Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Pagina 4 di 4 PrimaPrima ... 234
Risultati da 31 a 35 di 35

Discussione: Pontificia Accademia per la Vita: attività e notizie

  1. #31
    Fedelissimo di CR
    Data Registrazione
    Nov 2016
    Località
    Italia
    Età
    23
    Messaggi
    3,003
    Ringraziato
    728
    Citazione Originariamente Scritto da coram Deo Visualizza Messaggio
    Qualche anno fa è morto mio nonno: ha passato le ultime tre settimane di vita con ossigeno, flebo, catetere, sondino naso-gastrico e guanti che gli impedivano di usare le mani, affinchè non si strappasse tutto l’armamentario.
    Il tutto per che cosa? Era chiaro come il sole fin dall’inizio che sarebbe morto.
    Un tempo nessuno avrebbe detto che “è morto di fame” perché non gli avevano applicato il sondino, bensì si sarebbe preso atto che non poteva più alimentarsi e ci si sarebbe rassegnati.
    Non so cosa è meglio e cosa è peggio. Dico solo che a me quell’agonia artificialmente prolungata è parsa più una cattiveria che un gesto di carità. Se avessi potuto, avrei fatto togliere quantomeno il sondino (e forse anche la flebo, giacchè non urinava più e tutti i liquidi gli si accumulavano negli arti) e, senza sensi di colpa, avrei lasciato che si spegnesse naturalmente…
    Un tempo, ma oggi non è più così, e meno male.

    La morte per fame è orrenda, e nutrirlo con il sondino, per quanto possa sembrarti orribile, li ha negato quell'agonia.

    Non è stata artificialmente prolungata, perchè sono non cure, ma trattamenti di supporto alla vita. Penseresti altrimenti che nutrire un malato di cancro che morirà al 100% sia inutile? O un gesto di agonia?
    Di certo ha vissuto più tempo di quanto avrebbe fatto se non avesse avuto il sondino. Ma non è stato accanimento.

  2. #32
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
    Data Registrazione
    Dec 2006
    Località
    Latina
    Età
    35
    Messaggi
    41,842
    Ringraziato
    2740

    Premi

    Ma infatti l'alimentazione non è terapia.
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  3. #33
    Veterano di CR L'avatar di aldo12
    Data Registrazione
    Mar 2007
    Località
    vicenza
    Messaggi
    1,974
    Ringraziato
    353
    Citazione Originariamente Scritto da Pellegrina Visualizza Messaggio
    Ed ecco la radice del tuo errore! Quando si parla di "accanimento terapeutico", non si fa riferimento ad una persona anziana o incurabile "che si è stancata di vivere"... L'accanimento di cui si parla è quello di certi medici (o pazienti o loro famigliari) che insistono nella somministrazione di cure e terapie che non portano a nessun giovamento per il paziente: nè in termini di guarigione, nè in termini di alleviare le sue sofferenze, anzi al contrario possono essere invasive e/o dolorose.
    Ti faccio un esempio: un tumore incurabile e inoperabile, non c'è nessun reale vantaggio a voler sottoporre il paziente a un trattamento chemioterapico, che non solo non porterà alcun vantaggio terapeutico, ma nemmeno di benessere, in quanto - si sa - è un trattamento invasivo e dai numerosi effetti collaterali. (Ti faccio questo esempio, perchè parlo di qualcosa che conosco per esperienza diretta: la mia mamma era uno di questi casi, e la primaria dell'hospice ha sconsigliato una terapia che non sarebbe servita a nulla, se non a procurarle delle inutili sofferenze, in cambio di cosa? di una settimana o due di vita in più? Se n'è andata serenamente, senza soffrire - grazie alle cure palliative - e con la sua dignità e tutti i suoi capelli, ancora neri all'età di 80 anni!)

