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Discussione: Nasce la terapia genica riparativa

  1. #1
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    Nasce la terapia genica riparativa



    Nasce la terapia genica riparativa


    Il Tiget-San Raffaele mette a punto una tecnica per la cura delle malattie genetiche che corregge Dna il difettoso direttamente nelle cellule. L'editing del genoma è descritto su Nature.





    Uno studio italiano pubblicato su Nature riscrive la definizione di terapia genica, e promette di rendere la tecnica ancora più sicura e potente. Se infatti questa forma di intervento genetico si era basata finora sull'aggiunta di copie funzionanti di un gene, quando quello originario era difettoso, la ricerca appena pubblicata elimina il difetto alla radice e permette di correggere direttamente il Dna originario.

    Con questo metodo, insomma, dalle cellule bersaglio sparisce il gene malato «un po' come se si riparasse un osso fratturato, anziché fornire semplicemente una stampella» esemplifica Luigi Naldini, direttore dell'
    Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (Tiget), dove la tecnica è stata messa a punto.

    Enzimi come sarti

    L'editing (o correzione) del genoma si basa sull'introduzione nelle cellule da curare di un segmento di Dna terapeutico e di enzimi ottenuti in laboratorio: le nucleasi artificiali. Come gli strumenti di un sarto, questi ultimi tagliano via il pezzo difettoso, consentendo così l'attivazione dei meccanismi di riparazione cellulari, che copiano al suo posto la sequenza del Dna correttivo.

    Rispetto alla tecnica tradizionale, i vantaggi sono notevolissimi. Per esempio, poiché l'intervento è molto specifico non c'è il rischio di interferire con il funzionamento di altri geni, eventualità che invece i metodi attuali non permettono di escludere. «Inoltre – prosegue Naldini – l'editing del Dna permette di conservare intatti tutti i meccanismi di regolazione originari, che invece con i sistemi precedenti non potevano essere riprodotti fedelmente».

    Ok sui topi

    Gli esperimenti sono stati condotti su cellule staminali del sangue, nelle quali è stato corretto il gene della Scid-X1, una grave immunodeficienza congenita. Reinfuse in animali da esperimento, le cellule hanno mostrato di funzionare bene, sebbene solo in una piccola parte delle staminali trattate il Dna sia stato effettivamente corretto.

    Un editoriale di commento pubblicato da Nature osserva che per la malattia in questione il tasso di correzione ottenuto è già sufficiente a trattare eventuali pazienti, ma per altre patologie su cui la terapia genica sta lavorando l'efficienza della tecnica andrebbe invece incrementata.

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  2. 3 utenti ringraziano per questo messaggio:

    Ariele (26-04-2016), BEAVIS (02-02-2016), Phantom (01-10-2016)

  3. #2
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    28 FEBBRAIO 2015

    Terapia genica, che cos'è e a che punto stiamo


    Con pezzi di Dna usati come fossero farmaci, la terapia genica è vicina a diventare realtà. Grazie anche a molte ricerche made in Italy.

    Dopo che per anni la terapia genica è stata il simbolo stesso della medicina del futuro, l’idea di curare le malattie usando pezzi di Dna come se fossero medicine è ormai prossima a realizzarsi. Sono infatti sempre più numerosi gli studi che testimoniano che la tecnica funziona e, soprattutto, che può unire la sicurezza all’efficacia. Alcuni farmaci, poi, sono già quasi pronti, e altri ne arriveranno presto. E sebbene all’inizio la terapia genica avesse come obiettivo principalmente le malattie genetiche – quelle determinate da geni difettosi, da sostituire con copie sane – sta oggi rivelando le sue potenzialità anche per patologie molto più comuni, come l’infarto, il morbo di Parkinson, l’Alzheimer e i tumori.

    PROSPETTIVE NUOVE. È però nel campo delle
    malattie rare, per le quali spesso non esiste cura, che l’approccio può davvero fare la differenza. La terapia genica ha già dato la prospettiva di una vita normale a bambini condannati a un’esistenza breve e dolorosa, ha restituito la vista ai ciechi, ha permesso ai “bambini bolla”, colpiti dall’Ada-Scid che azzera le difese immunitarie, di uscire dalle loro camere sterili, per affrontare il mondo come se la malattia non ci fosse mai stata.

