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Discussione: Liturgia Ambrosiana (Informazioni, dettagli, particolarità, ecc.)

  1. #11
    Veterano di CR L'avatar di chierichetto87
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    Il capitolo del Duomo di Milano.

    Il Capitolo Metropolitano è il collegio degli ecclesiastici, i canonici, che hanno il compito di attendere alla vita ed alle funzioni liturgiche della Cattedrale.
    Si chiama così perchè in antico, nell'adunanza quotidiana dei canonici, si leggeva un capitolum delle regole o costituzioni della vita canonicale.
    Quello milanese è tradizionalmente distinto in Capitolo Maggiore - o ordo maior -, al quale appartengono i canonici che a turno presiedono e assistono alle celebrazioni capitolari della settimana; e in Capitolo Minore - o ordo minor -, che è preposto alla cura della liturgia e del canto.

    Originally posted by pathos81
    Il Capitolo Maggiore del Duomo di Milano è formato da 5 dignità:

    • l'arciprete (prefetto del capitolo),
    • l'arcidiacono (che fa da primo diacono nelle celebrazioni pontificali e viene scelto dai canonici diaconi per ordine di anzianità),
    • il primicerio,
    • il teologo,
    • il penitenziere maggiore.

    Seguono poi 5 canonici presbiteri e 5 canonici diaconi (un tempo c'erano anche i canonici suddiaconi).
    Ogni settimana un canonico presbitero a turno (l'ebdomadario) e 2 canonici diaconi a turno presiedono ed assistono alle celebrazioni capitolari della settimana.
    Un sacerdote nominato canonico maggiore del duomo entra nell'ordine diaconale e man mano che si liberano i canonicati presbiterali viene promosso agli stessi per ordine di anzianità.

    Il Capitolo Minore è preposto alla cura della liturgia e del canto: infatti nei suoi componenti vengo annoverati i cerimonieri e un numero variabile di canonici minori incaricati di intonare i salmi durante le celebrazioni capitolari.
    Attualmente il Maestro delle sacre cerimonie è mons. Mellera e il suo vice è mons. Fontana.

    Per quanto riguarda le vesti e le insegne:

    Ogni canonico maggiore e minore ha il titolo di monsignore, l'uso della veste talare paonazza, la concessione del rocchetto, la mantellina e la croce pettorale.
    L'uso della ferula è riservato solamente all'arciprete (un tempo la utilizzava anche il cerimoniere!).
    Fino a pochi anni fa il titolo di monsignore era riservato solamente ai canonici maggiori mentre i canonici minori non avevano nè l'uso della veste talare paonazza nè della croce e neppure della mantellina.



    Si vede il beato cardinal Schuster sul pulpito del duomo di Milano con i due diaconi assistenti (canonici del duomo) il chierico crocifero in piviale e 2 chierici.
    Nell'ingrandimento si vede il maestro delle cerimone del capitolo metropolitano di Milano ai tempi del beato cardinale Schuster. Come potete vedere sopra la veste talare indossa la "soprana", la vera soprana! quella con le ampie maniche... in quel momento della celebrazione il cerimoniere si trovava presso il pulpito dietro al celebrante e regge la "ferula", privilegio dell'ufficio che ricopriva.


    Nella prima foto l'allora Arcivescovo mons. Montini presta assistenza pontificale dal trono; accanto a lui alla destra il canonico arcidiacono e a sinistra un altro canonico diacono entrambi mitrati, alla destra l'arciprete del capitolo in piviale funge da "prete" assistente (le due ferule che vedete: una è dell'arciprete l'altra del cerimoniere).
    Nella seconda non si tratta dell'assistenza pontificale, l'Arcivescovo (ancora non cardinale) assiste dal trono in cappa magna (con ermellino); accanto a lui 2 canonici in cappa magna e l'arciprete del capitolo.
    Più sulla destra il cerimoniere con il suo abito corale (soprana+cappa magna) e la ferula.


    Un solenne pontificale del beato cardinale Schuster: ai piedi del trono i chierici "porta insegne" rivestiti del cosidetto "pivialino"; sulla destra il "circolo" dei canonici ciascuno rivestito secondo il proprio ordine (pianeta i presbiteri, dalmatica i diaconi, tunicella i suddiaconi)
    Originally posted by pathos81@Aug 1 2006, 11:38 AM
    Secondo le nuove costituzioni (approvate alla fine degli anni '90) tutto il capitolo (minore e maggiore) ha diritto alla veste paonazza con fascia, al rocchetto, alla mantellina paonazza e alla croce pettorale.
    Il solo arciprete ha diritto alla ferula.



    Questo è l'abito corale dei canonici del duomo di milano (anello a parte...)

    L'Aricprete nel giorno della presa di possesso della parrocchia del Duomo.


    Mons. G. Mellera (qui fotografato col card. Tettamanzi) che è stato cerimoniere per 37 anni, indossa la soprana nella sua "versione" odierna.
    Ultima modifica di Ambrosiano; 02-07-2012 alle 23:14

  2. Il seguente utente ringrazia chierichetto87 per questo messaggio:

    cisnusculum (19-02-2016)

  3. #12
    Veterano di CR L'avatar di chierichetto87
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    57° settimana Liturgica Nazionale Italiana

    Varese, Teatro Apollonio, 24 agosto 2006

    IV Relazione. Intervento di mons. Marco Navoni,
    Dottore Biblioteca Ambrosiana

    Il Triduo Pasquale nel rito ambrosiano:
    un cammino di memoria e di speranza

    Prendiamo le mosse proprio dal sottotitolo di questa relazione per definire la specificità del triduo pasquale nel rito ambrosiano: il triduo è precisamente un "cammino". È innanzitutto il cammino di Cristo nel suo mistero pasquale, un cammino che passa attraverso la passione e la croce per giungere alla gloria della risurrezione. Ma è anche il cammino della Chiesa e di ogni fedele, perché la Chiesa intera e ogni fedele sono chiamati, attraverso al celebrazione liturgica, a ripercorrere con Cristo questo stesso cammino, rivivendone nel mistero gli eventi di salvezza.
    È per questo che la liturgia ambrosiana, in consonanza con numerose liturgie orientali e soprattutto con l'antica liturgia di Gerusalemme, ha sempre conservato una particolare specificità: il rispetto rigoroso della dimensione storica nella quale si fa presente l'evento di salvezza. Ci spieghiamo: la liturgia ambrosiana distribuisce nelle singole celebrazioni del triduo le pericopi del vangelo secondo Matteo in maniera tale che in ogni celebrazione venga proclamato il brano evangelico che a essa specificatamente si riferisce. In questo senso il triduo è davvero un "cammino di memoria": è la Chiesa che fa memoria di quegli eventi, ripercorrendone le tappe alla sequela del suo Signore che soffre, muore e risorge.
    La cosa è evidentissima in riferimento alla proclamazione della passione del Signore. Essa non viene proclamata, come nella liturgia romana, per intero nel solo venerdì santo, ma è distribuita in due sezioni. Nella messa "in cena Domini" del giovedì santo viene proclamata la prima parte, quella che narra ciò che storicamente avvenne nella notte del primo giovedì santo: la cena pasquale con l'istituzione dell'eucaristia, l'agonia nel Getzemani, il bacio traditore di Giuda, l'arresto, il processo davanti al sinedrio e il rinnegamento di Pietro. E infatti, la narrazione si interrompe quando canta il gallo, perché ormai sta sorgendo l'alba del nuovo giorno.
    Coerentemente al venerdì santo, nella celebrazione della morte del Signore, la narrazione riprende esattamente da dove era stata interrotta la sera prima, e ripercorre o meglio: fa ripercorrere alla Chiesa nel suo camnino di memoria - gli episodi che si sono storicamente verificati nel primo venerdì santo: il processo davanti a Pilato, la flagellazione, la condanna, la salita al calvario, la crocifissione, fino al momento culminante della morte in croce.
    Dunque le due celebrazioni del giovedì santo sera e del venerdì santo pomeriggio vanno lette, e rivissute, in profonda unità: potremmo quasi dire che sono le due metà di una realtà unica, il mistero della passione e morte del Signore.
    In effetti, la messa "in cena Domini" secondo la liturgia ambrosiana, propriamente non commemora l'istituzione dell'eucaristia, ma - come abbiamo già detto commemora il primo atto della passione del Signore, nella quale anche l'eucaristia trova la sua collocazione non solo dal punto di vista storico-cronologico ma anche teologico e salvifico. Ma proprio perché il giovedì santo commemora la prima parte della passione, di sua natura esso rimanda alla seconda parte, quella cronologicamente collocata e celebrata il venerdì santo.
    Quando parliamo di giovedì santo e venerdì santo, in riferimento al triduo, usando i criteri cronologici "normali", ci sembra di indicare due giorni; in realtà, dal punto di vista liturgico, si tratta invece di un giorno solo, il primo giorno del triduo, il giorno del Cristo che soffre e che muore, del Cristo che comincia la sua passione al vespro del giovedì santo, durante la notte affronta la prova dell'angoscia, dell'agonia, dell'arresto e dell'abbandono, e giunge nel pomeriggio del venerdì santo al sacrificio supremo della croce. Per intenderei, usando una terminologia rubricale che aiuta in ogni caso a fare chiarezza, potremmo dire che, nel rito ambrosiano, la celebrazione della messa "in cena Domini" è come se fosse la celebrazione dei primi vespri del venerdì santo, o meglio, la celebrazione dei primi vespri del primo giorno del triduo, quello che commemora per l'appunto la passione e morte del Signore.
    Non stupisce allora il fatto che i testi liturgici ambrosiani del giovedì santo non
    accennino quasi mai all'istituzione dell'eucaristia, o ne accennino appena, mentre si dilunghino sul tema della passione, del tradimento di Giuda, della morte in croce, della figura del buon ladrone: si spingano cioè a considerare episodi che propriamente riguardano il venerdì santo. Ma se teniamo presente quanto abbiamo detto, non è una incoerenza che i testi del giovedì santo sera alludano a episodi del venerdì santo pomeriggio; anzi: è somma coerenza, è la coerenza della cronologia liturgica, la coerenza di quel cammino di memoria che la Chiesa è invitata a ripercorrere seguendo le orme del proprio maestro.

    Di questi testi del giovedi santo ne prendiamo in considerazione solo uno. Si tratta dell'antifona che la liturgia ambrosiana prevede dopo la lettura del vangelo; e quindi, nel caso della messa "in cena Domini", dopo la lettura della prima parte della passione. È un testo antichissimo, tradotto in latino direttamente e con estrema fedeltà letterale da un'antifona bizantina della seconda metà del VI secolo e che solo la liturgia ambrosiana possiede in Occidente. È conosciuto generalmente dalle parole con cui inizia il testo latino: «Cenae tuae mirabili», corrispondenti all'originale greco (“Tou deìpnou sou tou mystikou»). Accanto al testo latino, proponiamo una nostra traduzione italiana.


    Il testo è breve, ma ricco di contenuti e di suggestioni. Si parla innanzitutto dell'ultima cena: è uno dei rari accenni all'eucaristia che troviamo nei testi liturgici del giovedì santo ambrosiano; accenno però importante, perché di fatto la notte del tradimento è il contesto storico in cui l' eucaristia è stata istituita e come tale la nostra antifona proprio dall'ultima cena prende le mosse. Ebbene, la cena del Signore è definita mirabile dalla redazione latina. Questo tuttavia è un aggettivo che forse dice poco, perché in italiano lo sentiamo immediatamente sinonimo di meraviglioso, di stupendo. A dire il vero la redazione originale greco-bizantina parla di cena mistica. E l'aggettivo mistico nella letteratura patristica e liturgica è un aggettivo ricchissimo di significati: praticamente una realtà è definita mistica quando, al di là delle apparenze, contiene o trasmette una verità spirituale e sacra più profonda. Nel caso dell'eucaristia, la verità del corpo e del sangue di Cristo, la presenza del suo sacrificio redentore.
    Dunque la cena a cui Cristo invita il fedele nel cammino di memoria del giovedì santo è mirabile, è meravigliosa ( come dice il testo latino), proprio perché è mistica (come dice il testo greco), perché in essa si fa presente l'offerta che il Signore Gesù compie, nel sacrificio eucaristico, della sua vita a nostra salvezza.
    Ma questo prezioso testo bizantino/ambrosiano, dopo il ricordo dell'ultima cena, accenna al bacio traditore di Giuda e continua alludendo all'episodio del cosiddetto buon ladrone, di cui vengono riprese, come preghiera personale, le ultime parole sulla croce (“Ricordati di me nel tuo regno”).
    Nel complesso dunque l'antifona dopo il vangelo della messa "in cena Domini" risulta in perfetta sintonia con la tematica propria del giovedì santo ambrosiano: infatti dall'istituzione dell' eucaristia il testo si allarga alla notte del tradimento fino ad abbracciare la stessa scena del calvario del venerdì santo, e si conclude con un accenno implicito alla pasqua eterna che per il credente, come per il buon ladrone, si realizza attraverso l'ingresso nel regno di Cristo.
    Dunque è un testo che dalla notte del giovedì santo ci fa trapassare alla scena del calvario del giorno successivo, anche se, dal punto di vista, liturgico - val la pena ripeterlo - è lo stesso giorno, il primo del triduo, il giorno della passione e morte del Signore.

    Della celebrazione del venerdì santo riprendiamo, come testo significativo, il celebre responsorio Tenebrae; cantato appena prima della proclamazione della seconda parte della passione del Signore, che culmina con la morte in croce. II testo ci è giunto in una triplice redazione: romana, beneventana e per l'appunto ambrosiana. Dopo il testo latino, ne proponiamo una traduzione italiana.


    Come si può notare, questo testo è formato dalla commistione molto libera fra la scena della crocifissione secondo Matteo (Mt 27,45-56.51) e alcuni particolari della scena della crocifissione secondo Giovanni (Gv 19,30.34), specificatamente l'inclinato capite e soprattutto il colpo di lancia al costato. Sennonché la rielaborazione del testo liturgico ha fatto sì che, rispetto alla narrazione di Giovanni, il colpo di lancia venisse anticipato rispetto al momento della morte, quando Cristo è ancora vivo in croce. È stato fatto notare dagli studiosi che già alcuni codici del Nuovo Testamento trasmettono il testo della crocifissione secondo Matteo interpolato con la frase di Giovanni sul colpo di lancia anticipato rispetto al momento della morte, esattamente come il testo ambrosiano del Tenebrae. E si possono trovare testimonianze analoghe anche nei commenti dei Padri della Chiesa, così come nella documentazione iconografica: spesso infatti la scena della crocifissione viene rappresentata con il soldato che trafigge il costato di Cristo mentre questi è in croce ancora vivo e con gli occhi aperti (forse la prima rappresentazione iconografica di questo genere è il celebre evangeliario siriaco di Rabula del VI secolo).
    È indubbio che questa ricomposizione dei fatti, per quanto contraria alla narrazione di Giovanni, risulta però funzionale in un testo liturgico come il nostro responsorio, perché permette di usare due volte come "responsum", la frase che compiutamente descrive l'evento celebrato: la morte di Cristo in croce ( «et inclinato capite emisit spiritum»): questa infatti è la meta del cammino di memoria iniziatosi ai vespri del giorno precedente e che ora nella solenne proclamazione della morte salvifica del Signore raggiunge il suo vertice.

    La celebrazione della veglia pasquale ci apre invece al cammino di speranza. che sul cammino di memoria si innesta e da esso fiorisce. Sappiamo che già nella tradizione ebraica la notte pasquale condensava in sé quattro eventi cardine della storia della salvezza: la creazione del mondo, il sacrificio di Isacco, la liberazione dall'Egitto, l'avvento escatologico del Messia. La veglia pasquale cristiana eredita e reinterpreta in senso cristologico questi quattro episodi (tanto è vero che i primi tre entrano nella catechesi veterotestamentaria della veglia): in Cristo morto e risorto. prefigurato nel sacrificio di Isacco, il vecchio mondo tramonta e la creazione intera ritrova la propria novità; e il popolo di Dio, la Chiesa, rinnovato nelle acque battesimali, esce dalla vecchia condizione di peccato ed entra nella nuova condizione di grazia. Ma la veglia pasquale diventa anche l'occasione per commemorare e anticipare nel rito misterico l'incontro con Cristo nel suo ritorno glorioso alla fine dei tempi; anzi, ancora nel secolo IV, era viva la credenza che proprio durante una notte pasquale il Signore sarebbe tornato per instaurare il suo Regno.
    Ebbene, la veglia pasquale ambrosiana accentua in maniera molto marcata questa tensione escatologica, come dimostra la parte finale del preconio, ci cui - come al solito - dopo il testo latino proponiamo una traduzione italiana:


    La veglia pasquale dunque, secondo il preconio ambrosiano, è attesa della venuta dello Sposo, e i riferimenti alle lampade da tenere prudentemente accese, senza perder tempo a cercare olio da aggiungere, ritardando così l'incontro con il Signore che viene, pone la Chiesa nell'atteggiamento delle vergini sagge della parabola (cfr. Mt 25) invitate alla festa di nozze. Anche l'accenno al Signore che verrà con certezza come il lampo che brilla improvviso (Le 17,24) rimarca la dimensione escatologica di questo incontro.
    E in effetti la stessa veglia ambrosiana, nella sua struttura, è carica di una intrinseca dinamicità. Il cero pasquale - ad esempio, ci dice il Preconio - non è nella tradizione ambrosiana immediatamente simbolo di Cristo risorto, come per la veglia di rito romano; piuttosto è come la stella dei Magi che precede il cammino della Chiesa-Sposa sostenendola con la sua luce verso l'incontro con il Signore risorto, lo Sposo che sta per tornare.
    Una luce che si attualizza nella Parola di Dio proclamata durante la lunga catechesi veterotestamentaria, attraverso la quale si ripercorrono eventi antichi verificatisi in tempi diversi, e che pure si rendono liturgicamente presenti e attuali nella celebrazione della veglia nel corso di un unica notte.
    La meta di questo cammino della Sposa lungo la storia della salvezza incontro allo Sposo è il cuore della veglia ambrosiana al termine della catechesi veterotestamentaria, quando il "sacerdos", propriamente il vescovo, con voce apostolica, proclama per tre volte l'annuncio kerigmatico: «Christus Dominus resurrexit», «Cristo Signore è risorto». Non ci sono riti allegorici per indicare lo Sposo che si è fatto finalmente presente nella sua gloria di risorto dopo i giorni della passione e del lutto; non si usano simboli (appunto, neppure il cero pasquale). C'è il kerigma apostolico nella sua essenzialità che lungo i secoli la voce dei successori degli apostoli ripetono ogni anno nel cuore della veglia, annunciando alla Chiesa Sposa che lo Sposo è finalmente arrivato.
    Ma l'incontro tra lo Sposo e la Sposa, se non viene indicato attraverso allegorie o elementi simbolici, si realizza e si attualizza nei sacramenti, dove - come dice sant' Ambrogio stesso - abbiamo la possibilità di "tenere Christum", di tenerlo stretto a noi, di incontrarlo, di abbracciarlo (cfr. Apologia David, 58). E infatti la Chiesa incontra Cristo innanzitutto nel battesimo, in quel lavacro con il quale egli, lo Sposo, la rende per sé Sposa santa e immacolata (cfr. Ef 5,25-26).
    Ma soprattutto, «ad totius mysterii supplementum», «affinché il mistero celebrato giunga alla sua pienezza», è nella comunione eucaristica che la Chiesa incontra Cristo risorto, o meglio che la Sposa incontra lo Sposo e si unisce a lui nelle mistiche nozze.
    In conclusione potremmo dire che è proprio la simbologia nuziale che emerge cosi evidente nella veglia pasquale, quella che ci permette di re-interpretare correttamente tutto il cammino di memoria e di speranza del Triduo Pasquale ambrosiano.
    In effetti chi è chiamato a rivivere nella liturgia il Triduo Pasquale non è un cronista, il cui compito sarebbe quello di ricostruire gli eventi dal punto di vista cronologico e riuscirebbe a fare il suo lavoro tanto meglio quanto più riuscisse a farlo in maniera staccata. asettica, oggettiva. Nella celebrazione liturgica è la Chiesa che è chiamata non a ricostruire gli avvenimenti della Pasqua di Cristo, ma a riviverli, e a riviverli con quella compartecipazione affettiva che è tipica della Sposa che segue lo Sposo nel suo cammino di passione, morte e risurrezione. Il suo è dunque un cammino di "memoria", da intendersi nel senso alto, biblico e liturgico del termine: non ricordo psicologico di avvenimenti passati, ma "memoriale" di un evento che si fa oggi per lei attuale e salvifico.
    E così, tentando di periodizzare i tre giorni del Triduo secondo le indicazioni della tradizione ambrosiana, potremmo dire che la Chiesa Sposa rivive, nel primo giorno del Triduo (dalla celebrazione vespertina del giovedì santo alla celebrazione pomeridiana del venerdì santo), cioè il giorno del "Christus crucifixus", la memoria dello Sposo che per lei si è offerto nella passione e nella morte di croce; il sabato santo, secondo giorno del Triduo, cioè il giorno del "Christus sepultus", la Sposa entra in una condizione di lutto e di silenzio, perché lo Sposo le è stato strappato e sta riposando nel sonno del sepolcro. Ma è un lutto sostenuto dalla speranza, dall'attesa e dalla certezza di ritrovare lo Sposo: e così la Chiesa entra fiducia sa, nel terzo giorno del Triduo, che decorre dalla veglia pasquale ai vespri della domenica di risurrezione, cioè il giorno del “Christus suscitatus". In questo passaggio, in questa "Pasqua", il suo cammino di memoria si fa cammino di speranza e di certezza. Veramente - come diceva un autore cappadoce della prima metà del IV secolo (Asterio il Sofista) - la notte di Pasqua è la "notte ninfagoga" della Chiesa, la notte che, attraverso i sacri misteri, fa reincontrare dopo i giorni della passione e del lutto, la Sposa e lo Sposo.



    Nota Bibliografica essenziale

    A.I. SCHUSTER, La liturgia della settimana santa nel rito della Chiesa Milanese, Milano, ed. Vita e PensÌero, 1938.

    E. CATTANEO, Il dramma liturgico della settimana santa nel rito ambrosiano, «Ambrosius», 32 (1956), pp. 65-91.

    M. HUGLO, L'annuncio pasquale n ella liturgia ambrosiana, «Ambrosius» 33 (1957), pp. 88-91.

    K. LEVY, A hymn for thursday in Holy Week, <<Journal of the American Musicological Society» 16 (1963), pp. 127-175.

    .'

    E.T. MONETA CAGLIO, L'annuncio della Risurrezione nel rito ambrosiano (vi si è ispirato anche il Manzoni), «Ambrosius» 69 (1973), pp. 194-197.

    C. ALZATI, Alcune note in margine alla celebrazione della veglia pasquale nella tradizione liturgica ambrosiana, «Ambrosius», 52 (1976), pp. 310-325. 380A01.

    IDEM, Alcune osservazioni sul lucernario della veglia pasquale ambrosiana, «Ambrosius», 53 (1977), pp. 168-181.

    IDEM, Il triduo pasquale nei nuovi libri liturgici della Chiesa Ambrosiana, «Rivista Liturgica», 66 (1979), n. l, pp. 61-89.

    Celebrare l'unità del mistero pasquale. 1. Il Triduo oggi e il Prologo del giovedì santo, a cura di A CATELLA e G. REMONDI, Leumann LDC, 1994.

    La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano, a cura di M. MAURI, Milano, NED, 1995:

    - C. ALZATI, Ecco il momento favorevole. Il cammino verso la Pasqua nella tradizione
    ambrosiana, pp. 125-150.
    - IDEM, Solemnitatum omnium honoranda solemnitas. La Chiesa ambrosiana e il
    Mistero pasquale, pp. 151-175.
    - IDEM, Il lucernario della Veglia Pasquale ambrosiana, pp. 176-184.

    Hebdomadae sanctae celebratio. Conspectus historicus comparativus. The Celebration of the Holy Week in Ancient Jerusalem and its Developement in the Rites of East and West. L'antica celebrazione della Settimana Santa a Gerusalemme e il suo sviluppo nei riti dell'Oriente e dell'Occidente, A.G. KOLLAMPARA,MPILL cura et studio (= Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia», 93), Roma, C.L.V. - Edizioni Liturgiche, 1997:
    - S. JANERAS, La Settimana Santa nell'antica Liturgia di Gerusalemme, pp. 19-50.
    - C. RENOUX, La Grande semaine dans les textes du rite arménien, pp. 51-65.
    - R. TAFT, Holy Week in the Byzantine Tradition, pp. 67-91.
    - K. HABTEMICHAEL, La celebrazione della Settimana Santa nella chiesa Etiopica, pp.
    93-134.
    - A.G. KOLLAMPARAMPILL. Week of the Victorious Paschal Lamb: From Palm Sunday
    fo Easter Sunday in the East Syrian Liturgy, pp. 135-163. - B. VARGHESE, Holy Week Celebration in the West Syrian Church, pp. 165-186. - A. W ARD, Holy Week in the Ambrosian Liturgy, pp. 187-235.

    - J. PINELLI PONS, La semana santa en el a1ltiguo rito hispanico, pp. 237-275.
    - A. NOCENT, La Semaine sainte dans la liturgie romaine, pp. 277-310.

    M. NAVONI, La settimana santa ambrosiana. Storia e spiritualità, Milano, Centro Ambrosiano, 1999.


    Sintesi
    La relazione presenta sinteticamente le specificità tipiche del Triduo Pasquale secondo la tradizione ambrosiana, mettendo in evidenza il cammino che la Chiesa-Sposa è chiamata a percorrere alla sequela dello Sposo nei tre giorni della passione e morte, del riposo nel sepolcro, della gloria della risurrezione. Tale cammino di "memoria" diventa casi anche cammino di "speranza". Durante la relazione verranno commentati tre testi tipici del Triduo pasquale ambrosiano, dei quali verrà proposta anche l'esecuzione musicale.
    Ultima modifica di Ambrosiano; 02-07-2012 alle 23:23

  4. Il seguente utente ringrazia chierichetto87 per questo messaggio:

    cisnusculum (19-02-2016)

  5. #13
    Sacerdos L'avatar di donmitch
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    LA LITURGIA DELLA CHIESA DI MILANO




    Sulla base di alcuni volumi ultimamente usciti, si vuole qui appuntare l’attenzione sull’ antico Rito Liturgico che ancora oggi è proprio dell’Archidiocesi di Milano e di alcune Parrocchie nelle Diocesi di Bergamo, Novara, Como, Pavia e Lugano nella Confederazione Elvetica.

    Il “caso Ambrosiano” è l’unico all’interno della famiglia dei Riti Liturgici Latini.
    Il nucleo centrale si fa risalire all’opera di Sant’Ambrogio e definiamo Rito Ambrosiano “…la liturgia che realmente o anche solo nominalmente, si ispira alla Liturgia usata da Sant’Ambrogio e che si concretizza in quella tradizione propria che gravita attorno a Milano, sede episcopale di Ambrogio, e ai territori limitrofi o satelliti della metropoli.”[1]
    Chi oggi vuole studiare e approfondire la Liturgia Ambrosiana nella sua massima espressione, ovvero quella celebrata nel Duomo di Milano, che è Cattedrale e Madre di tutte le Chiese della Diocesi, ha a disposizione un bellissimo testo corredato di un ottimo apparato fotografico edito lo scorso mese di Dicembre dalle Edizioni Centro Ambrosiano e curato da Mons. Marco Navoni, Dottore della Biblioteca Ambrosiana e Vice Maestro delle Cerimonie del Duomo.[2]

    Mons. Navoni, con la competenza e la finezza che gli sono proprie, ci presenta la Liturgia Ambrosiana nella sua forma celebrativa esemplare, ovvero quella presieduta dal Cardinale Arcivescovo di Milano, che del Rito Ambrosiano è sommo custode e “Capo Rito”. Proprio questa caratteristica dell’Arcivescovo ha fatto sì che fin dai secoli antichi i libri liturgici fossero concepiti come se a presiedere i Riti fosse sempre l’Arcivescovo, nella sua qualità appunto di “Capo Rito”. Per un primo approccio storico ben strutturato possiamo vedere il testo a cura di Marco Mauri dal titolo La tunica variegata. Conversazioni sul Rito Ambrosiano.[3]
    Il “caso milanese” non è una particolarità, visto che l’area geografica italiana nel periodo storico compreso fra le origini del Cristianesimo e il secolo VII vede la particolare fioritura di diverse tradizioni liturgiche come quella ambrosiana, aquileiese, campano-beneventana, e quella ravennate. Di tutte queste diverse tradizioni liturgiche oggi non resta che il solo ricordo, fatta eccezione per quella ambrosiana . Per gustarne la profondità e la ricchezza teologica. Si possono consultare a questo proposito sia il Dizionario di Liturgia Ambrosiana, sia il testo L’anno Liturgico Ambrosiano. Brevi meditazioni, entrambi a cura di Mons. Marco Navoni.[4]
    Nei secoli che vanno grosso modo dal I al III-IV, non abbiamo traccia di particolari codificazioni liturgiche, tanto è vero che possiamo parlare di “improvvisazione” e di generale “proliferazione” di riti e formule, anche eucologiche. Ma a Milano, la prima evangelizzazione è accompagnata da un progressivo avvio della codificazione liturgica con la fissazione delle prime formule scritte.
    Tra i secoli III-IV e VI-VII, si assiste a una diffusa codificazione dei Riti liturgici ad opera di grandi Vescovi. Milano non è da meno in questo campo, basti ricordare che San Simpliciano (+401) porta a compimento l’Ufficio Ambrosiano dove Sant’Ambrogio non aveva terminato. Fu proprio il santo Vescovo milanese ad introdurre nella Liturgia alcuni inni, veglie liturgiche e splendide antifone.
    Il Rito Ambrosiano ha una matrice del tutto particolare che possiamo sintetizzare così:
    1.profondo antiarianesimo (difatti la nascita, lo sviluppo e la stabilizzazione del Rito Ambrosiano sono segnate dall’aspro confronto con l’arianesimo puro e poi di tipo barbarico) che imprime nel cuore liturgico della Chiesa di Milano un forte e inattaccabile “Cristocentrismo”;
    2.particolare vicinanza con elementi liturgici orientali.
    Non solo nella forma celebrativa, ma anche nello stesso calendario, la Chiesa di Milano ha delle sue particolarità significative. L’anno liturgico comincia con la I Domenica di Avvento, come nel Rito Romano, ma con la differenza che l’Avvento Ambrosiano inizia due settimane prima di quello Romano. Gli ambrosiani hanno quindi sei settimane, e non quattro, di preparazione al Natale.
    La Quaresima inizia non con l’austera celebrazione del Mercoledì delle Ceneri, ma con la I Domenica che viene definita “in capite quadragesimae” e si caratterizza con l’usanza di non celebrare la Santa Messa i Venerdì di Quaresima. Il Venerdì risulta quindi essere giorno “aliturgico”. La Settimana Santa poi, centro e cuore di tutto l’anno liturgico, ha un suo ordine proprio e un particolare modo di celebrazione incentrato sugli aspetti cronologici degli ultimi momenti di vita del Signore.
    La Chiesa milanese ha anche un diverso uso dei colori liturgici nei sacri paramenti, come il colore rosso per le celebrazione che pongono particolare rilievo al “mistero eucaristico” (in Rito Romano si usa il bianco) o il “morello” (particolare tonalità del viola) durante la Quaresima e l’Avvento.
    Tra i maggiori studiosi della tradizione liturgica milanese non posso dimenticare Mons. Marco Magistretti (Milano 1862-1921). Molti dei suoi manoscritti, conservati nell’archivio del Venerando Capitolo del Duomo, attendono di essere ripresi e pubblicati.[5]


    [1]Cfr. M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, pag. 278.

    [2]Cfr. M. Navoni (a cura di), Il Duomo di Milano e la Liturgia Ambrosiana, Milano, Edizioni Centro Ambrosiano, 2005, pag. 160.

    [3]Cfr. M. Mauri (a cura di), La tunica variegata. Conversazioni sul Rito Ambrosiano, Milano, NED, 1995, pagg. 256.

    [4]Cfr. M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, pag. 647 e M. Navoni, L’Anno Liturgico Ambrosiano. Brevi meditazioni, Milano, NED, 1993, pag.180.

    [5]Si veda a questo proposito M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, alla voce Magistretti Marco, pagg. 305-307.

  6. #14
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    Exclamation Indice Ambrosiano

    Per la comodità degli utenti riporto anche qui i collegamenti alle principali discussioni con tematiche "AMBROSIANE":

    Nella sotto-sezione "Liturgia Ambrosiana" troverete in rilievo il calendario dell'anno liturgico corrente.

    *Cliccando QUI all'inizio della discussione troverete il comune della Messa in rito Ambrosiano.

    Nella sotto-sezione "Liturgia Ambrosiana" troverete in rilievo il proprio delle Messe domenicali ed i riferimenti alle letture delle Messe feriali per l'anno corrente.

    *Cliccando QUI i riti della Settimana Santa.

    *Cliccando QUI il nuovo lezionario ambrosiano

    *Cliccando QUI potrete inserire tutte domande che volete, segnalare errori o mancanze relative a questa o ad altre discussioni che trattano la liturgia ambrosiana.
    Ultima modifica di Ambrosiano; 04-09-2014 alle 18:16 Motivo: Tolti riferimenti obsoleti

  7. Il seguente utente ringrazia chierichetto87 per questo messaggio:

    cisnusculum (19-02-2016)

  8. #15
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    Interessante l'omelia di Mons. Manganini durante la Messa Vigiliare per la Festa della Dedicazione del Duomo.

    Parla diffusamente dei riti liturgici e specificamente del rito ambrosiano e di quella che è forse la sua caratteristica principale: fare ritualmente e liturgicamente di Cristo il centro della spiritualità ambrosiana.

    Invito ad ascoltarla.


    Ultima modifica di Ambrosiano; 27-10-2012 alle 22:48

  9. #16
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    Su segnalazione dell'utente Lucpip ed altri, riporto qui questo interessante articolo di Marco Mauri edito dalla "Rivista Liturgica" Edizioni Messaggero, Padova.
    (vedi: http://www.rivistaliturgica.it/uploa...icolo4_655.asp )

    LA GEOGRAFIA DEL RITO AMBROSIANO
    Marco Mauri
    Il rito ambrosiano è oggi riconducibile alla prassi liturgica della diocesi di Milano e di alcune corpose aree adiacenti, un tempo pure appartenute ad essa ma ora facenti parte di altre circoscrizioni ecclesiali.
    È questo il distillato nei secoli di una realtà ecclesiale originariamente ben più vasta e completa e in seguito riplasmata da contingenze soprattutto politiche, raggrumatesi attorno a due o tre punti cruciali che è forse non inutile ricordare brevemente nel tentativo di rendere manifesto lo spessore dell’oggi.

    1. Breve panoramica storica generale

    I testimoni della prassi liturgica seguita nei primi secoli dalle diocesi italiciane, passati allo sguardo dell’indagine scientifica, ci offrono un quadro assai omogeneo e strettamente legato all’area delle Gallie e della Spagna. Territori tutti che le vicende di Ambrogio e dei suoi immediati successori ci mostrano come una vasta regione che si stava organizzando ecclesialmente e su cui Milano, allora sede dei cesari, era punto di riferimento ed esercitava un ruolo preminente. La sostanziale omogeneità del rito era pertanto specchio della condivisione di una più generale prassi ecclesiale[1].
    Una prima incrinatura di questo quadro venne operata, durante il periodo longobardo, dai diversi tempi in cui si pervenne alla ricomposizione della crisi tricapitolina. Le diocesi che permasero nello scisma oltre il momento in cui Milano ricucì i rapporti con Roma si trovarono nella necessità di cercare altrove quel punto di riferimento che sino ad allora aveva svolto la metropoli lombarda. A queste vicende risale il distacco di Como e ad esse si deve far risalire l’origine stessa della realtà monzese e delle pievi a est di Monza (Pontirolo)[2]. Volgere altrove lo sguardo significò seguire anche le diverse vicende della prassi liturgica, che venne via via differenziandosi nel rito patriarchino, sino a subirne la sostituzione col rito romano dopo il concilio di Trento.
    L’opera di romanizzazione liturgica fortemente voluta dalla corte franca tra VIII e IX secolo vide la Chiesa di Milano capace di ottenere il rispetto della propria specifica fisionomia. Ma creò anche una novità assoluta in ambito ecclesiale: mentre il rito della Chiesa metropolitica restava immutato quello delle diocesi suffraganee subiva gli effetti dell’azione riformatrice. Si dovette cioè constatare uno iato fra prassi cultuale/canonica e ordinamento ecclesiale[3].
    Così, apparentemente ridotto a modo di celebrare della diocesi di Milano, il rito ambrosiano ha saputo tuttavia superare anche il difficile momento dell’azione riformatrice voluta da papa Gregorio VII. Proprio per dire una parola di verità a difesa dalle turbolenze patarine, Landolfo seniore scrive una splendida testimonianza di quanto la Chiesa milanese fosse consapevole della propria realtà, della propria tradizione canonica, oltre che della prassi liturgica. Quasi nello stesso tempo Beroldo codifica con estremo rigore l’ordinamento cultuale della cattedrale fornendo un manuale preziosissimo per la comprensione di quel “rito” in cui s’era ormai distillata la percezione del proprio esser Chiesa in comunione con Roma e le altre Chiese apostoliche[4].
    Anche la profonda ristrutturazione della Chiesa cattolica seguita al concilio di Trento, mentre è valsa il definitivo affossamento di quello patriarchino, ha significato per il nostro rito un felicissimo momento di studio, di recupero di significati profondi, una grande capacità di declinarsi nella cultura del tempo sino a diventare, grazie all’azione di san Carlo, quasi paradigma dell’opera di riforma[5].
    Purtroppo non altrettanto felici esiti ebbe il periodo del “giuseppinismo”. Lo spirito giurisdizionalista, fatto proprio sia dalla corte di Vienna che dal senato della Serenissima Repubblica, portò sullo scorcio del Settecento a ridisegnare la geografia (e non solo quella) di molte antiche realtà ecclesiali. Se nelle terre orientali di Venezia si arrivò allo scioglimento del patriarcato di Aquileja con la creazione delle nuove diocesi di Udine e Gorizia, sui confini occidentali ben quattro vaste aree nel 1787 furono staccate dalla diocesi di Milano per essere aggregate a quella di Bergamo. Si tratta di Averara e Taleggio dalla Pieve di Primaluna; Calolzio e Caprino, con l’intera Valle San Martino, dalla prepositura di Olginate e dalla pieve di Brivio, la pieve di Verdello, fra Treviglio e Dalmine, già patriarchina[6].
    Sull’altare di questi stessi principi giurisdizionalisti, poco dopo seguirono il distacco della pieve di Frassineto Po, aggregata alla diocesi di Casale nel 1806, della parte occidentale della pieve di Cannobio (compreso il centro stesso della pieve) e di Arona e della parte occidentale della pieve di Angera, aggregate alla diocesi di Novara nel 1817[7].
    Infine, con la creazione dell’amministrazione apostolica (poi diocesi) di Lugano, le Valli Ticinesi di Leventina, Blenio e Riviera (tra Bellinzona e i grandi valichi alpini) e la pieve di Valle Capriasca (appena fuori Lugano e limitrofa alla enclave ambrosiana di Porlezza/Val Cavargna) nel 1885 vennero aggregate a questa nuova diocesi[8].
    Nel secolo appena trascorso questo processo di rivisitazione territoriale è proseguito, in omaggio a esigenze di “razionalizzazione”, dando vita allo spostamento di singole parrocchie (Lomazzo, Montorfano, Colturano, Zibido, Torrevecchia, Vigonzone, Vedeseta e Brumano), se si eccettua nel 1925 la cessione della pieve di Chignolo Po alla diocesi di Pavia (Boscone Cusani era stato ceduto nel 1819 a Piacenza)[9].

    2. Nuovi confini diocesani: la situazione degli «excisi»

    Questo lo scarno succedersi degli eventi che hanno portato a far sì che oggi il rito ambrosiano sia patrimonio vissuto oltre che dalla diocesi di Milano, anche da più di cento parrocchie di altre diocesi. Ma ciò che rende meritevole il soffermarsi su questa realtà è la coscienza ecclesiale esplicitamente testimoniata dai protagonisti, loro malgrado, delle separazioni verificatesi attorno all’Ottocento.
    Mentre non pare che le parrocchie ex patriarchine, e al tempo già da secoli romane, abbiano percepito la separazione come lacerazione della realtà ecclesiale da cui erano nate, da cui traevano la linfa e in cui vivevano, questo è il sentire costante di tutte le comunità ambrosiane.
    Una parola, la stessa sempre, ricorre nel lessico dei sacerdoti che, trovandosi a gestire questa novità, danno voce a tutta la comunità loro affidata: «excisi». Così don Ubiali, parroco di Calolzio, definisce se stesso e i suoi parrocchiani nel 1863 in un’interrogazione alla Commissione liturgica diocesana[10]. Così dicono di se e dei fedeli ticinesi nel 1885 i parroci delle Valli svizzere nella dedica del calice da loro donato al capitolo del Duomo di Milano a ricordo del commiato dalla diocesi. Celebre e ormai divenuta topica la parafrasi del Sal 137(136) da loro composta per l’occasione: «E spesso volgendosi il nostro sguardo dalla vetta dei nostri monti, o muovendo il passo verso la Metropoli Lombarda, sospesa al salice la nostra cetra ripeteremo le parole del pellegrino di Giuda: Si dimentichi di me la mia destra e s’inaridisca la mia lingua, se io non mi ricorderò sempre di te, o gloriosa Chiesa di Milano, e della letizia dei giorni vissuti nei tuoi santi tabernacoli...»[11].
    Il vicario di Frassineto per esprimere il dolore della separazione si spinge persino ad annotare sul registro dei morti:

    «Mille ottocento e sei di nostro Signore, alli Primo del mese di Gennaio. Già da due anni inferma e da molti mesi spedita come si può vedere nelle carte di sua malattia e note conservate in questo Archivio. Si rese defunta nel giorno di ieri a mezzanotte questa Chiesa della Metropoli di Milano, aggregata ora a Casale… premesse le Esequie coll’intervento di tutto il Clero e Compagnie e popolo inconsolabili per perder l’Officio, funzioni e rito ambrosiano, cantando il Miserere, é stata sepolta…»[12].

    Che non fosse affettazione di circostanza è testimoniato, ad esempio, dalla tenace e pluriennale opera di don Ubiali per riuscire a evitare che la fedeltà al rito ambrosiano delle parrocchie della propria vicaria finisse per isterilirsi in un inutile ripetersi di forme, scisse dalla vita della Chiesa che le esprime. Egli individua pochi nodi essenziali in grado di esprimere la coscienza di essere parte di una ben precisa realtà ecclesiale. Si confronta informalmente con la curia milanese per essere certo della giustezza delle proprie posizioni e si adopera per ottenere dalla curia di Bergamo le necessarie disposizioni normative.
    Il calendario: che per lui non può essere quello bergamasco, per i cui santi approntare una forma ambrosiana per le celebrazioni proprie, ma quello milanese a cui aggiungere le poche ricorrenze atte a denotare la nuova appartenenza territoriale[13].
    La celebrazione della dedicazione del Duomo di Milano la terza domenica d’ottobre. Per ottenere lo scopo si adopera per far convergere la celebrazione della dedicazione di quelle chiese che erano prive di data certa alla terza domenica di ottobre e, ottenuto da Roma per il tramite del proprio ordinario di rideterminare questa ricorrenza, chiede alla sua curia se la si debba celebrare con il proprio per una chiesa minore o con quello della dedicazione del Duomo che, secondo il rito, cade lo stesso giorno. Era talmente conscio dell’astuzia operata da intitolare «Un bel quesét!!!» una brutta della lettera inviata alla curia. Ma da Milano era stato confortato con uno scritto impareggiabile in cui si legge che la festa della dedicazione del Duomo,

    «multum referri ad Mysticum Ecclesiae Corpus, ac proinde omnibus ubicumque ritui Ambrosiano utentibus congruere, quod agere tenentur sacerdotes etiam alienae Diocoesi addicti, qui ritu utuntur Ambrosiano, saltem in hac parte Archiepiscopo Mediolanensi conjuncti»[14].

    Infine, sottolinea in ogni modo l’importanza fondamentale dell’assoluta aliturgicità dei venerdì di quaresima perché «quod cum vetitum sit sacerdotibus offerre, etiam fidelibus de sacrificio partecipare». E proprio partendo da questo aspetto chiede con insistenza che in diocesi venga istituito un ufficio diocesano per il rito ambrosiano in grado di mantenere rapporti istituzionali e regolari con la Chiesa milanese e di promulgare per le parrocchie bergamasche i provvedimenti atti a tenerle al passo con il lavoro di riforma della Chiesa milanese evitando di farle impercettibilmente allontanare dalla prassi condivisa e scivolare in una sorta di rito ambrosiano-bergamasco[15]. Lapidarie alcune sue frasi: «Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus ambrosianis» come criterio ecclesiale fondante le proprie scelte; «nessun santo si è mai lagnato degli ambrosiani, segno che dagli ambrosiani non sono né offesi, né dispregiati», a proposito delle peculiarità del calendario ambrosiano[16].
    Per le parrocchie passate alla diocesi di Bergamo gli accordi presi e la volontà del vescovo che le accolse prevedevano che quelli «che sono di rito ambrosiano seguiteranno la loro liturgia, e noi ci compiaceremo ancora d’istruirci in quella per comunicare con essi loro con egual ordine, e coabitare con pari consenso nella casa del Signore»[17]. L’erezione della diocesi di Lugano, poi, significò la nascita di una circoscrizione, di fatto, birituale[18].
    Non così accadde per le parrocchie cedute alle diocesi piemontesi. Frassineto divenne romana suo malgrado[19]. In terra di Cannobio, dopo anni di grande e doloroso travaglio, si pervenne a una situazione a macchia di leopardo dove le parrocchie che si rassegnarono o non ottennero esito positivo dai ricorsi presentati in curia e a Roma divennero romane mentre le più fortunate riuscirono a mantenersi o a ridiventare ambrosiane. Questa situazione, certamente disdicevole, ci permette tuttavia di intuire che la coscienza ecclesiale ambrosiana non era patrimonio del solo clero ma anche, seppur in forma meno elaborata, del popolo fedele. A Cannobio in concomitanza con una celebrazione “romana” comparve sulla porta del campanile un cartello ammonitore: «O ambrosiàn o luteràn», tuttora conservato in canonica. Del resto per un certo tempo il parroco fu privato della gioia di celebrare battesimi e matrimoni perché i fedeli prendevano la barca e, attraversato il lago, ricevevano i sacramenti sull’ambrosiana sponda varesina[20].
    Un atteggiamento decisamente affine si manifestò a Calolzio cent’anni dopo, alla fine degli anni ’60 o all’inizio degli anni ’70: si era in quel lasso di tempo in cui la Chiesa ambrosiana, in attesa dei libri riformati, si serviva di soluzioni assai provvisorie e dibatteva del proprio futuro. Venni a sapere del fatto dalla viva voce di don Carlo (per i più mons. Carlo Colombo, vescovo titolare di Vittoriana), mio compaesano, una sera che andai a trovarlo in San Simpliciano. Dopo aver parlato dei vari approcci conciliari al concetto di Chiesa locale - Chiesa particolare - rito (motivo della visita) il discorso scivolò sulle “cose di casa” e con tono partecipe e quasi complice mi raccontò che in quei frangenti la diocesi di Bergamo ritenne di organizzare un quasi referendum sui destini del rito, augurandosi forse di poter concludere la laboriosa gestione del biritualismo. La gente capì che se questo era il desiderio della curia lo si sarebbe dovuto assecondare. Ma vollero che almeno i battesimi (per immersione) e i funerali (col canto delle litanie) rimanessero ambrosiani. «Perché sai – mi disse con lo sguardo vispo – nella vita si può accettare di tutto, ma quando si nasce e si muore la nostra gente vuol essere sicura di far le cose bene».

    3. Appartenenza rituale e diocesana nel dopo concilio

    Proprio la “riscoperta” della Chiesa locale operata dal concilio Vaticano II, e il parallelo invito a riprendere in mano le sorti dei riti presenti nella comunione cattolica per valorizzarli e offrirli a tutti come ricchezza, ha prodotto in questi ultimi decenni frutti insperati tra le comunità ambrosiane che vivono al di fuori della diocesi di Milano. All’inizio degli anni ’80 mons. Giulio Oggioni, vescovo di Bergamo, visitò tutte le vicarie ambrosiane assicurandosi che il rito vi fosse celebrato senza ibridazioni, con la disponibilità degli strumenti necessari, preoccupandosi che fosse evitato ogni genere di soggettivismo decisionale. Durante il suo episcopato furono pure promulgati il calendario diocesano e il santorale per entrambi i riti; nei decreti vaticani di approvazione si prevede che per le parrocchie di rito ambrosiano «adhiberi valeat calendarium istius ritus, additis autem celebrationibus quae sunt propriae dioecesis bergomensis»[21].
    In diocesi di Novara il sinodo celebrato nel 1990 si occupa anche della situazione della pieve ambrosiana di Cannobio e, tenendo conto non solo del dato storico ma anche delle esigenze pastorali, decide di ricostituire la perduta omogeneità liturgica: l’ambrosiano torna così a essere, dopo un secolo, il rito di tutte le parrocchie della vicaria[22].
    Negli anni ’90 il cannobiese mons. Germano Zaccheo, ordinato vescovo di Casale Monferrato, si ritrova a essere vescovo anche della pieve di Frassineto dove l’amore per la propria storia ecclesiale sorregge il desiderio di poter recuperare il rito ambrosiano. Nell’incertezza di poter garantire per il futuro il servizio in questo rito, decide di accondiscendere in qualche modo disponendo, con decreto del 7 dicembre 1997, che le feste patronali di Sant’Ambrogio, dell’Assunta e di San Giorgio vengano celebrate secondo il rito dei padri. E mi risulta che per tutti gli anni del suo non lungo pontificato non abbia mai mancato di presiedere personalmente la solenne liturgia di Sant’ambrogio.
    La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[23].
    La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[24].




    [1] Cf. C. Alzati, Ambrosiana Ecclesia. Studi su la Chiesa milanese e l’ecumene cristiana fra tarda antichità e medioevo, NED, Milano 1993, p. 23 e ss. Cf. P. Carmassi, Libri liturgici e istituzioni ecclesiastiche a Milano in età medioevale. Studio sulla formazione del lezionario ambrosiano, Aschendorffsche, Münster 2001, p. 30ss.

    [2] Cf. M. Navoni Dai Longobardi ai Carolingi, in A. Caprioli - A. Rimoldi - L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (1a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 93. L’autore rende pure conto della presenza del rito romano a Civate e del patriarchino a Varenna. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 97ss.

    [3] Cf. C. Alzati, Ambrosianus ordo, in M. Mauri (ed.), La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano, NED, Milano 1995, p. 187ss. Cf. anche Navoni, Dai Longobardi ai Carolingi, cit., p. 97.

    [4] Cf. Alzati Ambrosianus ordo, cit., pp. 189.195. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., pp. 187ss. e 255ss.

    [5] Cf. A. Rimoldi, L’età dei Borromeo (1560-1631), in A. Caprioli - A. Rimoldi - L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (2a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 405. Cf. C. Alzati, Carlo Borromeo e la tradizione liturgica della Chiesa milanese, in Id., Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 307ss.

    [6] Cf. E. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano già di Milano ora nella Diocesi di Bergamo, in «Archivio Storico Lombardo» VII (1957). Può essere interessante notare che l’autore in apertura dichiara che si trattò di «modifiche compiute soltanto per ragioni politiche». Ma lo stesso Pio XII, in un documento indirizzato nel 1940 alle vicarie bergamasche le dichiara: «Ob politicas causas ab Archidioecesi Mediolanensi sejunctae, ad Bergomensem dioecesim, servato proprio ritu ambrosiano, adnexae» (cf. M. Mauri, I serenissimi ambrosiani, in «Archivi di Lecco» XV [1992] 135).

    [7] Per Frassineto cf. R. Girino - D. Pozzi, Frassineto Po. Dagli albori della civiltà umana alle soglie del duemila, Marietti, Casale M. 1989, p. 167ss. Per Cannobio cf. G. Zaccheo, Il rito ambrosiano nella Pieve di Cannobio, in Mauri (ed.), La tunica variegata, cit., p. 247ss.


    [8] Cf. F. Panzera, Dalla Repubblica Elvetica alla formazione della Diocesi di Lugano, in L. Vaccaro - G. Chiesi - F. Panzera (edd.), Terre del Ticino Diocesi di Lugano, La Scuola, Brescia 2003.

    [9] Per una documentazione visiva della situazione cf. A. Paulesu - A. Riboldi, Inserto cartografico, in Caprioli - Rimoldi - Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia (1a parte), cit. Un elenco dettagliato è reperibile in Guida della Diocesi di Milano 2008, Centro Ambrosiano, Milano 2008, p. 645ss.

    [10] Cf. M. Mauri, Questo rito o Chiesa ambrosiana, in Id. (ed.), La tunica variegata, cit., pp. 212.241. Nell’articolo si veda pure per l’uso di rito / Chiesa ambrosiana da parte di don Ubiali.


    [11] Cf. C. Alzati Ambrosianus ordo, cit., p. 197 e nn. 86.87.


    [12] Cf. Girino - Pozzi, Frassineto Po, cit., pp. 168-169.


    [13] Cf. Mauri, Questo rito, cit., p. 212ss.


    [14] Cf. ibid., pp. 216ss. e 239.


    [15] Cf. ibid., pp. 218ss. e 241.


    [16] Cf. ibid., pp. 215.226ss. e 241.


    [17] Cf. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano, cit., p. 417.


    [18] Cf. A. Moretti, I vescovi dell’amministrazione apostolica, in Vaccaro - Chiesi - Panzera (edd.), Terre del Ticino, cit., p. 203.


    [19] Cf. Girino - Pozzi, Frassineto Po, cit., p. 169.


    [20] Cf. Zaccheo, Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. Il dettaglio della traversata del lago per i sacramenti mi fu raccontato a voce dallo stesso mons. Zaccheo in occasione di una mia visita a Cannobio.


    [21] Cf. Congregatio pro cultu divino, prot. 1559/85 Bergomensis, in Diocesi di Bergamo, Proprio dei santi della Chiesa di Bergamo, Bergamo 1986.


    [22] Cf. Zaccheo Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. In nota è riportato il testo del decreto sinodale.


    [23] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.).


    [24] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.).
    Ricordo che Marco Mauri è anche autore di un libro sull'argomento:

    • Titolo: La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano
    • Curato da: Mauri M.
    • Editore: NED
    • Data di Pubblicazione: 1995
    • ISBN: 8870232085
    • ISBN-13: 9788870232080
    • Pagine: 256
    • Formato: illustrato
    Ultima modifica di Ambrosiano; 10-06-2013 alle 09:21

  10. #17
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    Note liturgiche relative alla celebrazione del giorno della Commemorazione dei defunti quando cade in domenica.

    Monsignor Claudio Magnoli, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale liturgica, fornisce alcune importanti indicazioni in merito alle celebrazioni del 2 novembre: «Seguendo l’ordine di precedenza indicato nella Tabella dei giorni liturgici riportata in apertura del Messale Ambrosiano al termine delle Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario (p. LVI), la Commemorazione di tutti i fedeli defunti (2 novembre), che quest’anno 2014 cade in Domenica, vince sulla II Domenica dopo la Dedicazione.
    Di conseguenza, il formulario liturgico (preghiere e canti) e le letture della domenica 2 novembre, a cominciare dalla messa vigiliare del sabato 1 novembre, sono della Commemorazione di tutti i fedeli defunti.

    La ragione di questa speciale indicazione, che pare contraddire il principio dell’assoluta preminenza della Domenica su ogni altra ragione festiva che non sia strettamente cristologica, sta nel fatto che tutta la liturgia della Commemorazione dei fedeli defunti è a forte impronta pasquale ed esalta la risurrezione del Signore come primizia della futura risurrezione dei nostri cari defunti proprio come la Domenica. Ciò significa che essa non è una celebrazione in onore dei defunti, quasi fosse in analogia con la festa del 1 novembre in onore di tutti i santi, ma una celebrazione di suffragio universale (per tutti i defunti) alla luce della pasqua di risurrezione.

    Alcune precisazioni per ben celebrare questa domenica: - Tutte le messe omettono il Gloria, conservando il Credo; - Per la liturgia della Parola il Lezionario offre tre schemi di Letture tra i quali è possibile scegliere liberamente a ogni messa. È pastoralmente utile, specialmente in ordine alla predicazione, che, nell’ambito di una Parrocchia, Unità Pastorale o Comunità Pastorale, ci sia un accordo previo tra i presbiteri e i diaconi sulla scelta degli schemi da usare nelle varie celebrazioni eucaristiche; - la messa vigiliare di sabato 1 novembre dovrà prevedere la proclamazione del Vangelo della Risurrezione della II domenica dopo la Dedicazione nella forma semplice (non con la liturgia vigiliare tra i Vespri); - la Liturgia delle Ore, a cominciare dai Vespri I è quella della Domenica (XXXI del Tempo per annum).
    Qualora nel pomeriggio / sera di sabato 1 novembre si celebrassero i Vespri con il popolo, si possono celebrare i Vespri dei defunti.
    Mentre incoraggiano e promuovono la pia pratica della visita al cimitero presso la tomba dei propri cari defunti per onorarne il ricordo e sostare in preghiera, i sacerdoti abbiano anche cura di illuminare i fedeli sull’importanza della partecipazione alla santa messa per unirsi al suffragio di tutta la Chiesa e rinnovare la propria fede personale nella risurrezione di Cristo dai morti, primizia della nostra futura risurrezione e di quella dei nostri cari defunti».
    (da: www.chiesadimilano.it)

  11. #18
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    Ho trovato in rete questo articolo di mons. Navoni riguardante la Quaresima ambrosiana.
    Alcune sue parti erano già state inserite in questa discussione. Ora, avendo ritrovato l'articolo completo ho preferito riportarlo qui eliminando gli estratti.
    Buona lettura.
    La Quaresima ambrosiana con tutte le sue differenze ritorna alle radici della fede

    Il rito ambrosiano non ha mai conosciuto il “mercoledi delle ceneri” come inizio del tempo quaresimale, ma ha sempre fatto iniziare questo periodo liturgico dalla sesta domenica prima di Pasqua, o prima domenica di Quaresima, nel la quale si legge la tradizionale pagina di Vangelo che ci presenta il digiuno di Gesù nel deserto e le tre tentazioni da parte del demonio.
    Bisogna inoltre tener presente che, nell’antichità cristiana, la Quaresima si caratterizzava soprattutto in senso battesimale: infatti durante la Quaresima i catecumeni (cioè quei pagani adulti che si convertivano alla religione cristiana e che chiedevano di entrare nella Chiesa) si preparavano a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana (cioè battesimo, confermazione e prima eucaristia) che sarebbero stati loro amministrati proprio al termine del cammino quaresimale nella veglia di Pasqua.
    Di questa dimensione battesimale la Quaresima ambrosiana ha sempre conservato tracce eloquenti, ancor oggi feconde di frutti spirituali sia per chi è già cristiano (e può quindi compiere un itinerario di riscoperta del proprio battesimo), sia per chi provenendo da altre religioni o culture, o non avendo da bambino ricevuto il battesimo chiede di aderire liberamente e responsabilmente alla fede cristiana.
    In effetti le quattro domeniche centrali della Quaresima ambrosiana (dalla seconda alla quinta) sviluppano una raffinata catechesi battesimale attraverso i Vangeli proposti (tutti tratti dal testo di Giovanni), dai quali le domeniche stesse prendono nome: e così nella domenica della Samaritana (seconda di Quaresima) troviamo il tema dell’acqua viva e della rinascita interiore; nella domenica di Abramo (terza) il tema della nuova identità del cristiano come vero figlio di Abramo, o meglio vero figlio di Dio; nella domenica del cieco nato (quarta) il tema del battesimo come illuminazione e vittoria sulla cecità del peccato; nella domenica di Lazzaro (quinta) il tema della vittoria sulla morte e del battesimo come inizio della vita eterna.
    Un discorso analogo si può fare per i giorni feriali. Innanzitutto si può notare che in essi è stata conservata una particolare “struttura ternaria” nella liturgia della Parola, che non trova riscontro in alcun altro rito liturgico occidentale:
    il Vangelo infatti è preceduto da due letture entrambe tratte dall’Antico Testamento.
    Per le prime quattro settimane tali letture si inseriscono anch’esse all’interno di una precisa catechesi battesimale. Infatti viene proposta la lettura continua (giorno dopo giorno) dell’intero “discorso della montagna” tratto dal Vangelo secondo Matteo, commentato dalle prime due letture con pericopi tratte rispettivamente dal libro della Genesi e da quello dei Proverbi. Sappiamo che questo era un uso già in vigore a Milano nel secolo IV, all’epoca di S. Ambrogio e aveva una precisa finalità catechetica: aiutare il pagano che si era convertito e chiedeva il battesimo a confrontarsi, anche dal punto di vista morale, con le esigenze di una vera vita cristiana quale il Vangelo la propone (a partire precisamente dal “discorso della montagna”, da sempre riconosciuto e presentato come la sintesi del cristianesimo stesso).
    La quinta settimana di Quaresima invece introduce al tema della Passione: la prima lettura dei giorni feriali, tratta sempre dai libri storici dell’Antico Testamento, presenta varie figure di “giusto sofferente” (si pensi solo ad Abele, il giusto ingiustamente ucciso dal fratello omicida). come prefigurazione profetica di Cristo, il giusto per eccellenza ingiustamente perseguitato e condannato; la seconda lettura tratta dai libri sapienziali, offre un primo tentativo di spiegazione del “dolore innocente”; infine il Vangelo passa in rassegna le profezie fatte da Cristo stesso sulla sua imminente passione.
    Val la pena inoltre ricordare che la Quaresima ambrosiana ha conservato più di quella di rito romano, un clima di austera e rigorosa severità: per questo non vi si celebra alcuna festa della Madonna o dei santi, così che l’attenzione dei fedeli resti sempre e solo concentrata sul mistero di Cristo, che per noi offre se stesso nel sacrificio della Croce. Uniche eccezioni (per altro recenti) sono le solennità di S. Giuseppe (19 marzo) e dell’Annunciazione (25 marzo).
    Con la domenica immediatamente precedente la Pasqua - la domenica “delle palme, nella Passione del Signore” - inizia la settimana santa, i cui primi tre giorni (lunedi, martedì e mercoledì) sono caratterizzati da un’antica tradizione catechetica che affonda le sue radici ancora una volta nell’epoca di S. Ambrogio: la proclamazione, durante la liturgia eucaristica, del libro di Giobbe e di Tobia, i giusti sofferenti dell’Antico Testamento, prefigurazioni profetiche del giusto sofferente per eccellenza, Cristo Signore. Il Vangelo di questi primi tre giorni ripercorre invece con aderenza cronologica le tappe che porteranno al tradimento di Giuda e che preludono ai fatti della Passione.
    Secondo il computo antico, la Quaresima ambrosiana termina al giovedì santo, perché al tramonto di questo giorno, con la messa che ricorda l’istituzione dell’eucaristia e l’inizio della Passione, comincia il sacro triduo pasquale, vertice e centro di tutto l’anno liturgico cristiano.

    Il calcolo dì quei quaranta giorni

    Nel rito romano la Quaresima inizia con il mercoledì delle ceneri quando i fedeli ricevono sul capo le ceneri benedette. Ma nel rito ambrosiano nello stesso giorno si è ancora in pieno Carnevale e la Quaresima inizia solo la domenica successiva. Perché questo diverso computo? Semplificando notevolmente, se prendiamo il calendario e, partendo a ritroso dal giovedì santo, contiamo quaranta giorni, giungiamo esattamente alla prima domenica di Quaresima: dunque, i quaranta giorni di penitenza iniziano alla sesta domenica prima di Pasqua e giungono fino al triduo pasquale escluso, che comincia per l’appunto ai vespri del giovedì santo. Questo è, a grandi linee, il computo originario della Quaresima, conservato nel rito ambrosiano. In questa prospettiva si in tende la Quaresima come un periodo di quaranta giorni di penitenza, ma non di stretto digiuno, dato che, secondo un ‘antichissima tradizione, di domenica non si doveva digiunare. Nel Medioevo subentrò l’idea dei quaranta giorni effettivi di digiuno; inoltre la Quaresima fu in tesa più come periodo di preparazione alla domenica di Pasqua, che non al triduo pasquale. Di qui derivò la necessitò di un nuovo computo: se infatti partiamo dal sabato santo e contiamo a ritroso quaranta giorni, saltando però le domeniche in cui non si digiunava, giungiamo proprio al mercoledì precedente la prima domenica di Quaresima. Il computo fu accolto dalla Chiesa romana e si diffuse in tutto l’Occidente, tranne che a Milano.

    Il significato dei venerdì “aliturgici”

    Una delle particolarità più caratteristiche del rito ambrosiano, durante la Quaresima, è quella dei cosiddetti venerdì ‘aliturgici’, parola un po’ tecnica che significa “senza liturgia eucaristica”. Chi entra, in un venerdì di Quaresima, in una chiesa di rito ambrosiano, trova sull’altare maggiore una grande croce di legno, con il sudano bianco: simbolo suggestivo del Calvario e segno di lutto e di abbandono. Si crea così un vero e proprio senso di vuoto, acuito dal fatto che, per tutto il giorno, non si celebra la Messa e non si distribuisce ai fedeli la comunione eucaristica.
    Ricercare l'origine storica di questa tradizione non è facile. Per alcuni studiosi, in questo la liturgia ambrosiana si avvicinerebbe alle chiese orientali, nelle quali in Quaresima tutti i giorni della settimana, eccetto il sabato e la domenica sono aliturgici.
    Secondo altri, e tra questi il più eminente è il Beato card. Schuster, l'origine sarebbe molto antica e risalirebbe ai tempi in cui la liturgia eucaristica, sempre in Quaresima, era celebrata al calar del sole: poiché di venerdì la preghiera vespertina si prolungava con una veglia composta di salmi, letture ed orazioni che, di fatto, terminavano con una celebrazione eucaristica quando ormai spuntava l'aurora del sabato, il venerdì restava privo della celebrazione della Messa.
    Comunque stiano le cose da un punto di vista storico, in pratica la Chiesa ambrosiana ha sempre gelosamente conservato questa particolarità della sua liturgia quaresimale.
    A questo proposito si esprimeva l'allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, con parole che ancora oggi conservano la loro attualità e la loro carica spirituale:
    "La proibizione di celebrare la santa Messa e di distribuire la santa Comunione nei venerdì di Quaresima fa parte dell'estrema accentuazione del carattere penitenziale della Quaresima: si arriva alla coscienza dolorosa della propria indegnità ed all'esperienza, che sa di morte, della perdita del Dio vivo. La devozione di chi comprende il mistero del peccato e della croce deve arrivare a questa tremenda avvertenza, che rasenta il confine dello spavento e della dispersione".
    A questa disciplina, che la Chiesa ambrosiana conserva fin dai tempi antichi, soggiace un profondo significato spirituale. I venerdì della Quaresima ambrosiana, infatti, richiamano più che mai alla meditazione del cristiano il mistero della morte di Cristo in croce, il dramma della Chiesa-Sposa che si ritrova desolatamente privata del suo sposo e Signore. E così l’assenza della celebrazione eucaristica (concretamente: il non poter fare la comunione), da un lato provoca un senso di vuoto e di mestizia, e dall’altro costringe a riflettere sull’essenziale; fa sperimentare, in un certo senso, che cosa significhi essere privati della presenza di Cristo strappato dalla morte alla sua Chiesa; aiuta, quasi pedagogicamente attraverso una specie di “digiuno” dall’eucaristia, a comprendere più profondamente il valore di questo sacramento alla luce del sacrificio di Cristo in croce.

    I sabati e la preparazione dei catecumeni

    La dimensione battesimale della Quaresima ambrosiana si è conservata non solo nelle domeniche, ma anche nella liturgia dei sabati. Fin dall’epoca di S. Ambrogio (e con ogni probabilità anche prima) nella Milano cristiana il sabato è sempre stato considerato in qualche modo ‘giorno festivo”, più vicino alla domenica che non agli altri giorni feriali, tanto che, a differenza di quanto avveniva a Roma e nel resto delle Chiese occidentali, nella Chiesa milanese il sabato era proibito digiunare, persino in Quaresima. In questo gli storici indicano una preziosa consonanza con le tradizioni liturgiche orientali e, più a monte, con quella ebraica. Proprio nei sabati di Quaresima, inoltre, fino al Medioevo si tenevano i cosiddetti “scrutinii”, particolari celebrazioni nelle quali i catecumeni si sottoponevano a puntuali verifiche nel loro cammino di preparazione al battesimo. Ancor oggi, durante i sabati quaresimali, vengono proclamate letture scelte per i loro riferimenti battesimali e che quindi completano quella catechesi che già le letture domenicali vanno delineando. Infine bisogna ricordare che l’ultimo sabato di Quaresima (quello precedente la domenica delle palme) ha conservato l’antico titolo di sabato “in traditione symboli”, perché in esso ai catecumeni veniva consegnato il “Credo”, simbolo della fede cristiana.

    Di MARCO NAVONI Dottore della Biblioteca Ambrosiana

  12. 3 utenti ringraziano per questo messaggio:

    Atanvarno (14-01-2018), cisnusculum (03-05-2017), Gerensis (03-05-2017)

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