.
    Questo quindi è un caso raro e forse unico di una morte poco desiderabile.

    Don Bosco l’aveva prevista nel sogno citato e non aveva risparmiato sollecitudini per portare il giovane quindicenne sulla buona strada.
    Ma la grazia di Dio esige sempre la collaborazione della volontà umana, che in questo caso purtroppo mancò, causando a Don Bosco un grave dolore.
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  4. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (09-11-2017)

  5. #53
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    38)- Sogno del 1872 . . . . . . . . . . . . Primo sogno missionario: LA PATAGONIA


    Questo è il sogno che decise Don Bosco a iniziare l’apostolato missionario dei suoi figli Salesiani. Lo ebbe nel 1872 e lo raccontò per la prima volta a Pio IX nel marzo del 1876; in seguito ne ripetè il racconto anche ad alcuni Salesiani.
    «Mi parve, disse, di trovarmi in una regione selvaggia e affatto sconosciuta. Era un’immensa pianura tutta incolta, nella quale non si scorgevano né colline né monti. Ma nelle estremità lontanissime la profilavano tutta scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un’altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, con i capelli ispidi e lunghi, di colore abbronzato e nerognolo, e solo vestiti di larghi mantelli di pelli di animali, che loro scendevano dalle spalle. Avevano per armi una specie di lunga lancia e la fionda. Queste turbe di uomini, sparse qua e là, offrivano allo spettatore scene diverse: questi correvano dando la caccia alle fiere; quelli portavano conficcati sulle punte delle lance pezzi di carne sanguinolenta. Da una parte gli uni si combattevano tra di loro, altri venivano alle mani con soldati vestiti all’europea, e il terreno era sparso di cadaveri. Io fremevo a quello spettacolo; ed ecco spuntare all’estremità della pianura molti personaggi, i quali, dal vestito e dal modo di agire, conobbi missionari di vari Ordini. Costoro si avvicinavano per predicare a quei barbari la religione di Gesù Cristo. Io li fissai ben bene, ma non ne conobbi alcuno. Andarono in mezzo a quei selvaggi; ma i barbari, appena li videro, con un furore diabolico, con una gioia infernale, li assalivano, li uccidevano, con feroce strazio li squartavano, li tagliavano a pezzi e ficcavano i brani di quelle carni sulle punte delle loro lunghe picche.

    Dopo di essere stato a osservare quegli orribili macelli, dissi tra me: — Come fare a convertire questa gente così brutale?

    Intanto vedo in lontananza un drappello di altri missionari che si avvicinavano ai selvaggi con volto ilare, preceduti da una schiera di giovinetti.
    Io tremavo pensando: — Vengono a farsi uccidere.
    E mi avvicinai a loro: erano chierici e preti. Li fissai con attenzione e li riconobbi per nostri Salesiani. I primi mi erano noti, e sebbene non abbia potuto conoscere personalmente molti altri che seguivano i primi, mi accorsi essere anch’essi Missionari Salesiani, proprio dei nostri.
    — Come va questo? — esclamavo. Non avrei voluto lasciarli andare avanti ed ero lì per fermarli. Mi aspettavo da un momento all’altro che incorressero la stessa sorte degli antichi Missionari. Volevo farli tornare indietro, quando vidi che il loro comparire mise in allegrezza tutte quelle turbe di barbari, le quali abbassarono le armi, deposero la loro ferocia e accolsero i nostri Missionari con ogni segno di cortesia. Meravigliato di ciò, dicevo fra me: — Vediamo un po’ come ciò andrà a finire!

    E vidi che i nostri Missionari si avanzavano verso quelle orde di selvaggi; li istruivano ed essi ascoltavano volentieri la loro voce; insegnavano ed essi mettevano in pratica le loro ammonizioni. Stetti a osservare, e mi accorsi che i Missionari recitavano il santo Rosario, mentre i selvaggi, correndo da tutte le parti, facevano ala al loro passaggio e di buon accordo rispondevano a quella preghiera. Dopo un poco i Salesiani andarono a disporsi al centro di quella folla che li circondò, e s’inginocchiarono. I selvaggi, deposte le armi per terra ai piedi dei Missionari, piegarono essi pure le ginocchia. Ed ecco uno dei Salesiani intonare: “Lodate Maria, o lingue fedeli...”, e tutte quelle turbe, a una voce, continuare il canto di detta lode, così all’unisono e con tanta forza di voce, che io, quasi spaventato, mi svegliai. Questo sogno fece molta impressione sul mio animo, ritenendo che fosse un avviso celeste».

    * * * * *

    Dapprima Don Bosco credette che fossero i popoli dell’Etiopia, poi pensò ai dintorni di Hong-Kong, quindi alle genti delle Indie; solo nel 1874, quando ricevette i più pressanti inviti di mandare i Salesiani in Argentina, conobbe chiaramente che i selvaggi veduti in sogno erano gli indigeni di quella immensa regione, allora quasi sconosciuta, che era la Patagonia.

