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Discussione: L’ enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI

  1. #21
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL CONGRESSO INTERNAZIONALE "HUMANAE VITAE: ATTUALITÀ E PROFEZIA DI UN’ENCICLICA" (ROMA, 3-4 OTTOBRE 2008) , 03.10.2008

    Si è aperto questa mattina, presso l’Auditorium della Cattolica in Roma, il Congresso internazionale "Humanae vitae: attualità e profezia di un’Enciclica" organizzato congiuntamente dal Pontificio Istituto «Giovanni Paolo II» per Studi su Matrimonio e Famiglia e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore.
    All’inizio dei lavori è stata data lettura del seguente Messaggio, che il Papa ha inviato a Mons. Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto «Giovanni Paolo II» per Studi su Matrimonio e Famiglia:


    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE


    A Mons. Livio Melina
    Preside del Pontificio Istituto «Giovanni Paolo II»
    per Studi su Matrimonio e Famiglia


    Ho appreso con gioia che il Pontificio Istituto di cui Ella è Preside e l’Università Cattolica del Sacro Cuore hanno opportunamente organizzato un Congresso Internazionale in occasione del 40° anniversario di pubblicazione dell’Enciclica Humanae vitae, importante documento nel quale è affrontato uno degli aspetti essenziali della vocazione matrimoniale e dello specifico cammino di santità che ne consegue. Gli sposi, infatti, avendo ricevuto il dono dell’amore, sono chiamati a farsi a loro volta dono l’uno per l’altra senza riserve. Solo così gli atti propri ed esclusivi dei coniugi sono veramente atti di amore che, mentre li uniscono in una sola carne, costruiscono una genuina comunione personale. Pertanto, la logica della totalità del dono configura intrinsecamente l’amore coniugale e, grazie all’effusione sacramentale dello Spirito Santo, diventa il mezzo per realizzare nella propria vita un’autentica carità coniugale.
    La possibilità di procreare una nuova vita umana è inclusa nell’integrale donazione dei coniugi. Se, infatti, ogni forma d’amore tende a diffondere la pienezza di cui vive, l’amore coniugale ha un modo proprio di comunicarsi: generare dei figli. Così esso non solo assomiglia, ma partecipa all’amore di Dio, che vuole comunicarsi chiamando alla vita le persone umane. Escludere questa dimensione comunicativa mediante un’azione che miri ad impedire la procreazione significa negare la verità intima dell’amore sponsale, con cui si comunica il dono divino: "se non si vuole esporre all’arbitrio degli uomini la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell’uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni; limiti che a nessun uomo, sia privato sia rivestito di autorità, è lecito infrangere" (Humanae vitae, 17). E’ questo il nucleo essenziale dell’insegnamento che il mio venerato predecessore Paolo VI rivolse ai coniugi e che il Servo di Dio Giovanni Paolo II, a sua volta, ha ribadito in molte occasioni, illuminandone il fondamento antropologico e morale.
    A distanza di 40 anni dalla pubblicazione dell’Enciclica possiamo capire meglio quanto questa luce sia decisiva per comprendere il grande "sì" che implica l’amore coniugale. In questa luce, i figli non sono più l’obiettivo di un progetto umano, ma sono riconosciuti come un autentico dono, da accogliere con atteggiamento di responsabile generosità verso Dio, sorgente prima della vita umana. Questo grande "sì" alla bellezza dell’amore comporta certamente la gratitudine, sia dei genitori nel ricevere il dono di un figlio, sia del figlio stesso nel sapere che la sua vita ha origine da un amore così grande e accogliente.
    E’ vero, d’altronde, che nel cammino della coppia possono verificarsi delle circostanze gravi che rendono prudente distanziare le nascite dei figli o addirittura sospenderle. Ed è qui che la conoscenza dei ritmi naturali di fertilità della donna diventa importante per la vita dei coniugi. I metodi di osservazione, che permettono alla coppia di determinare i periodi di fertilità, le consentono di amministrare quanto il Creatore ha sapientemente iscritto nella natura umana, senza turbare l’integro significato della donazione sessuale. In questo modo i coniugi, rispettando la piena verità del loro amore, potranno modularne l’espressione in conformità a questi ritmi, senza togliere nulla alla totalità del dono di sé che l’unione nella carne esprime. Ovviamente ciò richiede una maturità nell’amore, che non è immediata, ma comporta un dialogo e un ascolto reciproco e un singolare dominio dell’impulso sessuale in un cammino di crescita nella virtù.
    In questa prospettiva, sapendo che il Congresso si svolge anche per iniziativa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, mi è pure caro esprimere particolare apprezzamento per quanto codesta Istituzioneuniversitaria fa a sostegno dell’Istituto Internazionale Paolo VI di ricerca sulla fertilità e infertilità umana per una procreazione responsabile (ISI), da essadonato al mio indimenticabile Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, volendo in questo modo offrire una risposta, per così dire, istituzionalizzata all’appello rivolto dal Papa Paolo VI nel numero 24 dell’Enciclica agli "uomini di scienza". Compito dell’ISI, infatti, è di far progredire la conoscenza delle metodiche sia per la regolazione naturale della fertilità umana che per il superamento naturale dell’eventuale infertilità. Oggi, "grazie al progresso delle scienze biologiche e mediche, l’uomo può disporre di sempre più efficaci risorse terapeutiche, ma può anche acquisire poteri nuovi dalle conseguenze imprevedibili sulla vita umana nello stesso suo inizio e nei suoi primi stadi" (Istruz. Donum vitae, 1). In questa prospettiva, "molti ricercatori si sono impegnati nella lotta contro la sterilità. Salvaguardando pienamente la dignità della procreazione umana, alcuni sono arrivati a risultati che in precedenza sembravano irraggiungibili. Gli uomini di scienza vanno quindi incoraggiati a proseguire nelle loro ricerche, allo scopo di prevenire le cause della sterilità e potervi rimediare, in modo che le coppie sterili possano riuscire a procreare nel rispetto della loro dignità personale e di quella del nascituro" (Istruz. Donum vitae, 8). E’ proprio questo lo scopo che l’ISI Paolo VI ed altri Centri analoghi, con l’incoraggiamento dell’Autorità ecclesiastica, si propongono.
    Possiamo chiederci: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale? Certo, la soluzione tecnica anche nelle grandi questioni umane appare spesso la più facile, ma essa in realtà nasconde la questione di fondo, che riguarda il senso della sessualità umana e la necessità di una padronanza responsabile, perché il suo esercizio possa diventare espressione di amore personale. La tecnica non può sostituire la maturazione della libertà, quando è in gioco l’amore. Anzi, come ben sappiamo, neppure la ragione basta: bisogna che sia il cuore a vedere. Solo gli occhi del cuore riescono a cogliere le esigenze proprie di un grande amore, capace di abbracciare la totalità dell’essere umano. Per questo il servizio che la Chiesa offre nella sua pastorale matrimoniale e familiare dovrà saper orientare le coppie a capire con il cuore il meraviglioso disegno che Dio ha iscritto nel corpo umano, aiutandole ad accogliere quanto comporta un autentico cammino di maturazione.
    Il Congresso che state celebrando rappresenta perciò un importante momento di riflessione e di cura per le coppie e per le famiglie, offrendo il frutto di anni di ricerca, sia sul versante antropologico ed etico che su quello prettamente scientifico, a proposito di procreazione veramente responsabile. In questa luce non posso che congratularmi con voi, augurandomi che questo lavoro porti frutti abbondanti e contribuisca a sostenere i coniugi con sempre maggior saggezza e chiarezza nel loro cammino, incoraggiandoli nella loro missione ad essere, nel mondo, testimoni credibili della bellezza dell’amore. Con questi auspici, mentre invoco l’aiuto del Signore sullo svolgimento dei lavori del Congresso, a tutti invio una speciale Benedizione Apostolica.
    Dal Vaticano, 2 ottobre 2008
    BENEDICTUS PP XVI

    [01537-01.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0616-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

    temo già le bordate della stampa... ed infatti
    http://www.corriere.it/politica/08_o...4f02aabc.shtml

    è anche vero che, come si rileva dal Messaggio del Santo Padre, esiste il problema, serio, della recezione dell'insegnamento sulla contraccezione da parte dei coniugi cattolici...
    non bisogna nascondersi dietro un dito ma prima o poi bisognerà affrontare questo nodo anche con indagini e approfondimenti... senza giri di parole... quante coppie si attengono strettamente ai metodi naturali? quali altri metodi usano?
    Ultima modifica di PaoVac; 03-10-2008 alle 12:00

  2. #22
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    propongo alla riflessione comune questo articolo dal Corriere della Sera on line

    http://www.corriere.it/politica/08_o...4f02aabc.shtml

    riprendo quello che dicevo alla fine del mio ultimo post: se anche il Papa tra le righe, ma neanche troppo velatamente, lo ha detto, prima e poi bisognerà sviluppare una riflessione ed iniziare a parlarne...

  3. #23
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    Il cardinale Bertone al congresso internazionale per il quarantesimo anniversario dell'enciclica di Paolo VI

    Attualità e profezia
    dell'«Humanae vitae»