    Conosco uno che aveva un tumore al fegato in metastasi nel 1994 ( 80 % di mortalità ad un anno ) e non era la malattia più grave delle molte che aveva. Non aveva ancora 32 anni..
    La più grave ed incurabile aveva una mortalità del 100% a 4-10 mesi a seconda dello stato di avanzamento.
    Ben 8 medici ( non servivano i medici per capire certe cose) gli avevano detto di andare a morire a casa, o in un Hospice ( Santa Chiara PD ) se non riusciva più ad alimentarsi o se la neuropatia lo paralizzava a letto.. o se la polmonite lo soffocava.
    A Santa Chiara quelli con la polmonite venivano quasi sempre sedati fino alla morte.
    Gli era quasi impossibile non vomitare qualsiasi cosa solida .. Riusciva a trattenere un po' di acqua e sostanze liquide.
    Aveva ancora un po' vitalità anche se il suo peso da 90 e passa kg calò a 50 kg in pochissimo tempo
    Non era ancora arrivato il tempo di andare a S.Chiara.
    Non si sa come dopo qualche mese era ancora vivo.
    Un medico ( ricercatore ) meravigliato perché era ancora vivo, per pietà e compassione ebbe l'idea di accanirsi terapeuticamente anche con terapie sperimentali di cui conosceva indirettamente qualche dato clinico (di una fase due non ancora terminata in doppio cieco di cui ufficialmente in Italia non si sapeva nulla..).Il paziente era consapevole che la malattia più grave non era il tumore ed accettò lo stesso di offrirsi come "cavia" non ufficiale dei nuovi farmaci.
    Il tumore che avanzava non era il "bersaglio" del medico.
    La chemioterapia iniziò mesi dopo quando in maniera prodigiosa ci fu la conferma che la terapia sperimentale ( non per il tumore ) qualche efficacia poteva avere.
    Dopo 23 anni è ancora vivo anche se un po' malandato..
    La sua fidanzata non fu così fortunata o "miracolata".

  4. Il seguente utente ringrazia aldo12 per questo messaggio:

    nofear (20-11-2017)

  5. #34
    Fedelissimo di CR
    Data Registrazione
    Nov 2016
    Località
    Italia
    Età
    23
    Messaggi
    3,003
    Ringraziato
    728
    Citazione Originariamente Scritto da aldo12 Visualizza Messaggio
    Conosco uno che aveva un tumore al fegato in metastasi nel 1994 ( 80 % di mortalità ad un anno ) e non era la malattia più grave delle molte che aveva. Non aveva ancora 32 anni..
    La più grave ed incurabile aveva una mortalità del 100% a 4-10 mesi a seconda dello stato di avanzamento.
    Ben 8 medici ( non servivano i medici per capire certe cose) gli avevano detto di andare a morire a casa, o in un Hospice ( Santa Chiara PD ) se non riusciva più ad alimentarsi o se la neuropatia lo paralizzava a letto.. o se la polmonite lo soffocava.
    A Santa Chiara quelli con la polmonite venivano quasi sempre sedati fino alla morte.
    Gli era quasi impossibile non vomitare qualsiasi cosa solida .. Riusciva a trattenere un po' di acqua e sostanze liquide.
    Aveva ancora un po' vitalità anche se il suo peso da 90 e passa kg calò a 50 kg in pochissimo tempo
    Non era ancora arrivato il tempo di andare a S.Chiara.
    Non si sa come dopo qualche mese era ancora vivo.
    Un medico ( ricercatore ) meravigliato perché era ancora vivo, per pietà e compassione ebbe l'idea di accanirsi terapeuticamente anche con terapie sperimentali di cui conosceva indirettamente qualche dato clinico (di una fase due non ancora terminata in doppio cieco di cui ufficialmente in Italia non si sapeva nulla..).Il paziente era consapevole che la malattia più grave non era il tumore ed accettò lo stesso di offrirsi come "cavia" non ufficiale dei nuovi farmaci.
    Il tumore che avanzava non era il "bersaglio" del medico.
    La chemioterapia iniziò mesi dopo quando in maniera prodigiosa ci fu la conferma che la terapia sperimentale ( non per il tumore ) qualche efficacia poteva avere.
    Dopo 23 anni è ancora vivo anche se un po' malandato..
    La sua fidanzata non fu così fortunata o "miracolata".
    Quel tipo è stato molto fortunato. E l'accanimento terapeutico nei suoi confronti era da lui accettato di buon grado.

    Ha senso però solo per un caso farlo su tutti?

    Lui è stato molto fortunato. E scommetto che oggi sia una persona fortissima, vero, Aldo?