    « Chi pensava allora ai miseri abitatori di quelle estreme piaghe dell’America Meridionale?
    I geografi ne avevano una nozione molto vaga. I Governi argentino e cileno si curavano tanto poco degli Indi, che li escludevano dai loro censimenti, come se non esistessero. Perfino a Roma eminenti prelati giudicavano utopie i disegni di Don Bosco; un cardinale disse che egli voleva mandare a evangelizzare le erbe della Pampa.
    Don Bosco invece, assiduo lettore degli Annali della Propagazione della Fede, sapeva da gran tempo che colà vivevano popolazioni selvagge, a cui non risplendeva ancora la luce del Vangelo. Nelle sue grandi aspirazioni missionarie, affrettava col cuore il giorno in cui avrebbe potuto inviarvi banditori della divina Parola, quando ebbe questo sogno che molto lo impressionò>>.
    .
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  6. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (22-11-2017), Sunshine (12-11-2017)

  7. #54
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    39)- Sogno del 1875 . . . . . . . . . . . . . . . . . UN BIDENTE PRODIGIOSO


    L’anno 1875, per animare i suoi a celebrare il mese di Maria Ausiliatrice con grande impegno, Don Bosco espose loro un sogno che suscitò profonda e durevole emozione. Lo annunciò la sera del 30 aprile e lo narrò la sera del 4 maggio, appagando una aspettativa fattasi di giorno in giorno più fervida e ansiosa. Noi lo riassumiamo servendoci, al solito, delle parole stesse di Don Bosco.
    «Appena coricato, presi sonno e mi sembrò di trovarmi in una estesissima valle: di qua e di là vi era un’alta collina. In fondo alla valle da una parte splendeva una luce chiara, dall’altra parte l’orizzonte era semioscuro.
    Mentre contemplavo quella pianura, vidi venire verso di me Buzzetti e Gastini [ suoi fedeli collaboratori della prima ora], i quali mi dissero:
    — Don Bosco, monti a cavallo. E io: — Non voglio andare a cavallo; sono andato una volta e sono caduto.
    Buzzetti e Gastini insistettero: — Monti a cavallo e presto, che non abbiamo tempo da perdere.
    — Ma dove si trova questo cavallo? Io qui non vedo nessun cavallo.
    — Eccolo là — gridò Gastini.
    Mi voltai da quella parte e vidi un bellissimo e brioso cavallo: aveva alte e grosse le gambe, folta la criniera e lucentissimo il pelo.
    — Ebbene — risposi — poiché volete che io monti a cavallo, monterò; ma se mi rompo il collo, tu Buzzetti dovrai mettermelo a posto!
    Ci avvicinammo al cavallo. Salii sulla groppa con molta fatica, mentre essi mi aiutavano. Finalmente eccomi in arcione. Come mi sembrò alto allora quel cavallo! Mi pareva di essere sopra un poggio elevato, dal quale io dominavo tutta la valle.
    Ed ecco che il cavallo si mette in moto. Dopo un buon cammino si fermò. Allora vidi venire verso di me tutti i preti dell’Oratorio con molti chierici, i quali circondarono il mio cavallo. Tra di èssi vidi Don Rua, Don Cagliero, Don Bologna. Avevano tutti un aspetto malinconico che indicava forte turbamento. Volli sapere che cosa stava succedendo; uno mi porse una tromba, dicendomi di soffiarvi dentro. Vi soffiai e ne uscì questa voce: “Siamo nel paese della prova”.

    Allora si vide discendere dalla collina una quantità di giovani, tale che credo fossero un venti e più mila. Tutti, armati di una forca, si avanzavano in silenzio e a grandi passi verso la valle. Fra questi vidi tutti i giovani dell’Oratorio e degli altri collegi e moltissimi che io non conoscevo. In quel mentre da una parte della valle cominciò a oscurarsi il cielo per modo tale che pareva notte, e comparve un immenso numero di animali, che sembravano leoni e tigri. Con gli occhi rossi, quasi fuori delle occhiaie, si lanciarono contro i giovani, i quali si difendevano disperatamente con la forca a due punte, alzandola e abbassandola secondo l’assalto delle fiere. I mostri mordevano i ferri della forca, si rompevano i denti e sparivano. C’erano dei giovani che avevano la forca con una sola punta, e rimanevano feriti; altri l’avevano col manico rotto, altri col manico tarlato; c’erano anche dei presuntuosi che si gettavano contro quegli animali senz’arma e rimanevano vittime; non pochi rimasero uccisi.
    Intanto il mio cavallo fu circondato da numerosi serpenti; ma con salti e calci, a destra e a sinistra, li schiacciava e li allontanava, mentre andava sempre crescendo, fino a raggiungere una grande altezza.
    Ho domandato a Uno che cosa significassero quelle forche a due punte. Mi si portò una forca e vidi scritto sopra una delle due punte: Confessione, e sopra l’altra:Comunione.

    — Ma che cosa significano quelle due punte? — Soffi nella tromba.
    Soffiai e ne uscì questa voce: “Confessione e Comunione ben fatte”.
    Soffiai di nuovo e ne uscì questa voce: “Manico rotto: Confessioni e Comunioni malfatte;
    manico tarlato: Confessioni difettose.

    Finito questo primo assalto, feci a cavallo un giro per il campo di battaglia e vidi molti feriti e molti morti. Alcuni giacevano a terra strangolati, col collo gonfio in modo deforme, altri con la faccia deformata in modo orribile; altri morti di fame, sebbene avessero lì vicino un piatto di bei confetti. Quelli strangolati sono quelli che avendo avuto fin da piccoli la disgrazia di commettere qualche peccato, non se ne confessarono mai; quelli deformi nella faccia erano i golosi; quelli morti di fame, coloro che vanno a confessarsi, ma non mettono in pratica gli avvisi del confessore.
    Vicino a ciascuno di quelli che avevano il manico tarlato stava scritta una parola. Chi aveva scritto: superbia; chi: accidia; chi: impurità ecc. Ho anche notato che i giovani, mentre camminavano, passavano sopra uno strato di rose e ne godevano, ma fatti pochi passi, mandavano un grido e cadevano morti o rimanevano feriti, poiché sotto le rose c’erano le spine. Altri però, calpestando quelle rose con coraggio, vi camminavano sopra animandosi a vicenda e rimanevano vincitori.