    Attualità e profezia. L'enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI, a quarant'anni dalla sua pubblicazione, rivela tutta la sua attualità e il grande animo profetico del suo ispiratore, Papa Montini. Lo ha sottolineato il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che sabato mattina 4 ottobre nella basilica di San Pietro, ha presieduto la messa per i partecipanti al congresso internazionale celebrativo della ricorrenza, organizzato a Roma dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo ii per studi su matrimonio e famiglia, in collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
    Una celebrazione che coincide con il giorno della festa di san Francesco d'Assisi. Una coincidenza significativa, ha notato il segretario di Stato nella sua omelia, che mostra come "le due odierne ricorrenze, al di là di un primo superficiale sguardo, sono tra loro convergenti". San Francesco, "un santo popolare e universalmente riconosciuto per la radicalità della sua scelta evangelica e per la sua fedeltà e il suo amore per la Chiesa", ha amato e onorato la vita con tutto se stesso. "Si pensi - ha detto in proposito il porporato - alla sua attenzione e rispetto per la natura, per gli animali per tutto il creato; si pensi specialmente al suo rispetto e amore per la vita umana. Chi più del santo di Assisi ha dato alla vita umana un valore spirituale profondo, considerando la propria vita come dono divino e a Dio offrendola totalmente sì da diventare conforme nei segni della passione a Gesù Cristo"?
    San Francesco considerava la vita quale gratuito dono di Dio, con libertà di cuore; per questo "poteva intrattenersi quasi familiarmente con il creato lodando il Signore nelle sue creature, che chiamava fratelli e sorelle. Ed è proprio questo suo rapportarsi con il mistero della vita, aiuta a comprendere meglio "il profetico magistero del grande Pontefice Paolo VI a proposito della vita umana".
    Nel dibattito che occupa l'opinione pubblica in questo periodo a proposito della dignità della vita umana, dal momento del concepimento al suo termine naturale, la magistrale enciclica di Paolo VI si ripropone come testo da rileggere e da meditara. Ma sarebbe davvero riduttivo, ha precisato il cardinale, rileggerla "come purtroppo non pochi fanno, fermandosi alle critiche aprioristiche rivolte da larghi strati della pubblica opinione, mettendo in secondo piano l'alto insegnamento sul senso e valore dell'inviolabilità della vita dell'uomo, oggi quanto mai manipolata e spesso calpestata".
    Di qui il riferimento all'esemplarità della testimonianza di san Francesco, il quale insegna che solo nell'amore si comprende il mistero della vita con i suoi esigenti risvolti di responsabilità e di libertà. "Solo a partire dal progetto amorevole di Dio - ha detto Bertone - prende senso pieno l'atto coniugale. Ciò, naturalmente, presuppone rispetto e apertura accogliente verso la vita, e non un'attitudine di possesso egoistico. La vocazione dell'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, si realizza in pienezza solo nel dono di sé a Dio e al prossimo. La vita esemplare di Francesco insegna che solo nel rispetto di Dio si giunge a rispettare ogni creatura".
    Il rispetto è forse il valore di cui si sente più la necessità in un mondo sempre più carico di violenza e di morte "perché sempre più povero di amore, quell'amore autentico che genera e nutre la vita. Per questo - ha aggiunto il cardinale - è importante far emergere con chiarezza la bellezza della vita concepita e vissuta come dono di amore. Questo fa parte della nostra vocazione; come cristiani siamo chiamati a farci carico liberamente delle speranze e delle sofferenze dell'umana esistenza, e a rendere tangibile la tenerezza divina che in Cristo ci ha manifestato e donato l'amore capace di vivere in pienezza le stagioni della vita in qualsiasi condizione ci si venga a trovare".
    Riferendosi poi alla preghiera del salmo responsoriale - "Sei tu Signore l'unico mio bene" - il celebrante ha così proseguito: "È vero: solo Dio è il Bene e ciò che da Lui proviene è buono. Ma se Dio viene rigettato, come è possibile capire che cosa è buono, come riconoscere il vero Bene misura di ogni altro bene? Si assiste oggi a un triste rifiuto di Dio; il suo progetto circa la vita con i doveri che comporta, appare come un peso da cui liberarsi, un ostacolo da cui sbarazzarsi per affermare la piena libertà dell'uomo, libertà di gestire se stesso e la vita come "cosa" di cui si ha pieno possesso e non come dono ricevuto e del quale si dovrà rendere un giorno conto. Il Papa Paolo VI, quando emanò l'enciclica Humanae vitae, aveva ben presente questa situazione socioculturale e avvertiva il grave dovere di difendere la nobiltà dell'amore coniugale. In particolare, sentiva indispensabile riaffermare il carattere sacro della vita umana, come elemento imprescindibile per la promozione e il rispetto della persona nel servizio alla verità della fede".
    E torna il richiamo a san Francesco, alla sua testimonianza "che l'uomo di fede sa che il valore dell'esistenza è dato dalla fedeltà al progetto di Dio, riconosciuto come Creatore e Signore della vita". Per cui - come si legge nell'enciclica - "un atto di amore reciproco, che pregiudichi la disponibilità a trasmettere la vita che Dio creatore di tutte le cose secondo particolari leggi vi ha immesso, è in contraddizione sia con il disegno divino, sia con il volere dell'Autore della vita umana" (Humanae vitae, 13)
    Dunque la parola chiave per comprendere l'enciclica è quella dell'amore. Lo sottolineò Papa Benedetto XVI il 10 maggio scorso ai partecipanti a un altro analogo convegno internazionale promosso per questo stesso quarentesimo anniversario. E il cardinale Bertone a questo ha fatto riferimento. Benedetto XVI affermò che l'atto coniugale nell'enciclica "viene descritto all'interno di un processo globale che non si arresta alla divisione tra anima e corpo né soggiace al solo sentimento, spesso fugace e precario, ma si fa carico dell'unità della persona. E ciò è frutto di un amore che sa pensare e scegliere in piena libertà, senza lasciarsi condizionare oltremisura dall'eventuale sacrificio richiesto". "Ecco da dove scaturisce il miracolo della vita - disse ancora Benedetto XVI - che i genitori sperimentano in se stessi, verificando come qualcosa di straordinario quando si compie in loro e tramite loro".
    Come dunque non essere grati al servo di Dio Paolo VI, si è chiesto il segretario di Stato, per un documento che, a quarant'anni di distanza si sta rivelando quanto mai attuale, e che non pochi fuori della Chiesa oggi vanno con onestà apprezzando sempre più?
    "Certo, - ha aggiunto - ne siamo tutti ben consapevoli, accogliere l'insegnamento dell'enciclica non è facile; occorre una sinergia di azioni concomitanti al servizio della vita umana che interessi la coppia, i fidanzati e le famiglie; occorre una ricerca sulla procreazione veramente responsabile che tenga conto di ogni aspetto sia antropologico, come etico e scientifico". Ancora una volta è stato lo stesso Benedetto XVI ad averlo sottolineato nel messaggio che ha fatto pervenire ai partecipanti al Congresso, esortandoli "a proseguire nel cammino che avete intrapreso". "Paternità responsabile - ha concluso il cardinale Bertone - è questione di coraggio e di amore. Le sole risorse umane potrebbero non essere sufficienti; per questo la Chiesa non si stanca di invitare a ricorrere all'aiuto divino. Seguire la legge di Dio, parrebbe a prima vista oneroso, ma così non è. Ce lo ricorda Gesù nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato, invitandoci a prendere il suo giogo sopra di noi e imparare da Lui che è mite e umile di cuore...".



    (©L'Osservatore Romano - 5 ottobre 2008)
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  4. #24
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    Il messaggio dell’Humanae vitae: aspetti teologico-dottrinali.

    Intervento del Card. Caffarra, Arcivescovo di Bologna, nel corso del Congresso internazionale “Humanae vitae: attualità di un'Enciclica”, organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

    L'Enciclica Humanae Vitae [HV] ha avuto in questi quarant'anni trascorsi dalla sua pubblicazione un destino singolare: ad una discussione di intensità sconosciuta per qualsiasi documento pontificio precedente è seguito un silenzio pressoché totale. Il percorso - dalla discussione al silenzio - può essere sinteticamente narrato nel modo seguente.

    Nel primo ventennio dopo la pubblicazione, la riflessione e/o la contestazione riguardava la praticabilità della norma morale insegnata da HV e l'autorevolezza dell'insegnamento. In tale contesto venne elaborato la teoria della gradualità della legge, progressivamente supportata dalle teorie etiche del consequenzialismo e del teleologismo. La discussione sull'HV si è progressivamente, e logicamente, approfondita fino all'elaborazione di teorie etiche generali dalle quali derivava un'interpretazione del testo, che negava l'incondizionatezza della norma ivi insegnata.

    L'altro aspetto del dibattito che caratterizzò il primo ventennio era di carattere ecclesiologico. Riguardava la competenza del Magistero di insegnare con autorità norme morali che esso stesso dice essere di legge naturale. E anche riguardava il grado di autorevolezza con cui il Magistero insegna ciò che insegna in HV.

    Questo approccio ad HV presupponeva comunque la verità di ciò che l'Enciclica prescriveva. Meglio: il bene che la norma difendeva era ritenuto vero bene. È precisamente a questo livello che nel secondo ventennio è avvenuta la "crisi dell'HV". Mi spiego.

    La materia del contendere non è più la praticabilità della norma insegnata [difficile, impossibile, comunque non ineccepibile], e/o l'obbligatorietà dell'assenso del credente alla medesima in ragione del soggetto docente. La materia del contendere è costituita dalla domanda circa la verità del bene che HV intende difendere. Cioè: è vero/è falso che la connessione fra capacità unitiva e capacità procreativa unite nella sessualità è un bene propriamente morale? Si passa dal pensare: "ciò che la Chiesa insegna non è praticabile o comunque non obbliga semper et pro semper", al pensare: "ciò che la Chiesa insegna è falso". La domanda sulla verità è il nodo problematico attuale.

    La mia riflessione seguente parte da questa constatazione, da questo "capolinea" cui è giunto il percorso di questi quarant'anni. E cercherò di rispondere alle seguenti domande: come e perché si è giunti a questa radicalizzazione del confronto/scontro? In quale condizione si trova oggi [l'insegnamento di] HV?

    1. Ragioni della radicalizzazione

    La radicalizzazione del confronto con l'HV è uno dei molti aspetti del confronto che la proposta evangelica oggi vive con la post-modernità occidentale.

    Esso non avviene più, almeno principalmente, sul piano della prassi: è ragionevole, è possibile praticare ciò che la proposta cristiana esige o proibisce.

    Lo scontro avviene sul piano veritativo. Il cristianesimo non dice la verità circa il bene dell'uomo, poiché il discorso religioso come tale non ha rilevanza veritativa. Il cristianesimo, allo stesso modo di ogni altra proposta religiosa, fa parte ad uguale diritto del "super-market delle religioni": ciascuno prende il prodotto secondo le sue preferenze, senza possibilità di una ragionevole argomentazione capace di giustificare la scelta in modo condivisibile. La proposta cristiana non ha, perché non può avere, possibilità di stringere amicizia colla ragione. La domanda: il cristianesimo è una religione vera? Ha lo stesso senso che la domanda: di che colore sono le sinfonie di Mozart? Verità e cristianesimo sono due categorie di genere essenzialmente diverso. L'uso della ragione, come facoltà del vero, non è da ritenersi conditio sine qua non di individuazione, comprensione e libera accoglienza del Dono divino.

    Non voglio ora però procedere in una riflessione di carattere generale su questo tema che costituisce uno dei grandi temi e delle "grandi sfide" del Magistero di Benedetto XVI.

    Vorrei piuttosto verificare come tutti i presupposti veritativi di carattere antropologico che sono alla base di HV siano stati progressivamente erosi. Questa erosione ha reso l'HV non impraticabile, ma impensabile; ne ha dimostrato la (supposta!) falsità.

    Come è a voi noto, l'affermazione centrale di HV si fonda sulla (percezione della) presenza di un bene morale nel fatto che l'atto sessuale coniugale fertile sia al contempo unitivo e procreativo. La compresenza delle due capacità non è un mero dato di fatto, ma ha in se stessa una preziosità di carattere etico che esige di essere rispettata.

    Questo atto di intelligenza si fonda su alcuni presupposti antropologici che devo solo telegraficamente richiamare.

    Il primo. La persona umana è sostanzialmente una nella sua composizione di materia e spirito [«corpore et anima unus», dice il Concilio Vaticano II parlando dell'uomo] (cfr. Cost. past. Gaudium et spes 14,1, EV 1/1363). Pertanto il rapporto fra l'io-persona ed il corpo non è solo di proprietà [ho il mio corpo] e quindi di uso.

    Il secondo. La dimensione biologica della sessualità umana è linguaggio della persona, dotato di un suo significato proprio, di una sua grammatica. Esistono gesti e comportamenti che nella loro dimensione fisica veicolano un senso spirituale. Se il bacio di Giuda ci sconvolge tanto profondamente, è perché il gesto del baciare ha un suo significato proprio: compierlo dandole un altro senso è avvertito come immorale e riprovevole.

    Il terzo. La grammatica che regge il linguaggio della persona che è la sessualità, è la grammatica del dono di sé. Da ciò deriva che il rispetto di questa grammatica esige una profonda, intima integrazione fra eros e agape, fra pathos, eros e logos.

    Ora, la mia convinzione è che tutti e tre questi presupposti sono stati nella post-modernità occidentale completamente erosi.

    Il primo è stato demolito in una duplice direzione, affermando una natura senza libertà o una libertà senza una natura. È stato un processo molto complesso che ha visto e la progressiva riduzione della libertà a spontaneità e una visione della persona tendenzialmente materialista.

    Il secondo è stato demolito dalla vittoria che l'etica utilitaristica ha ottenuto nell'Ethos occidentale. Essa nega l'esistenza di ragioni incondizionatamente e universalmente capaci di giustificare una scelta libera. La scelta libera è giustificabile solo "in relazione a..." []situazione storica, condizione personale ...]. La conseguenza di questa vittoria è che nell'ambito dell'esercizio della sessualità tutto alla fine è diventato giustificabile, purché sia liberamente voluto.

    Il terzo presupposto appare ampiamente demolito nel vissuto attuale in cui pathos, logos, ethos sono ormai completamente separati. Ed è questo il nodo che l'etica contemporanea si dimostra sempre più incapace di sciogliere.

    Concludo questo secondo punto. Esso ha sostenuto la seguente tesi: l'HV nella post-modernità è diventata ormai incomprensibile perché è diventata completamente impensabile.

    2. Condizione attuale di HV

    Ad una lettura più profonda di tutta la vicenda tuttavia risulta che l'insegnamento di HV è la risposta, è l'indicazione della via d'uscita da una sorta di prigione in cui l'uomo stava chiudendo se stesso. Parlare dunque di attualità dell'HV, della sua rilevanza profetica non è retorica. È ciò che cercherò di mostrare in questo secondo punto della mia relazione.

    Che l'uomo oggi sia in pericolo nella sua propria umanità, è difficile negare. Ed allora mi chiedo: che cosa oggi mette in pericolo l'humanitas della persona come tale? La mia risposta è: l'avere sradicato l'esercizio della libertà dalla [consapevolezza della] verità circa l'uomo. Posso formulare questa stessa risposta nel modo seguente: è la negazione che esista una natura della persona come criterio valutativo delle scelte della nostra libertà.

    Che questa posizione metta a rischio l'humanum di ogni persona risulta dalle seguenti considerazioni.

    Se prendiamo in considerazione la produzione delle norme di cui necessità ogni società [ubi societas ibi jus], se partiamo dal presupposto della negazione della natura nel senso suddetto, si deve pensare che la condizione sufficiente per costituire tutte le norme è esclusivamente il consenso delle parti, che normalmente si manifesta attraverso la votazione.

    Inoltre l'iter che porta al consenso, sempre all'interno di quella negazione, può essere pensato e realizzato solo come una controversia tra rivali. Nel senso che i partecipanti alla deliberazione pubblica non hanno alcun referente che li obblighi preventivamente alla discussione pubblica. La controversia sulle ragioni proprie di ciascuno o è risolta sulla base che tutti e ciascuno sono radicati in un verum circa l'uomo, che li fa oltrepassare se stessi verso un bene umano comune, oppure è risolta con l'imposizione del proprio punto di vista, e alla fine dei propri interessi. Come disse il Santo Padre Benedetto XVI all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 18 aprile 2008: «il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con l'applicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti..... Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo».

    La difesa della persona è affidata alla buona disposizione di chi esercita il potere [in tutti i sensi: anche il potere del "politically correct"], e viene tolta dalle coscienze la scriminante fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, fra ciò che è prevaricazione morale dell'altro e riconoscimento dell'altro.

    Possiamo prendere in considerazione anche la condizione della singola persona nel contesto della negazione di una sua natura.

    È ancora pensabile la possibilità del male morale? Del male morale inteso come il modo di esercitare la propria libertà contro il bene di chi la esercita. Se infatti è la libertà stessa a decidere non di compiere il bene o il male, ma a stabilire che cosa è bene / che cosa è male; se attribuisco alla libertà il potere di determinare la verità delle sue scelte, parlare di male morale non ha senso. Il dramma della libertà - possibilità di negare colle proprie scelte ciò che si è affermato vero colla propria ragione - si trasforma in una farsa. Ciò che sembra essere esaltazione suprema della libertà è in realtà la sua degradazione a mero spontaneismo.
    Quanto detto finora acquista un significato più profondo se pensiamo al potere tecnico di cui l'uomo è venuto in possesso in questi quarant'anni dalla pubblicazione di HV. Sradicare la libertà dalla verità, negare che esista una natura umana nel contesto di possibilità tecniche sempre più estese, rischia di consegnare l'humanum a prevaricazioni senza limiti. Affermare la relatività di ogni forma di umanità rischia di privare il potere tecnico di ogni criterio di giustizia. Ciò che sto dicendo non significa che dobbiamo scegliere fra tecnica ed etica. Ma che non possiamo radicare la tecnica in un'etica senza verità. O - il che equivale - umiliare e degradare la ragione a una mera "ratio technica". È una delle grandi sfide che il pontificato di Benedetto XVI sta lanciando al mondo: o si allargano gli spazi della ragione o l'uomo è in pericolo mortale.

    Che cosa ha a che fare tutta questa riflessione, qualcuno potrebbe chiedersi, con l'HV? Essa mostra in quale condizione oggi si trova [l'insegnamento di] HV: quale è il suo permanente significato; il suo permanente significato profetico. HV cioè si trova cioè nella condizione delle "sentinelle della città umana", della profezia.

    Ho parlato di "natura della persona umana". Secondo l'antropologia giudaico - cristiana, il corpo entra nella costituzione della persona. La persona umana è persona - corpo [persona corporea]. Ne deriva che lo statuto ontologico della persona appartiene anche al suo corpo. La coscienza di sé non è disincarnata: è la coscienza di sé come soggetto - corpo. Ho la coscienza che è lo stesso io che comprende un teorema di matematica, e che mangia. Così come l'altro è conosciuto e ri-conosciuto nel e mediante il suo corpo. È il corpo il linguaggio della persona.

    Da questa visione della persona - corpo e del corpo - persona, che ovviamente meriterebbe ben altro approfondimento, deriva una conseguenza di importanza fondamentale. Il corpo umano, mio e dell'altro, non è mai riducibile completamente ad un «oggetto»: da studiare, da manipolare. Se dal punto di vista metodologico mettere fra parentesi la qualità propriamente umana del corpo può essere fruttuoso di risultati cognitivi, non possiamo trasformare una scelta metodologica in una scelta di contenuto.

    L'altra conseguenza di non minore importanza riguarda la concezione della sessualità umana: del suo logos e del suo ethos. La sua ratio - il suo logos - consiste nel fatto che l'esercizio della sessualità è linguaggio della persona, e quindi espunge da sé ogni separazione fra biologia [del sesso] e relazionalità [della persona]. È l'unità di biologia e relazionalità che definisce la natura della sessualità umana; e la custodia di questa unità definisce l'ethos della sessualità umana.

    La possibilità tecnica di separare nel versante della fertilità - scoperta della contraccezione chimica - fu chiaramente intuita da Paolo VI e come la negazione radicale del logos - ethos della sessualità umana e, soprattutto e come una "svolta epocale" nella costituzione del rapporto fra l'uomo e la tecnica. In questo sta il permanente valore profetico di quel documento. Vediamo le cose più in particolare.

    Ho parlato di negazione radicale del logos - ethos della sessualità umana. La contraccezione chimica rendeva pensabile e praticabile un [supposto] vero atto di amore coniugale manipolando sostanzialmente la sua biologia. Veicolava nella coscienza dell'uomo e della donna l'idea che il vero amore era quello che unisce le persone dei coniugi, facendo un qualsiasi uso del proprio corpo a misura decisa dai due. Una "misura di uso" che ora la tecnica poteva stabilire.

    Se l'atto di porre le condizioni del concepimento di una persona non entrava nella costituzione della libera relazionalità intra-coniugale, era solo questione di tempo per dedurre che lo stesso atto poteva prescinderne completamente: dieci anni dopo, esattamente, nacque la prima bambina per fecondazione artificiale. La separazione della biologia dalla relazionalità era completa, ed un fatto compiuto.

    Ho parlato di svolta epocale nella costituzione del rapporto uomo - tecnica. Il concepimento di una nuova persona si trasforma da «mistero» degno di venerazione in «problema» da risolvere. Paolo VI intuì che questa trasformazione rischiava di consegnare l'humanum come tale ad un destino tecnologico; rischiava di mettere l'humanum a disposizione di un potere di fatto senza limiti. La persona umana era a rischio di perdere la sua assoluta indisponibilità; di perdere la sua non negoziabilità.

    Ci siamo chiesti: in quale condizione versa oggi l'HV? Mi sento di rispondere: di drammatica attualità.

    3. Conclusione

    Come ogni profezia, anche HV è dotata e di una grande forza e di una grande fragilità.

    La sua fragilità fu dovuta dall'impreparazione e dalla inadeguatezza del pensiero etico teologico a sostenerne l'insegnamento. La problematica avrebbe dovuto essere affrontata con un'antropologia adeguata, una vera e proprio teologia del corpo, un ripensamento personalista della categoria di legge naturale: di tutto questo difettava l'etica teologica del tempo.

    Il grande Magistero di Giovanni Paolo II espresso nel ciclo di catechesi sull'amore umano, ha risposto a queste esigenze. Che ora il profondo Magistero di Benedetto XVI sull'agape e sul suo rapporto con l'eros ha ulteriormente approfondito. Ma di tutto questo parlerà il prof. Melina.

    La forza della profezia di HV consiste precisamente nel suo mettere in guardia l'uomo da un potere che potrebbe devastarne la dignità; dal mettere la propria umanità "a disposizione" e di una libertà e di una deliberazione pubblica che non riconosce più l'esistenza di una verità circa l'uomo.

    La forza di HV potrà mostrare la sua efficacia solo se uomini e donne non vorranno congedarsi dalla condizione drammatica in cui l'uomo si trova: poter negare colla sua scelta la verità circa se stesso affermata dalla ragione. E il "foglio di congedo" può essere o la negazione della libertà ridotta a spontaneità o la negazione della verità circa l'uomo.

    Ed allora la sfida più urgente è quella educativa: aiutare le giovani generazioni a trascendere se stessi verso la verità. Cioè, ad essere veramente liberi e liberamente veri.


    Il messaggio dell’Humanae vitae: aspetti teologico-dottrinali


    Intervento del Card. Caffarra al Congresso internazionale sull'Enciclica




    ROMA, domenica, 5 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la lezione magistrale pronunciata il 3 ottobre dal Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, nel corso del Congresso internazionale “Humanae vitae: attualità di un'Enciclica”, organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.


    * * *

    L'Enciclica Humanae Vitae [HV] ha avuto in questi quarant'anni trascorsi dalla sua pubblicazione un destino singolare: ad una discussione di intensità sconosciuta per qualsiasi documento pontificio precedente è seguito un silenzio pressoché totale. Il percorso - dalla discussione al silenzio - può essere sinteticamente narrato nel modo seguente.

    Nel primo ventennio dopo la pubblicazione, la riflessione e/o la contestazione riguardava la praticabilità della norma morale insegnata da HV e l'autorevolezza dell'insegnamento. In tale contesto venne elaborato la teoria della gradualità della legge, progressivamente supportata dalle teorie etiche del consequenzialismo e del teleologismo. La discussione sull'HV si è progressivamente, e logicamente, approfondita fino all'elaborazione di teorie etiche generali dalle quali derivava un'interpretazione del testo, che negava l'incondizionatezza della norma ivi insegnata.

    L'altro aspetto del dibattito che caratterizzò il primo ventennio era di carattere ecclesiologico. Riguardava la competenza del Magistero di insegnare con autorità norme morali che esso stesso dice essere di legge naturale. E anche riguardava il grado di autorevolezza con cui il Magistero insegna ciò che insegna in HV.

