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Discussione: Pontificia Accademia per la Vita: attività e notizie

  1. #31
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    Citazione Originariamente Scritto da coram Deo Visualizza Messaggio
    Qualche anno fa è morto mio nonno: ha passato le ultime tre settimane di vita con ossigeno, flebo, catetere, sondino naso-gastrico e guanti che gli impedivano di usare le mani, affinchè non si strappasse tutto l’armamentario.
    Il tutto per che cosa? Era chiaro come il sole fin dall’inizio che sarebbe morto.
    Un tempo nessuno avrebbe detto che “è morto di fame” perché non gli avevano applicato il sondino, bensì si sarebbe preso atto che non poteva più alimentarsi e ci si sarebbe rassegnati.
    Non so cosa è meglio e cosa è peggio. Dico solo che a me quell’agonia artificialmente prolungata è parsa più una cattiveria che un gesto di carità. Se avessi potuto, avrei fatto togliere quantomeno il sondino (e forse anche la flebo, giacchè non urinava più e tutti i liquidi gli si accumulavano negli arti) e, senza sensi di colpa, avrei lasciato che si spegnesse naturalmente…
    Un tempo, ma oggi non è più così, e meno male.

    La morte per fame è orrenda, e nutrirlo con il sondino, per quanto possa sembrarti orribile, li ha negato quell'agonia.

    Non è stata artificialmente prolungata, perchè sono non cure, ma trattamenti di supporto alla vita. Penseresti altrimenti che nutrire un malato di cancro che morirà al 100% sia inutile? O un gesto di agonia?
    Di certo ha vissuto più tempo di quanto avrebbe fatto se non avesse avuto il sondino. Ma non è stato accanimento.

  2. #32
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Ma infatti l'alimentazione non è terapia.
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  3. #33
    Vecchia guardia di CR L'avatar di aldo12
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    Citazione Originariamente Scritto da Pellegrina Visualizza Messaggio
    Ed ecco la radice del tuo errore! Quando si parla di "accanimento terapeutico", non si fa riferimento ad una persona anziana o incurabile "che si è stancata di vivere"... L'accanimento di cui si parla è quello di certi medici (o pazienti o loro famigliari) che insistono nella somministrazione di cure e terapie che non portano a nessun giovamento per il paziente: nè in termini di guarigione, nè in termini di alleviare le sue sofferenze, anzi al contrario possono essere invasive e/o dolorose.
    Ti faccio un esempio: un tumore incurabile e inoperabile, non c'è nessun reale vantaggio a voler sottoporre il paziente a un trattamento chemioterapico, che non solo non porterà alcun vantaggio terapeutico, ma nemmeno di benessere, in quanto - si sa - è un trattamento invasivo e dai numerosi effetti collaterali. (Ti faccio questo esempio, perchè parlo di qualcosa che conosco per esperienza diretta: la mia mamma era uno di questi casi, e la primaria dell'hospice ha sconsigliato una terapia che non sarebbe servita a nulla, se non a procurarle delle inutili sofferenze, in cambio di cosa? di una settimana o due di vita in più? Se n'è andata serenamente, senza soffrire - grazie alle cure palliative - e con la sua dignità e tutti i suoi capelli, ancora neri all'età di 80 anni!)

    Conosco uno che aveva un tumore al fegato in metastasi nel 1994 ( 80 % di mortalità ad un anno ) e non era la malattia più grave delle molte che aveva. Non aveva ancora 32 anni..
    La più grave ed incurabile aveva una mortalità del 100% a 4-10 mesi a seconda dello stato di avanzamento.
    Ben 8 medici ( non servivano i medici per capire certe cose) gli avevano detto di andare a morire a casa, o in un Hospice ( Santa Chiara PD ) se non riusciva più ad alimentarsi o se la neuropatia lo paralizzava a letto.. o se la polmonite lo soffocava.
    A Santa Chiara quelli con la polmonite venivano quasi sempre sedati fino alla morte.
    Gli era quasi impossibile non vomitare qualsiasi cosa solida .. Riusciva a trattenere un po' di acqua e sostanze liquide.
    Aveva ancora un po' vitalità anche se il suo peso da 90 e passa kg calò a 50 kg in pochissimo tempo
    Non era ancora arrivato il tempo di andare a S.Chiara.
    Non si sa come dopo qualche mese era ancora vivo.
    Un medico ( ricercatore ) meravigliato perché era ancora vivo, per pietà e compassione ebbe l'idea di accanirsi terapeuticamente anche con terapie sperimentali di cui conosceva indirettamente qualche dato clinico (di una fase due non ancora terminata in doppio cieco di cui ufficialmente in Italia non si sapeva nulla..).Il paziente era consapevole che la malattia più grave non era il tumore ed accettò lo stesso di offrirsi come "cavia" non ufficiale dei nuovi farmaci.
    Il tumore che avanzava non era il "bersaglio" del medico.
    La chemioterapia iniziò mesi dopo quando in maniera prodigiosa ci fu la conferma che la terapia sperimentale ( non per il tumore ) qualche efficacia poteva avere.
    Dopo 23 anni è ancora vivo anche se un po' malandato..
    La sua fidanzata non fu così fortunata o "miracolata".

  4. Il seguente utente ringrazia aldo12 per questo messaggio:

    nofear (20-11-2017)

  5. #34
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    Citazione Originariamente Scritto da aldo12 Visualizza Messaggio
    Conosco uno che aveva un tumore al fegato in metastasi nel 1994 ( 80 % di mortalità ad un anno ) e non era la malattia più grave delle molte che aveva. Non aveva ancora 32 anni..
    La più grave ed incurabile aveva una mortalità del 100% a 4-10 mesi a seconda dello stato di avanzamento.
    Ben 8 medici ( non servivano i medici per capire certe cose) gli avevano detto di andare a morire a casa, o in un Hospice ( Santa Chiara PD ) se non riusciva più ad alimentarsi o se la neuropatia lo paralizzava a letto.. o se la polmonite lo soffocava.
    A Santa Chiara quelli con la polmonite venivano quasi sempre sedati fino alla morte.
    Gli era quasi impossibile non vomitare qualsiasi cosa solida .. Riusciva a trattenere un po' di acqua e sostanze liquide.
    Aveva ancora un po' vitalità anche se il suo peso da 90 e passa kg calò a 50 kg in pochissimo tempo
    Non era ancora arrivato il tempo di andare a S.Chiara.
    Non si sa come dopo qualche mese era ancora vivo.
    Un medico ( ricercatore ) meravigliato perché era ancora vivo, per pietà e compassione ebbe l'idea di accanirsi terapeuticamente anche con terapie sperimentali di cui conosceva indirettamente qualche dato clinico (di una fase due non ancora terminata in doppio cieco di cui ufficialmente in Italia non si sapeva nulla..).Il paziente era consapevole che la malattia più grave non era il tumore ed accettò lo stesso di offrirsi come "cavia" non ufficiale dei nuovi farmaci.
    Il tumore che avanzava non era il "bersaglio" del medico.
    La chemioterapia iniziò mesi dopo quando in maniera prodigiosa ci fu la conferma che la terapia sperimentale ( non per il tumore ) qualche efficacia poteva avere.
    Dopo 23 anni è ancora vivo anche se un po' malandato..
    La sua fidanzata non fu così fortunata o "miracolata".
    Quel tipo è stato molto fortunato. E l'accanimento terapeutico nei suoi confronti era da lui accettato di buon grado.

    Ha senso però solo per un caso farlo su tutti?

    Lui è stato molto fortunato. E scommetto che oggi sia una persona fortissima, vero, Aldo?

    PS: Sei un brav'uomo, e mi dispiace che tu abbia dovuto passare tutto questo. Sei tu quel tale, vero?

  6. #35
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    Lettera del Cardinale Segretario di Stato al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione del Convegno sulle cure palliative organizzato dalla stessa PAV (Roma, 28 febbraio – 1° marzo 2018), 28.02.2018


    Si tiene oggi e domani a Roma il Congresso internazionale dal titolo: “Palliative Care: everywhere & by Everyone. Palliative care in every region. Palliative care in every religion or belief”, organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita. In questa occasione verrà presentato ufficialmente il Progetto PAL-Life, ideato e realizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita per la diffusione globale delle cure palliative. Durante il Congresso verranno affrontate diverse e importanti tematiche, quali il contributo delle cure palliative alla medicina, all’assistenza sanitaria e alla società, la diffusione delle cure palliative, l’impatto delle diverse fedi religiose e prospettive spirituali sulla cura del morente, le implicazioni politiche ed economiche delle cure palliative. L’obiettivo principale del Congresso e del Progetto PAL-Life è quello di promuovere il dialogo e la cooperazione tra i differenti attori coinvolti nell’esercizio e nella diffusione delle cure palliative e, attraverso ciò, tutelare la dignità del morente, facendosi carico della sua vulnerabilità.

    Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha inviato a S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione dell’apertura dei lavori del Convegno:

    Lettera Card. Pietro Parolin

    Eccellenza Reverendissima,

    a nome del Santo Padre Francesco e mio personale, rivolgo un cordiale saluto a Lei, agli organizzatori e ai partecipanti al Convegno sulle Cure Palliative. Si tratta di argomenti che riguardano i momenti conclusivi della nostra vita terrena e che mettono l’essere umano a confronto con un limite che appare insuperabile per la libertà, suscitando a volte ribellione e angoscia. Per questo nella società odierna si cerca in molti modi di evitarlo e di rimuoverlo, trascurando di ascoltare l’ispirata indicazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (89,12). Ci priviamo così della ricchezza che proprio nella finitezza si nasconde e di una occasione per maturare un modo più sensato di vivere, sul piano sia personale sia sociale.

    Le cure palliative, invece, non assecondano questa rinuncia alla sapienza della finitezza, ed è qui un ulteriore motivo dell’importanza di queste tematiche. Esse indicano infatti una riscoperta della vocazione più profonda della medicina, che consiste prima di tutto nel prendersi cura: il suo compito è di curare sempre, anche se non sempre è possibile guarire. Certamente l’impresa medica si basa sull’impegno instancabile di acquisire nuove conoscenze e di sconfiggere un numero sempre maggiore di malattie. Ma le cure palliative attestano, all’interno della pratica clinica, la consapevolezza che il limite richiede non solo di essere combattuto e spostato, ma anche riconosciuto e accettato. E questo significa non abbandonare le persone malate, ma anzi stare loro vicino e accompagnarle nella difficile prova che si fa presente alla conclusione della vita. Quando tutte le risorse del “fare” sembrano esaurite, proprio allora emerge l’aspetto più importante nelle relazioni umane che è quello dell’“essere”: essere presenti, essere vicini, essere accoglienti. Questo comporta anche il condividere l’impotenza di chi giunge al punto estremo della vita. Allora il limite può cambiare significato: non più luogo di separazione e di solitudine, ma occasione di incontro e di comunione. La morte stessa viene introdotta in un orizzonte simbolico al cui interno può risaltare non tanto come il termine contro cui la vita si infrange e soccombe, quanto piuttosto come il compimento di un’esistenza gratuitamente ricevuta e amorevolmente condivisa.

    La logica della cura richiama infatti quella dimensione di mutua dipendenza d’amore che emerge certo con particolare evidenza nei momenti di malattia e di sofferenza, soprattutto al termine della vita, ma che in realtà attraversa tutte le relazioni umane e anzi ne costituisce la più specifica caratteristica. «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (Rm 13,8): così ci ammonisce e ci conforta l’Apostolo. Appare allora ragionevole gettare un ponte tra quella cura che si è ricevuta fin dall’inizio della vita e che ha consentito ad essa di dispiegarsi in tutto l’arco del suo svolgersi, e la cura da prestare responsabilmente agli altri, nel susseguirsi delle generazioni fino ad abbracciare l’intera famiglia umana. Per questa via può accendersi la scintilla che collega l’esperienza dell’amorevole condivisione della vita umana, fino al suo misterioso congedo, con l’annuncio evangelico che vede tutti come figli dello stesso Padre e riconosce in ciascuno la sua immagine inviolabile. Questo prezioso legame sta a presidio di una dignità, umana e teologale, che non cessa di vivere, neppure con la perdita della salute, del ruolo sociale e del controllo sul proprio corpo. Ecco allora che le cure palliative mostrano il loro valore non solo per la pratica medica – perché, anche quando agisce con efficacia realizzando guarigioni talvolta spettacolari, non si dimentichi di questo atteggiamento di fondo che sta alla radice di ogni relazione di cura –, ma anche più in generale per l’intera convivenza umana.

    Il vostro programma di questi giorni mette bene in evidenza la molteplicità di dimensioni che entrano in gioco nella pratica delle cure palliative. Un compito che mobilita molte competenze, scientifiche e organizzative, relazionali e comunicative, includendo l’accompagnamento spirituale e la preghiera. Oltre alle diverse figure professionali, va sottolineata l’importanza della famiglia per questo percorso. Essa riveste un ruolo unico come luogo in cui la solidarietà tra le generazioni si presenta come costitutivo della comunicazione della vita e il reciproco aiuto si sperimenta anche nei momenti di sofferenza o di malattia. E proprio per questo, nelle fasi finali della vita, la rete familiare, per quanto fragile e disgregata possa risultare nel mondo odierno, costituisce pur sempre un elemento fondamentale. Sicuramente possiamo imparare molto su questo punto dalle culture in cui la coesione familiare, anche nei momenti di difficoltà, è tenuta in grande considerazione.

    Un argomento molto attuale, per le cure palliative, è quello della terapia del dolore. Già Papa Pio XII aveva legittimato con chiarezza, distinguendola dall’eutanasia, la somministrazione di analgesici per alleviare dolori insopportabili non altrimenti trattabili, anche qualora, nella fase di morte imminente, fossero causa di un accorciamento della vita (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],129-147). Oggi, dopo molti anni di ricerca, l’accorciamento della vita non è più un effetto collaterale frequente, ma lo stesso interrogativo si ripropone con farmaci nuovi, che agiscono sullo stato di coscienza e rendono possibili diverse forme di sedazione. Il criterio etico non cambia, ma l’impiego di queste procedure richiede sempre un attento discernimento e molta prudenza. Esse sono infatti assai impegnative sia per gli ammalati, sia per i familiari, sia per i curanti: con la sedazione, soprattutto quando protratta e profonda, viene annullata quella dimensione relazionale e comunicativa che abbiamo visto essere cruciale nell’accompagnamento delle cure palliative. Essa risulta quindi sempre almeno in parte insoddisfacente, sicché va considerata come estremo rimedio, dopo aver esaminato e chiarito con attenzione le indicazioni.

    La complessità e la delicatezza dei temi presenti nelle cure palliative chiedono di continuare la riflessione e di diffonderne la pratica per facilitarvi l’accesso: un compito in cui i credenti possono trovare compagni di strada in molte persone di buona volontà. Ed è significativo che in questa prospettiva siano presenti al vostro incontro rappresentanti di diverse religioni e di diverse culture in uno sforzo di approfondimento e in un impegno condiviso. Anche nella formazione degli operatori sanitari, di chi ha responsabilità pubbliche e nell’intera società è importante che questi sforzi siano portati avanti insieme.

    Mentre raccomanda di pregare per il suo ministero, il Santo Padre invia di cuore a Lei, Eccellenza, e a tutti i partecipanti al convegno la Benedizione Apostolica. Unisco il mio personale augurio e mi confermo con sensi di distinto ossequio.

    Dal Vaticano, 27 febbraio 2018

    Cardinale Pietro Parolin
    Segretario di Stato

    [00329-IT.01] [Testo originale: Italiano]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  7. #36
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    Udienza ai partecipanti all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 25.06.2018


    Alle ore 11.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza i partecipanti alla XXIV Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), sul tema «Equal beginnings. But then? A global responsibility», che ha luogo in Vaticano, nell’Aula Nuova del Sinodo, dal 25 al 27 giugno 2018.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

    Discorso del Santo Padre

    Illustri Signori e Signore,

    sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, a partire dal Presidente, l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, che ringrazio per avermi presentato questa Assemblea Generale, nella quale il tema della vita umana verrà situato nell’ampio contesto del mondo globalizzato in cui oggi viviamo. E anche, voglio rivolgere un saluto al Cardinale Sgreccia, novantenne ma entusiasta, giovane, nella lotta per la vita. Grazie, Eminenza, per quello che Lei ha fatto in questo campo e per quello che sta facendo. Grazie.

    La sapienza che deve ispirare il nostro atteggiamento nei confronti dell’“ecologia umana” è sollecitata a considerare la qualità etica e spirituale della vita in tutte le sue fasi. Esiste una vita umana concepita, una vita in gestazione, una vita venuta alla luce, una vita bambina, una vita adolescente, una vita adulta, una vita invecchiata e consumata – ed esiste la vita eterna. Esiste una vita che è famiglia e comunità, una vita che è invocazione e speranza. Come anche esiste la vita umana fragile e malata, la vita ferita, offesa, avvilita, emarginata, scartata. È sempre vita umana. È la vita delle persone umane, che abitano la terra creata da Dio e condividono la casa comune a tutte le creature viventi. Certamente nei laboratori di biologia si studia la vita con gli strumenti che consentono di esplorarne gli aspetti fisici, chimici e meccanici. Uno studio importantissimo e imprescindibile, ma che va integrato con una prospettiva più ampia e più profonda, che chiede attenzione alla vita propriamente umana, che irrompe sulla scena del mondo con il prodigio della parola e del pensiero, degli affetti e dello spirito. Quale riconoscimento riceve oggi la sapienza umana della vita dalle scienze della natura? E quale cultura politica ispira la promozione e la protezione della vita umana reale? Il lavoro “bello” della vita è la generazione di una persona nuova, l’educazione delle sue qualità spirituali e creative, l’iniziazione all’amore della famiglia e della comunità, la cura delle sue vulnerabilità e delle sue ferite; come pure l’iniziazione alla vita di figli di Dio, in Gesù Cristo.

    Quando consegniamo i bambini alla privazione, i poveri alla fame, i perseguitati alla guerra, i vecchi all’abbandono, non facciamo noi stessi, invece, il lavoro “sporco” della morte? Da dove viene, infatti, il lavoro sporco della morte? Viene dal peccato. Il male cerca di persuaderci che la morte è la fine di ogni cosa, che siamo venuti al mondo per caso e siamo destinati a finire nel niente. Escludendo l’altro dal nostro orizzonte, la vita si ripiega su di sé e diventa bene di consumo. Narciso, il personaggio della mitologia antica, che ama sé stesso e ignora il bene degli altri, è ingenuo e non se ne rende neppure conto. Intanto, però, diffonde un virus spirituale assai contagioso, che ci condanna a diventare uomini-specchio e donne-specchio, che vedono soltanto sé stessi e niente altro. È come diventare ciechi alla vita e alla sua dinamica, in quanto dono ricevuto da altri e che chiede di essere posto responsabilmente in circolazione per altri.

    La visione globale della bioetica, che voi vi apprestate a rilanciare sul campo dell’etica sociale e dell’umanesimo planetario, forti dell’ispirazione cristiana, si impegnerà con più serietà e rigore a disinnescare la complicità con il lavoro sporco della morte, sostenuto dal peccato. Ci potrà così restituire alle ragioni e alle pratiche dell’alleanza con la grazia destinata da Dio alla vita di ognuno di noi. Questa bioetica non si muoverà a partire dalla malattia e dalla morte per decidere il senso della vita e definire il valore della persona. Muoverà piuttosto dalla profonda convinzione dell’irrevocabile dignità della persona umana, così come Dio la ama, dignità di ogni persona, in ogni fase e condizione della sua esistenza, nella ricerca delle forme dell’amore e della cura che devono essere rivolte alla sua vulnerabilità e alla sua fragilità.

    Dunque, in primo luogo, questa bioetica globale sarà una specifica modalità per sviluppare la prospettiva dell’ecologia integrale che è propria dell’Enciclica Laudato si’, in cui ho insistito su questi punti-forti: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo para*digma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di inten*dere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave re*sponsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita» (n. 16).

    In secondo luogo, in una visione olistica della persona, si tratta di articolare con sempre maggiore chiarezza tutti i collegamenti e le differenze concrete in cui abita l’universale condizione umana e che ci coinvolgono a partire dal nostro corpo. Infatti «il nostro corpo ci pone in una relazione diretta con l’ambiente e con gli altri esseri viventi. L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accet*tare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul pro*prio corpo si trasforma in una logica a volte sotti*le di dominio sul creato. Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia uma*na. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé» (Laudato si’, 155).

    Occorre quindi procedere in un accurato discernimento delle complesse differenze fondamentali della vita umana: dell’uomo e della donna, della paternità e della maternità, della filiazione e della fraternità, della socialità e anche di tutte le diverse età della vita. Come pure di tutte le condizioni difficili e di tutti i passaggi delicati o pericolosi che esigono speciale sapienza etica e coraggiosa resistenza morale: la sessualità e la generazione, la malattia e la vecchiaia, l’insufficienza e la disabilità, la deprivazione e l’esclusione, la violenza e la guerra. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 101).

    Nei testi e negli insegnamenti della formazione cristiana ed ecclesiastica, questi temi dell’etica della vita umana dovranno trovare adeguata collocazione nell’ambito di una antropologia globale, e non essere confinati tra le questioni-limite della morale e del diritto. Una conversione all’odierna centralità dell’ecologia umana integrale, ossia di una comprensione armonica e complessiva della condizione umana, mi auguro trovi nel vostro impegno intellettuale, civile e religioso, valido sostegno e intonazione propositiva.

    La bioetica globale ci sollecita dunque alla saggezza di un profondo e oggettivo discernimento del valore della vita personale e comunitaria, che deve essere custodito e promosso anche nelle condizioni più difficili. Dobbiamo peraltro affermare con forza che, senza l’adeguato sostegno di una prossimità umana responsabile, nessuna regolazione puramente giuridica e nessun ausilio tecnico potranno, da soli, garantire condizioni e contesti relazionali corrispondenti alla dignità della persona. La prospettiva di una globalizzazione che, lasciata solamente alla sua dinamica spontanea, tende ad accrescere e approfondire le diseguaglianze, sollecita una risposta etica a favore della giustizia. L’attenzione ai fattori sociali ed economici, culturali e ambientali che determinano la salute rientra in questo impegno, e diventa modalità concreta di realizzare il diritto di ogni popolo «alla partecipazione, sulla base dell’uguaglianza e della solidarietà, al godimento dei beni che sono destinati a tutti gli uomini» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 21).

    La cultura della vita, infine, deve rivolgere più seriamente lo sguardo alla “questione seria” della sua destinazione ultima. Si tratta di mettere in luce con maggiore chiarezza ciò che orienta l’esistenza dell’uomo verso un orizzonte che lo sorpassa: ogni persona è gratuitamente chiamata «alla comunione con Dio stesso in qualità di figlio e a partecipare alla sua stessa felicità. […] La Chiesa insegna che la speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno dell’attuazione di essi» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 21). Occorre interrogarsi più a fondo sulla destinazione ultima della vita, capace di restituire dignità e senso al mistero dei suoi affetti più profondi e più sacri. La vita dell’uomo, bella da incantare e fragile da morire, rimanda oltre sé stessa: noi siamo infinitamente di più di quello che possiamo fare per noi stessi. La vita dell’uomo, però, è anche incredibilmente tenace, di certo per una misteriosa grazia che viene dall’alto, nell’audacia della sua invocazione di una giustizia e di una vittoria definitiva dell’amore. Ed è persino capace – speranza contro ogni speranza – di sacrificarsi per essa, fino alla fine. Riconoscere e apprezzare questa fedeltà e questa dedizione alla vita suscita in noi gratitudine e responsabilità, e ci incoraggia ad offrire generosamente il nostro sapere e la nostra esperienza all’intera comunità umana. La sapienza cristiana deve riaprire con passione e audacia il pensiero della destinazione del genere umano alla vita di Dio, che ha promesso di aprire all’amore della vita, oltre la morte, l’orizzonte infinito di amorevoli corpi di luce, senza più lacrime. E di stupirli eternamente con il sempre nuovo incanto di tutte le cose “visibili e invisibili” che sono nascoste nel grembo del Creatore. Grazie.

    [01047-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0482-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  8. Il seguente utente ringrazia Vox Populi per questo messaggio:

    P.Willigisius carm (25-06-2018)

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