    PS: Sei un brav'uomo, e mi dispiace che tu abbia dovuto passare tutto questo. Sei tu quel tale, vero?

  6. #35
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,557
    Ringraziato
    2986
    Lettera del Cardinale Segretario di Stato al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione del Convegno sulle cure palliative organizzato dalla stessa PAV (Roma, 28 febbraio – 1° marzo 2018), 28.02.2018


    Si tiene oggi e domani a Roma il Congresso internazionale dal titolo: “Palliative Care: everywhere & by Everyone. Palliative care in every region. Palliative care in every religion or belief”, organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita. In questa occasione verrà presentato ufficialmente il Progetto PAL-Life, ideato e realizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita per la diffusione globale delle cure palliative. Durante il Congresso verranno affrontate diverse e importanti tematiche, quali il contributo delle cure palliative alla medicina, all’assistenza sanitaria e alla società, la diffusione delle cure palliative, l’impatto delle diverse fedi religiose e prospettive spirituali sulla cura del morente, le implicazioni politiche ed economiche delle cure palliative. L’obiettivo principale del Congresso e del Progetto PAL-Life è quello di promuovere il dialogo e la cooperazione tra i differenti attori coinvolti nell’esercizio e nella diffusione delle cure palliative e, attraverso ciò, tutelare la dignità del morente, facendosi carico della sua vulnerabilità.

    Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha inviato a S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione dell’apertura dei lavori del Convegno:

    Lettera Card. Pietro Parolin

    Eccellenza Reverendissima,

    a nome del Santo Padre Francesco e mio personale, rivolgo un cordiale saluto a Lei, agli organizzatori e ai partecipanti al Convegno sulle Cure Palliative. Si tratta di argomenti che riguardano i momenti conclusivi della nostra vita terrena e che mettono l’essere umano a confronto con un limite che appare insuperabile per la libertà, suscitando a volte ribellione e angoscia. Per questo nella società odierna si cerca in molti modi di evitarlo e di rimuoverlo, trascurando di ascoltare l’ispirata indicazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (89,12). Ci priviamo così della ricchezza che proprio nella finitezza si nasconde e di una occasione per maturare un modo più sensato di vivere, sul piano sia personale sia sociale.

    Le cure palliative, invece, non assecondano questa rinuncia alla sapienza della finitezza, ed è qui un ulteriore motivo dell’importanza di queste tematiche. Esse indicano infatti una riscoperta della vocazione più profonda della medicina, che consiste prima di tutto nel prendersi cura: il suo compito è di curare sempre, anche se non sempre è possibile guarire. Certamente l’impresa medica si basa sull’impegno instancabile di acquisire nuove conoscenze e di sconfiggere un numero sempre maggiore di malattie. Ma le cure palliative attestano, all’interno della pratica clinica, la consapevolezza che il limite richiede non solo di essere combattuto e spostato, ma anche riconosciuto e accettato. E questo significa non abbandonare le persone malate, ma anzi stare loro vicino e accompagnarle nella difficile prova che si fa presente alla conclusione della vita. Quando tutte le risorse del “fare” sembrano esaurite, proprio allora emerge l’aspetto più importante nelle relazioni umane che è quello dell’“essere”: essere presenti, essere vicini, essere accoglienti. Questo comporta anche il condividere l’impotenza di chi giunge al punto estremo della vita. Allora il limite può cambiare significato: non più luogo di separazione e di solitudine, ma occasione di incontro e di comunione. La morte stessa viene introdotta in un orizzonte simbolico al cui interno può risaltare non tanto come il termine contro cui la vita si infrange e soccombe, quanto piuttosto come il compimento di un’esistenza gratuitamente ricevuta e amorevolmente condivisa.

