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Discussione: L’ enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI

  1. #1
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    L’ enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI

    in preparazione al 40° anniversario della pubblicazione dell'Enciclica di Papa Paolo VI
    1968 - 25 luglio - 2008

    http://www.vatican.va/holy_father/pa...-vitae_it.html

    HUMANAE VITAE tradendae munus gravissimum...

  2. #2
    Cronista di CR L'avatar di PaoVac
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    7 maggio 2008

    Convegno alla Lateranense sulla Humanae Vitae a 40 anni dalla promulgazione: intervista con il prof. Giovanni Maria Vian

    Da domani a sabato prossimo si tiene a Roma, presso la Pontificia Università Lateranense, un Convegno sull'attualità dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI a 40 anni dalla sua promulgazione. Introduce i lavori il vescovo Rino Fisichella, rettore della Lateranense. Tra i relatori il prof. Giovanni Maria Vian, direttore de L’Osservatore Romano. Giovanni Peduto gli ha chiesto in quale contesto storico sia nata l’Humanae Vitae:

    R. – Un contesto molto trasformato e molto complesso. Era la prima volta che la crescita demografica mondiale riguardava estesamente anche i Paesi allora detti “in via di sviluppo”. E questo già dalla metà degli anni Cinquanta iniziò a preoccupare, perché si riteneva che le risorse del pianeta non fossero sufficienti a nutrire tutti. Poi, il contesto più vicino all’Enciclica è quello sostanzialmente del ’68: l’Enciclica viene pubblicata con la data del 25 luglio di quell’anno e resa pubblica quattro giorni dopo. Si tratta, quindi, di un anno di svolta.

    D. - Quali sono i punti principali di questa Enciclica?

    R. – Sostanzialmente l’Enciclica era in linea con il magistero pontificio più recente, soprattutto la Casti Connubii di Pio XI che aveva - sia pure molto cautamente – innovato in materia, e soprattutto con gli insegnamenti molto più aperti di Pio XII. L'Enciclica si dichiarò, coerente con le novità conciliari sul concetto di matrimonio, contraria alla pratica della contraccezione se non con metodi naturali. Questo in opposizione all’edonismo e alle politiche di pianificazione familiare che spesso venivano imposte ai Paesi poveri da quelli più ricchi.

    D. - La sua relazione riguarda il tema della solitudine di Paolo VI: ce ne vuole parlare?

    R. – Solitudine perché il Papa decise di fatto da solo, anche se ovviamente con l’aiuto di molti esperti. Si tratta di una solitudine – diciamo – relativa, perché una parte dell’episcopato lo sostenne, anche se per la prima volta un documento papale venne subissato di critiche.

    D. - L’Enciclica ebbe dunque un’accoglienza contrastata anche nell’ambito ecclesiale …

    R. – Molto contrastata e molto contrastata – credo – proprio perché il documento di Paolo VI fu un documento controcorrente, che andava contro la mentalità allora dilagante, una mentalità spesso indotta ed imposta.

    D. - A distanza di 40 anni, quale è stata la profezia di Papa Montini?

    R. – Quello che colpisce è l’altissimo concetto del rapporto di amore tra i coniugi. Ci sono delle espressioni molto belle dell’Enciclica che definisce l’amore coniugale un amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale ed atto di volontà libera che deve naturalmente confrontarsi con i problemi quotidiani. Ma l'Enciclica è anche una sorta di antiveggenza sull’evoluzione dell’ingegneria genetica. C’è un’espressione anche qui molto netta: “Se non si vuole esporre all’arbitrio degli uomini – dice l’Humanae Vitae – la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere dei limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell’uomo sul proprio corpo”. Vediamo come queste parole siano oggi quanto mai attuali.

    © Copyright Radio Vaticana

    fonte: http://paparatzinger-blograffaella.b...a-humanae.html

  3. #3
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    Volevo segnalare questo articolo intitolato "La vendetta della Humanae Vitae" che secondo il mio punto di vista e' assolutamente strepitoso.

    In sostanza illustra e riassume con estrema chiarezza. a 40 anni dall'enciclica del Papa, i motivi per cui Papa Paolo VI aveva ragione, e il resto del mondo (o quasi) aveva torto, fornendone la dimostrazione in termini sociologici, scientifici, statistici ecc.

    Purtroppo l'articolo e' in inglese, ed e' piuttosto lungo, ma se qualche volonteroso lo potesse tradurre ...

    http://www.firstthings.com/article.php3?id_article=6262

  4. #4
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    A quarant'anni dall'«Humanae vitae»

    Un segno
    di contraddizione




    Quarant'anni fa, il 25 luglio 1968, Paolo VI firmava l'Humanae vitae, l'enciclica che respingeva la contraccezione con metodi artificiali, contro l'edonismo e le politiche di pianificazione familiare, spesso imposte ai Paesi poveri da quelli più ricchi. Appena pubblicato, il 29 luglio, il testo sollevò un'opposizione senza precedenti all'interno della stessa Chiesa cattolica, al punto che il Papa decise di non utilizzare più la forma solenne dell'enciclica, con ogni probabilità per non esporre a inutili logoramenti l'autorità pontificia: «Raramente un testo della storia recente del Magistero - scrisse nel 1995 il cardinale Joseph Ratzinger - è divenuto tanto un segno di contraddizione come questa Enciclica, che Paolo VI ha scritto a partire da una decisione profondamente sofferta». A spiegare il dissenso e le reazioni polemiche concorsero molti fattori, dal clima culturale complessivo di quegli anni agli enormi interessi economici implicati.
    Su questo tema cruciale Papa Montini non mutò tuttavia il suo atteggiamento. Anzi, poche settimane prima della morte - parlando il 23 giugno 1978 al collegio cardinalizio - ribadiva, «dopo le conferme venute dalla scienza più seria», le decisioni prese allora, in coerenza con il Vaticano II, per affermare il principio del rispetto delle leggi di natura e quello «di una paternità cosciente ed eticamente responsabilizzata». E nel discorso per la festa dei santi Pietro e Paolo, esplicitamente presentato come un bilancio del pontificato, Papa Montini citò le encicliche Populorum progressio e Humanae vitae come espressioni di quella difesa della vita umana che definì elemento imprescindibile nel servizio alla verità della fede.
    Definito con irrisione «l'enciclica della pillola», il documento papale - in continuità con il magistero di Pio XI e soprattutto di Pio XII, richiamato in proposito anche dalla Gaudium et spes - è coerente con le importanti novità conciliari sul concetto di matrimonio, ma nonostante questo fu sommerso dalle polemiche. Oggi, di fronte agli inquietanti sviluppi dell'ingegneria genetica, l'Humanae vitae appare lucida e antiveggente quando dichiara che «se non si vuole esporre all'arbitrio degli uomini la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell'uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni; limiti che a nessun uomo, sia privato, sia rivestito di autorità, è lecito infrangere».
    La bufera sollevata contro l'enciclica di Paolo VI oscurò soprattutto l'insegnamento sul matrimonio, descritto non come «effetto del caso o prodotto della evoluzione di inconsce forze naturali», ma istituito da Dio. Sacramento per i battezzati, il matrimonio è però «prima di tutto - afferma con forza l'Humanae vitae - amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale», come anche «forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa».
    L'elaborazione del testo fu preceduta dai lavori di una commissione pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità che, com'è noto, nel 1966 concluse a maggioranza e non senza contrasti - e questo è molto meno noto - in favore della liceità della contraccezione nel quadro di una «paternità responsabile». Paolo VI tuttavia non si sentì legato a queste conclusioni, e per la sua decisione fu criticato e attaccato. Non si devono però dimenticare i consensi: su «L'Osservatore Romano» del 6 settembre 1968 Jean Guitton definì l'enciclica ferme mais non fermée («ferma ma non chiusa»), in quanto «se parla della via stretta» mostra che è «la via aperta verso l'avvenire», mentre il cardinale gesuita Jean Daniélou sottolineava che il documento «ci ha fatto sentire il carattere sacro dell'amore umano», esprimendo una «rivolta contro la tecnocrazia».
    Autentico segno di contraddizione, l'Humanae vitae non è ricordata volentieri. Certo per il suo insegnamento esigente e controcorrente. Ma anche perché non è utile al gioco ricorrente che mette i Papi l'uno contro l'altro, metodo forse utile dal punto di vista storiografico per delineare ovvie diversità, ma da respingere quando è usato strumentalmente, come avviene di continuo soprattutto nel panorama mediatico. Sostenitori di Paolo VI furono infatti il cardinale Karol Wojtyla - l'arcivescovo di Cracovia che aveva avuto un ruolo importante nella commissione allargata e che avrebbe poi molto innovato con il suo magistero pontificio sul corpo e la sessualità - e Joseph Ratzinger, altro porporato ab eo creatus. A mostrare la vitale continuità della proposta cristiana anche sul problema del controllo delle nascite, che già il 23 giugno 1964 il Papa definiva «estremamente grave» perché «tocca i sentimenti e gli interessi più vicini alla esperienza dell'uomo e della donna».

    g. m. v.