    Ma di nuovo si oscurò il cielo e in un momento apparvero quegli animali e mostri più numerosi di prima, e anche il mio cavallo ne fu circondato. I mostri crebbero a dismisura, in modo che anch’io cominciai ad avere paura, e mi sembrava già di essere graffiato dalle loro zampe. Sennonché si portò anche a me una forca; presi anch’io a combattere e quei mostri furono messi in fuga.

    Allora soffiai nella tromba e rimbombò per la valle questa voce: Vittoria! Vittoria!.
    — Ma come — dissi io — abbiamo riportato vittoria? Eppure vi sono tanti feriti e anche morti!
    Allora, soffiando nella tromba, si sentì questa voce: “Tempo ai vinti”.

    Quindi il cielo si rasserenò e comparve un arcobaleno di una bellezza indescrivibile. Era così largo che sembrava si appoggiasse a Superga e, facendo un arco, andasse a poggiare sul Moncenisio. I vincitori portavano corone così brillanti che era una meraviglia a vederli; la loro faccia risplendeva di una bellezza incantevole. In mezzo all’arcobaleno si vedeva una specie di orchestra affollata di gente piena di giubilo. Una nobilissima Signora vestita regalmente si fece alla sponda di quell’orchestra gridando: — Figli miei, venite; ricoveratevi sotto il mio manto.

    In quel momento si distese un larghissimo manto e tutti i giovani presero a corrervi sotto: alcuni volavano e avevano scritto sulla fronte: innocenza; altri camminavano a piedi, altri si trascinavano; anch’io mi misi a correre, e mentre correvo, mi svegliai».

    Due giorni dopo Don Bosco volle appagare la legittima curiosità del suo vivace uditorio e disse: «Quella valle, quel paese della prova è questo mondo; quei serpenti i demoni; quei mostri le cattive tentazioni; il cavallo è la confidenza in Dio; quelli che passavano sulle rose e cadevano morti sono quelli che si danno ai piaceri mondani; quelli che calpestavano le rose sono quelli che disprezzano i piaceri del mondo e riescono vincitori; quelli che volavano sotto il manto sono gli innocenti. Quelli tra di voi che desiderano sapere se fossero o no vincitori, se fossero tra i morti o i feriti, vengano da me e poco per volta li accontenterò».

    * * * * *

    Qualche giorno dopo, Don Giulio Barberis [ futuro catechista Geerale della Congregazione], portò il discorso sul sogno per saperne di più. Don Bosco si limitò a rispondere tutto serio: «C’è ben qualche cosa più che un sogno! ».
    Così si spiega quanto afferma il suo segretario Don G. Berto: «Anch’io volli domandare la parte mia; ne ebbi risposta così precisa, che piansi e dissi: “Se fosse venuto un angelo dal cielo, non poteva colpire meglio nel segno”».
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  8. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (20-11-2017)

  9. #55
    Fedelissimo di CR L'avatar di Heribert Clemens
    Data Registrazione
    Oct 2014
    Località
    Piemonte
    Messaggi
    4,345
    Ringraziato
    940
    Ringraziando e salutando sobiesky per questi riporti, pensando e pregando Don Bosco, per le meraviglie che Dio ha operato in lui, mi viene sempre questo pensiero: Don Bosco era un mistico. Tra l’altro, la profondità delle spiegazioni dei “sogni”, personalmente mi ricordano in via generale i Sermoni del Santo di Padova.
    Ora pro nobis, sancta Dei génitrix. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

  10. Il seguente utente ringrazia Heribert Clemens per questo messaggio:

    sobiesky (26-11-2017)

  11. #56
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    40)- Sogno del 1876 . . . . . . . . . . . . . . . . . NESSUNO SPAVENTAVA LE GALLINE


    Il 23 gennaio 1876, dopo le preghiere della sera, Don Bosco salì sulla piccola cattedra dalla quale soleva dare la «buona notte» ai suoi giovani. Il suo volto, raggiante di gioia, manifestava, come sempre, la sua contentezza nel trovarsi tra i suoi figli. Fattosi un pò di silenzio, prese a raccontare questo sogno.

    Gli parve di trovarsi in piena campagna e di avere davanti una grande estensione di terreno, situato in una vasta e bella pianura. In essa vide molti che lavoravano con vanghe, zappe, rastrelli e altri strumenti. Chi arava, chi spianava la terra, chi seminava il grano. C’era qua e là chi dirigeva i lavori; a Don Bosco parve di essere uno di questi. Ed era una meraviglia vedere come quei buoni lavoratori non desistessero un istante dal loro lavoro. In altra parte cori di contadini stavano cantando.
    Mentre Don Bosco contemplava quella piacevole scena, si vide attorniato da alcuni suoi preti e da molti chierici. Comparve an che la Guida misteriosa dei suoi sogni, a cui chiese:

    — Qui dove siamo? Chi sono questi lavoratori? Di chi è questo campo?
    La Guida rispose: — Ella ha studiato latino: qual è il primo nome della seconda declinazione che ha imparato?
    — E’ dominus — rispose Don Bosco.
    — E come fa al genitivo?
    Domini
    Bravo, bene! Questo campo è Domini, cioè del Signore.

    Intanto Don Bosco vide varie persone che venivano con sacchi di grano per seminare, mentre un gruppo di contadini cantava: Exiit qui seminat seminare semen suum (Il seminatore è uscito a seminare il suo seme). In quel mentre vede uscire da ogni parte una moltitudine di galline che, spargendosi per il campo, beccavano tutto il grano che veniva seminato.