    E tutto questo grazie al contributo fondamentale dei ricercatori italiani, che hanno mantenuto i nervi saldi anche quando, all’inizio degli anni Duemila, in molti hanno invece gettato la spugna, delusi e scoraggiati per i gravissimi effetti collaterali che si erano verificati nel corso di alcune sperimentazioni.

    PRIMI SUCCESSI. La terapia genica consiste nell’introdurre nelle cellule del paziente un gene che permette di curarlo. A questo scopo, il Dna terapeutico è inserito in un vettore (un virus reso innocuo), capace di veicolare il prezioso carico nelle cellule bersaglio (vedi schema qui sotto).



    virus che curano. A sinistra: il vettore virale, con il gene terapeutico, penetra nelle cellule. Il gene si attiva e produce le proteine che ripristinano la normalità. A destra: il vettore può essere iniettato direttamente nel tessuto da curare, oppure in cellule prelevate dal paziente e poi reinfuse.


    Il primo successo è del 1990, quando gli statunitensi French Anderson e Michael Blaise curarono così una bambina malata di Ada-Scid. Dietro quel risultato c’erano però già allora i dati italiani e, in particolare, quelli di Claudio Bordignon, che aveva trascorso alcuni anni negli Usa, e che poi era tornato a Milano, all’Istituto San Raffaele. La procedura consisteva nel correggere il Dna dei linfociti T della bambina, «ma funzionò parzialmente» racconta Bordignon, che oggi è amministratore delegato della start-up MolMed «perché quando le cellule corrette esaurirono il loro ciclo vitale sparì anche l’effetto terapeutico».

    Per rendere permanente il beneficio, il ricercatore pensò quindi di modificare cellule destinate a durare per sempre. Di mirare, cioè, la terapia genica sulle staminali del midollo osseo, quel serbatoio inesauribile dal quale originano tutti gli elementi del sangue. «Riuscimmo così a guarire i primi due pazienti dall’Ada-Scid e pubblicammo il risultato su Science» ricorda Bordignon. «Era il 1995; la tecnica usata allora è ancora quella che la GlaxoSmithKline sta sviluppando, per portarla a livello commerciale».

    LE PROMESSE DELUSE. L’entusiasmo per i primi risultati spinse molti laboratori a intraprendere quella strada, ma dopo pochi anni due gravissimi incidenti cambiarono tutto. Nell’autunno del 1999, il giovane Jessie Gelsinger morì nel corso di una sperimentazione all’Università della Pennsylvania, per una violentissima reazione immunitaria nei confronti del vettore che avrebbe dovuto curarlo. Nel 2002, a Parigi, alcuni bambini si ammalarono di leucemia in seguito a una terapia genica. «La morte di Gelsinger destò scalpore perché la sperimentazione non era stata condotta in modo corretto» ricorda Bordignon. «Quel rischio infatti era già emerso negli studi sugli animali, ma era stato ignorato».

    In Francia, invece, fu diverso, come spiega Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la terapia genica (Tiget): «Il vettore usato per veicolare il Dna terapeutico era un retrovirus, ovvero un virus programmato per inserirsi nel Dna delle cellule bersaglio. L’inserzione attivò alcuni geni responsabili della proliferazione tumorale. Fu una doccia fredda, perché si pensava che quel rischio fosse molto remoto. Invece per una sfortunata combinazione di fattori, riguardò il 30% dei pazienti».


    UN NUOVO INIZIO. I contraccolpi non tardarono ad arrivare: le aziende smisero di investire nel settore, e furono imposte regole nuove e più severe per le sperimentazioni sull’uomo. Molti ricercatori lasciarono il campo, e i pochi che proseguirono si resero conto che era necessario fare un passo indietro e abbandonare per un po’ i test sui pazienti, per mettere a punto metodi più sicuri. «Io lavoravo da qualche anno negli Stati Uniti, dove avevo sviluppato i vettori lentivirali che, derivati dal virus dell’Aids privato delle parti che lo rendono pericoloso, erano più efficienti e sicuri di quelli che avevano originato i problemi. Ero pronto a partire con i test su pazienti, ma mi fermai» ricorda Naldini. «Servivano nuove verifiche sulla sicurezza. Inoltre, negli Usa non c’era più nessuno disposto a finanziarci. Tornai in Italia, e ho potuto proseguire le ricerche grazie ai fondi Telethon. La charity ci ha permesso di fare qui ciò che con l’industria farmaceutica era diventato impossibile».