    L'Osservatore Romano - 25 luglio 2008
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  5. #5
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    Il 25 luglio di quarant'anni fa Paolo VI firmava l'enciclica "Humanae vitae"

    Rivoluzione sessuale
    e secolarizzazione


    Pubblichiamo una delle relazioni pronunciate al convegno "Custodi e interpreti della vita. Attualità dell'enciclica Humanae vitae" tenutosi dall'8 al 10 maggio presso la Pontificia Università Lateranense.


    di Lucetta Scaraffia

    "Se si volesse fare un rimprovero al Papa, non potrebbe essere quello del naturalismo, ma al massimo quello che egli ha un'idea troppo grande dell'essere umano, della capacità della sua libertà nell'ambito del rapporto spirito-corpo". Con queste parole scritte nel 1995, come prefazione alla riedizione dell'enciclica Humanae vitae, il cardinale Joseph Ratzinger individuava con lucida chiarezza quale fosse la ragione principale della difficile ricezione dell'enciclica anche all'interno del mondo cattolico. Paolo VI aveva avuto troppa fiducia nell'essere umano, e soprattutto sulla capacità dei cattolici di prendere una distanza critica dal momento storico in cui stava per intervenire con l'enciclica: nel 1968, infatti, si stava avvicinando al suo culmine quel processo di liberazione sessuale che aveva avuto inizio alla fine del XVIII secolo. Un processo culturale che si riproponeva di liberare il comportamento sessuale dalle regole morali che lo avevano imbrigliato, per restituirlo ad una mitica naturalità, cosa che avrebbe finalmente reso felici gli esseri umani.
    "Non so che cosa sia quel che tu chiami religione, ma non posso pensarne che male, dal momento che ti impedisce di gustare un piacere innocente, al quale la natura, madre e sovrana, ci invita tutti" dice il selvaggio Orou al cappellano della nave francese, che ha raggiunto le coste dell'isola di Tahiti nel pamphlet che Denis Diderot ha scritto nel 1774 dal titolo Supplemento al viaggio di de Bougainville. Il sottotitolo dell'opera è rivelatore delle sue intenzioni polemiche: "sull'inconveniente che nasce dall'attaccare delle idee morali ad alcune azioni fisiche che non ne comportano". Se de Bougainville, nel suo celebre Viaggio, aveva offerto agli europei un perfetto paradigma della società di natura, Diderot coglie la sfida estendendola al comportamento sessuale, tema appena toccato nell'opera originaria. Secondo Orou, le regole cristiane sul matrimonio rendono "la condizione dell'uomo peggiore di quella dell'animale" perché obbliga gli esseri umani a rinunciare alla natura.
    Con questo libretto, per la prima volta nella storia europea, viene proposta una totale indipendenza della vita sessuale da ogni categoria di ordine etico-religioso, e vediamo subito come la proposta si appoggi su una documentazione antropologica che dovrebbe testimoniare un comportamento "naturale", non ancora contaminato da regole e divieti, idea che conobbe un discreto successo anche negli anni successivi, fino a saldarsi con l'uso dell'antropologia fatto dai medici positivisti di fine Ottocento.
    Nel pamphlet di Diderot ci sono già tutte le argomentazioni che utilizzeranno, a fine Ottocento, i pionieri del libero amore: l'idea che le regole cristiane siano innaturali, e quindi impossibili da seguire, e che proprio per questo creino infelicità e storture sociali, e soprattutto che sia pericoloso il celibato ecclesiastico, impossibile da mantenere, e quindi apportatore di atti amorali e di malattie.
    Il processo di secolarizzazione ottocentesco non solo mette in discussione la morale sessuale cristiana, ma addirittura la stessa legittimità della Chiesa a parlare di sesso, legittimità riconosciuta solo al discorso scientifico, soprattutto se medico.
    Sempre in Polinesia, ma a Samoa, si era recata, intorno al 1920, una giovane promessa dell'antropologia culturale americana, Margaret Mead, per studiare il comportamento degli adolescenti. Il libro che racconta i risultati di questa ricerca - L'adolescenza a Samoa (1928) - ha confermato le descrizioni dei viaggiatori sette-ottocenteschi e dei missionari: nelle isole della Polinesia il sesso era libero, e i corpi nudi e le danze selvagge erano prova di una totale assenza di inibizioni sessuali. La Mead, che aveva studiato un anno psicologia, arrivò anche ad affermare che a questa libertà sessuale corrispondeva una libertà da sensi di colpa, complessi nevrotici, impotenza e frigidità, che non esisteva più la crisi adolescenziale. Questo libro ebbe un successo di pubblico straordinario, mai registrato per un libro di ricerca antropologica, ma non solo: venne considerato un'opera fondamentale dai massimi antropologi viventi, l'americano Boas e l'inglese Malinowski.
    Il libro arrivava al momento giusto, perché offriva alla popolazione anglosassone una prova scientifica a favore della liberazione sessuale proprio quando era più insofferente del puritanesimo tradizionale: nei decenni successivi, non ci fu studio dell'adolescenza o di problemi sessuali che non lo citasse come una bibbia. Lo straordinario successo del libro è la prova di quanto un gruppo di intellettuali cercasse in quegli anni di porre le basi di un'altra morale sessuale.
    Ma la ricerca di Margaret Mead era sbagliata: negli anni Ottanta, alcuni studiosi, sollecitati dallo scritto critico di un antropologo australiano, Derek Freeman, ritornarono sul posto per rifare l'indagine, e scoprirono che l'antropologa americana era arrivata troppo in fretta a conclusioni errate: quella della libertà sessuale era una favola inventata dagli occidentali, per i quali nudità coincideva con una libertà di costumi da loro desiderata e immaginata.
    Il fatto che finalmente si è capito che quella che è stata considerata una inoppugnabile prova scientifica dell'esistenza di società che praticavano la totale libertà sessuale, derivandone solo effetti positivi, fosse in realtà solo frutto di un malinteso nella migliore delle ipotesi - ma più probabilmente di una ricerca affrettata, in cui i testimoni avevano preso in giro l'allora giovane antropologa - può suggerire molte riflessioni. Soprattutto, che il clima riguardo alla liberazione sessuale negli ultimi decenni è mutato, perché non siamo più ansiosi di introdurla nelle nostre società, ma anzi oggi - che ormai è stabilmente diffusa - siamo pronti a guardarla con uno sguardo critico, consapevoli che il mito della felicità a portata di mano non si è realizzato neppure questa volta. Vediamo la realtà della Polinesia perché gli effetti della rivoluzione sessuale nei Paesi occidentali sono stati deludenti.
    Ma l'utopia della liberazione sessuale non ha convinto solo gli antropologi: già Freud aveva centrato sulla sessualità il suo discorso psicanalitico, minando una delle basi della moralità cattolica, cioè la fiducia nelle capacità dell'essere umano di combattere le tentazioni sessuali, sostenendo in sostanza che "nessuno era padrone in casa propria", e dopo la prima guerra mondiale una serie di suoi seguaci svilupperà in senso fortemente libertario la sua teoria, ottenendo uno straordinario successo fra i giovani europei e nordamericani. Sono infatti formati da Freud studiosi come Wilhelm Reich, e poi, sulle sue orme, Eric Fromm ed Herbert Marcuse, gli ideologi della liberazione sessuale.
    Reich, staccatosi da Freud, era divenuto il profeta di una specie di religione che intrecciava psicanalisi e marxismo, centrata sulla convinzione che svilupparsi, vivere, esprimersi, amare compiutamente fosse impossibile per qualunque essere umano a cui fosse stata bloccata la funzione orgasmica e l'evoluzione verso la maturità sessuale, da lui definita come il "primato dei genitali". Tutte le sue opere principali, a cominciare da La funzione dell'orgasmo, pubblicata nel 1927, sono fondate sull'idea che chi non sfoga nell'orgasmo l'energia sessuale è destinato a nevrosi e a deformazioni della personalità. Nella sua opera più celebre, Psicologia di massa del fascismo (1933), questa motivazione psicologica viene utilizzata per spiegare l'affermazione dei regimi autoritari. È Reich il primo a utilizzare l'espressione "rivoluzione sessuale", che conoscerà tanto successo negli anni Sessanta.
    La rivoluzione sessuale e quella politica erano dunque strettamente collegate nella ideologia del tempo, come riaffermarono pochi anni dopo Eric Fromm ed Herbert Marcuse, sia pure senza riferirsi a Reich, le cui opinioni, nel giro di qualche anno, diventarono così estreme e suscitarono tale sconcerto al punto che, negli Stati Uniti dove si era rifugiato, si ricorse al suo internamento psichiatrico. Fromm, nel celebre libro Paura della libertà, la cui prima edizione è del 1942, aveva sostenuto la stessa tesi: cioè che se l'energia espansiva della vita era coartata nella sua espressione - cioè nella pratica sessuale - essa dava origine al carattere sado-masochista e autoritario. Ma la fortuna maggiore toccò al saggio Eros e civiltà di Marcuse, uscito nel 1955, dove il filosofo sosteneva che non ci poteva essere rivoluzione sociale senza rivoluzione sessuale, e che la liberazione sessuale costituiva la base della felicità umana.
    Ma se è nota la fortuna di questi autori - negli anni Sessanta anche in Italia - chi ha dato la spinta decisiva alla rivoluzione sessuale è stato il biologo statunitense Alfred Kinsey (1896-1956), le cui date di nascita e di morte coincidono quasi perfettamente con quelle di Reich. Kinsey - che molto probabilmente non ha mai letto questi libri - ha dedicato la seconda parte della sua vita a raccogliere una documentazione, che voleva rigorosamente scientifica, sulla vita sessuale dell'"animale umano", un oggetto che egli si proponeva di osservare con la stessa freddezza e distacco con cui, come entomologo, osservava e classificava gli insetti. Il suo impegno totale alla causa, la sua fiducia utopica che la fine della repressione del desiderio sessuale avrebbe realizzato una società pacifica e armoniosa, ne hanno fatto un profeta-scienziato di grande impatto sociale. Come ogni vero guru, costringeva i suoi collaboratori a praticare anche nella vita, oltre che nello studio, la sua "religione".
    Kinsey, come si è accennato, non è il primo studioso a proporre una liberalizzazione sessuale, ma è il primo a farlo senza ostentare alcuna ideologia politica, né simpatie per l'eugenetica o per il miglioramento della razza. La sua formazione di zoologo lo porta ad analizzare un solo tema - quello del comportamento sessuale - nella sua accezione più seriale e descrittiva, lontano da sconfinamenti sul terreno della psicologia o tanto meno dell'analisi sociale. Proprio perché l'interesse di Kinsey è esclusivamente incentrato sulla sessualità umana, analizzata con la stessa freddezza analitica che riservava alla catalogazione degli insetti, il suo lavoro è stato al tempo stesso così dirompente dal punto di vista morale, ma anche, per un altro verso, meno imbarazzante negli anni del dopoguerra, quando da una parte ogni riferimento all'eugenetica poteva richiamare le pratiche naziste, e dall'altra ogni dichiarazione di fede comunista suscitava i sospetti della società americana.
    Con Kinsey, il comportamento sessuale si scinde completamente dalla sfera emotiva e da quella morale, per essere considerato solo dal punto di vista fisico: in un certo senso, questa visione della sessualità - che si impone nelle società occidentali - ripropone, rovesciata, l'eresia gnostica che separava corpo e spirito dando tutta l'importanza allo spirito e disprezzando, quindi, la sessualità. Qui si dà invece al corpo e alla sessualità il massimo dell'importanza, facendo in sostanza coincidere l'identità dell'individuo con questi, e arrivando anche - secondo Reich e Fromm - a sostenere che la sessualità ne determina il comportamento, in totale contrapposizione alla unione inscindibile fra corpo e spirito sempre sostenuta dalla tradizione cristiana.
    Naturalmente, questa visione nuova, libera, della sessualità, ha il merito di recuperarne la dimensione leggera, ludica, schiacciata in un certo senso dal carico di significati "alti" che la tradizione cristiana dà all'atto sessuale.
    Lo studio di Kinsey sul comportamento sessuale dell'uomo è stato tradotto abbastanza presto in Italia - nel 1955, mentre l'edizione inglese è del 1948 - e pubblicato con una lunga introduzione di Cesare Musatti. Questi, noto in Italia come uno dei primi e più celebri psicanalisti freudiani, riconosce l'importanza scientifica e culturale dello studio, in quanto prova che "non esiste uno schema fisso della normalità sessuale: e la fenomenologia sessuale, entro un ambito che non vi è motivo per qualificare abnorme, è estremamente varia, e sfuma nella anormalità vera e propria, o nelle sue diverse forme, per gradi insensibili". Il rapporto Kinsey si rivela quindi un ottimo ausilio per la psicanalisi, legittimando la confessione di desideri e pratiche trasgressive per la morale corrente.
    Il successo di questa ideologia rivoluzionaria, che presupponeva un distacco netto fra sessualità e procreazione, era assicurato anche dal fattore demografico: dopo la seconda guerra mondiale, infatti, grazie ai progressi medici, la crescita della popolazione, che avviene per la prima volta nella storia anche nei paesi del Terzo mondo, dà origine a una serie di previsioni catastrofiste. Già nella conferenza mondiale sulla popolazione tenuta a Roma nel 1954 sotto l'egida delle Nazioni Unite era emersa la preoccupazione per lo squilibrio tra la crescita demografica e le risorse del pianeta. Nei decenni seguenti, le organizzazioni internazionali fanno proprio il punto di vista occidentale, secondo il quale i Paesi ricchi sarebbero in pericolo, perché assediati da una crescente folla di poveri che si moltiplicano rischiando di consumare troppe risorse. Domina infatti l'idea - oggi abbandonata - che la produzione delle risorse costituisca un fattore rigido, immodificabile.
    Ma, nonostante tutto, ancora negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta la contraccezione costituiva un tema controverso, tanto da non poter essere propagandato tra le masse come positivo in sé. Nel 1957 erano usciti in Italia due scritti a favore del controllo delle nascite: l'articolo di Rinaldo de Benedetti sul Mondo (I figli della fame) che invocava il controllo delle nascite per adeguare la popolazione alla disponibilità effettiva delle risorse, e il pamphlet di Vittoria Olivetti (Demografia e controllo delle nascite), tenace militante del controllo delle nascite, che fa esplicito riferimento alla condizione femminile: "scegliere il momento della gravidanza permette alle donne di vivere più liberamente e tranquillamente sul piano economico e psicologico". Ma la scelta delle donne non è ancora presa seriamente in considerazione: negli anni Sessanta, sempre in Italia, un'associazione come l'Aied, per diffondere la contraccezione, pubblica dei fotoromanzi, nei quali la prima cosa che colpisce, al di là della indubbia resa divulgativa del messaggio, è la necessità di aprirsi a un discorso generale, di proporre una ricetta per un futuro migliore. Con l'uso degli anticoncezionali, dice il protagonista di un fotoromanzo dell'Aied, avremo "un mondo con pochi figli e molto amore", un mondo diverso da quello che i giovani hanno ereditato dalle generazioni passate, "sovraffollato, pieno di guerra, di fame, d'inquinamento". L'eroina di un'altra storia, che ha appena cominciato a prendere la pillola, afferma: "sto prendendo la pillola: questo è il segreto della nuova felicità"; felicità sessuale che diventa felicità familiare e solidità del matrimonio. L'occhio è rivolto al futuro e la contraccezione viene proposta non tanto come rimedio a problemi individuali, ma come mezzo per migliorare il mondo con l'amore e l'ecologia. Un altro fotoromanzo, meno raffinato, ripropone la contraccezione in un contesto caro al socialismo del primo Novecento, lo sfruttamento operaio, che diminuirebbe se ci fosse minore offerta di manodopera. Anche in questo caso, comunque, la contraccezione viene giustificata in una prospettiva generale - cioè la certezza di un mondo migliore - se solo fosse realizzata.
    In fondo, ancora per l'Aied, l'uso dei contraccettivi deve essere sostenuto da una giustificazione generale, da una speranza utopica di un mondo migliore: non si ha infatti il coraggio di giustificarlo con il desiderio individuale, di fatto egoistico. Anche se con altre motivazioni - la più usata è quella del sovrappopolamento del mondo, per cui la regolamentazione delle nascite viene proposta come indispensabile allo scopo di evitare un disastro ecologico e magari la stessa fine dell'umanità - in fondo questa propaganda non si differenzia molto da quella dei neomalthusiani della seconda metà dell'Ottocento, che giustificavano il controllo delle nascite con la grande utopia eugenetica ed evoluzionista.
    L'utopia eugenetica diventa però impresentabile dopo che il nazismo l'ha fatta sua, e ha tentato di realizzarla con la soppressione dei minorati e in esperimenti medici mostruosi. In realtà, come vedremo, per certi aspetti è entrata a far parte della nostra cultura e talvolta si ripresenta, ma sotto vesti diverse, più "politicamente corrette".
    Una di queste forme - che potremmo chiamare di eugenetica "psicologica" - è proprio quella utilizzata dalla propaganda per la pianificazione familiare degli anni Sessanta. Pianificazione familiare: è questo infatti il nome che prende il controllo delle nascite, un nome più "scientifico" e più positivo, perché allude al futuro, sul modello della pianificazione economica, di gran moda in quel periodo. La motivazione più usata per convincere la masse ad adottarla è ancora di tipo utopico: l'idea è che i bambini desiderati e voluti diventeranno esseri umani migliori, più sani e più intelligenti, ma anche più equilibrati e più felici di quelli nati "per caso".
    La svolta sperata dai sostenitori del controllo delle nascite viene data dalla scoperta, da parte del dottor Pincus, di un nuovo tipo di anticoncezionale, la pillola che inibisce l'ovulazione: commercializzata proprio a partire dal 1960, questo farmaco apre nuove prospettive, che permettono di realizzare le nuove e più avanzate teorie di liberazione sessuale, che negli anni Sessanta dilagano in tutto il mondo occidentale.
    Se la pillola anticoncezionale apre una nuova stagione per la pratica della sessualità, e da questo punto di vista pone problemi inediti alla Chiesa, la sua scoperta è dovuta ad esponenti di un filone ideologico che la Chiesa conosce e combatte da molti anni, quello dell'eugenetica neomalthusiana. La ricerca di Pincus infatti - iniziata nel 1953 - è stata voluta e finanziata da una pioniera del controllo delle nascite, l'americana Margaret Sanger, collaboratrice apprezzata di Havelock Ellis, e fondatrice delle più importanti organizzazione mondiali per la cosiddetta pianificazione familiare. Nei suoi libri, diffusi e tradotti con grande successo - La Donna e la nuova razza (1920) e Il cardine della civiltà (1922) - il controllo delle nascite, sempre con fine eugenetico, viene considerato l'obbiettivo più importante per lo sviluppo dell'umanità. Dopo la seconda guerra mondiale, quando l'eugenetica cade in disgrazia perché associata alle barbarie naziste, la Sanger fa dimenticare la sua passata militanza, e si dedica solo al controllo delle nascite, coniugandolo con la militanza femminista.
    Con la pillola anticoncezionale, il controllo delle nascite si è rapidamente imposto come un bene di massa, soprattutto strumento di liberazione per le donne.
    La pillola anticoncezionale, infatti, ha una caratteristica fondamentale nuova, cioè quella di permettere alle donne di comportarsi dal punto di vista sessuale come gli uomini: in questo stanno le ragioni del suo successo, ed il motivo per cui è passato sotto silenzio ogni disagio o disturbo medico provocato dalla sua assunzione e le eventuali conseguenze dannose per la salute femminile. Con la pillola, le donne non solo possono essere le sole a decidere se concepire un figlio, ma possono anche separare definitivamente, nelle loro scelte sessuali, la sessualità dall'amore e dalla famiglia, come è sempre stato possibile per gli uomini.
    Queste trasformazioni culturali contagiano anche i cattolici, che cominciano a sentire voglia di rinnovamento, e proprio per quanto riguarda il centro di ogni discorso sulla sessualità, cioè per il matrimonio. La discussione dei fini del matrimonio riprende, fortemente influenzata dalle trasformazioni culturali avvenute nel mondo occidentale: l'affermarsi dell'amore romantico, e l'idea che l'atto sessuale costituisca un elemento essenziale nel rafforzare l'amore fra i coniugi, ormai considerato come il vero fine del matrimonio. Il matrimonio viene percepito pertanto sempre più come una istituzione umana, con finalità umane e sociali, cioè il raggiungimento di una realizzazione affettiva e sessuale individuale, e come tale esposto alla fragilità dei desideri umani. Questo preoccupa la Chiesa, che vede in pericolo l'irreversibilità del vincolo, ma soprattutto scorge in questa umanizzazione una vera e propria cancellazione di Dio dal rapporto fra gli sposi, se pure credenti: solo il fine della procreazione, che vede gli sposi interagire con la volontà divina, può riportare Dio nel vincolo, e restituire alla sessualità quel profondo significato simbolico e spirituale che la tradizione cristiana gli aveva attribuito.
    Inoltre, era ormai chiaro che l'accento sull'amore costituiva solo una prima tappa: nella cultura occidentale, la seconda rivoluzione sessuale non solo separerà definitivamente la sessualità dalla procreazione, ma anche dal matrimonio e dall'amore, per legittimarla come semplice ricerca di piacere individuale. In questo modo, la sessualità perde la dimensione sociale e pubblica, per divenire sempre più un'attività privata e insindacabile, nella quale ognuno rivendica il diritto di fare le scelte che preferisce. Anche il "figlio desiderato", scrive Marcel Gauchet, è "figlio del desiderio privato, di una famiglia deistituzionalizzata, di una coppia intimizzata, di una donna che vede nel partorire un'esperienza personale".
    Questo passaggio da pubblico a privato è provocato dall'affermarsi di una cultura sempre più focalizzata sulla realizzazione individuale, e quindi poco attenta alla difesa della famiglia, resa più fragile, del resto, anche dall'emancipazione femminile e dalla crescente autonomia delle giovani generazioni.
    La rivoluzione sessuale e la contraccezione diventano, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, una delle questioni più calde nel cattolicesimo contemporaneo: cioè se è la severità della Chiesa nell'ambito della morale sessuale a provocare l'allontanamento dei fedeli, o piuttosto se è la liberalizzazione sessuale della modernità a provocare la secolarizzazione. E quindi una battaglia alla liberalizzazione salverebbe i fedeli dalle tentazioni di fuga. In entrambe le prospettive, comunque, emerge l'importanza della rivoluzione sessuale per l'affermarsi della secolarizzazione contemporanea.



    L'Osservatore Romano - 25 luglio 2008
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  6. #6
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    Il lacerante dissenso dottrinale all'enciclica da parte di alcuni preti e teologi americani
    1968, l'anno della prova


    Una testimonianza sui giorni che precedettero e accompagnarono la pubblicazione dell'Humanae vitae è stata offerta in occasione dell'incontro annuale a Roma dell'American Academy of Fertility Care Professional. Ne pubblichiamo il testo.
    di Francis J. Stafford
    Cardinale, Penitenziere Maggiore

    "Non indurci in tentazione" è la sesta implorazione del Padre Nostro. Peirasmòs, il termine greco utilizzato in questo passaggio per indicare la "tentazione" significa prova o esame. È la richiesta dei discepoli a Dio di proteggerli contro la tentazione suprema delle forze empie. La tentazione si riferisce al calice di Gesù nell'orto del Getsemani, lo stesso calice che i suoi discepoli avrebbero usato (Marco, 10, 35-45). Il lato oscuro dell'interno del calice è un abisso. Rivela le conseguenze terribili del giudizio di Dio sull'umanità peccatrice. Nell'agosto del 1968 il peso del peirasmòs evangelico ricadde su numerosi sacerdoti, incluso me.
    Fu l'anno di una brutta guerra, di un'innocenza complessa che santificò lo spargimento di sangue. Lo storico inglese Paul Johnson definisce il 1968 l'anno del "tentativo di suicidio dell'America". Incluse l'offensiva del Têt in Vietnam con i suoi effetti devastanti sulla politica americana; l'assassinio di Martin Luther King Jr. a Memphis, nel Tennesse; i tumulti nelle città americane durante il fine settimana della Domenica delle Palme e, in giugno, l'uccisione del senatore Robert F. Kennedy nella California del Sud. Fu anche l'anno in cui Papa Paolo VI pubblicò l'Enciclica sulla regolazione della natalità Humanae vitae, che incontrò un'opposizione immediata, premeditata e senza precedenti da parte di alcuni teologi e pastori americani. In ogni caso il 1968 fu un calice amaro.
    L'estate del 1968 fu incandescente. I ricordi sono ancora vivi e dolorosi. Restano vividi come un tornado sulle pianure del Colorado. Abitano il turbine in cui dimora la collera di Dio. Nel 1968 accadde qualcosa di terribile nella Chiesa. In seno al sacerdozio ministeriale, fra amici, si verificarono ovunque fratture che non si sarebbero mai più ricomposte. Quelle ferite continuano ad affliggere l'intera Chiesa. Il dissenso e la manipolazione da parte dei responsabili della rabbia che essi stessi fomentavano divennero la prova suprema. Si modificarono rapporti fondamentali in seno alla Chiesa. Per molti fu un peirasmòs.
    Ritengo necessarie alcune premesse. All'epoca, il cardinale Lawrence J. Shehan, sesto arcivescovo di Baltimora, era il mio superiore. Papa Paolo VI lo aveva nominato, insieme ad altri, membro aggiunto della Pontificia Commissione di studio sui problemi della famiglia, della popolazione e della natalità, creata dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1963, durante il Concilio Vaticano ii. Prima del 1968 si verificarono discussioni, ritardi e pubblicazioni non autorizzate da Roma di resoconti provvisori. Alla commissione ampliata fu assegnato il compito di fare delle raccomandazioni su tali questioni al Papa.
    Per prepararsi alle deliberazioni, il cardinale inviò lettere riservate a varie persone della Chiesa a Baltimora chiedendo consiglio. Anche io ne ricevetti una. Nel rispondere attinsi alla mia esperienza sia personale sia pastorale.
    La famiglia e l'educazione ricevuta mi avevano inculcato un'idea cristiana del sesso. Ero pieno di meraviglia di fronte al suo mistero. Non furono necessarie argomentazioni teologiche per convincermi dello stretto legame fra atto sessuale e nuova vita. Quella verità era infatti data per scontata presso la scuola elementare collegata alla parrocchia del monastero passionista di Saint Joseph a Baltimora. Durante l'adolescenza mio padre mi aveva introdotto al pieno significato della sessualità umana e alla necessità della disciplina. Il suo intervento aveva aperto un varco nel labirinto della mia adolescenza.
    Mediante la famiglia, la scuola e le parrocchie strinsi amicizia con molte giovani donne. Ne frequentavo abitualmente alcune ed ero attonito di fronte alla loro bellezza. Il coraggio di santa Maria Goretti, canonizzata nel 1950, colpì la mia generazione come un forte temporale in montagna. Crescendo compresi meglio quanto potesse essere complessa l'amicizia con le giovani donne. Irrompevano nella primavera della mia vita come il ritmo composito di una poesia. Con mia grande sorpresa la gioia di essere loro amico veniva arricchita dalla preghiera, dalla modestia e dai sacramenti della penitenza e dell'Eucaristia.
    L'educazione e la formazione che ricevetti in seguito, nei seminari, si basarono su quelle esperienze. In una lettera del 1955 a un'amica, la scrittrice Flannery O'Connor descrive il significato della virtù della purezza per molti cattolici di quel tempo: "vedere Cristo come Dio e uomo probabilmente non è oggi più difficile che in passato (...) per te può trattarsi di non riuscire ad accettare ciò che definisci una sospensione della legge della carne e della realtà fisica, ma io penso che quando saprò cosa sono veramente le leggi della carne e della realtà fisica, allora saprò cos'è Dio. Le conosciamo come le vediamo noi, non come le vede Dio. Per me il concepimento verginale, l'incarnazione, la resurrezione sono le leggi autentiche della carne e della realtà fisica. Morte, decadenza, distruzione sono la sospensione di queste leggi. Rimango sempre attonita di fronte all'enfasi che la Chiesa pone sul corpo. Dice che non è l'anima che risorgerà, ma il corpo, glorificato. Ho sempre pensato che la purezza fosse la più misteriosa delle virtù, ma mi viene in mente che non sarebbe mai stato possibile convincere la coscienza umana della purezza, se non avessimo dovuto attendere con ansia la resurrezione del corpo, che sarà carne e spirito uniti nella pace, come lo sono stati in Cristo. La resurrezione di Cristo rimane il culmine della legge della natura".
    La teologia della O'Connor di segno decisamente escatologico anticipa l'insegnamento del Concilio Vaticano ii "In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo" (Gaudium et spes, n. 22). In quegli anni, non avrei potuto usare le sue parole esplicite per esprimere la mia posizione sulla sessualità e la sua pratica. Quando la scoprii divenne per me una sorella spirituale.
    Otto anni di ministero sacerdotale dal 1958 al 1966 a Washington e a Baltimora arricchirono la mia esperienza. Non impiegai molto a scoprire i cambiamenti negli atteggiamenti degli americani verso la virtù della purezza.
    In entrambe le città si stava verificando un aumento vertiginoso delle gravidanze fuori dal matrimonio. Nel 1965-1966 il Consiglio metropolitano per il benessere e la salute intraprese uno studio per consigliare il governo della città su come affrontare quel fenomeno. A quel tempo, i membri del consiglio, di cui anche io facevo parte, riponevano una fiducia incondizionata negli esperti e nella ricerca sociale.
    Perfino il Concilio Vaticano ii aveva espresso fiducia illimitata nel ruolo di specialisti benevoli (cfr Gaudium et spes, n. 57). Nessuno di quelli che conoscevo per motivi professionali previde la crisi di fiducia che stava proprio dietro l'angolo nei rapporti fra uomini e donne. Non fummo in grado di stabilire condizioni di giustizia e di purezza di cuore in cui potessero svolgere un ruolo la meraviglia e l'apprezzamento. Eravamo già anacronistici e privi di speranza. Ignoravamo il carattere della vita. Perfino allora c'erano segni dei disastri che i bambini, nati o nascituri, avrebbero dovuto affrontare. Per tutti gli anni Sessanta, parte del mio ministero di sacerdote e di assistente sociale, consistette nell'offrire consulenza a famiglie e a nuclei monoparentali del centro della città.
    Rispondendo alla richiesta del cardinale Shehan con una lettera riservata condivisi in generale queste preoccupazioni. Il mio consiglio al cardinale fu molto concreto e specifico. Pensai concisamente: il dono d'amore dovrebbe essere reso fecondo.
    Questi due punti sono fissi e costanti. Questa semplice idea rese tutto più lieve come un alleggio in una tempesta. Ne scrissi in modo più formale al cardinale: i significati procreativo e unitivo del matrimonio non si possono separare. Di conseguenza privare deliberatamente un atto coniugale della sua fertilità è intrinsecamente sbagliato. Incoraggiare o approvare questo abuso condurrebbe alla scomparsa della paternità e a una mancanza di rispetto per le donne. In seguito, Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un'intuizione complementare e superlativa del significato nuziale del corpo umano Decenni dopo, mi sono imbattuto in un pensiero analogo di Meister Echkart: "La gratitudine per il dono si esprime soltanto permettendogli di divenire fecondo".
    Qualche tempo dopo, la Pontificia Commissione inviò le sue raccomandazioni al Papa. La maggior parte dei suoi membri, fra cui il cardinale Shehan, consigliò una modifica dell'insegnamento ecclesiale sulla contraccezione alla luce delle nuove circostanze. Anche prima che l'enciclica fosse firmata e pubblicata il voto del cardinale era stato reso pubblico, sebbene non per sua volontà. Come sappiamo il Papa decise diversamente. Queste sono le premesse al dramma che si verificò dopo la pubblicazione il 29 luglio dell'Humanae vitae.
    Nelle sue memorie il cardinale Shehan descrive la reazione immediata di alcuni sacerdoti a Washington: "Dopo aver ricevuto la notizia della pubblicazione dell'enciclica, il Reverendo Charles E. Curran, insegnante di Teologia Morale presso la Catholic University of America, volò a Washington dall'ovest, dove viveva. Nel tardo pomeriggio del 29 luglio, lui e altri nove professori di Teologia della Catholic University si incontrarono, in maniera evidentemente prestabilita, a Caldwell Hall per ricevere, di nuovo come da accordi precedentemente presi con il "Washington Post", l'enciclica, capitolo per capitolo, man mano che usciva dalla rotativa.
    La storia ha poi chiarito che entro le ore 21 avevano ricevuto l'intero documento, l'avevano letto, analizzato e criticato e avevano redatto la "Dichiarazione di Coscienza" in seicento parole.
    Poi cominciò una lunga serie di telefonate a teologi nell'est, che continuarono, secondo il "Washington Post", fino alle 3.30, e nelle quali si chiedeva loro l'autorizzazione ad apporre alla dichiarazione i loro nomi come firmatari, sebbene gli interpellati non avessero avuto l'opportunità di leggere né l'enciclica né la dichiarazione stessa. Nel frattempo, era stato concordato con una televisione locale che la dichiarazione venisse trasmessa quella stessa notte".
    Il giudizio del cardinale fu sprezzante. Nel 1982 scrisse: "La prima cosa da notare a proposito di tutta la faccenda è questa: per quanto io possa ricordare, mai nella storia della Chiesa la solenne proclamazione di un Papa è stata ricevuta da un gruppo di cattolici con tanta mancanza di rispetto e tanto disprezzo".
    Cominciò il peirasmòs personale, la prova. A Baltimora, all'inizio dell'agosto 1968, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell'enciclica, ricevetti per telefono l'invito di un pastore assistente, recentemente ordinato, a partecipare all'incontro di alcuni sacerdoti di Baltimora presso la canonica della parrocchia di Saint William of York, nell'area sud-est di Baltimora, per discutere dell'enciclica. L'incontro fu fissato per domenica sera 4 agosto. Accettai l'invito.
    Il crepuscolo era luminoso e l'aria calda e umida. Il luogo era gremito. Sedevamo su file di banchi e sedie ed eravamo presieduti da un pastore diocesano del centro della città, che era noto per la sua opera nell'ambito della liturgia e dei rapporti fra le razze. Ad assisterlo nella gestione dell'incontro c'erano alcuni sacerdoti sulpiciani del Saint Mary's Seminary di Baltimora. Non ricordo quanti fossero.
    Le mie aspettative si rivelarono del tutto irrealistiche. Avevo sperato che lo scopo dell'incontro fosse ricevere copie dell'enciclica e discuterne, ma mi sbagliavo. Infatti nulla di tutto ciò accadde.
    Dopo averci accolto e presentato il gruppo dirigente il pastore venne al dunque. Pretendeva che ognuno di noi sottoscrivesse la "Dichiarazione di Coscienza" di Washington. Mescolando passione e umorismo ci spiegò le sue ragioni, che andavano dal mantenimento della credibilità della Chiesa fra i laici alla necessità di permettere una "flessibilità" nella formazione della coscienza dei coniugi sull'uso dei contraccettivi. Prima del nostro arrivo, chi ci aveva convocato aveva stabilito che il rifiuto dell'enciclica da parte dei sacerdoti di Baltimora sarebbe stato pubblicato il mattino successivo sul quotidiano "The Baltimore Sun".
    La dichiarazione di Washington fu letta ad alta voce. Poi il pastore chiese a ognuno di noi di dare il consenso all'apposizione del proprio nome. Non ci fu tempo per discutere, riflettere o pregare. Ogni sacerdote doveva rispondere "sì" o "no".
    Non firmai. Mi ricordai della mia lettera al cardinale Shehan. Rimasi convinto della verità del mio giudizio e delle mie conclusioni. Poiché ero seduto all'ultimo posto, ascoltai ogni risposta dei sacerdoti sperando nel sostegno di qualcuno di loro, che però non giunse. Infatti, tutti accettarono di firmare. Non ci furono astensioni. Dopo l'ultimo rimasi isolato. Il seminterrato cominciò a essere soffocante.
    Era scesa la notte. La stanza era carica di tensione. Stava accadendo qualcosa di epocale. Divenne chiaro che la strategia era stata accuratamente elaborata in precedenza dai capi. Tutto si svolgeva senza difficoltà. Le loro abilità retoriche sortivano il proprio effetto anticipatamente. Avevano studiato attentamente come avvalersi della coercizione emotiva e intellettuale. Per il presbiterato di Baltimora la violenza sotto forma di aperta manipolazione era qualcosa di nuovo.
    La reazione del capo al mio rifiuto fu prevedibile e terribile. Tutta la situazione a quel punto divenne una lotta snervante, una prova terribile, un peirasmòs. Il sacerdote/capo, avvalendosi di un linguaggio escatologico che attingeva al suo passato nel Corpo della Marina durante la seconda guerra mondiale, rispose in modo sprezzante alla mia decisione. Cercò di costringermi a cambiare idea. Si arrabbiò visibilmente e divenne verbalmente aggressivo. L'implicita violenza "fraterna" si fece più evidente. Contestò e poi derise la mia integrità. Mi rimproverò di rischiare il mio "futuro" ecclesiastico, sebbene con un riferimento più preciso dal punto di vista anatomico. Le ingiurie proseguirono.
    Con coerenza sorprendente riuscii a rispondere che l'enciclica del Papa meritava per lo meno la cortesia di venire letta, mentre nessuno di noi lo aveva fatto. Proseguii dicendo che, in effetti, approvavo e accettavo l'insegnamento del Papa così come era stato riportato dai mezzi di comunicazione sociale. Quella risposta suscitò scherno ancor maggiore. Per il resto era calato il silenzio. Infine, vedendo che rimanevo fermo sulle mie posizioni, l'ex marine si mise a sbrigare dei compiti e ad aggiornare l'incontro. Poi i capi prepararono una dichiarazione per il quotidiano del giorno successivo.
    L'incontro ebbe fine. Mi affrettai ad andarmene, libero, ma disorientato. Una volta fuori, le tenebre mi inghiottirono. Noi tutti eravamo stati sottoposti a una cosa nuova per la Chiesa, a qualcosa di inatteso. Un pastore e diversi professori di seminario avevano abusato della loro retorica per minare la verità nella comunità evangelica. Se contrastati, assumevano il ruolo degli amici di Giobbe. Il loro sdegno divenne un incubo. Nella notte sembrava che Dio tendesse la mano nel tentativo di toccarmi il viso.
    Il dissenso di alcuni professori di seminario sulpiciani accrebbe il mio disorientamento. Nel loro antico seminario di Baltimora avevo infatti appreso per la prima volta il nesso fra libertà, interiorità e obbedienza. Dovevano ben essere consapevoli del fatto che il processo che avevano sostenuto quella sera andava oltre le "norme del legittimo dissenso", ma non mostravano alcuna preoccupazione per la gravità di quel momento teologico e pastorale. Non esprimevano insofferenza per il carattere coercitivo dell'incontro di agosto, e non lo fecero nemmeno in seguito. Né lo fece alcuno dei sacerdoti presenti. Quella stessa notte, un sacerdote diocesano chiese privatamente che il suo nome fosse rimosso prima della pubblicazione della dichiarazione sul giornale.
    Per molto tempo mi sono interrogato sul significato di quell'evento. Era un cataclisma al quale era difficile sopravvivere incolumi. La mia comprensione dell'evento procedeva lentamente. In seguito, Henri de Lubac colse una parte del suo significato: "Nulla è più in contrasto con la testimonianza della divulgazione. Nulla è più diverso dall'apostolato della propaganda".
    Le idee di Hanna Arendt sono state d'aiuto a proposito dell'equilibrio pericoloso della cultura occidentale del xx secolo fra inevitabile condanna e sconsiderato ottimismo. "Si dovrebbero scoprire i meccanismi nascosti per mezzo dei quali tutti gli elementi tradizionali del nostro mondo politico e spirituale sono stati dissolti in una conglomerazione in cui tutto sembra aver perso valore specifico ed è divenuto incomprensibile all'uomo e inutilizzabile a fini umani. Cedere al mero processo di disintegrazione è divenuto una tentazione irresistibile, non solo perché ha assunto la falsa grandezza di "necessità storica", ma anche perché ogni cosa al di fuori di ciò ha cominciato ad apparire morta, esangue, insignificante e irreale". Il mondo sotterraneo che ha sempre accompagnato le comunità cattoliche, chiamato gnosticismo dai nostri antenati, era di nuovo riaffiorato e aveva tentato di usurpare la verità della tradizione cattolica.
    Il ricordo di un fatto avvenuto nell'aprile del 1968 mi aiutò a gettare ulteriore luce su quanto era accaduto ad agosto. Al culmine delle agitazioni del 1968 a Baltimora, dopo l'assassinio di Martin Luther King Jr., feci una telefonata di emergenza allo stesso pastore del centro della città che poi avrebbe presieduto l'incontro di agosto. Il governatore della città mi aveva chiesto se i pastori e i loro fedeli assediati avevano bisogno di cibo, di assistenza medica o di altro tipo di aiuto.
    Quella telefonata fu di gran lunga la più drammatica che feci. Il pastore descrisse ciò che vedeva dalla parrocchia mentre era al telefono con me. Una finestra incorniciava un vicinato che stava andando distrutto. Si stava scatenando l'inferno. Disse: "Da qui non vedo altro che fuoco ovunque. Tutto è stato incendiato. Finora la chiesa e la canonica non sono stati toccati". Non voleva andarsene. La sua voce tradiva disillusione e paura. In seguito apprendemmo che gli edifici parrocchiali erano rimasti intatti.
    Nei mesi e negli anni successivi continuai a cercare di "classificare" quei due eventi. Le traiettorie dell'aprile e dell'agosto 1968 imprevedibilmente conversero. I ricordi di violenza fisica in città nell'aprile 1968 mi aiutarono a dare una spiegazione all'avvenimento dell'agosto di quello stesso anno. Il dissenso ecclesiale può diventare una specie di violenza spirituale per forma e contenuto. Mi venne una nuova, inquietante idea. Violenza e verità non si mescolano. Quando un'evidente violenza di qualsiasi genere viene perpetrata contro la verità, l'ironia che ne risulta è letale.
    Che cosa voglio dire? Esaminiamo le conseguenze dei due eventi. Dopo il violento fine settimana della Domenica delle Palme, il dialogo civile nella Baltimora metropolitana venne meno e lasciò il posto a rabbia e ad aperte recriminazioni fra bianchi e neri. La violenza dell'incontro dei sacerdoti ad agosto scatenò una feroce acrimonia. I dialoghi fra sacerdoti, se c'erano, erano contaminati dalla paura. Fra loro il sospetto divenne cronico. I timori abbondavano e sono presenti ancora oggi.
    Il sacerdozio arcidiocesano perse qualcosa della fraternità di cui i sacerdoti di Baltimora avevano goduto per generazioni. Il 1968 segnò l'interruzione della communio generazionale del presbiterato arcidiocesano, che era stata continuamente rafforzata dal seminario e dalla sua facoltà sulpiciana. La fraternità sacerdotale era stata ferita. Il dissenso pastorale aveva attaccato il fondamento eucaristico della Chiesa. Il suo significato nuziale era stato negato. Alcuni sacerdoti cominciarono a considerare i vescovi null'altro che manichini di Roma.
    In quella violenta notte di agosto accadde qualcos'altro fra i sacerdoti. L'amicizia nella Chiesa ricevette un duro colpo. Gesù, definendo "amici" quanti erano con lui, aveva fatto dell'amicizia un'analogia privilegiata della Chiesa. Quell'analogia venne offuscata dopo che un ingente numero di sacerdoti si vergognò dei propri responsabili e ripudiò il loro insegnamento.
    In seguito, il cardinale Shehan riferì che il lunedì mattina del 5 agosto rimase "sgomento nel leggere sul "Baltimore Sun" che settandue sacerdoti della zona di Baltimora avevano firmato la Dichiarazione di Coscienza". Quelli che in seguito definì "gli anni della crisi" ebbero inizio in quella afosa e violenta sera dell'agosto 1968.
    Tuttavia, quella notte non fu una sconfitta totale. Io, come altri, scoprii qualcosa di nuovo. Quando giunse il momento della testimonianza cristiana, non si riuscì a costringere alcun cristiano che non volesse. Quella notte, nonostante la novità di essere trattato come un oggetto di vergogna e di ridicolo, non mi "vergognai del Vangelo" e provai un "dolce piacere in ciò che è giusto". Non fu una cattiva lezione. L'obbedienza ecclesiale si manifestò appieno.
    Scoprire che Cristo era stato il primo a non curarsi della vergogna fu lacerante nella sua realtà esistenziale e provvidenziale. Paradossalmente, in quell'afosa notte di agosto un nuovo segno apparve in modo inaspettato lungo il cammino verso una vita futura. Diceva: "Gesù apprese l'obbedienza mediante la sofferenza".
    La violenza di quella iniziale disobbedienza fu solo il preludio a una violenza ulteriore e diffusa. Quando si incontravano, i sacerdoti si dolevano per la manipolazione dei loro fratelli. Il disprezzo per la verità, in forma sia aggressiva sia passiva, è divenuto comune nella vita ecclesiale. Sacerdoti, teologi e laici dissenzienti hanno continuato con le loro tecniche di coercizione e, fin dall'inizio, la stampa se ne è avvalsa per promuovere il suo perfido piano.
    Tutto ciò portò a un'altra scoperta. Il discernimento è un elemento essenziale del ministero episcopale. Per mezzo della grazia dello "Spirito che governa", le capacità di discernimento di un vescovo dovrebbero maturare. L'attenzione episcopale dovrebbe concentrarsi sulla frattura/rottura avviata da Gesù e descritta da san Paolo nella sua risposta ai dissenzienti di Corinto. "Cercate una prova che Cristo parla in me, lui che non è debole, ma potente in mezzo a voi. Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi. Esaminate voi stessi se siete nella fede, mettetevi alla prova" (2 Corinzi, 13, 3-5).
    La rottura costituita dalla morte violenta di Gesù ha modificato la nostra idea della natura di Dio. La vita trinitaria è essenzialmente amore e arrendevolezza. Nel battesimo su ogni discepolo di Gesù viene impressa la filigrana trinitaria. Il Verbo incarnato venne per fare la volontà di colui che lo aveva mandato. L'obbedienza attuale dei discepoli al Successore di Pietro non si può separare dalla povertà di spirito e dalla purezza di cuore presentati e vinti dal Verbo sulla Croce.
    Una breve postfazione. All'incirca nel 1978, durante una visita episcopale nella sua parrocchia, pranzai con quel pastore di Baltimora, l'ex marine che aveva presieduto l'incontro dell'agosto del 1968. Ero ospite presso di lui. Era ancora un avversario temibile. Parlammo della sua parrocchia, quella stessa che aveva amministrato durante le agitazioni del 1968. L'atmosfera era rilassata.
    Durante il semplice pasto che consumammo in cucina presi una decisione difficile. Dal momento che non avevamo mai più parlato della notte dell'agosto 1968, decisi di farlo. Il mio riferimento fu breve, obiettivo e, per quanto possibile, non minaccioso. Avevo sperato che mi desse delle spiegazioni su un evento divenuto centrale per l'esperienza di molti sacerdoti, me incluso. Mentre ricordavo con la mente e con il cuore gli avvenimenti di quella notte, egli rimase in silenzio. Il suo silenzio proseguì. Sebbene non avesse dimenticato, non fece alcun commento. Non sollevò lo sguardo. Il suo cuore era più freddo ora.
    Non ottenni nulla. Lasciai cadere la questione. Nel 1968 non era stato possibile alcun dialogo e non lo era nemmeno nel 1978. Mancava un terreno comune. Entrambi guardavamo nell'abisso, ma da sponde opposte. L'angoscia e l'inquietudine fecero svanire la lontana speranza di riconciliazione e di amicizia. Non tornammo mai più sull'argomento. È morto servendo una grande parrocchia suburbana. L'unica possibilità rimasta è percuotermi il petto e pregare: "Signore ricorda il segreto degno di tutta la nostra indegnità".
    I presbiteri diocesani non si sono ripresi dalle notti di luglio e di agosto del 1968. Molti nella vita consacrata hanno fallito la prova evangelica. Dal gennaio 2002 l'abisso si è spalancato altrove. Ora, tutto il popolo di Dio, inclusi bambini e adolescenti, deve guardare l'abisso e vedere quali bestie spaventose ne popolano il fondo. Tremiamo tutti di fronte alla collera di Dio, piangiamo con rammarico per i nostri peccati e imploriamo dal Padre il ricordo misericordioso dell'obbedienza di Dio.



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    In diocesi e parrocchie iniziative ispirate dall'enciclica di Paolo VI
    Gli Stati Uniti e le questioni etiche
    a quarant'anni dall'«Humanae vitae»

    Washington, 24. Sostenitori e oppositori dell'aborto possono trovare un punto d'accordo sulla tutela del diritto all'obiezione di coscienza da parte dei medici. È quanto ha affermato il cardinale Justin Francis Rigali, arcivescovo di Philadelphia e presidente della commissione episcopale per le attività pro vita, in una lettera inviata al Congresso degli Stati Uniti. Da tempo si parla infatti di un progetto di legge con il quale si richiederebbe a ospedali, cliniche e istituti sanitari di non mettere in opera possibili discriminazioni riguardo al personale che si oppone all'aborto sulla base delle convinzioni religiose o morali.
    Il cardinale non ha voluto commentare progetti di legge ancora non presentati ufficialmente ma, secondo quanto afferma l'agenzia Cns, ha spiegato che "la conferenza dei vescovi cattolici esprimerà volentieri la sua posizione nel momento in cui, e se, la proposta di legge verrà resa pubblica". Tuttavia, ha specificato il cardinale, la questione è utile per verificare la sincerità delle opinioni di quelli che si definiscono fautori della "libertà di scelta": "Tale libertà di scelta - si domanda il cardinale - appartiene a tutti, compresi quelli che hanno profonde convinzioni morali su certi temi? O l'etichetta di "sostenitori della libertà di scelta" è semplicemente una maschera fuorviante per nascondere il progetto di promuovere o addirittura imporre procedure moralmente controverse a carico di coloro i quali in coscienza hanno differenti punti di vista?".
    Il cardinale ha anche ricordato che il Congresso in passato si è occupato più volte della questione dell'obiezione di coscienza in campo sanitario, già a partire dal 1973, tuttavia nessuna legge contenente principi generali è stata poi tradotta in norme in grado di renderla effettiva. La conseguenza è che in troppe strutture sanitarie tali leggi o vengono violate per ignoranza oppure, sempre per ignoranza, non vi si fa ricorso a tutela dei propri diritti. Da qui, evidentemente, la necessità di una ulteriore regolamentazione della materia.
    Intanto si moltiplicano le iniziative negli Stati Uniti volte a favorire la conoscenza e la traduzione in pratica di quanto affermato nell'enciclica di Paolo VI Humanae vitae. Dalla pianificazione naturale della famiglia ai programmi per la castità prematrimoniale, sono molte le diocesi e le parrocchie attive in questo campo. La strada è indicata anche, e in particolar modo, dalle 129 catechesi che Papa Giovanni Paolo II ha tenuto nel corso delle udienze generali durante i primi cinque anni del suo pontificato, che costituiscono quella che è stata definita "teologia del corpo", insegnamenti riguardanti cioè in maniera particolare il corpo umano e i rapporti sessuali. Sono in particolar modo i sacerdoti più giovani a essere i più grandi sostenitori di questa teologia, secondo quanto ha affermato, sempre a Cns, Theresa Notare, vice direttore del programma di pianificazione familiare presso la Segreteria per i laici, il matrimonio, la vita familiare e i giovani della Conferenza episcopale statunitense. E una esortazione ai sacerdoti a essere più attivi e "meno silenziosi" su questi temi è venuta anche dal vescovo di Phoenix, Thomas James Olmsted, secondo il quale per troppo tempo le questioni sollevate dall'Humanae vitae sono state, negli Stati Uniti, scarsamente affrontate. (marco bellizi)


    L'Osservatore Romano - 25 luglio 2008
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  8. #8
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    «Humanae vitae», 40 anni dalla parte dell’amore

    DA
    ROMA
    SALVATORE MAZZA


    «Si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell’uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni». Oltre quelli, l’abisso. Se quarant’anni fa fu contestata, dileggiata, osteggiata in ogni modo, basta forse rileggere quella semplice frase per rendersi conto che, firmando il 25 luglio 1968 l’Humane vitae – dopo un’intera notte trascorsa in preghiera – Paolo VI aveva davanti agli occhi qualcosa che, i più, ancora nemmeno intravedevano.
    Perché l’ultima enciclica di Papa Montini su
    Il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore, avversata da taluni anche all’interno della Chiesa, andava ben oltre il semplice 'no' alla contraccezione artificiale, come sbrigativamente venne definita e ancora oggi, spesso, è ricordata.
    In essa, al contrario, viene presentato un insegnamento «non facile», come ha riconosciuto lo scorso maggio Benedetto XVI, ma tuttavia «conforme alla struttura fondamentale mediante la quale la vita è sempre stata trasmessa fin dalla creazione del mondo, nel rispetto della natura e in conformità con le sue esigenze». Così, nella
    Humanae vitae «l’amore coniugale viene descritto all’interno di un processo globale che non si arresta alla divisione tra anima e corpo né soggiace al solo sentimento... ma si fa carico dell’unità della persona». Tolta la quale, osservava ancora Papa Ratzinger, «si perde il valore della persona e si cade nel grave pericolo di considerare il corpo come un oggetto che si può comperare o vendere». Un processo degenerativo che, oggi persino più di allora, è ben chiaro agli occhi di chiunque sia consapevole di dove la manipolazione della vita possa portare.
    Esagerazione? Tutt’altro, secondo quanto sottolineato da monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense e presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nel recente convegno organizzato dalla Pul proprio per l’anniversario dell’enciclica: «In un momento in cui da qualche parte
    del pianeta qualche scienziato sta mettendo a punto un ulteriore e più sofisticato sistema anticoncezionale, che sarà un semplice spray da spruzzare sul braccio, o nel momento in cui si propagandano cifre astronomiche e davvero poco credibili circa i figli nati da coppie omosessuali, con l’intento di provocare un’ulteriore lacerazione nel tessuto sociale per la rivendicazione di diritti che non vogliono confrontarsi con la responsabilità sociale», o ancora «nel momento in cui si vuole perfino togliere dal vocabolario il termine padre e madre... è venuto il momento di far sentire di nuovo e in modo forte la voce per richiamare ai principi fondamentali inscritti nella natura a cui nessuno può venire meno, senza distruggere la componente più umana che possediamo per la nostra appartenenza a essa». Un insegnamento prezioso e attuale. Capace di ispirare e orientare il magistero pontificio sviluppatosi negli anni successivi, come dimostrano per esempio i continui richiami all’Humanae vita nelle lettere di Papa Wojtyla. E proprio a proposito di questa continuità tra Montini, Wojtyla e l’attuale Pontefice,L’Osservatore Romano oggi in edicola osserva come «l’Humanae vitae non è ricordata volentieri... anche perché non è utile al gioco ricorrente che mette i Papi l’uno contro l’altro».


    Montini agli sposi: «Legge morale, dono di Dio alla nostra gioia»

    DI
    PAOLO VIANA

    I precetti espressi dalla Chiesa sull’amore e sulla coppia non sono «imposizioni» ma «un dono di Dio». Lo spiega Paolo VI in un celebre discorso sull’Humanae vitae, pronunciato il 4 maggio 1970, di fronte alle Équipe Notre-Dame, il movimento di spiritualità coniugale nato in Francia nel ’38 e impegnato a confrontare il significato del sacramento del matrimonio con il vissuto quotidiano. Incontrando i foyer, il Papa esprime prima di tutto la preoccupazione di sgombrare il campo dai luoghi comuni. La Chiesa non è avversa, insiste, all’amore umano. «Dio – precisa – non è il nemico delle grandi realtà umane» e «la buona novella portata da Cristo è anche una buona notizia per l’amore umano», che è stato corrotto dal peccato eppure viene recuperato dalla grazia, al punto di divenire strumento di santità.
    Come tutti i battezzati, dice alle famiglie del movimento francese, «siete chiamati alla santità», secondo le modalità specifiche dell’amore coniugale: infatti, come insegna la Sacra Scrittura, «il matrimonio, prima di essere un sacramento, è una grande realtà terrena». Nel suo discorso, Paolo VI insiste sul riferimento biblico, essenziale per comprendere che
    cosa debba essere una coppia cristiana, in quanto la dualità sessuale «è stata voluta da Dio, così che gli uomini e le donne fossero immagine di Dio e come lui fonte di vita».
    Negli anni Settanta, l’emergenza educativa è già una priorità. E il Papa chiede alle famiglie di «favorire un’educazione che aiuti bambini e adolescenti a prendere progressivamente conoscenza della forza di impulsi che si risvegliano in loro, integrarli nella costruzione della propria personalità, controllare le forze crescenti per raggiungere una piena maturità affettiva quanto sessuale, preparando così il dono di sé». Ma «il dono non è una fusione», avverte, e «ogni
    personalità resta distinta». L’ Humanae vitae, infatti, non chiede rinunce, neanche sul piano sentimentale – «Non vi è amore coniugale che non sia, nella sua esultanza, slancio verso l’infinito, e che non voglia essere, nel suo slancio, totale, fedele, esclusivo e fecondo» – ma la prospettiva resta quella della Lumen gentium. Così torna il concetto di «Chiesa domestica», che Giovanni XXIII ha già ribattezzato «cellula di Chiesa».
    In questa cellula germinale, i genitori sono «collaboratori liberi e responsabili del Creatore», perché attraverso di loro si esercita l’amore del Padre e all’interno della Chiesa. La
    famiglia di cui si parla è ben calata nel proprio tempo: «È una comunità debole e talvolta peccatrice e penitente ma perdonata, in marcia verso la santità, nella pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza» rammenta il Papa. Il quale, avvertendo l’urgenza di disinnescare una diffidenza che porta molti ad abbandonare i sacramenti, aggiunge: «Gli sposi devono sapere che le esigenze morali della vita matrimoniale che la Chiesa ricorda non sono leggi intollerabili né impraticabili, ma un dono di Dio per aiutare ad accedere, attraverso e al di là delle loro debolezze, alle ricchezze di un amore pienamente umano e cristiano».


    Un testo profetico, un segno di contraddizione

    DI
    GIACOMO GAMBASSI

    D
    a una parte, la forza profetica della Humanae vitae. Dall’altra, le questioni aperte che il documento continua a sollevare e che «non possono essere dimenticate », sostiene don Giampaolo Dianin, insegnante di morale familiare alla Facoltà teologica del Triveneto. A quaranta anni dalla sua pubblicazione, l’enciclica di Paolo VI che ha affrontato il il tema della procreazione responsabile resta un segno di contraddizione. Lo mette in luce proprio Dianin in un articolo pubblicato da Settimana, il periodico di «attualità pastorale» del Centro editoriale dehoniano. Anzi, da lui arriva l’invito a non «chiudere la discussione» che ha al centro i metodi naturali presentati dall’enciclica come unica strada per la regolazione delle nascite e contrapposti alle tecniche contraccettive che vengono considerate non lecite.
    Se il quarantennale della
    Humanae vitae sarà occasione di un bilancio sulle argomentazioni dell’enciclica, rimane intatta la forza profetica del testo «soprattutto alla luce dell’invadenza della tecnica nelle sfere più sacre della vita umana», spiega il docente. Un’apertura alla contraccezione avrebbe avuto conseguenze sulla «condizione della donna che potrebbe diventare oggetto e non persona da rispettare » o sull’«invadenza dei poteri pubblici che potrebbero imporre la contraccezione per affrontare il problema demografico». Timori che Paolo VI già aveva e che negli anni sarebbero realmente esplosi. Però non mancano le «inquietudini » (come le definisce Dianin) legate alla questione dei metodi naturali. «Non possiamo non chiederci quanto sia stata recepita questa indicazione del magistero dalla maggioranza degli sposi», sottolinea il docente. Nell’articolo si evidenziano le difficoltà che incontrano i corsi sui metodi naturali a far breccia fra fidanzati e coniugi. «L’impressione » – sostiene Dianin – è che il testo abbia «portato la maggioranza delle coppie cristiane a fare altre scelte e ad archiviare questo tema nei meandri interiori». Anche perché non mancano problemi reali nell’osservanza dell’enciclica: dalle coppie che non riconoscono i segni della fertilità ai coniugi che per paura di una gravidanza si astengono quasi totalmente dai rapporti sessuali. Inoltre, l’argomentazione su cui si fonda l’Humanae vitae – il rispetto della legge morale naturale – rimane «una categoria lontana dal modo di ragionare dell’uomo di oggi», scrive il docente. Di fatto, «usare un contraccettivo o rispettare i ritmi naturali ci provoca a capire se il ruolo della ragione sia solo di riconoscere e rispettare il dato naturale o possa essere anche quello di plasmarlo».

    fonte: Avvenire, 25 luglio 2008
    Ultima modifica di PaoVac; 25-07-2008 alle 13:42

  9. #9
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    Padre Lombardi sul quarantesimo
    della «Humanae vitae»

    "In occasione della ricorrenza del 40° anniversario della Humanae vitae è stata pubblicata questa mattina a pagamento sul "Corriere della sera" una "Lettera aperta al Papa" che attacca radicalmente l'Enciclica di Paolo VI. Facciamo alcune semplici osservazioni.
    Anzitutto. I firmatari sono un certo numero di gruppi ben noti per le loro posizioni contestatrici, che non si limitano al solo insegnamento sulla morale coniugale, ma riguardano molti altri argomenti (ad esempio l'ordinazione delle donne) e si pongono quindi da tempo in antitesi con il magistero della Chiesa. Quindi, nulla di nuovo. Inoltre, la lunghezza della serie dei gruppi nominati non deve impressionare, poiché si tratta spesso delle diverse sezioni nazionali dello stesso gruppo, e diversi gruppi sono assai poco significativi.
    Inoltre, l'accusa più dura, che cioè la posizione cattolica sia causa della diffusione dell'Aids, e quindi di dolore e di morte, ostacolando politiche illuminate di sanità pubblica, è manifestamente infondata. La diffusione dell'Aids è del tutto indipendente dalla confessione religiosa delle popolazioni e dall'influsso delle gerarchie ecclesiastiche, e le politiche di risposta all'Aids fondate principalmente sulla diffusione dei preservativi sono largamente fallite. La risposta all'Aids richiede interventi ben più profondi e articolati, in cui la Chiesa è attiva su molti fronti.
    Ma soprattutto, la "lettera" non tocca neanche da lontano la vera questione che è al centro della Humanae vitae, cioè il nesso fra il rapporto umano e spirituale fra i coniugi, l'esercizio della sessualità come sua espressione e la sua fecondità. In tutta la lettera, la parola "amore" non compare mai. Sembra che ai gruppi firmatari questo non interessi per nulla. Nella sola contraccezione sembra risiedere per essi la sola speranza delle coppie e del mondo. Per capire il significato dell'Enciclica e il suo valore "profetico" sarebbe bene invece rileggere il discorso del Papa del 10 maggio scorso ai partecipanti al Convegno tenuto in Laterano appunto per il 40° della Humanae vitae.
    Del resto, è evidente che non si tratta di un articolo che esprima una posizione teologica o morale, ma di una propaganda a pagamento a favore dell'uso dei contraccettivi. Viene anche da domandarsi chi l'ha pagata e perché".

    (©L'Osservatore Romano - 26 luglio 2008)
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  10. #10
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    25/07/2008 14.26.45
    Un documento profetico e coraggioso a difesa della vita e dell’amore responsabile: così, mons. Rino Fisichella nel 40.mo dell’Enciclica "Humanae vitae" di Papa Montini


    Sul significato e l’attualità della Enciclica Humanae vitae, Alessandro Gisotti ha raccolto la riflessione dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e rettore della Pontificia Università Lateranense:

    R. - Paolo VI ha voluto portare a compimento un desiderio che era stato espresso dal Concilio Vaticano II. Anzitutto, quindi, dobbiamo vedere la continuità nell’insegnamento dell’Humanae vitae con quello che i padri al Concilio avevano richiesto. I padri conciliari avevano chiesto che venisse dato un insegnamento su quella che deve essere una onesta regolazione della procreazione. L’insegnamento dell’Humanae vitae recupera in profondità - a mio avviso - due principi fondamentali. Il primo è quello della legge naturale, che è il vero riconoscimento dell’uguaglianza tra le persone, nel rispetto dell’ordine della natura, senza ricorrere a delle tecniche. La trasmissione della vita può essere data in piena libertà e può essere data come un gesto di autentico amore. Il secondo principio, mi sembra che sia quello di un richiamo ad una profonda responsabilità. Non dimentichiamo che l’Humanae Vitae parla di paternità e di maternità responsabili e quindi si tratta di una scelta non lasciata al caso, ma una scelta di libertà ed una scelta di responsabilità di prepararsi a diventare genitori. Da questo punto di vista, io credo che - pur combattuto - quell’insegnamento sia stato grandemente lungimirante.

    D. - Né va di dimenticato l’anno in cui fu pubblicata, il 1968: un atto di grande coraggio di Papa Montini che visse con sofferenza le tante contestazioni a questo documento, ma non si tirò indietro…

    R. - Prima della pubblicazione dell’Humanae vitae, ci fu una Commissione che Paolo VI volle convocare perché studiasse in profondità il problema. Questa Commissione arrivò con un duplice documento: un documento di maggioranza e un documento di minoranza. Paolo VI rifletté molto e poi, nella solitudine che caratterizza la vita di ogni Pontefice e soprattutto in momenti così drammatici quando bisogna compiere delle scelte, scelse - e non poteva fare altrimenti, a mio avviso - di promulgare un insegnamento che fosse in piena continuità con quello che sempre e dovunque la Chiesa aveva creduto e aveva attestato. Non si deve dimenticare quello che questa data, il 1968, significa: l’Humanae Vitae fu subito assunto come un segno di contraddizione. Ma il Papa ha ribadito - con grande coraggio, credo anzi con un coraggio ineguagliabile - la continuità della tradizione, la continuità della dottrina e soprattutto ha esplicitato un principio fondamentale: la verità non è data dalla maggioranza, la verità è data dalla fedeltà al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa. L’uomo è pienamente se stesso quando è recepito in una unità profonda; non si può staccare l’anima dal corpo, non si può staccare la vita e l’esperienza sessuale da quella che è una esperienza di amore. E questo perché se si crea questa dicotomia, se non c’è più una unità profonda, allora viene meno anche il valore della persona, il corpo diventa un oggetto e il partner della relazione diventa soltanto uno strumento per il proprio egoismo. Questo, però, non è giusto.

    D. - L’Humanae vitae indica il pericolo di una invadenza della tecnica nella sfera più intima della vita umana. In questo Paolo VI è stato profetico?

    R. - Non soltanto è stato profetico, ma oggi questo insegnamento è stato ripreso in maniera quanto mai inequivocabile anche da molti scienziati e da molti filosofi, che hanno valorizzato pienamente questo contenuto e proprio alla luce delle scoperte tecnologiche e scientifiche. Permangono dunque con una profonda verità i fondamenti antropologici, i fondamenti etici alla base dell’Humanae Vitae: la dignità della persona, la libertà dei propri gesti sempre e dovunque e la responsabilità che li deve caratterizzare. La scienza giustamente deve fare dei progressi, ma quando tocca la vita umana deve tener presente e rispettare sempre che la vita è un dono e che ognuno di noi è debitore della propria vita ad un Altro.

    fonte: Radio Vaticana
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