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Discussione: Cervello, neuroscienze e libertà.

  1. #21
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    Direi interessante - in tema sano pensiero cattolico/comportamenti/morale/moralità etc. -questo articolo del Prof. Piero Vassallo:

    "
    Dall'irrazionalità illuminata al putiferio anarchico
    La rettitudine del pensiero alimenta l'onestà dei comportamenti
    Nel saggio "Metafisica del soggetto", edito a cura di Francesco Mercadante dalla romana Spes, Paolo Pasqualucci, geniale protagonista dell'avanguardia cattolica, ridicolizza e mette in fuga le devastanti illusioni che contemplano il divorzio della buona volontà dalla sana ragione.
    I comportamenti onesti, vanamente acclamati da progressisti e giustizialisti, hanno infatti origine dalla rettitudine della ragione: quando il pensiero esce dal suo solco (e in senso proprio de-lira) il disordine morale segue immancabilmente.
    Lo squallido crepuscolo incombente sulle comunità secolarizzate, dove il pensiero è imprigionato nell'avvolgente pregiudizio che "dopo Kant" la metafisica è inammissibile, dimostra che l'anarchia cresce rigogliosa sulla pianta del mal pensare.
    Opportunamente rammenta Pasqualucci: "Oggi, nel soggetto regna universale l'anarchia. Nel soggetto, intendo dire: nella sua coscienza di sé, il soggetto si concepisce come semplice prodotto (e preda felice) degli istinti che albergano in lui o che egli crede alberghino in lui. E si lamenta che a questi suoi istinto pulsioni non sia riconosciuta sufficiente libertà, che vorrebbe illimitata".
    Se l'irrazionalismo diventa dottrina prevalente, se la cultura affonda nei filosofemi di un Freud e/o di un Darwin, il partito dell'ordine è condannato alla paralisi progressiva, ovvero a un continuo rovinoso avanzamento delle depenalizzazioni e delle indulgenze.
    Le disoneste firme democristiane, in calce alle devastanti e infami leggi sul divorzio e sull'aborto, sono il frutto marcio della bontà senza ragione, predicata insistentemente e vissuta stupidamente dai seguaci del santone Giuseppe Dossetti.
    L'avanzamento del mal pensare al galoppo ha legalizzato adulterio, pornografia, aborto, sodomia. Presto sarà la volta della pedofilia. All'orizzonte del consiglio federale svizzero intanto si profila la legalizzazione dell'incesto.
    Al passo di tali progressi del diritto avanza la larga indulgenza dei tribunali, che infliggono pene miti agli assassini e scarcerano precocemente gli stragisti.
    A causa dell'oblio o addirittura del disprezzo verso la metafisica, è perduta in partenza la guerra contro il malaffare, dichiarata dai politicanti sottomessi al pregiudizio kantiano (ignorato nella sostanza ma ossequiato nelle rovinose conclusioni).
    L'immoralità non può essere combattuta da chi ne ignora le cause remote, infatti, Pasqualucci dimostra che "il disordine non si vede solo in campo morale, nella trasgressività che regna incontrastata nei rapporti di relazione. E' in primis un disordine concettuale, che coinvolge la metafisica ossia i modi di concepire i princìpi stessi del ragionamento, quei princìpi che regolano il nostro modo di pensare e che riguardano la logica in senso stretto".
    La resistenza al disordine è vana finché non si esce dall'illusione di trovare sostegno e fondamento nella legge morale concepita - sotto un cielo inutilmente stellato - nella coscienza del soggetto kantiano.
    Il soggetto kantiano ha avviato la corsa verso la catastrofe morale oggi drammaticamente in scena.
    Senza dubbio, sostenere che le fonti dell'immoralità si trovano nello stravolgimento kantiano della logica è un paradosso che offende le illuminate e potenti scolastiche, al lavoro per accelerare la decadenza e lo sfacelo della civiltà occidentale.
    Se non che la restaurazione della metafisica è l'indispensabile motore del rinnovamento civile, inutilmente desiderato dalle coscienze laiche, che dichiarano il loro sgomento davanti all'inarrestabile scena malavitosa.
    L'ingente fatica di Pasqualucci è pertanto indirizzata alla puntuale confutazione di quelle tesi kantiane che hanno messo sotto accusa la metafisica, preparando il deragliamento della filosofia e della morale nel soggettivismo e nel relativismo.
    Pasqualucci dichiara che "il punto di partenza al fine di ristabilire l'ordine mi è sembrato di averlo trovato nel fatto della successione dei nostri pensieri".
    Mediante gli obbliganti dati della fisica ("la nostra coscienza dell'immagine - in noi - del mondo esteriore deve ritenersi posteriore all'immagine stessa, non può ritenersi ad essa simultanea") Pasqualucci abbatte la prima colonna del soggettivismo dimostrando la realtà dello spazio e del tempo.
    Di seguito Pasqualuccisi oppone esplicitamente "ad uno dei dogmi fondamentali del pensiero moderno" il principio secondo cui "la coscienza di sé debba ritenersi il presupposto stesso del pensiero come tale". L'esperienza vissuta senza pregiudizio dimostra che è vero il contrario: "l'aver coscienza si situa sempre nella successione temporale, non è un presupposto. Ciò comporta l'impossibilità (per manifesta contraddittorietà) dell'esistenza di una coscienza implicita del nostro sentire e del nostro pensare. Non mi sembra si possa ammettere l'idea di una coscienza non cosciente, quale sarebbe una coscienza implicita nelle nostre sensazioni e nei nostri pensieri".
    Il colpo decisivo sferrato all'impianto soggettivistico e relativistico è la dimostrazione dell'ordine "che non può considerarsi posto dall'io, che deve invece riconoscerlo quale struttura portante della realtà obiettiva".
    Malgrado le difficoltà costituite dal contenuto e dal linguaggio specialistico, la lettura del saggio di Pasqualucci si raccomanda ai politici che intendono uscire dalla confusione e/o dall'ignoranza filosofica.
    Solo la chiarezza delle idee consentirà di ribaltare l'impotenza dei legislatori davanti al disordine. Senza la vera filosofia "a monte", la qualunque legislazione è destinata alla discesa nella valle della chiacchiera impotente. Dove la falsa bontà obbedisce al perverso delirio.

    Il libro di Paolo Pasqualucci può essere richiesto alla segreteria del sindacato libero scrittori, Corso Vittorio Emanuele 217 - 00186 Roma
    "

  2. #22
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    Ma le neuroscienze sono davvero scientifiche?


    di Giampaolo Ghilardi








    In un articolo apparso su Tutto Scienze, inserto de La Stampa del 30 marzo scorso, veniva pubblicato un intervento di Idan Segev, Professore di Neuroscienze Computazionali presso l’Università di Gerusalemme in cui, tra diversi altri temi, si faceva cenno ad alcune perplessità che in ambito neuroscientifico si sono sollevate a carico della possibilità dell’esistenza del libero arbitrio nell’uomo. Di neuroscienze si discuterà anche in questi giorni, lunedì 4 e martedì 5 aprile a Milano, in occasione del Brain Forum che lì si terrà con l’alto patronato della Presidenza della Repubblica.



    Non c’è facoltà scientifica oggi, o è molto raro trovarne, che non vanti un insegnamento in neuroscienze, i manuali di neurofisiologia più accreditati ne portano il nome e oggi si chiamano appunto manuali di neuroscienze. Sono insomma un punto ormai imprescindibile dell’odierno panorama culturale e scientifico, ciò nonostante non vi è grande chiarezza su cosa siano queste discipline e ancor più su che grado di oggettività e razionalità possano vantare; sono semplicemente un qualcosa che lentamente si è affermato come ospite stabile di tutti i simposi scientifici.




    Ciò che si può dire in prima battuta è che questo è un pacchetto di discipline, non una sola, che convergono quanto al proprio oggetto, che si potrebbe definire il cervello e i sistemi ad esso relativi, ciascuna con un proprio approccio più o meno empirico. Non stupisca che l’approccio possa essere anche “meno” empirico poiché, tra le discipline coinvolte, figura anche una certa matematica impegnata nella ricerca degli adeguati modelli computazionali per tradurre in linguaggio aritmetico l’economia degli impulsi neurali che si vanno via via registrando e, come noto, la matematica non è una disciplina empirica in senso stretto. Tutto questo per dire che attorno alla nozione di neuroscienze gravitano un numero non esiguo di discipline, anche tra loro molto diverse, ognuna delle quali con una propria epistemologia, ovvero con proprie condizioni veridicità che non rendono il concerto neuroscientifico sempre armonico e semplice a seguirsi.