    La logica della cura richiama infatti quella dimensione di mutua dipendenza d’amore che emerge certo con particolare evidenza nei momenti di malattia e di sofferenza, soprattutto al termine della vita, ma che in realtà attraversa tutte le relazioni umane e anzi ne costituisce la più specifica caratteristica. «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» (Rm 13,8): così ci ammonisce e ci conforta l’Apostolo. Appare allora ragionevole gettare un ponte tra quella cura che si è ricevuta fin dall’inizio della vita e che ha consentito ad essa di dispiegarsi in tutto l’arco del suo svolgersi, e la cura da prestare responsabilmente agli altri, nel susseguirsi delle generazioni fino ad abbracciare l’intera famiglia umana. Per questa via può accendersi la scintilla che collega l’esperienza dell’amorevole condivisione della vita umana, fino al suo misterioso congedo, con l’annuncio evangelico che vede tutti come figli dello stesso Padre e riconosce in ciascuno la sua immagine inviolabile. Questo prezioso legame sta a presidio di una dignità, umana e teologale, che non cessa di vivere, neppure con la perdita della salute, del ruolo sociale e del controllo sul proprio corpo. Ecco allora che le cure palliative mostrano il loro valore non solo per la pratica medica – perché, anche quando agisce con efficacia realizzando guarigioni talvolta spettacolari, non si dimentichi di questo atteggiamento di fondo che sta alla radice di ogni relazione di cura –, ma anche più in generale per l’intera convivenza umana.

    Il vostro programma di questi giorni mette bene in evidenza la molteplicità di dimensioni che entrano in gioco nella pratica delle cure palliative. Un compito che mobilita molte competenze, scientifiche e organizzative, relazionali e comunicative, includendo l’accompagnamento spirituale e la preghiera. Oltre alle diverse figure professionali, va sottolineata l’importanza della famiglia per questo percorso. Essa riveste un ruolo unico come luogo in cui la solidarietà tra le generazioni si presenta come costitutivo della comunicazione della vita e il reciproco aiuto si sperimenta anche nei momenti di sofferenza o di malattia. E proprio per questo, nelle fasi finali della vita, la rete familiare, per quanto fragile e disgregata possa risultare nel mondo odierno, costituisce pur sempre un elemento fondamentale. Sicuramente possiamo imparare molto su questo punto dalle culture in cui la coesione familiare, anche nei momenti di difficoltà, è tenuta in grande considerazione.

    Un argomento molto attuale, per le cure palliative, è quello della terapia del dolore. Già Papa Pio XII aveva legittimato con chiarezza, distinguendola dall’eutanasia, la somministrazione di analgesici per alleviare dolori insopportabili non altrimenti trattabili, anche qualora, nella fase di morte imminente, fossero causa di un accorciamento della vita (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],129-147). Oggi, dopo molti anni di ricerca, l’accorciamento della vita non è più un effetto collaterale frequente, ma lo stesso interrogativo si ripropone con farmaci nuovi, che agiscono sullo stato di coscienza e rendono possibili diverse forme di sedazione. Il criterio etico non cambia, ma l’impiego di queste procedure richiede sempre un attento discernimento e molta prudenza. Esse sono infatti assai impegnative sia per gli ammalati, sia per i familiari, sia per i curanti: con la sedazione, soprattutto quando protratta e profonda, viene annullata quella dimensione relazionale e comunicativa che abbiamo visto essere cruciale nell’accompagnamento delle cure palliative. Essa risulta quindi sempre almeno in parte insoddisfacente, sicché va considerata come estremo rimedio, dopo aver esaminato e chiarito con attenzione le indicazioni.

    La complessità e la delicatezza dei temi presenti nelle cure palliative chiedono di continuare la riflessione e di diffonderne la pratica per facilitarvi l’accesso: un compito in cui i credenti possono trovare compagni di strada in molte persone di buona volontà. Ed è significativo che in questa prospettiva siano presenti al vostro incontro rappresentanti di diverse religioni e di diverse culture in uno sforzo di approfondimento e in un impegno condiviso. Anche nella formazione degli operatori sanitari, di chi ha responsabilità pubbliche e nell’intera società è importante che questi sforzi siano portati avanti insieme.

    Mentre raccomanda di pregare per il suo ministero, il Santo Padre invia di cuore a Lei, Eccellenza, e a tutti i partecipanti al convegno la Benedizione Apostolica. Unisco il mio personale augurio e mi confermo con sensi di distinto ossequio.

    Dal Vaticano, 27 febbraio 2018

    Cardinale Pietro Parolin
    Segretario di Stato

    [00329-IT.01] [Testo originale: Italiano]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •