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Discussione: Breve storia del Rito Romano

  1. #1
    Veterano di CR L'avatar di Abaz
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    Breve storia del Rito Romano

    Nota del Moderatore: I testi contenuti nei messaggi da #3 a #8 sono di Michael Davies, il fondatore di Una Voce Internationalis, associazione molto critica verso la riforma liturgica di Paolo VI.

    Breve storia della Messa Romana

    "Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa".
    Card. Joseph Ratzinger, 1998

    Pubblico questa storia "a puntate" del rito romano.
    Spesso si sente dire che il Concilio Tridentino ha cambiato la Messa, inventandone una nuova, etc....
    Invece, leggendo la storia, si capisce in che modo il Rito Romano si è evoluto e si è diffuso: il tutto compiendo una evoluzione continua e graduale, senza stravolgimenti ma solo aggiunte o sistemazioni.

    I testi sono stati scritti da Michael Davies, diffusa nel 1997 dalla Latin Mass Society of England and Wales, ed i pdf si possono trovare su questo sito.
    Una pubblicazione dell'editore Tan Books si può trovare qui.




    "Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l'atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970.
    Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all'indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo.
    Nella storia non è mai accaduto niente del genere; così è l'intero passato della Chiesa a essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, ad essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all'interno della Chiesa".
    Card. Joseph Ratzinger, 2001
    Ultima modifica di Gerensis; 03-12-2015 alle 21:44
    Beátus vir qui non ábiit in consilio impiórum

  2. Il seguente utente ringrazia Abaz per questo messaggio:

    AlessandroBuffe (19-09-2016)

  3. #2
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    Premessa...

    Lo sviluppo organico della liturgia

    In alternativa ai riformisti radicali e ai loro avversari intransigenti, uno sviluppo adeguato della liturgia è possibile soltanto prestando attenzione alle leggi che dall'interno sostengono questo "organismo".


    di Joseph Ratzinger


    Tratto da "30Giorni", 12/2004. Traduzione italiana di Lorenzo Cappelletti e Silvia Kritzenberger.





    Negli ultimi decenni, la questione della corretta celebrazione della liturgia è diventata sempre più uno dei punti centrali della controversia attorno al Concilio Vaticano II, ovvero a come dovrebbe essere valutato e accolto nella vita della Chiesa.

    Ci sono gli strenui difensori della riforma, per i quali è una colpa intollerabile che, a certe condizioni, sia stata riammessa la celebrazione della santa Eucaristia secondo l'ultima edizione del Messale prima del Concilio, quella del 1962. Allo stesso tempo, però, la liturgia è considerata come "semper reformanda", cosicché alla fine è la singola "comunità" che fa la sua "propria" liturgia, nella quale esprime sé stessa. Un Liturgisches Kompendium [Compendio liturgico, ndr] protestante (curato da Christian Grethlein e Günter Ruddat, Göttingen 2003) ha recentemente presentato il culto come "progetto di riforma" (pp. 13-41) riflettendo il modo di pensare anche di molti liturgisti cattolici.

    D'altra parte vi sono anche i critici accaniti della riforma liturgica, i quali non solo criticano la sua pratica applicazione, ma anche le sue basi conciliari. Essi vedono la salvezza solo nel totale rifiuto della riforma.

    Tra questi due gruppi, i riformisti radicali e i loro avversari intransigenti, viene a perdersi spesso la voce di coloro che considerano la liturgia come qualcosa di vivo, qualcosa che cresce e si rinnova nel suo essere ricevuta e nel suo attuarsi. Costoro, peraltro, in base alla stessa logica, insistono anche sul fatto che la crescita è possibile solo se viene preservata l'identità della liturgia, e sottolineano che uno sviluppo adeguato è possibile soltanto prestando attenzione alle leggi che dall'interno sostengono questo "organismo". Come un giardiniere accompagna una pianta durante la sua crescita con la dovuta attenzione alle sue energie vitali e alle sue leggi, così anche la Chiesa dovrebbe accompagnare rispettosamente il cammino della liturgia attraverso i tempi, distinguendo ciò che aiuta e risana da ciò che violenta e distrugge.

    Se le cose stanno in tal modo, allora dobbiamo cercare di definire quale sia la struttura interna di un rito, nonché le sue leggi vitali, così da trovare anche le giuste strade per preservare la sua energia vitale nel mutare dei tempi, per incrementarla e rinnovarla.

    Il libro di dom Alcuin Reid si colloca in questa linea. Percorrendo la storia del Rito romano (messa e breviario), dalle sue origini fino alla vigilia del Concilio Vaticano II, esso cerca di stabilire quali siano i principi del suo sviluppo liturgico, attingendo così dalla storia, con i suoi alti e bassi, i criteri su cui ogni riforma deve basarsi.

    Il libro è diviso in tre parti. La prima, molto breve, analizza la storia della riforma del Rito romano dalle sue origini alla fine del XIX secolo. La seconda parte è dedicata al movimento liturgico fino al 1948. La terza - di gran lunga la più estesa - tratta della riforma liturgica sotto Pio XII, fino alla vigilia del Concilio Vaticano II. Questa parte si rivela molto utile, proprio perché tale fase della riforma liturgica non viene più molto ricordata, nonostante che proprio in essa - come anche nella storia del movimento liturgico, evidentemente - si ritrovino tutte le questioni circa le modalità corrette per una riforma, facendo sì che sia possibile acquisire anche dei criteri di giudizio. La decisione dell'autore di fermarsi alla soglia del Concilio Vaticano II è molto saggia. Egli evita così di entrare nella controversia legata all'interpretazione e alla ricezione del Concilio, illustrando il momento storico e la struttura delle varie tendenze, la quale risulta determinante per la questione circa i criteri della riforma.

    Alla fine del suo libro, l'autore elenca i principi per una corretta riforma: essa dovrebbe essere in egual misura aperta allo sviluppo e alla continuità con la Tradizione; dovrebbe sapersi legata a una tradizione liturgica oggettiva e fare sì che la continuità sostanziale sia salvaguardata.

    L'autore, poi, in accordo con il Catechismo della Chiesa cattolica, sottolinea che "anche la suprema autorità della Chiesa non deve modificare la liturgia arbitrariamente, ma solo in obbedienza alla fede e con rispetto religioso per il mistero della liturgia" (CCC n. 1125; nel libro a p. 258). Come criteri ulteriori, troviamo infine la legittimità delle tradizioni liturgiche locali e l'interesse per l'efficacia pastorale.

    Vorrei sottolineare ulteriormente, dal mio punto di vista personale, alcuni dei criteri già brevemente indicati del rinnovamento liturgico. Comincerò con gli ultimi due criteri fondamentali. Mi sembra molto importante che il Catechismo, nel menzionare i limiti del potere della suprema autorità della Chiesa circa la riforma, richiami alla mente quale sia l'essenza del primato, così come viene sottolineato dai Concili Vaticani I e II: il papa non è un monarca assoluto la cui volontà è legge, ma piuttosto il custode dell'autentica Tradizione e perciò il primo garante dell'obbedienza. Non può fare ciò che vuole, e proprio per questo può opporsi a coloro che intendono fare ciò che vogliono. La legge cui deve attenersi non è l'agire ad libitum, ma l'obbedienza alla fede. Per cui, nei confronti della liturgia, ha il compito di un giardiniere e non di un tecnico che costruisce macchine nuove e butta quelle vecchie. Il "rito", e cioè la forma di celebrazione e di preghiera che matura nella fede e nella vita della Chiesa, è forma condensata della Tradizione vivente, nella quale la sfera del rito esprime l'insieme della sua fede e della sua preghiera, rendendo così sperimentabile, allo stesso tempo, la comunione tra le generazioni, la comunione con coloro che pregano prima di noi e dopo di noi. Così il rito è come un dono fatto alla Chiesa, una forma vivente di parádosis.

    È importante a tale riguardo interpretare correttamente la "continuità sostanziale". L'autore ci mette espressamente in guardia dalla strada sbagliata sulla quale potremmo essere condotti da una teologia sacramentaria neoscolastica slegata dalla forma vivente della liturgia. Partendo da essa, si potrebbe ridurre la "sostanza" alla materia e alla forma del sacramento, e dire: il pane e il vino sono la materia del sacramento, le parole dell'istituzione sono la sua forma; solo queste due cose sono necessarie, tutto il resto si può anche cambiare. Su questo punto modernisti e tradizionalisti si trovano d'accordo. Basta che ci sia la materia e che siano pronunciate le parole dell'istituzione: tutto il resto è "a piacere". Purtroppo molti sacerdoti oggi agiscono sulla base di questo schema; e persino le teorie di molti liturgisti, sfortunatamente, si muovono in questa direzione. Essi vogliono superare il rito come qualcosa di rigido e costruiscono prodotti di loro fantasia, ritenuta pastorale, attorno a questo nocciolo residuo, che viene così relegato nel regno del magico oppure privato del tutto del suo significato.

    Il movimento liturgico aveva cercato di superare questo riduzionismo, prodotto di una teologia sacramentaria astratta, e di insegnarci a considerare la liturgia come l'insieme vivente della Tradizione fattasi forma, che non si può strappare in piccoli pezzi, ma che deve essere visto e vissuto nella sua totalità vivente. Chi, come me, nella fase del movimento liturgico alla vigilia del Concilio Vaticano II, è stato colpito da questa concezione, può solo constatare con profondo dolore la distruzione di quel che ad esso stava a cuore.
    Vorrei brevemente commentare altre due intuizioni che appaiono nel libro di dom Alcuin Reid. L'archeologismo e il pragmatismo pastorale - quest'ultimo, peraltro, è spesso un razionalismo pastorale - sono entrambi errati. Potrebbero essere descritti come una coppia di gemelli profani. I liturgisti della prima generazione erano per la maggior parte storici e, di conseguenza, inclini all'archeologismo. Volevano dissotterrare le forme più antiche nella loro purezza originale; vedevano i libri liturgici in uso, con i loro riti, come espressione di proliferazioni storiche, frutto di passati fraintendimenti e ignoranza. Si cercava di ricostruire la più antica Liturgia romana e di ripulirla da tutte le aggiunte posteriori. Non era cosa del tutto sbagliata; ma la riforma liturgica è comunque qualcosa di diverso da uno scavo archeologico, e non tutti gli sviluppi di qualcosa di vivo devono seguire la logica di un criterio razionalistico/storicistico. Questa è anche la ragione per cui - come l'autore giustamente osserva -, nella riforma liturgica, non deve spettare agli esperti l'ultima parola. Esperti e pastori hanno ciascuno il proprio ruolo (così come, in politica, i tecnici e coloro che sono chiamati a decidere rappresentano due livelli diversi). Le conoscenze degli studiosi sono importanti, ma non possono essere immediatamente trasformate in decisioni dei pastori, i quali hanno la responsabilità di ascoltare i fedeli nell'attuare con intelligenza assieme a loro ciò che oggi aiuta a celebrare i sacramenti con fede oppure no. Una delle debolezze della prima fase della riforma dopo il Concilio fu che quasi soltanto gli esperti avevano voce in capitolo. Sarebbe stata auspicabile una maggiore autonomia da parte dei pastori.

    Poiché spesso, ovviamente, risulta impossibile elevare la conoscenza storica al rango di nuova norma liturgica, molto facilmente questo "archeologismo" si è legato al pragmatismo pastorale. Si è deciso in primo luogo di eliminare tutto ciò che non era riconosciuto come originale, e di conseguenza come "sostanziale", per poi integrare lo "scavo archeologico" - qualora fosse sembrato ancora insufficiente - con "il punto di vista pastorale". Ma che cos'è "pastorale"? I giudizi intellettualistici dei professori su queste questioni erano sovente determinati dalle loro considerazioni razionali e non tenevano conto di ciò che realmente sostiene la vita dei fedeli. Cosicché oggi, dopo la vasta razionalizzazione della liturgia nella prima fase della riforma, si è di nuovo alla ricerca di forme di solennità, di atmosfere "mistiche" e di una certa sacralità. Ma siccome esistono - necessariamente e sempre più evidentemente - giudizi largamente divergenti su che cosa sia pastoralmente efficace, l'aspetto "pastorale" è divenuto il varco per l'irruzione della "creatività", la quale dissolve l'unità della liturgia e ci mette spesso di fronte a una deplorevole banalità. Con questo non si vuol dire che la liturgia eucaristica, come anche la liturgia della Parola, non siano molte volte celebrate, a partire dalla fede, in modo rispettoso e "bello" nel senso migliore della parola. Ma dato che stiamo cercando i criteri della riforma, dobbiamo pure menzionare i pericoli che negli ultimi decenni, purtroppo, non sono rimasti soltanto fantasie di tradizionalisti nemici della riforma.

    Vorrei soffermarmi ancora sul fatto che, in quel compendio liturgico citato sopra, il culto è stato presentato come "progetto di riforma", e cioè come un cantiere dove ci si dà sempre un gran da fare. Simile, seppure un po' diverso, è il suggerimento, da parte di alcuni liturgisti cattolici, di adattare la riforma liturgica al mutamento antropologico della modernità e di costruirla in modo antropocentrico. Se la liturgia appare anzitutto come il cantiere del nostro operare, allora vuol dire che si è dimenticata la cosa essenziale: Dio. Poiché nella liturgia non si tratta di noi, ma di Dio. La dimenticanza di Dio è il pericolo più imminente del nostro tempo. A questa tendenza la liturgia dovrebbe opporre la presenza di Dio. Ma che cosa accade se la dimenticanza di Dio entra persino nella liturgia, se nella liturgia pensiamo solo a noi stessi? In ogni riforma liturgica e in ogni celebrazione liturgica, il primato di Dio dovrebbe sempre occupare il primissimo posto.

    Con questo sono andato molto oltre il libro di dom Alcuin. Ma credo che, comunque, sia risultato chiaro che questo libro, con la ricchezza dei suoi spunti, ci insegna dei criteri e ci invita a un’ulteriore riflessione. Per questo ne raccomando la lettura.

    Beátus vir qui non ábiit in consilio impiórum

  4. #3
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    SVILUPPO GRADUALE DELLE CERIMONIE

    Anche se c’era considerevole uniformità liturgica, nei primi due secoli non c’è stata uniformità assoluta. Libri liturgici sono stati usati sicuramente dalla metà del IV secolo e forse prima della fine del terzo, ma i testi più antichi giunti a noi sono del settimo secolo, e la notazione musicale non si è usata in occidente fino al nono secolo, quando furono codificate le melodie del canto gregoriano.
    L’unico libro sicuramente usato fino al quarto secolo fu la Bibbia, dalla quale erano tratte le letture. I salmi e la Preghiera del Signore si conoscevano a memoria, oppure si usavano preghiere estemporanee. Assai poco si sarebbe potuto descrivere come cerimoniale, nel senso attuale del termine. Le cose erano fatte come erano fatte per scopi pratici. Le letture erano a voce alta e
    fatte da dove potessero essere sentite, il pane e il vino erano portati all’altare nel momento appropriato. Ogni cosa era fatta con la massima reverenza possibile e, gradualmente e naturalmente, emersero i segni di rispetto divenendo tradizioni stabilite; in altre parole, le azioni liturgiche furono ritualizzate.

    Il Lavabo o lavaggio delle mani è un esempio evidente. In tutti i riti il celebrante si lava le mani prima di toccare le offerte, precauzione ovvia e segno di rispetto. S. Tommaso d’ Aquino rimarcava: “Non siamo abituati a manipolare qualunque cosa preziosa se non con mani pulite; così sembra indecente che qualcuno si possa avvicinare a un sacramento così grande con mani sporche”. Quasi inevitabilmente, il lavaggio delle mani giunse ad essere interpretato come simbolo di purificazione dell’anima, ed è così con ogni lavaggio rituale in qualunque religione. In origine non esistevano particolari preghiere prescritte per il Lavabo, ma fu naturale che a quel punto i sacerdoti recitassero preghiere di purificazione e che alla fine quelle preghiere trovassero spazio nei libri liturgici. E quale preghiera sarebbe stata più adatta del Salmo 25, Lavabo inter innocentes manus meas? Tutto il rituale si sviluppò da queste azioni puramente pratiche, come i paramenti, evolutisi dai vestiti ordinari. Le sole azioni veramente rituali che troviamo nei primi due secoli sono certe posture, in ginocchio o in piedi per la preghiera, e cerimonie come il bacio della pace, tutte di derivazione ebraica.

    Come è facile capire l’ordine, il contorno della funzione, sarebbe divenuto costante quasi inconsciamente. Chi fa le stesse cose con continuità, continua ancora di più, naturalmente, a farle nello stesso modo. Non c’era ragione per cambiare; stravolgere l’ordine avrebbe presto disturbato ed annoiato i fedeli. I primi cristiani sapevano, per esempio, in quale momento avrebbero ascoltato
    le letture, quando avrebbero ricevuto la Comunione, quando si sarebbero alzati per pregare. Il fatto che i catecumeni fossero presenti in alcune parti della Messa ma non potessero assistere ad altre parti implicava una certa dose di uniformità ed ordine. Ma anche le preghiere, sebbene non ci fosse ancora alcuna idea di forme fisse, si sarebbero dirette naturalmente verso l’uniformità,
    almeno come struttura. Qui anche le abitudini e le usanze avrebbero presto raggiunto il loro ordine. I fedeli sapevano quando aspettarsi la preghiera per l’imperatore, il rendimento di grazie, le richieste. Anche la forma dialogata della preghiera, della quale abbiamo molte tracce relative a questo primo periodo, implicano uniformità, almeno nella loro idea generale. I fedeli, in certi
    punti, rispondevano “Amen”, “Signore pietà”, “Rendiamo grazie a Dio” e così via, perché sapevano più o meno ciò che il celebrante avrebbe detto ogni volta.
    In un dialogo drammatico ogni parte deve essere preparata per l’altra. Così l’ordine e l’assetto generale delle preghiere sarebbero rimasti costanti. In molti casi, allora, troviamo esattamente l’uso delle stesse parole; ricorrono formule intere, a volte lunghe e ciò può essere facilmente compreso.

    Al primo posto c’erano molte forme dell’Antico o del Nuovo Testamento, ben note nelle celebrazioni ebraiche, usate come formule liturgiche anche dai cristiani. Esempi di tali formule sono: "Amen," "Alleluia", "Signore, pietà", "Rendiamo grazie a Dio ", "Per tutti i secoli dei secoli", "Benedetto il Signore nostro Dio". Inoltre si è notato che le preghiere estemporanee tendono sempre a diventare formule stereotipate. Un uomo che prega per la stessa cosa comincerà presto a ripetere le stesse parole e la stessa cosa si può notare per le preghiere estemporanee. Il fatto che fin dal principio il linguaggio cristiano fosse saturo di formule bibliche significa che sarebbe stato difficile, per il vescovo, usare parole e formule differenti per pregare, perfino se avesse
    provato a farlo. E perché avrebbe dovuto farlo? Così le stesse espressioni ricorsero sempre più nelle preghiere pubbliche. Una formula udita costantemente sarebbe presto stata considerata quella giusta, specialmente nei casi (come i salmi e la preghiera del Signore) nei quali la liturgia conteneva già esempi di forme costanti. Un giovane vescovo, cominciando a celebrare, non avrebbe potuto fare di meglio che continuare a usare esattamente le stesse parole (per quanto le ricordava) del venerabile predecessore le cui preghiere erano state seguite con devozione reverente ed avevano ottenuto risposta dalla gente e forse dallo stesso nuovo vescovo, allora diacono.

    (C) Michael Davies, 1997
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  5. #4
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    LA FINE DELLE PERSECUZIONI


    I fattori storici hanno giocato un ruolo cruciale nel modo di celebrare la liturgia. Durante il periodo delle persecuzioni brevità e semplicità furono, per ovvie ragioni, le caratteristiche principali. La tolleranza verso la Cristianità sotto Costantino I e la proclamazione del Cristianesimo come religione dell’Impero sotto Teodosio I (379-95) ebbero un effetto drammatico sullo sviluppo del rituale. Le congregazioni aumentarono e le buone opere per la costruzione e l’arredamento di nuove chiese portarono all’arricchimento dei vasi e dei paramenti. Chi presentava quei doni, naturalmente, voleva che gli stessi fossero della natura più bella e più ricca possibile. In un parallelo e naturale sviluppo i triti liturgici divennero più elaborati, con processioni solenni ed
    accentuazione della natura imponente del rito. Questa elaborazione della liturgia procedette rapidamente e soprattutto in oriente piuttosto che in occidente durante il quarto Secolo, ma il cambiamento universale dello stile iniziò nel mondo cristiano con il passaggio da un rito illegale e privato ad uno pubblico e supportato dallo stato.

    Dal quarto Secolo in poi abbiamo informazioni molto dettagliate sulle questioni liturgiche. I Padri come S. Cirillo da Gerusalemme (morto nel 386), S. Atanasio (morto nel 373), S. Basilio (morto nel 379), S. Giovanni Crisostomo (morto nel 407) ci offrono elaborate descrizioni dei riti che celebravano.
    Purtroppo conosciamo meno della storia dei primi periodi del Rito Romano di qualunque altro periodo. La libertà della Chiesa sotto Costantino e, approssimativamente, il primo concilio generale nel 325 (Nicea), segnano il grande punto di svolta degli studi liturgici. All’incirca dal quarto Secolo si ebbe la compilazione di testi liturgici completi, furono compilati il primo Euchologion e i Sacramentari per l’uso in chiesa. L’ Euchologion il libro liturgico delle Chiese orientali che contiene i Riti Eucaristici, le parti invariabili dell’Ufficio Divino e i Riti per l’amministrazione dei Sacramenti e Sacramentali, quindi una combinazione delle parti essenziali del Messale, del Pontificale e del Rituale nel Rito Romano. Da questo momento, il vecchio rito uniforme e fluido si cristallizza in diverse liturgie nei diversi luoghi. Queste diverse liturgie portano il marchio della loro discendenza comune e seguono la stessa struttura generale. Si possono riconoscere quattro riti “precursori” ai quali riferire tutte le antiche liturgie esistenti. Tre di questi sono quelli delle tre antiche città patriarcali: Roma, Alessandria ed Antiochia. Il quarto rito “precursore”, quello Gallicano, fu un’eccezione a questa regola poiché, sebbene celebrato nel Patriarcato Romano, non derivava dai riti celebrati a Roma.

    Poiché queste note riguardano soltanto l’evoluzione del Rito Romano, non esamineremo le liturgie di Alessandria e di Antiochia, ma approfondiremo il rito Gallicano per la sua considerevole influenza sullo sviluppo del Rito Romano.

    (C) Michael Davies, 1997
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    IL RITO GALLICANO



    Il fatto che fino all’ottavo secolo l’Occidente non applichi il principio generale secondo il quale il rito segue il patriarcato è al tempo stesso anomalo ed unico.
    Che il Vescovo di Roma fosse il patriarca di tutto l’Occidente è un fatto non messo in dubbio da alcuno, e ancora la Chiesa occidentale non seguiva il suo rito. Fino all’ottavo secolo era soltanto il rito della città di Roma. Non era usato nell’Italia settentrionale ed anche le diocesi del sud della penisola avevano il proprio uso liturgico. Si è soliti classificare tutti questi riti occidentali (Latini ma non Romani) con il nome generale di Gallicani. Questo uso è giustificato in quanto essi differivano dal Romano ed erano strettamente correlati. Sappiamo moltissimo del rito Gallicano, in senso stretto, soprattutto per come veniva celebrato nella Gallia [cioè Italia del nord, Francia, Belgio, Svizzera occidentale, Olanda, Germania fino alla riva occidentale del Reno, ndt]. Varianti erano presenti in Spagna, Gran Bretagna, altre zone d’Italia ed altri paesi. Il punto di vista generalmente accettato è che la famiglia gallicana delle liturgie abbia avuto origine in oriente, forse ad Antiochia; dopo l’adozione a Milano nel quarto secolo si diffuse in tutto l’Occidente. Milano era, all’epoca, la sede metropolitana del nord Italia e la seconda sede per importanza in tutto l’Occidente.

    All’incirca dall’ottavo secolo il rito locale Romano, gradualmente, si diffuse in tutto l’Occidente, rimpiazzando le liturgie Gallicane ma risultando modificato dalle stesse in quel processo. Esistono ancora due località nell’Europa occidentale dove si usano ancora le vecchie liturgie Gallicane. La prima è Toledo, in Spagna, con il rito Mozarabico. Il termine “Mozarabico" è riferito ai mozarabi, gli arabi cristiani, e, in senso stretto, si dovrebe applicare alle zone della Spagna cadute sotto il dominio moresco dopo il 711. Nella sua forma attuale è l’ultimo esempio del vecchio rito spagnolo. Dall’undicesimo secolo il rito Mozarabico fu più volte ricondotto a quello Romano e sembrò che dovesse completamente scomparire. Nel 1500 fu il Cardinal Ximenes, Arcivescovo di Toledo, Salamanca e Valladolid the Cardinal Archbishop of Toledo a preservarne l’uso ma solo nella cappella del Corpus Christi nella Cattedrale di Toledo, fondata dallo stesso Cardinale. Il rito è in uso tutt'oggi, ma con elementi romani, in particolare la forma romana delle parole dell’istituzione. Il Cardinal Ximenes fece stampare un Messale Mozarabico nel 1500 ed un Breviario nel 1502.

    Anche la città di Milano ha il suo proprio rito, comunemente detto Ambrosiano, ma non esiste prova che S. Ambrogio abia composto qualcosa più di una mezza dozzina di inni di un rito che è molto più “romanizzato” di quello di Toledo ed include l’intero Canone Romano. I milanesi imbracciarono diverse volte le armi per resistere ai tentativi di imposizione del rito Romano. Il rito Ambrosiano fu poi considerevolmente modificato dopo il 1970, per ricondurlo alle linee della nuova Messa del Papa Paolo VI.


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    L’origine del rito romano e dei suoi libri liturgici


    Intorno alla metà del quarto secolo c’erano certamente alcuni libri liturgici, mentre non si può affermare con certezza quali scritti ci fossero prima. La prima parte scritta della liturgia sembra essere stata quella dei Dittici. La parola “dittico” deriva dal greco e significa “due pieghe” o “piegato due volte”. Un Dittico consisteva in due tavolette (inizialmente coperte di cera) articolate e piegate insieme come un libro. Su una erano scritti i nomi dei vivi per i quali si dicevano le preghiere, sull’altra erano scritti i nomi dei morti. Questi nomi erano poi letti ad alta voce dal diacono nella parte apposita della liturgia. Il loro uso, in Oriente, fu mantenuto fino al tardo Medio Evo, quando le letture furono riportate nei libri. La vecchia usanza di leggere dalla Bibbia finché il vescovo non avesse fatto un segno di interruzione, presto diede l’avvio ad un piano più ordinato di letture, che ne prevedeva una certa parte, prefissata, per ogni liturgia. Per farlo furono aggiunte note a margine alla Bibbia. Poi fu compilato un indice che riportava le prime e le ultime parole di quanto era da leggere. Oltre alla Bibbia furono letti altri libri (vite dei Santi e omelie nell’Ufficio Divino); un indice completo con i riferimenti per le letture fu “L’accompagnamento ai Libri”: “comes”, “liber comitis” o “comicus”. Infine, per evitare problemi, tutti i testi vennero trascritti così come serviva alla liturgia; arriviamo così al Libro (liturgico) del Vangelo (evangelarium), delle Epistole (epistolarium) e, finalmente, al completo Lezionario (lectionarium). E’ convinzione largamente diffusa che su incarico del Papa S. Girolamo (324-420) abbia selezionato le Epistole e i Vangeli per ogni Domenica dell’anno liturgico, usati da allora nel Messale Romano Tradizionale. Contemporaneamente furono trascritte le preghiere dette dal celebrante e dal diacono.

    Qui dobbiamo notare un’importante differenza tra la vecchia organizzazione e quella che abbiamo adesso in Occidente. I nostri attuali libri sono organizzati secondo l’uso al quale sono destinati; quindi il Messale contiene quanto è necessario per la S. Messa, il Breviario contiene l’Ufficio Divino e così via. Il sistema più antico, tuttora mantenuto in tutte le chiese d’Oriente, non considerava la destinazione del libro ma la persona che lo usava. Un solo libro conteneva tutto quello che il vescovo o il sacerdote diceva in ogni funzione, il diacono aveva il suo libro così come il coro e così via. Il libro del vescovo, del quale anche il sacerdote usava per quanto gli serviva, è il “Sacramentale” (Sacramentarium or liber sacramentorum). Esso conteneva soltanto la parte del celebrante nella liturgia Eucaristica, come le preghiere e il Canone, le Collette e i Prefazi, ma non le Epistole e i vangeli o quelle parti cantate come il Graduale.
    Conteneva anche la parte del vescovo in molti altri servizi come ordinazioni, battesimi, benedizioni ed esorcismi: in breve, tutte le funzioni sacerdotali. Anche il diacono aveva il suo libro, il diakonikon; ma poiché a Roma le sue funzioni furono ridotte al canto del Vangelo, questo libro risultò confinato alle liturgie dell’Oriente.
    Successivamente furono organizzati insieme salmi e responsori per il coro nel liber antiphonarius o gradualis; ancora più avanti troviamo l’hymnarium, liber sequentialis, responsalis, il psalterium e così via; di questi, nel primo Medio Evo, troviamo una grande varietà.

    (C) Michael Davies, 1997
    Ultima modifica di Gerensis; 03-12-2015 alle 20:21
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    Il Canone della Messa data dal IV secolo


    Verso la fine del IV secolo S. Ambrogio di Milano, in una collezione di istruzioni per i neo battezzati intitolata De Sacramentis, riporta la parte centrale del Canone che, anche se in qualche modo più corta, è sostanzialmente identica alle rispettive preghiere del Canone Romano. Ciò prova oltre ogni dubbio che il nocciolo del nostro Canone, da Quam oblationem (la preghiera che precede la Consacrazione) e compresa la preghiera sacrificale dopo la consacrazione, esisteva già alla fine del IV Secolo.
    I primissimi Sacramentari romani sono le prime fonti complete del Rito romano. Erano scritti in latino, che gradualmente aveva rimpiazzato il greco come linguaggio liturgico.
    Gli studiosi non sono concordi sui tempi di completamento della transizione e forniscono date dalla seconda metà del terzo secolo fino alla fine del quarto. Entrambe le lingue devono essere state affiancate durante un periodo piuttosto lungo di transizione. Il genio della lingua latina ha certamente influenzato l’ethos del Rito romano. Il latino è naturalmente conciso e austero se paragonato all’abbondanza retorica del greco. Limitare le frasi ridondanti fu una tendenza naturale del latino, e questa concisione, con l’austerità, è una notevole caratteristica della Messa romana.

    Dei Sacramentari, tre emergono come i più antichi, i più completi ed i più importanti da tutti i punti di vista; sono i cosiddetti Sacramentari Leonino, Gelasiano e Gregoriano, chiamati così rispettivamente dopo i tre papi S. Leone (440-61), Gelasio (492-6) e S. Gregorio Magno (590-604). I nomi implicano una paternità che non può essere sostenuta nemmeno nel caso di S. Gregorio. Non c’è alcuna evidenza che Papa Gelasio abbia in qualche modo contribuito al Sacramentario attribuito a lui; S. Leone potrebbe avere composto alcune delle preghiere del Sacramentario Leonino, ma non è certo; ma il Sacramentario Gregoriano quasi certamente contiene alcune composizioni di S. Gregorio.
    Il Sacramentario Leonino, Sacramentarium Leonianum, il più vecchio dei tre, si ritrova in un manoscritto del settimo secolo conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona. Il Sacramentario fu preceduto da quelli che erano conosciuti come Libelli Missarum. Erano piccoli libri contenenti i formulari per parti della Messa per Chiese di particolari diocesi o località, ma non il Canone, che era fisso, né le letture o le parti cantate. Consentivano una via di mezzo tra celebrazioni estemporanee e i formulari fissi del Sacramentario. Non ne sono giunti esempi fino a noi ma la certezza della loro esistenza ci è data da riferimenti letterari, e soprattutto dal Sacramentario Leonino che consiste in una collezione di Libelli. Sfortunatamente la collezione non è completa e mancano sia il Canone della Messa che l’ordinario, anche se contiene molti propri che si ritrovano ancora nel Messale Romano.
    Il Sacramentario Gelasiano è il più vecchio Libro della Messa Romana nel senso proprio del termine. È di gran lunga più completo del Leonino e le feste sono organizzate secondo l’anno ecclesiastico. Contiene anche il Canone e diverse Messe votive. Il più antico manoscritto ancora esistente data dall’ottavo secolo e contiene un po’ di materiale gallicano.

    (C) Michael Davies, 1997
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    La riforma di san Gregorio Magno


    S. Gregorio Magno divenne Papa nel 590 e regnò fino al 604. Le sue realizzazioni durante quei quattordici anni quasi sfidarono la sua reputazione.
    Tra le molte importanti riforme intraprese, quella della liturgia fu preminente. Il suo pontificato segna, nella storia della Messa Romana, un’epoca che, per quanto riguarda le cose importanti, egli lasciò nello stato che ancora persiste.
    Raccolse il Sacramentario di Gelasio in un solo libro, escludendo molto ma cambiando poco. Ciò a cui oggi ci riferiamo con il termine di Sacramentario Gregoriano, non può essere ascritto al Papa stesso poiché tra gli altri elementi che confermano ciò, contiene una Messa per la sua commemorazione; tuttavia è certamente basato sulla sua riforma della liturgia ed include alcune parti composte da lui.

    La nota dominante della riforma di S. Gregorio fu la fedeltà alla tradizione che era stata tramandata (il significato originario del termine latino traditio è trasferire o consegnare). La sua riforma consistette principalmente nella semplificazione e nel riordino del rito esistente, nella riduzione a tre delle preghiere variabili in ogni messa (Colletta, Segreta e Postcommunio) e in una
    riduzione delle variazioni che si verificavano in quel tempo nel Canone, nei prefazi e nelle forme addizionali di Communicantes e Hanc Igitur.
    Tali variazioni si possono ancora trovare in pochissime occasioni, come Natale e Pasqua. Il suo lavoro principale fu certamente il definitivo riordino del Canone Romano. Anche al lezionario fu data una forma definitiva, ma successivamente avrebbe subito cambiamenti considerevoli. L’Ordo Missae riportato nel Messale di S. Pio V del 1570, a parte alcune aggiunte e allargamenti minimi, corrisponde molto da vicino all’Ordo stabilito da S. Gregorio. Ed è a questo grande Papa che dobbiamo, in buona parte, la codifica dell’incomparabile canto che ha assunto il suo nome.

    (C) Michael Davies, 1997

    Nota dell'utente: Esclusa questa, mancano ancora 6 puntate.

    Nota del moderatore: Le puntate rimanenti, purtroppo, non sono più state pubblicate. L'argomento è stato ripreso nei messaggi che seguono.
    Ultima modifica di Gerensis; 03-12-2015 alle 20:24
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    Evoluzione nei secoli del rituale della Messa

    Nella Chiesa Occidentale ci sono sempre stati molti riti.
    Per quanto riguarda l'antico rito romano, quello dei primi secoli che risale a san Gregorio Magno, il rito romano antecedente il X secolo, quali caratteristiche aveva? Come si svolgeva la "Messa antica"?

    Non è facile descriverla ma abbiamo diversi punti certi che possono rendere un idea.


    1 - La preghiera dell' offertorio era silenziosa.

    tratto da:

    - Il Dio vicino - L' eucaristia cuore della vita cristiana. Joseph Ratzinger

    Fino ai secoli IX o X questi gesti di preparazione, che erano stati recepiti da Israele, avvenivano in silenzio. Poi si cominicò a ritenere che ogni gesto cristiano avesse bisogno anche della parola. Ecco perchè già nel secolo X furono realizzate quelle preghiere per la preparazione delle offerte che i più anziani tra di noi ricordano e amano nell' antico Messale e che forse rimpiangono nella nuova forma della messa.

    Erano preghiere belle e profonde, ma si deve pur riconoscere che esse comportavano un certo grado di equivocabilità. Esse erano sempre formulate come anticipazione dell' evento vero e proprio del canone. Ambedue le cose, la preparazione e la realtà definitiva del sacrificio di Cristo, si compenentrano in queste parole.

    Ciò che per i credenti ha le sue buone ragioni e nell' interiorità della fede viene ben compreso - che, cioè, nel nostro andare verso Cristo siamo sostenuti dal suo venire verso di noi -, per coloro che sono in ricerca e per quelli che guardano da fuori può essere invece causa di incomprensione. Le reazioni di cui abbiamo appena parlato sono la prova che ciò è veramente accaduto.

    Per questa ragione i riformatori della liturgia hanno da principio voluto ritornare alla situazione antecedente il secolo IX e lasciare senza parola di accompagnamento il rito dell' offerta dei doni. Il Santo Padre Paolo VI ha poi stabilito, in maniera del tutto personale e con decisione, che anche qui dovessero restare delle parole di preghiera. Lui stesso ha anzi preso parte alla composizione di queste preghiere. Nella loro sostanza, esse sono tratte proprie dalle preghiere che gli israeliti recitavano a tavola. In proposito, si deve ricordare che tutte queste preghiere di Israele, queste benedizioni, hanno come riferimento essenziale il mistero pasquale, guardano, cioè, alla Pasqua di Israele, sono pensate e vivono a partire da essa.

    2 - Durante la consacrazione si rimaneva in piedi.

    E’ con questa consapevolezza che l’antica tradizione liturgica vede i cristiani pregare in piedi. Così scrive sant’Ireneo: “L’uso di non piegare le ginocchia nel giorno del Signore è un simbolo della risurrezione attraverso la quale, grazie a Cristo, noi siamo liberati dai peccati e dalla morte, che da lui stesso è stata messa a morte” (cf M. Righetti, Storia Liturgica I, 373-376).

    L’atteggiamento in ginocchio appartiene per lo più alla preghiera privata, quando prevale il peso della nostra povertà, dei nostri peccati (cf ivi, 379).
    Lo stare in ginocchio, che è l’atteggiamento più consono e significativo della preghiera privata, ha preso il sopravvento durante la messa da quando si incominciò a perdere la consapevolezza che chi celebra è l’assemblea dei fedeli (cf CCC 1140-1141) e il popolo, anche a causa della lingua, finì per dedicarsi alle devozioni private mentre il sacerdote “diceva la sua messa” (cf A. Jungmann, Missarum Sollemnia I, 201-203).

    E’ significativo che gli inginocchiatoi siano apparsi nelle nostre chiese soltanto a partire dalla fine del XVI sec. (cf ivi, 369-370).
    Con tutto ciò non possiamo prescindere totalmente dalla consuetudine liturgica che sta immediatamente alle nostre spalle, né ignorare la sensibilità che in questi secoli si è radicata nei fedeli. Pertanto, con saggezza il Messale Romano prevede che con molta libertà ci si possa mettere in ginocchio alla messa durante la consacrazione “a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi.

    Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione” (OGMR 43). Il dettato e il tono di questa norma, nel rispetto anche di altre tradizioni a questo riguardo, non autorizza nessuno a misurare la devozione dallo stare o meno in ginocchio, in particolare durante la consacrazione.

    Fonte:
    http://liturgia-opus-trinitatis.over...-38960959.html


    3 - La Messa antica prevedeva il rito di congedo dei catecumeni prima dell'Offertorio.

    Il rito comportava il congedo dei catecumeni prima dell'Offertorio. S. Agostino esplicitò con chiarezza questo congedo rituale: "Ecce post sermonem fit missa catechumenis, manebunt fideles" (Ecco, dopo il sermone, si faccia il congedo dei catecumeni, restino i fedeli).


    4 - Nella Messa antica o gregoriana non era presente Il rito dell’elevazione eucaristica

    Il rito dell'elevazione dell'Ostia consacrata s'introdusse con esattezza tra l’XI e il XIII secolo, in ambiente cluniacense, in Italia e Francia mentre quella del calice fu resa obbligatoria nel 1570 col Messale di Pio V.

    Questa risale al Xm secolo; quella del calice invece si affermò con difficoltà e solo attraverso il messale del 1570 venne equiparata a quella dell' ostia.
    - La liturgia della Chiesa - Michael Kunzler

    5 - L' altare era posizionato verso il centro.

    Dalle "Catechesi" di san Giovanni Crisostomo, vescovo 334/354-407 d.c. . (tratto dall' Ufficio delle Letture -Lunedi', II sett. Quaresima-)

    Mosè e Cristo

    Il nostro Mosè leva le mani al cielo e ci procura un cibo eterno. Il primo percosse la pietra, facendono scatutire torrenti d' acqua. Questi tocca la mensa, percuote la mistica tavola e fa sgorgare le fonti dello Spirito. Ecco il motivo per il quale la mensa è posta al centro, come una sorgente, perchè i greggi accorrano da tutte le parti ad essa e si dissetino alle sue acque salutari.
    Anche scavi in San Giovanni in Laterano evidenziano che il primo altare era nella navata

    La Chiesa era con la facciata ad occidente e l'altare ad oriente, come consigliava un testo attribuito a Clemente I; ma forse del IV secolo, a proposito della costruzione delle basiliche: "[Preghiamo Dio] che ascese sopra il cielo dei cieli verso oriente, ricordando l'antica passione per il Paradiso, posto a oriente, da dove il primo uomo, disobbedendo a Dio, persuaso dal consiglio del serpente, fu cacciato".
    Oriente era quindi il luogo dove si trova il Paradiso e dove si trova quindi Cristo, che tornando sulla terra proverrà da tale direzione.
    Nello stesso testo si recita come il seggio del vescovo debba stare al centro, affiancato dai sacerdoti, e che i diaconi abbiano la cura disporre in zone separate i laici, divisi tra uomini e donne; nel mezzo, in un luogo rialzato, doveva stare il lettore dei testi sacri.


    6 - L' eucaristia veniva distribuita sulla mano

    tratto da:

    - Il Dio vicino - L' eucaristia cuore della vita cristiana. Joseph Ratzinger

    Ora, sappiamo bene che fino al secolo IX la comunione veniva ricevuta in piedi e nella mano. Ciò non significa che deve sempre rimanere così. La grandezza e la bellezza della Chiesa consistono proprio nel fatto che essa cresce, che essa matura, che essa penetra più profondamente il mistero.

    Ecco perchè l' evoluzione che è cominciata dopo il secolo IX ha un suo diritto e delle sue ragioni d' essere proprio come espressione di rispetto. D' altra parte, dobbiamo pur dire che è impossibile che la Chiesa per novecento anni abbia celebrato in maniera indegna l' eucaristia.

    Se leggiamo i testi dei Padri vediamo con quale senso di rispetto essi si comunicavano. In Cirillo di Gerusalemme, nel secolo IV, troviamo un testo particolarmente bello. Nelle sue catechesi battesimali egli spiega a coloro che stanno per comunicarsi come devono farlo.
    Essi devono mettersi in fila, fare delle loro mani un trono, porre la destra sulla sinistra, così che essa sia un trono per il Re e, allo stesso tempo, rappresenti una croce. E' di questa espressione simbolica colma di bellezza e profondità che egli è preoccupato: le mani dell' uomo formano la croce, che diventa il trono su cui si china il Re.
    La mano distesa, aperta, può quindi diventare il segno di come l' uomo si pone di fronte al Signore, apre le sue mani per lui, perchè diventino strumento della sua vicinanza, trono della sua misericordia verso questo mondo.

    Chi riflette su questo riconoscerà quanto sia erroneo polemizzare su questo o quell' atteggiamento. Dobbiamo e possiamo polemizzare solo su ciò per cui la Chiesa ha lottato prima e dopo il secolo IX, vale a dire il timore del cuore, che si piega dinanzi il mistero di Dio che si mette nelle nostre mani. Nel fare ciò non dovremmo dimenticarci che non solo le nostre mani sono impure ma anche le nostre lingue e il nostro cuore, e
    che noi con la lingua pecchiamo spesso molto più che con le mani.
    Il rischio maggiore, che è allo stesso tempo espressione della bontà misericordiosa di Dio, è che non solo la mano e la lingua, ma il nostro cuore può toccarlo. Che il Signore entri in noi, viva con noi e dall' interno di noi voglia diventare il cuore della nostra vita e il suo cambiamento.

    7 - La comunione veniva distribuita sotto le due specie

    In ossequio alle parole di Gesù, che dice: “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita” (Gv 6,53) , la comunione sotto le due specie è stata in uso costantemente fino ai nostri giorni nei riti orientali non latinizzati.

    In Occidente invece tale pratica ha avuto una storia travagliata. Nei primi secoli della Chiesa, l’uso della comunione sotto le due specie è stato universalmente praticato, ed era ritenuta addirittura parte essenziale della celebrazione; il fatto di astenersi dal calice, pertanto, era riprovato come un attentato all’unicità del mistero eucaristico.

    Papa Gelasio I (+ 496) si esprime in questi termini: “Sappiamo che alcuni, ricevuta soltanto la porzione del sacro corpo, si astengono dal sangue consacrato, guidati senza dubbio da chi sa quale superstizione. Costoro o ricevano per intero i sacramenti o se ne astengano per intero; la divisione di un solo ed identico mistero non può farsi senza grande sacrilegio”.
    Nella seconda parte del secolo XII comincia a prevalere la comunione sotto la sola specie del pane.

    fonte:
    http://liturgia-opus-trinitatis.over...-36005121.html

    8 - Nella Messa antica o gregoriana non era presente il Benedictus.

    Il Benedictus fu introdotto nel Canone solo nel VII secolo, pertanto non era presente nella messa gregoriana. Mentre invece il Sanctus fu introdotto nel canone alla fine del IV secolo.


    9 - Nella Messa antica veniva utilizzato pane azzimo

    Veniva usato pane azzimo, cioè non fermentato; dal XII secolo in poi prese la forma dell'ostia attuale
    Nei corso dei secoli, il pane per la celebrazione eucaristica ha assunto diverse forme. I primi cristiani usavano un pane azzimo, che veniva tagliato e distribuito ai fedeli dopo la consacrazione.

    Nel IV secolo d.C. Sant'Epifanio introdusse in Oriente l'uso del pane consacrato di forma schiacciata e circolare. In Occidente, le ostie avevano la medesima forma, ma erano di dimensioni differenti, maggiori di diametro e spessore. In un primo tempo, sulla superficie dell'ostia furono incise icone sacre come l'Agnello Pasquale, la Flagellazione e il monogramma IHS. Più avanti, nel corso del XI secolo, si diffuse l'usanza di destinare un'ostia di maggiori dimensioni al sacerdote, una più piccola per i fedeli.


    10 - Non era presente il Confiteor (la preghiera cristiana per la confessione generale dei peccati, utilizzata all'inizio della Messa).

    Solo nel XI secolo abbiamo la prima testimonianza in cui si parla chiaramente del Confiteor all’interno della celebrazione della Messa.


    11 - Nella Messa antica o gregoriana, sia i ministri del culto che i fedeli, pregavano con il gesto dell'Orante, cioè in piedi con le braccia aperte.

    Mentre invece l' usanza di pregare con le mani giunte venne introdotta nella preghiera privata a partire dal IX secolo, ed entrerà a far parte della celebrazione liturgica solo nel XII secolo.
    In origine, e l'iconografia dell'arte paleocristiana lo dimostra, la preghiera si esprimeva attraverso il gesto dell'Orante, in piedi, con le braccia aperte e il palmo delle mani rivolto verso l'esterno. Le mani giunte, invece, erano un segno di sottomissione da parte di prigionieri e vassalli, sudditi di un signore. Tuttavia, nel XIII secolo, durante il pontificato di Gregorio IX, il gesto dell'orante fu in parte sostituito dalla preghiera manibus junctis, il cui successo sembra sia dipeso tanto dall'influsso francescano quanto dall'analogia con la recommandatio feudale.


    12 - Il gesto della pace cambiava a seconda dei periodi storici.

    Il gesto della pace prima di arrivare alla sua forma attuale ha avuto una storia quanto mai movimentata.
    Nei primi secoli veniva compiuto alla fine della proclamazione della Parola, così come ci viene testimoniato dagli scritti dei Padri della Chiesa.
    Il segno della pace non era, quindi, in relazione con la comunione, ma con la liturgia della Parola. Era stato collocato prima della preghiera eucaristica tenendo presenti le parole di Gesù nel discorso della montagna, che invitavano a riconciliarsi con il fratello prima di presentare la propria offerta a Dio (Mt 5, 23-24).

    Ancora oggi nel rito ambrosiano, nelle liturgie orientali e in quella ispano-mozarabica il segno di pace è rimasto collocato nel punto di appartenenza originario.
    Fu papa Innocenzo I, nel V secolo, a cambiare la collocazione di questo gesto mettendolo dopo la preghiera eucaristica: "La pace deve essere proclamata dopo (la celebrazione dei misteri). E’ chiaro infatti che, per mezzo di essa, il popolo dà il suo consenso a ciò che è stato realizzato nei misteri e celebrato nella Chiesa: il compimento di tutto questo è messo in evidenza per mezzo della pace che viene a suggellare la conclusione".

    Questa affermazione di Innocenzo I la troviamo riportata in una sua lettera scritta nell’anno 416 e indirizzata al vescovo Decenzio di Gubbio, che lo aveva interrrogato in merito alla collocazione del gesto di pace.

    Al tempo di Gregorio Magno la collocazione di questo segno cambiò ancora e fu messo dopo la recita del Padre nostro, diventando in questo modo un gesto di preparazione alla comunione; e così è rimasto fino ad oggi nella liturgia romana ed africana.

    Fino all’undicesimo secolo il segno della pace aveva una dimensione ‘orizzontale’, esso veniva scambiato vicendevolmente fra tutti i presenti alla celebrazione, ma poi è iniziato a verificarsi un profondo cambiamento nel suo significato, cambiamento, che si manifesterà anche nei movimenti che erano ad esso collegati.
    Infatti il sacerdote, in segno di ricevimento della pace da Cristo stesso, baciava l’altare, poi abbracciava i diaconi, e questi a loro volta abbracciavano i ministri inferiori, e così via finché la pace non giungeva ai presenti attraverso un "incaricato della pace".
    La pace dunque aveva assunto questa dimensione ‘discendente’, da Cristo, attraverso i ministri al popolo. Questo rito si compiva soltanto nelle cerimonie più solenni e riguardava soltanto il clero, i fedeli ne restavano esclusi.

    Dopo la riforma il segno di pace ha riacquistato la sua originaria dimensione orizzontale: ci si scambia reciprocamente la pace prima di ricevere l’Eucaristia.

    Insieme alla collocazione e al significato, questo gesto ha subito delle variazioni anche per quanto riguarda la sua forma. Originariamente era un bacio che poi è stato trasformato in abbraccio; oggi, per conformarsi agli usi della nostra società, è diventato una stretta di mano.


    13 - Nella Messa antica o gregoriana non era presente l' organo.

    L' organo era ritenuto uno strumento eccessivamente profano, infatti veniva impiegato nella civiltà romana e nell'area bizantina per celebrare anche festività pubbliche.
    Nella Roma Imperiale, dal II al V secolo, l’organo ebbe una diffusione pari a quella del nostro pianoforte. Esso veniva utilizzato nelle arene, nelle feste popolari ed addirittura nei circhi, sempre come strumento profano, per ritmare i combattimenti dei gladiatori, con potenti sonorità di ance a forte pressione. Nei saloni delle famiglie borghesi invece, grazie a canne di flauto a bassa sonorità, esso aveva mansioni di mero intrattenimento.

    Per vedere l' ingresso dell' organo in Chiesa bisogna attendere l' anno 757, quando l'imperatore di Bisanzio, Costantino Copronimo, fece dono di un organo a Pipino il Breve, il quale lo collocò nella chiesa di San Cornelio a Compiègne, in Francia . Da allora iniziò l' utilizzo dell' organo nei luoghi di culto cristiani e nella liturgia.

    tratto da:

    - L' organo italiano - di Corrado Moretti

    A noi però non interessa tanto la vicenda storica di un ambasciata, quanto la chiara notizia che alla fine del secolo VIII o agli inizi del IX giunse in Francia un organo bizantino dalle seguenti caratteristiche: strumento pneumatico e non idraulico, con somiere in bronzo alimentato da pompe a mantice di cuoio robusto; le canne, di bronzo e di rame, emettevano tre diverse sonorità: quella tonitruante delle ancie, quella dei flauti garruli come la lira e quella delle mutazioni imitanti i cembali a percussione.
    Questo strumento non entrò ancora in chiesa, ma si limitò a decorare le feste nei saloni delle residenze imperiali di Compiègne e di Aquisgrana; per essere ammesso nel tempio, dovette ancor fare molti anni di anticamera nella serena quiete dei monasteri, come vedremo nel capitolo seguente.
    Ultima modifica di Gerensis; 03-12-2015 alle 21:04 Motivo: Corretti link non funzionanti e rimosse foto non visibili.

  11. #10
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    L’Eucaristia come veniva celebrata nei primi cinque secoli e come viene celebrata oggi

    Quesito

    Caro Padre Angelo
    una domanda di patrologia e storia della Chiesa insieme.
    Come erano vissuti i sacramenti dell’iniziazione cristiana nei primi cinque secoli della Chiesa e come li ha espressi la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.
    Quali gli aspetti in comune, quali ancora le divergenze?
    La ringrazio per la risposta, la seguo nelle preghiere.
    Dio la Benedica,
    Matteo



    Risposta del sacerdote

    Caro Matteo,
    in questa terza puntata ti parlo dell’Eucaristia, come è stata recepita e praticata nella Chiesa primitiva e come viene celebrata oggi.
    Non tratto di tutti riti della Messa, perché non si finirebbe più, ma solo di alcuni punti, i principali, che indubbiamente interessano.
    Intanto devo ricordare che Gesù annunziò questo sacramento quando disse: “Il pane che io darò è la mia carne, per la salvezza del mondo... Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,52ss).
    Poi, alcune ore prima della Passione, egli procedette all’istituzione propriamente detta, trasformando, in virtù delle sue parole, il pane ed il vino nel suo corpo e sangue, distribuendoli ai suoi apostoli e dicendo loro di ripetere in avvenire quel rito in sua memoria.
    Non tratto di tutti riti della Messa, perché non si finirebbe più, ma solo di alcuni punti, i principali, che indubbiamente interessano.
    Intanto devo ricordare che Gesù annunziò questo sacramento quando disse: “Il pane che io darò è la mia carne, per la salvezza del mondo... Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,52ss).
    Poi, alcune ore prima della Passione, egli procedette all’istituzione propriamente detta, trasformando, in virtù delle sue parole, il pane ed il vino nel suo corpo e sangue, distribuendoli ai suoi apostoli e dicendo loro di ripetere in avvenire quel rito in sua memoria.




    1. La materia dell’eucaristia e la sua oblazione nell’antica liturgia
    Già anticamente la Messa consisteva in due parti (o mense): la liturgia della parola e quella del sacrificio.
    Alla liturgia della parola potevano assistere anche i catecumeni, poi uscivano.
    Quindi si iniziava la celebrazione del Santo sacrificio.
    Il rito primitivo di questa parte della messa consisteva nell’offerta dei doni, che servivano al vescovo (o al sacerdote) per compiere il sacrificio e permettevano ai fedeli di parteciparvi: doni consistenti nel pane e nel vino. Mentre si cantava un salmo i fedeli si presentavano con la loro offerta. Prima venivano gli uomini, poi le donne e il vescovo riceveva queste oblazioni.
    Il pane veniva raccolto su grandi piatti, detti patina, e posteriormente patena (la patena attuale ne è l’esatta riproduzione in piccolo), e poi su una bianca tovaglia tenuta dagli accoliti. Il vino veniva versato dentro uno o più calici, recati dai suddiaconi. Anche questi calici erano di grandi dimensioni ed avevano dei manici, che permettevano di portarli agevolmente e di distribuire più facilmente il prezioso sangue nel tempo in cui ci si comunicava sotto le due specie.
    Terminata l’oblazione, il vescovo si lavava le mani e recatosi all’altare diceva una preghiera.

    2. La trasformazione dell’offertorio
    Queste offerte in natura furono in uso per lungo tempo, ma finirono con lo scomparire verso il secolo IX. I sacerdoti preferivano offrire sull’altare dei pani migliori di quelli recati da coloro che partecipavano alla messa, e lo stesso per il vino, che fino allora risultava prodotto con vari tipi di vino mescolati insieme.
    Inoltre i fedeli avevano preso l’abitudine poco a poco di fare al clero dei doni, quale compenso per il servizio liturgico. Da allora parve superfluo raccogliere durante la messa il materiale necessario per il sacrificio e la comunione. Ma due tracce sono rimaste degli antichi riti: l’offerta del pane benedetto, che ha luogo proprio all’offertorio e la questua, che si fa a questo punto della messa.
    La Chiesa resistette per diversi secoli a questa trasformazione della offerta liturgica. Ma fin dall’VIII secolo i cristiani incominciarono a consegnare al sacerdote, al momento dell’offertorio, delle elemosine in denaro in sostituzione del pane e del vino. Quest’usanza fu combattuta dalla Chiesa fino al XII secolo.
    Oggi la Riforma liturgica ha ripristinato almeno per le messe più solenni il rito dell’offerta da parte dei fedeli.

    3. La questione del pane azzimo
    La maggior parte delle Chiese d’Oriente si serve del pane lievitato, mentre nella Chiesa latina è obbligatorio il pane azzimo. Notiamo intanto che sia l’una che l’altra Chiesa riconosce la validità della consacrazione.
    Si tratta dunque solo di una questione disciplinare.

    4. La consacrazione
    La trasformazione (transustanziazione) del pane e del vino segue l’offertorio. Essa viene operata, come alla Cena, dalle stesse parole di Cristo: “Questo è il mio corpo”, “questo è il calice del mio sangue...”, che il sacerdote ripete in persona Christi.
    Questo rito della consacrazione, e particolarmente le parole che lo compiono, costituisce, fra tutte le formule sacramentali, ciò che i cristiani dei primi secoli hanno circondato di maggior rispetto ed hanno tenuto più segreto, come del resto facevano per un certo numero di articoli di fede o di disciplina religiosa: o evitavano di parlarne, oppure lo facevano in termini velati e comprensibili solo agli iniziati.

    5. Il rito della comunione
    Fino al VII secolo all’incirca, tanto in Oriente che in Occidente, la comunione si distribuiva alla messa nel modo seguente: il celebrante, diceva ad alta voce: “Ai santi le cose sante” (Sancta sanctis). Si dava in questo modo l’avviso che dovevano accostarsi soltanto coloro che avevano la coscienza pura. La frazione del pane, operazione necessaria in vista della comunione, aveva luogo a questo punto. Quindi il vescovo si comunicava; dopo di lui i sacerdoti, i diaconi, i suddiaconi, i chierici. Poi le diaconesse, le vergini consacrate a Dio, i bambini e infine il popolo: prima gli uomini, poi le donne.
    Esisteva così un certo ordine di precedenza.
    A parte i sacerdoti, che si comunicavano da loro, tutti gli altri ricevevano il pane consacrato dalle mani del celebrante, il quale ad ognuno diceva questa semplice frase: “Il corpo di Cristo”. E il fedele rispondeva: “Amen”, manifestando così la sua fede nella presenza reale.
    Subito dopo, il diacono gli accostava il calice dicendo: “Il sangue di Cristo, calice di vita”; e il fedele rispondeva: “Amen”, e beveva un poco del prezioso sangue.
    Verso il VII-VIII secolo, la formula mutò per ridursi poco a poco a quella usata prima della riforma voluta dal Vaticano II: “Il corpo del Nostro Signor Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna. Amen”. Questa formula è riferita quasi testualmente dal biografo di San Gregorio Magno.
    Durante la distribuzione della comunione fu usanza generale, almeno a partire dal IV secolo, di cantare il salmo 38, Benedirò il Signore in ogni tempo, perfettamente intonato all’eucaristia, con il suo versetto che si ripeteva in forma d’antifona: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”.
    Molto a lungo si mantenne quest’uso, ma arrivò il giorno in cui si sentì il bisogno di variare i salmi della comunione. Poi come avvenne per l’introito e il salmo scomparve, e venne conservata soltanto la sua antifona, soprattutto perché venne a diminuire il numero delle comunioni.

    6. Il luogo e l’atteggiamento della Comunione
    Nella Chiesa di Roma, il celebrante (il vescovo) ed i sacerdoti si comunicavano allo stesso altare, gli altri chierici nel presbiterio, i fedeli fuori del presbitero, salvo i sovrani, che erano ammessi a comunicarsi, come anche a fare l’offerta, nello stesso presbitero. Ma nella Chiesa di Roma si seguiva pure un’altra usanza: i fedeli rimanevano al loro posto e il sacerdote e il diacono si recavano presso di loro per amministrare la comunione. Altrove, in Africa per esempio, si accostavano alla balaustra, che separava il presbitero dal resto della chiesa. In Francia si era meno riservati: i laici, uomini e donne, penetravano nel presbitero per comunicarsi.
    La comunione si riceveva in piedi, come hanno continuato a fare i Greci, più fedeli, su questo punto, come in molti altri, all’antica disciplina. Questa posizione era considerata come quella del rispetto ed anche della gioia, posizione che si manteneva durante le preghiere alla domenica e nel tempo pasquale.
    Successivamente nella Chiesa latina subentrò la prassi di riceverla in ginocchio in segno di adorazione
    Oggi è lasciato alla libertà dei fedeli. Ma, tolte le balaustre, diventa disagevole ricevere la Santa Comunione in ginocchio. La Chiesa, quando si riceve la Comunione in piedi, chiede un segno di riverenza.
    Gli uomini ricevevano l’ostia nella palma della mano destra, sostenuta dalla sinistra, postavi sotto e se la recavano essi stessi alla bocca. Così pure facevano le donne, ma esse avevano la mano coperta d’un pannolino detto dominicale, che esse portavano con sé a questo scopo. Così si fece tanto in Oriente che in Occidente durante i primi sei o sette secoli.
    Essendosi introdotti degli abusi, si giunse alla pratica di deporre il pane consacrato direttamente in bocca.
    Oggi la Chiesa dà la possibilità di riceverla direttamente in bocca oppure sulla mano, come nell’antico rito.

    7. La comunione sotto le due specie
    Applicando alla lettera il precetto di Nostro Signore, che aveva detto di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue, i fedeli dei primi secoli si comunicavano sotto le due specie. Dopo aver ricevuto l’ostia, si presentavano davanti al diacono, il quale presentava loro il calice, ed essi vi bevevano uno dopo l’altro.
    Questa maniera, la più semplice, di bere il prezioso sangue, offriva evidentemente degli inconvenienti e soprattutto il pericolo di lasciar cadere qualche goccia.
    Per evitare questo, in certi luoghi, per esempio a Roma, si succhiava il vino dal calice, servendosi di una cannuccia.
    Venne pure usato un altro metodo: il sacerdote intingeva il pane nel calice e lo poneva così nella bocca del comunicando. Questo il rito rimasto in uso nella Chiesa d’oriente è passato dopo la riforma del Vaticano II anche in occidente.
    Verso l’inizio del secolo XII andò gradualmente cessando in Occidente l’uso di comunicarsi sotto le due specie. Diversi motivi hanno suggerito questo nuovo cambiamento: la difficoltà di procurare il vino in sufficiente quantità in certi paesi e il pericolo di profanazione. A questi motivi pratici bisogna aggiungerne un altro: i fedeli avevano sempre più coscienza di ricevere pienamente Gesù Cristo, tanto sotto una sola, come sotto tutte e due le specie, avendo la Chiesa, anche nei secoli precedenti, ammesso in certi casi la comunione sotto una sola specie (comunione degli assenti, dei malati, dei bambini).
    Per eliminare ogni incertezza al riguardo, il concilio di Costanza (1415) ordinò che i sacerdoti solamente si comunicassero sotto le due specie, e i laici sotto le specie del pane soltanto.

    8. La comunione degli assenti e dei malati
    L’uso ammesso per secoli, per cui i laici ricevevano il pane eucaristico nelle loro mani, non derivava solo dal desiderio di riprodurre ciò che Cristo aveva fatto con gli apostoli, ma anche dal fatto che ai fedeli fu permesso per molto tempo di portarsi a casa una frazione di pane consacrato e di comunicarsene nei giorni seguenti.
    Tale usanza si giustificava in pieno nei tempi di persecuzione, o anche quando si abitava lontano da una città e non ci si poteva recare alla messa, che veniva celebrata solo nelle domeniche o nei giorni di festa.
    Questo uso scomparve sempre più dopo le persecuzioni.
    In seguito lo si trova solo nella storia dei monaci del deserto, i quali vivendo solitari e non riunendosi che raramente per la messa, conservavano nel loro eremitaggio il pane consacrato per la comunione.
    Se era lecito portare con sé le sacre specie per la propria devozione privata, tanto più era permesso recarle agli altri, e in particolare agli ammalati. La comunione degli ammalati a domicilio fu sempre considerata come un caso normale.
    Ma la Chiesa considerò un abuso che fossero i laici a portare l’eucaristia ai malati. Per molto tempo essa permise tale ministero agli accoliti (ricordiamo per esempio il caso del giovane Tarcisio) o meglio ancora ai diaconi. Finì però col riservarlo ai soli sacerdoti. Oggi invece lo concede a tutti i ministri straordinari, uomini o donne.
    Quando la comunione veniva portata ad un malato, la si faceva d’ordinario sotto una sola specie, e per lo più sotto la specie del pane, essendo più agevole a trasportarsi. In certi casi, però, se il malato non poteva prendere alcun nutrimento solido, gli si portava solo il sangue prezioso.

    9. L’età richiesta per la comunione
    Essendo un sacramento dell’iniziazione cristiana, la santa comunione veniva fatta subito dopo aver ricevuto il battesimo e la cresima. La questione dell’età dunque non si poneva neppure, sia che si trattasse d’un adulto o anche solo d’un bimbo non ancora svezzato.
    Quest’usanza si è conservata intatta nella Chiesa d’Oriente.
    Nella liturgia dei primi secoli, quando i bambini erano troppo piccoli ed era rischioso o difficoltoso inghiottire una porzione dell’ostia, si dava loro la comunione sotto la sola specie del vino.
    Anche in seguito i bambini continuavano a comunicarsi. In certi luoghi dopo che s’erano comunicati i fedeli, si facevano accostare alcuni fanciulli, e si dava loro quello che restava. Questa usanza si conservò in Francia sino al tempo di Carlomagno; ma scomparve in seguito, anzi, nel secolo XIII, in Francia, era vietato dare la comunione ai bambini sotto i sette anni.
    Più tardi, in molti paesi, l’età per la prima comunione fu ancora ritardata fin verso i dodici anni, età in cui si presumeva che l’istruzione religiosa del fanciullo fosse completa.
    Il decreto Quam singulari, sotto il pontificato di S. Pio X (1910), l’anticipò nuovamente all’età della ragione (verso i sei-sette anni).

    10. La frequenza alla comunione
    All’inizio dell’era cristiana, nei tempi apostolici, i fedeli riproducevano alla lettera la cerimonia della Cena del Signore: ogni volta che il vescovo li riuniva per consacrare il pane ed il vino secondo l’esempio del Maestro, ricevevano tutti la comunione, come avevano fatto gli apostoli nel Cenacolo.
    Ancora nel II e III secolo vi sono testimonianze formali in favore della comunione frequente ed anche quotidiana. È l’epoca in cui era ammesso che si potessero portare in casa le sacre specie per comunicarsi nei giorni in cui non si poteva assistere alla divina liturgia.
    All’inizio del secolo V si incomincia a delineare una nuova prassi. La Chiesa Occidentale rimane più fedele che quella Orientale alla comunione frequente. Ma ormai occorre sollecitare i fedeli. A Costantinopoli, già al tempo di San Giovanni Crisostomo, certi cristiani non si comunicavano più che una o due volte l’anno.
    L’uso di accedere sempre più di rado alla comunione si va generalizzando prima in Oriente, verso il V secolo, poi in Occidente, nel secolo VI. I monaci stessi non sono esenti da questo rilassamento, e San Benedetto darà ai suoi religiosi la regola di comunicarsi ogni domenica o giorno di festa.

    11. Il digiuno eucaristico
    Per quanto riguarda la storia del digiuno eucaristico è noto che la regola non fu sempre eguale nella Chiesa. Al principio dell’era cristiana non ci si pensava neppure al digiuno: Nostro Signore aveva distribuito la comunione ai suoi apostoli alla fine d’una cena, ed è alla sera, spesso dopo il banchetto dell’agape, che i primi cristiani, riuniti attorno al vescovo, ricevevano il corpo ed il sangue del Salvatore.
    Ma assai presto il digiuno, prima di fare la Santa Comunione, divenne pratica universale e fu reso obbligatorio nella Chiesa. Il digiuno eucaristico è già praticato fin dal tempo di Tertulliano e di San Cipriano, ed alla fine del IV secolo esso è già diventato legge.
    Fino al 6.1.1953 era assoluto, dalla mezzanotte e comprendeva anche l’acqua. Dal 1964 è stata ridotto ad un’ora (è permessa l’acqua), e per i malati ad un quarto d’ora.
    Eccomi giunto alla conclusione di questa lunga trattazione, che fornisce tante notizie utili.
    Ti saluto, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
    Padre Angelo

    fonte:
    http://www.amicidomenicani.it/leggi_...ote.php?id=588
    Ultima modifica di Gerensis; 03-12-2015 alle 21:17 Motivo: Correzione link.

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