    Stigma di questa nuova disciplina, che è piuttosto una polifonia di voci ancorché si persista a designarla come unica, è una certa enfasi da “magnifiche sorti e progressive” come se tutto ciò che sino ad oggi è rimasto enigma irrisolto o mistero impenetrabile sia ad un passo dall’essere sciolto per suo tramite. Sia chiaro, è questa una presunzione che da sempre accompagna ogni nuova scienza, che nasce con la sana ambizione di rispondere a quanto rimasto inevaso dal sapere precedente, salvo poi riuscire, nella migliore delle ipotesi, a riformulare le domande non già a svilupparne le risposte.

    Ora sull’antico e dibattuto tema del libero arbitrio, ad esempio, le neuroscienze propongono la propria tesi, che sostanzialmente ne nega l’esistenza; intendiamoci, non è una tesi proprio nuovissima, già Democrito di Abdera nel V secolo A.C. l’aveva sostenuta e dopo di lui molti altri, la novità non sta infatti nella tesi quanto piuttosto nel modo con cui questa viene argomentata.

    Il precursore di questa tesi in ambito neuroscientifico è Benjamin Libet, un neurofisiologo americano, che a partire dal 1985 cominciò a studiare l’elettrofisiologia degli atti volontari, notando in sintesi la presenza di un potenziale elettrico (readiness potential) in anticipo di 300 millisecondi rispetto alla consapevolezza dell’azione che si sarebbe andati a compiere di lì a pochi millisecondi. Libet concluse pertanto che il libero arbitrio sarebbe un’illusione, mentre di fatto ciascuno di noi sarebbe già giocato a livello cerebrale prima di aver anche solo la cognizione di ciò che starebbe per fare. Il massimo di libertà che ci resterebbe concessa sarebbe giusto quella di dire no alle intenzioni che per altra via si sarebbero fatte strada dentro di noi, indipendentemente dalla nostra volontà.

    L’autore, conscio delle enormi conseguenze morali e giuridiche connesse a queste affermazioni, ritenne di trovare coerente con questa tesi il fatto che i codici morali delle principali civiltà siano esplicitati per lo più nel senso del divieto, secondo la formula del non-fare.

    Nel corso degli anni si è tentato di riprodurre in diversi modi e con tecnologie sempre più avanzate e raffinate gli esperimenti di Libet, per accertarsi che il dato da lui rinvenuto fosse reale e a tutt’oggi questi filoni di ricerca godono di buona salute, ma è l’argomento di Libet un argomento reale contro la possibilità del libero arbitrio nell’uomo?

    Si consideri l’argomento nel suo scheletro logico (non entro nel merito delle molte e pertinenti obiezioni che gli sono state mosse sul piano metodologico, la più cogente quella secondo cui non è in alcun modo possibile ed empiricamente verificabile il nesso tra il potenziale elettrico e l’azione successiva, e non meno stringenti quelle sui metodi per cronometrare il tempo dell’insorgenza a livello introspettivo della consapevolezza delle proprie azioni). L’argomento in sé dice che un evento elettrico è registrabile in anticipo rispetto alla consapevolezza delle nostre azioni, pertanto queste sarebbero l’esito di quello. Posta in questi termini l’argomentazione del neurofisiologo somiglia molto a quel sofisma già notato da Hume e ribadito da Kant secondo cui post hoc ergo propter hoc, vale a dire ciò che segue nell’ordine del tempo consegue anche nell’ordine delle cause, il che non è vero. Anche ammesso che qualcosa avvenga in un tempo antecedente a qualcosa d’altro questo non costituisce argomento alcuno per ritenere l’antecedente in relazione di causalità con ciò che viene dopo. La carica elettrica registrata 300 millisecondi prima della consapevolezza delle nostre azioni in nessun modo può esserne ritenuta la causa, anche potendo connettere in un modo tutt’oggi da scoprire (e che le neuroscienze ancora non sanno spiegarci) questa carica con il successivo corso dell’azione, nulla vieta, anzi molto inclina a pensarlo, che questa sia leggibile nei termini di un orientamento verso l’azione che, divenendo consapevole, potrà compiersi oppure no laddove la si sia giudicata opportuna.