    E quel gruppo di cantori proseguiva nel suo canto: Venerunt aves coeli, sustuleruntfrumentum el reliquerunt zizaniam (Vennero gli uccelli del cielo, si portarono via il frumento e lasciarono la zizzania).

    Don Bosco continua: «Io do uno sguardo attorno e osservo quei chierici che erano con me. Uno con le mani conserte stava guardando con fredda indifferenza, un altro chiacchierava con i compagni, alcuni si stringevano nelle spalle, altri proseguivano tranquillamente la ricreazione; ma nessuno spaventava le galline per farle andar via. Io mi rivolgo loro tutto risentito e, chiamando ciascuno per nome, dico:

    — Ma che cosa fate? Non vedete quelle galline che si mangiano tutto il grano, facendo svanire le speranze di questi buoni contadini?

    Ma i chierici si stringono nelle spalle, mi guardano e non dicono niente.
    — Stolti che siete! — io continuavo —, le galline hanno già il gozzo pieno. Non potreste battere le mani e fare così? Allora alcuni si misero a fugare le galline, mentre io ripetevo tra me: “Eh, sì, ora che tutto il grano è mangiato, si scacciano le galline!”.
    In quel mentre mi colpì l’orecchio il canto di quel gruppo di contadini, i quali così cantavano: Canes muti nescientes latrare (Cani muti che non sanno abbaiare).

    Allora io mi rivolsi alla Guida e, tra stupefatto e sdegnato, le dissi:
    — Orsù, mi dia una spiegazione di quanto vedo. Che cos’è quel seme che si getta per terra?
    — Oh, bella! Semen est Verbum Dei (Il seme è la Parola di Dio).
    — Ma che cosa vuol dire che le galline se lo mangiano?

    La Guida, cambiando tono di voce, rispose:
    — Il campo è la vigna del Signore di cui si parla nel Vangelo, e si può anche intendere del cuore dell’uomo. I coltivatori sono gli operai evangelici che, specialmente con la predicazione, seminano la Parola di Dio. Questa Parola produrrebbe molto frutto in quel cuore ben disposto, ma vengono gli uccelli del cielo e la portano via.

    — Che cosa indicano questi uccelli?
    — Vuol che glielo dica? Indicano le mormorazioni. Sentita quella predica, uno fa la chiosa a un gesto, alla voce, alla parola del predicatore, ed ecco portato via tutto il frutto della predica; un altro accusa il predicatore di qualche difetto fisico o intellettuale; un terzo ride del suo italiano; e così tutto il frutto della predica è portato via. Lo stesso deve dirsi di una buona lettura.
    Il grano, sebbene il campo non sia tanto fertile, tuttavia nasce, cresce e produce frutto; se in un campo di fresco seminato viene un temporale, la terra resta pesta e non porta più tanto frutto, ma pure ne porta; se la semente non è tanto bella, porterà poco frutto, ma pure ne porta; ma se le galline o gli uccelli si beccano la semente, il campo non porta più frutto di sorta. Così se alle prediche, alle esortazioni, ai buoni propositi segue qualche distrazione o tentazione, faranno meno frutto; ma quando c’è la mormorazione, il parlar male o simile, non c’è poco che tenga, ma c’è subito il tutto che viene portato via. E a chi tocca battere le mani, insistere, gridare perché queste mormorazioni, questi discorsi cattivi non si facciano? Lei lo sa.

    Lei che è prete insista su questo: predichi, esorti, parli, non abbia paura di dire mai troppo, e tutti sappiano che il fare le chiose a chi predica, a chi esorta, a chi dà buoni consigli è ciò che reca più del male. E lo star muti quando si vede qualche disordine e non impedirlo, specialmente se uno può e deve impedirlo, è rendersi complice del male degli altri.

    Io, impressionato da queste parole, volevo rimproverare i chierici, infiammarli a compiere il proprio dovere; ma, fatti pochi passi, inciampai in un rastrello destinato a spianare la terra, lasciato in quel campo, e mi svegliai».

    * * * * *

    Parlando di questo sogno, Don Bosco affermò: «Io nel sogno ho visto tutti e ho visto lo stato nel quale ognuno si trovava: se gallina, se cane muto, se nel numero di coloro che, avvisati, si misero all’opera o non si mossero. Di queste cognizioni io mi servo, confessando, esortando in pubblico e in privato, finché vedo che producono del bene... ».

    Presa quindi un ‘aria più grave, e quasi conturbato, proseguì:

    «Quando penso alla mia responsabilità nella posizione in cui mi trovo, tremo tutto... Che conto tremendo avrò da rendere a Dio di tutte le grazie che ci fa per il buon andamento della nostra Congregazione!» .

    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  12. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (29-11-2017)

  13. #57
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    41)- Sogno del 1876 . . . . . . . . . . . . . . . . . IL PAPA AL COLLE DON BOSCO


    La trama esile di questo sogno ci avrebbe suggerito di ometterlo, ma la notizia che Giovanni Paolo II ha promesso all’Arcivescovo di Torino e al Rettor Maggiore dei Salesiani che nel 1988, per il centenario della morte di Don Bosco, sarà presente al Colle Don Bosco per le celebrazioni centenarie, ci fa scorgere in questo sogno, molto singolare, quasi un significato profetico.

    Ecco il sogno che Don Bosco fece nell’aprile del 1876:

    «Mi parve di trovarmi al mio paese, e colà vidi giungere il Papa. Io non potevo persuadermi che fosse lui; perciò gli chiesi:
    — Come? non avete la carrozza, Padre Santo?
    — Sì, sì, ci penserò. La mia carrozza è la fedeltà, la fortezza e la dolcezza.

    Ma egli era sfinito e diceva:
    Io sono alla fine.
    — No, no, Santo Padre — dissi io —. Fino a tanto che le cose della nostra Congregazione non saranno terminate, non morirà.

