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Discussione: Cronache dalla Diocesi di Mantova

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    Cronache dalla Diocesi di Mantova

    CRONACHE DALLA DIOCESI DI MANTOVA




    La diocesi di Mantova (Dioecesis Mantuana) è una sede della Chiesa cattolica, suffraganea dell'arcidiocesi di Milano, appartenente alla regione ecclesiastica Lombardia.
    Sede vescovile è la città di Mantova, dove si trovano la cattedrale di San Pietro Apostolo e la basilica concattedrale di Sant'Andrea Apostolo.
    Il territorio è suddiviso in 168 parrocchie.


    Storia della Diocesi di Mantova.

    La nascita della diocesi di Mantova risale all'804 in seguito ad una visita del Papa beato Leone III alla città.
    Anche se i vescovi di Mantova non ebbero mai una vera e propria signoria, esercitarono alcuni diritti temporali, specialmente su alcuni castelli dell'Oltrepò.
    Il 13 aprile 1452 Mantova, che fino ad allora era stata suffraganea del patriarcato di Aquileia, divenne una diocesi immediatamente soggetta alla Santa Sede per volontà di Papa Nicolò V.
    Dal 1466 al 1566, per un secolo, la cattedra vescovile fu appannaggio della famiglia Gonzaga, duchi di Mantova. Anche successivamente vi saranno vescovi di questa importante famiglia.
    All'inizio del XVII secolo fu notevole l'Episcopato del Venerabile Francesco Gonzaga, che fondò il Seminario diocesano e consacrò la cattedrale. Più volte fu iniziato il suo processo di beatificazione, da cui emerse la sua grande carità.
    Nel 1803 il concordato napoleonico prevedeva il passaggio di Mantova alla provincia ecclesiastica dell'arcidiocesi di Ferrara, però la disposizione rimase senza effetto. Invece, il 9 febbraio 1820, con un breve del Pontefice Pio VII, entrò a far parte della provincia ecclesiastica dell'Arcidiocesi di Milano.
    Nel periodo risorgimentale, il cui Mantova si distinse, il vescovo Pietro Rota non ottenne l'exequatur e quindi non poté mai risiedere nel palazzo vescovile. Per un certo periodo fu anche imprigionato e vide chiudere dall'autorità civile il Seminario diocesano.

    Da data non precisa è Patrono principale della Città e della Diocesi di Mantova S. Anselmo (+1086), Vescovo di Lucca e Legato Pontificio risiedente in Mantova, la cui venerata salma incorrotta è conservata sotto l’Altar Maggiore della Cattedrale



    Cronotassi dei Vescovi

    Gregorio † (814)
    Laiulfo o Erdulfo † (827)
    Eginulfo † (881 - 896)
    Ambrogio † (918)
    Manasse d'Arles † (X secolo)
    Pietro † (935 - 936)
    Guglielmo † (962 - 964)
    Gumbaldo † (966 - 981)
    Giovanni † (997)
    Itolfo † (1007 - 1037)
    Marciano † (1045 - 1054)
    Eliseo † (1055 - 1075)
    Ubaldo † (1077 - 1092)
    Ugo † (1101 - 1109)
    Manfredo † (1109 - 1147)
    Garsendonio † (1148 - 1168 deposto)
    Beato Giovanni, O.S.B. † (1174 - 1177 nominato vescovo di Vicenza)
    Garsendonio † (1177 - 1187 deceduto) (per la seconda volta)
    Sigifredo † (1189 - 1191)
    Enrico Delle Carceri † (1192 - 1227)
    Pellizzario † (1229 - 1230)
    Guidotto da Correggio † (1231 - 14 maggio 1235 deceduto)
    Giacomo Dalla Porta † (1237 - 1252 nominato vescovo di Porto)
    Martino † (maggio 1252 - 24 luglio 1268 deceduto)
    Aleardino ? † (1268 - 1270)
    Filippo da Cadaoldo † (1272 - 21 novembre 1303 deceduto) (vescovo eletto)
    Filippo Bonaccolsi, O.F.M. † (8 dicembre 1303 - 18 dicembre 1303 deceduto)
    Beato Giacomo Benfatti, O.P. † (10 gennaio 1304 - 19 novembre 1332 deceduto)
    Sede vacante (1332-1338)
    Gottifredo Spinola † (4 novembre 1338 - 1346)
    Ruffino Landi † (16 aprile 1347 - 15 aprile 1367 deceduto)
    Guido de Beziis d'Arezzo † (26 agosto 1367 - 3 marzo 1386 deceduto)
    Sagramoso Gonzaga † (10 aprile 1386 - ottobre 1390 deposto)
    Antonio degli Uberti † (14 novembre 1390 - 24 aprile 1417 deceduto)
    Giovanni degli Uberti † (27 giugno 1417 - 19 gennaio 1428 deceduto)
    Matteo Boniperti, O.P. † (21 maggio 1428 - 24 agosto 1444 deceduto)
    Galeazzo Cavriani † (11 settembre 1444 - 16 luglio 1466 deceduto)
    Francesco Gonzaga † (20 agosto 1466 - 21 ottobre 1483 deceduto) (vescovo eletto)
    Ludovico Gonzaga † (27 ottobre 1483 - 9 gennaio 1511 deceduto) (vescovo eletto)
    Sigismondo Gonzaga † (9 febbraio 1511 - 1521 dimesso) (amministratore apostolico)
    Ercole Gonzaga † (10 maggio 1521 - 3 marzo 1563 deceduto)
    Federico Gonzaga † (4 giugno 1563 - 22 febbraio 1565 deceduto)
    Francesco Gonzaga † (15 maggio 1565 - 6 gennaio 1566 deceduto)
    Gregorio ********, O.P. † (7 febbraio 1567 - 2 novembre 1574 deceduto)
    Marco Fedeli-Gonzaga † (1º dicembre 1574 - 29 settembre 1583 deceduto)
    Alessandro Andreasi † (14 novembre 1583 - 23 marzo 1593 deceduto)
    Francesco Gonzaga, O.F.M.Obs. † (30 aprile 1593 - 2 marzo 1620 deceduto)
    Vincenzo Agnelli-Suardi † (18 marzo 1620 - 13 settembre 1644 deceduto)
    Masseo Vitali, O.F.M. † (5 febbraio 1646 - 23 giugno 1669 deceduto)
    Tiburzio Ferdinando Gonzaga † (1º marzo 1671 - 28 ottobre 1672 deceduto)
    Giovanni Lucido Cattaneo † (9 dicembre 1673 - 2 marzo 1685 deceduto)
    Enrico Vialardi di Villanova, B. † (3 marzo 1687 - 6 dicembre 1711 deceduto)
    Alessandro Arrigoni † (30 gennaio 1713 - 13 agosto 1718 deceduto)
    Antonio Guidi di Bagno Talenti † (26 aprile 1719 - 21 dicembre 1761 dimesso)
    Juan Portugal de la Puebla † (29 marzo 1762 - 29 gennaio 1770 dimesso)
    Giovanni Battista de Pergen † (29 gennaio 1770 - 12 novembre 1807 deceduto)
    Sede vacante (1807-1823)
    Giuseppe Maria Bozzi † (16 giugno 1823 - 14 dicembre 1833 deceduto)
    Giovanni Battista Bellé † (24 luglio 1835 - 30 giugno 1844 deceduto)
    Sede vacante (1844-1847)
    Giovanni Corti † (12 aprile 1847 - 12 dicembre 1868 deceduto)
    Sede vacante (1868-1871)
    Pietro Rota † (27 ottobre 1871 - 12 maggio 1879 ritirato)
    Giovanni Maria Berengo † (12 maggio 1879 - 10 novembre 1884 nominato arcivescovo di Udine)
    San Giuseppe Melchiorre Sarto † (10 novembre 1884 - 15 giugno 1893 nominato patriarca di Venezia, poi eletto Papa col nome di Pio X)
    Paolo Carlo Francesco Origo, O.SS.C.A. † (18 marzo 1895 - 1928 deceduto)
    Domenico Menna † (16 novembre 1928 - 1954 ritirato)
    Antonio Poma † (8 settembre 1954 - 16 luglio 1967 nominato arcivescovo coadiutore di Bologna)
    Carlo Ferrari † (19 ottobre 1967 - 28 giugno 1986 ritirato)
    Egidio Caporello (28 giugno 1986 - 13 luglio 2007 ritirato)
    Roberto Busti, dal 13 luglio 2007
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    Il Vescovo: S.E. Mons. Roberto Busti