    Sono diversi i campi in cui le neuroscienze ambiscono a dare contributi risolutivi per lo più intesi secondo un determinismo di massima, tale per cui ogni emozione, intenzione, stato psichico o comunque dominio del mentale sarebbe ora spiegabile in termini di sinapsi o di biochimica o genetici, ma ogni volta che si approfondiscono queste supposte spiegazioni sempre riduzionistiche si resta quanto meno perplessi nel constatarne le deficienze logiche ed epistemologiche, ovvero la mancanza di vera profondità scientifica. Se la scienza, quella più autentica almeno, è la conoscenza delle cause, si deve osservare che purtroppo molto spesso dietro il prisma delle neuroscienze si trovano congetture e tesi di limitato spessore scientifico, che non scalfiscono il livello profondo delle cause, ma si limitano (e non sempre con successo) al piano del come, poi gabellato a rango di spiegazione ultima.

    Chiaramente questa non è una condanna, è possibile ed auspicabile che le neuroscienze si profilino come una scienza autentica, animata da un genuino desiderio di conoscenza; occorre però per questo un atto di umiltà previa ad ogni disciplina che si volesse scientifica e che pertanto non pretenda di poter esaurire mediante il ricorso alle proprie specificità l’oggetto delle sue attenzioni. La tendenza a voler neuralizzare ogni ambito del mentale, per non dire dello psichico e dello spirituale, è anti-scientifica, poiché se è vero che non si dà anima senza corpo nel regno della biologia, è ancor più vero che l’una non si riduce all’altra, così come le risposte alla domanda sul come funzioni il corpo non possono essere contrabbandate come risposte alle questioni inerenti l’anima e la sua esistenza; sono ordini di interrogativi diversi che possono essere posti in dialogo a patto di comprendere la diversità dei piani su cui si collocano e che non si lasciano trattare gli uni con gli strumenti degli altri. L’elettro-fisiologia dei moti della coscienza è forviante allo stesso modo che lo studio delle intenzioni di un orbitale elettronico.


    fonte:
    http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-ma-le-neuroscienzesono-davvero-scientifiche-1477.htm

  3. #23
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    Sindromi frontali: che cosa sono?

    Una lesione ai lobi frontali del cervello può trasformare un dottor Jeyill qualunque in mister Hyde, come dimostra la storia del celebre Phineas Gage, trafitto nel cranio da un'asta metallica.



    Una lesione ai lobi frontali può influire su umore e personalità.


    Il 13 settembre 1848, una sbarra di ferro trafisse il volto e il cranio di Phineas Gage, operaio del Vermont. L’uomo incredibilmente sopravvisse, ma da amabile e cordiale che era divenne blasfemo, iroso, privo di freni inibitori. L’infortunio aveva lesionato il suo lobo frontale sinistro, mostrando come i danni a specifiche parti del cervello possano influenzare personalità e comportamento. Quello di Gage fu il primo caso di sindrome frontale riportato in letteratura.

    IRASCIBILI E MOLESTI. «Studiando pazienti con lesioni alle strutture frontali si è capito che queste regolano il nostro comportamento sociale: se danneggiate, possono portare a forme di sociopatia. Si arriva a mangiare in modo smodato, importunare sessualmente, commettere furti...» spiega Costanza Papagno, docente di Psicologia fisiologica all'Università di Milano-Bicocca.

    Le lesioni ai lobi frontali provocano disturbi di personalità, mancanza di autocontrollo, incapacità di giudizio, disinteresse per le opinioni altrui, indolenza. Il danno può derivare da lesioni (traumi, ictus), tumori, infezioni o degenerazioni vascolari.

    fonte

  4. #24
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    Un mio amico psicoterapeuta, docente Università Pontificia, durante una discussione al riguardo dei condizionamenti umani, disse che il corpo ha una sua espressione fisica ma anche una sua espressione psichica (ad esempio l’inconscio). Questo corpo è portatore di una entità spirituale che si chiama anima.
    Quindi abbiamo il corpo (con la doppia faccia, fisica e psichica) e l’anima.

    In questo corpo può esserci il fisico che condiziona lo psichico allo stesso modo come lo psichico che condiziona il fisico. Questi due aspetti del corpo si condizionano a vicenda e l’anima assiste a questo “balletto” e soffre quando non c’è armonia, anzi, viene spesso trascinata dalla disarmonia o dalle cattive inclinazioni del proprio corpo.

