Esistono già, in questo forum, diverse discussioni dedicate alla lingua latina, ma trattano di aspetti settoriali della stessa (come impararla, quale ruolo ha nella formazione sacerdotale, etc.). Mi sembra manchi una discussione generica dedicata al ruolo del latino nella Chiesa Cattolica. In caso mi sia sbagliato ed esista un thread adatto. invito i moderatori ad accorpare questa discussione.
La mia riflessione parte da un post di UbiDeusIbiPax:
Citazione Originariamente Scritto da UbiDeusIbiPax Visualizza Messaggio
L'ufficio della Segreteria di Stato che traduce i testi papali (persino i tweet) è composto da 7 persone (pubblicherò a breve un articolo che ne parla) e il loro responsabile dichiara che ormai la stragrande maggioranza dei cardinali e vescovi non mastica affatto in modo sufficiente un po' di latino e che persino il bancomat IOR con display in latino non era compreso da praticamente nessuno degli utenti. Questo nello Stato della Città del Vaticano: l'unico Stato in cui qualcuno ancora lo dovrebbe conoscere...

Insomma trattandosi di una tradizione con la t minuscola abituiamoci all'idea che potrebbe essere sostituito in tempi più o meno stretti.
Ora, il latino è la lingua ufficiale della Chiesa Cattolica praticamente dai suoi inizi. La sua adozione per uso liturgico pare risalire al III secolo, ma è probabile che, per le comunicazioni quotidiane (e poi per quelle ufficiali) il suo utilizzo sia anche antecedente.
Si tratta però, senza dubbio, di una tradizione non costitutiva della Chiesa. Potrebbe essere abbandonata, perché usare il latino non è di diritto divino.
Certo, se guardiamo al panorama odierno, è difficile non farsi prendere dallo sconforto. Ancora ai tempi del Vaticano II (1962-1965) i dibattiti conciliari avvenivano in latino: ma si è trattato, pare, di una sorta di canto del cigno. Da allora in poi, se si escludono gli specialisti, la conoscenza del latino da parte degli ecclesiastici e dei fedeli ha conosciuto un calo vertiginoso. Oggi nei seminari, a quanto ne so, la conoscenza del latino, che pure il diritto canonico prevede per la Chiesa Latina, è ai minimi termini. Ci si accontenta di un'infarinatura, di qualche rosa rosae e di un po' di latinorum: ma presuppongo la maggior parte dei sacerdoti, messa di fronte non dico a Cicerone o a Lucrezio o ad Agostino, ma anche di fronte ad autori più semplici (Cornelio Nepote, Eutropio, il latino ecclesiastico di base [come quello delle rubriche]) troverebbe non poca difficoltà. Non parliamo di quello che dovrebbe essere uno degli scopi principali della conoscenza del latino, cioè l'accesso diretto ai testi fondamentali della Chiesa (i Padri latini, gli scolastici, etc.).
Anche per quanto riguarda i fedeli, la conoscenza del latino è piuttosto ridotta, figlia anche del sempre minor posto che questa materia trova negli studi civili (specie in Italia, ma non solo. Il card. Ratzinger in Rapporto sulla fede affermava che "Come professore, ancora all’inizio degli anni Sessanta potevo permettermi di leggere un testo latino a giovani provenienti dalle scuole secondarie tedesche. Oggi questo non è più possibile").
Tuttavia, ciò che per me è più grave è che esiste una vera e propria idiosincrasia verso il latino. Voglio dire: anche in altre epoche della storia della Chiesa la conoscenza di questa lingua non era probabilmente eccelsa (certi esempi di latino medievale fanno rizzare i capelli in testa). Tuttavia non mancava il riconoscimento della sua importanza. Ed è questo che oggi, invece, latita paurosamente. Anzi, è peggio di così: non solo non si attribuisce alcuna importanza a questa lingua (disinteresse), ma essa viene attaccata e condannata apertamente. Il latino è diventato, per certa parte della Chiesa, l'emblema del passato, di un certo stantio clericalismo, di un'epoca che non è più, di costumi oggi ritenuti inaccettabili. Dire oggi nella Chiesa "io amo il latino" è un modo sicuro per farsi etichettare da alcuni come "anticonciliare", "antiquato", "retrogrado", "conservatore", "tradizionalista", "lefebvriano".
I Papi del post-Concilio hanno sempre promosso lo studio e l'approfondimento del latino (e mi piace ricordare particolarmente le iniziative in merito del beato Paolo VI e dell'amato Benedetto XVI), ma questa volontà è sostanzialmente rimasta un pio desiderio o comunque un elitarismo. La presa a livello di masse di fedeli è stata scarsa, probabilmente anche per il fatto che ho poc'anzi evidenziato, cioè l'idiosincrasia di tanti fedeli per la lingua di Cicerone.
Fatto questo panorama, sembra evidente, sembra chiaro, sembra inevitabile dover pronunciare la sentenza: il latino è morto. Eppure, è proprio così? La grande stagione del latino nella Chiesa è definitivamente tramontata? O forse - dico forse - dovremmo essere pronti ad esclamare "il latino è morto, viva il latino!"?
Anzitutto, vorrei segnalare che, al di fuori della Chiesa, esiste un generale movimento di riscoperta del latino. Si stanno rinnovando anche i metodi didattici del suo apprendimento (come per esempio il metodo Orberg o il metodo Assimil o il metodo Foster), ma in generale è interessante che, nel mondo globalizzato, un insieme crescente di persone, anche giovani, si senta attratta dal latino.
Per quanto riguarda l'ambito ecclesiale, c'è anche qui una parte minoritaria della Chiesa, specialmente quella che alcuni potrebbero chiamare "generazione Ratzinger", che ha riscoperto questo patrimonio. La riscoperta è finora confinata in buona parte all'ambito liturgico, ma non solo. Lo dimostra anche il successo del tutto inatteso dell'account Twitter in latino del Sommo Pontefice.
E poi, parlando a livello teorico, il latino è veramente inutile nella vita della Chiesa? In realtà esso possiede alcune importanti proprietà che gli sono precipue: l'universalità, la sacralità, l'invariabilità, la storicità,
L'universalità: proprio in epoca di globalizzazione, vediamo tutti quanto è importante una lingua comune. Per secoli proprio il latino lo è stato per la Chiesa. Qualcuno potrebbe obiettare: ma perché non scegliere un'altra lingua (es. l'italiano) con questo ruolo. Rispondo: perché un'altra lingua è inevitabilmente patrimonio di una parte dei fedeli. In un certo qualmodo, si discriminerebbero quelli che non la parlano, scegliendo una lingua parlata piuttosto che un'altra. Quest'aspetto può sembrarci secondario, ma in alcune parti del mondo (es. Africa) la questione della lingua è di estrema importanza e fonte, non di rado, di divisioni anche feroci. Il latino, invece, è patrimonio di tutti e non è legato ad un gruppo specifico di parlanti, essendo una lingua non più di uso comune.
La sacralità: il latino ha una proprietà che in genere anche i suoi avversari gli riconoscono: cioè la sacralità. E' una lingua solenne, sacra. Questo non tanto per ragioni intrinseche (anche se la brevità e la sentenziosità aiutano), quanto per il fatto di essere stato per tanti secoli la lingua del culto, del diritto, della vita della Chiesa.
L'invariabilità: essendo una lingua non di uso corrente, non è più soggetta al vorticoso mutare che coinvolge le lingue vernacole. Per questo è importante per fissare le nozioni, specialmente quelle dogmatiche.
La storicità: è stata usata per quasi tutta la storia della Chiesa latina e, in generale, dalla maggior parte della Chiesa Cattolica. Papi, Concili, Sinodi, Vescovi, Santi hanno parlato e scritto in latino.
Insomma, il latino ha ancora le sue ragioni. Certo, come detto non è di diritto divino. Magari il suo uso finirà praticamente con lo scomparire, anche se spero di no. Però credo sia fondamentale riflettere attentamente su questi aspetti, prima di gettare in mare un patrimonio costruito in tanti secoli di storia.