    LA STRADA GIUSTA. Ma la ricerca di vettori più sicuri proseguiva anche su altre strade. E il primo segnale che il nuovo corso stava portando a una svolta è tutto in un video del 2009, in cui un bambino cammina sicuro seguendo un percorso tracciato sul pavimento. Quel bambino, infatti, era quasi cieco fino a poche settimane prima. La terapia genica che gli ha permesso di sconfiggere l’amaurosi di Leber, una rara malattia genetica che provoca la degenerazione della retina, si era basata sui virus adenoassociati, che, innocui per l’uomo, non si integrano nel Dna delle cellule bersaglio. «Sono vettori sicuri, ma non vanno sempre bene» spiega Alberto Auricchio, ricercatore dell’Istituto Telethon di genetica medica (Tigem) di Napoli, fra gli autori dello studio. «Per esempio, non funzionano su cellule che si dividono, come le staminali, e possono trasportare solo geni piccoli. Per noi però erano perfetti. Lo studio, pubblicato su Lancet, aveva coinvolto 12 pazienti fra gli 8 e i 44 anni, dando buoni risultati soprattutto sui più giovani. Da allora ne abbiamo trattati altri e ora stiamo sperimentando la tecnica anche su altre malattie della retina, fra cui la degenerazione maculare senile».

    DUE PASSI DA GIGANTE. Negli anni seguenti, giunsero anche i primi successi dei vettori lentivirali. Ma il risultato che ha fatto il giro del mondo è del Tiget, ed è stato pubblicato su Science. L’11 luglio 2013, Luigi Naldini e il suo gruppo annunciano di aver curato tre bambini che nell’arco di breve tempo avrebbero altrimenti sviluppato la leucodistrofia metacromatica (una rara malattia genetica neurodegenerativa) e altri tre affetti dalla sindrome di Wiskott-Aldrich, che colpisce le cellule del sangue. In entrambi i casi, i lentivirus con i geni terapeutici sono stati introdotti nelle staminali del midollo osseo. Nei malati di Wiskott-Aldrich, le cellule corrette hanno potuto subito iniziare a sostituire quelle del sangue malate. La sfida era invece più complessa per la leucodistrofia, che colpisce anche i neuroni e altri elementi che non derivano dal midollo. «Le staminali corrette hanno raggiunto il cervello e lì hanno rilasciato la proteina utile, che ha iniziato a svolgere la sua azione. Parte di questa è stata poi “raccolta” dai neuroni circostanti, correggendone il difetto» spiega Naldini.



    Una fase del lavoro al Tiget-San Raffaele di Milano, uno dei centri all'avanguardia nella terapia genica. La terapia genica potrà offrire la cura a molte malattie rare, ma anche a patologie come infarto e tumori


    Per la terapia genica è un salto di qualità, perché significa che, con vettori molto efficienti, è possibile correggere anche cellule difficili da raggiungere, come appunto quelle del cervello. «Stiamo trattando altri bambini» conclude Naldini «e stiamo anche lavorando per rendere i vettori sempre più sicuri. A breve, poi, inizieremo i test sulla beta talassemia e per la mucopolisaccaridosi di tipo 1».

    FARMACI IN VISTA. Intanto, pochi mesi fa (nel 2014), la GlaxoSmithKline ha deciso di avviare lo sviluppo commerciale delle terapie per la leucodistrofia metacromatica e per la sindrome di Wiskott-Aldrich. Ma probabilmente, non saranno queste le prime terapie geniche a diventare disponibili per i malati.

