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Discussione: 1° gennaio : Giornata Mondiale della Pace

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    1° gennaio : Giornata Mondiale della Pace

    MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
    BENEDETTO XVI
    PER LA CELEBRAZIONE DELLA
    GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
    1° GENNAIO 2009

    COMBATTERE LA POVERTÀ, COSTRUIRE LA PACE

    1. Anche all'inizio di questo nuovo anno desidero far giungere a tutti il mio augurio di pace ed invitare, con questo mio Messaggio, a riflettere sul tema: Combattere la povertà, costruire la pace. Già il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1993, aveva sottolineato le ripercussioni negative che la situazione di povertà di intere popolazioni finisce per avere sulla pace. Di fatto, la povertà risulta sovente tra i fattori che favoriscono o aggravano i conflitti, anche armati. A loro volta, questi ultimi alimentano tragiche situazioni di povertà. « S'afferma... e diventa sempre più grave nel mondo – scriveva Giovanni Paolo II – un'altra seria minaccia per la pace: molte persone, anzi, intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s'è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. Si tratta di un problema che s'impone alla coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente, l'autentico ed armonico progresso della comunità mondiale » [1].
    2. In questo contesto, combattere la povertà implica un'attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà. Il richiamo alla globalizzazione dovrebbe, però, rivestire anche un significato spirituale e morale, sollecitando a guardare ai poveri nella consapevole prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino, quello della vocazione a costituire un'unica famiglia in cui tutti – individui, popoli e nazioni – regolino i loro comportamenti improntandoli ai principi di fraternità e di responsabilità.
    In tale prospettiva occorre avere, della povertà, una visione ampia ed articolata. Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali. Ad esempio, nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale: si tratta di persone interiormente disorientate, che vivono diverse forme di disagio nonostante il benessere economico. Penso, da una parte, a quello che viene chiamato il « sottosviluppo morale » [2] e, dall'altra, alle conseguenze negative del « supersviluppo » [3]. Non dimentico poi che, nelle società cosiddette « povere », la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse. Resta comunque vero che ogni forma di povertà imposta ha alla propria radice il mancato rispetto della trascendente dignità della persona umana. Quando l'uomo non viene considerato nell'integralità della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera « ecologia umana » [4], si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà, com'è evidente in alcuni ambiti sui quali soffermerò brevemente la mia attenzione.


    Povertà e implicazioni morali

    3. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico. In conseguenza di ciò, sono in atto campagne di riduzione delle nascite, condotte a livello internazionale, anche con metodi non rispettosi né della dignità della donna né del diritto dei coniugi a scegliere responsabilmente il numero dei figli [5] e spesso, cosa anche più grave, non rispettosi neppure del diritto alla vita. Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. A fronte di ciò resta il fatto che, nel 1981, circa il 40% della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente dimezzata, e sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un notevole incremento demografico. Il dato ora rilevato pone in evidenza che le risorse per risolvere il problema della povertà ci sarebbero, anche in presenza di una crescita della popolazione. Né va dimenticato che, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la popolazione sulla terra è cresciuta di quattro miliardi e, in larga misura, tale fenomeno riguarda Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena internazionale come nuove potenze economiche e hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all'elevato numero dei loro abitanti. Inoltre, tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo. In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà.
    4. Un altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche quali, ad esempio, la malaria, la tubercolosi e l'AIDS, che, nella misura in cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono grandemente sul peggioramento delle condizioni generali del Paese. I tentativi di frenare le conseguenze di queste malattie sulla popolazione non sempre raggiungono risultati significativi. Capita, inoltre, che i Paesi vittime di alcune di tali pandemie, per farvi fronte, debbano subire i ricatti di chi condiziona gli aiuti economici all'attuazione di politiche contrarie alla vita. È soprattutto difficile combattere l'AIDS, drammatica causa di povertà, se non si affrontano le problematiche morali con cui la diffusione del virus è collegata. Occorre innanzitutto farsi carico di campagne che educhino specialmente i giovani a una sessualità pienamente rispondente alla dignità della persona; iniziative poste in atto in tal senso hanno gia dato frutti significativi, facendo diminuire la diffusione dell'AIDS. Occorre poi mettere a disposizione anche dei popoli poveri le medicine e le cure necessarie; ciò suppone una decisa promozione della ricerca medica e delle innovazioni terapeutiche nonché, quando sia necessario, un'applicazione flessibile delle regole internazionali di protezione della proprietà intellettuale, così da garantire a tutti le cure sanitarie di base.
    5. Un terzo ambito, oggetto di attenzione nei programmi di lotta alla povertà e che ne mostra l'intrinseca dimensione morale, è la povertà dei bambini. Quando la povertà colpisce una famiglia, i bambini ne risultano le vittime più vulnerabili: quasi la metà di coloro che vivono in povertà assoluta oggi è rappresentata da bambini. Considerare la povertà ponendosi dalla parte dei bambini induce a ritenere prioritari quegli obiettivi che li interessano più direttamente come, ad esempio, la cura delle madri, l'impegno educativo, l'accesso ai vaccini, alle cure mediche e all'acqua potabile, la salvaguardia dell'ambiente e, soprattutto, l'impegno a difesa della famiglia e della stabilità delle relazioni al suo interno. Quando la famiglia si indebolisce i danni ricadono inevitabilmente sui bambini. Ove non è tutelata la dignità della donna e della mamma, a risentirne sono ancora principalmente i figli.
    6. Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare attenzione è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo. Suscita preoccupazione l'attuale livello globale di spesa militare. Come ho già avuto modo di sottolineare, capita che « le ingenti risorse materiali e umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di fatto distolte dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più poveri e bisognosi di aiuto. E questo va contro quanto afferma la stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna la comunità internazionale, e gli Stati in particolare, a “promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti” (art. 26) » [6].
    Questo stato di cose non facilita, anzi ostacola seriamente il raggiungimento dei grandi obiettivi di sviluppo della comunità internazionale. Inoltre, un eccessivo accrescimento della spesa militare rischia di accelerare una corsa agli armamenti che provoca sacche di sottosviluppo e di disperazione, trasformandosi così paradossalmente in fattore di instabilità, di tensione e di conflitti. Come ha sapientemente affermato il mio venerato Predecessore Paolo VI, « lo sviluppo è il nuovo nome della pace » [7]. Gli Stati sono pertanto chiamati ad una seria riflessione sulle più profonde ragioni dei conflitti, spesso accesi dall'ingiustizia, e a provvedervi con una coraggiosa autocritica. Se si giungerà ad un miglioramento dei rapporti, ciò dovrebbe consentire una riduzione delle spese per gli armamenti. Le risorse risparmiate potranno essere destinate a progetti di sviluppo delle persone e dei popoli più poveri e bisognosi: l'impegno profuso in tal senso è un impegno per la pace all'interno della famiglia umana.
    7. Un quinto ambito relativo alla lotta alla povertà materiale riguarda l'attuale crisi alimentare, che mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base. Tale crisi è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze. La malnutrizione può anche provocare gravi danni psicofisici alle popolazioni, privando molte persone delle energie necessarie per uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di povertà. E questo contribuisce ad allargare la forbice delle disuguaglianze, provocando reazioni che rischiano di diventare violente. I dati sull'andamento della povertà relativa negli ultimi decenni indicano tutti un aumento del divario tra ricchi e poveri. Cause principali di tale fenomeno sono senza dubbio, da una parte, il cambiamento tecnologico, i cui benefici si concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e, dall'altra, la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali, che crescono molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi più poveri. Capita così che la maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti.


    Lotta alla povertà e solidarietà globale

    8. Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana [8]. Per governare la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globale [9] tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all'interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un « codice etico comune » [10], le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr Rm 2,14-15). Non avverte forse ciascuno di noi nell'intimo della coscienza l'appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un'autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse. La Chiesa, che è « segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano », [11] continuerà ad offrire il suo contributo affinché siano superate le ingiustizie e le incomprensioni e si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale.
    9. Nel campo del commercio internazionale e delle transazioni finanziarie, sono oggi in atto processi che permettono di integrare positivamente le economie, contribuendo al miglioramento delle condizioni generali; ma ci sono anche processi di senso opposto, che dividono e marginalizzano i popoli, creando pericolose premesse per guerre e conflitti. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, il commercio internazionale di beni e di servizi è cresciuto in modo straordinariamente rapido, con un dinamismo senza precedenti nella storia. Gran parte del commercio mondiale ha interessato i Paesi di antica industrializzazione, con la significativa aggiunta di molti Paesi emergenti, diventati rilevanti. Ci sono però altri Paesi a basso reddito, che risultano ancora gravemente marginalizzati rispetto ai flussi commerciali. La loro crescita ha risentito negativamente del rapido declino, registrato negli ultimi decenni, dei prezzi dei prodotti primari, che costituiscono la quasi totalità delle loro esportazioni. In questi Paesi, per la gran parte africani, la dipendenza dalle esportazioni di prodotti primari continua a costituire un potente fattore di rischio. Vorrei qui rinnovare un appello perché tutti i Paesi abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando esclusioni e marginalizzazioni.
    10. Una riflessione simile può essere fatta per la finanza, che concerne uno degli aspetti primari del fenomeno della globalizzazione, grazie allo sviluppo dell'elettronica e alle politiche di liberalizzazione dei flussi di denaro tra i diversi Paesi. La funzione oggettivamente più importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la possibilità di investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema di scambi finanziari – a livello nazionale e globale - basati su una logica di brevissimo termine, che persegue l'incremento del valore delle attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse forme di rischio. Anche la recente crisi dimostra come l'attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune. L'appiattimento degli obiettivi degli operatori finanziari globali sul brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo. Una finanza appiattita sul breve e brevissimo termine diviene pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le fasi di euforia finanziaria [12].
    11. Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico che permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri di individuare ed attuare soluzioni coordinate per affrontare i suddetti problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia. Richiede inoltre incentivi alla creazione di istituzioni efficienti e partecipate, come pure sostegni per lottare contro la criminalità e per promuovere una cultura della legalità. D'altra parte, non si può negare che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri. Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell'iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine. Se le attività economiche hanno bisogno, per svilupparsi, di un contesto favorevole, ciò non significa che l'attenzione debba essere distolta dai problemi del reddito. Sebbene si sia opportunamente sottolineato che l'aumento del reddito pro capite non può costituire in assoluto il fine dell'azione politico-economica, non si deve però dimenticare che esso rappresenta uno strumento importante per raggiungere l'obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta. Da questo punto di vista va sgomberato il campo dall'illusione che una politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in maniera definitiva. In un'economia moderna, infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore risulta perciò un vincolo ineludibile, di cui si deve tener conto se si vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo.
    12. Mettere i poveri al primo posto comporta, infine, che si riservi uno spazio adeguato a una corretta logica economica da parte degli attori del mercato internazionale, ad una corretta logica politica da parte degli attori istituzionali e ad una corretta logica partecipativa capace di valorizzare la società civile locale e internazionale. Gli stessi organismi internazionali riconoscono oggi la preziosità e il vantaggio delle iniziative economiche della società civile o delle amministrazioni locali per la promozione del riscatto e dell'inclusione nella società di quelle fasce della popolazione che sono spesso al di sotto della soglia di povertà estrema e sono al tempo stesso difficilmente raggiungibili dagli aiuti ufficiali. La storia dello sviluppo economico del XX secolo insegna che buone politiche di sviluppo sono affidate alla responsabilità degli uomini e alla creazione di positive sinergie tra mercati, società civile e Stati. In particolare, la società civile assume un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo sviluppo è essenzialmente un fenomeno culturale e la cultura nasce e si sviluppa nei luoghi del civile [13].
    13. Come ebbe ad affermare il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, la globalizzazione « si presenta con una spiccata caratteristica di ambivalenza » [14] e quindi va governata con oculata saggezza. Rientra in questa forma di saggezza il tenere primariamente in conto le esigenze dei poveri della terra, superando lo scandalo della sproporzione esistente tra i problemi della povertà e le misure che gli uomini predispongono per affrontarli. La sproporzione è di ordine sia culturale e politico che spirituale e morale. Ci si arresta infatti spesso alle cause superficiali e strumentali della povertà, senza raggiungere quelle che albergano nel cuore umano, come l'avidità e la ristrettezza di orizzonti. I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha invece bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano.


