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Discussione: L’ enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI

  1. #11
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    Padre Lombardi sul quarantesimo
    della «Humanae vitae»

    "In occasione della ricorrenza del 40° anniversario della Humanae vitae è stata pubblicata questa mattina a pagamento sul "Corriere della sera" una "Lettera aperta al Papa" che attacca radicalmente l'Enciclica di Paolo VI. Facciamo alcune semplici osservazioni.
    Davvero un ottimo intervento quello di Padre Lombardi. Come già ricordato in occasione degli attacchi al Papa e alla Chiesa in occasione della manifestazione di Piazza Navona, amare e perdonare anche il nemico non significa certo farsi calpestare.
    Factum est verbum Dei super Ioannem Zachariae filium in deserto.
    Et venit in omnem regionem circa Iordanem praedicans baptismum paenitentiae.
    (Luc. 3,2-3)

  2. #12
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    26/07/2008 13.56.56
    L’"Humanae vitae", documento a difesa della dignità umana: l'opinione della prof.ssa Maria Luisa Di Pietro e di Giovanni Maria Vian



    Nel compito di trasmettere la vita, i coniugi non sono “liberi di procedere a proprio arbitrio” ma, “al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa”: è uno dei passaggi forti dell’Enciclica Humanae vitae di Paolo VI, di cui si celebra in questi giorni il 40.mo anniversario. Sui contenuti fondamentali di questo documento magisteriale, Alessandro Gisotti ha intervistato la prof.ssa Maria Luisa Di Pietro, docente di Bioetica all’Università Cattolica di Roma e presidente dell’associazione “Scienza e Vita”:

    R. - Ciò che Paolo VI ha messo in evidenza è lo stretto legame tra contraccezione, aborto e sterilizzazione. C’è poi un monito sulle politiche di controllo demografico delle quali allora si parlava ancora poco. Alla base di tutto questo indicava il rischio di una profonda banalizzazione della sessualità. I contenuti che questa Enciclica ci offre e che ci dovrebbero far riflettere sono dunque molti. Contrasta soprattutto questo ultimo punto, la banalizzazione della sessualità, che oggi porta a determinati atteggiamenti nei confronti della generazione umana e nei confronti della vita umana. Quindi, partendo da lì e riproponendo il vero concetto di sessualità, della coniugalità, della procreazione responsabile, possiamo porre le basi per quella sfida educativa di cui oggi tanto si parla.

    D. - Sappiamo quanto questa Enciclica sia stata contestata anche all’interno del mondo cattolico. Perché secondo lei?

    R. - Gli attacchi più forti sono stati quelli relativi al fondamento dell’insegnamento. L’altro punto di discussione è stata l’applicabilità dell’insegnamento dell’Humanae vitae e ancora oggi molti pensano che non sia applicabile. In realtà, l’insegnamento dell’Humanae vitae è stato poi storicizzato negli studi, nella ricerca della regolazione naturale della fertilità. Quindi, ciò che è stato contrastato è stato fatto forse molte volte per volontà di non ascoltare e per mancanza di cognizione di causa. Ciò che alle coppie si può dare - insegnando la vera procreazione responsabile, non come viene intesa oggi - è un grande patrimonio di ricchezza che la coppia può vivere nella sua realtà quotidiana e nella sua relazione con i figli. Quindi, questo è il grande messaggio che è stato lasciato ed è stata importante la lettura che Giovanni Paolo II ha dato dell’Humanae vitae.

    D. - Jean Guitton definì l’Enciclica “ferma ma non chiusa”. Si può dire che in fondo c’è una visione integrale della persona umana, non limitata in questa Enciclica?

    R. - Sicuramente. Ciò che Paolo VI ha fatto è stato chiarire, richiamare e porre nuovamente l’attenzione sui concetti di corporeità, di sessualità, di coniugalità e di procreazione responsabile. Guarda la persona in tutta la sua integrità, ma soprattutto nel rispetto della coppia e della donna. E’ un messaggio di grandissima speranza e soprattutto di richiamo a farsi rispettare nel proprio esistere e nella propria dignità di persona umana. Quindi, è un grande servizio che Paolo VI ha fatto, una grande eredità che ci ha lasciato. Questi richiami mettono al centro ancora una volta la dignità della persona umana e quella eccedenza che ogni persona umana rappresenta rispetto a tutte le altre specie viventi.

    D. - Pensando anche all’anno in cui fu pubblicata l’Humanae vitae, il 1968, si può dire che un altro messaggio forte che viene dato da questa Enciclica è che non c’è libertà senza responsabilità?

    R. - Certamente. La libertà e la responsabilità non possono essere scollegate tra di loro. Chi considera la libertà come qualcosa di separato dalla responsabilità e, quindi, dal valutare prima quello che si fa e farsi poi carico delle conseguenze che dalle proprie azioni derivano, ha un concetto completamente deviato di libertà.

    “Segno di contraddizione”: così, il direttore de L’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian ha definito l’Humanae vitae in un editoriale pubblicato ieri nel 40.mo della firma del documento. In questa intervista di Luca Collodi, Vian si sofferma sulla lungimiranza dell’Enciclica di Paolo VI:

    R. - Sicuramente, è un documento profetico di fronte agli sviluppi, anche inquietanti, dell’ingegneria genetica. Colpisce la preveggenza di questo documento papale, del quale Paolo VI spiegò tutte le ragioni: c’è tutto Paolo VI in questa Enciclica.

    D. - L’Humanae vitae suscita ancora oggi accese discussioni. Alcuni ritengono che la Chiesa non sia legittimata a parlare di sesso. Legittimità che in sostanza viene riconosciuta alla sola scienza…

    R. - A questa obiezione risponde già Paolo VI due giorni dopo l’uscita dell’Enciclica. La Chiesa parla - e lo aveva detto lui stesso anche tre anni prima all’ONU - "in quanto esperta di umanità”. Tra l’altro, la parola dell’Enciclica è interessante, perché benché l’insegnamento si rivolga chiaramente in primo luogo ai cattolici, valuta il matrimonio come un bene naturale e lo valorizza come tale. E’, quindi, una verità sull’uomo. La Chiesa non è nemica della scienza. E’ interessante anche questa insistenza di Papa Montini sul rapporto con gli scienziati. Su questo, tra l’altro, anche i 40 anni trascorsi dal 1968, dalla pubblicazione di questa che fu definita con derisione “l’Enciclica della pillola”, hanno dimostrato che i risultati della contraccezione artificiale non sono così positivi, hanno dimostrato che questi timori di una catastrofe planetaria per una crescita smisurata della popolazione sono infondati. E’ un panorama complessivo quello che tocca l’Enciclica. E’ un panorama umano sul quale la Chiesa cattolica ha, in coscienza, voce in capitolo.

    fonte: Radio Vaticana
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  3. #13
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    I motivi e lo scopo del documento secondo Paolo VI
    Genesi di un'enciclica




    L'Humanae vitae fu firmata da Paolo VI giovedì 25 luglio 1968 e pubblicata quattro giorni più tardi, lunedì 29. Quarant'anni dopo riproduciamo il discorso che il Papa tenne a Castel Gandolfo mercoledì 31 luglio all'udienza generale.
    Diletti Figli e Figlie! Le nostre parole hanno oggi un tema obbligato dalla Enciclica intitolata </I>Humanae vitae, che abbiamo pubblicato in questa settimana circa la regolazione della natalità. Riteniamo che vi sia noto il testo di questo documento pontificio, o almeno il suo contenuto essenziale, che non è soltanto la dichiarazione d'una legge morale negativa, cioè l'esclusione d'ogni azione, che si proponga di rendere impossibile la procreazione (n. 14), ma è soprattutto la presentazione positiva della moralità coniugale in ordine alla sua missione d'amore e di fecondità "nella visione integrale dell'uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna" (n. 7). È il chiarimento d'un capitolo fondamentale della vita personale, coniugale, familiare e sociale dell'uomo, ma non è la trattazione completa di quanto riguarda l'essere umano nel campo del matrimonio, della famiglia, dell'onestà dei costumi, campo immenso nel quale il magistero della Chiesa potrà e dovrà forse ritornare con disegno più ampio, organico e sintetico.
    Risponde questa Enciclica a questioni, a dubbi, a tendenze, su cui la discussione, come tutti sanno, si è fatta in questi ultimi tempi assai ampia e vivace, e su cui la Nostra funzione dottrinale e pastorale è stata fortemente interessata. Non vi parleremo adesso di questo documento, sia per la delicatezza e la gravità del tema, che Ci sembrano trascendere la semplicità popolare del presente settimanale discorso, sia per il fatto che non mancano già e non mancheranno, intorno all'Enciclica, pubblicazioni a disposizione di quanti s'interessano del tema stesso (cfr ad esempio: G. Martelet, Amour conjugal et renouveau conciliaire).
    A voi diremo semplicemente qualche parola non tanto sul documento in questione, quanto su alcuni Nostri sentimenti, che hanno riempito il Nostro animo nel periodo non breve della sua preparazione.
    Il primo sentimento è stato quello d'una Nostra gravissima responsabilità. Esso Ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione durante i quattro anni dovuti allo studio e alla elaborazione di questa Enciclica. Vi confideremo che tale sentimento Ci ha fatto anche non poco soffrire spiritualmente. Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del Nostro ufficio. Abbiamo studiato, letto, discusso quanto potevamo; e abbiamo anche molto pregato. Alcune circostanze a ciò relative vi sono note: dovevamo rispondere alla Chiesa, all'umanità intera; dovevamo valutare, con l'impegno e insieme con la libertà del Nostro compito apostolico, una tradizione dottrinale, non solo secolare, ma recente, quella dei Nostri tre immediati Predecessori; eravamo obbligati a fare Nostro l'insegnamento del Concilio da Noi stessi promulgato; Ci sentivamo propensi ad accogliere, fin dove Ci sembrava di poterlo fare, le conclusioni, per quanto di carattere consultivo, della Commissione istituita da Papa Giovanni, di venerata memoria, e da Noi stessi ampliata, ma insieme doverosamente prudenti; sapevamo delle discussioni accese con tanta passione ed anche con tanta autorità, su questo importantissimo tema; sentivamo le voci fragorose dell'opinione pubblica e della stampa; ascoltavamo quelle più tenui, ma assai penetranti nel Nostro cuore di padre e di pastore, di tante persone, di donne rispettabilissime specialmente, angustiate dal difficile problema e dall'ancor più difficile loro esperienza; leggevamo le relazioni scientifiche circa le allarmanti questioni demografiche nel mondo, suffragate spesso da studi di esperti e da programmi governativi; venivano a Noi da varie parti pubblicazioni, ispirate alcune dall'esame di particolari aspetti scientifici del problema, ovvero altre da considerazioni realistiche di molte e gravi condizioni sociologiche, oppure da quelle, oggi tanto imperiose, delle mutazioni irrompenti in ogni settore della vita moderna.
    Quante volte abbiamo avuto l'impressione di essere quasi soverchiati da questo cumolo di documentazioni, e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l'inadeguatezza della Nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doverCi pronunciare al riguardo; quante volte abbiamo trepidato davanti al dilemma d'una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero d'una sentenza male sopportata dall'odierna società, o che fosse arbitrariamente troppo grave per la vita coniugale!
    Ci siamo valsi di molte consultazioni particolari di persone di alto valore morale, scientifico e pastorale; e, invocando i lumi dello Spirito Santo, abbiamo messo la Nostra coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità, cercando d'interpretare la norma divina che vediamo scaturire dall'intrinseca esigenza dell'autentico amore umano, dalle strutture essenziali dell'istituto matrimoniale, dalla dignità personale degli sposi, dalla loro missione al servizio della vita, non che dalla santità del coniugio cristiano; abbiamo riflesso sopra gli elementi stabili della dottrina tradizionale e vigente della Chiesa, specialmente poi sopra gli insegnamenti del recente Concilio, abbiamo ponderato le conseguenze dell'una o dell'altra decisione; e non abbiamo avuto dubbio sul Nostro dovere di pronunciare la Nostra sentenza nei termini espressi dalla presente Enciclica.
    Un altro sentimento, che Ci ha sempre guidato nel Nostro lavoro, è quello della carità, della sensibilità pastorale verso coloro che sono chiamati a integrare nella vita coniugale e nella famiglia la loro singola personalità; e abbiamo volentieri seguito la concezione personalistica, propria della dottrina conciliare, circa la società coniugale, dando così all'amore, che la genera e che la alimenta, il posto preminente che gli conviene nella valutazione soggettiva del matrimonio; abbiamo accolto poi tutti i suggerimenti formulati nel campo della liceità, per agevolare l'osservanza della norma riaffermata.
    Abbiamo voluto aggiungere all'esposizione dottrinale qualche indicazione pratica di carattere pastorale. Abbiamo onorato la funzione degli uomini di scienza per il proseguimento degli studi sui processi biologici della natalità e per la retta applicazione dei rimedi terapeutici e della norma morale a ciò inerente. Abbiamo riconosciuto ai coniugi la loro responsabilità e quindi la loro libertà, quali ministri del disegno di Dio sulla vita umana, interpretato dal magistero della Chiesa, per il loro bene personale e per quello dei loro figli. E abbiamo accennato all'intento superiore che ispira la dottrina e la pratica della Chiesa, quello di giovare agli uomini, di difendere la loro dignità, di comprenderli e di sostenerli nelle loro difficoltà, di educarli a vigile senso di responsabilità, a forte e serena padronanza di sé, a coraggiosa concezione dei grandi e comuni doveri della vita e dei sacrifici inerenti alla pratica della virtù e alla costruzione d'un focolare fecondo e felice.
    E finalmente un sentimento di speranza ha accompagnato la laboriosa redazione di questo documento; la speranza ch'esso, quasi per virtù propria, per la sua umana verità, sarà bene accolto, nonostante la diversità di opinioni oggi largamente diffusa, e nonostante la difficoltà che la via tracciata può presentare a chi la vuole fedelmente percorrere, ed anche a chi la deve candidamente insegnare, con l'aiuto del Dio della vita, s'intende; la speranza, che gli studiosi specialmente sapranno scoprire nel documento stesso il filo genuino, che lo collega con la concezione cristiana della vita, e che Ci autorizza a far Nostra la parola dell'Apostolo: Nos autem sensum Christi habemus, noi poi teniamo il pensiero di Cristo (1 Corinzi, 2, 16). E la speranza infine che saranno gli sposi cristiani a comprendere come la Nostra parola, per severa ed ardua che possa sembrare, vuol essere interprete dell'autenticità del loro amore, chiamato a trasfigurare se stesso nell'imitazione di quello di Cristo per la sua mistica sposa, la Chiesa; e che essi per primi sapranno dare sviluppo ad ogni pratico movimento inteso ad assistere la famiglia nelle sue necessità, a farla fiorire nella sua integrità, e ad infondere nella famiglia moderna la spiritualità sua propria, fonte di perfezione per i singoli suoi membri e di testimonianza morale nella società (cfr Apostolicam actuositatem, n. 11; Gaudium et spes, n. 48).
    È, come vedete, Figli carissimi, una questione particolare, che considera un aspetto estremamente delicato e grave dell'umana esistenza; e come Noi abbiamo cercato di studiarlo e di esporlo con la verità e con la carità che tale tema voleva dal Nostro magistero e dal Nostro ministero, così a voi tutti, interessati direttamente che voi siate o no alla questione stessa, chiediamo di volerlo considerare col rispetto che merita, nell'ampio e luminoso quadro della vita cristiana.
    Con la Nostra Benedizione Apostolica.

    (©L'Osservatore Romano - 28-29 luglio 2008)

  4. #14
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    La lettura del cardinale arcivescovo di Cracovia
    La verità dell'«Humanae vitae»




    Domenica 5 gennaio 1969 "L'Osservatore Romano" pubblicò in prima pagina un ampio articolo del cardinale arcivescovo di Cracovia che - a distanza di cinque mesi - rileggeva e spiegava l'enciclica di Papa Montini. Lo ripubblichiamo integralmente.

    di Karol Wojtyla

    Sembrerà strano che noi cominciamo le nostre riflessioni sull'enciclica </I>Humanae vitae partendo dall'Autobiografia di M. Gandhi. "A mio avviso - scrive il grande uomo indiano - affermare che l'atto sessuale sia una azione spontanea, analoga al sonno o al nutrirsi, è crassa ignoranza. L'esistenza del mondo dipende dall'atto del moltiplicarsi - dalla procreazione, diremmo noi - e poiché il mondo è dominio di Dio e riflesso del suo potere, l'atto del moltiplicarsi - della procreazione, diremmo noi - deve essere sottoposto alla norma, che mira a salvaguardare lo sviluppo della vita sulla terra. L'uomo che ha presente tutto questo, aspirerà ad ogni costo al dominio dei suoi sensi e si fornirà di quella scienza necessaria, per promuovere la crescita fisica e spirituale della sua prole. Egli tramanderà poi i frutti di questa scienza ai posteri, oltre che usarli a suo giovamento". In un altro passo della sua autobiografia Gandhi dichiara che due volte nella sua vita ha subito l'influsso della propaganda che raccomandava i mezzi artificiali per escludere la concezione nella convivenza coniugale. Tuttavia egli arrivò alla convinzione, "che si deve piuttosto agire attraverso la forza interiore, nella padronanza di se stesso, ossia mediante l'autocontrollo".
    Rispetto all'enciclica Humanae vitae, questi tratti dell'autobiografia di Gandhi acquistano il significato di una particolare testimonianza. Ci ricordano le parole di san Paolo nella lettera ai Romani, riguardo alla sostanza della Legge scolpita nel cuore dell'uomo e attestata dal dettame della retta coscienza (Romani, 2, 15). Anche al tempo di san Paolo una tale voce della retta coscienza era un rimprovero per quelli che, pur essendo "i possessori della Legge", non la osservavano.
    Forse è bene anche per noi avere davanti agli occhi la testimonianza di questo uomo non cristiano. È opportuno avere presente "la sostanza della Legge" scritta nel cuore dell'uomo e attestata dalla coscienza, per riuscire a penetrare la profonda verità della dottrina della Chiesa, contenuta nell'enciclica di Paolo VI Humanae vitae. Per questo all'inizio delle nostre riflessioni, che mirano a chiarire la verità etica e il fondamento obiettivo dell'insegnamento dell'Humanae vitae, siamo ricorsi ad una tale testimonianza. Il fatto che essa sia storicamente antecedente all'enciclica di qualche decennio, non diminuisce per nulla il suo significato: l'essenza del problema infatti rimane in entrambi la stessa, anzi le circostanze sono molto simili.


    Il vero significato
    della paternità responsabile


    Per rispondere alle domande formulate all'inizio dell'enciclica (Humanae vitae, 3), Paolo VI fa l'analisi delle due grandi e fondamentali "realtà della vita matrimoniale": l'amore coniugale e la paternità responsabile (n. 7) nel loro mutuo rapporto. L'analisi della paternità responsabile costituisce il tema principale dell'enciclica, poiché quelle domande poste all'inizio pongono appunto questo problema: "Non si potrebbe ammettere che l'intenzione di una fecondità meno esuberante, ma più razionalizzata, trasformi l'intervento materialmente sterilizzante in un lecito e saggio controllo delle nascite? Non si potrebbe ammettere cioè, che la finalità procreativa appartenga all'insieme della vita coniugale, piuttosto che ai suoi singoli atti? (...) non sia venuto il momento di affidare alla ragione e alla volontà più che ai ritmi biologici dell'organismo - umano - il compito di trasmettere la vita?" (n. 3). Per dare una risposta a queste domande il Papa non ricorre alla tradizionale gerarchia dei fini del matrimonio, fra i quali il primo è la procreazione, ma, come si è detto, fa l'analisi del mutuo rapporto tra l'amore coniugale e la paternità responsabile. È la stessa impostazione del problema, propria della Costituzione pastorale Gaudium et spes.
    Una retta e penetrante analisi dell'amore coniugale presuppone un'idea esatta del matrimonio stesso. Esso non è "prodotto della evoluzione di inconscie forze naturali", ma "comunione di persone" (n. 8), basata sulla loro reciproca donazione. E per ciò un retto giudizio sulla concezione della paternità responsabile presuppone "una visione integrale dell'uomo e della sua vocazione" (n. 7). Per acquistare un tale giudizio, non bastano affatto "le prospettive parziali, siano di ordine biologico o psicologico, demografico o sociologico" (n. 7). Nessuna di queste prospettive può costituire la base per una adeguata e giusta risposta alle domande sopra formulate.
    Ogni risposta che emana da prospettive, parziali non può essere che parziale. Per trovare una risposta adeguata, occorre avere presente una retta visione dell'uomo come persona, poiché il matrimonio stabilisce una comunione di persone, che nasce e si realizza attraverso la loro mutua donazione. L'amore coniugale si caratterizza con le note che risultano da tale comunione di persone e che corrispondono alla personale dignità dell'uomo e della donna, del marito e della moglie. Si tratta dell'amore totale, ossia dell'amore che impegna tutto l'uomo, la sua sensibilità, la sua affettività e la sua spiritualità, e che insieme deve essere fedele ed esclusivo. Questo amore "non si esaurisce tutto nella comunione tra i coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite" (n. 9); è perciò amore fecondo. Una tale amorevole comunione dei coniugi, per cui essi costituiscono secondo le parole della Genesi, 2, 24 "un solo corpo" è come la condizione della fecondità, la condizione della procreazione. Questa comunione essendo una particolare - poiché corporale e nel senso stretto "sessuale" - attuazione della comunione coniugale tra persone, deve realizzarsi al livello della persona e convenientemente alla sua dignità. In base a ciò si deve formulare un giudizio esatto della paternità responsabile.
    Tale giudizio riguarda prima di tutto l'essenza della paternità - e sotto questo aspetto è un giudizio positivo: "l'amore coniugale richiede dagli sposi che essi conoscano convenientemente la loro missione di "paternità responsabile"" (n. 10). L'enciclica in tutto il suo contesto formula questo giudizio e lo propone come risposta fondamentale alle domande poste prima: l'amore coniugale deve essere amore fecondo, ossia "orientato alla paternità". La paternità propria dell'amore di persone è paternità responsabile. Si può dire che nell'enciclica Humanae vitae la paternità responsabile diventa il nome proprio della procreazione umana.
    Questo giudizio, fondamentalmente positivo, sulla paternità responsabile richiede però alcune precisazioni. Solamente grazie a queste precisazioni troviamo una risposta universale alle domande di partenza. Paolo VI ci offre queste precisazioni. Secondo la enciclica, la paternità responsabile significa "sia (...) la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia (...) la decisione (...) di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita" (n. 10). Se l'amore coniugale è amore fecondo, cioè orientato alla paternità, è difficile pensare che il significato della paternità responsabile, dedotto dalle sue proprietà, essenziali, possa identificarsi solamente con la limitazione delle nascite. La paternità responsabile viene perciò realizzata sia da parte dei coniugi, che grazie alla loro ponderata e generosa deliberazione si decidono a procreare una prole numerosa, come da parte di quelli che vengono nella determinazione di limitarla, "per gravi motivi e nel rispetto della legge morale" (HV 10).
    Secondo la dottrina della Chiesa, la paternità responsabile non è, e non può essere solo l'effetto di una certa "tecnica" della collaborazione coniugale: essa infatti ha anzitutto e "per sé" un valore etico. Un vero e fondamentale pericolo - al quale l'enciclica vuole essere appunto un rimedio provvidenziale - consiste nella tentazione di considerare questo problema fuori dell'orbita dell'etica, di fare degli sforzi per togliere all'uomo la responsabilità delle proprie azioni che sono così profondamente radicate in tutta la sua struttura personale. La paternità responsabile - scrive il Pontefice - "significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare" sulle tendenze dell'istinto - e delle passioni (n. 10). Questo dominio presuppone perciò "conoscenza e rispetto dei processi biologici" (n. 10), e ciò pone questi processi non soltanto nel loro dinamismo biologico, ma anche nella personale integrazione, cioè a livello della persona, poiché "l'intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che riguardano la persona umana" (n. 10).
    L'amore è comunione di persone. Se ad essa corrisponde la paternità, e paternità responsabile, il modo di agire che conduce a una tale paternità, non può essere moralmente indifferente. Anzi, esso decide, se l'attuazione sessuale della comunione di persone sia o non sia autentico amore, "Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore" (n. 12).
    L'uomo "non può rompere di sua iniziativa la connessione inscindibile tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo" (n. 12). È proprio per questo che l'enciclica sostiene la precedente posizione del Magistero e mantiene la differenza fra la così detta naturale regolazione della natalità, che comporta una continenza periodica e l'anticoncezione che fa ricorso a mezzi artificiali. Diciamo "mantiene", perché "i due casi differiscono completamente tra di loro" (n. 16). C'è tra di loro una grande differenza riguardo alla loro qualificazione etica.
    L'enciclica di Paolo VI come documento del supremo Magistero della Chiesa presenta l'insegnamento della morale umana e insieme cristiana in uno dei suoi punti chiave. La verità dell'Humanae vitae è dunque anzitutto una verità normativa. Ci ricorda i principi della morale, che costituiscono la norma obiettiva. Questa norma è scritta pure nel cuore umano, come prova almeno quella testimonianza di Gandhi, a cui abbiamo fatto appello all'inizio di queste considerazioni. Non di meno, questo obiettivo principio di morale subisce facilmente sia delle soggettive deformazioni sia un comune oscuramento. Del resto simile è la sorte di molti altri principi morali, come ad esempio di quelli che sono stati rievocati nell'enciclica Populorum progressio. Nell'enciclica Humanae vitae, il Santo Padre esprime anzitutto la sua piena comprensione di tutte queste circostanze che sembrano parlare contro il principio della morale coniugale, insegnata dalla Chiesa. Il Papa si rende conto anche delle difficoltà, alle quali è esposto l'uomo contemporaneo, come pure delle debolezze, a cui è soggetto. Tuttavia, la strada per la soluzione delle difficoltà e dei problemi non può passare che attraverso la verità del Vangelo: "Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime" (n. 29). Il motivo di carità verso le anime, e nessun altro motivo, muove la Chiesa che "non lascia (...) di proclamare con umile fermezza tutta la legge morale, sia naturale che evangelica" (n. 29).


    Una retta
    gerarchia dei valori


    La verità normativa dell'Humanae vitae è strettamente legata a quei valori che si esprimono nell'obiettivo ordine morale, secondo la loro propria gerarchia. Questi sono gli autentici valori umani che sono legati alla vita coniugale e familiare. La Chiesa si sente custode e garante di questi valori, come leggiamo nell'enciclica. Di fronte a un pericolo che li minaccia, la Chiesa si sente in dovere di difenderli. I valori autenticamente umani costituiscono la base e nello stesso tempo la motivazione dei principi della morale coniugale, rammentati nell'enciclica. Conviene metterli in risalto, sebbene si siano già rilevati nelle argomentazioni precedenti, e la cosa è ben chiara, poiché il vero significato della paternità responsabile è stato nell'enciclica già espresso nel rapporto all'amore coniugale.
    Il valore che sta alla base di questa dimostrazione, è il valore della vita umana, cioè della vita già concepita e anche nel suo sbocciare, nella convivenza dei coniugi. Di questo valore parla la stessa responsabilità della paternità, alla quale l'intera enciclica è principalmente dedicata.
    Il fatto che questo valore della vita già concepita o anche nel suo sbocciare non si esamini nell'enciclica sullo sfondo della procreazione stessa come fine del matrimonio, ma nella prospettiva dell'amore e della responsabilità degli sposi, pone il valore stesso della vita umana in una luce nuova. L'uomo e la donna nella loro convivenza matrimoniale che è convivenza di persone, devono dare origine a una nuova persona umana. Il concepimento della persona attraverso le persone - ecco la giusta misura dei valori, che deve essere qui adoperata. Ecco nello stesso tempo la giusta misura della responsabilità, che deve guidare la paternità umana.
    L'enciclica riconosce questo valore. Sebbene essa non sembri parlarne molto, non di meno indirettamente lo fa risaltare ancor più, quando lo pone fermamente nel contesto di altri valori. Questi sono valori fondamentali per la vita umana, e insieme i valori specifici per il matrimonio e per la famiglia. Sono specifici, poiché soltanto il matrimonio e la famiglia - e nessun altro ambiente umano - costituiscono il campo specifico, in cui appaiono questi valori, quasi un suolo fertile, nel quale crescono. Uno di questi è il valore dell'amore coniugale e familiare, l'altro è il valore della persona, ossia la sua dignità che si manifesta nei più stretti e più intimi contatti umani. Questi due valori si permeano così profondamente, che in certo qual modo costituiscono un solo bene. Questo appunto è il bene spirituale del matrimonio, la migliore ricchezza delle nuove generazioni umane: "i coniugi sviluppano integralmente la loro personalità arricchendosi di valori spirituali: essa (la disciplina) apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace (...); favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l'egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l'educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno ed armonioso delle loro facoltà spirituali e sensibili" (n. 21).
    Ecco il pieno contesto e nello stesso tempo la prospettiva universale dei valori, sui quali è fondata la dottrina della paternità responsabile. L'atteggiamento di responsabilità si estende su tutta la vita coniugale e su tutto il processo di educazione. Solo gli uomini che hanno raggiunto la piena maturità della persona attraverso una completa educazione riescono a educare i nuovi esseri umani. La paternità responsabile e la castità dei mutui rapporti dei coniugi ad essa inerente, sono una verifica della loro maturità spirituale. Essi perciò proiettano la loro luce sull'intero processo di educazione, che si compie nella famiglia.
    L'enciclica Humanae vitae contiene non solo perspicue ed esplicite norme concernenti la vita matrimoniale, la conscia paternità e la giusta regolazione della natalità, ma attraverso queste norme indica anche i valori. Essa conferma il loro retto senso e ci mette in guardia da quello falso. Essa esprime la profonda sollecitudine di salvaguardare l'uomo dal pericolo di alterare i valori più fondamentali.
    Uno dei valori più fondamentali è quello dell'amore umano. L'amore trova la sua sorgente in Dio che "è Amore". Paolo VI pone questa verità rivelata al principio della sua penetrante analisi dell'amore coniugale, perché esso esprime il più grande valore che si deve riconoscere nell'amore umano. L'amore umano è ricco di esperienze che lo compongono, ma la sua ricchezza essenziale consiste nell'essere una comunione di persone, cioè di un uomo e di una donna, nella loro mutua donazione. L'amore coniugale è arricchito dalla autentica donazione di una persona ad un'altra persona. Appunto questa mutua donazione della persona stessa non deve essere alterata. Se nel matrimonio si deve realizzare l'amore autentico delle persone attraverso la donazione dei corpi, cioè attraverso "l'unione nel corpo" dell'uomo e della donna, proprio per riguardo al valore stesso dell'amore, non si può alterare questa mutua donazione in nessun aspetto dell'atto coniugale interpersonale.
    Il valore stesso dell'amore umano e la sua autenticità esigono una tale castità dell'atto coniugale, quale è richiesta dalla Chiesa ed è richiamata nell'enciclica stessa. In vari campi l'uomo domina la natura e la subordina a sé, mediante i mezzi artificiali. L'insieme di questi mezzi equivale in qualche modo al progresso e alla civilizzazione. In questo campo però, in cui si deve attuare attraverso l'atto coniugale, l'amore tra persona e persona, e dove la persona deve dare autenticamente se stessa (e "dare" vuol dire anche "ricevere" vicendevolmente) l'uso dei mezzi artificiali equivale ad un alteramento dell'atto di amore. L'autore dell'Humanae vitae ha presente il valore autentico dell'amore umano che ha Dio come sorgente e che viene confermato dalla retta coscienza e dal sano "senso morale". E proprio nel nome di questo valore il Papa insegna i principi della responsabilità etica. Questa è anche la responsabilità che salvaguarda la qualità dell'amore umano nel matrimonio. Questo amore si esprime pure nella continenza - anche in quella periodica - poiché l'amore è capace di rinunciare all'atto coniugale, ma non può rinunciare all'autentico dono della persona. La rinuncia all'atto coniugale può essere, in certe circostanze, un autentico dono personale. Paolo vi scrive a proposito: "questa disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi dal nuocere all'amore coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano (n. 21).
    Esprimendo la premurosa sollecitudine per l'autentico valore dell'amore umano, l'enciclica Humanae vitae si rivolge all'uomo e richiama il senso della dignità della persona. L'amore infatti, secondo il suo autentico valore, deve essere realizzato dall'uomo e dalla donna nel matrimonio. La capacità ad un tale amore e la capacità all'autentico dono della persona richiedono da entrambi il senso della dignità personale. L'esperienza del valore sessuale deve essere permeata di una viva consapevolezza del valore della persona. Questo valore spiega appunto la necessità della padronanza di sé che è propria della persona: la personalità infatti si esprime nell'autocontrollo e nell'autodominio. Senza di essi l'uomo non sarebbe capace né di donare se stesso né di ricevere.
    L'enciclica Humanae vitae formula questa gerarchia dei valori che si dimostra essenziale e decisiva per tutto il problema della paternità responsabile. Non si può capovolgere questa gerarchia e non si può mutare il giusto ordine dei valori. Rischieremmo una tale inversione e mutamento dei valori, se per risolvere il problema noi partissimo da aspetti parziali e non invece "dalla integrale visione dell'uomo e della sua vocazione".
    Ognuno di questi aspetti parziali in se stesso è molto importante e Paolo VI non diminuisce affatto la loro importanza: sia dell'aspetto demografico-sociologico, che bio-psicologico. Al contrario, il Pontefice li considera attentamente. Egli vuole impedire soltanto che uno qualsiasi degli aspetti parziali - qualunque sia la sua importanza - possa distruggere la retta gerarchia dei valori e possa togliere il vero significato all'amore come comunione di persone e all'uomo stesso come persona capace di autentica donazione, nella quale l'uomo non può essere sostituito dalla "tecnica". In tutto questo però il Papa non trascura nessuno degli aspetti parziali del problema, anzi Egli li affronta, stabilendone il contenuto fondamentale e, legata ad esso, la retta gerarchia dei valori. E proprio su questa strada esiste la possibilità di un controllo delle nascite e quindi anche la possibilità di risolvere le difficoltà socio-demografiche. E perciò Paolo VI ha potuto scrivere con tutta sicurezza, che "i pubblici poteri possono e devono contribuire alla soluzione del problema demografico" (n. 23). Quando si tratta dello aspetto biologico e anche di quello psicologico - come appunto insegna l'enciclica - la via della realizzazione dei rispettivi valori passa attraverso la valorizzazione dell'amore stesso e della persona. Ecco le parole dell'eminente biologo, professore P. P. Grasset dell'Accademia delle Scienze: "L'enciclica va d'accordo con i dati di biologia, rammenta ai medici i loro doveri e all'uomo segna la via, sulla quale la sua dignità - così da parte fisica come da quella morale - non subirà nessuna offesa (Le Figaro, 8 ottobre 1968).
    Si può dire che l'enciclica penetra nel nucleo di questa problematica universale che ha impegnato il Concilio Vaticano ii. Il problema dello sviluppo "del mondo", sia nelle sue istanze moderne, come pure nelle sue prospettive più lontane, desta una serie di domande che l'uomo si pone su se stesso. Alcune di esse, sono espresse nella Costituzione pastorale Gaudium et spes. Non è possibile una giusta risposta a queste domande senza rendersi conto del significato dei valori che decidono dell'uomo e della sua vita veramente umana. Nell'enciclica Humanae vitae Paolo VI si impegna nell'esame di questi valori nel loro punto nevralgico.


    Profilo evangelico
    L'esame dei valori e attraverso di esso la norma stessa della paternità responsabile formulata nell'enciclica Humanae vitae portano su di sé una particolare impronta del Vangelo. Ciò conviene ancora rilevare alla fine delle presenti considerazioni, sebbene fin dall'inizio nessuna altra idea sia stata il loro filo conduttore. Le questioni che agitano gli uomini contemporanei "esigevano dal Magistero della Chiesa una nuova approfondita riflessione sui principi della dottrina morale del matrimonio: dottrina fondata sulla legge naturale, illuminata ed arricchita dalla Rivelazione divina" (n. 4). La Rivelazione come espressione dello eterno pensiero di Dio ci permette e nello stesso tempo ci comanda di considerare il matrimonio come la istituzione per trasmettere la vita umana, nella quale i coniugi sono "liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore" (n. 1).
    Cristo stesso ha confermato questa loro perenne dignità e ha innestato l'insieme della vita matrimoniale nell'opera della Redenzione e l'ha inserita nell'ordine sacramentale. Dal sacramento del matrimonio "i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l'adempimento fedele dei propri doveri, per l'attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte al mondo" (n. 25). Essendo stata esposta nell'enciclica la dottrina della morale cristiana, la dottrina della paternità responsabile, intesa come retta espressione dell'amore coniugale e della dignità della persona umana, costituisce un'importante componente della testimonianza cristiana.
    E ci pare che sia proprio di questa testimonianza un certo sacrificio che l'uomo deve compiere per i valori autentici. Il Vangelo conferma costantemente la necessità di un tale sacrificio e anzi lo conferma l'opera stessa, della Redenzione che si esprime totalmente nel Mistero Pasquale. La croce di Cristo è diventata il prezzo della redenzione umana. Ogni uomo che cammina sulla via dei veri valori, deve assumere qualche cosa di questa croce come prezzo che egli stesso deve pagare per i valori autentici. Questo prezzo consiste in un particolare sforzo: "la legge divina, come scrive il Papa, richiede serio impegno e molti sforzi", e subito aggiunge che "tali sforzi sono nobilitanti per l'uomo e benefici per la comunità umana" (n. 20).
    L'ultima parte dell'enciclica è un appello a questo serio impegno e a questi sforzi, sia all'indirizzo delle comunità, affinché "creino un clima favorevole all'educazione della castità" (n. 22), sia a riguardo dei pubblici poteri, come pure agli uomini di scienza, affinché riescano "a dare una base sufficientemente sicura ad una regolazione delle nascite, fondata sull'osservanza dei ritmi naturali" di fecondità (n. 24). L'enciclica fa appello infine ai coniugi stessi, all'apostolato delle famiglie per la famiglia, ai medici, ai sacerdoti e ai vescovi come pastori delle anime.
    Agli uomini contemporanei, irrequieti e impazienti, e nello stesso tempo minacciati nel settore dei più fondamentali valori e principi, il Vicario di Cristo rammenta le leggi che reggono questo, settore. E poiché essi non hanno pazienza e cercano delle semplificazioni e delle apparenti facilitazioni, Egli ricorda loro quale debba essere il prezzo per i veri valori e quanta pazienza e sforzo occorra per raggiungere questi valori. Sembra che attraverso tutte le argomentazioni e appelli dell'enciclica, pieni per altro di una drammatica tensione, ci giungano le parole del Maestro: "con la vostra perseveranza salverete le vostre anime" (Luca, 21, 19). Poiché in definitiva si tratta proprio di questo.

    (©L'Osservatore Romano - 28-29 luglio 2008)

  5. #15
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  6. #16
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    «Humanae vitae, fedeli alla verità dell’amore umano»

    DA
    ROMA SALVATORE MAZZA
    U
    n «atto di magistero autentico», poi «confermato da altri atti di magistero fino a configurarsi oggi come parte del magistero ordinario universale della Chiesa». Un insegnamento «che si inserisce nel contesto organico della dottrina cattolica, nella quale non è mai possibile separare la verità su Dio da quella sull’uomo, la fede da credere dalla prassi da attuare nella vita quotidiana». È monsignor Livio Melina, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, a sintetizzare in questo modo il significato e, soprattutto, l’attualità della Humanae vitae, firmata il 25 luglio del 1968 da Paolo VI.

    Che cosa significò, 40 anni fa, la pubblicazione di questa enciclica?
    Da parte di Papa Paolo VI, fu un atto di fedeltà a Cristo e alla verità dell’amore umano, in un contesto di opinione pubblica fortemente manipolato in senso contrario alla morale cattolica. Gli allarmi sulla sovrappopolazione e le lusinghe della rivoluzione sessuale avevano fatto breccia anche all’interno della comunità cristiana. Inoltre non mancava chi pensò che l’«aggiornamento» auspicato dal Vaticano II dovesse comportare una rottura con la tradizione. Con grande coraggio il Papa seppe levare la sua voce controcorrente per rivendicare l’integrale verità dell’amore coniugale come dono di sé, mai intenzionalmente chiuso alla vita.


    Ci furono, all’epoca, molte contestazioni, anche in seno alla Chiesa, e ancora oggi si continua spesso a presentare la «Humanae vitae» come «oscurantista». Erano e sono tutte infondate quelle contestazioni? Perché non pochi teologi dissentirono dalla po- sizione espressa in quel testo?
    Di fronte ad un contesto culturale profondamente cambiato, credo che ci fosse un grave ritardo della teologia, in particolare della teologia morale, nel comprendere i fondamenti di quella posizione che appartiene, peraltro, alla grande tradizione vissuta e predicata della Chiesa. L’impostazione casistica e legalistica della morale, bloccata in una contrapposizione tra coscienza e legge, non era in grado di fondare la norma etica. I primi tentativi di personalismo, pur giusti nella loro intenzione di superare una visione riduttiva della sessualità, finivano per non rendere conto del valore del corpo e del significato procreativo iscritto da Dio nel sesso. In questo contesto di insufficienza del pensiero teologico, sembrava a molti che l’attenzione pastorale verso le coppie dovesse portare a un
    cambiamento della norma morale, da sempre insegnata nella Chiesa, circa la verità integrale dell’atto coniugale. Il successivo sviluppo dell’antropologia teologica e della morale, maturato in piena fedeltà alle indicazioni di Humanae vitae, ha mostrato che altra era la via per dare ragione ad alcune giuste istanze percepite da chi dissentiva.

    Quanto, del magistero successivo, può dirsi ispirato dall’enciclica?

    Il magistero della Chiesa si è successivamente sviluppato non nella rottura, ma nella continuità, confermando la dottrina dell’enciclica e approfondendone le motivazioni. Preparando e accompagnando il Sinodo dei Vescovi del 1980 sulla famiglia, Giovanni Paolo II ha offerto alla Chiesa il grande tesoro delle sue catechesi del mercoledì – 1979-1984 – sulla «teologia del corpo», che costituiscono
    un corpo dottrinale la cui ricchezza attende ancora di venire pienamente esplorata e messa in valore. In esse il significato nuziale del corpo, nella sua differenza sessuale e nella sua chiamata al dono di sé, è intimamente connesso con la dimensione procreativa, che è costitutiva della verità dell’atto coniugale.

    E che si può dire di Papa Ratzinger?

    Il suo insegnamento, in particolare quello sulla teologia dell’amore dell’enciclica
    Deus caritas est, ha permesso di vedere il radicamento dell’amore umano nell’amore divino, collegando la questione dell’amore coniugale non solo alla questione antropologica, ma anche a quella teologica: l’uomo e la donna sono infatti creati a immagine di un Dio trinitario, in cui dono di sé e fecondità sono costitutivi. Così si può vedere che l’insegnamento dell’enciclica di Paolo VI non è un episodio isolato e imbarazzante, che si potrebbe mettere facilmente da parte nella pastorale.

    Perché ancora oggi quel testo può considerarsi completamente «moderno»?

    Più che moderno – come si suol dire: «chi sposa la moda rimane presto vedovo» – direi piuttosto che l’enciclica montiniana è
    attuale, proprio perché è autenticamente profetica: dice cioè quella parola che viene da Dio e che ha un valore permanente, perché non è ispirata dalle mode o dal desiderio di compiacere, ma dalla carità autentica sempre radicata nella verità. Il profeta dice una parola che talvolta è scomoda ed anche rifiutata, ma che contiene in sé una giudizio ed un’indicazione di vita, che alla lunga si afferma. A distanza di quarant’anni siamo in grado di comprendere come quella parola difficile e scomoda sia ancor oggi un giudizio discriminante sull’evoluzione dei costumi in un ambito così decisivo per la vita dell’uomo, com’è quello della sessualità. L’erotismo pervasivo e devastante la vita quotidiana di tante persone, di tanti giovani, e che si è affermato come un nuovo idolo che chiede le sue vittime, non è forse già giudicato dalla parola che aveva indicato nell’amore il contesto della sessualità e nell’unità del significato unitivo e procreativo il criterio per un esercizio della sessualità come autentico dono di sé? Tutto ciò non è solo teoria, e lo so bene per tanti incontri e tante esperienze, in Italia e in tante parti del mondo.

    Che cosa rileva da queste esperienze?

    Ci sono innumerevoli coppie di sposi, riunite in associazioni e movimenti, che nella fiducia alla Chiesa e nel sacrificio, hanno seguito una via forse più difficile, ma certo felice ed hanno scoperto che la norma della Chiesa non è un limite oscurantista, ma la condizione perché la libertà possa svilupparsi e crescere nell’amore. Esse sono la dimostrazione vivente della verità della
    Humanae vitae, quarant’anni dopo. Per concludere direi che oggi, celebrando il quarantesimo dell’enciclica, possiamo dire di essere molto più consapevoli che non si tratta semplicemente di un moralismo arretrato, ma di una visione nuova dell’uomo e della donna, dell’amore e del corpo: una visione che certamente la fede illumina, ma che trova una profondissima corrispondenza nel cuore di ciascuno.

    Padre Lombardi: nella lettera aperta sull’enciclica «propaganda e accuse manifestamente infondate»

    I
    l «no» della Chiesa cattolica alla contraccezione quale «causa della diffusione dell’Aids»? Un’accusa «manifestamente infondata». Così padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, replica alla Lettera aperta al Papa firmata da un cartello di associazioni, il Catholics for choice, nella quale si stigmatizza senza riserve la posizione cattolica in materia di contraccezione. Una lettera, quella apparsa ieri a pagamento sul Corriere della Sera, che «attacca radicalmente » l’enciclica Humanae vitae nel 40° della sua pubblicazione e che – afferma ancora il direttore della Sala stampa vaticana – pretende di parlare di vita coniugale e di sessualità senza mai usare la parola «amore».
    Padre Lombardi ha affidato ai microfoni della Radio Vaticana alcune «osservazioni» sulla lettera. La prima: «I firmatari sono un certo numero di gruppi ben noti per le loro posizioni contestatrici, che non si limitano al solo insegnamento sulla morale coniugale, ma riguardano molti altri argomenti – ad esempio l’ordinazione delle donne – e si pongono quindi da tempo in antitesi con il magistero della Chiesa. Quindi, nulla di nuovo. Inoltre, la lunghezza della serie dei gruppi nominati non deve impressionare, poiché si tratta spesso delle diverse sezioni nazionali dello stesso gruppo, e diversi gruppi
    sono assai poco significativi».
    Scorrendo l’elenco dei firmatari si trovano reti e soggetti che vanno da «Noi siamo Chiesa» (il gruppo italiano al fianco di quelli francese o portoghese) a «Católicas por el derecho a decidir» (con le sue articolazioni nei vari Paesi latino americani), dalla canadese «Catholics for a free choice» alla britannica «Catholic Women’s Ordination ». Molte le sigle operanti negli Stati Uniti e nel Centro e Nord Europa. Sulla
    Humanae vitae – è l’accusa contenuta nella loro lettera – «le gerarchie cattoliche hanno fondato la loro politica di opposizione alla contraccezione, che ha avuto effetti catastrofici sui poveri e i deboli di tutto il mondo, mettendo in pericolo la vita delle donne ed esponendo milioni di persone al rischio di contrarre l’Hiv».
    Replica padre Lombardi: «L’accusa più dura, che cioè la posizione cattolica sia causa della diffusione dell’Aids, e quindi di dolore e di morte, ostacolando politiche illuminate di sanità pubblica, è manifestamente infondata. La diffusione dell’Aids – afferma il portavoce vaticano – è del tutto indipendente dalla confessione religiosa delle popolazioni e dall’influsso delle gerarchie ecclesiastiche, e le politiche di risposta all’Aids fondate principalmente sul*la diffusione dei preservativi sono largamente fallite. La risposta all’Aids
    richiede interventi ben più profondi e articolati, in cui la Chiesa è attiva su molti fronti».
    «Ma soprattutto – sottolinea padre Lombardi – la 'lettera' non tocca neanche da lontano la vera questione che è al centro della
    Humanae vitae, cioè il nesso fra il rapporto umano e spirituale fra i coniugi, l’esercizio della sessualità come sua espressione e la sua fecondità. In tutta la lettera, la parola
    amore
    non compare mai. Sembra che ai gruppi firmatari questo non interessi per nulla. Nella sola contraccezione sembra risiedere per essi la sola speranza delle coppie e del mondo». Segue il suggerimento ai firmatari: per comprendere il significato dell’enciclica e il suo valore «profetico » – si pensi a come Paolo VI seppe prefigurare il rischio che la politica e la tecnica potessero invadere la sfera più intima, costituiva e sorgiva, della vita umana – si rilegga il discorso che Benedetto XVI tenne il 10 maggio scorso ai partecipanti al congresso internazionale promosso dalla Lateranense proprio nel 40° della Humanae vitae. Tira le somme padre Lombardi: «È evidente che non si tratta di un articolo che esprima una posizione teologica o morale, ma di una propaganda a pagamento a favore dell’uso dei contraccettivi. Viene anche da domandarsi chi l’ha pagata e perché».
    Lorenzo Rosoli


    fonte: Avvenire: 26 luglio 2008
    Ultima modifica di PaoVac; 28-07-2008 alle 20:12

  7. #17
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    Citazione Originariamente Scritto da wilpapa Visualizza Messaggio
    che bello l'articolo di Karol Wojtyla
    Una sua lettura accurata fornisce molte delle risposto alle domande formulate spesso sul forum.

  8. #18
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    Quarant’anni di «Humanae vitae»

    Oggi che le promesse di felicità della rivoluzione sessuale si sono infrante, possiamo finalmente capire la bellezza e il valore profetico dell’enciclica pubblicata da Paolo VI nel 1968

    di Lucetta Scaraffia



    Il fatidico Sessantotto non è da ricordare solo per le rivolte studentesche: quell’anno, negli ultimi giorni di luglio, Paolo VI pubblicò l’enciclica Humanae vitae. Mai documento papale fu più in controtendenza rispetto alla cultura del tempo. A partire dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento, infatti, l’aumento costante della popolazione mondiale – per la prima volta nella storia, anche nei Paesi poveri – fece nascere una paura irrazionale. Questa si tradusse in una politica di diffusione a tappeto, e spesso anche in forme non volontarie, del controllo delle nascite in tutto il mondo da parte delle grandi organizzazioni internazionali. La paura della «bomba umana» portò infatti le Nazioni Unite, proprio nel 1968, a proclamare un nuovo diritto umano, quello alla «pianificazione familiare».
    Nello stesso tempo si stava affermando nelle società occidentali la cosiddetta «rivoluzione sessuale», predicata da psicanalisti allievi di Freud come Reich, Fromm e Marcuse, i quali sostenevano che all’origine dell’aggressività e dell’autoritarismo vi fosse la repressione dell’istinto sessuale causata dalla morale cristiana. I loro libri, tradotti e discussi, cambiarono la mentalità delle società occidentali, insieme con il «rapporto Kinsey» sul comportamento sessuale, uscito nel 1948 negli Stati Uniti e tradotto in italiano nel 1955.

    Kinsey era un entomologo, che si era prefisso di studiare il comportamento sessuale degli esseri umani esattamente come faceva con quello degli insetti: interessato, quindi, solo agli atti fisici, finalizzati esclusivamente al raggiungimento del piacere. Per praticare questa conclamata libertà sessuale, e controllare le nascite, era necessario trovare un metodo facile e sicuro: la scoperta della pillola che impediva l’ovulazione da parte del dottor Pincus all’inizio degli anni Sessanta, permise così la «rivoluzione».
    La Chiesa – che già nel 1930 si era opposta al controllo delle nascite con l’enciclica Casti connubii, negando ogni liceità alle pratiche che separavano la sessualità dalla procreazione – si trovò dunque davanti a una situazione difficile e per molti versi nuova. Anche all’interno del mondo cattolico, infatti, si stava diffondendo l’idea che l’atto sessuale costituisse un elemento essenziale per rafforzare l’amore fra i coniugi, ormai considerato come il vero fine del matrimonio. Il matrimonio viene percepito pertanto sempre più come una istituzione umana, finalizzata soprattutto al raggiungimento di una realizzazione affettiva e sessuale individuale, e in quanto tale esposto alla fragilità dei desideri umani.
    Questo preoccupa la Chiesa, che vede in pericolo l’irreversibilità del vincolo, ma soprattutto scorge in questa umanizzazione una vera e propria cancellazione di Dio dal rapporto fra gli sposi, se pure credenti: solo il fine della procreazione, che vede gli sposi interagire con la volontà divina, può riportare Dio nel vincolo, e restituire alla sessualità quel profondo significato simbolico e spirituale che la tradizione cristiana gli aveva sempre attribuito.
    Paolo VI con la sua enciclica accetta per la prima volta il fine unitivo del rapporto fra i coniugi come centrale nel matrimonio al pari della procreazione, e consente pure una «regolazione delle nascite» a patto che questa venga praticata con metodi naturali, con l’invito agli scienziati a intraprendere ricerche in questo campo. La sua richiesta verrà esaudita, qualche anno più tardi, da due medici australiani, i coniugi Billings, che scopriranno un metodo naturale realmente efficace. Oggi, quando le promesse di felicità della rivoluzione sessuale si sono infrante contro una realtà ben diversa, possiamo finalmente capire la bellezza e il valore profetico di questa enciclica, ancora in gran parte misconosciuta.


    fonte:http://www.messaggerosantantonio.it/messaggero/home.asp
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  9. #19
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    Vescovi del Canada: la “Humanae Vitae”, una Enciclica “profetica”.

    Invitano i fedeli a “integrare” i suoi insegnamenti nella vita.

    I Vescovi canadesi hanno scritto una Lettera pastorale ai loro fedeli in occasione del 40° anniversario della promulgazione dell'Enciclica Humanae vitae, che definiscono “profetica”, invitando a riscoprirla e a “integrare” nella vita i suoi “importanti insegnamenti”.

    La Lettera, approvata dall'Assemblea Plenaria dei Vescovi e resa pubblica il 26 settembre scorso, festa dei Martiri Canadesi, afferma che l'Enciclica di Paolo VI “è molto più di un 'no' alla contraccezione”.

    “Il documento approfondisce la trasmissione della vita umana”, “il compito più serio in cui la coppia sposata collabora in modo libero e responsabile con il Creatore”, e che è “intimamente collegato alla vita e alla felicità degli esseri umani”, affermano.

    In questo senso, i presuli insistono sull'importanza della “teologia del corpo” sviluppata in seguito da Giovanni Paolo II, che ritengono una “rivoluzione” che “avrà effetti molto positivi sul cristianesimo del XXI secolo”.

    “Invitiamo i nostri fedeli ad essere i primi a sperimentare il suo potenziale liberatore”, esortano.

    Il grande apporto della Humanae Vitae e di Giovanni Paolo II è quello di mostrare “il progetto di Dio riguardo all'amore umano” nei suoi aspetti “naturali, soprannaturali ed eterni”, così come il “significato sponsale del corpo umano”.

    “Dio ha fatto del matrimonio, e più specificamente dell'atto coniugale un'espressione del suo amore, e la questione è questa: come ama Dio? Cristo, Dio fatto uomo, ci dà la risposta: riflettendo sulla Croce e sull'Eucaristia, vediamo che questo amore si dona 'fino alla fine'. E' questo l'amore al quale sono chiamati gli sposi”.

    L'aborto, la sterilizzazione e la contraccezione, quindi, “sono opposti alla volontà del Creatore”, aggiungono.

    La paternità e la maternità devono dunque “essere guidate dallo Spirito Santo”. “Gli sposi che scelgono la pianificazione naturale riconoscono nell'altro la sua dignità di persona, incluso il dono della sua fertilità”.

    La Humanae Vitae e la teologia del corpo, spiegano i Vescovi, “rappresentano una grande opportunità per un mondo che spesso è troppo occupato a difendere se stesso contro lo straordinario potenziale di vita della sessualità”.

    “Sulla scia di questi due Papi profetici, la Chiesa, esperta di umanità, lancia un messaggio inaspettato: la sessualità è amica dell'uomo, un dono di Dio”, concludono.


    FONTE: ZENIT.org

  10. #20
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    Aspetti teologici e dottrinali dell'«Humanae vitae»

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    "Humanae vitae: attualità e profezia di un'enciclica" è il titolo del congresso internazionale che si svolge il 3 ottobre nella sede romana dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Il cardinale arcivescovo di Bologna ha sintetizzato per noi i temi della sua lectio magistralis.

    di Carlo Caffarra


    L'enciclica Humanae vitae ha avuto in questi quarant'anni trascorsi dalla pubblicazione un destino singolare: a una discussione di intensità sconosciuta per qualsiasi documento pontificio precedente è seguito un silenzio pressoché totale. (...) Nel primo ventennio dopo la pubblicazione, la riflessione e/o la contestazione riguardava la praticabilità della norma morale insegnata da Humanae vitae e l'autorevolezza dell'insegnamento. (...) Questo approccio presupponeva comunque la verità di ciò che l'enciclica prescriveva. Meglio: il bene che la norma difendeva era ritenuto vero bene. È precisamente a questo livello che nel secondo ventennio è avvenuta la "crisi dell'Humanae vitae". Mi spiego.
    La materia del contendere non è più la praticabilità della norma insegnata, e/o l'obbligatorietà dell'assenso del credente alla medesima in ragione del soggetto docente. La materia del contendere è costituita dalla domanda circa la verità del bene che l'Humanae vitae intende difendere. Cioè: è vero o è falso che la connessione fra capacità unitiva e capacità procreativa unite nella sessualità è un bene propriamente morale? Si passa dal pensare: "ciò che la Chiesa insegna non è praticabile o comunque non obbliga semper et pro semper", al pensare: "ciò che la Chiesa insegna è falso". La domanda sulla verità è il nodo "problematico attuale".
    La radicalizzazione del confronto con l'Humanae vitae è uno dei molti aspetti del confronto che la proposta evangelica oggi vive con la post-modernità occidentale. Esso non avviene più, almeno principalmente, sul piano della prassi: è ragionevole, è possibile praticare ciò che la proposta cristiana esige o proibisce?
    Lo scontro avviene sul piano veritativo. Il cristianesimo non dice la verità circa il bene dell'uomo, poiché il discorso religioso come tale non ha rilevanza veritativa. Il cristianesimo, allo stesso modo di ogni altra proposta religiosa, fa parte ad uguale diritto del "supermarket delle religioni": ciascuno prende il prodotto secondo le sue preferenze, senza possibilità di una ragionevole argomentazione capace di giustificare la scelta in modo condivisibile. (...) Verità e cristianesimo sono due categorie di genere essenzialmente diverso. L'uso della ragione, come facoltà del vero, non è da ritenersi conditio sine qua non di individuazione, comprensione e libera accoglienza del Dono divino. Questo si ritiene per lo più oggi.
    Non voglio ora però procedere in una riflessione di carattere generale su questo che costituisce uno dei grandi temi e delle "grandi sfide" del magistero di Benedetto XVI.
    Vorrei piuttosto verificare come tutti i presupposti veritativi di carattere antropologico alla base dell'Humanae vitae siano stati progressivamente erosi. Questa erosione ha reso l'Humanae vitae non impraticabile, ma impensabile; ne ha dimostrato la (supposta!) falsità.
    L'affermazione centrale dell'Humanae vitae si fonda sulla (percezione della) presenza di un bene morale nel fatto che l'atto sessuale coniugale fertile sia al contempo unitivo e procreativo. La compresenza delle due capacità non è un mero dato di fatto, ma ha in se stessa una preziosità di carattere etico che esige di essere rispettata. Questo atto di intelligenza si fonda su alcuni presupposti antropologici che devo solo telegraficamente richiamare.
    Il primo. La persona umana è sostanzialmente una nella sua composizione di materia e spirito (cfr. Costituzione pastorale Gaudium et spes, 14, 1, EV 1/1363). Pertanto il rapporto fra l'io-persona ed il corpo non è solo di proprietà [ho il mio corpo] e quindi di uso.
    Il secondo. La dimensione biologica della sessualità umana è linguaggio della persona, dotato di un suo significato proprio, di una sua grammatica.
    Il terzo. La grammatica che regge il linguaggio della persona che è la sessualità, è la grammatica del dono di sé. Da ciò deriva che il rispetto di questa grammatica esige una profonda, intima integrazione fra èros e agàpe, fra pàthos, èros e lògos.
    Ora, la mia convinzione è che tutti e tre questi presupposti sono stati nella postmodernità occidentale completamente erosi.
    Il primo è stato demolito in una duplice direzione, affermando una natura senza libertà o una libertà senza una natura. (...) Il secondo è stato demolito dalla vittoria che l'etica utilitaristica ha ottenuto nell'èthos occidentale. Essa nega l'esistenza di ragioni incondizionatamente e universalmente capaci di giustificare una scelta libera. (...) Il terzo presupposto appare ampiamente demolito nel vissuto attuale in cui pàthos, lògos, èthos sono ormai completamente separati. Ed è questo il nodo che l'etica contemporanea si dimostra sempre più incapace di sciogliere.
    Perciò l'Humanae vitae nella postmodernità è diventata ormai incomprensibile perché è diventata completamente impensabile.
    A una lettura più profonda di tutta la vicenda tuttavia risulta che l'insegnamento dell'Humanae vitae è la risposta, è l'indicazione della via d'uscita da una sorta di prigione in cui l'uomo stava chiudendo se stesso. Parlare dunque di attualità dell'Humanae vitae, della sua rilevanza profetica non è retorica.
    Che l'uomo oggi sia in pericolo nella sua propria umanità, è difficile negare. Ed allora mi chiedo: che cosa oggi mette in pericolo l'humanitas della persona come tale? La mia risposta è: l'avere sradicato l'esercizio della libertà dalla [consapevolezza della] verità circa l'uomo. Posso formulare questa stessa risposta nel modo seguente: è la negazione che esista una natura della persona come criterio valutativo delle scelte della nostra libertà.
    Che questa posizione metta a rischio l'humanum di ogni persona risulta dalle seguenti considerazioni.
    Se prendiamo in considerazione la produzione delle norme di cui necessita ogni società (ubi societas ibi jus) e partiamo dal presupposto della negazione della natura nel senso suddetto, si deve pensare che la condizione sufficiente per costituire tutte le norme è esclusivamente il consenso delle parti, che normalmente si manifesta attraverso la votazione.
    La difesa della persona è affidata alla buona disposizione di chi esercita il potere (in tutti i sensi: anche il potere del politically correct), e viene tolta dalle coscienze la scriminante fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, fra ciò che è prevaricazione morale dell'altro e riconoscimento dell'altro.
    Possiamo prendere in considerazione anche la condizione della singola persona nel contesto della negazione di una sua natura.
    È ancora pensabile la possibilità del male morale? Del male morale inteso come il modo di esercitare la propria libertà contro il bene di chi la esercita. Se infatti è la libertà stessa a decidere non di compiere il bene o il male, ma a stabilire che cosa è bene o che cosa è male; se attribuisco alla libertà il potere di determinare la verità delle sue scelte, parlare di male morale non ha senso. Il dramma della libertà - possibilità di negare colle proprie scelte ciò che si è affermato vero colla propria ragione - si trasforma in una farsa. Ciò che sembra essere esaltazione suprema della libertà è in realtà la sua degradazione a mero spontaneismo.
    Quanto detto finora acquista un significato più profondo se pensiamo al potere tecnico di cui l'uomo è venuto in possesso in questi ultimi quarant'anni. Sradicare la libertà dalla verità, negare che esista una natura umana nel contesto di possibilità tecniche sempre più estese, rischia di consegnare l'humanum a prevaricazioni senza limiti. Affermare la relatività di ogni forma di umanità rischia di privare il potere tecnico di ogni criterio di giustizia. Ciò che sto dicendo non significa che dobbiamo scegliere fra tecnica ed etica. Ma che non possiamo radicare la tecnica in un'etica senza verità. O - il che equivale - umiliare e degradare la ragione a una mera ratio technica. È una delle grandi sfide che il pontificato di Benedetto XVI sta lanciando al mondo: o si allargano gli spazi della ragione o l'uomo è in pericolo mortale.
    Che cosa ha a che fare tutta questa riflessione, qualcuno potrebbe chiedersi, con l'Humanae vitae? Essa mostra in quale condizione oggi si trova l'Humanae vitae: quale è il suo permanente significato; il suo permanente significato profetico.
    Ho parlato di "natura della persona umana". Secondo l'antropologia giudaico-cristiana, il corpo entra nella costituzione della persona. La persona umana è persona-corpo (persona corporea). Ne deriva che lo statuto ontologico della persona appartiene anche al suo corpo. La coscienza di sé non è disincarnata: è la coscienza di sé come soggetto-corpo. Ho la coscienza che è lo stesso io che comprende un teorema di matematica, e che mangia. Così come l'altro è conosciuto e ri-conosciuto nel e mediante il suo corpo. È il corpo il linguaggio della persona.
    Da ciò deriva una conseguenza d'importanza fondamentale.
    La conseguenza riguarda la concezione della sessualità umana: del suo lògos e del suo èthos. La sua ratio - il suo lògos - consiste nel fatto che l'esercizio della sessualità è linguaggio della persona, e quindi espunge da sé ogni separazione fra biologia (del sesso) e relazionalità (della persona). È l'unità di biologia e relazionalità che definisce la natura della sessualità umana; e la custodia di questa unità definisce l'èthos della sessualità umana.
    La possibilità tecnica di separare la fertilità dall'esercizio della sessualità fu chiaramente intuita da Paolo VI e come la negazione radicale del lògos-èthos della sessualità umana e, soprattutto, come una "svolta epocale" nel rapporto fra l'uomo e la tecnica. In questo sta il permanente valore profetico di quel documento. Vediamo le cose più in particolare.
    Ho parlato di negazione radicale del lògos-èthos della sessualità umana. La contraccezione chimica rendeva pensabile e praticabile un (supposto) vero atto di amore coniugale manipolando sostanzialmente la sua biologia. Veicolava nella coscienza dell'uomo e della donna l'idea che il vero amore era quello che unisce le persone dei coniugi, facendo un qualsiasi uso del proprio corpo a misura decisa dai due. Una "misura di uso" che ora la tecnica poteva stabilire.
    Se l'atto di porre le condizioni del concepimento di una persona non entrava nella costituzione della libera relazionalità intra-coniugale, era solo questione di tempo per dedurre che lo stesso atto poteva prescinderne completamente: dieci anni dopo, esattamente, nacque la prima bambina per fecondazione artificiale. La separazione della biologia dalla relazionalità era completa. Ho parlato di svolta epocale nella costituzione del rapporto tra uomo e tecnica. Il concepimento di una nuova persona si trasforma da "mistero" degno di venerazione in "problema" da risolvere. Paolo VI intuì che questa trasformazione rischiava di consegnare l'humanum come tale ad un destino tecnologico; rischiava di mettere l'humanum a disposizione di un potere di fatto senza limiti. La persona umana era a rischio di perdere la sua assoluta indisponibilità; di perdere la sua non negoziabilità.
    Ci siamo chiesti: in quale condizione versa oggi l'Humanae vitae? Mi sento di rispondere: di drammatica attualità.
    Come ogni profezia, anche l'Humanae vitae è dotata e di una grande forza e di una grande fragilità. La sua fragilità fu dovuta all'impreparazione e all'inadeguatezza del pensiero etico teologico a sostenerne l'insegnamento.
    Il grande magistero di Giovanni Paolo II espresso nel ciclo di catechesi sull'amore umano, ha risposto a queste esigenze. Che ora il profondo magistero di Benedetto XVI sull'agàpe e sul suo rapporto con l'èros ha ulteriormente approfondito.
    La forza della profezia dell'Humanae vitae consiste precisamente nel suo mettere in guardia l'uomo da un potere che potrebbe devastarne la dignità; dal mettere la propria umanità "a disposizione" e di una libertà e di una deliberazione pubblica che non riconosce più l'esistenza di una verità circa l'uomo.
    Ed allora la sfida più urgente è quella educativa: aiutare le giovani generazioni a trascendere se stessi verso la verità. Cioè, ad essere veramente liberi e liberamente veri.



    (©L'Osservatore Romano - 3 ottobre 2008)
    Factum est verbum Dei super Ioannem Zachariae filium in deserto.
    Et venit in omnem regionem circa Iordanem praedicans baptismum paenitentiae.
    (Luc. 3,2-3)

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