Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Pontificia Accademia per la Vita: attività e notizie

  1. #1
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    Pontificia Accademia per la Vita: attività e notizie

    Il card. Sgreccia e mons. Carrasco de Paula sui 20 anni della Pontificia Accademia per la Vita

    Sono passati vent’anni da quando Papa Giovanni Paolo II istituì con il suo Motu Proprio Vitae Mysterium la Pontificia Accademia per la Vita, con l’obiettivo di studiare, informare e formare sui principali problemi della Biomedicina e del Diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto nel rapporto che questi hanno con la morale e gli orientamenti del Magistero della Chiesa. E’un cammino che, come spiegano i protagonisti, nonostante le difficoltà, continua a contrastare la “cultura della morte” in nome della dignità dell’essere umano. Il servizio di Gabriella Ceraso:

    “Nel servizio alla vita, la Chiesa non può non incontrarsi con la scienza”, così si legge nel documento che fondò la Pontificia Accademia per la Vita l’11 febbraio del 1994. Per questo, Giovanni Paolo II volle allora un approccio multidisciplinare a questioni nuove e delicate, da cui scaturisse una sola voce competente e formativa per la Chiesa. Per 13 anni, questo compito è stato in mano, alla guida dell’Accademia, al cardinale Elio Sgreccia:

    “E’ stato un periodo per me significativo e ho imparato molto stando a contatto con tanti studiosi su questioni salienti: la clonazione, le cellule staminali, l’esame delle situazioni e dei malati in stato vegetativo persistente. Prima di tutto, bisognava riflettere per capire quale fosse la posizione giusta, confrontarla con i fatti nuovi per giornate intere, valutare, riflettere. Poi, informare perché su quella base le diocesi, i vescovi, creavano la formazione degli organismi diocesani”.

    Ma su che cosa basare il lavoro alla Pontificia Accademia, davanti alle sfide continue che la realtà pone? Ancora il cardinale Sgreccia:

    “Quello che va sempre tenuto fermo è la centralità della persona umana, corpo e spirito, che ha una dimensione che trascende il cosmo – è persona – e che ha la sua libertà e dignità da rispettare in se stessa e negli altri”.

    Un’Accademia che in vent’anni è sempre andata “controcorrente”, spiega l’attuale presidente, mons. Ignacio Carrasco de Paula, rispetto alla “cultura della morte” che Giovanni Paolo II citava nel '94 e che tuttora tende a pervadere, seppur con nuovi volti, la società:

    “Per esempio, la clonazione ormai è una questione che è sparita, ma non è sparita per motivi di natura morale, ma perché era una via impraticabile. Invece, disgraziatamente, sia l’aborto sia l’eutanasia continuano con una piena attività, con queste manifestazioni ad esempio dell’estensione dell’eutanasia ai bambini”.


    Ma la vera novità, continua il presidente dell’Accademia, è che non c’è solo questo:

    “Venti anni fa, non esisteva una medicina palliativa, che effettivamente agisse in modo estremamente efficace nel combattere la sofferenza, il dolore. Poi, abbiamo avuto, e continua ancora, questa prospettiva aperta delle cellule staminali, della possibilità di avere una medicina rigenerativa. Sapere cioè riconoscere che non cresce solo una cultura della morte, ma anche una civiltà della vita, a condizione che effettivamente ognuno si impegni seriamente in questo campo”.

    A oggi, a cosa sta lavorando l’Accademia?. Ancora mons Carrasco de Paula:

    “Per esempio, stiamo lavorando sui trattamenti dell’infertilità: che cosa si può fare senza la necessità di dover ricorrere alla procreazione medicalmente assistita. Di questo, c’è una mancanza di conoscenza. Un altro argomento su cui abbiamo pubblicato un testo è relativo alle conseguenze dell’aborto per le donne che si trovano in questa dolorosa situazione. Adesso, invece, nella prossima Assemblea tratteremo la questione della disabilità negli anziani, ovvero che cosa si può fare sia come prevenzione che come assistenza”.

    Ad accompagnare il cammino della Pontificia Accademia per la Vita in vent’anni c’è sempre stata la presenza dei Pontefici. Oggi, l’insegnamento specifico è quello di Papa Francesco:

    “Il Papa è molto cosciente di questa realtà e cioè che purtroppo viviamo in un’epoca in cui alcuni valori sono stati quasi messi da parte, ma nello stesso tempo ritiene che la questione più importante sia non ripetere all’infinito le parole di condanna, ma incoraggiare in cosa possiamo e dobbiamo fare per ribaltare questa situazione”.


    fonte: Radio Vaticana
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  2. #2
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    GIOVANNI PAOLO II

    LETTERA APOSTOLICA
    IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

    VITAE MYSTERIUM

    CON LA QUALE VIENE ISTITUITA LA
    PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA


    1. Il mistero della vita, di quella umana in particolare, attira in modo crescente l’attenzione degli studiosi, stimolati dalle straordinarie possibilità d’indagine che il progresso della scienza e della tecnica offre oggi alle loro ricerche. La nuova situazione, mentre apre affascinanti prospettive d’intervento sulle sorgenti stesse della vita, pone pure molteplici ed inediti interrogativi di ordine morale, che l’uomo non può trascurare senza correre il rischio di compiere passi forse irreparabili.

    Consapevole di ciò, la Chiesa, che per mandato di Cristo è tenuta ad illuminare le coscienze degli uomini circa le esigenze morali che scaturiscono dalla loro natura, "dopo aver preso conoscenza dei dati della ricerca e della tecnica, intende proporre, in virtù della propria missione evangelica e del suo dovere apostolico, la dottrina morale rispondente alla dignità della persona e alla sua vocazione integrale" (Donum Vitae, 1). Compito particolarmente urgente nel nostro tempo, se si considera che "nell’accoglienza amorosa e generosa di ogni vita , soprattutto se debole e malata, la Chiesa vive oggi un momento fondamentale della sua missione, tanto più necessaria, quanto più dominante si è fatta una cultura di morte" (Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, 38).

    2. La presenza della Chiesa nel campo della sanità è plurisecolare e non di rado ha anticipato gli interventi dello Stato. Mediante la sua azione assistenziale e pastorale, essa continua ancor oggi a proclamare il "Vangelo della vita" nelle variabili situazioni storiche e culturali, avvalendosi di una pedagogia fedele alla verità evangelica ed attenta ai "segni dei tempi". Nell’ambito sanitario essa avverte, in particolare, il bisogno di approfondire ogni possibile conoscenza al servizio della vita umana, perché, là dove la tecnica non è in grado di fornire risposte esaustive, possa manifestarsi la "legge della carità". Una legge che ispira l’intera sua attività missionaria e che la spinge ad esprimere in modo sempre vivo ed attuale il messaggio di Cristo, venuto per dare la vita e per donarla in abbondanza (cfr. Gv. 10, 10).

    3. Istituendo, l’11 febbraio 1985, la Pontificia Commissione, ora Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, ne indicai, tra le finalità, quella di "diffondere, spiegare e difendere gli insegnamenti della Chiesa in materia di sanità e favorirne la penetrazione nella pratica sanitaria" (Giovanni Paolo II, Dolentium hominum, 6). Finalità ribadita, per il suddetto Dicastero, dalla Costit. Apost. Pastor Bonus (Giovanni Paolo II, Pastor Bonus, art. 153). Ciò richiede che tutti gli operatori sanitari siano adeguatamente formati in materia morale e sui problemi della bioetica (cfr. Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, 1991, Declaratio, 10), affinché sia manifesto che scienza e tecnica, poste al servizio della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, contribuiscono al bene integrale dell’uomo e all’attuazione del progetto divino di salvezza (cfr. Gaudium et Spes, 35).

    4. In ordine al conseguimento di queste finalità, e raccogliendo le indicazioni espresse dai maggiori responsabili della pastorale sanitaria, e con la consapevolezza che, nel servizio alla vita, la Chiesa non può non incontrarsi con la scienza (Conc. Vat. II, Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza, 8.12.1965), con il presente Motu proprio istituisco la Pontificia Accademia per la Vita che, secondo gli Statuti, è autonoma. Essa però è collegata e d opera in stretto rapporto con il Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori sanitari. Essa avrà lo specifico compito di studiare, informare e formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le direttive del Magistero della Chiesa.

    5. La Pontificia Accademia per la Vita, con sede in Vaticano, sarà presieduta dal Presidente da me nominato, coadiuvato da un Consiglio e da un Consigliere ecclesiastico. Spetterà al Presidente della Pontificia Accademia convocarne l’Assemblea, stimolarne l’attività, approvarne la programmazione annua, vigilarne l’amministrazione, a norma di Statuti propri da sottoporre all’approvazione della Sede Apostolica. I membri dell’Accademia, da me nominati, saranno rappresentativi delle varie branche delle scienze biomediche e di quelle più strettamente legate ai problemi riguardanti la promozione e la difesa della vita. Sono inoltre previsti Membri per corrispondenza.

    6. Nell’invocare la divina assistenza sull’attività della nuova Accademia, i cui lavori non mancherò di seguire con vivo interesse, mi è grato impartire a tutti i suoi Membri e Collaboratori ed a quanti si adopereranno per la migliore riuscita di tale iniziativa, una speciale Benedizione Apostolica.

    Dal Vaticano, 11 febbraio 1994.


    fonte: http://www.vatican.va/holy_father/jo...terium_it.html

  3. #3
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    Pontificia Accademia della Vita. Il Papa: "no" a cultura dello scarto per anziani, malati e disabili

    “‘Invecchiamento e disabilità’. E’ un tema di grande attualità che sta molto a cuore alla Chiesa”. Lo sottolinea il Papa nel Messaggio inviato a mons. Carrasco De Paula, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, riunita da ieri in Assemblea nel 20.mo di fondazione. Il servizio di Roberta Gisotti:

    “Studiare, informare e formare” su questioni di biomedicina e diritto in relazione alla promozione e difesa della vita. Questo il mandato di Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia per la Vita, sorta l’11 febbraio 1994, chiamata a svolgere un lavoro “spesso faticoso perché richiede di andare controcorrente, sempre prezioso perché attento a coniugare rigore scientifico e rispetto per la persona umana”: lo sottolinea Papa Francesco nel suo messaggio, soffermandosi sul tema “Invecchiamento e disabilità”, scelto per suggellare i 20 anni di attività.

    “Nelle nostre società – osserva Francesco – si riscontra il dominio tirannico di una logica economica che esclude e a volte uccide e di cui oggi moltissimi sono vittime, a partire dai nostri anziani”, specie se malati o disabili. Da qui la “cultura dello scarto". Qualcosa di più e di nuovo rispetto a sfruttamento e oppressione: esclusione. “Gli esclusi” sono “rifiuti, avanzi”. Se la salute è “un valore importante” – spiega il Papa – non determina però il “valore di una persona”, così anche “non è di per sé garanzia di felicità”, che può esservi invece “in presenza di una salute precaria”. “E la più grave privazione che le persone anziane subiscono – denuncia il Papa – non è l’indebolimento dell’organismo e la disabilità che ne può conseguire, ma l’abbandono, l’esclusione, la privazione di amore”. A questa deriva si oppone la famiglia “maestra di accoglienza e solidarietà”, dove s’impara “a non cadere nell’individualismo ed equilibrare l’io con il noi”, e s’impara “che la perdita di salute non è una ragione per discriminare alcune vite umane”.

    “Una società è veramente accogliente” – conclude Francesco – quando riconosce che la vita “è preziosa anche nell’anzianità, nella disabilità, nella malattia grave e persino quando si sta spegnendo”; quando insegna che la chiamata alla realizzazione umana non esclude la sofferenza, anzi, insegna a vedere nella persona malata e sofferente un dono per l’intera comunità”.

    Intanto, oggi a Roma, presso l’Istituto Augustinianum, prende il via il Workshop della Pontificia Accademia per la Vita, dedicato ad “Invecchiamento e disabilità”. I lavori si concluderanno domani con l’intervento di mons. Zygmut Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, sul tema “Chiesa e persone anziane disabili. Fabio Colagrande ha intervistato mons. Ignacio Carrasco de Paula, presidente della Pontificia Accademia per la Vita:

    R. – Credo che la cosa specifica della Chiesa sia sempre svegliare la dimensione trascendente. Dobbiamo renderci conto che la nostra vita, i nostri problemi, vanno collocati in un contesto nel quale c’è qualcosa di più, al di là di noi stessi: Dio. Questa è la cosa fondamentale. In questo senso, ritengo che sia molto importante ricordarsi di quella espressione di Gesù nel Vangelo: "L'avete fatto anche a me".

    D. – Papa Francesco ha condannato più volte la cultura dello scarto, diffusa oggi, che tende a escludere i disabili e gli anziani…

    R. – Mi pare sia un’espressione molto indovinata. Io direi che è una variante di quel termine “cultura della morte” che introdusse il Beato Giovanni Paolo II. Ci sono cose che effettivamente vengono usate, poi non servono più e si gettano. Questo non si può trasferire al mondo degli esseri umani. E’ assolutamente inammissibile.

    D. - Ci sono atteggiamenti sociali in particolare che bisogna contrastare in questo campo?

    R. – Penso di sì. In primo luogo, l’indifferenza. Penso che uno dei mali della nostra cultura, della nostra società, nel terzo millennio, sia l’indifferenza, più che l’incredulità. E’ l’atteggiamento più importante da combattere in questo momento.

    D. - Che significato assume il 20.mo anniversario della vostra Fondazione nell’attuale contesto ecclesiale, sociale?

    R. – Ci permette di guardare un po’ indietro, vedere il percorso che abbiamo fatto quando Giovanni Paolo II volle istituire l’Accademia. Credo dobbiamo continuare sulla linea che abbiamo seguito fino ad adesso, che è fondamentalmente quella di aiutare a capire le reali dimensioni, radici, circostanze in cui nascono tutti questi fenomeni che riguardano la vita umana. La maggior parte di questi sono straordinari! Basti pensare in questi 20 anni a tutti i progressi della medicina, delle discipline biomediche. In generale, è una cosa della quale possiamo essere più che soddisfatti e guardare al futuro con speranza. Noi abbiamo la particolarità di poter studiare e affrontare queste cose in totale autonomia, non siamo influenzati da fattori economici, dall’opinione pubblica, non siamo soggetti ai cliché. Però, vorrei dire anche un’altra cosa. Il nostro intento non è solo di formare le intelligenze: consideriamo che sono temi nei quali è assolutamente fondamentale mettere il cuore. Quando si tratta della vita umana, soltanto con teorie, ipotesi, sillogismi, con ragionamenti, il percorso che possiamo fare è molto breve, non dura tanto. Sono temi che è necessario anche affrontare con il cuore.

    D. – Cambiando tema, preoccupano in questo momento il diffondersi di legislazioni che autorizzano l’eutanasia, estendendola addirittura ai minori. Come spiegare, secondo lei, questa cultura contraria alla vita?

    R. – Io non sono molto convinto che sia una cultura contraria alla vita, in quanto mi sembra che sia un fenomeno abbastanza focalizzato, solo che è focalizzato nelle stanze del potere. E’ qualcosa che viene imposto servendosi anche di tutto un lavoro di propaganda, di manipolazione dell’opinione pubblica. Questa legge vorrebbe risolvere eventuali problemi, soprattutto di sofferenza, che in realtà si risolvono in un’altra maniera e molto meglio. La morte non è una soluzione in nessun caso.


    fonte: Radio Vaticana


    Qui il testo completo del Messaggio del Santo Padre
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  4. #4
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    Udienza ai partecipanti alla XXIII Assemblea Generale dei Membri della Pontificia Accademia per la Vita, 05.10.2017

    Alle ore 12 di questa mattina, nell’Aula del Sinodo, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla XXIII Assemblea Generale dei Membri della Pontificia Accademia per la Vita, in corso in Vaticano dal 5 al 6 ottobre 2017, organizzata nell’ambito del Workshop sul tema: Accompagnare la vita. Nuove responsabilità nell’era tecnologica.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

    Discorso del Santo Padre

    Eccellenza,
    Illustri Signori e Signore,

    sono lieto di incontrarvi in occasione della vostra annuale Assemblea Plenaria e ringrazio Monsignor Paglia per il suo saluto e la sua introduzione. Vi sono grato per il contributo che offrite e che, col passare del tempo, rivela sempre meglio il suo valore sia nell’approfondimento delle conoscenze scientifiche, antropologiche ed etiche, sia nel servizio alla vita, in particolare nella cura della vita umana e del creato, nostra casa comune.

    II tema di questa vostra sessione: “Accompagnare la vita. Nuove responsabilità nell’era tecnologica”, è impegnativo e al tempo stesso necessario. Esso affronta l’intreccio di opportunità e criticità che interpella l’umanesimo planetario, in riferimento ai recenti sviluppi tecnologici delle scienze della vita. La potenza delle biotecnologie, che già ora consente manipolazioni della vita fino a ieri impensabili, pone questioni formidabili.

    È urgente, perciò, intensificare lo studio e il confronto sugli effetti di tale evoluzione della società in senso tecnologico per articolare una sintesi antropologica che sia all’altezza di questa sfida epocale. L’area della vostra qualificata consulenza non può quindi essere limitata alla soluzione delle questioni poste da specifiche situazioni di conflitto etico, sociale o giuridico. L’ispirazione di condotte coerenti con la dignità della persona umana riguarda la teoria e la pratica della scienza e della tecnica nella loro impostazione complessiva in rapporto alla vita, al suo senso e al suo valore. E proprio in questa prospettiva desidero offrirvi oggi la mia riflessione.

    1. La creatura umana sembra oggi trovarsi in uno speciale passaggio della propria storia che incrocia, in un contesto inedito, le antiche e sempre nuove domande sul senso della vita umana, sulla sua origine e sul suo destino.

    Il tratto emblematico di questo passaggio può essere riconosciuto sinteticamente nel rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo — in quanto specie e in quanto individuo — rispetto alla realtà. C’è chi parla persino di egolatria, ossia di un vero e proprio culto dell’io, sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari. Questa prospettiva non è innocua: essa plasma un soggetto che si guarda continuamente allo specchio, sino a diventare incapace di rivolgere gli occhi verso gli altri e il mondo. La diffusione di questo atteggiamento ha conseguenze gravissime per tutti gli affetti e i legami della vita (cfr Enc. Laudato si’, 48).

    Non si tratta, naturalmente, di negare o di ridurre la legittimità dell’aspirazione individuale alla qualità della vita e l’importanza delle risorse economiche e dei mezzi tecnici che possono favorirla. Tuttavia, non può essere passato sotto silenzio lo spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto.

    Purtroppo, uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano con amarezza e dolore le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione. Un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane.

    La fede cristiana ci spinge a riprendere l’iniziativa, respingendo ogni concessione alla nostalgia e al lamento. La Chiesa, del resto, ha una vasta tradizione di menti generose e illuminate, che hanno aperto strade per la scienza e la coscienza nella loro epoca. Il mondo ha bisogno di credenti che, con serietà e letizia, siano creativi e propositivi, umili e coraggiosi, risolutamente determinati a ricomporre la frattura tra le generazioni. Questa frattura interrompe la trasmissione della vita. Della giovinezza si esaltano gli entusiasmanti potenziali: ma chi li guida al compimento dell’età adulta? La condizione adulta è una vita capace di responsabilità e amore, sia verso la generazione futura, sia verso quella passata. La vita dei padri e delle madri in età avanzata si aspetta di essere onorata per quello che ha generosamente dato, non di essere scartata per quello che non ha più.

    2. La fonte di ispirazione per questa ripresa di iniziativa, ancora una volta, è la Parola di Dio, che illumina l’origine della vita e il suo destino.

    Una teologia della Creazione e della Redenzione che sappia tradursi nelle parole e nei gesti dell’amore per ogni vita e per tutta la vita, appare oggi più che mai necessaria per accompagnare il cammino della Chiesa nel mondo che ora abitiamo. L’Enciclica Laudato si’ è come un manifesto di questa ripresa dello sguardo di Dio e dell’uomo sul mondo, a partire dal grande racconto di rivelazione che ci viene offerto nei primi capitoli del Libro della Genesi. Esso dice che ognuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio per sé stessa, non solamente un assemblaggio di cellule ben organizzate e selezionate nel corso dell’evoluzione della vita. L’intera creazione è come inscritta nello speciale amore di Dio per la creatura umana, che si estende a tutte le generazioni delle madri, dei padri e dei loro figli.

    La benedizione divina dell’origine e la promessa di un destino eterno, che sono il fondamento della dignità di ogni vita, sono di tutti e per tutti. Gli uomini, le donne, i bambini della terra – di questo sono fatti i popoli – sono la vita del mondo che Dio ama e vuole portare in salvo, senza escludere nessuno.

    Il racconto biblico della Creazione va riletto sempre di nuovo, per apprezzare tutta l’ampiezza e la profondità del gesto dell’amore di Dio che affida all’alleanza dell’uomo e della donna il creato e la storia.

    Questa alleanza è certamente sigillata dall’unione d’amore, personale e feconda, che segna la strada della trasmissione della vita attraverso il matrimonio e la famiglia. Essa, però, va ben oltre questo sigillo. L’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società. Questo è un invito alla responsabilità per il mondo, nella cultura e nella politica, nel lavoro e nell'economia; e anche nella Chiesa. Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli. L’uomo e la donna non sono chiamati soltanto a parlarsi d’amore, ma a parlarsi, con amore, di ciò che devono fare perché la convivenza umana si realizzi nella luce dell’amore di Dio per ogni creatura. Parlarsi e allearsi, perché nessuno dei due – né l’uomo da solo, né la donna da sola – è in grado di assumersi questa responsabilità. Insieme sono stati creati, nella loro differenza benedetta; insieme hanno peccato, per la loro presunzione di sostituirsi a Dio; insieme, con la grazia di Cristo, ritornano al cospetto di Dio, per onorare la cura del mondo e della storia che Egli ha loro affidato.

    3. Insomma, è una vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo. E la Chiesa, per prima, deve fare la sua parte.

    In tale prospettiva, si tratta anzitutto di riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze. Le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne vanno definitivamente abbandonate. Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza. L’ipotesi recentemente avanzata di riaprire la strada per la dignità della persona neutralizzando radicalmente la differenza sessuale e, quindi, l’intesa dell’uomo e della donna, non è giusta. Invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane. Ma l’utopia del “neutro” rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita. La manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà – mentre non lo è! –, rischia così di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna e la rende creativa e feconda.

    Il misterioso legame della creazione del mondo con la generazione del Figlio, che si rivela nel farsi uomo del Figlio nel grembo di Maria – Madre di Gesù, Madre di Dio – per amore nostro, non finirà mai di lasciarci stupefatti e commossi. Questa rivelazione illumina definitivamente il mistero dell’essere e il senso della vita. L'immagine della generazione irradia, a partire da qui, una sapienza profonda riguardo alla vita. In quanto è ricevuta come un dono, la vita si esalta nel dono: generarla ci rigenera, spenderla ci arricchisce.

    Occorre raccogliere la sfida posta dalla intimidazione esercitata nei confronti della generazione della vita umana, quasi fosse una mortificazione della donna e una minaccia per il benessere collettivo.

    L’alleanza generativa dell’uomo e della donna è un presidio per l’umanesimo planetario degli uomini e delle donne, non un handicap. La nostra storia non sarà rinnovata se rifiutiamo questa verità.

    4. La passione per l’accompagnamento e la cura della vita, lungo l’intero arco della sua storia individuale e sociale, chiede la riabilitazione di un ethos della compassione o della tenerezza per la generazione e rigenerazione dell’umano nella sua differenza.

    Si tratta, anzitutto, di ritrovare sensibilità per le diverse età della vita, in particolare per quelle dei bambini e degli anziani. Tutto ciò che in esse è delicato e fragile, vulnerabile e corruttibile, non è una faccenda che debba riguardare esclusivamente la medicina e il benessere. Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli come dalla comunità. Una società nella quale tutto questo può essere soltanto comprato e venduto, burocraticamente regolato e tecnicamente predisposto, è una società che ha già perso il senso della vita. Non lo trasmetterà ai figli piccoli, non lo riconoscerà nei genitori anziani. Ecco perché, quasi senza rendercene conto, ormai edifichiamo città sempre più ostili ai bambini e comunità sempre più inospitali per gli anziani, con muri senza né porte né finestre: dovrebbero proteggere, in realtà soffocano.

    La testimonianza della fede nella misericordia di Dio, che affina e compie ogni giustizia, è condizione essenziale per la circolazione della vera compassione fra le diverse generazioni. Senza di essa, la cultura della città secolare non ha alcuna possibilità di resistere all’anestesia e all’avvilimento dell’umanesimo.

    E’ in questo nuovo orizzonte che vedo collocata la missione della rinnovata Pontificia Accademia per la Vita. Comprendo che è difficile, ma è anche entusiasmante. Sono certo che non mancano uomini e donne di buona volontà, come anche studiose e studiosi, di diverso orientamento quanto alla religione e con diverse visioni antropologiche ed etiche del mondo, che condividono la necessità di riportare una più autentica sapienza della vita all’attenzione dei popoli, in vista del bene comune. Un dialogo aperto e fecondo può e deve essere instaurato con i molti che hanno a cuore la ricerca di ragioni valide per la vita dell’uomo.

    Il Papa, e la Chiesa tutta, vi sono grati per l’impegno che vi accingete ad onorare. L’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari. Dio benedica il vostro proposito di sostenerli con la scienza e la coscienza di cui siete capaci. Grazie, e non dimenticatevi di pregare per me.

    [01469-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0667-XX.01]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  5. #5
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    Messaggio del Santo Padre al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione del Meeting Regionale Europeo della “World Medical Association” sulle questioni del “fine-vita” (Vaticano, 16-17 novembre 2017), 16.11.2017


    Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Mons. Vincenzo Paglia, e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato presso l’Aula Vecchia del Sinodo in Vaticano il 16 e 17 novembre 2017:

    Messaggio del Santo Padre

    Al Venerato Fratello

    Mons. Vincenzo Paglia

    Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

    Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.

    Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

    Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.

    È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.

    Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.

    Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.

    Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10,25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

    In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.

    Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.

    Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

    Dal Vaticano, 7 novembre 2017

    FRANCESCO

    [01721-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  6. 2 utenti ringraziano per questo messaggio:

    nofear (16-11-2017), non_mite (16-11-2017)

  7. #6
    CierRino
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    In molti nei social vedono un'apertura della Chiesa sul fine vita inteso come eutanasia, naturalmente chissà cos'hanno letto.

    Io lo trovo uno scritto eccellente che, al contrario, impedirà al governo di varare una legge iniqua!

  8. Il seguente utente ringrazia nofear per questo messaggio:

    Aleksej (16-11-2017)

  9. #7
    Veterano di CR L'avatar di Aleksej
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    Citazione Originariamente Scritto da nofear Visualizza Messaggio
    In molti nei social vedono un'apertura della Chiesa sul fine vita inteso come eutanasia, naturalmente chissà cos'hanno letto.

    Io lo trovo uno scritto eccellente che, al contrario, impedirà al governo di varare una legge iniqua!
    Immagino di si. Spesso si vede solo quello che si vorrebbe vedere. Però stavolta mi pare che la notizia sia riportata correttamente sui giornali. C'è una netta distinzione tra tutto ciò e l'eutanasia.

  10. #8
    Cronista di CR L'avatar di non_mite
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    Citazione Originariamente Scritto da nofear Visualizza Messaggio
    In molti nei social vedono un'apertura della Chiesa sul fine vita inteso come eutanasia, naturalmente chissà cos'hanno letto.

    Io lo trovo uno scritto eccellente che, al contrario, impedirà al governo di varare una legge iniqua!
    In molti scambiano il "trattamento fine vita" con l'eutanasia, se si vedono poi i casi concreti lo si capisce subito (senza voler riesumare vecchie discussioni).
    Non é un leggere quello che si vuole leggere, ma è il confine tra questi due aspetti che é sottile.
    "Spera per il meglio, ma aspettati il peggio"

  11. #9
    Veterano di CR L'avatar di aldo12
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    C'è sempre una questione da risolvere sulla liceità del testamento biologico.
    Chi, e tenendo conto di cosa, deciderà per l'interruzione del trattamento ?
    Mi sembra di capire che la scelta tra continuare a tenere in vita qualcuno oppure no diventi una questione pertinente ai medici.
    Il testamento biologico redato anni prima, ben sapendo che si può sempre cambiare idea, non mi sembra il caso di prenderlo in considerazione. Restano famigliari e medici...I famigliari generalmente non capiscono molto di medicina e si metteranno nelle mani dei medici.
    Sono sincero... per me questo significa un'apertura della Chiesa all'eutanasia..

  12. #10
    Veterano di CR L'avatar di Aleksej
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    Citazione Originariamente Scritto da aldo12 Visualizza Messaggio
    C'è sempre una questione da risolvere sulla liceità del testamento biologico.
    Chi, e tenendo conto di cosa, deciderà per l'interruzione del trattamento ?
    Mi sembra di capire che la scelta tra continuare a tenere in vita qualcuno oppure no diventi una questione pertinente ai medici.
    Il testamento biologico redato anni prima, ben sapendo che si può sempre cambiare idea, non mi sembra il caso di prenderlo in considerazione. Restano famigliari e medici...I famigliari generalmente non capiscono molto di medicina e si metteranno nelle mani dei medici.
    Sono sincero... per me questo significa un'apertura della Chiesa all'eutanasia..
    Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante.

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