    Personalmente condivido l'analisi del mio amico ma quello che lascia pensare è che se è vero che tanti vizi capitali sono la conseguenza di una libera scelta dell'uomo, allo stesso modo, tanti comportamenti moralmente sbagliati potrebbero essere dei cattivi condizionamenti (fisici o psichici) di cui è vittima una povera anima.

    Un giorno, davanti a Dio, potremmo scoprire che alcuni individui, giudicati moralmente in maniera molto negativa, non erano altro che vittime del proprio inconscio o della propria biologia mal funzionante e che, a parità di condizioni, questi risultano migliori di tanti altri individui da noi ben giudicati.

    Secondo la mia esperienza esistono anche individui che senza loro colpa vivono suggestionati e condizionati dagli spiriti maligni e questi casi sussistono anche nei vangeli. Pensiamo ad esempio a quelle persone che fin da piccoli sono vissuti senza loro colpa in famiglie dove si pratica spiritismo e altre cose di questo genere.

    Inoltre le tre realtà (fisico, psichico e spirito) possono influenzarsi e condizionarsi vicendevolmente.


  5. #25
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    Paradossi del XXI secolo.


    La coscienza? Libera per le macchine, determinata per l'uomo


    Andrea Vaccaro - sabato 19 novembre 2016


    L’umana libertà di azione soppiantata da determinismo neurale e macchine pensanti. Ma il principio della “sola materia” genera confusione



    Quanto a esseri umani, macchine, coscienza e volontà, la cultura contemporanea sembra spesso leggermente confusa. Consideriamo, ad esempio, il libero arbitrio, anzi l’agency, come è rigorosamente da dirsi oggi, per non rischiar di richiamare le radici cristiane della nostra civiltà. Ebbene, mentre certi neuroscienziati sacrificano l’umana libertà d’azione sull’altare del determinismo neurale, ecco che i tecnologi inneggiano all’ultima generazione di macchine dall’autonomo decision making.

    In breve, nella nuova narrazione della realtà, le macchine decidono liberamente, mentre gli umani non possono più farlo. Un celebre articolo di Harold J. Morowitz tratteggiava l’assurda situazione della scienza di inizio anni Ottanta quando la biologia spingeva per ridurre il soggetto umano a pura materia fisica e la fisica, contemporaneamente, inoltrandosi negli anfratti della quantistica, riscopriva l’ineliminabile presenza della soggettività proprio nello studio della materia più profonda. «Due treni che sfrecciano a grande velocità in direzione opposta», suggellava Morowitz.

    Adesso la situazione è ancora più bizzarra. Su un binario, infatti, corre la neuroscienza che – sulla base di esperimenti come quelli di B. Libet (1983), J.- D. Haynes (2008) e, recentemente, A. Bear e P. Bloom (“Psychological Science”, aprile 2016) – non solo nega il libero arbitrio, ma addirittura umilia la stessa coscienza. L’io cosciente, in tale prospettiva, è solo un “garzone di bottega” che esegue gli ordini del padrone (l’organo fisico del cervello) e che, forse per darsi un tono, «riscrive la storia» (Bear-Bloom) come se quello che sta eseguendo fosse una propria meditata deliberazione.

    L’illusione della volontà cosciente (Mit Press 2002) è il titolo di un famoso libro di Daniel Wegner; «fantasia della scelta cosciente» operata da un «burattino biochimico» provoca Sam Harris in Free Will (2012). E mentre alcuni neuroscienziati s’impegnano in quest’opera di demolizione ontologica e morale della coscienza, ecco che però, sull’altro binario, i teorici della tecnologia più avanzata declamano il passaggio dall’era dell’Intelligenza artificiale a quella della Coscienza artificiale, ovvero delle Macchine pensanti e deliberanti autonomamente.

    Qualcosa suona strano in tutto questo. Che senso ha ingegnarsi a “costruire” una coscienza artificiale quando si va appurando l’ingannevole inutilità di quella naturale? È forse per una forma di sadismo che vogliamo infliggere anche alle macchine tale istanza di auto-imbroglio e nefasta illusorietà? «Il risultato di tutte le nostre invenzioni e del nostro progresso sembra essere che le forze materiali vengono investite di vita spirituale e l’esistenza umana viene degradata a forza materiale»: così, in un’insolita veste profetica, scriveva Karl Marx nella Introduzione alla critica di politica economica.

    A guardar più approfonditamente, tuttavia, sotto l’appariscente contraddizione c’è un solido denominatore che accomuna neuroscienza e computer science: il paradigma del materialismo riduzionista secondo cui, null’altro sussistendo oltre la materia, l’intero cosmo senti-mentale e spirituale è da negare drasticamente (eliminativismo) oppure da riportare al determinismo fisico (incompatibilismo). Sola materia si potrebbe etichettare tale principio, con una commistione tra luteranesimo e scientismo. E poiché una coscienza (seppur illusoria) scaturisce dalla materia del cervello non si vede perché essa non possa essere prodotta anche dai circuiti debitamente ipercollegati di un computer.

    Se questa è la tendenza dominante, non v’è tuttavia chi non veda profonde incongruenze e pregiudizi in entrambi i fronti. In ambito neuroscientifico, un ko argument è portato, sul piano logico, da chi osserva come la figura di «una coscienza che definisce illusorie tutte le coscienze» apra ad un tale paradosso da far impallidire «il cretese che dichiara bugiardi tutti i cretesi». Sul piano metodologico, poi, l’obiezione cruciale riguarda il tradimento che gli attuali pronipoti di Galilei attuano nei confronti dello statuto del loro padre fondatore per il quale il dominio delle «qualità seconde» (esperienze soggettive) non è di pertinenza dell’organon scientifico, che ha giurisdizione appunto solo su quello delle «qualità primarie» e oggettive. È contraddittorio insomma che la scienza indaghi il soggettivo con il metodo istituito per conoscere l’oggettivo.

    Il filosofo americano Arthur Cody ha recentemente sentenziato che, nello studio della coscienza, se l’alternativa è tra il materialismo riduzionista e il nient’altro, allora, in fin dei conti, è da preferire il nient’altro. Parimenti avviene nel settore della Coscienza artificiale, come la stimolante domanda dello scorso anno di “Edge”: «Cosa pensi delle macchine che pensano?», ha corposamente mostrato. È vero che per la maggioranza dei partecipanti al forum le macchine, in un futuro imminente, potranno pensare, o addirittura già lo fanno (in borsa, in auto ecc.). Si sono levate tuttavia anche ben distinte voci dissonanti come, ad esempio, quella dello scrittore Tor Nørretranders: «Solo l’amore crea il pensiero», o del fisico Freeman Dyson che sigilla così il suo perentorio «no» alle macchine coscienti: «Se sbaglio, la mia risposta è fuori luogo, ma se ho ragione, è la domanda ad esserlo», o, per citarne solo un altro, del neurobiologo Leo Chalupa che rileva come siano le domande eterne sulle origini, la morte e il senso di sé a far sorgere la coscienza e queste appartengono innatamente solo all’essere umano.
    Simulacri di coscienze aleggiano nella nostra cultura insieme a coscienze artificiali, paradossali coscienze auto-negantisi e soggettività oggettive: dobbiamo essere comprensivi se le giovani generazioni vengono su un po’ disorientate.


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  6. #26
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    Libero arbitrio, se le neuroscienze tornano a sostenerlo






    Facendo leva sugli esperimenti pionieristici dello scienziato americano Benjamin Libet, già negli anni ’80, si è diffusa la convinzione che le neuroscienze avessero decretato l’illusione della consapevolezza umana, della volontà cosciente e del libero arbitrio.

    Infatti, dopo aver chiesto a soggetti normali di eseguire semplici movimenti con un dito e di giudicare retrospettivamente il momento esatto in cui ne diventavano consapevoli, si scoprì sorprendentemente che il momento della consapevolezza precedeva l’inizio effettivo del movimento di 50-80 millisecondi. Ovvero, il nostro cervello prenderebbe decisioni prima che noi diventiamo consapevoli di volerle coscientemente fare, ricostruendo post hoc la decisione consapevole. Conferme arrivarono da Haggard e Eimer (1999) e da John-Dylan Haynes del Max Planck Institute di Berlino.

    I neo-positivisti hanno presto esultato scrivendo articoli e libri sulla morte della libertà dell’uomo -quindi di Dio-, mossi da spinte teologiche (o, meglio, a-teologiche). Il filosofo neo-ateo Daniel Dennett è il più noto di questi esponenti, seguito dallo psicologo americano Daniel Wegner che ha scritto:

    «Ciascuno di noi sembra possedere la volontà cosciente, di avere dei sé. Di avere menti. Di essere agenti. Di causare ciò che facciamo. Ma è in definitiva corretto chiamare tutto ciò un’illusione. La nostra sensazione di essere un agente cosciente, che fa cose, sorge al costo di essere sempre tecnicamente in errore. La sensazione di fare è qualcosa che sembra e non qualcosa che è» (D. Wegner, in Siamo davvero liberi?, Codice edizioni 2010, p. 49).

    Ovviamente altrettanti ricercatori e studiosi si sono opposti a questa interpretazione fin troppo ingenua, chi negando che le neuroscienze possano e potranno mai esprimersi su questo (De Caro, Rigoni e Brass), chi facendo notare che gli esperimenti non sono indicativi poiché le azioni umane risultano molto più complesse e stratificate di quelle che si possono studiare in laboratorio: programmare un viaggio è ben diverso dal decidere di muovere un dito e le scelte morali non sono istintive (si veda A.L. Roskies). C’è chi ha messo in dubbio direttamente la validità degli esperimenti (Tempia), chi ha fatto nuove scoperte modificando l’interpretazione classica degli esperimenti di Libet e chi, come la filosofa Roberta De Monticelli, ha fatto notare che tutto questo non dice nulla del nostro volere ma solo dei suoi presupposti.Inoltre, molti hanno argomentato a favore della possibilità della coscienza di porre un “veto” all’azione: ad esempio, Anna Maria Berti, ordinario di Psicologia presso l’Università di Padova, dopo aver fatto notare che

    «l’aspetto non consapevole che caratterizzerebbe l’inizio dell’azione si riferisce alla produzione di un semplice movimento della mano, ultimo atto di un contesto decisionale più complesso, insito nel setting sperimentale, rispetto al quale il soggetto ha concordato di aderire a priori», ha ricordato che lo stesso Libet (che rimase sempre favorevole al libero arbitrio), «aveva condotto degli esperimenti sul cosiddetto “veto cosciente”, scoprendo che, anche se la coscienza intenzionale seguiva, anziché precedere, l’attività dei potenziali di preparazione, il soggetto era però in grado, all'interno di una breve finestra temporale, di porre il veto a che l’azione si compisse e l’attività di veto interveniva sul potenziale di preparazione appiattendolo. Libet concludeva che, anche se il libero arbitrio non dà inizio alle nostre azioni volontarie, può però controllarne l’esecuzione e il compimento» (A.E. Berti, Neuropsicologia della coscienza, Bollati Boringhieri 2010, p. 148).

    Recentemente, e questa è la notizia, le cose si sono ancora modificate. Uno studio tedesco pubblicato l’anno scorso sugli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti d’America ha infatti suggerito che esistono prove che vanno nella direzione opposta a quella degli esperimenti di Libet. Adottando un approccio diverso dal passato, i neuroscienziati tedeschi, guidati dallo stesso John-Dylan Haynes, hanno ampliato ancora di più poteri del “veto cosciente”:

    «Le decisioni di una persona non sono in balia dell’inconscio e delle onde cerebrali», ha dichiarato il noto scienziato.

    «Siamo in grado di intervenire attivamente nel processo decisionale e interrompere un movimento. In precedenza sono stati utilizzati i segnali preparatori del cervello per argomentare contro il libero arbitrio, ma il nostro studio dimostra che la libertà è molto meno limitata di quanto si pensasse».

    D’altra parte, che tutto sarebbe stato rimesso in discussione lo disse nel 2014 il neuroscienziato di Princeton, Aaron Schurger, secondo il quale i moderni studi neuroscientifici offrono un quadro molto più in sintonia con il senso intuitivo del nostro libero arbitrio (ma questo lo ricordava lo stesso Libet:
    «Sembra che ci siano più difficoltà con l’opzione deterministica che con quella non deterministica»).

    La decisione specifica di agire, spiegano oggi i neuroscienziati tedeschi, alimenta certamente un flusso dell’attività neurale ma si verifica soltanto quando essa supera una soglia chiave, ovvero quando diventiamo soggettivamente coscienti e abbiamo la sensazione di poter decidere:

    «Tutto questo lascia la nostra immagine tradizionale del libero arbitrio in gran parte intatta».

    Una piccola rivincita sulle pretese della tecnoscienza, che avrebbe fatto sicuramente piacere al compianto matematico de La Sapienza di Roma, Giorgio Israel, morto poco più di un anno fa. Non accettò mai, infatti, i tentativi di «dissolvere la questione antropologica naturalizzando la sfera umana, riducendo l’uomo a un complesso biofisico contingente e modificabile nel genoma e nel cervello, a processi materiali, dove la mente è cervello e null’altro; l’essere è genoma e null’altro; la vita e la morte sono l’accensione e lo spegnimento di una macchina; la questione morale una questione di conformazioni neuronali e la religione viene dissolta nella neuroteologia. Penso che il libero arbitrio sia ciò che rappresenta il fattore distintivo (e nobile) dell’uomo, ma la pressione del riduzionismo scientista è tale che termini come “libertà”, “persona” e “dignità della persona” sono visti come relitti di un passato oscurantista. Eppure la fragilità di queste costruzioni pseudoscientifiche non giustifica alcuna soggezione nei loro confronti e tanto meno l’accettare che tutta la conoscenza venga assoggettata al prefisso “neuro-”». Sopratutto oggi, aggiungiamo, che i dati sembrano suggerire esattamente l’opposto.

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  7. #27
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    Neuroscienze e libertà

    Premetto di non avere competenze in materia, per cui chiedo direttamente a voi: da parte atea si sente spesso dire che alla luce delle scoperte in campo neuroscientifico, la libertà del nostro comportamente è molto inferiore a quello che pensiamo. Voi cosa dite?

  8. #28
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Parlo dal punto di vista psicologico (quindi non medico o neurologico).
    La nostra mente è divisa in 90% inconscio e 10% conscio; per questo spesso sentiamo dire che noi usiamo solo una piccola parte del nostro cervello; tutto il resto è inconscio.
    Conscio e inconscio sono divisi dal subconscio, detto anche preconscio.
    La parte conscia a sua volta è guidata dall'educazione ricevuta, dal contesto e dalle esperienze passate che ci hanno formati. E poi siamo anche guidati dalla parte istintiva che è legata a quel 90% dell'inconscio.
    Ad esempio spesso capita una sensazione gradevole o sgradevole senza che lo vogliamo; è l'inconscio che ha elaborato un pensiero e la nostra parte conscia ha captato la sensazione.
    Quindi sì, concordo con chi sostiene che non c'è vera libertà di azione nell'uomo.
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  9. #29
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    Citazione Originariamente Scritto da Efesino Visualizza Messaggio
    Premetto di non avere competenze in materia, per cui chiedo direttamente a voi: da parte atea si sente spesso dire che alla luce delle scoperte in campo neuroscientifico, la libertà del nostro comportamente è molto inferiore a quello che pensiamo. Voi cosa dite?
    Fino a quanto l'uomo sarà in grado di discriminare il bene dal male, sarà responsabile delle sue azioni.
    Questo è il nocciolo essenziale, che sopravviverà a qualsiasi tentativo di "riduzionismo" della libertà umana.

  10. #30
    CierRino di platino L'avatar di maurum
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    Citazione Originariamente Scritto da Phantom Visualizza Messaggio
    Parlo dal punto di vista psicologico (quindi non medico o neurologico).
    La nostra mente è divisa in 90% inconscio e 10% conscio; per questo spesso sentiamo dire che noi usiamo solo una piccola parte del nostro cervello; tutto il resto è inconscio.
    Conscio e inconscio sono divisi dal subconscio, detto anche preconscio.
    La parte conscia a sua volta è guidata dall'educazione ricevuta, dal contesto e dalle esperienze passate che ci hanno formati. E poi siamo anche guidati dalla parte istintiva che è legata a quel 90% dell'inconscio.
    Ad esempio spesso capita una sensazione gradevole o sgradevole senza che lo vogliamo; è l'inconscio che ha elaborato un pensiero e la nostra parte conscia ha captato la sensazione.
    Quindi sì, concordo con chi sostiene che non c'è vera libertà di azione nell'uomo.


    Scusa, ma se utilizziamo solo un piccola parte di cervello che risponde consciamente, come si fa a capire che manca la quota maggiore? Non so chi possa aver stabilito le percentuali perchè sembrerebbe che la mente, in quel momento, era priva anche del 10%..




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