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Discussione: Maria Valtorta: vita, profezie, scritti, quaderni.

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    Vangelo di oggi domenica 17 dicembre 2017

    Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,6-8.19-28.


    Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
    Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
    «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò.
    Confessò: «Io non sono il Cristo».
    Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse.
    «Sei tu il profeta?». «No», rispose.
    Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato.
    Che cosa dici di te stesso?».
    Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
    Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero:
    «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?».
    Giovanni rispose loro:
    «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
    Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
    Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.

    * * * * *

    Dal Vol. 4° - Capitolo 266(ed. CEV)

    “L'EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO”

    di Maria Valtorta

    I discepoli del Battista vogliono accertarsi che Gesù è il Messia.

    Testimonianza sul Precursore e invettiva contro le città impenitenti.



    Visione del 29 agosto 1945



    1Gesù è solo con Matteo che, ferito ad un piede, non è potuto andare con gli altri a predicare. Ma però malati e desiderosi della Buona Novella affollano la terrazza e lo spazio libero dell’orto per udirlo e averne aiuto.
    Gesù termina di parlare dicendo: «Contemplato che abbiamo insieme la grande frase di Salomone: “Nell’abbondanza della giustizia sta la somma fortezza”, Io vi esorto a possedere questa abbondanza perché essa è moneta per entrare nel Regno dei Cieli. State con la mia pace e Dio sia con voi».
    E poi si volge ai poveri e ai malati – e in molti casi sono l’uno e l’altro insieme – e ascolta con bontà i loro racconti, soccorre con denaro, consiglia con parole, sana con l’imposizione delle mani e con la parola. Matteo, al suo fianco, provvede a dare le monete.
    2 Gesù sta ascoltando attentamente una povera vedova, che gli narra fra le lacrime della morte improvvisa del marito legnaiolo al suo banco di lavoro, avvenuta pochi giorni prima: «Sono corsa a cercarti qui, e tutto il parentado del morto mi accusò di essere scomposta e dura di cuore e ora mi maledice. Ma io ero venuta perché so che risusciti e so che se potevo trovarti il mio uomo sarebbe risorto. Non c’eri… Ora egli è nel sepolcro da due settimane… ed io sono qui con cinque figli… I parenti mi odiano e non mi aiutano. Ho degli ulivi e delle viti. Pochi, ma mi darebbero pane per l’inverno se potessi tenerli fino alla raccolta. Ma non ho denaro, perché l’uomo da tempo era poco sano e poco lavorava, e per sostenersi mangiava e beveva anche troppo. Diceva che il vino gli faceva bene… invece fece il doppio male di ucciderlo e di consumare i risparmi già ridotti per il suo poco lavoro. Stava finendo un carro e un cofano, e aveva ordinati due letti, delle tavole e mensole. Ma ora… Non sono finiti e mio figlio maschio non ha ancora otto anni. Perderò il denaro… Dovrò vendere gli arnesi, il legname. Il carro e il cofano non posso neppure venderli per tali, per quanto quasi ultimati, e li dovrò dare come legna da ardere. E non basteranno i denari perché io, mia madre vecchia e malata, e cinque figli, siamo sette persone… Venderò il vigneto e gli ulivi… Ma Tu sai come è il mondo… Strozza dove c’è il bisogno. Dimmi, che devo fare? Io volevo serbare il banco e i ferri per il figlio che già sa qualcosa del legno… volevo serbare la terra per vivere e per dote alle figlie…».

    Sta ascoltando tutto questo quando un rimescolio fra la gente lo avverte che c’è qualcosa di nuovo. Si volta per vedere e vede tre uomini che si fanno strada fra la folla. Si torna a voltare per parlare alla vedova: «Dove abiti?».
    «A Corozim, presso la strada che va alla Fonte calda. Una casa bassa in mezzo a due fichi».
    «Va bene. Verrò ad ultimare il carro e il cofano, e li venderai a chi li ha ordinati. Aspettami domani all’aurora».
    «Tu! Tu lavorare per me!».
    La donna è soffocata dallo stupore.
    «Riprenderò il lavoro mio e ti darò pace. Intanto, a quelli di Corozim senza cuore impartirò la lezione della carità».
    «Oh! sì! Senza cuore! Ci fosse stato ancora il vecchio Isacco! Non mi avrebbe lasciata morire di fame. Ma egli è tornato ad Abramo…».
    «Non piangere. Va’ tranquilla. Ecco quanto serve oggi. Domani verrò Io. Va’ in pace».
    La donna si prostra a baciargli la veste e se ne va più sollevata.
    3«Maestro tre volte santo, ti posso salutare?», chiede uno dei tre sopraggiunti che si sono fermati rispettosamente dietro a Gesù, attendendo che Egli congedasse la donna, e che perciò hanno sentito la promessa di Gesù. E quest'uomo che saluta è Mannaen.

    Gesù si volta e con un sorriso dice: «Pace a te, Mannaen! Ti sei dunque ricordato di Me?».
    «Sempre, Maestro. E avevo divisato di venire da Te in casa di Lazzaro o all'orto degli Ulivi per stare con Te. Ma prima di Pasqua fu preso il Battista. Fu ripreso con tradimento ed io temevo che, nell'assenza di Erode venuto a Gerusalemme per la Pasqua, Erodiade ordinasse l'uccisione del santo. Non è voluta andare per le feste a Sionne dicendosi malata. Malata, sì. Di odio e lussuria… Io sono stato a Macheronte per controllare e… trattenere la perfida donna, che sarebbe capace di uccidere di sua mano… E non lo fa perché teme di perdere il favore di Erode, che… per paura o per convinzione difende Giovanni limitandosi a tenerlo prigioniero. Ora Erodiade è fuggita dal caldo opprimente di Macheronte andando in un castello di sua proprietà. Ed io sono venuto con questi amici miei e discepoli di Giovanni. Egli li mandava perché ti interrogassero. E io mi sono unito a loro».
    4La gente, sentendo parlare di Erode e comprendendo chi è che ne parla, si affolla curiosa intorno al gruppetto di Gesù e dei tre.
    «Che volevate chiedermi?», chiede Gesù dopo scambievoli saluti cui due austeri personaggi.
    «Parla tu, Mannaen, che sai tutto e sei più amico», dice uno dei due.

    «Ecco, Maestro. Tu devi compatire se per troppo amore i discepoli vanno in diffidenza verso Colui che credono antagonista o soppiantatore del loro maestro. Così fanno i tuoi, così quelli di Giovanni. È una comprensibile gelosia, che dimostra tutto l'amore dei discepoli per i maestri. Io… sono imparziale, e questi che con me sono lo possono dire, perché conosco Te e Giovanni e vi amo con giustizia, tanto che, per quanto ami Te per quello che sei, ho preferito fare il sacrificio di stare presso Giovanni, perché venero lui pure per quello che è, ed attualmente perché più in pericolo di Te. Ora per questo amore, nel quale soffiano col loro astio i farisei, essi sono giunti a dubitare che Tu sia il Messia. (("essi" i discepoli sono giunti a dubitare di Giovanni! §G.Bus.§)) E lo hanno confessato a Giovanni credendo di dargli una gioia col dire: “Per noi sei tu il Messia. Non ci può essere uno più santo di te”. Ma Giovanni li ha rimproverati per prima cosa chiamandoli bestemmiatori, e poi, dopo il rimprovero, con più dolcezza, ha spiegato tutte le cose che ti indicano come vero Messia. Infine, vedendoli ancora non persuasi, ha preso due di essi, questi, e ha detto: “Andate da Lui e ditegli in mio nome: “Sei Tu quello che ha da venire o dobbiamo attenderne un altro?”. Non ha mandato i discepoli già pastori, perché essi credono e non sarebbe giovato mandarli. Ma ha preso fra quelli che dubitano per farteli avvicinare e perché la loro parola dissipi i dubbi dei loro simili. Io li ho accompagnati per poterti vedere. Ho detto. Tu ora calma i loro dubbi».

    5«Ma non ci credere ostili, Maestro! La parole di Mannaen te lo potrebbero far pensare. Noi… noi… Noi conosciamo da anni il Battista e lo abbiamo sempre visto santo, penitente, ispirato. Tu… non ti conosciamo che per la parola altrui. E Tu sai cosa è la parola degli uomini… Crea e distrugge fama e lodi nel contrasto fra chi esalta e chi abbatte, così come una nuvola viene formata e disciolta da due venti contrari».
    «So, so. Leggo nel vostro animo, e i vostri occhi leggono la verità in quanto vi circonda, così come le vostre orecchie hanno sentito il colloquio con la vedova. Questo basterebbe a persuadere. Ma Io vi dico. Osservate chi mi circonda. Qui non sono ricchi né gaudenti, qui non persone scandalose. Ma poveri, malati, onesti israeliti che vogliono conoscere la Parola di Dio. E non altro. Questo, questo, questa donna, e poi quella fanciulla e quel vecchio, sono venuti qui malati ed ora sono sani. Interrogateli e vi diranno cosa avevano come li guarii e come stanno ora. Fate, fate. Io intanto parlo con Mannaen», e Gesù fa per ritirarsi.

    «No, Maestro. Noi non dubitiamo delle tue parole. Solo dacci una risposta da portare a Giovanni, perché egli veda che siamo venuti e perché possa, in base a quella, persuadere i nostri compagni».

    «Andate a riferire questo a Giovanni: “I sordi odono; questa fanciulla era sorda e muta. I muti parlano; e quell'uomo era muto dalla nascita. I ciechi vedono”. 6Uomo, vieni qui. Dì a costoro cosa avevi», dice Gesù prendendo per un braccio un miracolato.
    Questo dice: «Sono muratore e mi cadde sul viso un secchio pieno di calce viva. Mi bruciò gli occhi. Da quattro anni ero nelle tenebre. Il Messia mi ha bagnato gli occhi seccati con la sua saliva e sono tornati più freschi di quando avevo venti anni. Che Egli ne sia benedetto».
    Gesù riprende: «E coi ciechi, sordi, muti guariti, si raddrizzano gli zoppi e corrono gli storpiati. Ecco lì quel vecchio rattrappito poco anzi e ora dritto come una palma del deserto e agile come una gazzella. Si sanano le malattie più gravi. Tu, donna, che avevi?».
    «Un male al seno per troppo latte dato a bocche voraci. E il male, col seno, mi rodeva la vita. Ora guardate», e socchiude la veste mostrando intatte le mammelle e aggiunge: «Ero tutta una piaga, e lo dimostra la tunica ancor bagnata del marciume. Ora vado a casa per mettere veste monda e sono forte e felice. Mentre solo ieri ero morente, portata qui da pietosi, e tanto infelice… per i bambini prossimi ad esser senza madre. Eterna lode al Salvatore!».

    «Udite? E potete interrogare il sinagogo di questa città sulla risurrezione della figlia sua e, tornando verso Gerico, passate da Naim, chiedete del giovane risuscitato alla presenza di tutta la città e mentre stava per essere messo nel sepolcro. Così potrete riferire che i morti risuscitano. Che molti lebbrosi siano guariti potete saperlo da molti luoghi di Israele, ma se volete andare a Sicaminon cercatene fra i discepoli, e molti ne troverete. Dite dunque a Giovanni che i lebbrosi sono mondati. E dite, poiché lo vedete, che ai poveri è annunziata la Buona Novella. Ed è beato chi non si sarà scandalizzato di Me. 7 Dite questo a Giovanni. E ditegli che Io lo benedico con tutto il mio amore».

    «Grazie, Maestro. Benedici noi pure prima della partenza».
    «Voi non potete partire in queste ore calde. Rimanete perciò miei ospiti fino a sera. Vivrete per un giorno la vita di questo Maestro che non è Giovanni, ma che Giovanni ama perché sa Chi è. Venite nella casa. Vi è fresco e vi ristorerò. Addio, miei ascoltatori. La pace sia con voi», e congedate le turbe entra in casa coi tre ospiti…

    8…Quanto si dicano in quelle ore affocate non so. Ciò che vedo ora è la preparazione della partenza per Gerico dei due discepoli. Mannaen pare che resti, perché il suo cavallo non è stato portato con i due robusti asini davanti all'apertura del muro del cortile. I due inviati di Giovanni, dopo molti inchini al Maestro e a Mannaen, montano in sella e ancora si voltano a guardare e a salutare, finché un angolo di via non li nasconde alla vista.
    Molti di Cafarnao si sono affollati per vedere questa partenza, perché la notizia della venuta dei discepoli di Giovanni e la risposta di Gesù a loro, hanno fatto il giro del paese, e credo anche di altri paesi vicini. Vedo persone di Betsaida e Corozim, che si sono presentate ai messi di Giovanni chiedendo di lui e dicendo di salutarlo – forse sono ex discepoli di Betsaida – rimanere ora, in crocchio con quelli di Cafarnao, e commentare. Gesù, con a fianco Mannaen, fa per rientrare in casa parlando. Ma la gente gli si stringe intorno, curiosa di osservare il fratello di latte di Erode e i suoi modi pieni di ossequio per Gesù, e desiderosa di parlare col Maestro.
    9C'è anche Giairo, il sinagogo. Ma, per grazia di Dio, non ci sono farisei. È proprio Giairo che dice: «Sarà contento Giovanni! Non solo hai mandato esauriente risposta, ma anche, trattenendoli, hai potuto ammaestrarli e mostrare loro un miracolo».
    «E non da poco, anche!», dice un uomo.
    «Io avevo portato apposta la mia bambina oggi perché la vedessero. Non è mai stata così bene e per lei è una gioia venire dal Maestro. Avete sentito, eh?, la sua risposta: “Io non mi ricordo cosa è la morte. Ma mi ricordo che un angelo mi ha chiamata portandomi attraverso ad una luce sempre più viva, al termine della quale era Gesù. E come l'ho visto allora, col mio spirito che tornava in me, non lo vedo neppure ora. Voi ed io ora vediamo l'Uomo. Ma il mio spirito ha visto Dio che è chiuso nell'Uomo”. E come si è fatta buona da allora! Lo era buona. Ma ora è un angelo. Ah! Per me, dicano quello che vogliono tutti, non ci sei che Tu di santo!».
    «Ma anche Giovanni è santo però», dice uno di Betsaida.
    «Sì. Ma è troppo severo».
    «Non lo è più per gli altri che per sè».
    «Ma non fa miracoli e si dice che digiuni perché sia come un mago».
    «Eppure è santo».
    Il battibecco fra la folla si estende. 10 Gesù alza la mano e la stende col gesto abituale che ha quando chiede silenzio e attenzione perché vuole parlare. Il silenzio si fa subito.

    Gesù dice:
    «Giovanni è santo e grande. Non guardate il suo modo di fare né l'assenza di miracoli. In verità ve lo dico: “Egli è un grande del Regno di Dio”. Là apparirà in tutta la sua grandezza.
    Molti si lamentano perché egli era ed è severo fino ad apparire rude. In verità vi dico che egli ha lavorato da gigante per preparare le vie del Signore. E chi lavora così non ha tempo da perdere in mollezze. Non diceva egli, mentre era lungo il Giordano, le parole di Isaia in cui lui e il Messia sono profetizzati: “Ogni valle sarà colmata, ogni monte sarà abbassato, e le vie tortuose saranno raddrizzate e le scabre fatte piane”, e ciò per preparare le vie al Signore e Re? Ma in verità ha fatto più egli che non tutto Israele per prepararmi la via! E chi deve abbattere monti e colmare valli e raddrizzare vie o rendere dolci le salite penose, non può che lavorare rudemente. Perché egli era il Precursore, e solo il giro di poche lune lo anticipava a Me, e tutto doveva esser fatto prima che il Sole fosse alto sul giorno della Redenzione. Il tempo è questo, il Sole ascende per splendere su Sionne e da lì su tutto il mondo. Giovanni ha preparato la via.

    Come doveva.
    Che siete andati a vedere nel deserto? Una canna che ogni vento agita in diversa direzione? Ma che siete andati a vedere? Un uomo vestito mollemente? Ma questi abitano nelle case dei re, avvolti in morbide vesti e ossequiati da mille servi e cortigiani, cortigiani essi pure di un povero uomo. Qui ve ne uno. Interrogatelo se in lui non è il disgusto della vita di Corte e ammirazione per la rupe solitaria e scabra, sulla quale invano si avventano fulmini e gragnole e i venti stolti giostrano per svellerla, mentre essa sta solida con lo slancio di tutte le sue parti verso il cielo, con la punta che predica la gioia dell'alto tanto è eretta, puntuta come una fiamma che sale. Questo è Giovanni. Così lo vede Mannaen, perché ha compreso la verità della vita e della morte, e vede grandezza là dove è, anche se nascosta sotto apparenze selvagge.

    E voi, che avete visto in Giovanni quando siete andati a vederlo? Un profeta? Un santo? Io ve lo dico: Egli è da più di un profeta. Egli è da più di molti santi, da più dei santi, perché è colui del quale sta scritto: “Ecco, Io mando dinnanzi a voi il mio angelo a preparare la tua via dinnanzi a Te”.

    Angelo. Considerate. Voi sapete che gli angeli sono spiriti puri, creati da Dio a sua somiglianza spirituale, messi a congiunzione fra l'uomo: perfezione del creato visibile e materiale, e Dio: Perfezione del Cielo e della Terra, Creatore del regno spirituale e del regno animale. Nell'uomo anche più santo vi è sempre la carne e il sangue a porre un abisso fra lui e Dio. E l'abisso si sprofonda per il peccato che appesantisce anche ciò che è spirituale nell'uomo. Ecco allora Dio creare gli angeli, creature che toccano il vertice della scala creativa così come i minerali ne segnano la base; i minerali, la polvere che compone la terra, le materie inorganiche in genere. Specchi tersi del pensiero di Dio, fiamme volonterose operanti per amore, pronti a comprendere, solleciti ad operare, liberi nel volere come noi, ma di un volere tutto santo che ignora le ribellioni e i fomiti del peccato. Questo sono gli angeli adoratori di Dio, suoi messaggeri presso gli uomini, protettori nostri, datori a noi della Luce che li investe e del Fuoco che essi raccolgono adorando.

    Giovanni è detto “angelo” dalla parola profetica. Ebbene Io vi dico: “Tra i nati di donna non ne è mai sorto uno più grande di Giovanni Battista”. Eppure, il più piccolo del Regno dei Cieli sarà più grande di lui-uomo. Perché uno del Regno dei Cieli è figlio di Dio e non figlio di donna. Tendete dunque tutti a divenire cittadini del Regno.
    12 Che vi chiedete l’un l’altro?».

    «Dicevamo: “Ma Giovanni sarà nel Regno? E come vi sarà?”».
    «Egli nel suo spirito è già del Regno e vi sarà dopo la morte come uno dei soli più splendidi dell’eterna Gerusalemme. E ciò per la Grazia che è senza incrinatura in lui e per la sua volontà propria. Dal Battista in poi, il Regno dei Cieli è di coloro che sanno conquistarselo con la forza opposta al Male, e se lo acquistano i violenti. Perché ora sono note le cose da farsi e tutto è dato per questa conquista. Non è più il tempo che parlavano solo la Legge e i Profeti. Questi hanno parlato sino a Giovanni. Ora parla la Parola di Dio e non nasconde un iota di quanto è da sapersi per questa conquista. Se credete in Me, dovete perciò vedere Giovanni come quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi da intendere intenda.

    Ma a chi paragonerò questa generazione? È simile a quella che descrivono quei ragazzi, che seduti sulla piazza gridano ai loro compagni: “Abbiamo suonato e non avete ballato; abbiamo intonato lamenti e non avete pianto”. Difatti è venuto Giovanni che non mangia e non beve, e questa generazione dice: “Può fare così perché ha il demonio che lo aiuta”. È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e dicono: “Ecco un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori”. Così alla Sapienza viene resa giustizia dai suoi figli! 13In verità vi dico che solo i pargoli sanno riconoscere la verità, perché in essi non è malizia».

    «Bene hai detto, Maestro», dice il sinagogo. «Ecco perché mia figlia, ancor senza malizia, ti vede quale noi non giungiamo a vederti. Eppure questa città e quelle vicine traboccano della tua potenza, sapienza e bontà e, devo confessarlo, non procedono che in cattiveria verso di Te. Non si ravvedono. E il bene, che Tu dai loro, fermenta in odio verso di Te».

    «Come parli, Giairo? Tu ci calunni! Noi siamo qui perché fedeli al Cristo», dice uno di Betsaida.
    «Sì. Noi. Ma quanti siamo? Meno di cento su tre città che dovrebbero essere ai piedi di Gesù. Fra quelli che mancano, e parlo degli uomini, la metà è nemica, un quarto indifferente, l’altra voglio mettere non possa venire. Non è questo colpa agli occhi di Dio? E non sarà punito tutto questo livore e questa pertinacia nel male? Parla Tu, Maestro che sai, e che se taci è per la tua bontà, non già perché Tu ignori. Longanime sei, e ciò è preso per ignoranza e debolezza. Parla dunque e possa il tuo parlare scuotere almeno gli indifferenti, posto che i malvagi non si convertono ma sempre più malvagi divengono».

    «Sì. È colpa e sarà punita. Perché il dono di Dio non va mai sprezzato o usato per fare del male. Guai a te, Corozim, guai a te, Betsaida, che fate mal’uso dei dono di Dio. Se in Tiro e in Sidone fossero già avvenuti i miracoli avvenuti in mezzo a voi, già da gran tempo, vestiti di cilizio e aspersi di cenere, avrebbero fatto penitenza e sarebbero venuti a Me. E perciò vi dico che a Tiro e a Sidone sarà usata maggiore clemenza che a voi nel giorno del Giudizio. E tu, Cafarnao, credi che per avermi ospitato soltanto sarai esaltata sino al Cielo? Tu scenderai fino all’inferno. Perché, se in Sodoma fossero stati fatti i miracoli che Io ti ho dati, essa ancora sarebbe fiorente perché in Me avrebbero creduto e si sarebbe convertita. Perciò sarà usata maggior clemenza a Sodoma nell’ultimo Giudizio, perché essa non ha conosciuto il Salvatore e la sua Parola, e perciò è meno grande la sua colpa, di quanto non ne verrà usata a te che hai conosciuto il Messia e udita la sua parola e non ti sei ravveduta.

    Però, siccome Dio è giusto, a quelli di Cafarnao, Betsaida e Corozim che hanno creduto e che si santificano ubbidendo alla mia parola, sarà usata misericordia grande. Perché non è giusto che i giusti siano coinvolti nella rovina dei peccatori. 14Riguardo a tua figlia, Giairo, e alla tua, Simone, e al tuo bambino, Zaccaria, e ai tuoi nipoti, Beniamino, Io vi dico che essi, essendo senza malizia, già vedono Dio. E voi lo vedete come la loro fede è pura e operosa in essi, unita a sapienza celeste, a aneliti di carità quali gli adulti non hanno».

    E Gesù, alzando gli occhi al cielo che incupisce nella sera, esclama:

    Io ti ringrazio, o Padre, Signore del Cielo e della Terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
    Così, o Padre, perché così ti è piaciuto.
    Tutto è stato affidato a Me dal Padre mio, e nessuno lo conosce tranne il Figlio e coloro ai quali il Figlio avrà voluto rivelarlo.
    Ed Io l’ho rivelato ai piccoli, agli umili, ai puri, perché Dio si comunica ad essi, e la verità scende come seme nei terreni liberi, e su essa il Padre fa piovere le sue luci perché getti radice e faccia pianta.
    Anzi, che in verità il Padre prepara questi spiriti di pargoli per età o pargoli di volere, perché essi conoscano la Verità ed Io abbia gioia dalla loro fede»…
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  2. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (18-12-2017)

  3. #1902
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    Gentilissime/i, da oggi e fino a martedì 26 dicembre posto le tenere, delicate pagine che narrano, secondo gli scritti della mistica Maria Valtorta, l’arrivo a Betlemme di Giuseppe e Maria, quindi alcune spiegazioni di Gesù riguardo al fatto se prima dell'Annunciazione la Madonna conoscesse o meno il singolare privilegio di essere senza la macchia del Peccato Originale, poi lunedì 25 la meravigliosa nascita del Salvatore, Gesù Cristo con commento dello stesso Gesù e della Madre Ss, quindi poi martedì ancora la Madonna che detta alla mistica Valtorta dei sublimi pensieri sulla nascita del Signore.

    Dal Vol. I° - Cap. 28

    L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO

    di Maria Valtorta (M.V.)

    L'ARRIVO A BETLEMME

    Visione del 5 giugno 1944



    1Vedo una strada maestra. Vi è tanta folla. Asinelli che vanno carichi di masserizie e di persone. Asinelli che tornano. La gente sprona le cavalcature, e chi è a piedi va in fretta perché fa freddo.
    L’aria è tersa e asciutta, il cielo sereno, ma tutto ha quel tagliente netto dei giorni di pieno inverno. La campagna, spogliata, sembra più vasta, e i pascoli hanno un’erbetta corta, bruciacchiata dai venti invernali; sui pascoli le pecore cercano un poco di nutrimento e cercano il sole che sorge piano piano. Stanno strette l’una all’altra perché hanno freddo anche loro, e belano alzando il muso e guardando il sole come dicessero: «Vieni presto, ché fa freddo!». Il terreno è a ondulazioni che si fanno sempre più nette. È un vero posto di collina. Vi sono conche erbose e coste, vi sono vallette e dorsi. La strada vi passa in mezzo e va a sud-est.
    Maria è su un ciuchino bigio. Tutta avvolta nel pesante mantello. Sul davanti della sella è quell’arnese già visto nel viaggio verso Ebron, e sopra il cofano delle cose più necessarie.

    Giuseppe cammina a lato tenendo la briglia. «Sei stanca?», chiede ogni tanto.
    Maria lo guarda sorridendo e dice: «No». Alla terza volta aggiunge: «Tu piuttosto, che devi camminare, sarai stanco».
    «Oh! io! Per me è niente. Penso che, se avessi trovato un altro asino, potevi essere più comoda e fare più presto. Ma non ho proprio trovato. Occorre a tutti, ora, la cavalcatura. Ma fa’ cuore. Presto siamo a Betlemme. Oltre quel monte è Efrata».

    Tacciono. La Vergine, quando non parla, pare raccogliersi in interna preghiera. Sorride di un sorriso mite ad un suo pensiero e, se guarda la folla, pare non la veda per quello che è: un uomo, una donna, un vecchio, un pastore, un ricco o un povero. Ma per quello che Lei solo vede.
    «Hai freddo?», chiede Giuseppe, perché il vento si leva.
    «No. Grazie».

    Ma Giuseppe non si fida. Le tocca i piedi, penzolanti sul fianco del ciuchino, i piedi calzati nei sandali e che appena si vedono spuntare dalla lunga veste, e li deve sentire freddi, perché scuote il capo e si leva una coperta che ha a tracolla e avvolge le gambe di Maria e gliela stende anche sul grembo, di modo che le mani stiano ben calde sotto di essa e del manto.

    2Incontrano un pastore, che taglia la via col suo gregge passando dal pascolo di destra a quello di sinistra. Giuseppe si curva a dirgli qualcosa. Il pastore annuisce. Giuseppe prende il ciuchino e lo trascina dietro al gregge nel pascolo. Il pastore si leva una rozza scodella da una bisaccia e munge una grassa pecora dalle gonfie mammelle e dà la scodella a Giuseppe, che la offre a Maria.
    «Dio vi benedica entrambi», dice Maria. «Tu per il tuo amore, e tu per la tua bontà. Pregherò per te».
    «Venite da lontano?».
    «Da Nazareth», risponde Giuseppe.
    «E andate?».
    «A Betlemme».
    «Lungo viaggio per la donna in quello stato. È tua moglie?».
    «È mia moglie».
    «Avete dove andare?».
    «No».
    «Brutta cosa! Betlemme è piena di popolo venuto da ogni dove per segnarsi o per andare a segnarsi altrove. Non so se troverete alloggio. Sei pratico del luogo?».
    «Non molto».

    «Ebbene… io ti insegno… per Lei (e accenna a Maria). Cercate dell’albergo. Sarà pieno. Ma ve lo dico per darvi una guida. È in una piazza, la più grande. Vi si va da questa via maestra. Non potete sbagliare. Vi è una fonte davanti, ed è grande e basso con un gran portone. Sarà pieno. Ma, se non trovate niente nell’albergo e nelle case, girate dietro all’albergo, verso la campagna. Vi sono stalle nel monte, che delle volte servono ai mercanti che vanno a Gerusalemme per mettervi le bestie che non trovano posto nell’albergo. Sono stalle, sapete, nel monte: umide, fredde e senza porta. Ma sono sempre un rifugio, perché la donna… non può rimanere per la via. Forse là trovate un posto… e del fieno per dormire e per l’asino. E che Dio vi accompagni».
    «E Dio ti dia gioia», risponde Maria.
    Giuseppe invece risponde: «La pace sia con te».

    3Riprendono la strada. Una conca più vasta si mostra dal ciglione che hanno superato. Nella conca, su e giù per le chine morbide che la circondano, vi sono case e case. È Betlemme.
    «Eccoci nella terra di Davide, Maria. Ora riposerai. Mi sembri stanca tanto…».
    «No. Pensavo… penso…». Maria afferra la mano di Giuseppe e gli dice con un sorriso beato: «Penso proprio che il tempo sia giunto».
    «Dio di misericordia! Come facciamo?».
    «Non temere, Giuseppe. Abbi costanza. Vedi come sono calma io?».
    «Ma soffri molto».
    «Oh! no. Sono piena di gaudio. Un gaudio tale, così forte, così bello, così incontenibile, che il mio cuore batte forte forte e mi dice: “Egli nasce! Egli nasce!”. Lo dice ad ogni battito. È il mio Bambino che bussa al mio cuore e dice: “Mamma, son qui che vengo a darti il bacio di Dio”. Oh! che gioia, Giuseppe mio!».

    Ma Giuseppe non è nella gioia. Pensa all’urgenza di trovare un ricovero e affretta il passo. Porta per porta chiede un ricovero. Niente. Tutto occupato. Giungono all’albergo. È pieno, persino sotto i rustici portici che circondano il grande cortile interno, di gente che bivacca.

    Giuseppe lascia Maria sul ciuchino dentro al cortile ed esce cercando nelle altre case. Torna sconfortato. Non vi è nulla. Il rapido crepuscolo invernale comincia a stendere i suoi veli. Giuseppe supplica l’albergatore. Supplica dei viaggiatori. Loro sono uomini e sani. Qui vi è una donna prossima a dare un figlio alla luce. Abbiano pietà. Niente.

    Vi è un ricco fariseo che li guarda con palese disprezzo e, quando Maria si accosta, si scansa come si fosse avvicinata una lebbrosa. Giuseppe lo guarda e un rossore di sdegno gli monta al volto. Maria posa la sua mano sul polso di Giuseppe per calmarlo e dice: «Non insistere. Andiamo. Dio provvederà».

    4Escono e seguono il muro dell’albergo. Svoltano per una stradetta incassata fra questo e delle povere case. Girano dietro l’albergo. Cercano. Ecco delle specie di grotte, di cantine, direi, più che di stalle, tanto sono basse e umide. Le più belle sono già occupate. Giuseppe si accascia.
    «Ehi! Galileo!», gli grida dietro un vecchio. «Là in fondo, sotto quella rovina, vi è una tana. Forse non c’è ancora nessuno».
    Si affrettano a quella «tana». È proprio una tana. Fra macerie di qualche fabbricato in rovina vi è un pertugio, oltre il quale vi è una grotta, uno scavo nel monte più che grotta. Si direbbe che sono le fondamenta dell’antica costruzione, a cui fan da tetto le macerie appuntellate da tronchi d’albero appena sgrezzati.

    Per vedere meglio, poiché vi è pochissima luce, Giuseppe trae esca e acciarino e accende una lucernetta che trae dalla bisaccia che ha a tracolla. Entra, e un muggito lo saluta. «Vieni, Maria. È vuota. Non vi è che un bue». Giuseppe sorride. «Meglio che niente!…».
    5Maria smonta dal ciuchino ed entra.

    Giuseppe ha appeso la lucernetta ad un chiodo infisso in uno dei tronchi che fanno da pilone. Si vede la volta piena di ragnatele, il suolo — terreno battuto e tutto sconquassato, con buche, ciottoli, detriti ed escrementi — sparso di steli di paglia. In fondo, un bue si volta e guarda coi suoi occhi quieti mentre del fieno gli pende dalle labbra. Vi è un rozzo sedile e due pietre in un angolo presso una feritoia. Il nero di quell’angolo dice che là si fa fuoco.

    Maria si accosta al bue. Ha freddo. Gli mette le mani sul collo per sentirne il tepore. Il bue muggisce e si lascia fare. Pare comprenda. Anche quando Giuseppe lo spinge in là per levare molto fieno alla greppia e fare un letto a Maria — la greppia è doppia, ossia vi è quella dove mangia il bue e, sopra, una specie di scansia con su dell’altro fieno di scorta, e Giuseppe prende quello — lascia fare. Fa posto anche al ciuchino che, stanco e affamato, si dà subito a mangiare.
    Giuseppe scova anche un secchio capovolto, tutto ammaccato. Esce, perché fuori ha visto un rio, e torna con dell’acqua per l’asinello. Poi si impadronisce di una fascina di frasche messa in un angolo e cerca scopare un poco il suolo. Poi stende il fieno, ne fa un giaciglio, presso il bue, nell’angolo più asciutto e riparato. Ma lo sente umido, questo povero fieno, e sospira. Accende il fuoco e, con una pazienza da certosino, asciuga a manate il fieno tenendolo presso il calore.

    Maria, seduta sullo sgabello, stanca, guarda e sorride. Ecco pronto. Maria si accomoda meglio nel soffice fieno, con le spalle appoggiate ad un tronco. Giuseppe completa… l’arredamento stendendo il suo mantello come una tenda sul pertugio che fa da porta. Un riparo molto relativo. Poi offre pane e formaggio alla Vergine e le dà da bere l’acqua di una borraccia.
    «Dormi, ora», le dice poi. «Io veglierò perché il fuoco non si spenga. Vi è della legna, per fortuna, speriamo duri e arda. Potrò risparmiare l’olio del lume».
    Maria si stende ubbidiente. Giuseppe la copre col mantello di Maria stessa e con la coperta che aveva prima ai piedi.
    «Ma tu… avrai freddo, tu».
    «No, Maria. Sto presso al fuoco. Cerca di riposare. Domani andrà meglio».
    Maria chiude gli occhi senza insistere. Giuseppe si rincantuccia nel suo angolo, sullo sgabello, con degli sterpi accanto. Pochi. Che durino a lungo non credo.

    Sono situati così: Maria a destra, con le spalle alla… porta, semi nascosta dal tronco e dal corpo del bue, che si è accosciato nella lettiera. Giuseppe a sinistra e verso la porta, in diagonale perciò, e, avendo il volto al fuoco, ha le spalle verso Maria. Si gira però a guardarla ogni tanto e la vede quieta, come dormisse. Spezza piano le sue fraschette e le getta una per una sul fuocherello perché non si spenga, perché dia luce e perché la poca legna duri. Non vi è che il bagliore, ora più vivo ora quasi morto, del fuoco. Perché il lume è stato spento e nella penombra spicca soltanto il biancore del bue e del viso e delle mani di Giuseppe. Tutto il resto è una massa che si confonde nella penombra greve.

    6«Non vi è dettato», dice Maria. «La visione parla da sé. A voi di capirne la lezione di carità, umiltà e purezza che emana. Riposa. Vegliando riposa, come io vegliavo attendendo Gesù. Egli verrà a portarti la sua pace».
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  4. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (03-01-2018), Sunshine (25-12-2017)

  5. #1903
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    Vangelo di oggi domenica 24 dicembre 2017

    Dal Vangelo secondo Luca
    Lc 1,26-38

    In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
    Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
    A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.

    L'angelo le disse:
    «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine»
    . Allora Maria disse all'angelo:
    «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».
    Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
    Allora Maria disse:
    «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
    E l'angelo si allontanò da lei.

    * * * * *

    Ed ecco alcune spiegazioni di Gesù, dettate alla mistica Maria Valtorta, riguardo al fatto se prima dell'Annunciazione Maria conoscesse o meno il singolare privilegio di essere senza la macchia del Peccato Originale.

    Da “I Quadernetti” – di Maria Valtorta - Ed. Cev
    Cap. 739
    Settembre 1948?

    Lo sapeva la Madonna ?

    NO.Ed Essa turbata a queste parole pensava quale specie di saluto fosse quello." Luca c. 10 v. 29.

    “Allora Maria disse all'Angelo: Come avverrà questo, se io non conosco uomo?'' Luca c. 10 v. 34.

    Se avesse saputo non si sarebbe turbata a quel saluto, né si sarebbe chiesto che voleva dire. Ma semplicemente avrebbe pensato: “E' venuta l'ora del concepimento, nel mio seno, del Verbo per opera di Spirito Santo”.
    Mentre sa cosi niente che chiede come può accaderle di divenire madre se non conosce uomo. Da questa domanda appare evidente che Maria ignorava di essere la destinata alla divina Maternità, e ignorava come si sarebbe potuto, e da Chi, compiere l'atto che dava carne al Verbo, e in che modo si sarebbe compiuto.
    E' vero che, come dice S. Tommaso, l'Annunciazione fu voluta da Dio per avere il libero consenso di Maria. Ma è anche vero che il compito di illuminare Maria lo ebbe l'Angelo. Ella, prima, ignorava.
    Quando cantò il “Magnificat'', diversi giorni dopo, sapeva, ma perché le era stato annunciato da Gabriele.
    “Fiat'' sì. Perché Ella non ignorava le pagine profetiche sul Cristo e perciò il dolore del Cristo Redentore.

    L' 8-9-48 il Maestro SS. fa riflettere sulle parole “mio Salvatore'' (Luca c. 10 v. 47) le quali comprovano che Maria ignorava la sua sorte di Immacolata e il suo destino di Madre di Dio.

    Ed ancora dai “Quadernetti” di Maria Valtorta - Cap. 738

    dell8 settembre 1948
    48.26
    8-9.

    “Contempla le beatitudini nel Magnifïcat (Lc 1,47), e la grande Verità nascosta nella parola “mio Salvatore”'. A quelli che ti fanno obiezione sulla “secondogenita di Dio'' sulla “anima di Maria parte di Dio'' fa considerare queste due cose: – che Maria nacque da coniugio umano e fu salvata (presalvata o preservata) come tutti gli uomini credenti nel Cristo, in vista dei meriti futuri del Cristo Salvatore.

    Se avesse avuta natura divina, come comprendendo male e sempre secondo lettera – perché non sanno leggere con la vita che è spirito – alcuni vogliono capire dalle mie parole esatte, non avrebbe avuto bisogno di essere salvata e perciò Maria, piena ormai di Spirito Santo, non avrebbe chiamato Dio “suo Salvatore”.

    II – Ogni anima, essendo “alito, soffio, o spirito di vita'' infuso da Dio alla carne dell'uomo, è parte di Dio. Con più perfezione sarà stata “parte di Dio'' quell'alito, soffio o spirito, che Dio infuse alla carne della futura immacolata Sposa, Madre, Ciborio di Dio e sua Arca.

    Ma lasciali fare. Solo le aquile fissano il sole. Solo le api traggono dai fior: il miele. Gli altri non possono figgere lo sguardo nell'infinita Luce che è Verità. E ancora gli altri, dei fiori fanno strame o fieno da ruminazione.
    Ma la verità è questa: che l'anima è parte di Dio e che l'anima di Maria era Parte di Dio.
    Pure lasciali fare! Chineranno le fronti qui, davanti alla Verità sul suo eccelso Trono, quando per sempre e per un attimo vedranno il Sole che è Verità e saranno “vive aquile'' per l'eternità, o aquile fulminate per l'eternità.

    Per ora sono pigmei che si credono giganti, notturni uccelli che scambiano il fuoco fatuo della loro scienza per il Sole della mia Sapienza. E sappi però che…
    Contempla ancora le beatitudini, le prime, il preludio delle beatitudini del Monte (Mt 5,1-12 ) che sono nel Magnificat (Lc 1,46-55), per chi lo sa leggere.


    Guarda: Io te le illumino.

    La beatitudine della povertà di spirito: Maria non ha avuto gola e non ha avarizia. Non ha desiderato la sua gloria e appena la possiede ne fa parte, sempre parte da allora, a tutta l'umanità. Porta la grazia a Giovanni, la carità alla cugina, il miracolo a Zaccaria. Poi porterà la Grazia nel mondo, la darà agli uomini, sacrificherà il suo amore di Madre e il suo Cuore, tutto, nella vera povertà di spirito. E per questo sarà Regina del Regno dei Cieli. Maria mansuetamente si è offerta, strumento della più grande e dolorosa volontà di Dio: la Redenzione ed è diventata la Madre che tutte le generazioni della Terra chiameranno beata. Ha ereditato la Terra, dopo il Cielo, perché fu mansueta oltre che senza gola e avarizia. Maria professandosi, non solo a parole, serva di Dio, si consacra al pianto e al dolore, ma già il suo spirito esulta in Dio suo Salvatore perché quelli che piangono saranno consolati.

    Maria fu famelica e sitibonda di giustizia stando a mani alzate nell'offerta, perché la giustizia trionfasse nel mondo, dai più teneri anni, e Dio l'ha riempita di Sé, Bene Supremo.

    Maria si fa serva per misericordia dell'umanità, e la Misericordia si incarna in Lei e da Lei nasce.

    Maria ha temuto Dio e perciò fu angelicamente pura, e vide Dio nella sua duplice Natura, lo allattò, curò, amò come nessuno.
    Maria, la Pacifica, generò la Pace, pacificamente, nell'equilibrio costante dei giusti, nel dominio perfetto degli innocenti, accolse il supremo onore e il supremo onere dell'esser Madre di Dio e Corredentrice, e Dio tanto ha fatto in Lei di cose potenti che fra tutti i nati da voler d'uomo è la vera e diletta figlia di Dio.

    Maria è l'umile e perciò è esaltata sopra ogni creatura.

    E' la perseguitata per fedele amore alla causa della giustizia e per questo il Regno di Dio fu in Lei e Lei è in esso.

    L'umile donna di Nazaret oltraggiata, calunniata, schernita e sprezzata sin da quelli del suo sangue, così come Lei stessa cantò nel suo giubilo, è colei che glorifica il Signore per la sua infinita potenza, carità, giustizia, la Voce prima del coro dei Santi, venuti al Regno per essere stati poveri di spirito, poveri di mezzi, ma ricchi in virtù, per essere stati mansueti, afflitti, amanti di giustizia, misericordi, puri, pacifici, perseguitati.

    In verità ti dico che, come Maria è nata da voler d'uomo e da seno di donna ed è Figlia di Dio, regina del Cielo, così ogni nato d'uomo può col suo volere avere ciò che ebbe Maria: Dio in sé, e il Regno del Padre suo per i secoli dei secoli”.
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  6. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (24-12-2017), Sunshine (25-12-2017)

  7. #1904
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    Gentilissime/i, questa può essere considerata una delle pagine più toccanti e sublimi dell’”Evangelo come mi è stato rivelato”. Come si può notare, nella descrizione della visione ricevuta dalla mistica Valtorta, Gesù venne alla luce in maniera miracolosa e senza “ledere organi o fibre” come specifica lo stesso Gesù in altra parte dell’Opera. Non per nulla la nostra Santa Madre Chiesa afferma in un dogma che la Madonna è sempre vergine, prima, durante e dopo il parto.
    Ed in questa nascita lo sposo putativo Giuseppe non ha dato alcun tipo di aiuto, se non quello di tenere in braccio il neonato Gesù, mentre la Vergine cercava i panni per fasciarlo.
    A corredo di questa pagina segnalo altresì il meraviglioso commento di Maria SS. che ci può servire a comprendere ancor meglio le meraviglie dell’Opera di Dio!


    * * * * *

    Dal Vangelo di oggi 25 dicembre 2017

    Vangelo secondo Luca - Lc 2,1-14

    Oggi è nato per voi il Salvatore


    ""In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.
    Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
    Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
    Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
    C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.
    Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.
    Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro:
    «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.
    Questo per voi il segno:
    troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
    E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
    «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
    e sulla terra pace agli uomini, che egli ama
    »
    .


    Parola del Signore""


    * * * * *

    Dal Vol. I° - Cap. 29

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO”(Ed. CEV)

    di Maria Valtorta (M.V.)

    La nascita di Gesù.

    Efficacia salvifica della divina maternità di Maria

    Visione del 6 giugno 1944




    (Giuseppe e Maria hanno trovato rifugio in una grotta adibita a stalla e Giuseppe ha cercato di renderla il più confortevole possibile, spazzandola con delle frasche e accendendo un fuocherello che dà anche un po’ di luce.)

    1) Vedo ancora l’interno di questo povero rifugio petroso dove hanno trovato asilo, accumunati nella sorte a degli animali, Maria e Giuseppe.
    Il fuocherello sonnecchia insieme al suo guardiano. Maria solleva piano il capo dal suo giaciglio e guarda. Vede che Giuseppe ha il capo reclinato sul petto come se pensasse, e pensa che la stanchezza soverchi il suo buon volere di rimanere desto. Sorride d’un buon sorriso e, facendo meno rumore di quanto ne può fare una farfalla che si posi su una rosa, si mette seduta e da seduta in ginocchio. Prega con un sorriso beato sul volto. Prega a braccia aperte, non proprio a croce, ma quasi, a palme volte in alto e in avanti, né mai pare stanca di quella posa penosa. Poi si prostra col volto contro il fieno in una ancora più intensa preghiera. Lunga preghiera.

    Giuseppe si scuote. Vede quasi morto il fuoco e quasi tenebrosa la stalla. Getta una manata di eriche fini fini e la fiamma risfavilla; vi unisce rametti più grossi, e poi ancora più grossi, perché il freddo deve esser pungente. Il freddo della notte invernale e serena che penetra da tutte le parti di quella rovina. Il povero Giuseppe, presso come è alla porta – chiamiamo pure così il pertugio a cui fa da tenda il suo mantello – deve essere gelato. Accosta le mani alla fiamma, si sfila i sandali e accosta i piedi. Si scalda. Quando il fuoco è ben desto e la sua luce è sicura, egli si volge. Non vede nulla, neppure più quel biancore del velo di Maria, che prima metteva una linea chiara sul fieno scuro.

    Si leva in piedi e lentamente si avvicina al giaciglio.

    «Non dormi, Maria?» chiede.
    Lo chiede tre volte, finché Ella si riscuote e risponde:
    «Prego».
    «Non abbisogni di nulla?».
    «No, Giuseppe».
    «Cerca di dormire un poco. Di riposare almeno».
    «Cercherò. Ma pregare non mi stanca».
    «Addio, Maria».
    «Addio, Giuseppe».

    Maria riprende la sua posa. Giuseppe, per non cedere più al sonno, si pone in ginocchio presso il fuoco e prega. Prega con le mani strette sul viso. Le leva ogni tanto per alimentare il fuoco e poi torna alla sua fervente preghiera. Meno il rumore delle legna che crepitano e quello del ciuchino, che di tanto in tanto batte uno zoccolo sul suolo, non si ode niente.
    Un poco di luna si insinua da una crepa del soffitto e pare una lama di incorporeo argento che vada cercando Maria. Si allunga, man mano che la luna si fa più alta in cielo, e la raggiunge, finalmente. Eccola sul capo della orante. Glielo innimba di candore.

    Maria leva il capo come per una chiamata celeste e si drizza in ginocchio di nuovo. Oh! come è bello qui! Ella alza il capo, che pare splendere nella luce bianca della luna, e un sorriso non umano la trasfigura. Che vede? Che ode? Che prova? Solo Lei potrebbe dire quanto vide, sentì e provò nell’ora fulgida della sua Maternità[1]
    Io vedo solo che intorno a Lei la lu¬ce cresce, cresce, cresce. Pare scenda dal Cielo, pare emani dalle povere cose che le stanno intorno, pare soprattutto che emani da Lei.
    La sua veste, azzurra cupa, pare ora di un mite celeste di miosotis, e le mani e il viso sembrano farsene azzurrini come quelli di uno messo sotto il fuoco di un immenso zaffiro pallido. Questo colore, che mi ricorda, benché più tenue, quello che vedo nelle visioni del santo Paradiso e anche quello che vidi nella visione della venuta dei Magi, si diffonde sempre più sulle cose, le veste, le purifica, le fa splendide.

    La luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in sé quella che le può venire dal Cielo. Ormai è Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per esser data, si annuncia con un’alba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo…

    La volta, piena di crepe, di ragnateli, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale. Ogni pietrone è un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti. Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato là da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera d’onice. Il fieno che pende dalla più alta mangiatoia non è più erba, sono fili e fili di argento puro che tremolano nell’aria con la grazia di una chioma disciolta.

    La sottoposta mangiatoia è, nel suo legno scuro, un blocco d’argento brunito. Le pareti sono coperte di un broccato in cui il candore della seta scompare sotto il ricamo perlaceo del rilievo, e il suolo… che è ora il suolo? È un cristallo acceso da una luce bianca. Le sporgenze paiono rose di luce gettate per omaggio al suolo; e le buche, coppe preziose da cui debbano salire aromi e profumi.

    E la luce cresce sempre più. È insostenibile all’occhio.
    In essa scompare, come assorbita da un velano d’incandescenza, la Vergine… e ne emerge la Madre.



    Sì. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia. Un piccolo Bambino, roseo e grassottello, che annaspa e zampetta con le manine grosse quanto un boccio di rosa e coi piedini che starebbero nell’incavo di un cuore di rosa; che vagisce con una vocina tremula, proprio di agnellino appena nato, aprendo la boccuccia che sembra una fragolina di bosco e mostrando la linguetta tremolante contro il roseo palato; che muove la testolina tanto bionda da parere quasi nuda di capelli, una tonda testolina che la Mamma sostiene nella curva di una sua mano, mentre guarda il suo Bambino e lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo, non sulla testa innocente, ma su, centro del petto, là dove sotto è il cuoricino che batte, batte per noi… là dove un giorno sarà la Ferita. Gliela medica in anticipo, quella ferita, la sua Mamma, col suo bacio immacolato.

    Il bue, svegliato dal chiarore, si alza con gran rumore di zoccoli e muggisce, e l’asinello volge il capo e raglia. È la luce che li scuote, ma io amo pensare che essi hanno voluto salutare il loro Creatore, per loro e per tutti gli animali.



    Anche Giuseppe, che, quasi rapito, pregava così intensa¬mente da esser isolato da quanto lo circondava, si scuote, e dalle dita strette al viso vede filtrare la luce strana. Leva le mani dal viso, alza il capo, si volge. Il bue ritto in piedi nasconde Maria.
    Ma Ella chiama:
    «Giuseppe, vieni». Giuseppe accorre. E quando vede si arresta, fulminato di riverenza, e sta per cadere in ginocchio là dove è.
    Ma Maria insiste:
    «Vieni, Giuseppe» e punta la mano sinistra sul fieno e, tenendo con la destra stretto al cuore l’Infante, si alza e si dirige a Giuseppe, che cammina impacciato per il contrasto fra il desiderio di andare e il timore di essere irriverente.
    Ai piedi della lettiera i due sposi si incontrano e si guarda¬no con un pianto beato.
    «Vieni, ché offriamo al Padre Gesù» dice Maria.

    E, mentre Giuseppe si inginocchia, Ella, ritta in piedi fra due tronchi che sostengono la volta, alza la sua Creatura fra le braccia e dice:
    «Eccomi. Per Lui, o Dio, ti dico questa parola. Eccomi a fare la tua volontà. E con Lui io, Maria, e Giuseppe, mio sposo. Ecco i tuoi servi, Signore. Sia fatta sempre da noi, in ogni ora e in ogni evento, la tua volontà, per tua gloria e per amor tuo».
    Poi Maria si curva e dice:
    «Prendi, Giuseppe» e offre l’Infante.
    «Io? A me? Oh, no! Non sono degno!».
    Giuseppe è sbigotti¬to addirittura, annientato all’idea di dover toccare Iddio.
    Ma Maria insiste sorridendo:
    «Tu ne sei ben degno. Nessuno più di te lo è, e per questo l’Altissimo ti ha scelto. Prendi, Giuseppe, e tienilo mentre io cerco i panni».
    Giuseppe, rosso come una porpora, stende le braccia e prende il batuffolino di carne che strilla di freddo e, quando lo ha fra le braccia, non persiste nell’intenzione di tenerlo scosto da sé per rispetto e se lo stringe al cuore, dicendo con un grande scoppio di pianto:
    «Oh! Signore! Dio mio!»
    e si curva a baciare i piedini e li sente freddi, e allora si siede al suolo e se lo raccoglie in grembo e con la sua veste marrone e con le mani cerca coprirlo, scaldarlo, difenderlo dalla sizza della notte. Vorrebbe andare verso il fuoco, ma là c’è quella corrente d’aria che entra dalla porta. Meglio stare qui. Meglio, anzi, andare fra i due animali, che fanno da scudo all’aria e che mandano calore. E va fra il bue e l’asino e sta con le spalle alla porta, curvo sul Neonato per fare del suo petto una nicchia, le cui pareti laterali sono una testa bigia dalle lunghe orecchie e un grosso muso bianco dal naso fumante e dall’umido occhio buono.
    Maria ha aperto il cofano e ne ha tratto lini e fasce. È andata al fuoco e le ha scaldate. Eccola che va a Giuseppe e avvolge il Bambino nella tela intiepidita e poi nel suo velo per riparargli la testolina.

    «Dove lo mettiamo ora?» chiede.
    Giuseppe guarda intorno, pensa…
    «Aspetta» dice. «Spingiamo più in qua i due animali e il loro fieno e tiriamo giù quel fieno là in alto e lo mettiamo qui dentro. Il legno della sponda lo riparerà dall’aria, il fieno gli farà guanciale e il bue col suo fiato lo scalderà un pochino. Meglio il bue. È più paziente e quieto».
    E si dà da fare, mentre Maria ninna il suo Bambino, stringendoselo al cuore e tenendo la sua guancia sulla testolina per dargli calore.
    Giuseppe ravviva il fuoco senza risparmio per fare una bella fiamma e scalda il fieno e, man mano che lo asciuga, perché non raffreddi se lo mette in seno. Poi, quando ne ha raccolto tanto da farne un materassino all’Infante, va alla mangiatoia lo dispone che sia come una cunella.
    « È pronto» dice. «Ora ci vorrebbe una coperta, perché il fieno punge, e per ricoprirlo… ».
    «Prendi il mio mantello» dice Maria.
    «Avrai freddo».
    «Oh! non fa nulla! La coperta è troppo ruvida. Il mantello è morbido e caldo. Io non ho freddo per nulla. Ma che Egli non soffra più!».

    Giuseppe prende l’ampio mantello di morbida lana celeste cupo e lo accomoda in doppio sul fieno, con un lembo che pende fuor dalla greppia. Il primo letto del Salvatore è pronto.
    E la Madre, col suo dolce passo ondeggiante, ve lo porta e ve lo depone, e lo ricopre con il lembo del manto e lo conduce anche intorno al capino nudo, che affonda nel fieno, appena riparato da questo dal sottile velo di Maria. Rimane scoperto solo il visetto grosso come un pugno d’uomo, e i Due, curvi sulla greppia, lo guardano beati dormire il suo primo sonno, perché il calduccio delle fasce e del fieno ha calmato il pianto e conciliato il sonno al dolce Gesù.
    - - - - -



    (Ora la Vergine Maria si rivolge alla mistica M.V.)

    Dice Maria Ss.:
    «Ti avevo promesso che Egli sarebbe venuto a portarti la sua pace. La ricordi la pace che era in te nei giorni di Natale? Quando mi vedevi col mio Bambino? Allora era il tuo tempo di pace. Ora è il tuo tempo di pena. Ma tu lo sai, ormai. È nella pena che si conquista la pace e ogni grazia per noi e per il prossimo. Gesù-Uomo tornò Gesù-Dio dopo la tremenda pena della Passione.
    Tornò Pace.
    Pace nel Cielo da cui era venuto e dal quale ora effonde la sua pace a coloro che nel mondo lo amano. Ma nelle ore di Passione, Lui, Pace del mondo, fu privato di questa pace. Non avrebbe sofferto se l’avesse avuta. E doveva soffrire. Completamente soffrire.
    7Io, Maria, ho redento la donna con la mia Maternità divina. Ma non fu che l’inizio della redenzione della donna, questo. Negandomi ad ogni umano sponsale col voto di verginità, avevo respinto ogni soddisfazione concupiscente meritando grazia da Dio. Ma non bastava ancora. Perché il peccato d’Eva era albero di quattro rami: superbia, avarizia, golosità, lussuria. E tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire l’albero dalle radici.

    8Umiliandomi sino al profondo, ho vinto la superbia.
    Mi sono umiliata davanti a tutti. Non parlo della mia umiltà verso Dio. Questa è dovuta all’Altissimo da ogni creatura. L’ebbe il suo Verbo. La dovevo avere io, donna. Ma hai mai riflettuto quali umiliazioni dovetti subire, e senza difendermi in nessuna maniera, da parte degli uomini?
    Anche Giuseppe, che era giusto, mi aveva accusata nel suo cuore. Gli altri, che giusti non erano, avevano peccato di mormorazione verso il mio stato, e il rumore delle loro parole era venuto come onda amara a frangersi contro la mia umanità.
    E furon le prime delle infinite umiliazioni che la mia vita di Madre di Gesù e del genere umano mi procurarono.
    Umiliazioni di povertà, umiliazioni di profuga, umiliazioni per rimproveri di parenti e amici che, non sapendo la verità, giudicavano debole il mio modo d’esser madre verso il mio Gesù fatto giovane uomo, umiliazioni nei tre anni del suo ministero, umiliazioni crudeli nell’ora del Calvario, umiliazioni fin nel dover riconoscere che non avevo di che comperare luogo e aromi per la sepoltura del Figlio mio.

    9Ho vinto l'avarizia dei Progenitori rinunciando in anticipo di tempo alla mia Creatura.
    Una madre non rinuncia mai che forzatamente alla sua creatura. La chiedano al suo cuore la patria, l’amore di una sposa, o Dio stesso, ella recalcitra alla separazione. È naturale. Il figlio ci cresce in seno e non è mai reciso completamente il legame che tiene la sua persona congiunta alla nostra.
    Se anche è spezzato il canale del vitale ombelico, resta sempre un nervo che parte dal cuore della madre, un nervo spirituale e più vivo e sensibile di un nervo fisico, il quale si innesta nel cuore del figlio. E si sente stirare sino allo spasimo se l’amore di Dio o di una creatura, o le esigenze della patria, allontanano il figlio dalla madre. E si spezza lacerando il cuore se la morte strappa un figlio ad una madre.
    Ed io ho rinunciato, dal momento che l’ho avuto, al Figlio mio. A Dio l’ho dato. A voi l’ho dato. Io, del Frutto del mio seno, me ne sono spogliata per riparare al furto di Eva del frutto di Dio.

    10Ho vinto la golosità, e del sapere e del godere, accettando di sapere unicamente ciò che Dio voleva sapessi, senza chiedere a me o a Lui più di quanto mi fosse detto. Ho creduto senza investigare. Ho vinto la golosità del godere, perché mi sono negata ogni sapore di senso. La mia carne l’ho messa sotto ai piedi. La carne, strumento di Satana, l’ho confinata con Satana sotto al mio calcagno per farmene scalino per avvicinarmi al Cielo. Il Cielo! La mia mèta. Là dove era Dio. L’unica mia fame. Fame che non è gola ma necessità benedetta da Dio, il quale vuole che appetiamo di Lui.

    11Ho vinto la lussuria, la quale è la golosità portata all’ingordigia. Perché ogni vizio non frenato conduce ad un vizio più grande. E la golosità di Eva, già riprovevole, la condusse alla lussuria. Non le bastò più il darsi soddisfazione da sola. Volle spingere il suo delitto ad una raffinata intensità, e conobbe e si fece maestra di lussuria al compagno. Io ho capovolto i termini e, in luogo di scendere, sono sempre salita. In luogo di far scendere, ho sempre attirato in alto, e del mio compagno, un onesto, ho fatto un angelo.
    Ora che possedevo Iddio e con Lui le sue ricchezze infinite, mi sono affrettata a spogliarmene dicendo: Ecco, sia fatta per Lui e da Lui la tua volontà. Casto è colui che ha ritenutezza non solo di carne, ma anche di affetti e di pensieri. Io dovevo esser la Casta per annullare l’Impudica della carne, del cuore e della mente. E non uscii dal mio ritegno dicendo neppure del mio Figlio, unicamente mio sulla Terra come era unicamente di Dio in Cielo: “Questo è mio e lo voglio”.
    12Eppure non bastava ancora per ottenere alla donna la pace perduta da Eva. Quella ve la ottenni ai piedi della Croce. Nel veder morire Quello che tu hai visto nascere. Nel sentirmi strappare le viscere al grido della mia Creatura che moriva, sono rimasta vuota di ogni femminismo: non più carne ma angelo.
    Maria, la Vergine sposata allo Spirito, morì in quel momento. Rimase la Madre della Grazia, quella che vi ha dal suo tormento generata la Grazia e ve l’ha data. La femmina che avevo riconsacrata donna la notte del Natale, ai piedi della Croce acquistò i mezzi di divenire creatura dei Cieli.

    Questo ho fatto io per voi, negandomi ogni soddisfazione anche santa. Di voi, ridotte da Eva femmine non superiori alle compagne degli animali, ho fatto, sol che lo vogliate, le sante di Dio. Sono ascesa per voi. Come feci con Giuseppe, vi ho portate più in alto. La roccia del Calvario è il mio monte degli Ulivi. Da lì presi il balzo per portare ai Cieli l’anima risantificata della donna insieme alla mia carne, glorificata per aver portato il Verbo di Dio e annullato in me anche l’ultima traccia di Eva, l’ultima radice di quell’albero dai quattro venefici rami e dalla radice confitta nel senso, che aveva trascinato alla caduta l’umanità e che fino alla fine dei secoli e all’ultima donna vi morderà le viscere. Da là, dove ora splendo nel raggio dell’Amore, io vi chiamo e vi indico la Medicina per vincere voi stesse: la Grazia del mio Signore e il Sangue del Figlio mio.

    13E tu, (M.V.) mia voce, riposa l’anima tua nella luce di quest’alba di Gesù, per aver forza per le future crocifissioni che non ti saranno risparmiate, perché qui ti vogliamo e qui si viene attraverso il dolore, perché qui ti vogliamo e tanto più alto si viene quanto più si è portato pena per ottenere Grazia al mondo.
    Va’ in pace. Io sono con te».
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  8. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (03-01-2018), Sunshine (27-12-2017)

  9. #1905
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    Dai “QUADERNI DEL 1943” – Cap. 216

    di Maria Valtorta

    Dettato del 26 dicembre 1943


    (Ed ancora, come fosse stato oggi, martedì 26 dicembre, la Madonna si rivolge alla mistica Maria Valtorta e le detta queste sublimi parole…)


    Dice Maria Ss.:

    «A molti, già rapiti nelle altezze della mistica, fu concesso di vedere il mio santo Figlio infante, di stringerlo anche al cuore. Ma a pochi fu concesso vedermi mentre rendevo alla sua Umanità le più dolci cure che una madre dona al suo neonato.

    È mettere il mio fedele nell’intimità più profonda della nostra Famiglia e della mia vita. È rendervi sempre più facile e perfetto l’amore da dare al mio Gesù, del quale potete ammirare l’umiltà, la delicatezza, la debolezza di neogenito, e ricevere dalla sua bocchina vagente una delle più profonde lezioni di sacrificio e di carità da Lui date durante la sua vita terrena.

    Maria, se rifletti, ho percorso a ritroso il cammino delle visioni. In maniera tutta soprannaturale e perciò dissimile da quella che avrebbe seguito un umano, il quale di solito comincia dal più umile per salire al più eccelso, perché la sua poca lena non gli permette il volo a grandi e subite altezze. Io invece, poiché so che ai vostri sensi, per essere affascinati, occorre il grandioso, ho seguito altra via. La mia.

    Ho attirato e conquiso la tua attenzione spirituale con visioni di gloriosa bellezza; poi, quando ti ho vista presa e innamorata di me, ti ho istruita e preparata alle più intime conoscenze della Madre tua e alle più profonde lezioni della mia vita e di quella della mia Creatura, alle lezioni base dell’umiltà, antidoto al veleno di Lucifero che da Adamo in poi tanto vi nuoce e vi devia dalla via di Dio.

    Ti sono apparsa, per bontà del Figlio mio, portatrice della viva Eucarestia, indi Madre del Salvatore, poscia esaltata in Cielo. E dopo queste silenziose visioni di luce e gioia, che simili a celesti reti ti hanno circuita e portata a me, ti ho ammaestrata. Se la tua anima si fosse ribellata alla dolce rete per pesantezza spirituale, ti avrei lasciata. Ma tu vi ti sei avvolta, facendo di quelle visioni la tua gioia, il tuo desiderio, il tuo sprone al sempre meglio. E allora, dopo la Regina, ti ho mostrato la Mamma. Per consolare te senza più mamma. Per innalzare te alla mia umiltà. Per rapire te nella mia gioia.

    Vengo sempre quando è il momento. Ti amavo da sempre. Ma ti ho chiesta a Gesù quando lessi nel pensiero di Dio che presto non avresti avuto più mamma. Egli ha preparato l’incontro e l’unione, che ne sia benedetto! Ed io sono venuta.

    Non ho, sul Calvario, preso spiritualmente e collettivamente la mia missione di madre? Come ho preso in Giovanni voi, orfani di Cristo, voi, della Chiesa nascente rimasta senza il suo Genitore, così prendo voi quando rimanete orfani di chi vi era padre e madre.
    All’unione con l’Amore e al contatto col cuore del Figlio, che del mio cuore si nutriva, il cuor mio ha preso l’illimitatezza del cuore di Dio, e vi amo tutti, o orfani della Terra, e sol che voi vogliate vi do il mio braccio per sostegno, la mia spalla per appoggio, il mio seno per riposo, il mio cuore per amarvi.

    E se a tutti non è dato, non per mia volontà ma per manchevolezza loro, di sentire il mio abbraccio col senso di una carne ormai resa quasi spirito dall’amore che vi affina, su tutti i figli che piangono perché non hanno più madre io sono presso.

    Dillo a coloro che piangono. Di’ loro che credano in me non solo come deificata Regina, ma come vera Donna alla quale non è ignota la materna tenerezza. Di’ che mi chiamino presso il loro pianto col più amato dei nomi, quello che ebbi dal Figlio, dalla sua puerizia alla sua ascensione al Cielo e oltre:
    “Mamma!”. Io sarò la “mamma”.



    Il mio Bambino lo vedi come è bello?!

    Comprendi perché ormai ogni figurazione non ha più per te luce e valore?
    Tu vedi la nuda e sublime mia Maternità così come fu, delicata come una rosa nata in un paesaggio nevoso d’inverno, pura come un’alba d’aprile, santa come un grido angelico, umile come doveva per esser quella del Vincitore della Superbia eterna.
    Io sono con te.»
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  10. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (27-12-2017)

  11. #1906
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    Vangelo di oggi domenica 31 dicembre 2017

    Dal Vangelo secondo Luca
    Lc 2,22-40

    Il bambino cresceva pieno di sapienza.


    Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

    Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
    Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

    Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.
    Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
    C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
    Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.


    * * * * *

    Dal Vol. I° - Cap. 32

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO” - (ed. CEV)

    di Maria Valtorta – (M.V.)

    Presentazione di Gesù al Tempio

    La virtù di Simeone e la profezia di Anna



    Visione del 1 febbraio 1944.





    1Vedo partire da una casetta modestissima una coppia di persone. Da una scaletta esterna scende una giovanissima ma¬dre con un bambino fra le braccia, avvolto in un panno bianco.
    Riconosco questa Mamma nostra. È sempre Lei. Pallida e bionda, snella e tanto gentile in ogni suo atto. E' vestita di bianco, col manto in cui si avvolge di un pallido azzurro. Sul capo un velo bianco. Porta con tanta cura il suo Bambino.
    Ai piedi della scaletta l'attende Giuseppe presso ad un ciuchino bigio. Giuseppe è vestito tutto di color marrone chiaro, sia nella tunica che nel mantello. Guarda Maria e le sorride. Quando Maria giunge presso il ciuchino, Giuseppe si passa la briglia dell'asinello sul braccio sinistro e prende per un momento il Bambino, che dorme tranquillo, per permettere a Maria di accomodarsi meglio sulla sella del ciuchino. Poi le rende Gesù e si incamminano.

    Giuseppe cammina al fianco di Maria, tenendo sempre per la briglia il somarello e facendo attenzione che questo vada dritto e senza inciampi. Maria tiene in grembo Gesù e, come per tema che il freddo gli possa nuocere, gli stende addosso un lembo del suo mantello. Parlano pochissimo i due sposi, ma si sorridono sovente.
    La strada, che non è un modello stradale, si snoda fra una campagna che la stagione fa nuda. Qualche altro viaggiatore si scontra coi due o li raggiunge, ma sono rari.

    2Poi ecco delle case che si mostrano e delle mura che serrano una città. I due sposi entrano in essa da una porta e comincia il percorso sul selciato (molto sconnesso) cittadino. Il cammino diviene molto più difficile, sia perché vi è del traffico che fa fermare tutti i momenti il ciuchino, sia perché lo stesso sulle pietre e sulle buche che sostituiscono le pietre mancanti ha continue scosse, che disturbano Maria e il Bambino.
    La strada non è piana. Sale, sebbene lievemente. È stretta fra case alte dalle porticine strette e basse e dalle rade finestre sulla via. In alto il cielo si affaccia con tante fettine di azzurro fra case e case, anzi fra terrazze e terrazze. In basso sulla via vi è gente e vocio, e si incrociano altre persone a piedi, o su somarelli, o conducenti somarelli carichi, e altre dietro ad una ingombrante carovana di cammelli. Ad un certo punto passa con molto rumore di zoccoli e di armi una pattuglia di legionari romani, che scompaiono oltre un arco posto a cavalcione di una via molto stretta e sassosa.

    Giuseppe piega a sinistra e prende una via più larga e più bella. Vedo la cinta merlata, che già conosco, in fondo ad essa.
    Maria smonta dal ciuchino presso la porta dove è una specie di posteggio per altri somarelli. Dico «posteggio» perché è una specie di capannone, meglio, di tettoia, dove è paglia sparsa e dei paletti con degli anelli per legare i quadrupedi.
    Giuseppe dà alcune monete ad un ometto accorso e con esse acquista un poco di fieno, e attinge un secchio d'acqua da un pozzo rudimentale che è in un angolo, e li dà al ciuchino. Poi raggiunge Maria ed ambedue entrano nel recinto del Tempio.
    3Si dirigono prima verso un porticato, dove vi sono quelli che Gesù poi fustigò egregiamente: i venditori di tortore e agnelli e i cambiavalute. Giuseppe acquista due colombini bianchi. Non cambia il denaro. Si capisce che ha già quello che gli occorre.

    Giuseppe e Maria si dirigono ad una porta laterale che ha otto gradini, come mi pare abbiano tutte le porte, quasi che il cubo del Tempio sia sopraelevato dal resto del suolo. Questa porta ha un grande atrio, come i portoni delle nostre case di città, per darle un'idea, ma più vasto e ornato. In esso vi sono a destra e a sinistra due specie di altari, ossia due costruzioni rettangolari, di cui sul principio non capisco bene lo scopo. Sembrano delle basse conche, perché l'interno è più basso dell'orlo esterno, che si sopraeleva di qualche centimetro.
    Non so se chiamato da Giuseppe o se venuto di suo, accorre un sacerdote. Maria offre i due poveri colombi ed io, che capisco la loro sorte, volgo altrove lo sguardo. Osservo gli ornati del pesantissimo portale, del soffitto, dell'atrio. Mi pare però di vedere, con la coda dell'occhio, che il sacerdote asperga Maria con dell'acqua. Deve essere acqua, perché non vedo macchie sul suo abito. Poi Maria, che insieme ai colombini aveva dato un mucchietto di monete al sacerdote (mi ero dimenticata di dirlo) entra con Giuseppe nel Tempio vero e proprio, accompagnata dal sacerdote.

    Io guardo da tutte le parti. È un luogo ornatissimo. Sculture a teste d'angeli e palme e ornati corrono sulle colonne, le pareti e il soffitto. La luce penetra da curiose finestre lunghe, strette, naturalmente senza vetri, e tagliate diagonalmente alla parete. Suppongo che sia per impedire agli acquazzoni di entrare.

    4Maria si inoltra sino ad un certo punto. Poi si arresta. A qualche metro da Lei vi sono degli altri gradini e su questi sta un'altra specie di altare, oltre il quale vi è un'altra costruzione.

    Mi accorgo che credevo essere nel Tempio e invece ero in ciò che contorna il Tempio vero e proprio, ossia il Santo, oltre il quale pare che nessuno, fuorché i sacerdoti, possano entrare. Quello che io credevo Tempio non è perciò che un chiuso vestibolo, che da tre parti cinge il Tempio, dove è chiuso il Tabernacolo. Non so se mi sono spiegata per bene. Ma non sono architetto o ingegnere.
    Maria offre il Bambino — che si è svegliato e gira i suoi occhietti innocenti intorno con lo sguardo stupito degli infanti di pochi giorni — al sacerdote. Questo lo prende sulle braccia e lo solleva a braccia tese, volto verso il Tempio, stando contro a quella specie di altare che sta su quei gradini. Il rito è compiuto. Il Bambino viene restituito alla Mamma e il sacerdote se ne va.

    5Vi è della gente che guarda curiosa. Fra questa si fa largo un vecchietto curvo e arrancante, che si appoggia ad un bastone. Deve essere molto vecchio, direi certo oltre gli ottant'anni. Egli si accosta a Maria e le chiede di dargli per un attimo il Piccino. Maria lo accontenta sorridendo.

    Simeone, che io ho sempre creduto appartenesse alla casta sacerdotale e invece è un semplice fedele, almeno a giudicare dalla veste, lo prende, lo bacia. Gesù gli sorride con la smorfietta incerta dei poppanti. Sembra che lo osservi curioso, perché il vecchietto piange e ride insieme, e le lacrime fanno tutto un ricamo di luccichii insinuandosi fra le rughe e imperlando la barba lunga e bianca, verso la quale Gesù tende le manine. È Gesù, ma è sempre un bambinello, e ciò che gli si muove davanti attira la sua attenzione e gli dà velleità di afferrare quella cosa per capire meglio cosa è. Maria e Giuseppe sorridono, e anche i presenti, che lodano la bellezza del Piccino.

    Sento le parole del santo vecchio e vedo lo sguardo stupito di Giuseppe, quello commosso di Maria, e anche quelli della piccola folla, in parte stupita e commossa e in parte, alle parole del vecchio, presa da ilarità. Fra questi vi sono dei barbuti e tronfi sinedristi, che scuotono il capo, guardando Simeone con compatimento ironico. Lo devono pensare andato fuor di cervello per l'età.

    6Il sorriso di Maria si spegne in un più vivo pallore quando Simeone le annuncia il dolore. Per quanto Ella sappia, questa parola le trafigge lo spirito. Si avvicina di più a Giuseppe, Maria, per confortarsi, si stringe con passione il suo Bambino al seno e beve, come anima assetata, le parole di Anna, a sua volta sopraggiunta, la quale, donna come è, ha pietà del suo soffrire e le promette che l'Eterno le addolcirà di una forza soprannaturale l'ora del dolore. «Donna, a Chi ha dato il Salvatore al suo popolo non mancherà il potere di dare il suo angelo a confortare il tuo pianto. Non è mai mancato l'aiuto del Signore alle grandi donne d'Israele, e tu sei ben più di Giuditta e di Giaele. Il nostro Dio ti darà cuore di oro purissimo per resistere al mare di dolore, per cui sarai la più grande Donna della creazione, la Madre. E tu, Bambino, ricordati di me nell'ora della tua missione».

    E qui mi cessa la visione.
    ________________________________________

    Ed il giorno dopo, 2 febbraio 1944, ecco il dettato del Signore, a commento della visione di sopra, data alla mistica M.V.:

    7Dice Gesù:

    «Due insegnamenti per tutti sgorgano dalla descrizione che hai data.

    Il primo: non al sacerdote immerso nei riti ma con lo spirito assente, sibbene ad un semplice fedele si svela la verità.
    Il sacerdote, sempre a contatto con la Divinità, volto alla cura di quanto ha attinenza con Dio, dedicato a tutto quanto e più alto della carne, avrebbe dovuto intuire subito chi era il Bambino che veniva offerto al Tempio quella mattina. Ma, perché potesse intuire, occorreva che avesse uno spirito vivo. Non unicamente una veste ricoprente uno spirito, se non morto, molto assonnato.
    Lo Spirito di Dio può, se vuole, tuonare e scuotere come folgore e terremoto anche lo spirito più ottuso. Lo può ma generalmente, poiché è Spirito di ordine come è ordine Dio in ogni sua Persona e modo di agire, Esso si effonde e parla non dico dove è merito sufficiente a ricevere la sua effusione — allora ben poche volte si effonderebbe, e tu pure non ne conosceresti le luci — ma là dove vede la "buona volontà" di meritare la sua effusione.

    Come si esplica questa buona volontà? Con una vita fatta, per quanto vi è possibile, tutta di Dio. Nella fede, nell'ubbidienza, nella purezza, nella carità, nella generosità, nella preghiera. Non nelle pratiche, nella preghiera. Vi è differenza minore fra la notte e il giorno che non fra le pratiche e la preghiera. Questa è comunione di spirito con Dio, dalla quale uscite rinvigoriti e decisi a sempre più essere di Dio. L'altra è una abitudine qualunque, fatta per scopi diversi ma sempre egoisti, la quale vi lascia quelli che siete, anzi vi aggrava di una colpa di menzogna e di accidia.

    8Simeone aveva questa buona volontà. La vita non gli aveva risparmiato affanni e prove. Ma egli non aveva perduto la sua buona volontà. Gli anni e le vicende non avevano intaccato e scosso la sua fede nel Signore, nelle sue promesse, e non avevano stancato la sua buona volontà d'esser sempre più degno di Dio. E Dio, prima che gli occhi del servo fedele si chiudessero alla luce del sole, in attesa di riaprirsi al Sole di Dio rutilante dai Cieli aperti al mio salire dopo il Martirio, gli mandò il raggio dello Spirito che lo guidasse al Tempio, per vedere la Luce venuta al mondo.

    "Mosso da Spirito Santo", dice il Vangelo. Oh! se gli uomini sapessero quale Amico perfetto è lo Spirito Santo, quale Guida, quale Maestro! Se lo amassero e lo invocassero, questo Amore della Ss. Trinità, questa Luce della Luce, questo Fuoco del Fuoco, questa Intelligenza, questa Sapienza! Quanto più saprebbero di ciò che è necessario sapere!

    Vedi, Maria
    (M.V.); vedete, figli. Simeone ha atteso tutta una lunga vita di "vedere la Luce", di sapere compiuta la promessa di Dio. Ma non ha mai dubitato. Non si è mai detto: "È inutile che io perseveri nello sperare e nel pregare". Ha perseverato. E ha ottenuto di "vedere" ciò che non videro il sacerdote e i sinedristi pieni di superbia e di opacità: il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore in quelle carni infantili che gli davano tepore e sorrisi. Ha avuto il sorriso di Dio, primo premio della sua vita onesta e pia, attraverso le mie labbra di Bambino.

    9Seconda lezione: le parole di Anna. Anche ella, profetessa, vede in Me, neonato, il Messia. E questo, data la sua capacità di profezia, è naturale. Ma ascolta, ascoltate ciò che, spinta da fede e da carità, dice a mia Madre. E fatevene luce al vostro spirito, che trema in questo tempo di tenebre e in questa festa della Luce. "A Chi ha dato un Salvatore non mancherà il potere di dare il suo angelo a confortare il tuo, il vostro pianto".

    Pensate che Dio ha dato Se stesso per annullare l'opera di Satana negli spiriti. E non potrà vincere ora i satana che vi torturano? Non potrà asciugare il vostro pianto, sgominando questi satana e mandando da capo la pace del suo Cristo? Perché non glielo chiedete, con fede? Fede vera, prepotente, una fede davanti alla quale il rigore di Dio, sdegnato da tante vostre colpe, cada con un sorriso e venga il perdono che è aiuto, e venga la sua benedizione ad essere arcobaleno su questa Terra che si sommerge in un diluvio di sangue voluto da voi stessi?
    Pensate: il Padre, dopo aver punito gli uomini col diluvio, disse a Se stesso e al suo patriarca: "Io non maledirò più la Terra a causa degli uomini, perché i sensi e i pensieri del cuore umano sono inclinati al male fin dall'adolescenza; quindi non colpirò più ogni vivente come ho fatto". Ed è stato fedele alla sua parola. Non ha più mandato il diluvio. Ma voi quante volte vi siete detti, e avete detto a Dio
    : "Se ci salviamo questa volta, se ci salvi, non faremo mai più guerre, mai più", e poi ne avete sempre fatte di più tremende? Quante volte, o falsi e senza rispetto per il Signore e per la parola vostra? Eppure Dio vi aiuterebbe ancora una volta, se la gran massa dei fedeli lo chiamasse con fede e amore prepotente.

    Mettete — o voi tutti che, troppo pochi per controbilanciare i molti che mantengono vivo il rigore di Dio, rimanete però a Lui devoti nonostante l'ora tremenda che incombe e cresce di attimo in attimo — mettete il vostro affanno ai piedi di Dio. Egli saprà mandarvi il suo angelo come ha mandato il Salvatore al mondo. Non temete. State uniti alla Croce. Essa ha vinto sempre le insidie del demonio, che viene con la ferocia degli uomini e le tristezze della vita a cercare di piegare alla disperazione, ossia alla separazione da Dio, i cuori che non può prendere in altra maniera».
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

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    Sunshine (01-01-2018)

  13. #1907
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    Come oggi, ultimo giorno dell’anno, nel lontano 31 dicembre 1943, mentre imperversava su tutti i fronti la terribile seconda guerra mondiale, ecco che sui quaderni la mistica Maria Valtorta annotava l’ennesimo dettato, con oggetto due pungenti riflessioni sul mal operare spirituale dell’uomo.…

    Dai
    QUADERNI DEL 1943 – Capitolo 221 (Ed. Cev)

    di Maria Valtorta
    (M.V.)

    Dettato del 31 dicembre 1943


    Dice Gesù:
    «Due riflessioni necessarie a farsi sempre, e specie più ora che sotto la sferza del demonio i vostri cuori sono portati a vacillare nel dubbio, primo passo verso la disperazione. È quel che vuole Satana. A lui non importano tanto le rovine materiali che produce, ma gli effetti spirituali che esse hanno in voi. Perciò è bene che Io, Maestro, vi ripeta ancora una volta1 la lezione circa il modo di comportarsi per ottenere.
    Dice Marco al capo 6° del suo Vangelo, al versetto 5: "E non poteva (Gesù) fare alcun miracolo e non guarì che pochi infermi".

    Con quanto amore ero andato alla mia patria, solo chi pensa alla perfezione dell’Uomo-Dio, il quale ha sublimato le passioni umane rendendole sante come la sua natura importava, lo può comprendere. Dio non nega e interdice i vostri sentimenti quando essi sono onesti e santi. Condanna unicamente quelli che voi chiamate erroneamente sentimenti ma sono in realtà pervertimenti.

    Io dunque amavo la mia patria, e in essa, di amore particolare, il mio paese. A Nazaret, dalla2 quale ero partito per evangelizzare, il mio cuore tornava ogni giorno con pensiero d’amore e tornavo Io pure, perché l’avrei voluta beneficare e santificare, nonostante la sapessi verso Me chiusa e ostile. Se profusi dovunque3 la potenza del miracolo, a Nazaret avrei voluto che dessa potenza non lasciasse insoluto nessun caso di malattia fisica, di malattia morale, di malattia spirituale, avrei voluto consolare ogni miseria, dare luce ad ogni cuore.

    Ma contro Me era l’incredulità dei miei compaesani. Perciò unicamente ai pochi che vennero a Me con fede e senza superbia di giudizio venne concesso il miracolo.
    Voi mi accusate tante e tante volte di non ascoltarvi e di non4 esaudirvi. Ma esaminatevi, o figli. Come venite a Me? Dove è in voi quella fede costante, assoluta, simile a quella di un bambino innocente che sa che il fratello maggiore, il padre amoroso, il nonno paziente possono aiutarlo e farlo contento nei suoi infantili bisogni poiché lo amano tanto? Dove è tale fede in voi verso di Me? Non sono forse Io fra voi straniero come lo ero a Nazaret, perché l’incredulità e la critica mi vi espellevano quale cittadino?

    Voi pregate. Vi è ancora chi prega. Ma mentre mi chiedete una grazia pensate, senza dirlo neppure a voi stessi, ma lo pensate con il profondo dello spirito: "Dio non mi ascolta. Dio questa grazia non può farmela".

    Non può!! Cosa non può Dio?
    Pensate che dal nulla ha fatto l’Universo5, pensate che da millenni lancia i pianeti negli spazi e ne regola il percorso, pensate che contiene le acque sui lidi e senza barriere d’argini, pensate che dal fango ha fatto quell’organismo che voi siete, pensate che in esso organismo un seme e poche gocce di sangue che si mescolano creano un nuovo uomo, il quale nel formarsi è in rapporto con fasi astrali, lontane migliaia di chilometri, ma che pure non sono assenti nella opera di formazione di un essere, così come regolano, coi loro eteri e i loro sorgere e tramontare sui vostri cieli, il germinare delle biade ed il fiorire degli alberi; pensate che nel suo potere sapiente ha creato i fiori dotati di organi atti a fecondare altri fiori ai quali fanno da pronubi i venti e gli insetti. Pensate che non vi è nulla che non sia stato creato da Dio, così perfettamente creato, dal sole al protozoo, che voi a tale perfezione non potete nulla aggiungere. Pensate che la sua sapienza ha ordinato, dal sole al protozoo, tutte le leggi per vivere, e convincetevi che nulla è impossibile a Dio, il quale può disporre a suo agio di tutte le forze del cosmo, aumentarle, arrestarle, renderle più veloci, sol che il suo Pensiero lo pensi.

    Quante volte nel corso dei millenni gli abitanti della Terra non sono rimasti stupiti per fenomeni6stellari di inconcepibile grandezza: meteore dalle luci strane, sole nella notte, comete e stelle che nascono come fiori in un giardino, nel giardino di Dio, e che vengono lanciati negli spazi come per giuoco di bimbo a stupirvi?!

    I vostri scienziati danno ponderose7 spiegazioni di disgregazione e di nucleazione di cellule o di corpi stellari per rendere umane le incomprensibili germinazioni dei cieli. No. Tacete. Dite una sola parola: Dio. Ecco il formatore di quelle lucenti, rotanti, ardenti vite! Dio è quello che, a monito per voi dimentichi, vi dice che Egli è attraverso le aurore boreali, attraverso le guizzanti meteore che fanno di zaffiro, di smeraldo, di rubino o di topazio l’etere da loro solcato, attraverso le comete dalla fiammante coda simile a manto di celeste regina trasvolante per i firmamenti, attraverso l’aprirsi di un altro occhio stellare sulla volta del cielo, attraverso il rotare del sole percepibile a Fatima per persuadervi al volere di Dio. Le altre vostre induzioni sono fumo di umana scienza e nel fumo avviluppano errore.

    Tutto è possibile a Dio. Ma per quanto vi riguarda sappiate che da voi Dio esige unicamente fede per agire. Voi fate argine al potere di Dio con la vostra sfiducia. E le vostre preghiere sono inquinate di sfiducia. Non calcolo poi quelli che non pregano ma che bestemmiano.

    Altro punto del vangelo di Marco è il versetto 13 dello stesso 6° capitolo: "...e ungevano con olio gli infermi e li guarivano". Nella empirica medicina di allora l’olio aveva una parte principale. Né si può dire che fosse più nociva o meno efficace delle vostre complicate medicine di ora. Anzi era di certo più innocua. Ma non era nell’olio che risiedeva il potere di guarigione per gli infermi ai quali gli apostoli miei compievano le unzioni.

    Come sempre, alla pesantezza umana era necessario un segno, visibile. Chi avrebbe potuto credere che il tocco della mano di quei poveri uomini che erano i miei apostoli, conosciuti come pescatori e popolani, potesse risanare? Se lo avessero creduto avrebbero detto: "Risanate per potere del principe dei demoni", come lo hanno detto a Me8. E li avrebbero accusati come posseduti dai demoni. Ciò non doveva essere. Perciò detti loro il mezzo, umano, per essere creduti, se non altro, degli empirici. Ma il potere era Dio che lo infondeva in loro per fare proseliti alla sua dottrina.

    Io l’ho detto: "Coloro i quali credono in Me potranno camminare sui serpenti e scorpioni e compiere le opere che Io faccio"9. Io non mento mai e nella mano di un bambino in Me credente e vivente posso infondere potere divino. La storia del cristianesimo non è colma di tali miracoli? i primi secoli ne sono cosparsi e la fioritura di essi si è andata sminuendo non per sminuito potere di Dio, ma perché siete voi insufficienti al compito di essere i ministri di Dio.

    Abbiate, abbiate, abbiate fede. Essa vi salverà.»
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  14. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    Sunshine (01-01-2018)

  15. #1908
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    Vangelo di oggi lunedì 1 gennaio 2018

    I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino.
    Dopo otto giorni gli fu messo nome Gesù.


    Dal Vangelo secondo Luca
    Lc 2,16-21

    In quel tempo i pastori, andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
    Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.
    Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
    I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.
    Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.


    * * * * *
    Gentilissime/i, oggi 1 gennaio 2018, la Chiesa festeggia Maria, Madre di Dio e l’evangelista Luca ci presenta l’arrivo e l’adorazione dei pastori del Bambino Gesù.
    Come si può notare poi nel testo valtortiano una grande ulteriore gioia pervade il lettore alla luce dei tantissimi nuovi dettagli che si vengono a conoscere nel leggere la visione.

    Dal Vol. I° Cap. 30

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO”

    di Maria Valtorta (M.V.)

    L'annuncio ai pastori,
    che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo
    .


    Visione del 7 giugno 1944. Vigilia del Corpus Domini




    1[…].
    Più tardi vedo una vasta estensione di campagna. La luna è allo zenit e veleggia placida in un cielo gremito di stelle. Sembrano tante borchie di diamante infisse in un enorme baldacchino di velluto celeste cupo, e la luna vi ride in mezzo col suo faccione bianchissimo, da cui scendono fiumi di luce lattea che fa bianca la terra. Gli alberi spogli sembrano più alti e neri sul suolo così imbiancato, mentre i muretti, che qua e là sorgono a confine, sembrano di latte, e una casina lontana pare un blocco di marmo di Carrara.
    Alla mia destra vedo un luogo cintato da una siepe di pruni su due lati e da un muro basso e scabro da altri due. Questo muro sorregge il tetto di una specie di tettoia larga e bassa, che nella parte interna del recinto è costruita parte in muratura e parte in legname, quasi che nell’estate le parti in legno debbano esser tolte e la tettoia mutarsi in porticato. Da questo chiuso esce, di tanto in tanto, un belare intermittente e breve. Devono essere pecorelle che sognano o che forse credono sia prossimo il giorno per il chiarore che dà la luna. Un chiarore persino eccessivo, tanto è intenso, e che cresce, quasi che il pianeta si avvicini alla terra o sfavilli per un misterioso incendio.

    2Un pastore si affaccia sulla porta e, portandosi un braccio sulla fronte per fare riparo agli occhi, guarda in alto. Pare impossibile che ci si debba riparare dal chiarore della luna. Ma questo è così vivo che abbacina, specie chi esce da un chiuso dove è tenebra. Tutto è calmo. Ma quella luce stupisce.

    Il pastore chiama i compagni. Si affacciano sulla porta tutti. Un mucchio d’uomini irsuti, di età diverse. Ve ne sono di appena adolescenti e di già canuti. Commentano il fatto strano e i più giovani hanno paura. Specie uno, un fanciullo sui dodici anni, che si mette a piangere attirandosi le baie dei più vecchi.

    «Di che temi, stolto?», gli dice il più vecchio. «Non vedi che aria quieta? Non hai mai visto splendere la luna? Sei sempre stato sotto le vesti della mamma come un pulcino sotto la chioccia, vero? Ma ne vedrai delle cose! Una volta io mi ero spinto verso i monti del Libano, oltre ancora. In alto. Ero giovane e non mi pesava l’andare. Ero anche ricco, allora… Una notte vidi una luce tale che pensai che fosse per tornare Elia sul suo carro di fuoco. Il cielo era tutto un incendio. Un vecchio — allora il vecchio era lui — mi disse: “Grande avventura sta per venire nel mondo”. E per noi fu sventura, perché vennero i soldati di Roma. Oh! ne vedrai, se campi!…».
    3Ma il pastorello non lo ascolta più. Pare non abbia neppur più paura, perché lascia la soglia e sguscia da dietro le spalle di un nerboruto mandriano, dietro il quale si era rifugiato, ed esce nello stazzo erboso che è davanti alla tettoia. Guarda in alto e cammina come un sonnambulo o come uno ipnotizzato da qualcosa che lo attira totalmente. Ad un certo punto grida: «Oh!» e resta come pietrificato, a braccia un poco aperte.
    Gli altri si guardano stupefatti.

    «Ma cosa ha quello stolto?», dice uno.
    «Domani lo rimando a sua madre. Non voglio pazzi a custodia delle pecore», dice un altro.
    E il vecchio che ha parlato poco prima dice: «Andiamo a vedere prima di giudicare. Chiamate anche gli altri che dormono e prendete i bastoni. Che non sia una bestia cattiva o dei malandrini…».
    Entrano, chiamando altri pastori, ed escono con torce e randelli. Raggiungono il fanciullo.
    «Là, là», egli mormora sorridendo. «Al di sopra dell’albero, guardate quella luce che viene. Pare cammini sul raggio della luna. Ecco che si avvicina. Come è bella!».
    «Io vedo solo un più vivo chiarore».
    «Io pure».
    «Anche io», dicono gli altri.
    «No. Io vedo come un corpo», dice uno in cui riconosco il pastore che ha dato il latte a Maria.
    «È un… è un angelo!», grida il bambino. «Eccolo che scende e si avvicina… Giù! In ginocchio davanti all’angelo di Dio!».
    Un «oh!» lungo e venerabondo si alza dal gruppo dei pastori, che cadono con il volto verso il suolo, e tanto più paiono schiacciati dall’apparizione fulgente quanto più sono anziani. I giovanetti sono in ginocchio, ma guardano l’angelo, che sempre più si avvicina e si ferma sospeso, ventilando le grandi ali, candore di perla nel candore di luna che lo circonda, al disopra del muro del recinto.
    «Non temete. Non porto sventura. Io vi reco l’annuncio di una grande allegrezza per il popolo d’Israele e per tutto il popolo della Terra». La voce angelica è un’armonia d’arpa su cui cantino gole d’usignoli.

    «Oggi, nella città di Davide, è nato il Salvatore». L’angelo, nel dire questo, apre più grandi le ali e le muove come per soprassalto di gioia, e una pioggia di faville d’oro e di pietre preziose pare ne sfugga. Un vero arcobaleno che fa un arco di trionfo sul povero stabbio.
    «…il Salvatore che è Cristo». L’angelo sfavilla di aumentata luce. Le sue due ali, ora ferme e tese a punta verso il cielo come due vele immobili sullo zaffiro del mare, sembrano due fiamme che salgano ardendo.

    «…Cristo, il Signore!». L’angelo raccoglie le sue due fulgide ali e se ne veste come di una sopraveste di diamante sull’abito di perla, si curva come adorasse, con le braccia conserte sul cuore e il volto che scompare, curvato come è sul petto, fra l’ombra dei sommi dell’ali piegate. Non si vede che una oblunga forma luminosa, immobile per lo spazio di un “Gloria”.

    Ma ecco che si muove. Riapre le ali, alza il volto in cui la luce si fonde al paradisiaco sorriso, e dice: «Lo riconoscerete da questi segni: in una povera stalla, dietro Betlemme, troverete un bambino nelle fasce in una mangiatoia di animali, ché per il Messia non vi fu un tetto nella città di David». L’angelo si fa serio nel dire questo, mesto anzi.

    4Ma dai Cieli vengono tanti — oh! quanti! — tanti angeli simili a lui, una scala d’angeli che scende esultando e annullando la luna col loro splendore paradisiaco, e si riuniscono intorno all’angelo nunziante in un agitar di ali, in uno sprigionare di profumi, in un arpeggiare di note, in cui tutte le voci più belle del creato trovano un ricordo, ma portato alla perfezione di suono. Se la pittura è lo sforzo della materia per divenire luce, qui la melodia è lo sforzo della musica per fare balenare agli uomini la bellezza di Dio, e udire questa melodia è conoscere il Paradiso, dove tutto è armonia di amore, che da Dio si sprigiona per far lieti i beati e che da questi va a Dio per dirgli: «Ti amiamo!».

    Il “Gloria” angelico si sparge in onde sempre più vaste per la campagna quieta, e la luce con esso. E gli uccelli uniscono un canto che è saluto a questa luce precoce, e le pecore i loro belati per questo anticipato sole. Ma io, come già nella grotta per il bue e l’asino, amo credere che siano gli animali che salutano il loro Creatore, venuto in mezzo ad essi per amarli come Uomo oltre che come Dio.

    Il canto si attenua e la luce pure, mentre gli angeli risalgono ai Cieli…
    5… I pastori tornano in loro.
    «Hai udito?».
    «Andiamo a vedere?».
    «E le bestie?».
    «Oh! non succederà loro nulla! Andiamo per ubbidire alla parola di Dio!…».
    «Ma dove andiamo?».
    «Ha detto che è nato oggi? e che non ha trovato alloggio in Betlemme?». È il pastore che ha dato il latte, questo che parla ora. «Venite, io so. Ho visto la Donna e mi ha fatto pena. Ho insegnato un luogo per Lei, perché pensavo non trovassero alloggio, e all’uomo ho dato del latte per Lei. È tanto giovane e bella, e deve esser buona come l’angelo che ci ha parlato. Venite, venite. Andiamo a prendere latte, formaggi, agnelli e pelli conciate. Devono esser poveri molto e… chissà che freddo ha Colui che non oso nominare! E pensare che io ho parlato alla Madre come ad una povera sposa!…».

    Vanno nella tettoia e ne escono poco dopo chi con delle fiaschette di latte, chi con delle reticelle di sparto intrecciato con dentro tondi formaggini, chi con delle ceste in cui vi è un agnellino belante, e chi con delle pelli di pecora conciate.
    «Io porto una pecora. Ha figliato da un mese. Il latte lo ha buono. Potrà loro servire se la Donna non ha latte. Mi pareva una bambina, e così bianca!… Un viso di gelsomino sotto la luna», dice il pastore del latte. E li guida.
    6Vanno alla luce della luna e delle torce dopo aver chiuso tettoia e recinto. Vanno per sentieri campestri, fra siepi di pruni spogliati dall’inverno.
    Girano dietro Betlemme. Raggiungono la stalla venendo non dalla parte da cui venne Maria, ma dall’opposta, di modo che non passano davanti alle stalle più belle, ma trovano questa per prima. Si accostano al pertugio.
    «Entra!».
    «Io non oso».
    «Entra tu».
    «No».
    «Guarda, almeno».
    «Tu, Levi, che hai visto l’angelo per primo, segno che sei buono più di noi, guarda». Veramente prima gli hanno dato del pazzo… ma ora fa loro comodo che egli osi ciò che loro non osano.
    Il fanciullo tituba, ma poi si decide. Si accosta al pertugio, scosta un pochino il mantello, guarda… e resta estatico.
    «Che vedi?», lo interrogano ansiosi a bassa voce.
    «Vedo una donna giovane e bella e un uomo curvi su una mangiatoia e sento…, sento piangere un piccolo bambino, e la donna gli parla con una voce… oh! che voce!».
    «Che dice?».
    «Dice: “Gesù, piccolino! Gesù, amore della tua Mamma! Non piangere, piccolo figlio!”. Dice: “Oh! potessi dirti: ‘Prendi il latte, piccolino!’. Ma non ce l’ho ancora!”. Dice: “Hai tanto freddo, amore mio! E ti punge il fieno. Che dolore per la tua Mamma sentirti piangere così e non poterti dare conforto!”. Dice: “Dormi, anima mia! ché mi si spacca il cuore a sentirti piangere e a vederti lacrimare!”, e lo bacia e gli scalda certo i piedini con le sue mani, perché sta curva con le braccia giù nella mangiatoia».
    «Chiama! Fàtti sentire!».
    «Io no. Tu, che ci hai condotti e la conosci».
    Il pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio.
    7Giuseppe si volge e viene alla porta. «Chi siete?».
    «Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore».
    «Entrate».
    Entrano e la stalla si fa più chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro.
    Maria si volge e sorride. «Venite», dice. «Venite!» e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto l’angelo e lo attira a sé, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.
    Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati.
    E uno, più ardito, dice: «Prendi, o Madre. È soffice e pulita. L’avevo preparata per il bambino che mi sta per nascere. Ma te la dono. Metti il Figlio tuo fra questa lana, sarà morbida e calda». E offre la pelle di una pecora, una bellissima pelle ricca di lana candida e lunga.
    Maria solleva Gesù e ve lo avvolge. E lo mostra ai pastori, che in ginocchio sul fieno del suolo lo guardano estatici.
    Si fanno più arditi e uno propone: «Bisognerebbe dargli un sorso di latte, meglio acqua e miele. Ma non abbiamo miele. Si dà ai piccolini. Ho sette figli e so…».
    «Qui c’è il latte. Prendi, o Donna».
    «Ma è freddo. Caldo ci vuole. Dove è Elia? Egli ha la pecora».
    Elia deve essere quello del latte. Ma non c’è. Si è fermato fuori e guarda dalla fessura, e nel buio della notte si perde.
    «Chi vi ha guidati?».
    «Un angelo ci ha detto di venire, e Elia ci ha guidati qui. Ma dove è ora?».
    La pecora lo denuncia con un belato.
    «Vieni avanti, ti si vuole».
    Entra con la sua pecora, vergognoso di esser il più notato.
    «Tu sei?», dice Giuseppe che lo riconosce, e Maria gli sorride dicendo: «Sei buono».
    Mungono la pecora e, con la punta di un lino intriso nel latte caldo e spumoso, Maria bagna le labbra del Bambinello, che succhia quel dolciore cremoso. Sorridono tutti e più ancora quando, con l’angolino di tela ancora fra le labbruzze, Gesù si addormenta nel caldo della lana.
    8«Ma qui non potete rimanere. Fa freddo e vi è umido. E poi… vi è troppo odore di bestie. Non fa bene… e… non sta bene per il Salvatore».
    «Lo so», dice Maria con un grande sospiro. «Ma non c’è posto per noi a Betlemme».
    «Fa’ cuore, o Donna. Noi ti cercheremo una casa».
    «Lo dirò alla padrona mia», dice quello del latte, Elia.
    «È buona. Vi accoglierà, dovesse cedervi la sua stanza. Appena è giorno glielo dico. Ha la casa piena di gente. Ma vi darà un posto».
    «Per il mio Bambino, almeno. Io e Giuseppe stiamo anche per terra. Ma per il Piccino…».
    «Non sospirare, Donna. Ci penso io. E lo diremo a molti ciò che ci è stato detto. Non mancherete di nulla. Per ora prendete ciò che la nostra povertà vi può dare. Siamo pastori…».
    «Siamo poveri noi pure. E non vi possiamo compensare», dice Giuseppe.
    «Oh! non vogliamo! Anche lo poteste, non vorremmo! Il Signore ce ne ha già compensato. La pace l’ha promessa a tutti. Gli angeli dicevano così: “Pace agli uomini di buona volontà”. Ma a noi ce l’ha già data, perché l’angelo ha detto che questo Bambino è il Salvatore, che è Cristo, il Signore. Siamo poveri e ignoranti, ma sappiamo che i profeti dicono che il Salvatore sarà il Principe della Pace. E a noi ci ha detto di andare ad adorarlo. Perciò ci ha dato la sua pace. Gloria a Dio nei Cieli altissimi e gloria a questo suo Cristo, e benedetta sia tu, Donna, che lo hai generato! Santa sei, perché hai meritato di portarlo! Comandaci come Regina, ché saremo contenti di servirti. Che possiamo fare per te?».

    «Amare il Figlio mio ed avere sempre in cuore i pensieri di ora».
    «Ma per te? Non desideri nulla? Non hai parenti ai quali far sapere che Egli è nato?».
    «Sì, li avrei. Ma non sono qui vicino. Sono a Ebron…».
    «Ci vado io», dice Elia. «Chi sono?».
    «Zaccaria il sacerdote ed Elisabetta mia cugina».
    «Zaccaria? Oh! lo conosco bene. Nell’estate vado su quei monti, perché i pascoli vi sono ricchi e belli, e sono amico del suo pastore. Quando ti so sistemata vado da Zaccaria».
    «Grazie, Elia».
    «Niente grazie. Grande onore per me, povero pastore, andare a parlare al sacerdote e dirgli: “È nato il Salvatore”».
    «No. Gli dirai: “Ha detto Maria di Nazareth, tua cugina, che Gesù è nato, e di venire a Betlemme”».
    «Così dirò».
    «Dio te ne compensi.
    9Mi ricorderò di te, di voi tutti…».
    «Dirai al tuo Bambino di noi?».
    «Lo dirò».
    «Io sono Elia».
    «E io Levi».
    «Ed io Samuele».
    «E io Giona».
    «Ed io Isacco».
    «Ed io Tobia».
    «Ed io Gionata».
    «Ed io Daniele».
    «E Simeone io».
    «E Giovanni mi chiamo io».
    «Io Giuseppe e mio fratello Beniamino, siamo gemelli».
    «Ricorderò i vostri nomi».
    «Dobbiamo andare… Ma torneremo… E ti porteremo altri ad adorare!…».
    «Come tornare all’ovile lasciando questo Bambino?».
    «Gloria a Dio che ce lo ha mostrato!».
    «Facci baciare la sua veste», dice Levi con un sorriso d’angelo.
    Maria alza piano Gesù e, seduta sul fieno, offre i piedini, avvolti nel lino, da baciare. E i pastori si chinano fino al suolo e baciano quei piedini minuscoli, velati di tela. Chi ha la barba se la forbisce prima e quasi tutti piangono e, quando devono andare, escono a ritroso, lasciando il cuore indietro…
    La visione mi cessa così, con Maria seduta sulla paglia col Bambino in grembo e Giuseppe che, appoggiato alla greppia con un gomito, guarda e adora.

    10Dice Gesù (che si rivolge a M.V.):

    «Oggi parlo Io. Sei molto stanca, ma abbi pazienza ancora un poco. È la vigilia del Corpus Domini. Potrei parlarti dell’Eucarestia e dei santi che si fecero apostoli del suo culto, così come ti ho parlato dei santi che furono apostoli del Sacro Cuore. Ma voglio parlarti di un’altra cosa e di una categoria di adoratori del Corpo mio che sono i precursori del culto per Esso. E sono i pastori. I primi adoratori del mio Corpo di Verbo divenuto Uomo.
    Una volta ti dissi, e ciò è detto anche dalla mia Chiesa, che i santi Innocenti sono i protomartiri del Cristo. Ora ti dico che i pastori sono i primi adoratori del Corpo di Dio. E in loro vi sono tutti i requisiti richiesti per essere adoratori del Corpo mio, anime eucaristiche.
    Fede sicura: essi credono prontamente e ciecamente all’angelo.
    Generosità: essi dànno tutta la loro ricchezza al loro Signore.
    Umiltà: si accostano a dei più poveri, umanamente, di loro con modestia di atti che non avvilisce, e si professano servi loro.
    Desiderio: quanto non possono dare da loro, si industriano a procurare con apostolato e fatica.
    Prontezza di ubbidienza: Maria desidera sia avvertito Zaccaria, e Elia va subito. Non rimanda.
    Amore, infine: essi non sanno staccarsi di là, e tu dici: “lasciano là il loro cuore”. Dici bene.

    Ma non bisognerebbe fare così anche col mio Sacramento?

    11E un’altra cosa, tutta per te, questa: osserva a chi si svela per primo l’angelo e chi merita di sentire le effusioni di Maria. Levi: il fanciullo.
    A chi ha l’anima di fanciullo Dio si mostra e mostra i suoi misteri e permette che oda le parole divine e di Maria. E chi ha anima di fanciullo ha anche il santo ardimento di Levi e dice: “Fàmmi baciare la veste di Gesù”. Lo dice a Maria. Perché è sempre Maria quella che vi dà Gesù. È Lei la Portatrice dell’Eucarestia. È Lei la Pisside viva.
    Chi va a Maria trova Me. Chi mi chiede a Lei, da Lei mi riceve. Il sorriso di mia Madre, quando una creatura le dice: “Dàmmi il tuo Gesù, ché lo ami”, fa trascolorare i Cieli in un più vivo splendore di letizia, tanto è felice.
    Dille dunque: “Fàmmi baciare la veste di Gesù. Fàmmi baciare le sue piaghe”. E osa di più ancora. Di’ : “Fàmmi posare il capo sul Cuore del tuo Gesù, perché ne sia beata”.
    Vieni. E riposa. Come Gesù nella cuna, fra Gesù e Maria».
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  16. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    suari (03-01-2018), Sunshine (01-01-2018)

  17. #1909
    Veterano di CR L'avatar di sobiesky
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    Gentilissime/i Buon 2018!
    Non volevo lasciare questo primo dell'anno senza prima postare un illuminante, significativo, travolgente editoriale riguardante le Opere della mistica Maria Valtorta; lo segnalo come un lungimirante, promettente auspicio per il futuro degli scritti della mistica.
    Di certo un edificante esempio di Chiesa illuminata al servizio e sequela del Signore Gesù.

    E' stato scritto lo scorso anno nel mese di maggio e porta la firma del Direttore del mensile cattolico "CONSOLATIO", Padre Giuseppe Tagliareni della città di Sciacca provincia di Agrigento.

    Ecco il testo:


    Dal mensile “CONSOLATIO” – maggio 2017

    http://www.divinaconsolatio.it/

    Un giudizio sugli scritti di Maria Valtorta

    Editoriale di Padre Giuseppe Tagliareni



    La Valtorta fa risplendere la gloria di Dio nei suoi libri, nati dai suoi scritti sulla vita di Gesù ("L'Evangelo come mi e' stato rivelato" e i "Quaderni"), in base alle visioni e i dettati da lei riferiti, avuti negli anni 1942-1950. Persino quei Monsignori che l'hanno condannata, hanno riconosciuto che nella sua opera principale (l'Evangelo) messa nell'Indice dei libri proibiti, poi abolito da Papa Paolo VI (1966),"non vi sono errori contro la fede e la morale".

    In verità, in essa vi e‘ una tale abbondanza di sapienza che stupisce e non ha paragoni se non nelle Sacre Scritture, che in essa sono presenti in maniera abbondantissima. Proprio questa presenza garantisce la bontà dell'opera valtortiana, che supera immensamente le capacità non solo della scrittrice, ma dei maggiori letterati e cultori di teologia e di spiritualità. In quest'Opera, Gesù è vivo, come nel Vangelo. La Bibbia ha la garanzia della Chiesa; l'opera valtortiana no, perché nasce da una rivelazione privata.

    Tuttavia, poiché in essa vi si trova tutto il Vangelo senza diminuzioni, contraddizioni, esagerazioni, sconvenienze ma integralmente e con aggiunte che descrivono con maggior completezza le affermazioni di Cristo, le sue opere, gli insegnamenti, i gesti, il gran numero di persone che lo avvicinavano, gli avvenimenti che lo interessavano, le iniziative intraprese, gli attacchi subiti, lo svolgimento sempre coerente e a volte imprevisto degli avvenimenti, la santità eccelsa della vita mai contraddetta, i numerosissimi miracoli di ogni genere, le situazioni più difficili, le contraddizioni e le trame dei nemici, gli interventi degli amici, le esuberanze dei discepoli e degli apostoli, le terribili vicende della sua dolorosissima passione e morte e della gloriosa risurrezione e ascensione al cielo, preceduta dagli ultimi insegnamenti cosi profondi e profetici sulla Chiesa futura... fanno di quest'opera che narra la vita di Cristo e il suo autentico insegnamento un'opera che supera tutto ciò che di Cristo e‘ stato scritto fino ad ora e che si può spiegare solo accettando che sia stato Gesù stesso a ispirarla e dettarla.

    Una controprova è l'abbondanza di frutti che da essa si ricavano. Lo afferma lo stesso Vangelo, che dai frutti si conosce l'albero. E qui i frutti sono buoni e dolci: di sapienza, di arricchimento spirituale facile da ottenere, di vere conversioni a Dio, di aumento di zelo nei confronti di Dio e della salvezza delle anime e dell'amore alla Chiesa, ai Sacramenti, alla santa Tradizione cattolica in tutti i suoi ambiti, meravigliosamente confermata dall‘Autore delle rivelazioni.
    Egli afferma che lo scopo precipuo di tali scritti è una conferma piena della fede cattolica e l‘offerta di un pascolo sano a tutti coloro che hanno fame di Dio e che non trovano adeguata risposta nella Chiesa, perché troppi pastori danno paglia anziché erbe gustose e fresche e troppi causano scandali e suscitano dubbi ed eresie e tante luci si spengono nel panorama ecclesiastico. Questi libri sono luci fisse e pascoli ameni di cibo spirituale squisito e nutriente di ottima qualità e fattura, adatti a soddisfare la fame e la sete di Dio, di verità eterne, di Vangelo autentico e di sana dottrina. Un particolarissimo merito l'opera ha nei confronti della Madonna: non c'è libro che esalti tanto la Vergine Maria e la faccia conoscere meglio nella sua personalità, nel suo perfetto ruolo, nel suo rapporto privilegiato con la Ss. Trinità e col Figlio in particolare, con S. Giuseppe prima e con gli apostoli poi, specialmente con Pietro e Giovanni e con la Chiesa nascente.

    Inarrivabili le pagine della passione del Signore e del Sabato Santo, che fanno risplendere la santità di Maria, la sua grandezza nella fede e nella speranza, la sua fondamentale partecipazione alla redenzione dell'uomo in unione a Cristo, come nuova Eva accanto al nuovo Adamo. Mai nulla è detto di esagerato e di incongruo. Le lodi che Gesù stesso tesse di Maria sono giuste, sante e perfette. Non possono certo venire dal Nemico del bene e del vero; da lui piuttosto viene l'oscuramento di questi libri e il tentativo di denigrarli o sopprimerli.

    In essi infatti, risplende la luce che salva e la gloria di Dio e della Chiesa da Lui istituita. In questi libri, la Chiesa cattolica ne esce bella, confermata, esaltata, restituita alla sua fonte che è Cristo, senza aggiunte o adulterazioni, senza mancanze o sottrazioni.
    Essa è la Casa di Dio incarnato, animata dallo Spirito Santo, in possesso di tutti i mezzi della salvezza: il Vangelo integro, i Sacramenti, la guida infallibile di Pietro, la santità delle anime viventi nella grazia di Dio, specialmente dei Sacerdoti, il Sacrificio vivente di Cristo (l'Eucaristia e la Messa) e dei fedeli uniti a Lui, il perdono dei peccati e la santificazione, la Comunione dei Santi, i suffragi. Nell'opera valtortiana brilla l'immensa Bontà di Dio, la sua eccelsa misericordia e la sua giustizia inarrivabile e santissima. Chi in essa parla ha una voce che non sdice se si accetta che sia Gesù stesso a parlare: mai è falso, mai banale, mai esagerato; sempre luminoso, sempre elevante, sempre santo; umile ed alto, semplice e sapiente, perfetto nella dottrina e saggio nelle risposte, forte e soave, sapiente nell'accogliere tutto il Vecchio Testamento, compresi simboli e testi profetici puntualmente spiegati e attuati nella sua vita e profetico nell'annunziare il tempo che verrà e i futuri interventi di Dio nella storia.

    Chi può parlare così e senza timore di essere smentito?

    Colui che parla ha non solo una dottrina elevata e perfetta, ma dimostra una padronanza e sicurezza tale da saperla dire anche con parole ed espressioni adatte ai semplici, senza avvilire mai l‘elevatezza delle verità annunziate: qualità del tutto identica a quella del Gesù che parla nei Vangeli canonici.

    L’Evangelo di Maria Valtorta supera infinitamente gli sforzi a volte fuorvianti dell‘esegesi―scientifica dei nostri giorni, basata sulla scienza umana, la quale non dà accesso alla fonte dell‘acqua viva che nutre lo spirito e piuttosto fa fermare lo sguardo all‘erudizione dell‘interprete o lo lancia a collegamenti ipertestuali che confondono lo spirito di chi cerca verità assoluta e Dio stesso che parla ai suoi figli. Nei testi della Valtorta, la narrazione dei fatti e la dottrina sono perfetti e senza bisogno di ulteriori spiegazioni di esegeti e di maestri. Tutto fila liscio senza bisogno di altri maestri che non sia il Cristo che parla: Egli va dicendo la sua parola semplice e profonda con una certa gradualità e adattandola a coloro che ha davanti: adulti e bambini, uomini e donne, ignoranti e dotti, curiosi e nemici, israeliti e stranieri, greci e romani, fedeli e proseliti, ricchi e poveri, servi e padroni, schiavi e liberi, autorità di ogni grado, proprio come nel Vangelo canonico.

    Leggendo la Valtorta non si sente alcun bisogno di fare sforzi di esegesi o di leggere dotti commenti, ma solo desiderio di ascoltare, di meditare, di inoltrarsi nel mistero contemplato per maggiormente amare Dio che si fa conoscere e di prendere integralmente la sua Legge di amore per farla propria, imitando Gesù e Maria, gli esempi eccelsi che sempre stanno davanti agli occhi fedeli.

    Si, questi libri portano alla santità, per la quale non c‘è bisogno di scienza ma di fede e amore: due cose che difettano spesso nei nuovi dottori e scribi: gli esegeti, i biblisti, i predicatori di un Vangelo svuotato del suo contenuto eterno e immiserito con interpretazioni peregrine, che come penne variopinte attirano lo sguardo sulla coda del pavone, ma non suscitano conversione dei cuori a Dio. Per questa ragione, coloro che amano tali cose non vogliono sentir parlare della Valtorta e se costretti a farlo, mostrano sarcasmo e disprezzo. Ma a Dio è piaciuto una volta di più rivelare le sue cose ai piccoli e oscurare le menti degli orgogliosi. Solo chi è umile e semplice può apprezzare il tesoro inestimabile di questi scritti. Sia gloria a Dio, che ne è l‘Autore principale: a Lui grazie per tanto pascolo genuino; sia lode a Maria Valtorta, suo umile strumento, che vi ha messo la sua vita a servizio, con la sua personalità pur imperfetta e con tanto suo amore e dolore di autentica "passione", a imitazione del suo Signore.

    Una lode pure all‘editore Emilio Pisani che vi ha creduto fin dall‘inizio ed ha il merito di aver curato la pubblicazione.
    Questi libri ora sono per lo più snobbati, perché forse siamo nell’epoca di una inquietante, strisciante apostasia, ma un giorno splenderanno in tutta la loro bellezza.
    Sulla luce, infatti, le tenebre non possono prevalere.

    Ultima modifica di sobiesky; 01-01-2018 alle 21:05
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)

  18. 3 utenti ringraziano per questo messaggio:

    Marziam (01-01-2018), suari (03-01-2018), Sunshine (03-01-2018)

  19. #1910
    CierRino L'avatar di pongo
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    Citazione Originariamente Scritto da sobiesky Visualizza Messaggio

    L’Evangelo di Maria Valtorta supera infinitamente gli sforzi a volte fuorvianti dell‘esegesi―scientifica dei nostri giorni, basata sulla scienza umana, la quale non dà accesso alla fonte dell‘acqua viva che nutre lo spirito e piuttosto fa fermare lo sguardo all‘erudizione dell‘interprete o lo lancia a collegamenti ipertestuali che confondono lo spirito di chi cerca verità assoluta e Dio stesso che parla ai suoi figli. Nei testi della Valtorta, la narrazione dei fatti e la dottrina sono perfetti e senza bisogno di ulteriori spiegazioni di esegeti e di maestri. Tutto fila liscio senza bisogno di altri maestri che non sia il Cristo che parla: Egli va dicendo la sua parola semplice e profonda con una certa gradualità e adattandola a coloro che ha davanti: adulti e bambini, uomini e donne, ignoranti e dotti, curiosi e nemici, israeliti e stranieri, greci e romani, fedeli e proseliti, ricchi e poveri, servi e padroni, schiavi e liberi, autorità di ogni grado, proprio come nel Vangelo canonico.
    Nell'editoriale leggo molti termini iperbolici e un pericoloso irrazionalismo fideistico. Forse non è il genere di materiale in grado di contestualizzare, nel senso richiesto dal primo post della discussione, l’opera di Maria Valtorta.
    Ecce Agnus Dei! Ecce qui tollit peccata mundi!

  20. Il seguente utente ringrazia pongo per questo messaggio:

    Brocabruno (02-01-2018)

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