    Quindi comparve una carrozza, ma senza cavalli. Chi la tirerà? Ecco farsi avanti tre bestie: un cane, una capra e una pecora, che tiravano la carrozza del Papa. Ma, arrivati a un punto quegli animali non la potevano più far muovere e il Papa diventava sempre più sfinito. Io mi pentivo di non averlo invitato a venire a casa mia e di non aver pensato a fargli prendere qualche ristoro. Ma, dicevo fra me, appena saremo giunti alla casa del cappellano di Murialdo, aggiusteremo tutto. Intanto però la vettura rimaneva ferma. Allora alzai una specie di asse, che di dietro toccava terra.

    Il Papa, vedendo questo, prese a dire:

    — Se foste in Roma e vi vedessero a fare questi lavori, ci sarebbe proprio da ridere.

    Mentre stavo così aggiustando, mi svegliai».
    * * * * * * * * * * *


    «La lingua batte dove il dente duole», dice il proverbio.
    Don Bosco in quegli anni seguiva con trepidazione il declinare della salute di Pio IX, al quale era affezionatissimo.
    Pregava e lo pensava giorno e notte.
    Questo sogno è dell’aprile 1876, due anni prima che Pio IX morisse.
    L‘anno dopo ne previde in sogno anche la morte.
    Ecco perché in questo sogno vede il Papa
    « sfinito» e lo sente dire: «Io sono alla fine».
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  14. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (04-12-2017)

  15. #58
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    42)- Sogno dell’anno 1876 . . . . . .LA FEDE: NOSTRO SCUDO E NOSTRA VITTORIA

    Nel raccontare questo sogno Don Bosco s’introdusse così:
    «Era da molto tempo che pregavo il Signore affinché mi facesse conoscere lo stato dell’anima dei miei figliuoli. Specialmente in questi Esercizi Spirituali io ero soprappensiero per tal motivo... E il Signore volle favorirmi in modo che io potessi leggere nelle coscienze dei giovani proprio come se leggessi in un libro; e quello che è più mirabile, vidi non solo lo stato presente di ciascuno, ma le cose che a ciascuno sarebbero accadute nell’avvenire. E ciò in modo proprio anche per me straordinario, perché non mi avveniva mai che vedessi così bene, così chiaro, così svelatamente nelle cose future e nelle coscienze dei giovani ».

    Questa premessa sull’elemento soprannaturale del sogno acquista risalto quando si tenga presente la grande umiltà di Don Bosco e l’abituale senso di misurata semplicità con cui era solito pesare le sue parole. Nel sogno Don Bosco cita il fratello Giuseppe, fratel Michele Romano, direttore della Casa di noviziato dei Fratelli delle Scuole Cristiane di Torino, e due sacerdoti, Don Alasonatti e Don Ruffino, che erano stati tra i suoi primi e più devoti figli e collaboratori. Presentiamo il racconto di Don Bosco, ridotto qua e là.

    «Mi parve di trovarmi nell’Oratorio sull’imbrunire. Un numero immenso di giovani mi circondava, come voi siete soliti fare, perché siamo amici. Ero giunto in mezzo al cortile quando sento alte grida e urla feroci che venivano dalla parte della portineria. I giovani fuggono a precipizio gridando e correndo verso di noi. Io mi volsi da quella parte e vidi un mostro che mi parve un gigantesco leone. Enorme era la sua testa, e la bocca così smisurata e aperta, che sembrava fatta per divorare la gente in un boccone. Da questa sporgevano fuori due grossi, acuti, lunghissimi denti, a guisa di spade taglienti».

    Don Bosco continua dicendo che i giovani gli si erano stretti attorno, ansiosi di sapere che cosa fare per salvarsi. — Voltiamoci — rispose Don Bosco — verso il fondo dei portici, all’immagine della Madonna, mettiamoci in ginocchio, preghiamola fervorosamente perché venga in nostro aiuto e ci faccia conoscere chi sia questo mostro: se è un animale feroce, tra tutti lo uccideremo; se è un demonio, non temete, Maria ci salverà».

    Intanto il mostro continuava ad avvicinarsi lentamente, quasi strisciando per terra in atto di prendere Io slancio per avventarsi.
    «Trascorsero pochi minuti di preghiera. La belva era giunta così vicino da potere, con uno slancio, piombarci addosso. Quand’ecco, non so come, ci vedemmo trasportati tutti nel refettorio attiguo. Al centro di esso si vedeva la Madonna che, tutta raggiante di vivissima luce, come un sole in pieno meriggio, illuminava tutto il refettorio, ampliato in vastità e altezza cento volte tanto. Era attorniata da santi e da angeli, sicché quella sala sembrava un paradiso. Nei nostri cuori, allo spavento, sottentrò lo stupore. Gli occhi di tutti erano intenti alla Madonna, la quale con voce dolcissima ci rassicurò:
    Non temete — disse —; abbiate fede; questa è solo una prova che vuol fare di voi il mio divin Figlio.
    Osservai allora attentamente quelli che, folgoranti di gloria, facevano corona alla Santa Vergine e riconobbi Don Alasonatti, Don Ruffino, Fratel Michele delle Scuole Cristiane e mio fratello Giuseppe; e altri i quali furono anticamente nel nostro Oratorio e ora sono in paradiso.
    Quand’ecco uno di coloro che facevano corteggio alla Vergine disse ad alta voce:

    — Surgamus! (Sorgiamo). — Ma come sorgiamo, se siamo già tutti in piedi!
    — Surgamus! — ripeté più forte la stessa voce. Io non sapevo rendermi ragione di questo comando. Allora un altro di quelli che erano con la Beata Vergine s’indirizzò a me, che stavo sopra un tavolo per dominare tutta la moltitudine, e così prese a dire con voce mirabilmente robusta, mentre i giovani stavano attenti:
    Tu che sei prete, dovresti intendere questo Surgamus. Quando celebri la santa Messa non dici tutti i giorni Sursum corda (in alto i cuori)? Intendi forse con ciò di innalzarti materialmente, oppure di innalzare gli affetti del cuore a Dio?
    Io tosto gridai ai giovani: — Su, su, figliuoli, ravviviamo la nostra fede, innalziamo i nostri cuori a Dio.
    E tutti ci inginocchiammo. E mentre noi pregavamo con slancio pieno di fiducia, ci sentimmo sollevare sensibilmente da terra per una forza soprannaturale e salimmo molto in alto. Tutti eravamo sollevati in aria e io ero stupito che non cadessimo per terra. Ed ecco che il mostro che avevamo veduto nel cortile, entra nella sala, seguito da innumerevoli bestie di varia specie, ma tutte feroci. Scorrazzavano qua e là per il refettorio, mandavano urli orribili, sembrava che ad ogni momento fossero per slanciarsi con un salto contro di noi. Noi dall’alto stavamo osservandole.

    Se cadessi — dicevo tra me — quale orribile strazio farebbero della mia persona!
    Mentre eravamo in quella strana posizione, udimmo la voce della Madonna che cantava le parole di San Paolo: Sumite ergo scutum fidei inexpugnabile (imbracciate lo scudo inespugnabile della fede).
    Era un canto così armonioso, che noi eravamo come in estasi. Stavamo ascoltando quel canto di paradiso, quando vedemmo partire dai fianchi della Madonna molti leggiadrissimi giovanetti forniti di ali e discesi dal cielo. Si avvicinarono a noi portando degli scudi in mano e ne ponevano uno sul cuore di ciascuno dei nostri giovani. Erano scudi grandi, belli, risplendenti; si rifletteva in essi la luce che veniva dalla Madonna. Ogni scudo pareva di ferro con un gran cerchio di diamante e un orlo d’oro purissimo.
    Questo scudo rappresentava la fede.
    Quando tutti fummo così armati, coloro che erano intorno alla Beata Vergine intonarono un canto così armonioso che non trovo parole per descriverlo. Mentre io contemplavo quello spettacolo e mi deliziavo di quella musica, fui scosso da una voce potente che gridava:
    Ad pugnam! (alla battaglia).

    Tutte quelle belve presero ad agitarsi furiosamente. Improvvisamente noi cademmo al suolo restando in piedi ed eccoci in lotta con le fiere, protetti dallo scudo divino. Quei mostri, con i vapori che uscivano dalle loro fauci, lanciavano contro di noi palle di piombo, saette e proiettili di ogni genere; ma queste armi colpivano i nostri scudi e rimbalzavano indietro. Lunga fu la battaglia.
    Finalmente si udì la voce della Madonna: — Haec est victoria vestra, quae vincit mundum, fides vestra (Questa è la vostra vittoria che vince il mondo: la vostra fede).
    A questa voce quella moltitudine di belve, spaventata, si diede a precipitosa fuga e scomparve; noi restammo salvi e vincitori in quella sala immensa, sempre illuminata dalla viva luce che si diffondeva dalla Madonna. Ma la nostra gioia venne turbata all’improvviso da grida e gemiti strazianti, misti a urla feroci. Sembrava che i nostri giovani fossero dilaniati da quelle belve, fuggite poco prima dalla sala. Io volevo uscire fuori per portare soccorso ai miei figli, ma i giovani si erano messi alla porta per impedirmelo.
    Io facevo ogni sforzo per liberarmi e dicevo loro: — Ma lasciatemi andare: voglio aiutare i miei giovani e se tocca loro danno o morte, voglio morire con loro!
    E strappatomi dalle loro mani, fui sotto i portici, e oh! quale spettacolo! Il cortile era sparso di morti, di moribondi e di feriti. I giovani tentavano di fuggire, ma i mostri li inseguivano, si gettavano loro addosso e li dilaniavano. Ma chi più di tutti faceva spaventevoli macelli era il mostro che era comparso il primo nel cortile. Con quei due denti simili a spade trapassava il petto dei giovani da destra a sinistra e da sinistra a destra, e quelli con doppia ferita nel cuore cadevano miseramente morti.
    Io risolutamente mi posi a gridare: — Coraggio, miei cari giovani!

    Molti si rifugiavano vicino a me. Ma il mostro, al mio apparire, mi corse incontro. Io, facendomi coraggio, feci qualche passo verso di lui. Intanto alcuni giovani che avevano già vinto le bestie, uscirono dalla sala e si unirono a me. Quel principe dei demòni si avventò contro di me e contro di essi, ma non ci poté ferire perché eravamo difesi dagli scudi; anzi, alla vista di questi, spaventato e quasi riverente, indietreggiava. Fu allora che, guardando fisso quei suoi lunghi denti in forma di spade, vi lessi due parole scritte a grossi caratteri.
    Sull’uno era scritto: Otium; sull’altro: Gula.
    Possibile, andavo pensando tra me, che nella nostra casa, dove c’è tanto lavoro, ci sia chi pecchi di ozio? E di gola poi? Tra noi, anche volendolo, non si possono commettere molte golosità».
    Don Bosco continua dicendo che si rivolse a Fratel Michele per avere qualche chiarimento.
    — Eh, mio caro — rispose il sant’uomo — in questo sei ancora novizio. Riguardo alla gola devi sapere che si può peccare di intemperanza anche quando si mangia o si bene più del bisogno, anche quando si eccede nel dormire e nelle cure del corpo. Riguardo all’ozio, si può peccare anche quando si lascia libera l’immaginazione nel pensare a cose che sono pericolose.
    Don Bosco conclude: «Allora volli appressarmi alla Madonna che pareva avesse ancora qualche cosa da dirmi. Ero quasi vicino a lei, quando dal di fuori mi pervennero all’orecchio nuove e alte grida. Subito volli uscire per la seconda volta, ma, nell’uscire, mi svegliai» .