    Mons. Roberto Busti è nato il 22 novembre 1940 a Busto Arsizio (VA).
    Ultimo di tre figli, padre caporeparto in una azienda tessile e madre casalinga, è cresciuto in una famiglia di chiara tradizione cristiana.
    Dopo le scuole elementari ha frequentato i Seminari Arcivescovili di Milano, liceo classico e studi teologici a Venegono Inferiore (VA). Gli anni degli studi teologici erano quelli dell’annuncio e dell’avvio del Concilio Ecumenico Vaticano II, con Papa Giovanni XXIII; anni di vivacissimo fermento di spiritualità e di prospettiva ecclesiale, soprattutto nei grandi Seminari diocesani. Era allora Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI.
    Fu ordinato sacerdote nel 1964 nel Duomo di Milano dal Cardinale Giovanni Colombo, che subito lo inviò come assistente dell’oratorio di Carate Brianza, in collaborazione con il Prevosto Giovanni Saldarini, divenuto successivamente Ausiliare di Milano e poi Cardinale Arcivescovo di Torino. Con Mons. Saldarini portò a termine la costruzione del Centro Parrocchiale “L’Agorà” che superava il tradizionale concetto dell’oratorio parrocchiale dedicato solo a bambini, ragazzi e giovani, per aprirsi all’accoglienza e alla collaborazione degli adulti, in modo particolare delle famiglie. Fu in quegli anni – fino al 1977 – che Mons. Busti sviluppò l’attività culturale degli oratori come “Centri e Sale della Comunità”. Quel suo impegno iniziale si allargò sia alla grande Diocesi milanese, sia alle realtà pastorali del nostro Paese.
    In questo contesto egli divenne consigliere nazionale e in seguito Presidente dell’Associazione Cattolica Esercenti Cinema (ACEC).

    Nel 1981 il Cardinale Carlo Maria Martini lo incarica di ristrutturare le iniziative diocesane riguardanti l’intero comparto della comunicazione sociale. Lo nomina suo portavoce e a questo incarico Mons. Busti dedica il suo servizio fino al 1991, anche come giornalista professionista. Nel 1991 viene nominato Prevosto della parrocchia di San Nicolò in Lecco e Decano delle 28 parrocchie che formano il Decanato di Lecco.

    Il Santo Padre Benedetto XVI lo sceglie quale Vescovo di Mantova il 13 luglio 2007.La sua Ordinazione Episcopale viene presieduta dal Cardinale Metropolita Arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, il 22 settembre 2007.
    Il giorno 7 ottobre 2007 ha inizio il suo Ministero Episcopale in Diocesi.
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    Il Vescovo Emerito: S.E. Mons. Egidio Caporello


    Egidio Caporello è nato l'8 Giugno 1931 a Padova.
    Compiuti gli studi nel seminario di Padova, venne ordinato sacerdote il 10 luglio 1955. Chiamato a Roma, dal 1956 ricoprì numerosi incarichi di vario genere e responsabilità, distinguendosi come organizzatore di eventi. Il 24 luglio 1982 venne eletto da sua santità Giovanni Paolo II alla sede titolare di Caorle e, nel contempo, nominato segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; il 19 settembre dello stesso anno ricevette l'ordinazione episcopale nella cattedrale di Padova dalle mani del cardinale arcivescovo di Torino Anastasio Ballestrero.
    Trasferito a Mantova il 28 giugno 1986, fece il suo ingresso in diocesi il 7 settembre dello stesso anno. Fra il 1996 ed il 2001 fu presidente della commissione episcopale per l'educazione cattolica, la cultura, la scuola e università della conferenza episcopale italiana e membro del consiglio permanente. Lasciò il governo pastorale della diocesi il 2 dicembre 2006, per raggiunti limiti di età, rimanendo amministratore apostolico sino all'insediamento del suo successore, mons. Roberto Busti.
    Ora risiede presso il Santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie a Curtatone (MN).


    da Wikipedia
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    Sant'Anselmo, Patrono di Mantova


    Corpo incorrotto del Santo conservato nella Cattedrale di san Pietro a Mantova

    Nipote di Alessandro II (al secolo Anselmo I da Baggio, già vescovo di Lucca e papa dal 1061 al 1073), venne creato cardinale dallo zio.
    Eletto vescovo di Lucca nel 1073 (all'epoca della lotta per le investiture), inizialmente rifiutò la nomina per non ricevere dall'imperatore Enrico IV le regalie connesse al suo ufficio, ma accettò l'elezione il 29 settembre 1074: per il suo forte sostegno al movimento riformatore della Chiesa, nel 1081 venne esiliato dall'imperatore e si ritirò come monaco nell'abbazia di San Benedetto in Polirone, sotto la protezione dalla contessa Matilde di Canossa, della quale divenne consigliere spirituale e confessore; in seguito fu reitegrato nel suo ufficio da papa Gregorio VII.
    I papi Vittore III e Urbano II lo scelsero come legato pontificio in Lombardia: Anselmo fissò la sua residenza a Mantova (sempre sotto la protezione di Matilde) e si dedicò al radicamento dei principi della riforma gregoriana e si impegnò a contrastare l'antipapa Clemente III. Matilde di Canossa fu al vescovo Anselmo così grata che lo accoglierà nell'esilio mantovano e gli sarà vicina in punto di morte.
    Altro momento sottolineato nella vita del Santo è la carica morale, il rifiuto dell'agiatezza, l'amore per la giustizia.
    Si spense a Mantova il 18 marzo 1086: la contessa Matilde, a furor di popolo, ordinò che venisse sepolto sotto l'altare maggiore della cattedrale cittadina.
    Il suo corpo, esumato alcuni secoli dopo, fu trovato integro, e tale rimane ancora oggi. Ogni anno nella ricorrenza della morte, viene tolta la copertura esterna dell'altare ed il corpo del santo è reso visibile: è venerato come Patrono della città lombarda.
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    Cattedrale di san Pietro apostolo