    Questo approccio ad HV presupponeva comunque la verità di ciò che l'Enciclica prescriveva. Meglio: il bene che la norma difendeva era ritenuto vero bene. È precisamente a questo livello che nel secondo ventennio è avvenuta la "crisi dell'HV". Mi spiego.

    La materia del contendere non è più la praticabilità della norma insegnata [difficile, impossibile, comunque non ineccepibile], e/o l'obbligatorietà dell'assenso del credente alla medesima in ragione del soggetto docente. La materia del contendere è costituita dalla domanda circa la verità del bene che HV intende difendere. Cioè: è vero/è falso che la connessione fra capacità unitiva e capacità procreativa unite nella sessualità è un bene propriamente morale? Si passa dal pensare: "ciò che la Chiesa insegna non è praticabile o comunque non obbliga semper et pro semper", al pensare: "ciò che la Chiesa insegna è falso". La domanda sulla verità è il nodo problematico attuale.

    La mia riflessione seguente parte da questa constatazione, da questo "capolinea" cui è giunto il percorso di questi quarant'anni. E cercherò di rispondere alle seguenti domande: come e perché si è giunti a questa radicalizzazione del confronto/scontro? In quale condizione si trova oggi [l'insegnamento di] HV?

    1. Ragioni della radicalizzazione

    La radicalizzazione del confronto con l'HV è uno dei molti aspetti del confronto che la proposta evangelica oggi vive con la post-modernità occidentale.

    Esso non avviene più, almeno principalmente, sul piano della prassi: è ragionevole, è possibile praticare ciò che la proposta cristiana esige o proibisce.

    Lo scontro avviene sul piano veritativo. Il cristianesimo non dice la verità circa il bene dell'uomo, poiché il discorso religioso come tale non ha rilevanza veritativa. Il cristianesimo, allo stesso modo di ogni altra proposta religiosa, fa parte ad uguale diritto del "super-market delle religioni": ciascuno prende il prodotto secondo le sue preferenze, senza possibilità di una ragionevole argomentazione capace di giustificare la scelta in modo condivisibile. La proposta cristiana non ha, perché non può avere, possibilità di stringere amicizia colla ragione. La domanda: il cristianesimo è una religione vera? Ha lo stesso senso che la domanda: di che colore sono le sinfonie di Mozart? Verità e cristianesimo sono due categorie di genere essenzialmente diverso. L'uso della ragione, come facoltà del vero, non è da ritenersi conditio sine qua non di individuazione, comprensione e libera accoglienza del Dono divino.

    Non voglio ora però procedere in una riflessione di carattere generale su questo tema che costituisce uno dei grandi temi e delle "grandi sfide" del Magistero di Benedetto XVI.

    Vorrei piuttosto verificare come tutti i presupposti veritativi di carattere antropologico che sono alla base di HV siano stati progressivamente erosi. Questa erosione ha reso l'HV non impraticabile, ma impensabile; ne ha dimostrato la (supposta!) falsità.

    Come è a voi noto, l'affermazione centrale di HV si fonda sulla (percezione della) presenza di un bene morale nel fatto che l'atto sessuale coniugale fertile sia al contempo unitivo e procreativo. La compresenza delle due capacità non è un mero dato di fatto, ma ha in se stessa una preziosità di carattere etico che esige di essere rispettata.

    Questo atto di intelligenza si fonda su alcuni presupposti antropologici che devo solo telegraficamente richiamare.

    Il primo. La persona umana è sostanzialmente una nella sua composizione di materia e spirito [«corpore et anima unus», dice il Concilio Vaticano II parlando dell'uomo] (cfr. Cost. past. Gaudium et spes 14,1, EV 1/1363). Pertanto il rapporto fra l'io-persona ed il corpo non è solo di proprietà [ho il mio corpo] e quindi di uso.

    Il secondo. La dimensione biologica della sessualità umana è linguaggio della persona, dotato di un suo significato proprio, di una sua grammatica. Esistono gesti e comportamenti che nella loro dimensione fisica veicolano un senso spirituale. Se il bacio di Giuda ci sconvolge tanto profondamente, è perché il gesto del baciare ha un suo significato proprio: compierlo dandole un altro senso è avvertito come immorale e riprovevole.

    Il terzo. La grammatica che regge il linguaggio della persona che è la sessualità, è la grammatica del dono di sé. Da ciò deriva che il rispetto di questa grammatica esige una profonda, intima integrazione fra eros e agape, fra pathos, eros e logos.

    Ora, la mia convinzione è che tutti e tre questi presupposti sono stati nella post-modernità occidentale completamente erosi.

    Il primo è stato demolito in una duplice direzione, affermando una natura senza libertà o una libertà senza una natura. È stato un processo molto complesso che ha visto e la progressiva riduzione della libertà a spontaneità e una visione della persona tendenzialmente materialista.

    Il secondo è stato demolito dalla vittoria che l'etica utilitaristica ha ottenuto nell'Ethos occidentale. Essa nega l'esistenza di ragioni incondizionatamente e universalmente capaci di giustificare una scelta libera. La scelta libera è giustificabile solo "in relazione a..." []situazione storica, condizione personale ...]. La conseguenza di questa vittoria è che nell'ambito dell'esercizio della sessualità tutto alla fine è diventato giustificabile, purché sia liberamente voluto.

    Il terzo presupposto appare ampiamente demolito nel vissuto attuale in cui pathos, logos, ethos sono ormai completamente separati. Ed è questo il nodo che l'etica contemporanea si dimostra sempre più incapace di sciogliere.

    Concludo questo secondo punto. Esso ha sostenuto la seguente tesi: l'HV nella post-modernità è diventata ormai incomprensibile perché è diventata completamente impensabile.

    2. Condizione attuale di HV

    Ad una lettura più profonda di tutta la vicenda tuttavia risulta che l'insegnamento di HV è la risposta, è l'indicazione della via d'uscita da una sorta di prigione in cui l'uomo stava chiudendo se stesso. Parlare dunque di attualità dell'HV, della sua rilevanza profetica non è retorica. È ciò che cercherò di mostrare in questo secondo punto della mia relazione.

    Che l'uomo oggi sia in pericolo nella sua propria umanità, è difficile negare. Ed allora mi chiedo: che cosa oggi mette in pericolo l'humanitas della persona come tale? La mia risposta è: l'avere sradicato l'esercizio della libertà dalla [consapevolezza della] verità circa l'uomo. Posso formulare questa stessa risposta nel modo seguente: è la negazione che esista una natura della persona come criterio valutativo delle scelte della nostra libertà.

    Che questa posizione metta a rischio l'humanum di ogni persona risulta dalle seguenti considerazioni.

    Se prendiamo in considerazione la produzione delle norme di cui necessità ogni società [ubi societas ibi jus], se partiamo dal presupposto della negazione della natura nel senso suddetto, si deve pensare che la condizione sufficiente per costituire tutte le norme è esclusivamente il consenso delle parti, che normalmente si manifesta attraverso la votazione.

    Inoltre l'iter che porta al consenso, sempre all'interno di quella negazione, può essere pensato e realizzato solo come una controversia tra rivali. Nel senso che i partecipanti alla deliberazione pubblica non hanno alcun referente che li obblighi preventivamente alla discussione pubblica. La controversia sulle ragioni proprie di ciascuno o è risolta sulla base che tutti e ciascuno sono radicati in un verum circa l'uomo, che li fa oltrepassare se stessi verso un bene umano comune, oppure è risolta con l'imposizione del proprio punto di vista, e alla fine dei propri interessi. Come disse il Santo Padre Benedetto XVI all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 18 aprile 2008: «il bene comune che i diritti umani aiutano a raggiungere non si può realizzare semplicemente con l'applicazione di procedure corrette e neppure mediante un semplice equilibrio fra diritti contrastanti..... Quando vengono presentati semplicemente in termini di legalità, i diritti rischiano di diventare deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale, che è il loro fondamento e scopo».

    La difesa della persona è affidata alla buona disposizione di chi esercita il potere [in tutti i sensi: anche il potere del "politically correct"], e viene tolta dalle coscienze la scriminante fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, fra ciò che è prevaricazione morale dell'altro e riconoscimento dell'altro.

    Possiamo prendere in considerazione anche la condizione della singola persona nel contesto della negazione di una sua natura.

    È ancora pensabile la possibilità del male morale? Del male morale inteso come il modo di esercitare la propria libertà contro il bene di chi la esercita. Se infatti è la libertà stessa a decidere non di compiere il bene o il male, ma a stabilire che cosa è bene / che cosa è male; se attribuisco alla libertà il potere di determinare la verità delle sue scelte, parlare di male morale non ha senso. Il dramma della libertà - possibilità di negare colle proprie scelte ciò che si è affermato vero colla propria ragione - si trasforma in una farsa. Ciò che sembra essere esaltazione suprema della libertà è in realtà la sua degradazione a mero spontaneismo.
    Quanto detto finora acquista un significato più profondo se pensiamo al potere tecnico di cui l'uomo è venuto in possesso in questi quarant'anni dalla pubblicazione di HV. Sradicare la libertà dalla verità, negare che esista una natura umana nel contesto di possibilità tecniche sempre più estese, rischia di consegnare l'humanum a prevaricazioni senza limiti. Affermare la relatività di ogni forma di umanità rischia di privare il potere tecnico di ogni criterio di giustizia. Ciò che sto dicendo non significa che dobbiamo scegliere fra tecnica ed etica. Ma che non possiamo radicare la tecnica in un'etica senza verità. O - il che equivale - umiliare e degradare la ragione a una mera "ratio technica". È una delle grandi sfide che il pontificato di Benedetto XVI sta lanciando al mondo: o si allargano gli spazi della ragione o l'uomo è in pericolo mortale.

    Che cosa ha a che fare tutta questa riflessione, qualcuno potrebbe chiedersi, con l'HV? Essa mostra in quale condizione oggi si trova [l'insegnamento di] HV: quale è il suo permanente significato; il suo permanente significato profetico. HV cioè si trova cioè nella condizione delle "sentinelle della città umana", della profezia.

    Ho parlato di "natura della persona umana". Secondo l'antropologia giudaico - cristiana, il corpo entra nella costituzione della persona. La persona umana è persona - corpo [persona corporea]. Ne deriva che lo statuto ontologico della persona appartiene anche al suo corpo. La coscienza di sé non è disincarnata: è la coscienza di sé come soggetto - corpo. Ho la coscienza che è lo stesso io che comprende un teorema di matematica, e che mangia. Così come l'altro è conosciuto e ri-conosciuto nel e mediante il suo corpo. È il corpo il linguaggio della persona.

    Da questa visione della persona - corpo e del corpo - persona, che ovviamente meriterebbe ben altro approfondimento, deriva una conseguenza di importanza fondamentale. Il corpo umano, mio e dell'altro, non è mai riducibile completamente ad un «oggetto»: da studiare, da manipolare. Se dal punto di vista metodologico mettere fra parentesi la qualità propriamente umana del corpo può essere fruttuoso di risultati cognitivi, non possiamo trasformare una scelta metodologica in una scelta di contenuto.

    L'altra conseguenza di non minore importanza riguarda la concezione della sessualità umana: del suo logos e del suo ethos. La sua ratio - il suo logos - consiste nel fatto che l'esercizio della sessualità è linguaggio della persona, e quindi espunge da sé ogni separazione fra biologia [del sesso] e relazionalità [della persona]. È l'unità di biologia e relazionalità che definisce la natura della sessualità umana; e la custodia di questa unità definisce l'ethos della sessualità umana.

