Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: La Segreteria di Stato: informazioni, notizie e documenti

  1. #1
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    La Segreteria di Stato: informazioni, notizie e documenti

    LA SEGRETERIA DI STATO

    CENNI STORICI
    fonte: sito web della Santa Sede

    La Segreteria di Stato è il dicastero della Curia Romana che più da vicino coadiuva il Sommo Pontefice nell'esercizio della sua suprema missione (Pastor Bonus, art. 39).

    L'origine storica della Segreteria di Stato risale al secolo XV. Con la Costituzione Apostolica Non debet reprehensibile, del 31 dicembre 1487, fu istituita la Secretaria Apostolica composta da 24 Segretari Apostolici, di cui uno, chiamato Secretarius domesticus, ebbe posto preminente. Si possono far risalire a questa Secretaria Apostolica la Cancelleria dei Brevi, la Segreteria dei Brevi ai Principi e la Segreteria delle Lettere Latine.

    Leone X stabilì un altro ufficio, quello del Secretarius intimus, in aiuto al Cardinale che assunse la direzione degli affari di Stato e per la corrispondenza in lingua volgare, principalmente coi Nunzi Apostolici (che allora andavano istituendosi con attribuzioni diplomatiche in forma stabile). La Segreteria di Stato prese così sviluppo, specialmente nel periodo del Concilio di Trento.

    Il Secretarius intimus, detto anche Secretarius Papae o maior, fu per lungo tempo quasi sempre un Prelato, non di rado insignito della dignità vescovile. Soltanto dall’inizio del pontificato di Innocenzo X all’alto ufficio fu chiamato un personaggio già rivestito della porpora e non appartenente alla sua parentela. Innocenzo XII abolì definitivamente l’ufficio del Cardinale nipote, e il Cardinale Segretario di Stato ne assunse da solo i poteri.

    In data 19 luglio 1814, Pio VII diede origine alla Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, ampliando la Congregazione Super negotiis ecclesiasticis regni Galliarum, istituita da Pio VI nel 1793. San Pio X, con la Costituzione Apostolica Sapienti Consilio del 29 giugno 1908, divise la Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari nella forma fissata dal Codex Iuris Canonici del 1917 (can. 263) e stabilì i compiti assegnati a ciascuna delle tre sezioni: la prima delle quali si interessava essenzialmente degli affari straordinari, mentre la seconda attendeva agli affari ordinari e la terza, che fino allora aveva costituito un organismo autonomo (Cancelleria dei Brevi Apostolici), aveva il compito di curare la preparazione e la spedizione dei Brevi pontifici.

    Paolo VI con la Costituzione Apostolica Regimini Ecclesiae Universae, del 15 agosto 1967, in attuazione della volontà espressa dai Vescovi nel Concilio Vaticano II, riformò la Curia Romana e diede un nuovo volto alla Segreteria di Stato sopprimendo la Cancelleria dei Brevi Apostolici, già terza sezione, e trasformando l'antica prima sezione, la Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, in un organismo distinto dalla Segreteria di Stato anche se ad essa strettamente legato, che assunse il nome di Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa.

    Giovanni Paolo II, in data 28 giugno 1988, promulgò la Costituzione Apostolica Pastor Bonus con la quale, riformando la Curia Romana, divise la Segreteria di Stato in due Sezioni: la Sezione degli Affari Generali e la Sezione dei Rapporti con gli Stati, nella quale confluì il Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa. In tal modo, vennero assicurate, da un lato, l'unicità e, dall'altro, la differenziata specificità del servizio che la Segreteria di Stato è chiamata ad offrire al Papa.

    La Segreteria di Stato è presieduta da un Cardinale che assume il titolo di Segretario di Stato. Primo collaboratore del Papa nel governo della Chiesa universale, il Cardinale Segretario di Stato può essere considerato il massimo esponente dell'attività diplomatica e politica della Santa Sede, rappresentando, in particolari circostanze, la persona stessa del Sommo Pontefice.

    La Sezione per gli Affari Generali

    In conformità degli artt. 41-44 della Pastor Bonus alla Sezione degli Affari Generali o Prima Sezione spetta di attendere al disbrigo delle questioni riguardanti il servizio quotidiano del Sommo Pontefice sia nella sollecitudine per la Chiesa universale sia nei rapporti con i Dicasteri della Curia Romana. Cura la redazione dei documenti che il Santo Padre le affida. Adempie gli atti riguardanti le nomine della Curia Romana e custodisce il sigillo di piombo e l’anello del Pescatore. Regola la funzione e l’attività dei Rappresentanti della Santa Sede, specialmente nei confronti delle Chiese locali. Espleta tutto ciò che riguarda le Ambasciate presso la Santa Sede. Vigila sugli organi di comunicazione ufficiali della Santa Sede e cura la pubblicazione degli “Acta Apostolicae Sedis” e dell’“Annuario Pontificio”.

    La Prima Sezione della Segreteria di Stato è diretta da un Arcivescovo, il Sostituto per gli Affari Generali, coadiuvato da un Prelato, l'Assessore per gli Affari Generali. La figura del Sostituto comparve nell'ordinamento gerarchico della Segreteria di Stato nel 1814.

    La Sezione per i Rapporti con gli Stati

    La Sezione dei Rapporti con gli Stati o Seconda Sezione ha come compito proprio, in base agli artt. 45-47 della Pastor Bonus, di attendere alle questioni che devono essere trattate con i governi civili. Ad essa competono: le relazioni diplomatiche della Santa Sede con gli Stati, ivi compresa la stipulazione di Concordati o accordi similari; la rappresentanza della Santa Sede presso gli Organismi e le conferenze internazionali; in particolari circostanze, per incarico del Sommo Pontefice e consultati i competenti Dicasteri della Curia, la provvista delle Chiese particolari, nonché la loro istituzione o modifica; in stretta collaborazione con la Congregazione per i Vescovi, le nomine dei Vescovi nei Paesi che hanno stretto con la Santa Sede trattati o accordi di diritto internazionale.

    Questa Sezione trova la sua origine nella Congregazione Super negotiis ecclesiasticis regni Galliarum, istituita da Pio VI con la Costituzione Sollicitudo omnium ecclesiarum, del 28 maggio 1793, per trattare i problemi posti alla Chiesa dalla Rivoluzione francese. Nel 1814, Pio VII estese al mondo intero la competenza di quell'ufficio, che chiamò Congregatio extraordinaria praeposita negotiis ecclesiasticis orbis catholici. Pochi anni dopo, Leone XII ne modificò il nome in quello di Congregatio pro negotiis ecclesiasticis extraordinariis: tale titolo rimase sino al 1967, quando Paolo VI distinse quest'organo dalla Segreteria di Stato, denominandolo Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, sostituito poi dall'attuale Sezione per i Rapporti con gli Stati.

    La Seconda Sezione della Segreteria di Stato è diretta da un Arcivescovo, il Segretario per i Rapporti con gli Stati, coadiuvato da un Prelato, il Sotto-Segretario per i Rapporti con gli Stati, ed assistito da Cardinali e Vescovi.

    ---

    Nel 2017 il Santo Padre Francesco ha costituito la Terza Sezione della Segreteria di Stato con la denominazione di Sezione per il Personale di ruolo diplomatico della Santa Sede, rafforzando l'attuale ufficio del Delegato per le Rappresentanze Pontificie.

    La Sezione, che dipenderà dal Segretario di Stato, sarà presieduta dal Delegato per le Rappresentanze Pontificie (attualmente S.E. Mons. Jan Romeo Pawlowski). Avrà la finalità di dimostrare l'attenzione e la vicinanza del Santo Padre e dei Superiori della Segreteria di Stato al Personale di ruolo diplomatico. A questo scopo il Delegato per le Rappresentanze Pontificie potrà prevedere di rendere visita alle sedi delle Rappresentanze Pontificie con regolarità.

    La Terza Sezione si occuperà esclusivamente delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano - quali ad esempio la selezione, la formazione iniziale e permanente, le condizioni di vita e di servizio, gli avanzamenti, i permessi, ecc.

    Nell'esercizio di queste funzioni godrà della giusta autonomia e, nello stesso tempo, procurerà di stabilire una stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali (che continuerà ad occuparsi delle questioni generali delle Rappresentanze Pontificie) e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati (che continuerà ad occuparsi degli aspetti politici del lavoro delle Rappresentanze Pontificie). In questo senso, il Delegato per le Rappresentanze Pontificie parteciperà, insieme all'Ecc.mo Sostituto per gli Affari Generali e all'Ecc.mo Segretario per i Rapporti con gli Stati, alle riunioni settimanali di coordinamento presiedute dal Segretario di Stato. Egli, inoltre, convocherà e presiederà le riunioni ad hoc per la preparazione delle nomine dei Rappresentanti Pontifici. Infine, sarà responsabile, insieme al Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, per quanto riguarda la selezione e la formazione dei candidati.
    (Sala Stampa della Santa Sede, Comunicato del 21.11.2017)
    Ultima modifica di Vox Populi; 29-01-2018 alle 19:55

  2. #2
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    IL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO


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    S.E. Card. PIETRO PAROLIN
    Cardinale Presbitero dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela

    S.E. il Card. Pietro Parolin è nato a Schiavon (Vicenza) il 17 gennaio 1955.

    È stato ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 e incardinato nella diocesi di Vicenza.

    È laureato in Diritto Canonico.

    Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986, ha prestato la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Nigeria e in Messico e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

    È stato nominato Sotto-Segretario della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato il 30 novembre 2002.

    Il 17 agosto 2009 è stato nominato Nunzio Apostolico in Venezuela ed elevato in pari tempo alla sede titolare di Acquapendente, con dignità di Arcivescovo. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Papa Benedetto XVI il 12 settembre dello stesso anno.

    Oltre all’italiano, conosce il francese, l’inglese e lo spagnolo.

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede, Bollettino del 31 agosto 2013

    Il 31 agosto 2013 è stata annunciata la sua nomina a Segretario di Stato di Sua Santità, divenuta operativa il 15 ottobre successivo.

    Il 22 febbraio 2014 è stato creato Cardinale da Papa Francesco, il quale gli ha assegnato il Titolo Presbiterale dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela..

    Il 28 giugno 2018, in base a un Rescriptum ex Audientia pubblicato il giorno 26 dello stesso mese, il Santo Padre Francesco lo ha cooptato nell'Ordine dei Cardinali Vescovi, pur mantenendo il Titolo Presbiterale assegnatogli all'atto della creazione.
    Ultima modifica di Vox Populi; 10-12-2018 alle 11:36

  3. #3
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    I CARDINALI GIA' SEGRETARI DI STATO

    Dal 29 giugno 1991 al 15 settembre 2006



    S.E. Card. ANGELO SODANO
    Cardinale Vescovo di Ostia - Decano del Collegio Cardinalizio
    Cardinale Vescovo di Albano
    Cardinale Presbitero in commendam di Santa Maria Nuova

    23.11.1927: nato a Isola d'Asti (Provincia e Diocesi di Asti, Italia)
    23.09.1950: ordinato Presbitero per la Diocesi di Asti dal Vescovo Diocesano S.E. Mons. Umberto Rossi
    30.11.1977: eletto Arcivescovo Titolare di Nova di Cesare e nominato Nunzio Apostolico in Cile
    15.01.1978: riceve l'Ordinazione Episcopale dalle mani di S.E. il Card. Antonio Samorè, Archivista e Bibliotecario di S.R.C.
    28.05.1988: nominato Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa
    01.03.1989: nominato Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato
    01.12.1990: nominato Pro-Segretario di Stato
    28.06.1991: creato Cardinale Presbitero di Santa Maria Nuova
    29.06.1991: nominato Segretario di Stato
    10.01.1994: promosso all'Ordine dei Cardinali Vescovi, con il Titolo della Diocesi Suburbicaria di Albano
    27.11.2002: eletto Vice-Decano del Collegio Cardinalizio da parte dei Cardinaii Vescovi Suburbicari
    30.11.2002: ottiene la conferma dell'elezione a Vice-Decano del Collegio Cardinalizio da parte di Papa Giovanni Paolo II
    02.04.2005: cessa dall'incarico di Segretario di Stato a motivo della vacanza della Sede Apostolica per la morte di Papa Giovanni Paolo II
    21.04.2005: confermato nell'incarico di Segretario di Stato da parte del nuovo Papa Benedetto XVI
    --.04.2005: eletto Decano del Collegio Cardinalizio da parte dei Cardinali Vescovi Suburbicari
    30.04.2005: ottiene la conferma dell'elezione a Decano del Collegio Cardinalizio da parte di Papa Benedetto XVI, assumendo il Titolo della Diocesi Suburbicaria di Ostia
    15.09.2006: Papa Benedetto XVI accetta le dimissioni dall'incarico di Segretario di Stato presentate in conformità al Can. 354 del CJC

    Dal 15 settembre 2006 al 15 ottobre 2013


    S.E. Card. TARCISIO PIETRO EVASIO BERTONE, S.D.B.
    Cardinale Vescovo di Frascati
    già Camerlengo di Santa Romana Chiesa

    02.12.1934: nato a Romano Canavese (Provincia di Torino, Diocesi di Ivrea, Italia)
    03.12.1950: emette la prima Professione Religiosa nella Società dei Salesiani di Don Bosco
    01.07.1960: ordinato Presbitero per la Società dei Salesiani di Don Bosco da S.E. Mons. Albino Mensa, Vescovo di Ivrea
    04.06.1991: eletto Arcivescovo Metropolita di Vercelli, Italia
    01.08.1991: riceve l'Ordinazione Episcopale dalle mani di S.E. Mons. Albino Mensa, Vescovo emerito di Ivrea
    13.06.1995: nominato Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede
    10.12.2002: eletto Arcivescovo Metropolita di Genova, Italia
    21.10.2003: creato Cardinale Presbitero di Santa Maria Ausiliatrice in via Tuscolana (Diaconia elevata "pro illa vice" a Titolo)
    15.09.2006: nominato Segretario di Stato
    04.04.2007: nominato Camerlengo di Santa Romana Chiesa
    10.05.2008: promosso all'Ordine dei Cardinali Vescovi, con il Titolo della Diocesi Suburbicaria di Frascati
    28.02.2013: cessa dall'incarico di Segretario di Stato a motivo della vacanza della Sede Apostolica per la rinuncia di Papa Benedetto XVI
    16.03.2013: confermato "donec aliter provideatur" nell'incarico di Segretario di Stato da parte del nuovo Papa Francesco
    15.10.2013: Papa Francesco accetta le dimissioni dall'incarico di Segretario di Stato presentate in conformità al Can. 354 del CJC
    02.12.2014: cessa dall'incarico di Camerlengo di Santa Romana Chiesa al compimento dell'ottantesimo anno di età
    Ultima modifica di Vox Populi; 29-01-2018 alle 19:56

  4. #4
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    L'ARCIVESCOVO SOSTITUTO PER GLI AFFARI GENERALI



    S.E. Mons. EDGAR PEÑA PARRA
    Arcivescovo Titolare di Telepte

    06.03.1960: nato a Maracaibo (Venezuela)
    23.08.1985: ordinato Presbitero per l'Arcidiocesi di Maracaibo dall'Arcivescovo Diocesano S.E. Mons. Domingo Roa Pérez
    08.01.2011: eletto Arcivescovo Titolare di Telepte con incarico di Nunzio Apostolico
    02.02.2011: nominato Nunzio Apostolico in Pakistan
    05.02.2011: riceve l'Ordinazione Episcopale dalle mani di Sua Santità Papa Benedetto XVI
    21.02.2015: nominato Nunzio Apostolico in Mozambico
    15.08.2018: nominato Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato con decorrenza dal 15.10.2018

    L'ARCIVESCOVO SEGRETARIO PER I RAPPORTI CON GLI STATI




    S.E. Mons. PAUL RICHARD GALLAGHER
    Arcivescovo Titolare di Hodelm

    23.01.1954: nato a Liverpool (Gran Bretagna)
    31.07.1977: ordinato Presbitero per l'Arcidiocesi di Liverpool dall'Arcivescovo Diocesano S.E. Mons. Derek John Harford Worlock
    22.01.2004: eletto Arcivescovo Titolare di Hodelm e nominato Nunzio Apostolico in Burundi
    13.03.2004: riceve l'Ordinazione Episcopale dalle mani di S.E. il Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato
    19.02.2009: nominato Nunzio Apostolico in Guatemala
    11.12.2012: nominato Nunzio Apostolico in Australia
    08.11.2014: nominato Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato

    L'ARCIVESCOVO DELEGATO PER LE RAPPRESENTANZE PONTIFICIE




    S.E. Mons. JAN ROMEO PAWLOWSKI
    Arcivescovo Titolare di Sejny

    23.11.1960: nato a Biskupiec Reszelski (Polonia)
    01.06.1985: ordinato Presbitero per la Diocesi di Gniezno da S.E. il Card. Józef Glemp, Arcivescovo di Varsavia
    24.04.2004: incardinato nel Clero della Diocesi di Bydgoszcz
    18.03.2009: eletto Arcivescovo Titolare di Sejny e nominato Nunzio Apostolico nella Repubblica del Congo e in Gabon
    30.04.2009: riceve l'Ordinazione Episcopale dalle mani di S.E. il Card. Tarcisio Bertone, S.D.B., Segretario di Stato
    07.12.2015: nominato Delegato per le Rappresentanze Pontificie
    Ultima modifica di Vox Populi; 15-10-2018 alle 21:52

  5. #5
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    Attività del Cardinale Segretario di Stato

    COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE

    Nei giorni 2-9 marzo 2008, l'Em.mo Cardinale Tarcisio Bertone,Segretario di Stato di Sua Santità, su invito delle Autorità religiose e civili, compirà una visita in Armenia e in Azerbaigian, nel corso della quale avrà occasione di manifestare la vicinanza del Santo Padre Benedetto XVI ai fedeli cattolici di quei Paesi.
    Il Cardinale Segretario di Stato incontrerà le Autorità governative dell'Armenia e dell'Azerbaigian.
    Durante la permanenza in Armenia, dal 2 al 6 marzo, Sua Eminenza il Cardinale Bertone sarà ricevuto da Sua Santità Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni, al quale consegnerà una Lettera Autografa di Papa Benedetto XVI, in cui Egli conferma la Sua stima e il desiderio dalla Chiesa cattolica di procedere nel cammino ecumenico insieme alla Chiesa Apostolica Armena.
    Dal 6 al 9 marzo 2008 l'Em.mo Cardinale Segretario di Stato si recherà in Azerbaigian, dove avrà colloqui con il Capo dei Musulmani del Caucaso, lo Sheik ul-Islam AllashukurPashazade, e altri responsabili religiosi, per esprimere loro la volontà della Chiesa cattolica di collaborare al comune impegno in favore della pace, della concordia fra i popoli e del bene della famiglia umana. A Baku il Cardinale Bertone presenzierà all'inaugurazione della nuova chiesa cattolica sorta sul terreno donato al Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II dal Presidente Heydar Aliyev, padre dell' attuale Capo dello Stato.
    Fonte: Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede
    Ultima modifica di Vox Populi; 26-02-2008 alle 22:47

  6. #6
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    Negli scorsi giorni, S.E. il Card. Segretario di Stato, a nome del Santo Padre Benedetto XVI, si è recato a Cuba, per incontrare il clero e il popolo di quel Paese e commemorare solennemente il X anniversario della visita ivi effettuata dal Servo di Dio Giovanni Paolo II.
    La Sala Stampa della Santa Sede, nelle pagine del Bollettino quotidiano, ha riportato i testi di tutte le omelie e discorsi del Card. Bertone durante la sua permanenza a Cuba.
    Essi sono accessibili partendo da questo link.

    Riteniamo opportuno riportare, nei prossimi messaggi di questo thread, alcuni tra i più significativi interventi del Segretario di Stato durante il viaggio a Cuba.
    «Ego quidem aqua baptizo vos. Venit autem fortior me (...):
    ipse vos baptizabit in Spiritu Sancto et igni»
    (Luc. 3,16)

  7. #7
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    INCONTRO DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE CON I VESCOVI CUBANI NEL X ANNIVERSARIO DELLA VISITA NEL PAESE DI PAPA GIOVANNI PAOLO II , 21.02.2008

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA


    Signor Cardinale,

    Signor Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici di Cuba,

    Cari Fratelli nell'Episcopato,

    Ringrazio Monsignor Juan García Rodríguez, Arcivescovo di Camagüey e Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici di Cuba, per le cordiali parole di benvenuto che mi ha rivolto a nome di tutti, e che contraccambio con l'espressione del mio sincero affetto e della mia profonda stima.

    In primo luogo, desidero farmi interprete dei sentimenti del Santo Padre Benedetto XVI, che, in vista di questo mio viaggio a Cuba, mi ha incaricato di trasmettervi il Suo affettuoso saluto e la Sua vicinanza spirituale. In effetti, il Papa conosce bene la situazione della Chiesa cubana, la conserva nel Suo cuore e la tiene particolarmente presente nelle Sue preghiere. Per questo attende con vivo desiderio la prossima visita ad limina dei Vescovi cubani, per poterli così incontrare personalmente e stringere i vincoli di comunione che uniscono tanto fortemente i Pastori di questa nobile Nazione alla Sede Apostolica.

    Rendo grazie al Signore per l'opportunità che mi offre di poter stare qui con tutti voi, in modo particolare in questo momento in cui la Chiesa cubana celebra il decimo anniversario dell'indimenticabile visita di Papa Giovanni Paolo II in questo Paese. Sono pienamente convinto che questa ricorrenza sarà anche un tempo di grazia abbondante e un'occasione privilegiata per dare impulso a un'intensa opera pastorale che, da un lato, permetta di consolidare i frutti spirituali già raccolti in questi anni e, dall'altro, produca un profondo rinnovamento della vita cristiana in tutto il Popolo di Dio che cammina in questa bella terra.

    Vi incoraggio, quindi, cari fratelli Vescovi, a intensificare ancora di più se possibile l'azione pastorale che con tanta dedizione e impegno state portando avanti. Permettetemi di ricordarvi una cosa che voi, come solleciti Pastori già conoscete bene: l'importanza e il primato che, sia nella vita personale sia nel nostro ministero episcopale, dobbiamo dare alla preghiera e al contatto intimo con il Signore nella vita spirituale. Sappiamo che nel loro ministero i Vescovi devono anche adempiere a molti impegni, programmare numerose attività e far fronte a molte necessità. Tuttavia, come ha detto Papa Benedetto XVI, «il primo posto nella vita di un successore degli Apostoli deve essere riservato a Dio», specialmente in questo modo aiutiamo i nostri fedeli (Discorso ai partecipanti alla riunione dei Vescovi di recente nomina, 22-IX-2007). In tal modo, tutta la nostra azione pastorale al servizio dei fedeli e della Chiesa sarà veramente feconda (cfr Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Pastores gregis, n. 12), poiché è nell'intimità della preghiera con Cristo che maturano i migliori progetti e iniziative pastorali, e che il cuore si riempie di fiducia e di forza dinanzi alle difficoltà, con la certezza che è il Signore ad agire in noi e attraverso di noi.

    Vi incoraggio altresì a continuare a rafforzare lo spirito di comunione fra tutti voi Vescovi, come membri del Collegio Apostolico, e con il Papa. Dovete sentirvi tutti accompagnati e sostenuti dai vostri fratelli nell'Episcopato, come manifestazione concreta di questo affetto collegiale che ci unisce (cfr ibidem, n. 8), e dall'unione con il Successore di Pietro, al quale fu affidato il compito di confermare nella fede i propri fratelli (cfr Lc 22, 32). Vi posso assicurare dell’attenzione e del sostegno del Santo Padre per ognuno di voi. In effetti, la testimonianza di carità fraterna e di unità fra i Vescovi sarà, senza alcun dubbio, lo specchio migliore nel quale i fedeli tutti potranno vedere riflesso quel mistero di unità che è la Chiesa.

    Questo spirito di comunione deve coinvolgere tutta la comunità cristiana, soprattutto attraverso il lavoro vicino e costante dei sacerdoti e delle persone consacrate, che con il loro ministero e la loro consacrazione collaborano strettamente alla missione dei Pastori. A questi ultimi corrisponde, pertanto, il compito inderogabile di occuparsi della loro formazione, iniziale e permanente, e di assisterli con sollecitudine in tutto ciò che si riferisce alla loro vita spirituale e alle loro ansie apostoliche, senza trascurare gli aspetti personali e ambientali che possono incidere sull'esercizio gioioso e generoso dei loro compiti.

    Inoltre, a Cuba appare oggi in modo tangibile la verità delle parole di Gesù Cristo: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe!» (Mt 9, 37-38). Una preghiera alla quale deve essere vincolata un'azione pastorale vocazionale seria, sistematica e capillare, che faccia giungere al cuore dei giovani cubani la chiamata a una dedizione incondizionata al Signore e al suo Regno di amore, li accompagni con pazienza, delicatezza e sollecitudine in tutte le fasi del discernimento vocazionale e mostri alle famiglie e alle comunità cristiane la bellezza di una vita totalmente dedicata a Cristo e alla Chiesa.

    Nutro la speranza che la celebrazione dell'anniversario della visita di Giovanni Paolo II in questa terra benedetta contribuisca a dare un nuovo impulso alle relazioni fra lo Stato e la Chiesa Cattolica a Cuba, affinché, in uno spirito di rispetto e di intesa reciproca, la Chiesa possa portare pienamente a termine la sua missione, strettamente pastorale e al servizio dei fedeli, con la necessaria libertà.

    A tale riguardo, desidero approfittare dell'incontro che avremo in seguito per dialogare con voi su questo importante aspetto delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato.

    Infine, mi rivolgo alla Vergine Maria, Nuestra Señora de la Caridad del Cobre, Patrona di Cuba, per affidarLe i frutti di questa visita, e al contempo Le chiedo per tutti voi, e per le vostre comunità diocesane, che Dio vi benedica, vi colmi di amore e di speranza, e ricompensi i vostri sacrifici al servizio di Dio e della Chiesa.

    Molte grazie.

    [00262-01.01] [Testo originale: Spagnolo]

    [B0107-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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    SANTA MESSA PRESIEDUTA DAL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE NELLA CATTEDRALE DE LA HABANA (CUBA) , 22.02.2008

    OMELIA DEL CARDINALE
    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA


    Signor Cardinale

    Cari Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,

    Cari Religiosi e Religiose,

    Onorevoli Autorità,

    Rappresentanti del Corpo Diplomatico,

    Fratelli e Sorelle nel Signore.

    Oggi celebriamo con anticipo la festa della Cattedra dell'Apostolo San Pietro e lo facciamo in una circostanza certamente singolare, in quanto ricordiamo il decimo anniversario della visita che l'amato Servo di Dio, Papa Giovanni Paolo II, ha realizzato a Cuba. Egli è venuto come messaggero della verità e della speranza, compiendo così la missione che il Signore gli aveva affidato: essere Pastore della Chiesa universale.

    Nella prima lettura, presa dal libro del profeta Ezechiele, abbiamo ascoltato come il Signore in persona si preoccupi di guidare il suo gregge, facendo tornare all'ovile le pecore disperse, curando quelle malate, avendo cura di quelle grasse e forti e facendole pascolare tutte con giustizia (cfr Ez 34, 11-16). Questo è il progetto che Egli ha per tutta l'umanità. In effetti, tutte le nazioni della terra sono state chiamate da Dio a formare un solo popolo che si lasci guidare da Lui, come il gregge dal Pastore. Alla Chiesa è stato affidato questo compito, per il quale non si appoggia a sicurezze umane o materiali, ma alla grazia divina, poiché il suo compito consiste nel guidare gli uomini e le donne del mondo a Cristo, affinché vi siano un solo gregge e un solo Pastore.

    Il passaggio evangelico proclamato oggi ci descrive l'origine di questa missione e anche come debba essere portata a compimento. Ci colpiscono sempre le parole con cui l'apostolo Pietro professa la sua fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). Di fronte a questa confessione del Principe degli Apostoli, Cristo risponde con un'affermazione che risuona fortemente nella nostra anima: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Con queste parole, Gesù rivela a Pietro il compito che gli affida, ossia quello di essere il fondamento che darà consistenza a tutto l'edificio spirituale della Chiesa. Le tre metafore a cui Cristo ricorre a tal fine sono di per sé molto chiare: Pietro sarà il fondamento saldo su cui si baserà la costruzione della Chiesa; avrà le chiavi del Regno dei cieli e, infine, potrà legare e sciogliere, nel senso di ammettere o di rifiutare quello che riterrà necessario per la vita della Chiesa che, tuttavia, è, e continuerà a essere, sempre del Signore.

    Il ministero ecclesiale affidato a Pietro e ai suoi Successori è garanzia dell'unità della Chiesa, dell'integrità del deposito della fede e principio di comunione di tutti i membri del popolo di Dio. Di conseguenza, la Cattedra di Pietro, che oggi celebriamo, non poggia su forze umane, su «la carne e lo spirito», ma su Cristo, pietra d'angolo. Anche noi, come Simone, ci sentiamo felici perché sappiamo che la nostra gloria sta non in noi stessi, ma nel disegno eterno e provvidente di Dio, che ha inviato suo Figlio, il Buon Pastore, per pascere il gregge e riunire i figli di Dio dispersi, offrendo se stesso sull'altare della croce come Agnello umile e vittima sacrificale.

    Questo modello di Pastore, come gli Apostoli impararono a conoscere e a imitare stando con Gesù, è riflesso nella seconda lettura, nella quale Pietro si definisce «testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi» (1 Pt 5, 1). Sono parole che persino nella loro struttura essenziale evocano il mistero pasquale che illumina i nostri cuori, in particolare in questi giorni quaresimali. Pietro è stato modellato come Pastore da Gesù, Buon Pastore, e dal dinamismo della sua Pasqua. Pietro scrisse queste parole quando era già anziano, sapendo che si incamminava verso il tramonto della sua vita, che terminò infine con il martirio. In quei momenti fu capace di scoprire la vera gioia e da dove proviene: la sua fonte è Cristo, confessato e amato con la nostra fede debole ma sincera. Per questo motivo potè scrivere ai cristiani della sua comunità e dire anche a noi: «voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (1 Pt 1, 8-9).

    La Chiesa è fondata sulla base salda di Pietro e sulla sua testimonianza del messaggio di Cristo. La «Cattedra» di Pietro è precisamente il simbolo della sua missione, del posto che occupa e del ruolo che svolge fra il popolo di Dio. Ai suoi Successori spetta trasmettere e insegnare la verità del Vangelo, vegliare sulla sua integrità e purezza, e anche proclamarla in maniera autentica. In tal modo, i fedeli hanno la sicurezza di non allontanarsi dal cammino della salvezza aperto dal Signore e di essere sul giusto sentiero che conduce alla pienezza del Regno di Dio.

    Cari fratelli e sorelle, il racconto evangelico di oggi ci mostra l'origine divina della Chiesa e come questa è essenzialmente una comunità di fede. Alla professione di fede del Principe degli Apostoli, Gesù risponde assicurando che il potere dell'inferno non sconfiggerà la Chiesa (cfr Mt 16, 18). Essa nasce, pertanto, dalla volontà di Dio e si mantiene viva e attiva nel mondo grazie al suo Spirito. Questa verità unisce i cattolici di tutto il mondo e incoraggia tutti i battezzati a essere parte attiva di questa grande famiglia, che ha come fine quello di vivere essa stessa con gioia la grazia di aver incontrato il Signore e di annunciare il suo Vangelo di salvezza. Posta come fiamma luminosa nel cuore dell'umanità, come lievito e sale fra gli uomini di qualsiasi razza e cultura, la Chiesa chiede di essere riconosciuta e rispettata nella sua missione, non avendo alcuna volontà di imporsi, ma di proporre il Vangelo a quanti incontra lungo il suo cammino.

    Il messaggio di salvezza che la Chiesa offre oggi agli uomini e alle donne del nostro tempo, messaggio di giustizia e di pace, di verità e di libertà, di fraternità e di amore, è lo stesso che viene annunciato all'umanità da quanto la Chiesa iniziò a compiere i suoi primi passi, più di duemila anni fa, ed è stato confermato anche dalla testimonianza dei martiri e dei santi.

    Con la proclamazione del Vangelo di Cristo, la Chiesa ha dato un grande contributo a questo continente, e in particolare a Cuba, incoraggiando il rispetto della vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale, tutelando il valore della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, difendendo la libertà di coscienza e la libertà religiosa e promuovendo l'inviolabile dignità della persona umana. Nel corso dei secoli, questa verità del Vangelo ha guidato i passi di molti cristiani nel loro compito di seminatori di giustizia e di pace. Inoltre, i principi di libertà, uguaglianza e fraternità, che negli ultimi secoli si sono rafforzati molto nella coscienza dei popoli, hanno un fondamento solido nel Vangelo e uno sviluppo crescente nel pensiero e nella condotta dei credenti in Cristo. A tale proposito, è opportuno ricordare come già nel quarto secolo, Sant'Agostino fu testimone che la Parola di Cristo era la risposta all'anelito di libertà che vi è nel cuore di ogni uomo. San Francesco, il poverello di Assisi, divenne nel tredicesimo secolo il promotore infaticabile della fraternità che nasce dal Vangelo e dell'amore di Cristo per i poveri. Della verità evangelica che rende liberi e dell'amore di Dio che trasforma tutti gli uomini in fratelli sono stati testimoni le migliaia di uomini e donne che, attraverso i secoli, hanno dedicato la loro vita completamente al servizio dei bisognosi, all'educazione dei giovani, all'assistenza dei malati e dei detenuti, dando così origine a iniziative e opere di misericordia corporali e spirituali, mossi solo dall'amore verso Dio e il prossimo.

    Numerosi Istituti religiosi e molte altre persone si sono dedicati con generosità, e continuano a farlo, al servizio dei poveri, anche qui a Cuba. È incalcolabile il bene che hanno fatto e continuano a fare in questa bella Isola le religiose e i religiosi dediti ad assistere gli anziani, i malati e i bisognosi. Proprio quest'anno si attende l'elevazione agli onori degli altari del primo Beato cubano, Padre Olallo Valdés. Questo insigne figlio della sua terra, nato all'Avana, fu abbandonato nella casa di Beneficenza di questa città e allevato ed educato dalle Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli. Da giovane entrò nell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio e in esso si dedicò per oltre cinquant'anni a una bella opera assistenziale a Camagüey, aiutando i lebbrosi e gli inabili, le persone abbandonate e disprezzate dalla società.

    Non dobbiamo neppure dimenticare le tante Congregazioni Religiose che, soprattutto durante il ventesimo secolo, hanno svolto a Cuba una straordinaria e bella opera educativa in centri di insegnamento e in umili scuole parrocchiali, in laboratori tecnici e in case per bambini e bambine senza famiglia. Molti di voi ricordano ciò con amore e gratitudine.

    La Chiesa, nel compiere questa missione educativa, risponde al mandato di Cristo ai suoi discepoli di occuparsi dei piccoli, poiché di essi è il Regno dei cieli (cfr Mt 18, 1-5; 19, 13-15). Fedeli a questo mandato del Signore, nel 1728, i Domenicani fondarono la Pontificia Università di San Girolamo, all'Avana, dove si formarono in filosofia, diritto, teologia e altre discipline diverse generazioni di cubani illustri. Con questo stesso spirito, poco dopo, il Vescovo Pedro Miguel Morell de Santa Cruz, nella sua visita pastorale a Cuba, creò scuole in ogni borgo e villaggio che visitava. Bisogna citare in particolare il Collegio Seminario di San Carlo e di Sant'Ambrogio, nelle cui aule insegnarono il Servo di Dio, Padre Félix Varela e Padre José Agustín Caballero, e dove studiarono quanti forgiarono la cultura cubana, e, correttamente parlando, il pensiero nazionale cubano.

    Cari fratelli e sorelle, rendiamo grazie a Dio perché la realtà della Chiesa a Cuba attraverso i secoli è stata una presenza benefica, caratterizzata da un'intensa azione educativa, di promozione umana e di rispetto della vita di ogni persona. Essa, fedele agli insegnamenti di Cristo, aspira a essere sempre più presente e attiva in mezzo alla società con le modalità proprie del mondo attuale, portando a termine allo stesso tempo la sua pressante missione di insegnare, di curare, di assistere il povero e di promuovere la dignità di tutti gli esseri umani nella loro dignità, specialmente emarginati, senza dimora o detenuti. In tal senso, desidero ricordare con gioia il lavoro che la «Caritas» cubana sta realizzando a favore degli anziani, e i suoi sforzi per giungere nelle loro case e per assisterli, e anche il suo impegno ad aiutare le persone malate, sole e bisognose. Tutto ciò è possibile grazie alla cooperazione di molti volontari che, in questi dieci anni da quando il Papa ha visitato Cuba, sono cresciuti in numero, generosità e impegno solidale. La carità cristiana ed ecclesiale si esprime altresì a Cuba nell'educazione dei bambini e dei giovani con difficoltà scolastiche, e si nutre la speranza che si possa ampliare senza riserve questo importante campo della sua missione.

    Mentre mi rallegro nel vedere tutto questo fervore pastorale e missionario, saluto con cordialità e gratitudine il signor Cardinale Arcivescovo dell'Avana, che è stato così cortese da invitarmi a presiedere questa solenne Eucaristia. Saluto parimenti con affetto il Presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici di Cuba, gli altri Fratelli Vescovi, i Sacerdoti, i religiosi e le Religiose, e anche i laici che collaborano alle attività ecclesiali, soprattutto quelli che svolgono il loro apostolato fra i giovani, che sono la speranza e il futuro della Chiesa. Rivolgo il mio saluto anche alle Autorità qui presenti, ai rappresentanti del Corpo Diplomatico e alle personalità che oggi hanno voluto unirsi a noi.

    Ho l'onore e la gioia di trasmettere a tutti e a ognuno di voi la vicinanza spirituale di Sua Santità Benedetto XVI, e il suo incoraggiamento a proseguire nel cammino che state percorrendo. Il Successore di San Pietro segue con paterna sollecitudine la vita e le attività della Chiesa in questa amata Nazione e conosce gli aneliti e le preoccupazioni di tutti voi. Vi assicura pertanto del suo ricordo nella preghiera, affinché Dio benedica i vostri sforzi tesi all’evangelizzazione, e susciti nelle vostre parrocchie numerose e sante vocazioni sacerdotali e religiose per il servizio al popolo di Dio.

    Il campo in cui la Chiesa è presente è molto vasto e sono molti i bambini, gli adolescenti, i giovani, i malati, gli anziani, le persone che hanno sete di Dio e ai quali essa si rivolge come Madre, proponendo loro Cristo come redentore dell'uomo e di ogni uomo. Il suo Vangelo è la fonte dalla quale scaturiscono quei valori cristiani che sono anche profondamente umani e umanizzanti. La Chiesa desidera poter ampliare senza limiti il suo raggio di azione in altri ambiti, per contribuire con impegno al bene comune del popolo cubano.

    A Maria Santissima, venerata con molta devozione dai cubani con il titolo di Virgen de la Caridad del Cobre, affido le aspirazioni che tutti voi serbate nel cuore, cari fratelli e sorelle. Che Ella vi aiuti a colmarle pienamente!

    Con questi auspici, che sono oggetto delle nostre preghiere, ci disponiamo ad accogliere Gesù, che sarà realmente presente fra noi nell'Eucaristia. La sua presenza ci colmerà di gioia e conferirà senso e valore ai nostri aneliti di autentico bene. Amen.

    [00264-01.01] [Testo originale: Spagnolo]

    [B0108-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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    DISCORSO DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE DEL MONUMENTO DEDICATO A PAPA GIOVANNI PAOLO II A SANTA CLARA (CUBA) , 23.02.2008

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA


    Caro Signor Vescovo di Santa Clara,

    Amati Fratelli nell’Episcopato,

    Onorevoli Autorità,

    Signore e Signori.

    Ci siamo riuniti qui per un atto con il quale si vuole rendere visibile e duratura la singolare ed emozionante esperienza vissuta dalla Chiesa e dal popolo cubano con la visita del Servo di Dio, Papa Giovanni Paolo II, a questa isola benedetta, dieci anni fa. Il luogo stesso è già particolarmente significativo, poiché a Santa Clara ha celebrato la sua prima Messa in questa terra, lasciando qui la prima orma del suo intenso cammino come «messaggero della speranza» in altri luoghi del Paese per condividere «il vostro profondo spirito religioso, le vostre pene, le vostre gioie e le vostre sofferenze, celebrando, come membri di una grande famiglia, il mistero dell'Amore divino e renderlo più profondamente presente nella vita e nella storia di questo nobile popolo» (Discorso di benvenuto, 21.1.1998, n. 3).

    Il monumento eretto qui all'indimenticato Pontefice è anche un segno che quel suo pellegrinaggio continua a illuminare oggi la Chiesa e i cubani che anelano ai più alti valori spirituali per loro e per la loro amata Patria.

    Saluto cordialmente i Fratelli Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, e anche le Autorità qui presenti e quanti hanno voluto partecipare a questo atto. Ringrazio quelli che hanno reso possibile la realizzazione di questo bel Monumento all'amato Papa Giovanni Paolo II, la Diocesi di Santa Clara, e in particolare il suo amato e coraggioso Vescovo, Monsignor Marcelo Arturo González Amador, le autorità del Paese, i realizzatori del progetto, gli artisti che lo hanno plasmato e i benefattori che hanno collaborato a questa bella iniziativa.

    L'elemento più importante di questo monumento, una statua di Giovanni Paolo II che ha come sfondo un'immagine della Virgen de la Caridad del Cobre, è pieno di significato. Riflette la profonda devozione dell'indimenticato Papa per la nostra Madre del cielo, alla quale aveva affidato il suo ministero apostolico, come recitava il suo stesso motto episcopale: «Totus tuus». Sotto la su protezione materna ha compiuto la sua visita a Cuba, e anche qui ha incontrato la Patrona dei cubani, che li avvolge tutti con il suo manto, li unisce e li protegge. Si profila così uno splendido programma per far comprendere a quanti annunciano Cristo, unico Salvatore dell'umanità, che possono contare sulla protezione di quella Donna singolare, alla quale Dio affidò l'accoglienza nel mondo di suo Figlio, le cure materne durante i suoi primi passi sulla terra e che Cristo, sulla croce, ci ha donato come Madre di tutti i credenti.

    L'evocazione di Maria, madre di Dio e madre nostra, fa pensare in modo naturale alla famiglia, alle nostre famiglie. Giovanni Paolo II ha parlato di loro con passione proprio qui, a Santa Clara, facendo un fervente appello: «Cuba: abbi cura delle tue famiglie perché tu possa conservare sano il tuo cuore!» (Omelia a Santa Clara, 22.1.1998, n. 7). E poco dopo ha aggiunto: «nel processo di edificazione del suo futuro "con tutti e per il bene di tutti".... la famiglia, la scuola e la chiesa devono formare una comunità educativa dove i figli di Cuba possano "crescere in umanità"» (Ibidem). Questo è un messaggio cruciale ancora oggi e valido per il futuro di tutta la nazione e della famiglia umana stessa.

    D'ora in poi questo spazio monumentale ricorderà ai cristiani che transiteranno qui un evento che ha segnato una svolta nella storia della Chiesa e di Cuba, indicando loro al contempo l'impegno di essere testimoni della verità del Vangelo e di trasmetterla alle nuove generazioni. È auspicabile che questo monumento non si riduca a un oggetto di contemplazione o di ammirazione, ma che sia un motivo di riflessione e d'ispirazione per proseguire lungo il cammino di fede e della costruzione di un mondo migliore e più fraterno, che è la ragione per cui è stato eretto. Per molti sarà anche un appello alla speranza che il popolo cubano allarghi il suo cuore per lasciarvi entrare Dio e che i più alti valori umani plasmino sempre più la loro amata Patria.

    Durante le giornate in cui Giovanni Paolo II è stato a Cuba, il mondo intero ha potuto seguire con interesse ed emozione gli eventi che si sono svolti qui, compiendo così un passo nel desiderio fervente che Giovanni Paolo II aveva espresso non appena arrivato: «Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba» (Discorso di benvenuto, 21.1.1998, n. 5). Con questo Monumento, Cuba dispone di qualcosa in più che l'abbellisce per i suoi abitanti e che può mostrare con amabilità a quanti la visitano. Anche questo può essere un buon frutto, sia della visita del venerato Pontefice di dieci anni fa, sia di questo monumento che ora s'inaugura.

    Desidero concludere con quello che, in realtà, viene al primo posto: adempiere fedelmente all'incarico che mi è stato affidato come Segretario di Stato in occasione dell’l'inaugurazione di questo monumento nel decimo anniversario della presenza di Giovanni Paolo II a Cuba, e cioè trasmettervi, cari fratelli e sorelle, il saluto cordiale del Santo Padre Benedetto XVI. Prima che iniziassi questo viaggio mi ha detto: «Fai presente alla Chiesa e al popolo di Cuba la paterna vicinanza del Papa e l’assicurazione della mia preghiera costante per i figli di questa amata Nazione. Essi hanno accolto con affetto il mio venerato Predecessore che li ha invitati a collaborare per ottenere un mondo migliore. È un messaggio di speranza che non ha perso la sua attualità. Trasmetti loro come pegno del mio amore pastorale la Benedizione Apostolica».

    Grazie.

    [00283-01.01] [Testo originale: Spagnolo]

    [B0120-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  10. #10
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    CONFERENZA DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE ALL’UNIVERSITÀ DI LA HABANA(CUBA) , 26.02.2008

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA


    La cultura e i fondamenti etici del vivere umano




    Magnifico Signor Rettore,

    Onorevoli Autorità,

    Signor Cardinale e Signori Vescovi,

    Illustri professori,

    Signori rappresentanti del mondo della cultura,

    Signore e Signori, amici tutti.



    Con gratitudine per il cordiale benvenuto che mi avete riservato, desidero iniziare questo pomeriggio ricordando con stima due grandi figure appassionate di Cuba e legate a questo luogo. Il primo è il Servo di Dio Félix Varela, padre della patria cubana, le cui spoglie riposano qui e del quale celebriamo oggi l'anniversario della morte. La seconda è il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che ha parlato da questa stessa cattedra dieci anni fa. Pochi hanno saputo delineare così bene la figura di Padre Varela come ha fatto Papa Giovanni Paolo II nel discorso che ha pronunciato in questo stesso luogo. Entrambi i personaggi incarnano un modello egregio di umanità, essendo da riconosciuti come uomini di pace e di bene, anche da quanti non condividono i loro ideali e le loro credenze. Entrambi sono la conferma che non è necessario diluire la propria identità per instaurare un dialogo fecondo e creativo con tutti gli uomini.

    L'avventura esistenziale di Padre Varela ci offre l'ambito ideale in cui inserire il tema che mi è stato affidato - la cultura e i fondamenti etici del vivere umano -, considerando in particolare la cultura cristiana come sostegno e ispirazione dell'etica.

    Come si sa, il giovane sacerdote Félix Varela ottenne, vincendo un concorso, la prima Cattedra di Costituzione, stabilita nel Collegio di San Carlos nel 1821. È significativo il modo in cui l'esordiente accademico, nella sua brillante lezione inaugurale, definì la sua cattedra: questa, diceva, dovrebbe chiamarsi piuttosto «la Cattedra della libertà, dei diritti dell'uomo, delle garanzie nazionali,... la fonte delle virtù civiche, la base del grande edificio della nostra felicità» (Discorso nell'inaugurazione della Cattedra, 21.1.1821). Quella Cattedra gli offrì la migliore opportunità per riflettere sul modo di costruire una società, sui valori che devono essere alla base della convivenza fra gli uomini, fra i quali la libertà - «uno dei più preziosi doni che hanno dato agli uomini i cieli», con le parole di Don Chisciotte (II, cap. 58) - occupa il primo posto e, accanto ad essa, gli altri diritti dell'uomo e la rettitudine delle loro opere. La preoccupazione per la formazione dei giovani fu una costante in Padre Varela, consapevole che non sono le leggi a salvare i popoli, ma le loro virtù a livello personale e nel loro operato pubblico. Nella loro visione di una nuova patria cubana, Varela e, prima di lui Padre Agustín Caballero, e José Martí dopo, rivelano un cattolicesimo attento alla modernizzazione del Paese, ai diritti dell'uomo e alla libertà. Mostrano, in definitiva, che il cristianesimo e la modernità non sono incompatibili, ma che s'incontrano nella difesa della dignità dell'uomo. E il mondo ha bisogno di questa grande alleanza.

    José Martí, cubano illustre, affermò che «essere istruiti è l'unico modo di essere liberi». Questa affermazione mi offre la possibilità di esaminare ora, più dettagliatamente, il rapporto fra la cultura e i fondamenti etici della vita dell'uomo.

    Tutti gli uomini apprezzano la cultura come un bene importante. Tuttavia, perché la cultura è un bene? Giovanni Paolo II lo ha spiegato magistralmente quando ha ricordato che «l'educazione consiste in sostanza nel fatto che l'uomo divenga sempre più umano, che possa “essere” di più e non solamente che possa “avere” di più» (Discorso all'UNESCO, 2.6.1980). Per mezzo della cultura, in effetti, l'essere umano «affina ed esplica le molteplici sue doti di anima e di corpo; cerca di ridurre in suo potere il mondo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale» (Gaudium et spes, n. 53). Se la cultura è un bene, deve essere allora alla portata di tutti e non essere un lusso riservato ad alcune élites.

    La cultura, tuttavia, è più di una semplice volontà individuale di acquisire nuove conoscenze. Possiede una fondamentale dimensione storica e comunitaria e si presenta a noi come un grande sforzo per offrire una visione che dia senso a tutta la vita, comprendendo ogni suo aspetto. A tale proposito, la cultura è sempre caratterizzata da una tensione che la porta a superare continuamente se stessa, in una duplice direzione: in senso orizzontale, verso le altre culture, con un arricchimento reciproco, e in senso verticale, verso la trascendenza, verso la fonte ultima della verità, la bellezza e il bene.

    Possiamo dire, quindi, che la cultura è l'ethos di un popolo. È un modo di comportarsi e, al contempo, un ideale normativo, sebbene non sempre vissuto e rispettato. In tal senso, ethos ed etica sono strettamente vincolati, non solo per la loro etimologia, ma anche perché la cultura è il risultato della prassi dell'uomo e insieme condizione dell'operare umano. Non esiste cultura che non rimandi a un'etica, né un'etica senza riferimento a una cultura. Entrambe o si mantengono unite o decadono.

    Una semplice osservazione pone tuttavia dinanzi al nostro sguardo il fenomeno della diversità culturale, uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo, che provoca a volte un salutare cambiamento di costumi e obbliga a riesaminare convinzioni considerate immutabili. Può però provocare anche una dolorosa perdita d'identità, con conseguenze difficili da prevedere.

    Per alcuni, la diversità culturale e delle norme di comportamento porta inevitabilmente ad affermare l'esistenza di una norma morale comune e obiettiva. A partire dall'esperienza della diversità si deduce l'impossibilità di norme morali universalmente valide. Il relativismo morale sostiene che un'affermazione etica sarebbe vera solo nel contesto di una determinata cultura. Non vi sarebbero pertanto convinzioni né principi etici migliori di altri, e nessuno avrebbe diritto di dire ciò che è bene e ciò che è male.

    Le tesi del relativismo culturale e del relativismo etico sono state rafforzate dallo sviluppo della ragione moderna, un processo descritto magistralmente da Papa Benedetto XVI nella sua lezione presso l'Università di Ratisbona. In estrema sintesi, questo processo è consistito nella riduzione della ragione a scienza sperimentale, che combina la verifica empirica con la formulazione matematica. Sarebbe razionale allora solo ciò che è suscettibile di sperimentazione e formulabile matematicamente. Tuttavia, le grandi questioni dell'esistenza dell'uomo, i problemi dell'etica e dell'estetica, la metafisica, e soprattutto il problema di Dio, restano fuori da ogni considerazione, in quanto pre-scientifici o ascientifici (cfr Discorso presso l'università di Ratisbona, 12.9.2006).

    Ebbene, questo restringimento della ragione contemporanea conduce inevitabilmente sul piano etico al soggettivismo della coscienza. Nonostante i tentativi di Kant di mantenere una morale universale, dopo aver scartato la metafisica, affermando che l'unica conoscenza razionale possibile è quella della scienza, occorre confinare la morale all'ambito puramente soggettivo: non sarebbe possibile parlare di norme morali universalmente conoscibili. Ma allora, «il soggetto decide, in base alle sue esperienze che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza“ soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica» (Ibidem). La conseguenza è chiara: in questo modo l'ethos e la religione perdono la propria capacità di dare vita a una comunità e diventano una questione totalmente personale.

    Il soggettivismo etico portato all'estremo conduce alla situazione paradossale di dover ammettere l'immoralità come moralmente buona. Visto che non vi è modo di determinare ciò che è bene e ciò che è male, bisognerebbe concludere che tutti i comportamenti sono ugualmente validi. Il senso comune si ribella a questa conclusione, a cui, tuttavia, si giunge necessariamente dalle premesse da cui si parte.

    La logica di questo dinamismo porta a quella che Benedetto XVI ha chiamato la dittatura del relativismo. Vale a dire, dinanzi all'impossibilità di stabilire norme comuni, con validità universale per tutti, l'unico criterio che resta per determinare ciò che è bene e ciò che è male è l'uso della forza, sia essa quella dei voti, sia della propaganda o delle armi e della coazione. «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura sola il proprio io e le sue voglie» (J. Ratzinger, Omelia nella Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, 18.4.2005). A partire da questi presupposti, risulterebbe impossibile costruire o mantenere la vita sociale.

    Esiste, pertanto, una distinzione fondamentale, dal cui riconoscimento dipende la sussistenza stessa della comunità umana. Questa distinzione è la linea di demarcazione fra il bene e il male. Senza tale distinzione non resta altra alternativa del regno dell'arbitrarietà.

    È necessario, quindi, sovvertire l'assioma del relativismo etico e postulare con forza l'esistenza di un ordine di verità che trascende i condizionamenti personali, culturali e storici e che ha una validità permanente. Questo ordine è quello che la filosofia chiama legge naturale. Non intendo affrontare ora la problematica attorno a questo termine, ma sottolineare solo il fatto che con questa espressione si fa riferimento a un ordine previo all'uomo, che egli non si è dato, che nessun governo ha promulgato, e che esso può solo riconoscere. È la constatazione che, di fronte al diritto positivo, il quale può essere ingiusto, deve esserci un diritto che procede dalla natura stessa, dall'essere proprio dell'uomo. Questo diritto deve essere trovato e costituisce il correttivo per il diritto positivo.

    L'idea di diritto naturale presuppone un concetto di natura strettamente associato a quello della ragione. Presuppone l'idea che la natura è permeata dalla ragione, che vi è in essa un logos che l'uomo con la sua ragione, partecipazione e immagine del Logos creatore, può riconoscere. La stessa scienza, alla quale dobbiamo incredibili progressi in tutti i campi, risulterebbe impossibile senza accettare una razionalità nella natura. Inoltre, se il mondo è un mero prodotto dell'irrazionale, la nostra stessa libertà è, alla fin fine, un'illusione.

    La legge naturale appare così come una sorta di «grammatica» trascendente che permette il dialogo fra i popoli, ossia, un insieme di regole di attuazione individuale e di relazione fra le persone in giustizia e solidarietà, che è inscritta nelle coscienze, nelle quali si riflette il sapiente progetto di Dio.

    La Chiesa non intende imporre la sua visione delle cose a tutti gli uomini, come se avesse l'esclusiva del discernimento morale. Non può però rinunciare alla profonda conoscenza che ha dell'uomo e della società. È esperta in umanità e desidera offrire rispettosamente il suo contributo alla creazione della società degli uomini fra i quali vive.

    Su questo punto, alcuni teorici, come Jonh Rawis o Jürgen Habermas, hanno difeso la necessità del contributo delle confessioni religiose al dibattito pubblico (cfr Benedetto XVI, Discorso all'Università di La Sapienza, 17 gennaio 2008; J. Habermas, Vorpolitische Grundlagen des demokratischen Rechstaates? in J. Habermas - J. Ratzinger, Dialektik der Säkularisierung, n. 34). Queste, in definitiva, svolgono un ruolo sociale non solo come elementi di integrazione sociale, che prestano sussidiariamente servizi sociali alla comunità, ma anche come fonte di sapere e di conoscenza.

    A tale proposito, Papa Giovanni Paolo II ha ricordato che il principio della libertà religiosa inteso nel senso più vasto, è come la prova degli altri diritti: «nello stesso modo in cui la società viene danneggiata quando si relega la religione alla sfera privata, anche la società e le istituzioni civili vengono impoverite quando la legislazione, in violazione della libertà di religione, promuove l'indifferenza religiosa, il relativismo e il sincretismo religioso, forse perfino giustificandoli attraverso una comprensione errata della tolleranza. Al contrario, tutti i cittadini ne traggono beneficio quando vengono apprezzate le tradizioni religiosi nelle quali ogni popolo è radicato e con le quali le popolazioni, generalmente, si identificano in modo particolare» (Discorso ai partecipanti all'Assemblea Parlamentare dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, 10.10.2003).

    L'obiezione che s'intuisce immediatamente è che nella società attuale, le Chiese e le confessioni religiose devono limitare il proprio operato all'ambito puramente personale degli individui che desiderano aderire ad esse, ma non avrebbero alcun posto nella costituzione di un'etica sociale. Lo Stato moderno, si afferma, deve essere al di sopra delle religioni, le quali, in molti casi, non sono viste in modo positivo ed equilibrato.

    La sana laicità comporta, naturalmente, la distinzione fra religione e politica, fra Chiesa e Stato. Credenti e non credenti trovano il fondamento di questa distinzione nelle parole stesse del Vangelo, quando Gesù ricorda che bisogna dare «a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21). Questa stessa laicità non può però significare che Dio è un'ipotesi puramente privata ed escludere così la religione e la Chiesa dalla vita pubblica. La celebre frase di Hugo Grocio etsi Deus non daretur, interpretata erroneamente come li fondamento dell'ordinamento politico «come se Dio non esistesse», significò, per i giusnaturalisti del XVIII secolo, il bisogno di stabilire principi che avessero validità permanente, «anche nell'ipotesi in cui Dio non esistesse», ossia con validità permanente per tutti.

    Come contributo dei cristiani alla costruzione della società, l'allora Cardinale J. Ratziger, dal suggestivo contesto di Subiaco, poco prima di essere eletto Successore di San Pietro, ha lanciato al mondo una proposta che mi permetto oggi di ricordare a tutti voi: «il tentativo, portato all'estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull'orlo dell'abisso, verso l'accantonamento totale dell'uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l'assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell'accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno» (J. Ratzinger, L'Europa nella crisi delle culture, Subiaco, 1 aprile 2005, ed. Cantagalli, Siena 2005. Edizione multilingue, con il testo spagnolo 75-84, qui, 83).

    Giungiamo così al termine del nostro percorso e riprendiamo la domanda iniziale. Qual è il contributo della cultura cristiana al fondamento di un'etica del vivere umano?

    La risposta potrebbe essere la seguente: presentandosi come la religione del logos e dell'amore, la Chiesa offre una sapienza millenaria, che mette a disposizione di tutti i popoli e di tutte le culture, convinta inoltre che un dialogo e un arricchimento reciproco siano possibili. In tal senso, si presenta dinanzi alla società come memoria e come ricordo dell'esistenza di un fondamento dei valori. Si presenta, in definitiva, come testimone di ciò che non perisce. Proponendo con rispetto la propria visione dell'uomo e dei valori, essa contribuisce alla crescente umanizzazione della società. La fede, pertanto, non distrugge nessuna cultura, bensì coopera alla purificazione di tutto ciò che intorpidisce la dignità, i diritti e lo sviluppo delle persone e di tutto ciò che si oppone all'umanizzazione della società. Se in una nazione crescono gli ambiti e gli atteggiamenti disumanizzanti, qualcosa è sostanzialmente leso nell'ethos di quel popolo. La fede contribuisce inoltre a dare pienezza a tutto ciò che è buono, vero e bello, schiudendo all'uomo una visione più elevata di se stesso e della sua convivenza nella società. Una convivenza senza valori è uguale a una cultura senza etica, è una cultura disumanizzata e disumanizzante che inverte la scala di valori e ribalta il mondo.

    Proprio perché ogni autentica società si basa sul principio del valore supremo dell'uomo, della sua responsabilità dinanzi alla storia e dinanzi ai suoi simili, ha bisogno del richiamo permanente ai valori duraturi, che esistevano prima che ogni individuo esistesse e che continueranno a esistere dopo.

    La società ha bisogno di persone che rivelino con la loro vita l'esistenza di alcuni valori fondamentali ed edificanti; ha bisogno di testimoni che con la loro esistenza lavorino per ricordare a tutti gli uomini il valore della coscienza, santuario di Dio nell'uomo, e della verità.

    I cristiani, mediante figure come quella di padre Varela, e una moltitudine immensa di audaci persone simili a lui, non chiedono altro se non di poter rendere testimonianza di questa verità fra i loro contemporanei.

    Distinte Signore e Distinti Signori, abbiamo riflettuto sulla cultura come sostegno e ispirazione per l'etica. La questione è trovare itinerari concreti affinché cultura ed etica, Chiesa e società, possano collaborare per costruire un mondo più umano, ancorato ai grandi valori della nostra storia: la libertà, la pace, la solidarietà, la giustizia e lo sviluppo integrale della persona, di ogni uomo e di tutti gli uomini.

    Permettetemi di concludere con le parole finali che il Santo Padre aveva scritto per il suo discorso all'Università La Sapienza di Roma, che non ha potuto pronunciare di persona per motivi più che noti.

    Il Papa, rivolgendosi agli universitari di Roma, ha risposto alla domanda: Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'Università?. Noi possiamo paragrafare questa domanda domandandoci: «Che cosa ha da fare o da dire la cultura cristiana come fondamento etico del vivere comune? La risposta che Benedetto XVI ha dato credo conservi tutta la sua validità per noi: Il Papa - la Chiesa cattolica, i cristiani potremmo dire -, «sicuramente non deve cercare d'imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà... In base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale, è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre e di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia e aiuta a trovare la via verso il futuro» (Allocuzione preparata per l'inaugurazione dell'anno accademico nell'Università La Sapienza di Roma, 17.1.2008).

    Grazie a tutti.



    [00295-01.01] [Testo originale: Spagnolo]



    [B0130-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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