    Di origine paleocristiana, ma ricostruita in età medievale (fu riedificata probabilmente da Matilde di Canossa), la chiesa, inizialmente in stile romanico (di quest'epoca è ancora il campanile), venne ampliata agli inizi del XV secolo sotto l'egida di Francesco I Gonzaga. La splendida facciata mistilinea in marmo, dotata di un protiro, rosoni e pinnacoli, progettata da Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne è testimoniata da un prezioso dipinto di Domenico Morone. In questi anni il duomo fu affiancato da due file di cappelle gotiche, ornate da guglie e cuspidi in marmo e in cotto, anch'esse progettate da Jacobello dalle Masegne, la cui struttura muraria è ancora visibile nel fianco destro. Su iniziativa del vescovo Antonio Guidi di Bagno l'attuale facciata completamente di marmo, fu realizzata tra il 1756 e il 1761 dal romano Niccolò Baschiera, ingegnere dell'esercito austriaco.
    Nel 1545 il Duomo fu ristrutturato da Giulio Romano, che lasciò intatte la facciata e le pareti perimetrali ma ne modificò sostanzialmente l'interno, trasformandolo in forma simile all'antica Basilica di San Pietro a Roma in versione paleocristiana, prima dell'intervento su quest'ultima di Bramante e di Michelangelo. Tale scelta può essere messa in rapporto con le simpatie evangeliste del cardinale Ercole Gonzaga, committente dell'opera, in polemica con la politica papale di quegli anni. La morte di Giulio Romano nel 1546 segnò una lunga interruzione dei lavori, che continuarono sotto la guida di Giovan Battista Bertani alterando probabilmente il primo progetto, specialmente nella realizzazione del presbiterio.

    Lo spazio attuale, apparentemente lungo e stretto, è costituito da cinque navate (alternativamente coperte a volta e con soffitti piani) affiancate da due file di cappelle, i cui altari sono ornati da pale dei più importanti artisti del manierismo mantovano (le tele di Paolo Veronese e Giulio Campi, le più importanti del ciclo, non sono oggi più a Mantova). Tra le opere d'arte si segnalano un sarcofago paleocristiano, gli affreschi del battistero (inizi del XIV secolo), la Cappella dell'Incoronata, di architettura simile alle idee di Leon Battista Alberti, e la sacrestia (un tempo Cappella dei Voti), con la volta affrescata da un seguace di Andrea Mantegna.

    Sul piano dell'arte, da segnalare un sarcofago figurato del sec. IV, il fianco destro dei Dalle Masegne (inizi sec. XV), l'interno di Giulio Romano (sec. XVI) con una serie di tele coeve, il ciclo di affreschi manieristi (transetti, cupola, abside), la cappella del SS.mo Sacramento (sec. XV-XVII), la monumentale sagrestia.

    Sul piano religioso: in quanto cattedrale, questa è la chiesa centrale della diocesi. E' anche un santuario (custodisce il corpo incorrotto del patrono, Sant'Anselmo vescovo di Lucca, vissuto nel sec. XI: festa, il 18 marzo), cui ne è annesso un altro: l'elegante sacello quattrocentesco dove si venera l'immagine di Maria, nota come l'Incoronata.

    Il ricchissimo tesoro della cattedrale (dipinti, il celebre Messale miniato di Barbara di Brandeburgo, oreficerie dei Gonzaga) è esposto nel vicino Museo diocesano.


    Ultima modifica di VirCatholicus; 21-06-2010 alle 20:43
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    Basilica di sant'Andrea apostolo


    Il Prez.mo Sangue di Cristo.
    Le cronache della corte di Carlo Magno registrano nell'anno 804 il rinvenimento a Mantova del Sangue di Cristo, secondo tradizione raccolto ai piedi della croce e qui portato dal milite romano che gli aveva trafitto il costato. Per custodire tanto tesoro, Mantova fu elevata a sede vescovile, innestando così un processo di sviluppo che portò un modesto borgo lungo il fiume Mincio a divenire città.
    La reliquia è segno dell'evento basilare della fede cristiana: la morte redentrice di Gesù.
    Per secoli fu meta di papi, imperatori e pellegrinaggi di massa; da qualche tempo è oggetto di un rito suggestivo il Venerdì Santo, quando viene portata in processione notturna per le vie del centro.
    A onorare il "Preziosissimo Sangue", come si usa chiamarlo, furono erette successivamente tre chiese. Della seconda resta il bellissimo campanile gotico.
    La terza è l'ultimo capolavoro di Leon Battista Alberti, opera capitale del Rinascimento, dal cui modello sono derivate innumerevoli chiese nel mondo intero. Avviata nel 1472, fu conclusa nel sec. XVIII con la maestosa cupola di Filippo Juvara; la arricchiscono opere di Andrea Mantegna (che qui ha il suo sepolcro), Correggio e Giulio Romano, oltre a un importante ciclo di affreschi dei secoli XVI e XVIII, che in sintonia con la reliquia svolgono il tema della Redenzione.


    Storia.
    Edificata nel Medioevo in luogo di un monastero benedettino (i cui unici resti sono il campanile gotico e un lato del chiostro), l'edificio venne rimaneggiato a partire dal 1472, su progetto di Leon Battista Alberti, commissionato da Ludovico III Gonzaga.
    Lo scopo della nuova costruzione era quello di accogliere i pellegrini che giungevano durante la festa dell'Ascensione durante la quale veniva venerata una fiala contenente il Preziosissimo Sangue di Cristo portato a Mantova, secondo la tradizione, dal centurione Longino. La reliquia, molto venerata a partire dal Rinascimento e portata in processione per le vie della città il Venerdì Santo, è oggi conservata proprio nei Sacri Vasi custoditi all'interno dell'altare situato nella cripta della basilica.
    Alberti fornì un modello ligneo che servì a Luca Fancelli in fase di realizzazione. I lavori iniziarono nel 1472, ma la costruzione rimase a lungo incompiuta, tanto che per il completamento si dovette aspettare fino al XVIII secolo. La facciata risultava completata nel 1488 comunque molto dopo la morte di Alberti nel 1472. Questioni storiografiche molto dibattute sono pertanto sia la ricostruzione del progetto originario di Alberti, sia la fedeltà di quanto realizzato a tale progetto. Alcuni studiosi attribuiscono ad Alberti lo schema generale e la facciata ma non la definizione dei particolari, mentre altri affermano che quanto costruito nel XV secolo e in particolare fino alla morte del committente nel 1478, corrisponda al progetto albertiano.
    La cupola fu aggiunta nel 1732 da Filippo Juvarra, che si ispirò a quella borrominiana della basilica di Sant'Andrea delle Fratte.


    Architettura.
    L'Alberti creò il suo progetto «... più capace più eterno più degno più lieto ...» ispirandosi al modello del tempio etrusco ripreso da Vitruvio e contrapponendosi al precedente progetto di Antonio Manetti. Innanzitutto mutò l'orientamento della chiesa allineandola all'asse viario che collegava Palazzo Ducale al Tè.
    La facciata è concepita sullo schema di un arco trionfale romano a un solo fornice tra setti murari, ispirato a modelli antichi come l'arco di Traiano ad Ancona e ancora più monumentale del precedente lavoro albertiano sulla facciata del Tempio Malatestiano. L'ampio arco centrale è sostenuto da colonne corinzie e dato che si estende per tutta l'altezza della facciata, si parla di ordine gigante o colossale: la basilica costituisce uno dei primi monumenti rinascimentali per cui venne adottata questa soluzione. Grande enfasi è poi data da un secondo arco superiore, oltre il timpano, che segna l'altezza della navata, enfatizza la solennità dell'arco di trionfo e il suo moto ascensionale, e che, grazie all'apertura interna, permette l'illuminazione della navata. Sui setti murari si trovano archetti sovrapposti tra lesene corinzie sopra i due portali laterali. La facciata è inscrivibile in un quadrato e tutte le misure della navata, sia in pianta che in alzato, si conformano ad un preciso modulo metrico.
    Sotto l'arco venne a formarsi uno spesso atrio, diventato il punto di filtraggio tra interno ed esterno.
    L'interno è a croce latina, con navata unica coperta a botte con lacunari, e con cappelle laterali a base rettangolare, inquadrate negli ingressi da un arco a tutto sesto, che riprende quello della facciata. Tre cappelle più piccole, ricavate nel setto murario dei pilastri, si alternano a quelle maggiori e la loro alternanza venne definita dall'Alberti come tipologia di "chiesa a pilastri". La grande volta della navata e quelle del transetto e degli atri d'ingresso si ispiravano a modelli romani, come la Basilica di Massenzio.

    La prima cappella a sinistra ospita la tomba di Andrea Mantegna ed è stata decorata sulla base di suoi disegni ad opera del Correggio; del maestro rimangono però il Battesimo di Cristo sulla parete destra, completato dal figlio Francesco, e la Sacra Famiglia e famiglia del Battista, sull'altare.
    Tra le altre opere d'arte si segnalano una pala di Lorenzo Costa il Vecchio e gli affreschi della cappella di San Longino (sesta a destra), su disegno di Giulio Romano.






    Altare ov'è conservato il Prez.mo Sangue di Cristo, nella cripta


    Sacri Vasi del Prez.mo Sangue


    Mons.Busti coi Sacri Vasi
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    Basilica Palatina di santa Barbara




    La basilica palatina di Santa Barbara, chiesa di corte dei Gonzaga, fu fatta erigere, con il campanile, dal duca Guglielmo fra il 1562 e il 1572, su disegno di Giovan Battista Bertani.

    La facciata è caratterizzata da tre archi, sormontati dal frontone, che introducono nel vestibolo d’accesso, sopra il quale, all’interno, si trova la grande cantoria per i musici.

    L’interno
    A navata unica con cappelle laterali, presenta due grandi lanterne quadrate, di cui una al centro, l’altra sopra l’altare maggiore, cui si accede tramite una scalinata semicircolare. Domina il coro il Martirio di S. Barbara, la grande pala dipinta da Domenico Brusasorci su invenzione del Bertani, racchiusa in una ricca cornice. La lunetta superiore che oggi vediamo, è opera settecentesca di Pietro Fabbri: l’affascinante originale - sostituito perchè ammalorato - è ancora conservato nel patrimonio della Basilica. Di fianco all’altare maggiore una scala porta alla cripta, ripartita in tre navate con un sacello a pianta ellittica.

    Le pale dei due grandi altari laterali sono di Lorenzo Costa il giovane su idee del Bertani (a destra Il battesimo di Costantino, a sinistra Il Martirio di Sant’Adriano). Sono attribuite a Fermo Ghisoni le figure dipinte su ambo le facce delle ante dell’organo (Santa Barbara e San Pietro da un lato; L’Annunciazione dall’altro). Altri quadri di pittori giulieschi sono sugli altari piccoli: a destra La consegna delle chiavi a San Pietro di Luigi Costa e Santa Margherita di Giambattista Giacarelli; a sinistra Il battesimo di Cristo di Teodoro Ghisi e La Maddalena dell’Andreasino. I quattro ovali sono opera di Pietro Fabbri (Santa Lucia e Santa Caterina), di Amadio Enz (Sant’Anna con Maria bambina), e di un anonimo del secolo XVII (Sant’Antonio con Gesù Bambino). Una cappellina appartata a sinistra contiene invece una quadro settecentesco, del Bazzani (Madonna e santi).

    Il presbiterio, sopraelevato, è chiuso da una cancellata settecentesca; del tardo ’600 sono gli stalli del coro, finemente scolpiti e provenienti dalla demolita chiesa di San Domenico. Le statue polimateriche sono del secolo XVII. Il lampadone posto davanti all’altare maggiore è stato commissionato dal duca Vincenzo I.

    Una chiesa per il duca Gonzaga, dunque, ricca nel patrimonio (basti solo pensare agli arazzi su cartoni di Raffaello, lasciati dal card. Ercole a Guglielmo e da questi donati alla sua Basilica), in cui gli uffici divini assumono solennità, ricchezza, attraverso una organizzazione precisa ed articolata. Una chiesa “che suona”, non solo per la cappella musicale di cui viene ben presto fornita, ma per i diversi spazi da cui può provenire la musica. Una chiesa che è diversa da tutte le altre perchè il progetto di Guglielmo sottende l’idea di onorare Dio e insieme di mostrarsi “vero signore” del suo tempo; ciò trova le sue risposte concrete nelle realizzazioni di quanti lavorano in S. Barbara, per la sua costruzione e per la sua vita religiosa e artistica.


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    Santuario della B.V.M. delle Grazie




    Il Santuario della Beata Vergine delle Grazie è una chiesa di stile gotico lombardo, dedicata alla Beata Vergine Maria, e sorge nella piccola frazione “Le Grazie” del comune di Curtatone a 9 km da Mantova. Edificata su un ampio piazzale, la basilica sovrasta e s'affaccia sulle acque palustri del Mincio creando un'atmosfera suggestiva per le numerose delegazioni di turisti e fedeli devoti alla Madonna.


    Storia.
    Le origini della chiesa sono da connotare addirittura al 1200; nella località allora chiamata Prato Lamberto su di un piccolo promontorio emergente da un dedalo di flora e canne lacustri, sorgeva un altarino con l'immagine della Madonna col Bambino a cui i pescatori del lago e i contadini erano particolarmente devoti. La devozione della gente della zona era antica e ben consolidata, in quei tempi l'ambiente lacustre era sì fonte di sostentamento ma anche di lavoro pesante, stenti e malattie, superstizioni e paure, la forza della fede era quindi di conforto, e quella cristiana era solo successiva a quella anteriore per le divinità e forze della natura. Dal piccolo altare, nel corso degli anni, venne edificato un sacello con una cappella votiva per proteggere l'immagine sacra dalle intemperie. Col crescere della struttura architettonica, crebbe anche l'interesse per questa immagine miracolosa, diffondendo la sua “fama” per tutto il territorio limitrofo. Verso la fine del XIV secolo, per grazia ricevuta, Francesco Gonzaga fece erigere un tempio alla Madonna che aveva fatto cessare l'epidemia di peste che aveva colpito i mantovani (questo episodio storico, come il precedente viaggio del Gonzaga in Terra Santa è forse da collegare a una scomunica ricevuta). I lavori furono affidati all'architetto Bartolino da Novara, che negli stessi anni progettò a Mantova il Castello di San Giorgio e quello Estense di Ferrara, la costruzione costò ben 30000 scudi d'oro e, a Ferragosto del 1406, la cappella venne consacrata al cospetto del suo committente e dei vescovi di Mantova e Cremona.
    Dalla costruzione della basilica i pellegrinaggi verso questo luogo, che assumeva via via popolarità, si intensificarono e assieme alla povera gente dei paesi attorno, nobili, e persino l'imperatore Carlo V e il papa Pio II visitarono l'immagine sacra. Iniziarono così tutta una serie di donazioni che apportarono anche alla struttura architettonica originaria delle modificazioni; alcune importanti famiglie mantovane fecero costruire cappelle private per la preghiera annesse al convento o all'interno della chiesa per seppellirci i propri avi. Persino Giulio Romano, su commissione, lavorò nella chiesa delle Grazie, opera sua e della sua scuola sono infatti il Mausoleo Castiglioni ed altri interventi nella sacrestia.

    Dal 1412 fino alla fine del secolo vennero edificati il convento, la scuola, l'oratorio, la biblioteca, fino a quando nel 1521 sorse attorno al piazzale un portico di 52 arcate per il riparo dei mercanti dato che l'11 agosto 1425 il marchese Federico Gonzaga aveva fatto spostare la “fiera di Porto” iniziando la tradizione della fiera di ferragosto alle Grazie. Le costruzioni grazie alle donazioni e ai lasciti portarono la basilica a un grande complesso con svariati annessi, nel 1642 venne aggiunta nel piazzale una nuova ala di portici ed edificata la sagrestia con un altare. In ultimo, l'ambizioso progetto del 1700 per l'ulteriore espansione del complesso su richiesta della duchessa Anna Isabella di Guastalla, prevedeva l'edificazione di 15 cappelle sulla strada per Mantova, ma non venne mai terminato. Nel 1782 il convento fu chiuso e convertito a ospedale. Iniziò così il declino della Basilica, l'invasione napoleonica privò la collezione di ex voto di buona parte dei suoi tesori e il materiale contenuto nella ricca biblioteca venne disperso o distrutto; nel 1812, infine, venne smantellato buona parte del complesso architettonico.


    Architettura.
    La struttura originaria gotico lombarda è rimasta conservata ma a questa sono state addossate, nel corso del tempo, varie appendici architettoniche di stili diversi, e negli anni successivi le invasioni e le distruzioni ne hanno eliminato altre, dei 4 chiostri, cappelle ed edifici del complesso originario oggi, infatti, è residuata solo il chiostro “della Porta” e l'ala est.
    Il porticato, disposto perpendicolarmente alla facciata della chiesa, è ornato di decorazioni in cotto, lunette affrescate verso la fine del 1500 che riportano scene della storia della città e hanno tutti in comune l'immagine della Madonna o suoi eventi miracolosi, e tredici arcate a tutto sesto, sostenute da colonne. La facciata è completata in alto da tre pinnacoli; e il portale rinascimentale in marmo rosso reca, sull'architrave, la scritta Sacrum Celesti Reginae Dicatum.
    L'interno è gotico a unica navata, e il soffitto è a volta a crociera decorato con affreschi floreali. Appena entrati si rimane colpiti dalla ricchezza delle pareti e dal penzolare, perché legato al soffitto, di un coccodrillo impagliato, posizionato nel Santuario nel XV o XVI secolo. La parte mediana delle pareti della navata è foderata in tutta lunghezza da un’'impalcata lignea; prima della sua istallazione le pareti della chiesa dovevano essere spoglie e disadorne, questo si è potuto scoprire effettuando degli studi dietro all’impalcatura che hanno appunto rivelato l’assenza di affreschi parietali. Ricavate nell’impalcata, ottanta nicchie disposte su due file parallele, ospitavano altrettante statue-manichini in varie pose e situazioni rappresentanti episodi di pericolo scampato per intercessione divina. Oggi le statue rimaste sono solo circa una quarantina. Sull’impalcata non c’è parete, colonna, angolo disadorno, decorazioni composte da filari di modellini anatomici in cera occupano infatti il resto delle pareti non occupato dalle statue, disegnando motivi serpentiformi che avvingono le colonne o che seguono gli archi delle nicchie. Si tratta anche in questo caso di ex voto, di modelli rappresentanti cuori, mani, occhi, seni, bubboni pestiferi, che concorrono a offrire allo spettatore un puzzle unico nel suo genere. Ma la ricchezza della chiesa non riguarda solo l’opulenza delle sue decorazioni parietali ma anche le prestigiose cappelle che ospita ai lati dell’unica grande navata: la prima cappella a destra della chiesa entrando dal grande portone di legno scuro è quella di S. Bonaventura con il mausoleo dedicato a Baldassarre Castiglione, progettato da Giulio Romano, e il mausoleo del figlio Camillo Castiglioni. Opera di Giulio Romano e della sua scuola è anche la tela conservata sempre in questa cappella, raffigurante Madonna in trono con Bambino e i santi Bonaventura e Francesco d'Assisi. Proseguendo lungo la parete di destra si incontra la cappella della famiglia Bertazzolo con l’opera di Lorenzo Costa Il martirio di S. Lorenzo e la cappella Aliprandi che conserva l’icona lignea composta da una statua di Madonna con Bambino e da pannelli rappresentanti Dio Padre e i santi Elisabetta, Caterina, Anna e Apollonia; opera dell’intagliatore Giovanni Battista Viani e di suo fratello, il pittore Antonio Maria Viani. Quindi si trova l’uscita verso la sagrestia, superata la quale si accede alla quarta e ultima cappella della parete destra prima dell’abside, quella dedicata all’immagine della Madonna col Bambino. La cappella Mater Gratiae, conserva oltre all’immagine sacra, le spoglie di Carlo II di Gonzaga-Nevers e della moglie e i suddetti quadretti votivi di epoca più o meno recente. Sul lato sinistro di notevole importanza è la pala del San Sebastiano di Francesco Bonsignori nella cappella dei Zimbramonti. Quest’opera, un pregiabile e raffinato olio su tavola, è stato recentemente ricollocato nel santuario dopo l’esposizione in Palazzo Te in occasione della mostra evento del 2006 “Andrea Mantegna A Mantova 1460-1506”. Gli affreschi alle pareti laterali della cappella sono invece opera di un discepolo di Giulio Romano, Rinaldo Mantovano.


    I manichini.
    I manichini sono stati realizzati con la tecnica della cartapesta, a grandezza naturale (attribuite per la maggior parte a Frate Francesco da Acquanegra) e dello stesso povero materiale si pensavano costruiti anche gli indumenti e le armature che li ricoprono e gli elmi e le armi che li finiscono. La struttura base delle statue è stata realizzata con strati di carta e tela induriti col gesso e dipinti con coloranti e aggiunta di miele nei leganti, ad essa sono state successivamente applicati diversi elementi realizzati con calchi o in alcuni casi in legno per viso mani e piedi (a seconda della posa assunta dal manichino), crine equino per i capelli e ghiande per alcuni particolari, tramite incollaggio. Per quanto riguarda gli abiti, si è scoperto si trattava di pezzi di cotone tessuto applicati alle statue con ganci, risalenti alla fine del 1800 perché di fabbricazione industriale. Dodici sono le armature che sono state riassemblate dalle varie statue. In realtà, da studi approfonditi si è scoperto che ben sei di queste hanno origine ben più nobile della creduta. Si tratta infatti di armature difensive in stile gotico-italiano realizzate nel 1400, sono completi che rivestivano completamente il cavaliere perché costituiti da vari elementi d’acciaio che andavano componendosi armonicamente assicurando una protezione efficace. Esempi di armature come queste sono di estrema rarità, se ne possono trovare infatti solo altri undici pezzi in tutto il Mondo; per questo ad oggi non sono più esposte nel monastero ma sono state trasferite nel Museo Diocesano Francesco Gonzaga a Mantova. Varie ipotesi sono state formulate circa l’arrivo di armature così prestigiose al monastero, verosimilmente sono state oggetto di dono dei Gonzaga, signori di Mantova, a differenza delle altre più modeste (ma comunque risalenti al 1500) di altra provenienza. Sotto le nicchie sono presenti delle metope (ben leggibili in italiano volgare,ma è possibile nel 1400 fossero scritte in latino) riportanti la grazia ricevuta. A volte i manichini non coincidono con la metopa sottostante segno che nel corso degli anni i primi hanno subito degli spostamenti. Qui di seguito vengono riportati alcuni esempi:

    metopa dell’impiccato: IO VEGGO E TEMO ANCOR LO STRETTO LACCIO; MA QUANDO PENSO CHE TU L’HAI DISCIOLTO RIBENEDICO IL TUO PIETOSO BRACCIO.

    metopa dell’uomo appeso per le mani: DALLA FUNE, ONDE IN ALTO ERA SOSPESO, VERGINE BENEDETTA IO TE CHIAMAI, LEGGER DIVENNI, E NON RIMASI OFFESO.

    metopa dell’impiccato: INNOCENTE T’IMPLORO E TU SEI PRESTA: QUATTRO VOLTE SI FRANGE IL LACCIO INGIUSTO, PERCHE TUA MAN L’ALTRUI FIEREZZA ARRESTA.

    metopa del condannato alla mannaia: PER MIO DELITTO CONDANNATO A MORTE, E INVAN DATOMI UN COLPO IL GIUSTIZIERE L’ALTRO SOSTENNE POR TUA DESTRA FORTE.

    metopa del condannato ad essere gettato dentro un pozzo: FUOR D’ESTO POZZO FUSCI LIBERO E SCIOLTO COL GRAVE SASSO, CHE PENDEA DAL COLLO, PERCHE FUI DA LE TUE BRACCIA ACCOLTO.

    metopa delguerriero vicino al suo cannone: QUESTA DI FUOCO RAPIDA PROCELLA PER COLEI SOLO NON PROVAI NOCENTE, CHE PUO SPEZZAR DI MORTE LE QUADRELLA.

    Con il Giubileo del 2000 tutte le statue e l’impalcatura lignea sono stati oggetti di restauro profondo e sono stati risanati (molte statue vertevano in pessime condizioni per colpa del fisiologico depauperamento dei materiali, per la deposizione di cere e pitture a olio nelle epoche successive alla creazione, per problemi strutturali causati da nidi di topi, e in generale per l’incuria in cui erano state abbandonate).


    Il coccodrillo.
    Presenza del tutto particolare, stupisce il visitatore che entra nel Santuario, un coccodrillo (Crocodilus niloticus) imbalsamato è appeso al soffitto al centro della navata. Si tratta di un vero e proprio coccodrillo, non un modellino, in tutta la sua interezza che è stato aggiunto nella chiesa nel XV o XVI secolo e che è stato da poco oggetto di restauro. Questa non è l'unica chiesa in cui si può trovare una simile stranezza, anche nella chiesa di Santa Maria delle Vergini a Macerata infatti si può trovare un coccodrillo appeso, probabile dono dei maceratesi tornati dalle Crociate.
    La collocazione di questi animali nelle chiese ha quindi un forte significato simbolico, come furono nelle chiese medievali l'ubicazione di fossili preistorici, quindi, incatenare l'animale in alto, nella volta della chiesa vuol dire renderlo innocuo, bloccare il male che rappresenta e nello stesso tempo esporre un monito concreto per i fedeli contro l'umana predisposizione all'errore.
    Legati al coccodrillo “delle Grazie” e alla sua derivazione sono nate diverse leggende e teorie, c'è chi riporta la sua fuga da uno zoo esotico privato di casa Gonzaga, chi ha elaborato racconti più vicini alla natura miracolosa dell'evento: due fratelli barcaioli stavano riposando sulla sponda del fiume, a un tratto uno dei due venne assalito dal coccodrillo. L'altro, chiedendo l'intercessione divina, si armò di coltello e riuscì a uccidere il predatore. Sono stati ipotizzati anche altri significati e collegamenti (anche tra altre strutture architettoniche – simbolismi presenti nella chiesa e i versetti sull'Apocalisse) ben più elaborati si pensano riconducibili ai Francescani Minori Osservanti (guardiani della chiesa proprio durante il secolo in cui venne esposta la reliquia del coccodrillo) e all'alchimia medievale che attuavano.

    I miracoli e le grazie.
    La “memoria popolare” e le cronache del tempo riportano spesso la “miracolosità” del suolo delle Grazie. Dai più umili ai più illustri, molti sono stati riportati, come quello del coccodrillo o quello di San Bernardino da Siena, nel 1420, posò il mantello sulle acque del Mincio vicine alla chiesa e venne traghettato senza che si bagnasse verso Mantova per opera della Madonna.
    A questa “miracolosità” si devono di conseguenza le grazie e quindi i doni per grazia ricevuta, gli ex voto; pare infatti che la chiesa in passato fosse letteralmente cosparsa di armi di ogni genere, bandiere e gonfaloni e che dal soffitto pendessero imbarcazioni, oltre ovviamente alle statue polimateriche dell'impalcata e le “formelle” in cera riproducenti parti del corpo che sono ancora presenti.
    Molti di questi ultimi oggetti sono rappresentativi di un'epoca, di uno stile di vita, delle abitudini della vita rurale del luogo, della situazione sociale della campagna del 1400; mani e i piedi indicano guarigioni miracolose verosimilmente per lesioni provocate durante il lavoro nei campi (così come anche testimoniato dagli attrezzi e le tavolette votive presenti in altre zone della chiesa), gli occhi, i bubboni pestiferi, i cuori, i seni a riportarci a considerare l'importanza per una madre di allattare in un'epoca in cui non c'erano alternative al cibo materno.
    Più recente è tutto il materiale votivo raccolto nel corridoio che porta alla sagrestia; si tratta di spade, sciabole e protesi di guerra e non, fino a quadretti di tutte le dimensioni con disegni di bambini, ricami, cuori di vari materiali (alcuni persino in argento), fotografie e lettere. Alcune tavolette con pitture ad olio sono state commissionate ad autori famosi, altre più umili e semplici sono state eseguite dai miracolati stessi, alcune sono state create da abili ricamatrici, altre ancora recano fotografie di intrecci di lamiera per incidenti automobilistici, tutte comunque testimoniano una situazione dolorosa superata e trasmettono l'angoscia prima e la gratitudine poi di chi le ha donate.
    Una curiosità è notare la presenza anche del pallone che permise la promozione in serie A della squadra calcistica del Mantova nel 1961.

    I luoghi e la festa.
    L'11 agosto 1425 Gian Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, con grida dichiarò il piazzale antecedente la chiesa luogo di “libero mercato di merci”. Da allora, ogni Ferragosto, viene allestita "La Fiera delle Grazie" un connubio tra sacro e profano, che costituisce un enorme laboratorio artistico all'aperto e un forte richiamo tradizionale per i mantovani. Proprio durante la grande festa del 14 e 15, si svolge l'annuale “concorso dei Madonnari” che raccoglie decine di artisti da tutto il mondo. I "Madonnari", pittori che dipingono con gessetti colorati sull'asfalto, creano grandi riproduzioni di quadri famosi d'arte sacra o immagini di propria fantasia dedicate alla Madonna o di stampo profano. Il concorso prende il via la notte del 14 agosto. il Vescovo benedisce i gessetti che gli artisti useranno e il loro lavoro continua imperterrito fino al pomeriggio di ferragosto. Le opere lasciate poi in balia degli eventi atmosferici, sono destinate a sciogliersi al primo acquazzone, rimanendo fedeli, nella loro stesura iniziale, solo negli scatti fotografici delle cento-duecento mila persone che ogni anno la piccola frazione ospita.
    Ancora oggi è frequente l'usanza di raggiungere a piedi il Sagrato delle Grazie, proprio nei giorni di Ferragosto, come voto alla Madonna o dopo aver ricevuto una grazia. La Fiera delle Grazie però è anche bancarelle, giostre, spettacolo pirotecnico e il tipico appuntamento col cotechino (cibo tipico della fiera nonostante il caldo d'agosto), è quindi su tutti i fronti un incontro genuino tra fedeli, curiosi, devoti, tradizione e entusiasmo popolare, un po' come la basilica che la ospita.

    da Wikipedia



    Il coccodrillo


    Veduta dall'alto


    Miracolosa immagine della Madonna


    Interno


    I manichini


    I madonnari
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    Santuario di san Luigi Gonzaga, a Castiglione delle Stiviere (MN)


    Storia.
    La costruzione della chiesa – elevata a basilica nel 1964 – iniziò nel 1608 e venne praticamente ultimata nel secolo successivo. Lo stile è barocco e il progetto è del padre gesuita Luca Bienni di Salò.
    L'armonica facciata è arricchita dal bel protiro in marmo, da lesene ioniche e tuscaniche, da due medaglioni laterali in marmo bianco, da una monofora centrale balaustrata e dal timpano con cornice e dentelli, sormontato da sfere metalliche e croci. La porta lignea, recentemente restaurata, risale al 1680.
    Il campanile, sul lato destro, è in stile barocco.
    La cupola, impostata sul tamburo cilindrico, con la lanterna sormontata dal cupolino con sfera e croce, viene innalzata nel 1727 su progetto dell’architetto Paolo Soratino di Lonato, in occasione della canonizzazione del Beato Luigi.

    La navata.
    Il grande ambiente interno ad aula, che ricorda la pianta della chiesa del Gesù a Roma, si presenta nella sua semplicità architettonica, sottolineata dalle modulazioni dell’illuminazione con sei cappelle laterali; la decorazione è barocca.
    Al centro del soffitto, a botte, una tempera del pittore Martinenghi eseguita nel 1891, rappresenta il Santo che insegna il catechismo ai giovani di Roma, mentre sopra le cornici orizzontali della volta, sono raffigurati i dodici apostoli e i simboli dei quattro evangelisti.
    L'affresco fra le due membrature dell’arco trionfale eseguito nel 1741 dal pittore veronese Giorgio Anselmi, rappresenta la gloria di San Luigi Gonzaga. Fra le cappelle laterali e sulla parete di fondo, sono collocati dieci ovali monocromi della seconda metà del 1600, che, con la grande tela pota sopra la porta d'ingresso, illustrano episodi della vita interiore del Santo. Il pulpito, la tribuna del principe, i matronei e i sei confessionali lignei ricchi di intagli profondi a motivi vegetali, sono di pregevole fattura e risalgono alla fine del 1600 e ai primi del 1700.

    Cappelle laterali.
    A destra della porta d'ingresso la cappella di San Stanislao Koska. La pala posta sull'altare, raffigura il Santo in preghiera davanti ad un quadro della Pentecoste. L'opera datata 1737 è firmata dalla bolognese Lucia Torelli.
    Di fronte, la cappella del Crocefisso. Conserva una bella scultura in legno del Cristo morto sulla croce. L'opera attribuita ad un artigiano locale della fine del 1600, è caratterizzata da un certo realismo anatomico e cromatico.
    Segue quella dedicata all’Assunta. Il seicentesco paliotto dell’altare decorato con finissime tarsie marmoree, è abbellito al centro, da una piccola immagine dell’Assunta scolpita in marmo bianco. La tela, di autore ignoto, è della seconda metà del 1700.
    Di fronte, la cappella di San Francesco Saverio. Nella tela, sull’altare, il Santo viene rappresentato nell’atto di predicare il Vangelo ai popoli non ancora venuti in contatto con il Vangelo. L'opera, né datata, né firmata, risale alla prima metà del 1700.
    Segue quella dell’Addolorata. La pala dell’altare, porta in basso a destra, la scritta: "Guercino Giovanni Francesco - Cento 1650" e va collocata all'interno della tarda produzione del maestro ferrarese.
    Di fronte, la cappella di S.Ignazio di Lojola, il fondatore della Compagnia di Gesù. Sulla tela dell’altare è raffigurata l'apparizione della Trinità al Santo. L'opera è attribuita ad un pittore locale del 1700.

    Presbiterio
    L'area del presbiterio, delimitata da una balaustra in marmo, è dominata dalla monumentale e complessa struttura dell'altare maggiore di epoca tardobarocca, ricca di marmi, di sculture e di elementi architettonici. L'opera viene realizzata nel 1761 su progetto di Paolo Soratino.
    Alle estremità laterali dell’altare e dell’ancona, addossata alla parete dell'abside, due copie di angeli in marmo bianco reggicandelabro e le statue classicheggianti raffiguranti le virtù dell’innocenza e della penitenza.
    Al centro, angeli genuflessi e cherubini ornano il tempietto che custodisce l'urna col teschio di San Luigi Gonzaga, donato dai Gesuiti al fratello del Santo, Francesco, nel 1610. Sopra la reliquia è collocata la pala del 1734 di Antonio Balestra raffigurante San Luigi in preghiera davanti alla Vergine. Il grande complesso marmoreo è sovrastato dal trionfo eucaristico (simbolo dei Gesuiti) e da angeli adoranti. Tra la mensa dell’altare a pianta concava e l'ancona, una scala in marmo permette ai fedeli di passare davanti alla reliquia del Santo.
    Ai lati dell'altare maggiore, due mense in legno di noce intagliato con motivi decorativi cinquecenteschi.
    I quattro pennacchi della cupola, incorniciati da decorazioni a stucco, sono attribuiti al Pitocchetto (secolo XVIII) e rappresentano episodi della vita del Santo: la nascita, la prima comunione, la rinuncia al marchesato e l'ingresso di Luigi nella Compagnia di Gesù a Roma. La calotta interna della cupola, è ornata da una ricca decorazione a stucco con otto medaglioni affrescati, raffiguranti le virtù cristiane. La carità è rappresentata da S.Luigi vestito da principe nell’atto di soccorrere l’appestato. Nell’interno del cupolino della lanterna, una colomba rappresenta lo Spirito Santo.
    L'organo, collocato a destra del presbiterio datato 1794, è firmato da Gerolamo Bonatti. Le cantorie, in stile rococò, sono decorate da scene laccate su fondo oro e rappresentano paesaggi cinesi.

    Sagrestia
    A sinistra del presbiterio, sotto la cantoria, si apre l'accesso alla sacrestia. Nel medaglione centrale del soffitto, è affrescata la gloria di San Luigi. Il vasto ambiente è arricchito da un arredo ligneo in noce di finissima qualità.
    L'opera artisticamente più pregevole è l'altare in legno datato 1684 della bottega del Ceratelli. Al centro, sopra il tabernacolo, una tela della fine del 1500 (importantissima dal punto di vista iconografico) rappresenta San Luigi in preghiera davanti alla Vergine.
    Di fronte, una tela settecentesca attribuita al Furioli, raffigura il Santo in atto di presentare le tre nipoti (in abiti religiosi) Cinzia, Olimpia e Gridonia, alla Vergine. Alle pareti tre ovali monocromi, rappresentano momenti della diffusione del culto aloisiano, mentre le otto tele della seconda metà del 1600 poste negli angoli, raffigurano angeli e Santi della Bibbia.



    Interno


    Organo


    Pala dell'altar maggiore


    Insigne Reliquia del teschio di san Luigi


    La volta


    La cupola


    Giovanni Paolo II in visita al Santuario


    http://www.santuariosanluigi.it/
    Ultima modifica di VirCatholicus; 22-06-2010 alle 20:33
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    Santuario della B.V.M. della Comuna, a Ostiglia (MN)


    Il santuario della Comuna si raggiunge lasciando la statale dell'Abetone-Brennero poco a nord di Ostiglia e percorrendo, per qualche chilometro, una strada pensile che attraversa una campagna un tempo paludosa ed ora assai fertile.

    Fino al 1784, come l'intera parrocchia di Ostiglia, il santuario era soggetto al vescovo di Verona, che vi effettuava periodiche visite: l'allargamento dei confini del territorio gonzaghesco fino al corso del Tartaro, nel momento di trapasso dalla signoria degli Scaligeri al dominio della Serenissima, non fu, infatti, accompagnato da analoga modificazione dei limiti della diocesi.
    Il santuario fece quindi per secoli da centro di coagulo della devozione popolare sia per le genti della bassa pianura veronese sia per i paesi attigui del Mantovano e del Rodigino, ed ancor oggi svolge questa funzione.

    Prima di essere interamente ricostruito nelle forme che oggi ammiriamo, esso era designato con la denominazione di "Oratorio della Beata Vergine del Cason". Alle sue origini troviamo, come per molti altri santuari, un'apparizione.
    La tradizione racconta, infatti, che ad una pastorella, muta dalla nascita, si manifestò, sospesa in una nuvola di luce sopra un salice, la Madonna, che le donò la parola ed espresse la volontà di essere venerata in quel luogo. I numerosi prodigi che seguirono l'apparizione fecero sì che venisse qui costruito un luogo di culto.
    I resti di un affresco di modesta fattura, ancora visibile sulla lunetta dell'antica porta e raffigurante San Martino che dona il proprio mantello al povero, nonché una Madonna fra i santi Antonio e Lucia, opera strappata dalla parete interna e ora collocata nel presbiterio, rimandano appunto alla prima costruzione.

    Su quest'edificio, ormai inadeguato rispetto all'importanza assunta dal santuario come luogo di devozione mariana, s'intervenne nella prima metà del XVI secolo, per costruirne uno nuovo nelle eleganti forme che si possono ancora vedere. Nel 1533, come riferisce il Caiola nel suo Ostiglia nella storia, dopo aver ottenuto l'assenso del vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, si diede inizio ai lavori, che furono conclusi senza difficoltà.

    La stessa intitolazione del santuario da allora mutò in "Madonna della Comuna", perché soggetto al comune, che intervenne cospicuamente nelle spese assieme a molti anonimi devoti.
    Tutto avvenne inoltre a protezione di Federico Il Gonzaga il cui nome appare inciso - ma forse si tratta di un'iscrizione non coeva - sullo stipite sinistro del portale d'ingresso: ANNO MDXXXIII / REGENTE / DIVO / FED. GONZ. / II MANTVAE / MARCH. V / DUCE I / S. V. MARIAE / DICATU (Anno 1533, sotto il governo di Federico Il Gonzaga, marchese di Mantova e primo duca, consacrato a S. M. Vergine).


    Madonna della Comuna
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