    * * * * *

    Oggi ancora, come sempre, brillano invincibili le quattro armi che Don Bosco vide e insegnò a brandire contro le insidie del nemico: la fede viva, la filiale devozione a Maria, il lavoro assiduo e la temperanza. Don Bosco che si lancia al salvataggio dei suoi figliuoli, «pronto anche a morire con loro», ci stimola e ci incoraggia con la sua paterna assistenza.
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  16. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (24-12-2017), Sunshine (25-12-2017)

  17. #59
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    43). . . . . . . . Sogno del settembre 1876 - PARTE I° - UN TORO FURIBONDO


    Il 27 settembre del 1876, a Lanzo Torinese, Don Bosco, a ricordo degli Esercizi Spirituali dei Salesiani, raccontò un sogno che è uno dei più istruttivi di quanti ne aveva avuti fino allora. Si snoda in tre parti ben distinte tra loro.

    «Sognai — disse — di fare con voi il viaggio da Lanzo a Torino. Eravamo tutti insieme su di un convoglio, forse sui carrozzoni della ferrovia. A un tratto la macchina si ferma. Scendo per vedere che cosa è successo e mi trovo accanto un personaggio strano: alto e basso nello stesso tempo, grasso e anche magro, mentre era bianco era anche rosso, camminava per terra e per aria.

    — Vieni — mi disse —, vieni presto. Facciamo girare le carrozze in questo campo. Il campo era vastissimo, si perdeva a vista d’occhio, pianeggiante e battuto come fosse un’aia. Sistemati i veicoli in quella pianura, gridammo ai passeggeri di scendere. Ed ecco che, appena tutti sono scesi, si vedono scomparire i veicoli, senza che sapessimo dove erano andati.

    — Ora che siamo discesi, tu mi dirai... voi mi direte... lei mi dirà... — sussurrai incerto sul modo di comportarmi con quello strano personaggio — mi dirà perché ci abbia fatti fermare in questo luogo. Rispose: — Il motivo è grave: per farvi evitare un grandissimo pericolo.
    — E quale?
    — Il pericolo di un toro furibondo che non lascia persona viva al suo passaggio. Chiama tutti i tuoi attorno a te. Avvisali che devono stare attenti, molto attenti. Appena sentiranno il muggito del toro, muggito straordinario e immenso, si gettino subito a terra, e così se ne stiano bocconi, con la faccia rivolta al suolo, fintanto che il toro abbia fatto il suo passaggio. Guai a colui che non ascolterà la tua voce! Poiché qui se humiliat exaltabitur, et qui se exaltat humiliabitur (Chi si umilia sarà esaltato, e chi si esalta sarà umiliato). Poi soggiunse:
    — Presto, presto! Il toro sta per venire. Grida forte che si buttino a terra.
    Io gridavo forte, ma egli mi esortava: — Grida più forte, grida più forte, grida, grida!
    Io ho gridato tanto forte che credo di aver spaventato Don Le moyne (il direttore di Lanzo), che dormiva nella camera accanto. Tutt’a un tratto si sente il muggito tremendo del toro.
    — Attenti, attenti! Falli mettere tutti in fila, l’uno vicino all’altro, da una parte e dall’altra, con un passaggio nel mezzo, per cui il toro possa passare.
    Così mi grida quel personaggio. Io do questi ordini e in un batter d’occhio tutti sono a terra, mentre incominciamo a vedere da molto lontano il toro, che arrivava furibondo. Alcuni però volevano vedere che cosa fosse quel toro e rimasero in piedi: erano pochi, per fortuna.

    Quell’individuo mi disse:
    — Ora vedrai che cosa avverrà di costoro; vedrai che cosa riceveranno perché non si vogliono abbassare. Io volevo avvertirli ancora, correre presso di loro, farli abbassare, ma la mia Guida me lo impedì recisamente. — L’ubbidienza è anche per te: abbàssati!
    Non ero ancora prostrato che un grandissimo muggito, tremendo, spaventevole, si fece udire. Tutti tremavamo e ci domandavamo:
    — Che cosa succederà?
    Una cosa strana che fece stupire anche me fu questa: sebbene avessi il capo prostrato a terra con gli occhi nella polvere, vedevo benissimo ciò che accadeva attorno a me. Il toro aveva sette corna in forma quasi di circolo. Queste corna erano mobili, le voltava dalla parte che voleva di modo che, per abbattere qualcuno, non aveva da voltarsi qua e là; gli bastava andare avanti per abbattere qualunque cosa incontrasse. Già il toro ci era vicinissimo.

    Allora la Guida gridò:
    — Si vedrà l’effetto dell’umiltà.
    E in un istante ci vedemmo tutti sollevati in aria, a una considerevole altezza, in modo che il toro non poteva assolutamente raggiungerci. Ma quei pochi che non si erano abbassati non furono sollevati. Arrivò il toro e li sbranò in un momento. Non se ne salvò neppur uno. Noi intanto vedevamo il toro furioso, che cercava di raggiungerci; faceva salti terribili per poterci dare delle cornate; ma non poté farci alcun male. Allora, furioso più che mai, se ne andò; e noi ci ritrovammo per terra.
    La Guida allora gridò: — Voltiamoci dalla parte di mezzogiorno.
    Ed ecco che si cambiò completamente la scena davanti a noi.

    Il prato era scomparso, al suo posto vedemmo una chiesa immensa, bellissima, ornata con magnificenza. Fra un tripudio di luci stava esposto il SS. Sacramento. Mentre eravamo in adorazione, arrivò un’intera mandra di tori furibondi, decisi a sterminarci. Ma trovandoci in adorazione a Gesù Sacramentato, non poterono farci nulla e, di lì a poco, scomparvero. A un tratto non vedemmo più nè chiesa né altare: era tutto sparito e noi ci trovammo nuovamente nel prato».

    * * * * *

    Don Bosco terminò il racconto dicendo che era facile capire che il toro è il nemico delle anime, il demonio. Le sette corna sono i sette vizi capitali. Dalle terribili cornate di questo toro infernale ci salvano l’Eucaristia e l’umiltà, base e fondamento di ogni virtù.
    Tra i preziosi consigli che dava Don Bosco, eccone uno preziosissimo:

    « Abbi l’umiltà di riconoscerti debole;
    abbi l’umiltà di farti aiutare da chi sa e può aiutarti;
    abbi l’umiltà di pregare e di confessarti spesso e bene»
    .
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  18. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (24-12-2017), Sunshine (25-12-2017)

  19. #60
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
    Data Registrazione
    Dec 2009
    Località
    roma
    Età
    67
    Messaggi
    1,844
    Ringraziato
    792

    Premi

    44)- Sogno del settembre 1876 . . . . . PARTE II° - IL TRIONFO DELLA CONGREGAZIONE


    Dopo la scena descritta nella prima parte del sogno, la Guida misteriosa disse a Don Bosco:
    — Vieni, ti farò vedere il trionfo della Congregazione di San Francesco di Sales. Monta su questo sasso e vedrai.
    «Era un gran macigno in mezzo a quel piano sterminato, e io vi montai sopra — racconta Don Bosco —. Oh, che vista immensa si affacciò ai miei occhi! Quel campo mi comparve come se occupasse tutta la terra. Uomini d’ogni nazione, d’ogni vestito, d’ogni colore vi stavano radunati. Vidi tanta gente che non so se il mondo tanta ne possegga. Cominciai a osservare i primi che si affacciarono al nostro sguardo. Erano vestiti come noi Italiani. Io conoscevo quelli delle prime file: vi erano tanti Salesiani che conducevano come per mano squadre di ragazzi e di ragazze. Poi venivano altri con altre squadre; poi ancora altri e altri che più non conoscevo e più non potevo distinguere, ma erano in numero indescrivibile.
    Verso il mezzogiorno comparve ai miei occhi un popolo sterminato di gente che io non conoscevo. Erano sempre condotti da Salesiani, che conoscevo nelle prime file e poi non più.
    — Vòltati — mi disse la Guida.
    Ecco che mi si affacciarono agli occhi altri popoli sterminati di numero, vestiti diversamente da noi: avevano pellicce, specie di mantelli che parevano velluto, tutti a vari colori. La Guida mi fece voltare verso i quattro punti cardinali. Tra le altre cose vidi in Oriente donne con i piedi tanto piccoli, che stentavano a stare in piedi e quasi non potevano camminare. Il singolare si è che dappertutto vedevo Salesiani che conducevano squadre di ragazzi e di ragazze, e con loro un popolo immenso. Nelle prime file sempre li conoscevo; poi andando avanti non conoscevo più nemmeno i missionari.
    Allora la mia Guida prese di nuovo la parola e disse:
    — Tutto questo che hai visto è tutta messe preparata per i Salesiani. Vedi quanto è immensa la messe? I Salesiani non solo in questo secolo, ma anche nei secoli futuri lavoreranno nel proprio campo. Ma sai a quali condizioni si potrà arrivare a eseguire quanto tu vedi? Te lo dirò io. Bisogna che tu faccia stampare queste parole che saranno come il vostro stemma, la vostra parola d’ordine, il vostro distintivo. Notale bene: IL LAVORO E LA TEMPERANZA FARANNO FIORIRE LA CONGREGAZIONE.

    Queste parole le farai spiegare, le ripeterai, insisterai. Farai stampare il manuale che le spieghi e faccia capire bene che il lavoro e la temperanza sono l’eredità che tu lasci alla Congregazione, e nello stesso tempo ne saranno anche la gloria.
    Io risposi:
    — Questo lo farò molto volentieri. Questo è tutto secondo il mio scopo; è quello che vado già raccomandando tutti i giorni e vado insistendo sempre che me ne capiti l’occasione.
    — Sei dunque ben persuaso? Mi hai ben capito? Questa è l’eredità che lascerai loro e di’ pur loro chiaro che fino a tanto che i tuoi figli corrisponderanno, avranno seguaci al sud, al nord, all’oriente e all’occidente. Ora discendi pure dagli Esercizi e incamminali per la loro destinazione».
    * * * * * * *
    Don Bosco conclude dicendo che allora comparvero degli « omnibus» per condurli a Torino; ma erano omnibus sui generis: non avevano appoggio da nessuna parte. Don Bosco temeva che i suoi cadessero, ma la Guida lo rassicurò:
    Vadano, vadano pure: essi non hanno bisogno di appoggio; basta che eseguiscano bene queste due parole: Sobrii estote et vigilate (Siate sobrii e vigilate). Quando si eseguiscono bene queste due parole, non si cade, sebbene non vi siano appoggi e la carrozza corra.
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  20. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (01-01-2018)

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •