Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Fede in Cristo in Russia.

  1. #61
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    Chiesa Ortodossa e Rivoluzione russa

    Cento anni dopo la nascita dell'Unione Sovietica


    «La notte sarà molto lunga e oscura» mormora sul letto di morte Tichon, patriarca della Russia, ricoverato in una clini*ca di Mosca dove spira il 7 aprile 1925. Intravede per i cristiani una stagione durissima sotto la dittatura comunista. La persecuzione annienta la Chiesa ortodossa russa e costringe i cristiani nelle catacombe.
    La rivoluzione bolscevica ha tempi concitati. Il 7 novembre 1917 a Pietrogrado, con l’assalto al Palazzo d’Inverno (Ermitage), si infiamma l’insurrezione guidata da Lenin contro l’impero zarista. Il giorno dopo l’assemblea dei Soviet elegge Lenin presidente del Consi*glio dei commissari del popolo. Il 2 dicembre a Brest-Litovsk in Bielorussia partono le trattative per la fine delle ostilità e si concludono il 3 marzo 1918 con la sconfitta della Russia e l'indipendenza di Finlandia, Polonia, Ucraina, Lettonia, Estonia, Lituania e Bielorussia. Il 7 dicembre 1917 gli Stati Uniti dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico e il 26 dicembre la «Pravda» pubblica le tesi di Lenin sull’Assemblea costituente: è il trionfo dei Soviet.
    Nel 1917 il Sinodo elegge patriarca Tichon (Vasilij Ivanovič Bellavin) di 117 milioni di ortodossi, 73 diocesi e 60 mila chiese. Tichon, in rapporti epistolari con Benedetto XV, tenta di resistere alla politica antireli*giosa; condanna l’uccisione dello zar e le persecuzioni; denuncia la volontà dei bolscevichi di distruggere la Chiesa; protesta per la confisca dei beni ecclesiastici. Il 19 gennaio 1918 lancia la scomunica contro i bolscevichi: «La santa Chiesa di Cristo in terra russa attraversa una ben triste epoca: i nemici dichiarati o nascosti della verità di Cristo per*seguitano questa verità. Ogni giorno giunge l'eco dì orribili e crudeli massacri di genti innocenti. Ritornate in voi stessi, insensati, cessate i massacri». Per tutta risposta è accusato di sabotaggio e incarce*rato. Di fronte al pericolo dell’annientamento totale, il patriarca cede: secondo la più cupa tradizione sovietica, è costretto a fare autocritica, dichiara lealtà al regime, condanna la controrivoluzione.
    Per secoli l’impero zarista dei Romanov odia la Chiesa di Roma; si proclama difensore degli ortodossi; lancia un programma panslavista; ingloba a forza i 25 milioni di cattolici di rito latino e uniati di rito orientale. Pietro il Grande nel 1712 abolisce il Patriarcato: è appena ricostituito quando nel 1917 l’impero zarista crolla e la Chiesa di Stato va in pezzi perseguitata dal Par*tito operaio comunista. Un decreto dei commissari del popolo del 23 luglio 1918 ordina la separazione tra Stato e Chiesa; considera la religione «relitto della società capitalistica»; cancella dalla vita pubblica ogni traccia religiosa; interdisce ogni forma di predicazione fuori delle chiese e l'educazione della gioventù; introduce il matrimonio civile; proibisce l'insegnamento religioso nelle scuole; incamera i beni ecclesiastici; sequestra chiese e sopprime monasteri.
    Mai nella storia della Chiesa una persecuzione è così estesa nello spazio e nel tempo come quella ingaggiata dall’Urss nel XX secolo. Le persecuzioni dei primi tre secoli avevano un carattere locale e duravano qualche anno. Anche la terribile persecuzione di Diocleziano dura otto anni. La bandiera rossa brandita da masse inferocite inizia a garrire nel vento gelido della Russia.
    Primo periodo (1917-1923) – I bolscevichi saccheggiano le chiese; giustiziano i metropoliti di Pietroburgo e Kiev, più di 80 vescovi e migliaia di sacerdoti, monaci e monache; migliaia languono nelle prigioni o sono deportati in Siberia e sul Mar Bianco. Nel 1921 una terribile carestia si abbatte: 20 milioni soffrono la fame, un milione muore. Il patriarca Tichon reagisce immediatamente e nell’agosto 1921 indirizza ai fedeli, ai patriarchi orientali, al Papa di Roma, all’arcivescovo di Canterbury e all’arcivescovo di New York un messaggio in cui chiede aiuti per gli affamati. I comunisti confiscano i beni ecclesiastici sotto il pretesto di aiutare le vittime.
    Secondo periodo (1923-1933) – La polizia segreta tenta di provocare uno scisma nella Chiesa ortodossa. Il 21 gennaio 1924muore Lenin: gli succede Josif Stalin (Vissarionovič Džugašvili) che rafforza la dittatura. Domina per trent’anni sull’Urss e sui Paesi satelliti: dietro sue istruzioni la Cattedrale ortodossa di Mosca, intitolata a Cristo Salvatore, il 5 dicembre 1931 è fatta saltare in aria e ridotta in rovine.
    Terzo periodo (1933-1953), anni del terrore - Nel 1937 ben 136.900 preti ortodossi sono arrestati e di essi 85.300 sono uccisi; 1938 arrestati 28.300, di cui 21.500 fucilati; 1939, arrestati 1.500 dei quali 900 fucilati; 1940 arrestasti 5.100 di cui 1.100 fucilati; 1941, 4.000 arrestati, 1.900 fucilati. Il 10 ottobre 1937 il metropolita Pietro, facente funzione di patriarca, è ucciso dopo 8 anni di prigione in isolamento. Sull’immenso territorio restano in piedi solo 1.277 chiese. Il presidente dell’Unione atei militanti annuncia che non ci sono più monasteri.
    L’Unione Sovietica, sotto il tallone dell’ex seminarista «Stalin, uomo d’acciaio» occupa l’Europa centro-orientale, la Germania e Berlino Est. Il 5 marzo 1953 al Cremlino muore il tiranno: con deportazioni, purghe, carestie, lavori forzati stermina 20-60 milioni di persone. Gli esponenti dei partiti italiani di sinistra lo esaltano come un grand’uomo ed elogiano le repressioni di Mosca. Palmiro Togliatti «il migliore», segretario del Pci, durante la guerra partigiana è riparato in Russia ed è complice di Stalin perche non muove un dito per salvare i compagni dalle «purghe» e lo esalta come «gigante del pensiero e dell’azione: con il suo nome verrà chiamato il secolo intero». Sandro Pertini, capo socialista e futuro presidente della Repubblica lo commemora in Parlamento: «Ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto. L’ultima sua parola è stata di pace. Si resta stupiti per la grandezza che la morte pone nella giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, riconoscono l’immensa statura. È un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto».





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  2. #62
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    I battisti e la rivoluzione russa

    Dopo le iniziali aperture in chiave anti ortodossa, con Stalin iniziarono i grandi problemi

    Il primo battista di Russia è stato Nikita Voronin, battezzato a Tbilisi, capitale dell’attuale Georgia, nel 1867 a seguito dell’arrivo di piccole comunità provenienti dalla Germania. Le persecuzioni da parte dello stato zarista, su input della Chiesa ortodossa, spaventata da questi lettori della Bibbia, pellegrini e evangelizzatori, iniziano da subito.

    I primi venti della rivoluzione di ottobre portano idee di libertà: viene sancita la separazione fra Stato e chiesa, nell’immediato pare crescere la libertà religiosa, e la costituzione nascente consente libertà di coscienza e di “propaganda” per le religioni stesse. Il vero obiettivo dei Soviet è in questo periodo la Chiesa ortodossa, simbolo di privilegi e di accordi a filo doppio con lo zar. Le chiese battiste continuano quindi a crescere rapidamente. La leadership battista non guarda con cattivo occhio al nuovo corso, e supporta l’emancipazione del popolo. I battisti diventano alcuni milioni su suolo sovietico, e nel 1927 a Mosca viene inaugurato un college dedicato alla formazione dei futuri pastori, un’ottantina circa per ogni sessione. La direzione è affidata a Miroslav Ivanoff-Klishnikoff, segretario dell’allora Unione battista russa. I pastori battisti sono liberi di muoversi dentro e fuori i confini nazionali, tanto che fino al 1928 circa 20 fra loro partecipano alla Conferenza dell’Alleanza battista mondiale a Toronto, in Canada.

    A patire le persecuzioni in questi primi anni è la Chiesa ortodossa, simbolo degli antichi regimi. Fra il 1927 e il 1940 le chiese ortodosse passano da 29.584 a meno di 500 come ha raccontato nel suo articolo Luigi Sandri.

    Le festività del Natale e della Pasqua vengono abolite, così come raduni e processioni. La propaganda martella da ogni possibile canale.

    La svolta è datata 1928. Stalin è al potere da due anni, ha vinto il braccio di ferro con Trockij. La nazione vira decisa verso la burocratizzazione e un autoritarismo sempre più paranoide. L’insegnamento e il credo battista avevano nel mentre fatto breccia fra moltissimi operai e lavoratori, sfidando in qualche modo, magari inconsapevolmente, la supremazia dei soviet. Ora anche la chiesa battista aveva raggiunto numeri capaci di spaventare gli organismi centrali. E’ l’inizio di una campagna denigratoria prima, persecutoria poi.

    Ecco che le società battiste di cucito vengono ora additate come “strumento per lo sfruttamento del lavoro femminile”, le riunioni di fedeli diventano assemblee per irretire i non credenti, l’insegnamento diventa una frode per soggiogare le masse. Ultimo ma non meno importante, i legami internazionali diventano il chiaro segnale delle trame messe in atto per minare le fondamenta dello Stato. La strada della deriva è segnata, gli ideali di uguaglianza e libertà dei rivoluzionari del 1917 sono un ricordo.

    Pastori e amministratori battisti iniziano ad esser arrestati. L’8 aprile 1929 la Costituzione viene modificata, la libertà di coscienza diventa libertà di culto soggetta a “regolamenti specifici”. Il culto può ora avvenire solo in luoghi definiti, registrati dalla polizia. Tutte le attività economiche e culturali connesse sono bandite. La lettura del testo biblico è concessa, ma non in gruppo, al fine di evitare ogni possibile proselitismo. Le Scuole domenicali per i bambini vengono chiuse. I culti sono concessi, ma i partecipanti iniziano a patire discriminazioni di ogni sorta. I pastori non possono più recarsi nelle unioni sindacali dei lavoratori e perdono la razione quotidiana di pane, accordata ad ogni cittadino dell’immensa nazione. Studenti battisti vengono espulsi dalle scuole, la stampa e l’importazione della Bibbia vengono proibiti. Si susseguono anni di arresto, di confino in Siberia, per i trasgressori. La pressione si fa insopportabile, i luoghi di culto vengono requisiti per attività di partito.
    Per la religione, l’oppio dei popoli, non c’è più spazio. Oltre mille luoghi di culto vengono chiusi nel corso del 1929. Le cose peggiorano, con l’apice delle tremende purghe fra il 1936 e il ‘38, fino al 1941 quando la guerra mondiale suggerisce di appoggiarsi ancora una volta ai pastori per tentare di dare sollievo ad una popolazione stremata da carestie e combattimenti eterni. Popolazione che non ha mai smesso di riunirsi e pregare, davanti alle tragedie del tremendo conflitto in corso e delle carestie.
    Con la fine della guerra seguiranno di nuovo anni di grande difficoltà, fra arresti, deportazioni, ateismo di Stato.

    Le informazioni sono tratte per la maggior parte da un testo di Geoffrey Shakespeare “I Battisti di Russia” del 1931, figlio del segretario dell’Unione battista della Gran Bretagna e membro del parlamento britannico

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  3. #63
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    Il Patriarca Kirill e il Vicario Tikhon, due modelli per la Chiesa russa
    Entrambi sono protagonisti della “rinascita religiosa” russa dopo la fine del comunismo. Kirill propone la “Dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa”, che è il manifesto politico di Putin; Tikhon propone la fede come “guardiano dei valori morali”. Egli è il “padre spirituale” di Putin. Una “nuova sinfonia” fra Stato e Chiesa. I rischi di un nuovo cesaro-papismo e la rilettura della storia che valorizza Stalin e il "sacrificio necessario" della Chiesa nelle mani dello Stato.

    Tra le polemiche per i film storici sullo zar e su Stalin, e le discussioni commemorative della Rivoluzione e del Concilio del 1917, due figure emergono sempre più come punti di riferimento per la vita e il futuro dell’Ortodossia russa. Si tratta del Patriarca Kirill (Gundjaev), a capo della Chiesa moscovita dal 2009, e il suo vescovo ausiliario Tikhon (Shevkunov), titolare della sede di Egorevsk da tre anni e noto fin dal 1998 come “padre spirituale” del presidente Putin.
    Entrambi sono attivi protagonisti della “rinascita religiosa” russa fin dalla fine del comunismo, ormai quasi 30 anni fa.
    Vescovo e poi metropolita dagli anni sovietici, Kirill divenne popolare come primo tele-predicatore con un fortunato programma, “La Voce del Pastore”. Tikhon, negli anni ‘80 divenuto monaco a Pskov nell’unico monastero maschile permesso dal regime, descrisse il passaggio dall’ateismo alla riscoperta della fede in un libro sulla vita del suo monastero, “Santi non santi”, che ebbe un’enorme diffusione. Il primo, già grande regista delle scelte patriarcali prima ancora di ascendere alla sede più prestigiosa, divenne il principale ispiratore dei cambiamenti sociali e politici alla fine del periodo “occidentalista” eltsiniano, quando riuscì nel 2000 a far approvare dal Sinodo giubilare dei vescovi il documento sulla “Dottrina Sociale della Chiesa Ortodossa Russa”, di fatto il programma ideologico del nuovo presidente Putin. In quegli stessi anni, Tikhon accompagnava il nuovo leader, allora poco conosciuto, nei viaggi per il Paese e anche all’estero, ispirando leggi “moralizzatrici” contro la vendita di alcolici, contro il fumo e per la difesa della famiglia cristiana tradizionale. Da allora i due si sono spartiti la scena della grande restaurazione dello Stato ortodosso a fianco del presidente con ruoli diversi, a volte complementari, ma spesso anche piuttosto alternativi. Si dice che anche la nomina di Tikhon a vescovo ausiliario sia stata in qualche modo spinta dal Cremlino, e la sua sede effettiva è il monastero, da lui restaurato, che occupa una parte del territorio di piazza Lubjanka, la famigerata sede centrale del Kgb, tanto da essere noto come “il vescovo della Lubjanka”.

    Il Patriarcato collaborazionista
    Nelle ultime settimane, oltre alle tante considerazioni sul centenario della rivoluzione e del martirio dello zar Nicola II, alcune dichiarazioni dei due prelati si sono concentrate proprio sul ruolo del Patriarcato nella vita della Chiesa, ricordando anche la sua restaurazione nei giorni drammatici della rivoluzione del 1917. Parlando del patriarca eletto allora, anch’egli di nome Tikhon (Bellavin), la discussione ha riguardato le famose dichiarazioni di sottomissione al potere sovietico sottoscritte dal patriarca stesso nel 1922 e dal suo luogotenente Sergij (Stragorodskij) nel 1927, che misero la Chiesa al servizio del regime ateista. Lo stesso Sergij divenne poi nel 1943 successore di Tikhon e “patriarca di Stalin”, legando la Chiesa alla figura del dittatore georgiano, la cui popolarità sta tornando sempre più in auge nella Russia putiniana.
    La posizione di Sergij ha segnato così a fondo la vita della Chiesa russa negli anni sovietici, da imporre la denominazione di sergianstvo alla scelta di collaborare con lo Stato, accusa che veniva portata dai russi all’estero contro i gerarchi ortodossi. Alla fine del comunismo, la questione venne affrontata ufficialmente una volta soltanto, al sinodo del 1992 presieduto dal Patriarca Aleksij II, chiedendo perdono per la collaborazione con i persecutori, ma anche giustificandola in funzione della salvezza della Chiesa stessa. Nelle scorse settimane, sia Kirill che Tikhon hanno più volte ripreso queste argomentazioni. Benedicendo un monumento dedicato ai 150 anni dalla nascita del patriarca Sergij, Kirill ha dichiarato che “egli dovette dimenticarsi di se stesso, affinché la Chiesa potesse proseguire la sua esistenza storica, per non essere espulsa dalla vita del popolo”. In una intervista a Radio Svoboda, Tikhon ha dato a sua volta una descrizione del patriarca collaborazionista: “Il metropolita Sergij giustificò la sua politica ecclesiastica con la convinzione che in caso di uscita della Chiesa nella clandestinità, i bolscevichi avrebbero immediatamente impiantato nel Paese la propria Chiesa non canonica degli innovatori”.

    Il “sacrificio necessario”
    Entrambi quindi sostengono la tesi del “sacrificio necessario” come motivo del compromesso, ma l’immagine della Chiesa che sottintendono appare leggermente diversa. L’attuale patriarca Kirill sottolinea spesso la necessità di collaborare, ma con pari dignità rispetto alle autorità civili, che non devono intromettersi nelle questioni ecclesiastiche. Secondo il vescovo Tikhon, proprio la Chiesa “comunista” degli innovatori o obnovlentsy avrebbe in realtà cercato di realizzare la vera vocazione della Chiesa ortodossa russa, per cui essa non può esistere senza lo Stato; invece di farlo allora, sottomettendosi all’ateismo di Stato, sarebbe giunto il momento di realizzare ora quel modello, la “nuova sinfonia” in cui il capo dello Stato è anche la guida temporale della Chiesa, il vero autocrate ortodosso che interpreta l’anima del popolo.
    I due modelli, la “pari dignità” di Kirill e la “Chiesa neo-imperiale” di Tikhon, si confrontano in modo particolarmente acuto da quasi quattro anni, dopo che l’annessione della Crimea ha proclamato simbolicamente il ritorno dell’imperialismo etnico-religioso come progetto principale della politica russa. Non a caso, proprio in questi anni i sondaggi mostrano la crescente popolarità della memoria di Stalin nella popolazione, che insieme a Ivan il Terribile e allo zar-martire Nicola II, rappresenta un ideale sempre più imponente di “padre del popolo” che Putin cerca di rilanciare nell’attuale campagna elettorale.
    Il patriarca Kirill ripete spesso che “la Chiesa russa non è mai stata tanto libera come oggi”, e cerca in tutti i modi di stimolare i fedeli a una partecipazione attiva alla vita della società, attraverso la catechesi e l’evangelizzazione prima ancora della politica. Tikhon sottolinea piuttosto il ruolo di “guardiano dei valori morali”, interpretato dai politici di fede ortodossa più ancora che dai gerarchi stessi della Chiesa. Entrambi sostengono un sistema piuttosto clericale di gestione della vita ecclesiale, per timore di eccessi di protagonismo laicale delle “fraternità ortodosse” più fondamentaliste. Per molti motivi, il 2018 sarà un anno decisivo per le prospettive della “nuova sinfonia” ortodossa russa.


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  4. #64
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    I monaci delle Solovki cancellano la memoria del lager
    Le isole della Carelia sono state il primo campo di concentramento dell’Arcipelago Gulag e un grande centro di spiritualità. Ma i monaci di oggi hanno deciso di farne un centro per il turismo religioso, eliminando o nascondendo i luoghi del martirio di tanti cristiani. La collina delle fucilazioni trasformata in padiglione per i matrimoni. Monaci collaborazionisti del potere bolscevico.

    Nella memoria collettiva del XX secolo, le isole Solovki sono tristemente famose come il primo grande campo di concentramento dell’Arcipelago Gulag sovietico, raccontato dallo scrittore Aleksandr Solzenicyn sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti. Alle Solovki venivano incarcerati soprattutto i condannati per le proprie convinzioni religiose, sacerdoti e vescovi di tutte le confessioni, costretti a vivere nell’ “ecumenismo forzato” della persecuzione. Morirono metropoliti ortodossi e pastori battisti, teologi come Pavel Florenskij e l’esarca greco-cattolico Leonid Fedorov, beatificato dalla Chiesa uniate ucraina.

    Ma le isole del grande nord russo - che si stendono oltre il Circolo Polare Artico - sono famose nella storia russa per molti altri eventi. Fondate nel medioevo dagli eremiti Zosima e Savvatij, furono un grande centro di evangelizzazione e formazione delle coscienze del popolo ortodosso. Uno dei suoi più grandi governanti, l’archimandrita Filipp (Kolychev), divenne metropolita di Mosca a metà del ‘500, e si oppose alla dittatura sanguinaria di Ivan il Terribile. Per questo fu assassinato in cella, anticipando la sorte dei vescovi martiri della rivoluzione. A metà del ‘600 la Grande Lavra delle Solovki divenne uno dei principali centri di opposizione alla riforma del patriarca Nikon, in quello scisma (il Raskol) che divise la Chiesa russa sulla fedeltà alle proprie tradizioni.

    Ogni le isole monastiche sono di nuovo al centro di un acceso dibattito, da quando i monaci della Lavra, guidati dall’archimandrita Porfirij (Shutov), hanno deciso di riprendersi l’esclusiva della memoria dei luoghi santi. Nel 2009 l’archimandrita si è fatto nominare anche Direttore del Museo locale, proprio dove sono conservate le reliquie e le testimonianze dei martiri e dei perseguitati, estromettendo i rappresentanti dell’associazione Memorial che ne erano i curatori. Da allora i monaci hanno iniziato una sistematica riduzione delle esposizioni legate ai carcerati; l’accesso al museo è sempre più limitato; i graffiti e i ricordi negli ambienti monastici sono stati tutti cancellati; gli edifici della Lavra sono stati ristrutturati e ridipinti, cancellando perfino le antiche pietre che ne costituivano il vero splendore. Per tutto il territorio delle isole, che rappresentano di per sé uno straordinario museo etnografico, sono stati bloccati gli itinerari di terra e d’acqua che si potevano percorrere per ammirare le bellezze naturali, ma anche per ritrovare i luoghi della preghiera e della sofferenza dei confessori della fede.
    La scelta di Porfirij e della sua comunità viene esplicitamente motivata come recupero della dignità spirituale del monastero, e le memorie del Lager vengono rimosse come forme di profanazione. Tutto ciò ha suscitato le reazioni non solo degli attivisti di Memorial - già ampiamente impediti di agire da molte misure recenti a livello federale, come la chiusura degli archivi e degli accessi ai luoghi di pena - ma anche della parte più sensibile dell’opinione pubblica interna e internazionale.

    In particolare, la polemica si concentra sul rifiuto da parte dei monaci nei confronti del lavoro e delle pubblicazioni del principale storico delle Solovki, Jurij Brodskij, che nel 2017 ha pubblicato un libro dal titolo Le Solovki. Il labirinto delle trasformazioni, con un capitolo sui Monaci ligi alle leggi, in cui con chiarezza si espone la tesi della complicità morale dei monaci con il potere autoritario. Un gruppo di abitanti delle isole, fomentati da Porfirij, ha diffuso una lettera in cui si accusa Brodskij di aver fornito un’immagine offensiva dei monaci locali, e di istigare all’odio religioso contro i fedeli ortodossi. La procura locale ha quindi avviato un’indagine contro lo scrittore, per verificare i contenuti del libro.

    Il 3 febbraio scorso, in risposta, l’associazione Memorial ha organizzato una tavola rotonda al Centro Sacharov di Mosca, per contestare le accuse rivolte a Brodskij. Tali accuse si associano a quelle lanciate contro Juri Dimitrev, esponente della stessa associazione in Carelia, la regione delle Solovki, che per questo fu addirittura incarcerato e poi rilasciato, dietro pressioni dell’opinione pubblica internazionale. È stato ricordato anche il destino di Olga Bochkareva, già direttrice del Museo delle Solovki, licenziata dall’archimandrita Porfirij e cacciata dall’isola, con divieto di soggiornarvi e confisca dell’appartamento di proprietà, l’unica residenza che lei avesse.
    Secondo il racconto dello stesso Brodskij, l’esempio più desolante della distruzione della memoria è la collina Sekirnaja, vicino alla chiesa centrale del monastero, che era il luogo della detenzione più dura, con le celle d’isolamento. Da essa passò perfino il nonno dell’attuale patriarca Kirill, e accanto al carcere stanno ancora le colonne a cui venivano legati i condannati alla fucilazione. Proprio quell’angolo, intriso di sangue fino a molti metri sottoterra, è stato trasformato in area dei festeggiamenti per i matrimoni, dove si beve spumante e si lanciano coriandoli. Dalla collina stessa poi partono le piste per le slitte, dove si divertono i bambini sulla neve.
    Secondo lo scrittore la colpa non è certo degli ignari visitatori, ma dei custodi del luogo, vale a dire i monaci, che hanno eliminato tutti i cartelli e i segni che ricordavano i tragici fatti delle Solovki. Il loro scopo è quello di far tornare le isole alla purezza della santità monastica ed ecclesiastica, ignorando le sofferenze legate agli obbrobri e ai compromessi del totalitarismo. Ma la vera purezza della fede non può fondarsi sulla cancellazione della coscienza.

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    Non trovo per nulla edificante ciò che hanno fatto i Monaci delle Solovkj.Addirittura trasformare un luogo di martirio in posto di divertimento e di ristoro è quanto di più irriverente ci possa essere (forse perchè vi furono martirizzati parecchi Sacerdoti Cattolici?). Bisognerebbe approfondire tante cose dellal Russia Ortodossa e i tanti, troppi , compromessi che fece e asuo tempo con il regime,ma non ho elementi sufficienti (solo racconti id seconda mano) e quindi taccio. Aprrofitti del momento per ricordare a tutti (sarà considerato un off topic,ma pazienza) che la Chiesa Ortodossa Russa è stata l'nica Chiesa che non ha voluto partecipare al recente Sinodo Panortodosso, facendo naufragare ,a mio modesto avviso, una occasione di Dialogo fraterno fra le Chiese Ortodosse,e vanificando un Concilio che si aspettava da vari decenni, tenendo anche presente che si tratta della Chiesa con maggior numero di Fedeli. Questa è una frattura della quale ne risente tutta l'Ortodossia e scusate se è poco.

  6. Il seguente utente ringrazia P.Willigisius carm per questo messaggio:

    TGC (09-02-2018)

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