    Il farmaco Glybera, per curare il deficit della lipoproteina lipasi, è stato approvato dall’autorità regolatoria europea nel 2012 e sarà commercializzato dalla Chiesi di Parma, forse già quest’anno. Mentre alla fine di marzo è iniziata la procedura di valutazione della terapia “TK”, messa a punto dalla MolMed, la start-up di Claudio Bordignon, per le leucemie acute ad alto rischio. «Introduciamo nei linfociti T un gene che ci permette di spegnere sul nascere l’eventuale reazione di rigetto, che può verificarsi dopo un trapianto di midollo, se il donatore, come accade spesso, non è del tutto compatibile» spiega Bordignon. «Oggi questi trapianti hanno una mortalità del 50%, che con la nostra tecnica scende al 14%».

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  4. #3
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    Nature, Angelo Vescovi: «Dna, umanità a rischio»


    Marzo 21, 2015

    Angelo Vescovi, ricercatore e professore di biologia all’università Bicocca, si scaglia «da agnostico» contro le tecniche di modifica del Dna degli embrioni umani pubblicizzate nelle ultime settimane.






    «Vogliono creare Ogm umani, mettendo a rischio tutta la specie. E non esagero». Angelo Vescovi, ricercatore e professore di biologia all’università Bicocca, si scaglia «da agnostico» contro le tecniche di modifica del Dna degli embrioni umani pubblicizzate nelle ultime settimane. Sull’autorevole rivista Nature è appena stato pubblicato un appello contro questo tipo di sperimentazione, ideato in teoria per curare malattie, ma che per Vescovi «mette in pericolo il futuro dell’umanità».


    L’appello è stato lanciato dal presidente dell’Alleanza per la Medicina rigenerativa e da altri quattro ricercatori, tra cui Fyodor Urnov, uno dei pionieri in questo campo. Come mai?


    Le tecniche di correzione del patrimonio genetico sono già utilizzate per editare il genoma di una cellula. Questo processo va giudicato come si fa con la fissione atomica, che si può usare per scopi buoni o cattivi: è estremamente utile se usato sulla linea somatica del corpo, per provare a correggere problematiche che non influenzano tutto l’organismo ma solo certi tipi di cellule. Il problema, da cui nasce l’appello, si presenta invece quando si vuole correggere la cosiddetta linea germinale e quindi quelle strutture che, direttamente o indirettamente, portano modifiche a tutta la progenie.

    Che problemi ci sono se si modifica il Dna per debellare una malattia?

    Dal punto di vista del principio strettamente analizzato, sembrerebbe ancora un tentativo di cura. Ma in realtà non è così. Perché quello che si fa in questa sperimentazione è creare un individuo malato, da curare poi modificandogli il Dna. È come dire: «Guarda, non preoccuparti, ti faccio nascere malato ma poi provo a curarti», con conseguenze imprevedibili. Ci rendiamo conto?

    In che senso conseguenze imprevedibili?


    Per correggere il gene “A” devo mettere in conto errori o perdite intrinseche alla natura del procedimento. Gli stessi enzimi che naturalmente riparano il Dna fanno degli errori. Perciò la cosa si aggrava: produci in laboratorio un individuo malato, provando a curarlo senza sapere se riuscirai e sapendo che comunque farai degli errori di cui non puoi conoscere le conseguenze. Questo processo ha un solo nome: determinismo violento nei confronti di chi viene al mondo.


    Come si può giustificare una tecnica del genere?

    Dicono che anche gli enzimi che riparano naturalmente il Dna di ogni individuo accumulano in una nuova generazione una cinquantina di mutazioni. Bene, rispondo, siccome già si accumulano noi che cosa facciamo, ne aggiungiamo appositamente altre? È un argomento senza senso. Inoltre noi conosciamo bene la specie umana: queste stesse tecniche di editing sulla linea germinale possono essere usate per modificare geni che poco hanno a che fare con la malattia. Per esempio, per incrementare la resistenza ad alcune infezioni. Siamo quindi a un passo successivo, dove non voglio più guarire una malattia, ma solo diventare più forte. Ma se, per esempio, muto il Dna per renderlo più resistente all’Hiv, con le popolazioni batteriche virali che si trasformano molto più velocemente di quelle umane, il virus potrebbe forse non attecchire più in questi pazienti ma anche modificarsi in maniera tale da bypassare in futuro la mutazione stessa. Significherebbe aver reso l’Hiv ancora più letale per il tipo di mutazione che ho introdotto. E se ciò fosse stato realizzato su un’ampia branca della popolazione, avremmo messo a rischio la specie umana.

    Ci sono altre conseguenze possibili?

    Per pura ipotesi, la cosa più banale che potrebbe accadere è l’insorgenza di tumori. La cosa peggiore potrebbe essere che, dopo qualche generazione, si blocchi la capacità riproduttiva dell’individuo, con effetti drammatici sulla fertilità della popolazione umana. Ma a valle di questo determinismo sfrontato, le conseguenze sono incalcolabili. Lo ripeto: non abbiamo una capacità di calcolo per prevedere cosa accadrà. Possiamo basarci solo sugli studi epidemiologici: cioè provare a vedere nell’arco di generazioni che cosa accadrà. Ci vorranno secoli e visti i rischi, non si può usare come cavia la specie umana.


    Impossibile andare oltre?

    C’è un passo estremo. Queste modifiche potrebbero essere fatte per cambiare il colore degli occhi o l’altezza di un figlio. Non lo permetteremo? Una volta fatta la regola, sappiamo che c’è chi è pronto a violarla. Non immaginate genitori così folli da spendere milioni di euro per avere un figlio perfetto? Vi ricordo che c’è gente che mette i suoi cavalli sull’aereo, spedendo milioni di euro all’anno, per portarli ad alta quota e farli ossigenare.


    Non esagera?

    Penso a quando si cominciò a parlare della clonazione. Io ed altri scienziati facemmo notare che si aprivano le porte alla manipolazione genetica e ci diedero dei pazzi. Sono passati dieci anni. Eccoci qui a produrre Ogm umani mettendo a rischio la loro salute, la natura dell’individuo e il futuro dell’umanità. Non esagero.


    L’appello su Nature è firmato da un gruppo di scienziati laici e ben lontani dagli ambienti religiosi.

    Qui la religione non c’entra nulla. Io sono agnostico, ma qui si tratta di usare un innato rispetto per l’essere umano, per cui si dovrebbe rifiutare di esporre lui, la sua progenie e quindi l’umanità a un pericolo così grave. Si tratta di frenare un delirio di onnipotenza, assecondato da interessi ideologici, ma sopratutto professionali ed economici. Il primo che si azzarda a dire che chi si esprime chiedendo cautela è un moralista, o peggio ancora un oscurantista o un bigotto, si guardi allo specchio nudo e capisca che sta vedendo una scimmia nuda che fa violenza alla logica. E si vergogni.


    Quale delirio?

    Ci siamo convinti di poter fare tutto controllando tutto. Ma si tratta di un’illusione delirante, perché la nostra ignoranza non è abissale. Perché abissale è troppo poco per esprimere quello che siamo ancora: degli ignoranti che cercano di comprendere. E che, se va bene, capiscono un milionesimo di quella che è la fisiologia umana, ossia di tutti i fenomeni che regolano la nascita, la morte e l’attività di un essere umano. Non mi sorprende quindi l’appello: signori stiamo andando oltre. Fermiamoci.


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  5. Il seguente utente ringrazia evergreen per questo messaggio:

    suari (02-02-2016)

  6. #4
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Invece io spero proprio che questa tecnica prenda il via, certo non deve essere usata per scopi sciocchi come il colore dei capelli ecc.
    Ma ci sono tante patologie genetiche che verrebbero risolte alla radice, e io ne sono molto interessato...
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  7. 3 utenti ringraziano per questo messaggio:

    Ariele (26-04-2016), BEAVIS (02-02-2016), fabiopiccolo (18-04-2016)

  8. #5
    Cronista di CR L'avatar di Pellegrina
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    Io sono assolutamente d'accordo con Vescovi! Trovo queste sperimentazioni semplicemente mostruose.
    I danni che produrrebbero sono assai maggiori dei (non certi) vantaggi che potrebbero produrre.
    La manipolazione genetica è una strada che, per il genere umano, può condurre solo alla sua totale distruzione!
    Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla (Salmo 23)

  9. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Phantom Visualizza Messaggio
    Invece io spero proprio che questa tecnica prenda il via, certo non deve essere usata per scopi sciocchi come il colore dei capelli ecc.
    Ma ci sono tante patologie genetiche che verrebbero risolte alla radice, e io ne sono molto interessato...
    quoto !
    Se possono esserci dei rimedi che possono aiutare a vivere meglio, ben vengano.
    L'importante è che vengano usati con la dovuta cautela.

  10. Il seguente utente ringrazia Tommijo per questo messaggio:

    BEAVIS (02-02-2016)

  11. #7
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Una domanda: il nostro aspetto fisico è una "conseguenza" dei geni, per esempio un ritornello che in palestra sento spesso dire è: "Puoi allenarti quanto vuoi, ma se di genetica non sei grosso non potrai mai diventare muscoloso come uno che lo è di genetica". Oppure: "Puoi allenare il petto quanto vuoi, ma se sei stretto di spalle è una cosa genetica".
    La mia domanda è: se una persona con le spalle strette si facesse modificare i geni, si sveglierebbe dall'intervento con le spalle larghe? O non le cambierebbe nulla?
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  12. #8
    Collaboratore di "Dottrina della Fede" L'avatar di evergreen
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    Citazione Originariamente Scritto da Phantom Visualizza Messaggio
    Una domanda: il nostro aspetto fisico è una "conseguenza" dei geni, per esempio un ritornello che in palestra sento spesso dire è: "Puoi allenarti quanto vuoi, ma se di genetica non sei grosso non potrai mai diventare muscoloso come uno che lo è di genetica". Oppure: "Puoi allenare il petto quanto vuoi, ma se sei stretto di spalle è una cosa genetica".
    La mia domanda è: se una persona con le spalle strette si facesse modificare i geni, si sveglierebbe dall'intervento con le spalle larghe? O non le cambierebbe nulla?




    La tua domanda è molto interessante. Provo a rispondere anche se non sono esperto al riguardo.

    Attraverso la terapia genica riparativa si potrebbero cambiare le cattive predisposizioni genetiche o migliorare quelle già esistenti, però, cambiare le caratteristiche fisiche come l'altezza o il colore degli occhi non penso proprio che sarebbe possibile, anzi, secondo me, in tal caso le conseguenze potrebbero essere molto gravi.

    Questo genere di caratteristiche (altezza, colore degli occhi ecc.) si potrebbero selezionare prima della nascita, ed è in questo caso che la bioetica scende in campo manifestando la gravità morale di questa selezione.

    A mio avviso ci troviamo davanti a quelle grandi scoperte/invenzioni che inevitabilmente devono essere raggiunte ma che segnano l'umanità sia in positivo che in negativo. Come ad esempio la polvere da sparo che, i
    nventata inizialmente per feste e scopi religiosi, fu ben presto utilizzata a fini bellici.

  13. #9
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Citazione Originariamente Scritto da evergreen Visualizza Messaggio
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    La tua domanda è molto interessante. Provo a rispondere anche se non sono esperto al riguardo.

    Attraverso la terapia genica riparativa si potrebbero cambiare le cattive predisposizioni genetiche o migliorare quelle già esistenti, però, cambiare le caratteristiche fisiche come l'altezza o il colore degli occhi non penso proprio che sarebbe possibile, anzi, secondo me, in tal caso le conseguenze potrebbero essere molto gravi.
    Immaginavo, al massimo si possono cambiare le caratteristiche fisiche per dei figli futuri.
    Esempio: Tizio è di famiglia basso... decide di sottoporsi a questo trattamento per modificarsi i geni e farli diventare con caratteri di altezza.
    Lui rimane basso, ma i suoi figli non erediteranno la bassezza.
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  14. #10
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    6 novembre 2015

    AL GREAT ORMOND STREET HOSPITAL DI LONDRA


    Bambina malata di leucemia curata con terapia genica sperimentale

    Trattamento d’avanguardia a base di cellule immunitarie modificate, prima testato solo sui topi: la piccola adesso sta bene. «Ma bisogna aspettare 1-2 anni per essere sicuri»

    di Redazione Salute online





    È una bambina di appena un anno, malata di una forma molto aggressiva di leucemia, la prima persona al mondo ad aver ricevuto una terapia sperimentale a base di cellule geneticamente modificate che le ha permesso di far retrocedere il cancro. Ad annunciarlo sono i medici del Great Ormond Street Hospital di Londra che hanno avuto in cura la piccola e che descriveranno il caso al prossimo meeting della Società americana di ematologia (Ash), in programma dal 5 all’8 dicembre a Orlando, in Florida. A Layla Richards era stata diagnosticata una forma di leucemia incurabile quando aveva solo 3 mesi: la chemioterapia e un trapianto di midollo osseo non erano riusciti a guarirla. Il personale medico ha quindi avuto il permesso di provare una terapia d’avanguardia a base di cellule immunitarie modificate geneticamente, che era stata sperimentata solo nei topi.

    Cellule geneticamente modificate

    La metodica dell’etiding genetico, che utilizza “forbici molecolari” per modificare il Dna, è stata usata sulle cellule di un donatore sano per produrre linfociti T geneticamente modificati con il compito di uccidere solo ed esclusivamente le cellule leucemiche ed essere invisibili alle terapie, nonché alle difese immunitarie della piccola. Le cellule disegnate su misura sono state iniettate a Layla, poi sottoposta a un secondo trapianto di midollo per permettere al suo organismo di riformare un sistema immunitario. A distanza di due mesi e al di là di ogni previsione, non solo Layla è viva, ma non ha alcuna traccia di leucemia nel suo corpo. «L’unico modo per scoprire se il cancro è stato realmente sconfitto è aspettare uno o due anni. Ma anche aver ottenuto questo risultato è un grandissimo passo», è il commento di Paul Veys, direttore del centro per il trapianto del midollo del Great Ormond Street.


    Leucemia linfoblastica acuta

    Quando Layla è nata, nel giugno 2014, sembrava tutto a posto. La piccola stava bene, ma 14 settimane dopo è cominciato l’incubo, raccontano i genitori alla stampa britannica: la mamma ha notato che il suo cuore batteva più forte, Layla piangeva sempre, si nutriva a fatica. Pochi giorni dopo, l’esito di un esame del sangue ha dato un nome al nemico da combattere: leucemia linfoblastica acuta, tumore del sangue che nella forma pediatrica, grazie ai progressi della medicina, è diventato guaribile almeno nell’85% dei casi. Ma Layla non era fra questi. La situazione è precipitata, fino a quando i medici non hanno avuto più opzioni da proporre ai genitori, se non le cure palliative per accompagnare la bimba alla morte. A questo punto i genitori hanno deciso di dire sì a “qualcosa di nuovo”. «Era così debole e sofferente. Dovevamo agire. Certo era spaventoso pensare che il trattamento non fosse mai stato utilizzato sull’uomo - ricorda il papà -, ma ho deciso di assumermi il rischio».

    Terapia mai testata sull’uomo

    C’è stata poi una serie di fortunate coincidenze: il Great Ormond Street Hospitalstava già producendo le cellule modificate necessarie in vista di un trial clinico. «Le avevamo nei nostri freezer», spiega Waseem Qasim, uno dei medici che ha trattato Layla. Dopo aver ricevuto tutte le autorizzazioni necessarie per una terapia mai testata sull’uomo, è cominciato il trattamento. Poche settimane dopo la mamma di Layla ha ricevuto una telefonata dal marito. «Mi ha detto: ha funzionato. E ho pianto lacrime di gioia» racconta. I medici, pur usando parole entusiaste per descrivere il caso, sono cauti. Veys precisa: «Siamo in uno stato meraviglioso rispetto a come eravamo 5 mesi fa, e anche solo questo è un grande passo, ma non significa ancora cura. Dobbiamo aspettare 1-2 anni».

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