    La possibilità tecnica di separare nel versante della fertilità - scoperta della contraccezione chimica - fu chiaramente intuita da Paolo VI e come la negazione radicale del logos - ethos della sessualità umana e, soprattutto e come una "svolta epocale" nella costituzione del rapporto fra l'uomo e la tecnica. In questo sta il permanente valore profetico di quel documento. Vediamo le cose più in particolare.

    Ho parlato di negazione radicale del logos - ethos della sessualità umana. La contraccezione chimica rendeva pensabile e praticabile un [supposto] vero atto di amore coniugale manipolando sostanzialmente la sua biologia. Veicolava nella coscienza dell'uomo e della donna l'idea che il vero amore era quello che unisce le persone dei coniugi, facendo un qualsiasi uso del proprio corpo a misura decisa dai due. Una "misura di uso" che ora la tecnica poteva stabilire.

    Se l'atto di porre le condizioni del concepimento di una persona non entrava nella costituzione della libera relazionalità intra-coniugale, era solo questione di tempo per dedurre che lo stesso atto poteva prescinderne completamente: dieci anni dopo, esattamente, nacque la prima bambina per fecondazione artificiale. La separazione della biologia dalla relazionalità era completa, ed un fatto compiuto.

    Ho parlato di svolta epocale nella costituzione del rapporto uomo - tecnica. Il concepimento di una nuova persona si trasforma da «mistero» degno di venerazione in «problema» da risolvere. Paolo VI intuì che questa trasformazione rischiava di consegnare l'humanum come tale ad un destino tecnologico; rischiava di mettere l'humanum a disposizione di un potere di fatto senza limiti. La persona umana era a rischio di perdere la sua assoluta indisponibilità; di perdere la sua non negoziabilità.

    Ci siamo chiesti: in quale condizione versa oggi l'HV? Mi sento di rispondere: di drammatica attualità.

    3. Conclusione

    Come ogni profezia, anche HV è dotata e di una grande forza e di una grande fragilità.

    La sua fragilità fu dovuta dall'impreparazione e dalla inadeguatezza del pensiero etico teologico a sostenerne l'insegnamento. La problematica avrebbe dovuto essere affrontata con un'antropologia adeguata, una vera e proprio teologia del corpo, un ripensamento personalista della categoria di legge naturale: di tutto questo difettava l'etica teologica del tempo.

    Il grande Magistero di Giovanni Paolo II espresso nel ciclo di catechesi sull'amore umano, ha risposto a queste esigenze. Che ora il profondo Magistero di Benedetto XVI sull'agape e sul suo rapporto con l'eros ha ulteriormente approfondito. Ma di tutto questo parlerà il prof. Melina.

    La forza della profezia di HV consiste precisamente nel suo mettere in guardia l'uomo da un potere che potrebbe devastarne la dignità; dal mettere la propria umanità "a disposizione" e di una libertà e di una deliberazione pubblica che non riconosce più l'esistenza di una verità circa l'uomo.

    La forza di HV potrà mostrare la sua efficacia solo se uomini e donne non vorranno congedarsi dalla condizione drammatica in cui l'uomo si trova: poter negare colla sua scelta la verità circa se stesso affermata dalla ragione. E il "foglio di congedo" può essere o la negazione della libertà ridotta a spontaneità o la negazione della verità circa l'uomo.


    ROMA, domenica 5 ottobre 2008 ZENIT.org

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    L’ Humanae vitae: un’Enciclica che sollecita i Pastori

    Pubblicho di seguito per la rubrica di Bioetica la relazione pronunciata da monsignor Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta e Presidente della Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita, in occasione del Congresso internazionale “Humanae vitae: attualità e profezia di un’Enciclica”, svoltosi dal 3 al 4 ottobre scorso presso l’Università Cattolica di Roma.

    Introduzione

    Interpreto il mio compito nel modo seguente; si chiede a me, che sono Vescovo di una Diocesi in Italia, di rispondere alla domanda: i Vescovi che esercitano il loro ministero in un popolo loro affidato quali sollecitazioni ricevono, secondo Lei, dall’Enciclica HV? La parola ‘sollecitazione’ nella lingua italiana dice ‘richiesta insistente fatta con un po’ d’urgenza’. Immagino che le ‘sollecitazioni’ siano pastorali e riguardino l’educazione della fede affidata in primo appello al Pastore e poi alle diverse persone che condividOno con lui, in forma diversa responsabilità e compiti di carattere pastorale. Questa responsabilità accoglie le parole di Paolo VI rivolte ai vescovi: "Lavorate con ardore e senza sosta alla salvaguardia e alla santità del matrimonio, perché sia sempre vissuto in tutta la sua pienezza umana e cristiana. Considerate questa missione come una delle vostre più urgenti responsabilità nel tempo presente.” (n. 30).

    Il Vescovo ha la cura di un gregge per tutto ciò che riguarda la vita cristiana; il suo compito pastorale, quindi, è ampio quanto la missione pastorale della Chiesa (non è uno studioso di teologia o morale, e neppure l’incaricato di una particolare pastorale ad esempio, familiare o giovanile). I compiti di insegnare, santificare e governare nella Chiesa sono affidati al successore di Pietro e ai Vescovi in comunione con lui. Il ministero affidato ai Vescovi mediante uno specifico sacramento (cfr CCC n. 875) ha un carattere collegiale, é quindi esercitato in comunione con il Vescovo di Roma successore di Pietro e con gli altri Vescovi dentro un collegio. Esso ha però anche un carattere personale come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “è chiamato personalmente : ‘Tu seguimi’ (Gv 21,22) per essere, nella missione comune, testimone personale, personalmente responsabile davanti a colui che conferisce la missione, agendo ‘in sua persona’ e per delle persone: ‘Io ti battezzo nel nome del Padre…’; ‘Io ti assolvo…’ " (n. 878). Desidero allora parlare con voi delle sollecitazioni che un Vescovo sente in sé rileggendo l’Enciclica HV, stando in questa posizione ecclesiale che ho descritto, anche personale.

    Provo subito ad elencare ciò che secondo me un Vescovo ‘sente’ e pensa durante la lettura avendo di fronte il suo popolo. Immagino che la reazione sia diversa da vescovo a vescovo, ma provo a non guardare solo a me stesso.

    La fedeltà a Dio e all’uomo

    Se c’è un progetto di salvezza di Dio, il pastore non può non vederlo in riferimento alle concrete situazioni di vita dei soggetti interessati, alla loro cultura e mentalità, e non può non chiedersi quale peso abbia la situazione concreta sul progetto stesso e se per caso non induca a modificarlo. In ogni caso nasce la domanda: la situazione concreta ha soltanto una funzione passiva e di recezione? Questo problema che è stato preso seriamente in considerazione dal Papa Paolo VI, può trovare oggi una nuova e diversa considerazione?

    Dopo tanti anni dalla pubblicazione dell’Enciclica, sono davvero molte le risposte date in qualche modo al problema che ho sollevato; vi hanno concorso fedeli laici, religiosi, presbiteri e vescovi. Credo dunque che si possa affermare che la Chiesa nel suo livello più autorevole, a cominciare da Paolo VI, abbia risposto dicendo che è proprio la fedeltà all’uomo a motivare la decisione che ispira l’Enciclica. Si deve inoltre notare che con il passare del tempo questa fedeltà si manifesta sempre più. Essa assume un carattere addirittura profetico come ha detto chiaramente Giovanni Paolo II il 7 novembre 1988.1 A ben guardare si è anche trattato di conciliare verità e carità, e una verità che produce libertà. Provo a dirlo con il Catechismo della Chiesa Cattolica che lo indica come un compito affidato ai Vescovi: “[…] Il compito pastorale del Magistero è quindi ordinato a vigilare affinché il Popolo di Dio rimanga nella verità che libera” (n. 890). Questa citazione mi interessa come Pastore anche là dove dice che il mio compito è vigilare affinché il popolo di Dio rimanga nella verità. Mi chiedo ora però come posso declinare concretamente e quotidianamente questo compito di vigilare; esso comporta naturalmente anche proporre, diffondere, sostenere idee e convinzioni e, forse, prendere delle corrispondenti iniziative. Un aspetto molto importante e anche un po’ previo è dato dal proporre la dottrina dell’Enciclica in modo convincente, mostrando quindi che contiene una verità che libera; non è sufficiente che ne sia convinto io soltanto. Devo dire che la lettura della più diversa letteratura specifica, a cominciare da quanto è offerto dal magistero, mi aiuta. Bisogna riconoscere che negli anni si è fatto molto lavoro culturale per mostrare che la scelta è buona; questo vale soprattutto per quanto riguarda l’antropologia, la concezione dell’uomo e della sessualità nell’unità di corpo e spirito, e il significato della procreazione. Anche la concezione del matrimonio e la spiritualità coniugale ne hanno guadagnato. Il punto che più mi convince – pur annotando la difficoltà di trovare sempre le parole per dirlo – è riconducibile all' intero o al totale come reazione forte e salvante, mentre la cultura moderna accentua la frammentarietà dell’universo umano.2 (Cfr Benedetto XVI, OR 11. 05. 2008).

    Continuare a riflettere e studiare: un compito tuttora aperto

    Rileggendo l’HV e almeno una parte dei documenti e studi che ad essa si riferiscono trovo che si possono elencare notevoli punti acquisiti in favore dell’HV e della verità che contiene, ma nello stesso tempo credo si debba tenere vivo l’appello lanciato da Paolo VI allora e prima dal Concilio Vaticano II agli uomini di scienza perché la riflessione e lo studio continuino.3 Il compito culturale volto a comprendere di più e meglio non è quindi terminato. Se l’insegnamento dell’HV non è facile come dice lo stesso Papa Benedetto XVI, non si deve lasciare nulla di intentato. Questo compito culturale, pedagogico, didattico e comunicativo è molto impegnativo e va seriamente considerato da tutti coloro che come me sono impegnati nella missione pastorale, perché ricorda a tutti che pur sapendo da quale parte sta la verità, il tempo presente deve essere vissuto e concepito come in movimento e ancora in crescita, un cantiere aperto.

    Avere cura dei protagonisti della pastorale

    Dal punto di vista pastorale potrebbe essere utile e formativo offrire ai sacerdoti e ad altri operatori, religiosi e laici, delle informazioni più accurate sullo stato della ricerca teorica, ed eventualmente offrire ad alcuni di loro momenti di formazione almeno sui temi che si ritiene siano più importanti oggi. Non è facile definirli, ne indico uno, l’educazione all’amore che comprenda, come è giusto, anche la formazione al sentimento, all’affettività e alla sessualità. La preparazione dei ragazzi e ragazze alla Cresima, la pastorale dei ragazzi e dei giovani di parrocchia, associazione, movimento e oratorio, hanno un estremo bisogno di idee, racconti, riflessioni, strumenti e sussidi. Perché non far incontrare di più su questo compito educativo gli uomini e le donne delle facoltà teologiche con gli educatori e gli animatori? Il tema è molto vicino al meraviglioso retroterra richiesto per comprendere la pedagogia proposta dall’HV. Il tema naturalmente deve essere affrontato con saggezza pedagogica e profondità spirituale. Secondo me sarebbe necessario accrescere il dialogo tra i ‘teorici’ e i ‘pratici’ (tra i teologi professori di facoltà e gli educatori sul campo) e avviare delle sperimentazioni condotte con la presenza di veri supervisori teorici. Non possiamo nasconderci una constatazione precisa: le conoscenze che abbiamo della sessualità - parlo soprattutto delle conoscenze che si presentano come scientifiche - non sono a punto di arrivo e c’è anche da domandarsi se lo saranno mai. Tuttavia oggi è possibile comporre un patrimonio di conoscenze che possediamo e metterlo a servizio dei diversi educatori. Questo però richiede preventivamente un altro incontro tra gli studiosi delle discipline teologiche e quelli delle scienze umane.

    Sulla formazione di chi insegna discipline teologiche e filosofiche

    A questo proposito voglio esprimere un’osservazione personale: la poca esperienza che ho fatto di convegni organizzatiti da soggetti e istituzioni fedeli al magistero, mi dice che i difensori della dottrina dell’HV - e sono per lo più studiosi di professione eo insegnanti universitari - hanno genericamente parlando, i seguenti valori o meriti e limiti. I valori sono dati dal possesso amoroso della dottrina della Chiesa che presentano e dalla forza del pensiero astratto, sistematicamente costruito e ben inserito nella tradizione teologica. I limiti sono dati dalla conoscenza troppo teorica che essi hanno delle teorie filosofiche, sociologiche e psicologiche del mondo contemporaneo e occidentale. Essi conoscono le tesi antropologico-filosofiche che sottendono tali teorie, ma non hanno dimestichezza con i presupposti di tali teorie che citano.4 Questo fa sì che chi li ascolta provenendo dalle scienze umane non riesce a ‘entrare’ nella loro esposizione tanto sistematica e dalle premesse teoriche a loro non note; di conseguenza molte persone di per sé ben disposte anche credenti e praticanti, pur esercitando delle professioni importanti oggi, dai medici agli psicologi, rimangono escluse dalla comprensione che li potrebbe persuadere. Per dirla tutta, coloro che posseggono una preparazione universitaria filosofica eo teologica dovrebbero munirsi di conoscenze teoriche psicologiche, antropologiche, sociologiche e medico-scientifiche di prima mano e dirette. Questo studio darebbe loro anche un altro vantaggio non secondario: permetterebbe di costruire delle ‘letture’ più ampie e più documentate conformi al pensiero della Chiesa; lo potrebbero fare poggiando su quelle parti di verità o di scoperte scientifiche che sono acquisite e condivise e già presenti nel pensiero laico di oggi. Così facendo si eviterebbero alcuni aspetti negativi del dibattito contemporaneo come è talora condotto da parte dei pensatori cattolici religiosi o preti: usare il proprio linguaggio tecnico e non il loro; considerare l’altro come un avversario e quindi esagerare in termini di opposizione e di denuncia di errore l’esposizione della posizione avversa con il rischio di esasperare la distanza tra la nostra verità e il loro errore.

    Persuadere: un’arte da coltivare

    Un problema importante e grave per un Vescovo, ma lo condivide con gli esperti del vostro mestiere, riguarda la costruzione del consenso sulle tesi teoriche previe e presupposte alle indicazioni etiche. Questo consenso da costruire riguarda molte persone, una parte di coloro che pure si definiscono fedeli alla Chiesa, ivi compresi quelli che hanno delle responsabilità in essa. Riguarda più precisamente i destinatari della pastorale matrimoniale e familiare: i giovani in crescita verso l’età adulta, i fidanzati e gli sposi e coloro che si rivolgono ai consultori; riguarda naturalmente anche tutti coloro che hanno delle responsabilità nei loro confronti, medici, insegnanti di metodi naturali, operatori di consultorio, sacerdoti e coniugi animatori di pastorale familiare; infine, gli uomini e le donne dalla comunicazione sociale cattolica e altri ancora. Il Pastore, in breve, anche se decide di riferirsi soltanto o prevalentemente ai componenti del Popolo di Dio, si interroga spesso sulle strade da percorrere per persuadere o almeno per creare un consenso critico disponibile alla ricerca o alla messa in discussione della posizione tenuta fino allora e spesso errata, delle persone che gli sono affidate. La sua domanda poi si articola in alcune pastorali particolari, ad esempio pastorale familiare e giovanile e quella affidata all’ufficio diocesano delle comunicazioni sociali. In ogni caso, mi permetto di dire che la domanda sulla strade da percorre è molto seria e che oggi trova poche risposte o almeno non adeguate alla gravità del problema.

    Piccole e quotidiane attenzioni

    Tra le cose importanti che sono da fare aggiungo ancora le seguenti. In generale, ma soprattutto circa il tema che ci sta cuore qui oggi, i responsabili della pastorale e dell’educazione dovrebbero imparare e mettere in atto delle forme educative fatte per coltivare la coscienza. Da un certo punto di vista le persone che frequentiamo sono migliori di quanto appare ai loro stessi occhi; esse però abitualmente non sanno parlare di tutto ciò che hanno dentro; esse inoltre hanno poche occasioni o pochi luoghi per farlo; poi, come insegna l’esperienza, i contenuti dei mondi interiori sono più ricchi delle parole che le persone trovano per dirlo. I maestri di ogni tipo e i sacerdoti potrebbero imparare molto dall’esperienza umana che si rivela nella coscienza. Anche io mi associo ad un teologo molto conosciuto e affermato, Giuseppe Angelini, che invita a ‘dare la parola alla coscienza muta’.5

    Una seconda attenzione riguarda l’apporto che possono dare ad una nuova cultura dell’amore e della sessualità le persone che non elaborano pensiero sistematico e che non insegnano nelle scuole. Ritengo che si debba ancor più seriamente di quanto già si fa, intraprendere una strada che valorizzi l’esperienza umana in tutte le sua manifestazioni. Ritengo perciò che la Chiesa debba cercare delle persone istruite, formate spiritualmente e teologicamente, che si dispongano a fare delle analisi fenomenologiche a partire dalla lettura di storie vere, narrazioni di avvenimenti accaduti (piccole e grandi storie tragiche e felici), opere di poeti e cantanti, romanzi e diari … Questa via può portare a convinzioni nuove, e quindi ad un cambio di atteggiamenti, molte persone che non hanno attitudine al pensiero astratto o non ne posseggono gli strumenti. In questa stessa direzione vanno le narrazioni a mo’ di testimonianze che si possono fare in piccoli gruppi.

    Per terminare

    Termino dicendo delle cose ovvie che però sono importanti e un pastore non può non dirle. A mio modo di vedere chiunque abbia in questo campo delle responsabilità pastorali o promozionali - compresi allora anche i medici e gli insegnanti dei metodi naturali - dovrebbe anche curare alcuni aspetti della sua personalità. Li elenco senza troppa cura di sistematicità. Deve voler bene alle persone e cercare di comprenderle; deve dialogare e quindi ascoltare molto sapendo però mantenersi vigile, in modo da non cadere in una qualche forma di solidarietà troppo simpatetica sì da dimenticare poi ciò che la Chiesa insegna. Per fare questo deve anche essere culturalmente curioso e sempre disponibile ad imparare; deve leggere e studiare. Deve poi avere umiltà e rimandare o ricorrere a chi ne sa di più sia nel livello culturale alto e scientifico e sia in quello dell’esperienza o della vita vissuta. Gli richiederei, in breve, un cuore di pastore il cui modello sappiamo bene dove si trova, e per trovarlo è sufficiente leggere il Vangelo pregando. Gli chiederei anche l’animo e lo stile dell’animatore, di chi cioè fa crescere quanto già trova presente nell’altro, ma non teme di dare qualche cosa di sé, sapere, vita e speranza. Vedo importante, infine, anche un altro aspetto della personalità, la disponibilità al colloquio prolungato compreso quello spirituale con la coppia o con il singolo a tu per tu.

    Appendice: il progetto AMOS

    Propongo alla lettura un progetto a cui anche io tempo addietro ho dato un po’ pensiero e lavoro. E’ in realtà il frutto di una collaborazione tra più persone, sposi, esperti, una religiosa e un sacerdote. Allora gli sposi erano insieme con me responsabili della pastorale familiare del Piemonte: l’intuizione di fondo è stata loro.

    Come nasce.

    Si comincia e riflettere sull’insegnamento della Chiesa riguardante l’HV e i metodi naturali. Si constata che i giovani e le giovani coppie sono portatori di domande e di sane inquietudini, ma non sono disponibili ad accogliere ciò che la Chiesa insegna, la visione cristiana della sessualità e la regolazione naturale della fertilità. Bisogna creare un terreno che le renda sensibili; si decide di partire più da lontano con la speranza che possano essere anche più numerose le coppie interessate ad ascoltare. Si prendono in considerazione le difficoltà sulla sessualità con cui si misurano le giovani coppie: essa si presenta come un castello che affascina e insieme mette paura, un castello un po’ buio che sono costretti a visitare da soli … e senza luce.

    Il progetto

    Il nome: AMOS è acronimo di Amore Metodi naturali Orientamenti sulla Sessualità. Ricorda un profeta dallo stesso nome, che annuncia delle promesse … “in quel giorno rialzerò la capanna di Davide, che è caduta” (9, 11).

    Il progetto naturalmente contempla una meta finale, obiettivi intermedi, contenuti, metodi e strumenti… affidati a dei responsabili. E’ sostanzialmente un progetto culturale (non fa movimento e non crea appartenenza). La sua finalità consiste nel preparare delle coppie di sposi o delle persone singole, al compito di svolgere nella comunità cristiana ruoli (1) di organizzatori e animatori impegnati a programmare attività o a gestire gruppi o corsi, oppure (2) di consulenti (per esercitare questo secondo compito è necessario però che vi sia oltre alla disponibilità della persona e la formazione specifica, una formazioni di base adeguata come è il caso di medici, psicologi, insegnanti…). Sono tutti volontari.

    Come opera

    Il pensiero è rigorosamente quello che l’Enciclica propone e suppone. La finalità è descrivibile come diffusione di una cultura dell’amore e della sessualità che dia valore alla persona umana. Vuole favorire l’assimilazione delle buone ragioni che persuadono e motivano la scelta dei metodi naturali. Chi vi opera deve disporsi a conoscere e a comprendere i giovani, i fidanzati e gli sposi mettendosi un po’ dalla loro parte e vedere le loro difficoltà, paure e perplessità.

    NB. Far conoscere i metodi naturali, proporli e accompagnarne la pratica non rientra nelle finalità. Si colloca prima su di un terreno culturale formativo.

    Obiettivi intermedi

    Si riconducono a - conoscenza e confronto con altre attività similari (ad esempio, consultorio, centro metodi naturali) - a presa di contatto con diversi modi di affrontare gli stessi problemi (come altri soggetti o istituzioni fanno con diversa ideologia o pensiero o prassi) - conoscenza di come i vari mezzi di comunicazione espongono e trattano i problemi della sessualità e della procreazione - acquisizione di competenze culturali e tecniche per esercitare il ruolo di organizzatori, animatori o consulenti con altre coppie o persone - conoscenza delle presenze pastorali del territorio diocesano e presa di contatto con alcune di esse - conoscenza di sussidi e loro pratica per utilizzarli in modo personalizzato.

    Stile operativo

    Si riconduce fondamentalmente a quello della animazione o della consulenza. Quando si affrontano temi di contenuto in particolare la sessualità, si dà spazio al confronto delle coppie tra di loro e con gli esperti; questi a loro volta si distinguono per appartenenza a discipline teologiche oppure alle scienze umane: anch’essi vengono messi a confronto.

    Le attività in fascia interna

    Il progetto avendo una struttura di associazione è regolato da uno Statuto,perciò cura l’organizzazione, l’adempimento delle regole, la formazione dei soci e il loro aggiornamento.

    Le attività in fascia esterna.

    Contatti con enti e strutture (parrocchie, gruppi famiglia, scuole, consultori, associazioni…) e organizzazione di servizi. Si cerca ogni utile collaborazione con altri organismi o enti presenti sul territorio.

    [Per ulteriori informazioni consultare: www.bussola.it/progettoamos]

    ***************************

    1 Cfr L'Osservatore Romano del 7/8 novembre 1988.

    2 Cfr BENEDETTO XVI ai partecipanti al Convegno internazionale nel quarantesimo anniversario dell'Humanae Vitae in L'Osservatore Romano dell'11 maggio 2008.

    3 Cfr GS n. 52 e HV n. 24.

    4 Con la parola ‘presupposti’ intendo le teorie definite con il linguaggio scientifico e quindi non filosofico, e le loro argomentazioni anch’esse scientifiche.

    5 Cfr Giuseppe ANGELINI, Educazione e identità di genere: il maschile e il femminile. Relazione tenuta il 23 ottobre 2004 a Torino nell'ambito del primo Convegno dell'Associazione Progetto Amos sul tema "Famiglia: insieme si può...".


    Fonte: ZENIT.org di domenica 12 ottobre 2008

  6. #26
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    che ne pensate?

    Documento della Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici
    L'«Humanae vitae»
    Una profezia scientifica



    di Pedro José María Simón Castellví
    Presidente della Federazione internazionale
    delle Associazioni dei medici cattolici (FIAMC)
    La Federazione che ho l'onore di presiedere ha appena pubblicato un documento ufficiale per commemorare il quarantesimo anniversario della lettera enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI, di venerata memoria. Si tratta di un testo molto tecnico, lungo, di cento pagine, con trecento citazioni bibliografiche, la maggior parte di riviste mediche specializzate.
    Il documento ha visto la luce dopo molti mesi di ricerca e di intenso lavoro di raccolta di dati. È giusto ricordarne il curatore, lo svizzero dottor Rudolf Ehmann, che ha dedicato alla sua redazione gli stessi mesi esatti di una gravidanza. Non era mai stato fatto qualcosa di simile dal punto di vista medico, dato il modo di lavorare e di scrivere a cui siamo abituati noi medici. Inoltre il testo originale tedesco è bello e ben scritto. Quali sono le sue chiavi di lettura? Dice qualcosa di nuovo alla Chiesa e alla società? Si deve considerare come una perizia qualificata per valutare aspetti importanti della contraccezione. Scritto con tutti i requisiti scientifici, senza nessun complesso d'inferiorità rispetto a qualsiasi dibattito di ostetricia e ginecologia, giunge a due conclusioni che non dovrebbero passare inosservate né nella Chiesa né al di fuori di essa.
    In primo luogo, dimostra irrefutabilmente che la pillola denominata anovolutaria più utilizzata nel mondo industrializzato, quella con basse dosi di ormoni estrogeni e progestinici, funziona in molti casi con un vero effetto anti-impiantatorio, cioè abortivo, poiché espelle un piccolo embrione umano. L'embrione, anche nei suoi primi giorni, è qualcosa di diverso da un ovulo o cellula germinale femminile. L'embrione ha una crescita continua, coordinata, graduale, di tale forza che, se non vi è qualcosa che glielo impedisce, finisce con l'uscire dal grembo materno in nove mesi disposto a divorare litri di latte. Questo effetto anti-impiantatorio è ammesso dalla letteratura scientifica. Si parla persino senza pudore di tasso di perdita embrionale. Curiosamente però questa informazione non giunge al grande pubblico. Ne sono a conoscenza i ricercatori ed è presente nei bugiardini dei prodotti farmaceutici volti a evitare una gravidanza.
    Un altro aspetto interessante riguarda gli effetti ecologici devastanti delle tonnellate di ormoni per anni rilasciati nell'ambiente. Abbiamo dati a sufficienza per affermare che uno dei motivi per nulla disprezzabile dell'infertilità maschile in occidente (con sempre meno spermatozoi nell'uomo) è l'inquinamento ambientale provocato da prodotti della "pillola". Siamo qui di fronte a un effetto anti-ecologico chiaro che esige ulteriori spiegazioni da parte dei fabbricanti. Sono noti a tutti gli altri effetti secondari delle combinazioni fra estrogeni e progestinici. La stessa Agenzia Internazionale di Ricerca del Cancro (International Agency for Research on Cancer), con sede a Lione, agenzia dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel suo comunicato stampa del 29 luglio 2005, aveva già constatato la carcinogenicità dei preparati orali di combinati estrogeno-progestinici e li aveva classificati nel gruppo uno degli agenti carcinogenici...
    La cosa triste in tutto ciò è che, se si tratta di regolare la fertilità, non sono questi i prodotti necessari. I mezzi naturali di regolazione della fertilità ("Nfp" o Natural Family Planning) sono altrettanto efficaci e inoltre rispettano la natura della persona.
    In questo sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo si può dire che i mezzi contraccettivi violano almeno cinque importanti diritti: il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto all'educazione, il diritto all'informazione (la loro diffusione avviene a discapito dell'informazione sui mezzi naturali) e il diritto all'uguaglianza fra i sessi (il peso dei contraccettivi ricade quasi sempre sulla donna).
    La Fiamc si è impegnata con la scienza e la verità fin dalle sue origini. Per questo studiamo e menzioniamo tanto l'effetto principale e quelli secondari di questi farmaci. La chiave della nostra antropologia non consiste però solo nel fatto che esaminiamo i prodotti abortivi che hanno consistenti effetti secondari o che sono addirittura inutili. Noi andiamo ben al di là.
    La sessualità è un dono meraviglioso di Dio ai coniugi. Li unisce tanto che qualsiasi elemento esterno che s'interponga fra di loro è un terzo senza diritti. I coniugi si donano tutto l'un l'altro, anche la propria capacità generativa. Se una nuova vita non è possibile per gravi motivi, fa anche parte dell'intimità coniugale l'utilizzare i periodi non fecondi della donna per avere rapporti che devono essere sempre appaganti per entrambi e unirli sempre più. A quanti vedono alcuni documenti della Chiesa come compendi di divieti, chiederei vivamente di leggere i codici civili, penali o mercantili dei paesi occidentali. Lì sì che vi sono divieti! Non discuto la loro opportunità, ma credo che quegli stessi codici si basino sulle premesse fondamentali della libertà personale e di commercio che mirano alla felicità delle persone e all'efficienza delle società e che, in definitiva, giustificano alcune proibizioni. La Chiesa ha in grande stima la sessualità e credo che, se si acquisiscono una formazione e abitudini corrette, la vita è più facile e si giudicano positivamente alcuni limiti che effettivamente esistono.
    Noi medici cattolici siamo pienamente consapevoli di dover investire molto di più nella maternità. Di più anche in risorse umane, nell'educazione e in risorse finanziarie. La dottrina dell'Humanae vitae è poco seguita, e fra i vari motivi, perché a suo tempo troppi medici non l'hanno accettata. La domanda opposta può aiutarci a vedere quanto fu profetico Paolo VI. Se avesse accettato la "pillola", oggi avremmo potuto prescrivere con coscienza alcuni prodotti che sappiamo essere anti-impiantatori? Il prestigio del medico gli consente di offrire con autorità ai coniugi alternative alla contraccezione. Il rapporto tra medico e paziente è così forte che difficilmente si rompe, anche se vi è di mezzo un teologo dissidente. A tal fine è però necessario formare e informare più e meglio i medici sulla fertilità. Credo che noi medici cattolici continueremo a svolgere la nostra professione. Tuttavia, vista la situazione attuale - con progressi molto lenti, molte reticenze e milioni di persone coinvolte - oso chiedere rispettosamente alla Chiesa di creare una commissione speciale per l'Humanae vitae.
    (©L'Osservatore Romano - 4 gennaio 2009)

  7. #27
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    HUMANAE VITAE: UN ANNIVERSARIO DIMENTICATO

    di Angela Maria Cosentino*


    ROMA, martedì, 27 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il 25 luglio del 1968 Paolo VI ha pubblicato l’enciclica Humanae vitae. Quest’anno l’anniversario non è stato ricordato, eppure sono presenti indicatori culturali e socioeconomici che, purtroppo, confermano l’attualità profetica di quell’enciclica incompresa.

    Tra questi, recenti dati Istat che evidenziano, in Italia, il preoccupante aumento di separazioni e divorzi, causa di profonde sofferenze e fragilità per la società; l’inverno demografico, noto da tempo, ma non adeguatamente segnalato per le sue conseguenze negative, viene ora contemporaneamente indicato da economisti e demografi (nonché da Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate) come il fattore principale della crisi economica; leggi contrarie alla verità sull’uomo, orientate ad equiparare la famiglia naturale con le unioni dello stesso sesso, anche con possibilità di adozione, oppure orientate a promuovere una cultura di morte che proclama l’aborto come nuovo presunto diritto anche per destinatari sempre più giovani, sono alcune delle nuove minacce all’autentico bene dell’uomo, presente e futuro.

    Potrebbe sembrare un paradosso affermare che aver contrastato e poi ignorato il profondo messaggio dell’Humanae vitae abbia contribuito a scivolare sul piano inclinato delle fughe dalla Creazione, eppure, tutto è iniziati da lì. L’enciclica, che supera l’aspetto morale, infatti, richiama alla questione antropologica e invita a guardare alla Chiesa come Madre che accoglie e Maestra che guida e avverte l’umanità sui possibili rischi (cf. Humanae vitae, 17) di una tecnica applicata alla procreazione che si allontana dalla verità sull’uomo.

    La separazione, prima con la contraccezione e poi con la fecondazione artificiale, della dimensione unitiva da quella procreativa dell’atto coniugale (naturalmente collegate per Creazione), sotto la spinta della c.d. rivoluzione sessuale che ha veicolato nuovi interessi economici e ideologici, ha prodotto effetti deleteri nella società, che dovrebbero richiamare ad un ripensamento sull’Humanae vitae e a valorizzare l’Educazione ad un’autentica Procreazione Responsabile (riferita alla fertilità e all’infertilità) che l’enciclica ha ispirato.

    Tale Servizio, presente sul territorio nazionale come Confederazione Italiana Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità ( www.confederazionemetodinatutali.it) riunisce circa 1000 operatori qualificati che insegnano a giovani e a coppie i moderni Metodi Naturali (Billings e Sintotermici) per risalire, dagli indicatori biologici, ai significati più profondi dell’amore, della vita e del procreare umano. I Metodi Naturali non sono solo metodi diagnostici per conoscere l’andamento del ciclo, per ricercare, distanziare o evitare la gravidanza, ma anche e soprattutto uno stile di vita che rispetta la verità della persona e la grammatica dell’amore, amore umano, totale, fedele, fecondo (cf. Humanae vitae, 9).

    Educare a questa proposta è possibile e conveniente, sotto il profilo socio-sanitario, antropologico ed etico. Le coppie che hanno seguito il graduale percorso formativo ne confermano l’efficacia, le ricadute positive per la loro crescita, come pure per l’ecologia umana e ambientale.


    ---------

    *Angela Maria Cosentino è bioeticista, docente universitaria e autrice del volume Testimoni di speranza. Fertilità e infertilità: dai segni ai significati (Cantagalli, 2008), vincitore del premio Donna, Verità e Società, Scienza & Vita, Pontremoli 2009, “per aver mostrato il valore umano e sociale del talento naturale della femminilità”.


    © Innovative Media, Inc.


    fonte: http://www.zenit.org/article-23323?l=italian
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  8. #28
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    Lettera di padre Pio a Paolo VI in cui lo ringrazia dell'Humanae Vitae.

    Santità,

    approfitto del Vostro incontro con i padri Capitolari per unirmi spiritualmente ai miei confratelli ed umiliare ai Vostri piedi il mio affettuoso ossequio, tutta la mia devozione verso la Vostra Augusta Persona, nell'atto di fede, amore ed obbedienza alla dignità di colui che rappresentate sulla terra. [...]
    So che il Vostro cuore soffre molto in questi giorni per le sorti della Chiesa, per la pace del mondo, per le tante necessità dei popoli, ma soprattutto per la mancanza di obbedienza di alcuni, perfino cattolici, all'alto insegnamento che Voi assistito dallo Spirito Santo e nel nome di Dio ci date.
    Vi offro la mia preghiera e sofferenza quotidiana, quale piccolo ma sincero pensiero dell'ultimo dei Vostri figli, affinché il Signore Vi conforti con la sua grazia per continuare il diritto e faticoso cammino, nella difesa dell'eterna verità, che mai si cambia col mutar dei tempi.
    Anche a nome dei miei figli spirituali e dei "Gruppi di preghiera" vi ringrazio per la parola chiara e decisa che avete detto, specie nell'ultima Enciclica Humanae vitae, e riaffermo la mia fede, la mia incondizionata obbedienza alle vostre illuminate direttive.
    Voglia il Signore concedere il trionfo alla verità, la pace alla sua Chiesa, la tranquillità ai popoli della terra, salute e prosperità alla Santità Vostra, affinché dissipate queste nubi passeggere, il regno di Dio trionfi in tutti i cuori, mercé la vostra opera apostolica di supremo Pastore di tutta la cristianità.
    Prostrato ai vostri piedi vi prego di benedirmi, assieme ai confratelli, ai miei figli spirituali, ai "Gruppi di preghiera", ai miei ammalati, a tutte le iniziative di bene che nel nome di Gesù e con la vostra protezione ci sforziamo di compiere.

    Della Santità Vostra umilissimo figlio
    p. Pio, cappuccino.

    Link: http://www.totustuus.it/modules.php?...=print&sid=742
    Puntiamo al Paradiso!

  9. #29
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    44.mo dell'"Humanae Vitae" di Papa Montini. Benedetto XVI: "Testo coraggioso e lungimirante"

    Il 25 luglio del 1968 veniva pubblicata l’Enciclica di Paolo VI Humanae Vitae. Il documento – che espone la visione della Chiesa sulla dignità della vita umana, in particolare sul suo concepimento e sulla illiceità delle tecniche anticoncezionali – fu il frutto di un lungo e talvolta contrastato lavoro di una Commissione di studio. Ma il magistero che ne scaturì è stato ribadito alla lettera dai Papi successivi e anche Benedetto XVI ne ha più volte lodato la “lungimiranza”, come ricorda in questo servizio. Alessandro De Carolis:

    La sessualità è un bene di Dio e non un bene di consumo. Ci voleva del coraggio per affermare questo sostanziale principio in un’epoca, come quella inaugurata dal Sessantotto, in cui la “liberazione” sessuale era la bandiera esibita con più aggressività da chi voleva chiudere con le regole del passato. E proprio il “coraggio”, assieme a una profetica “lungimiranza”, è quello che Benedetto XVI ha più volte riconosciuto a Paolo VI, quando appose la propria firma in calce all’Enciclica il 25 luglio di 44 anni fa:

    “Quel documento divenne ben presto segno di contraddizione. Elaborato alla luce di una decisione sofferta, esso costituisce un significativo gesto di coraggio nel ribadire la continuità della dottrina e della tradizione della Chiesa. Quel testo, spesso frainteso ed equivocato, fece molto discutere anche perché si poneva agli albori di una profonda contestazione che segnò la vita di intere generazioni”.

    È il 10 maggio 2008, quando Benedetto XVI esprime questa considerazione davanti ai partecipanti a un convegno internazionale organizzato per il 40.mo dell’Humanae Vitae. Paternità responsabile, aspetto “unitivo” e “procreativo” dell’amore coniugale, periodi “fecondi” e “infecondi”, vie lecite e illecite per la “regolazione della natalità”: l’insegnamento dell’Humanae Vitae, riconosce Benedetto XVI, “non è facile”. Ma c’è una “parola chiave”, dice, per comprendere l’Enciclica di Paolo VI, “l’amore”. Un amore che ha la sua radice in Dio e che dunque mai potrà guardare al corpo umano come a “un oggetto che si può comperare o vendere”:

    “In una cultura sottoposta alla prevalenza dell’avere sull’essere, la vita umana rischia di perdere il suo valore. Se l’esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i tempi della persona amata, allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell’amore, ma in primo luogo la dignità della persona stessa”.

    Amore come “dono” e non come semplice “atto”, quindi, che si richiama – secondo il Papa – a quanto operato da Dio all’inizio della Creazione”. Tuttavia, oggi come ai tempi di Paolo VI, constata il Papa, si tende a fornire specie ai giovani una visione distorta dell’amore, l’idea che esista un piacere del tutto sganciato dalla responsabilità:

    “Fornire false illusioni nell’ambito dell’amore o ingannare sulle genuine responsabilità che si è chiamati ad assumere con l’esercizio della propria sessualità non fa onore a una società che si richiama ai principi di libertà e di democrazia. La libertà deve coniugarsi con la verità e la responsabilità con la forza della dedizione all’altro anche con il sacrificio”.


    fonte: Radio Vaticana
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  10. #30
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    Anniversario Humanae Vitae. Mons. Martinelli: testo profetico

    47 anni, il 25 luglio 1968, veniva pubblicata l’Enciclica “Humanae Vitae” di Paolo VI sulla dottrina della Chiesa sul matrimonio, l’apertura alla vita, la paternità e la maternità responsabile. Sull’attualità di questo documento, Monia Parente ha intervistato mons. Paolo Martinelli, vescovo ausiliare di Milano:

    R. – Si tratta ancora oggi di un testo di straordinaria attualità proprio per la situazione di crisi antropologica in cui spesso la persona umana si trova e in rapporto al tema degli affetti, del matrimonio e della famiglia. Penso soprattutto a quanto sta accadendo in Occidente e in generale a quanto la Chiesa sta considerando intorno alla famiglia, proprio in riferimento al Sinodo dei vescovi. C’è una premessa fondamentale, mi sembra, da fare su questo: cioè che di fatto il Beato Paolo VI, ancora da giovane sacerdote e anche poi da arcivescovo di Milano, aveva capito anche prima di tanti altri quello che stava realmente succedendo alla fede nel nostro tempo e soprattutto il rapporto tra fede e cultura contemporanea che stava venendo meno. Diceva ancora in età giovanile: “Cristo ormai per la nostra cultura è diventato sconosciuto”. E ancora, sentiva la necessità di riproporre il nesso profondo tra Cristo e l’esperienza umana.

    D. – E anche Papa Francesco ha parlato dell’attualità dell’Humanae Vitae…

    R. - Direi molto importante anche il fatto che lo stesso Papa Francesco nel viaggio nelle Filippine ebbe modo di dire, a coloro che gli ponevano delle domande, dei giornalisti, circa grande attualità profetica di questo testo, soprattutto perché andava contro una sorta di impostazione ideologica di neomalthusianesimo che voleva essere un controllo di fatto sulle nascite e sullo sviluppo della realtà umana. In questo senso invece, Papa Paolo VI ha riportato profondamente il tema nell’ambito antropologico, nell’ambito della libertà e della responsabilità che le persone devono avere nei confronti della propria vita e della vita degli altri.

    D. – Quale a suo avviso il punto più attuale dell’Enciclica?

    R. - Mi sembra che il punto più attuale di questa Enciclica sia proprio l’implicazione antropologica del discorso riguardo all’unità che c’è nella vita matrimoniale tra l’amore reciproco degli sposi e l’apertura alla vita. Infatti l’accusa fondamentale che era sottesa in questo documento era proprio questa disarticolazione tra amore unitivo e la procreazione che, di fatto, oggi vediamo essere un punto di estrema espansione dal punto di vista culturale. Pensiamo a questo sviluppo fino alla sua esasperazione, fino ad arrivare oggi ad esempio in questa disarticolazione a pratiche come quelle dell’utero in affitto, che non sono che un’strema conseguenza della disarticolazione tra l’amore unitivo e il compito procreativo. Questo permette purtroppo di arrivare a una “cosificazione” del corpo, soprattutto del corpo della donna e dall’altra parte c’è il rischio di ridurre il figlio ad un prodotto meccanico invece di essere il frutto di un amore generativo. E mi sembra che Paolo VI proprio nel difendere il principio fondamentale, ossia che l’amore coniugale ha in se stesso in modo inscindibile l’amore unitivo, l’affermazione dell’unità con l’altro, e nello stesso tempo l’amore generativo, era proprio per evitare questa disarticolazione che poi avrebbe portato a quello che di fatto stiamo sperimentando. E mi sembra anche molto importante il principio che lui ha affermato in questo documento riguardante la paternità e la maternità responsabile che essenzialmente era tutta tesa a sottolineare la responsabilità e quindi la libertà della persona all’interno del rapporto amoroso.

    D. - Cosa si vuole sottolineare con queste argomentazioni?

    R. - Qui mi sembra che il tema del poter ricorrere ai periodi infecondi come anche il tema della castità siano proprio dimensioni che vengono messe a tema per sottolineare il soggetto umano, l’uomo e la donna, come soggetti di responsabilità e da questo punto di vista mi sembra veramente profetico il richiamo che Paolo VI ha fatto alla dimensione casta dell’amore coniugale. In questo senso la castità è proprio una figura umanizzante perché dice che la persona nella relazione amorosa non deve essere determinata semplicemente dall’impeto istintivo o dalla pulsione ma che deve entrare la responsabilità, la libertà, la volontà. Quindi in questo senso la castità è un’espressione della temperanza degli affetti dentro il rapporto coniugale. Questo permette che la persona rimanga pienamente soggetto di libertà. In questo senso la dimensione della castità negli affetti aiuta a tenere l’io in rapporto con tutta la realtà in modo adeguato, a dare un ordine agli affetti, a trattarsi sempre come persona e mai a ridurre l’altro a un proprio tornaconto. E questo mi sembra ancora un aspetto molto profetico che vale la pena ribadire e sottolineare.

    D. – L’Humanae Vitae è stato comunque un documento che ha trovato delle difficoltà nell’accoglienza …

    R. - Paolo VI era ben consapevole delle difficoltà che questi aspetti del magistero della Chiesa avrebbero incontrato su questo punto. Nello stesso documento lui in un certo senso dice anche che si aspetta una grossa difficoltà. Qui emerge proprio la libertà e la responsabilità di questo Pontefice nel voler ribadire questi principi della dottrina nelle loro grandi implicazioni antropologiche con una responsabilità che la Chiesa deve avere nei confronti dell’umanità. Una responsabilità che si fa promotrice, più che mai oggi, di un nuovo umanesimo che mette al centro le persone nelle loro relazioni costitutive. Tra queste relazioni costitutive certamente c’è quello dell’uomo e della donna nel matrimonio perché vivano un amore profondamente autentico e generativo di nuova vita.


    fonte: Radio Vaticana
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