    Conclusione

    14. Nell'Enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ammoniva circa la necessità di « abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto ». « I poveri – egli scriveva - chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero » [15]. Nell'attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado. La globalizzazione da sola è incapace di costruire la pace e, in molti casi, anzi, crea divisioni e conflitti. Essa rivela piuttosto un bisogno: quello di essere orientata verso un obiettivo di profonda solidarietà che miri al bene di ognuno e di tutti. In questo senso, la globalizzazione va vista come un'occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della pace risorse finora impensabili.
    15. Da sempre la dottrina sociale della Chiesa si è interessata dei poveri. Ai tempi dell'Enciclica Rerum novarum essi erano costituiti soprattutto dagli operai della nuova società industriale; nel magistero sociale di Pio XI, di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II sono state messe in luce nuove povertà man mano che l'orizzonte della questione sociale si allargava, fino ad assumere dimensioni mondiali [16]. Questo allargamento della questione sociale alla globalità va considerato nel senso non solo di un'estensione quantitativa, ma anche di un approfondimento qualitativo sull'uomo e sui bisogni della famiglia umana. Per questo la Chiesa, mentre segue con attenzione gli attuali fenomeni della globalizzazione e la loro incidenza sulle povertà umane, indica i nuovi aspetti della questione sociale, non solo in estensione, ma anche in profondità, in quanto concernenti l'identità dell'uomo e il suo rapporto con Dio. Sono principi di dottrina sociale che tendono a chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l'azione verso la costruzione della pace. Tra questi principi è il caso di ricordare qui, in modo particolare, l'« amore preferenziale per i poveri » [17], alla luce del primato della carità, testimoniato da tutta la tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini (cfr At 4,32-36; 1 Cor 16,1; 2 Cor 8-9; Gal 2,10).
    « Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi », scriveva nel 1891 Leone XIII, aggiungendo: « Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua » [18]. Questa consapevolezza accompagna anche oggi l'azione della Chiesa verso i poveri, nei quali vede Cristo [19], sentendo risuonare costantemente nel suo cuore il mandato del Principe della pace agli Apostoli: « Vos date illis manducare – date loro voi stessi da mangiare » (Lc 9,13). Fedele a quest'invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare « gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società » [20]. Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all'inizio di un nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso. Resta infatti incontestabilmente vero l'assioma secondo cui « combattere la povertà è costruire la pace ».
    Dal Vaticano, 8 Dicembre 2008
    BENEDICTUS PP. XVI


    [1] Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1.
    [2] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 19.
    [3] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 28.
    [4] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 38.
    [5] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 37; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 25.
    [6] Benedetto XVI, Lettera al Cardinale Renato Raffaele Martino in occasione del Seminario internazionale organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema « Disarmo, sviluppo e pace. Prospettive per un disarmo integrale », 10 aprile 2008: L'Osservatore Romano, 13.4.2008, p. 8.
    [7] Lett. enc. Populorum progressio, 87.
    [8] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58.
    [9] Cfr Giovanni Paolo II, Discorso all'Udienza alle Acli, 27 aprile 2002, 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXV, 1 [2002], 637.
    [10] Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, 27 aprile 2001, 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXIV, 1 [2001], 802.
    [11] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1.
    [12] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 368.
    [13] Cfr ibid., 356.
    [14] Discorso nell'Udienza a Dirigenti di sindacati di lavoratori e di grandi società, 2 maggio 2000, 3: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXIII, 1 [2000], 726.
    [15] N. 28.
    [16] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 3.
    [17] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 42; cfr Idem, Lett. enc. Centesimus annus, 57.
    [18] Lett. enc. Rerum novarum, 45.
    [19] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58.
    [20] Ibid.

    © Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
    Ultima modifica di lucpip; 11-12-2008 alle 11:24

  2. #2
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    INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. RENATO RAFFAELE MARTINO ALLA CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE PER LA PACE (fonte: Bollettino Sala stampa S.Sede)



    1. Sono lieto di trovarmi con voi, per la presentazione del Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace 2009. Per questa circostanza, il Santo Padre ha scelto come tema di riflessione Combattere la povertà, costruire la pace. Questo riprende e sviluppa quello del Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale della Pace del 1993, che illustrava le connessioni e i reciprochi condizionamenti tra povertà e pace. Scriveva il Servo di Dio: "S’afferma… e diventa sempre più grave nel mondo un’altra seria minaccia per la pace: molte persone, anzi, intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s’è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. Si tratta di un problema che s’impone alla coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente, l’autentico ed armonico progresso della comunità mondiale". Anche il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI ci va vedere come la lotta alla povertà e la pace si richiamino costantemente in una feconda circolarità che costituisce uno dei presupposti più stimolanti per dare corpo ad un adeguato approccio culturale, sociale e politico delle complesse tematiche relative alla realizzazione della pace nel nostro tempo, segnato dal fenomeno della globalizzazione. Tale fenomeno viene approfondito dal Santo Padre che ne evidenzia il significato metodologico e contenutistico, consentendo, in questo modo, un approccio ampio e articolato al tema della lotta alla povertà. Il n. 2 del Messaggio, infatti, si sofferma a lungo su questi aspetti nell’intento di dare un profilo ai volti, molteplici e complementari, della povertà odierna. Il Papa considera soprattutto il ruolo delle scienze sociali nella misurazione dei fenomeni di povertà. Esse permettono di acquisire dati soprattutto di tipo quantitativo, e se la povertà fosse solo di tipo materiale e quantitativo, le scienze sociali sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che così non è. Esistono povertà immateriali che non sono una diretta e automatica conseguenza delle povertà materiali. Due esempi possono essere sufficienti a provarlo.
    Nelle società cosiddette ricche e progredite esistono ampi fenomeni di povertà relazionale, morale e spirituale; molte persone sono alienate e vivono forme di disagio nonostante il generale benessere economico. Si tratta del «sottosviluppo morale»1 e delle conseguenze negative del «supersviluppo»2.
    Nelle società cosiddette «povere» la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non permettono un adeguato uso delle risorse. La povertà materiale non spiega mai, da sola, le povertà immateriali, mentre è vero piuttosto il contrario. Il Messaggio papale si presenta strutturato in due parti, in ognuna della quali il tema della lotta alla povertà, nel contesto della globalizzazione, viene progressivamente trattato in relazione ai vari aspetti della promozione della pace. Nella prima parte si evidenziano le implicazioni morali collegate alla povertà; nella seconda, la lotta alla povertà è messa in relazione con l’esigenza di una maggiore solidarietà globale.
    2. La trattazione della prima parte del Messaggio è sviluppata nei numeri che vanno dal 3 al 7, e affronta, in maniera esemplificativa ed emblematica, alcuni drammatici nodi delle povertà odierne.
    2.1 Il primo nodo che viene affrontato è quello che individua nello sviluppo demografico la causa della povertà. Il Santo Padre denuncia tale posizione, che apre allo "sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà", determinando l’eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. Occorre rilevare, tuttavia, che alcuni Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena dello sviluppo, hanno potuto farlo anche per la rilevanza numerica della loro popolazione e tra i Paesi maggiormente sviluppati quelli con gli indici di natalità maggiori godono di un vantaggio di potenzialità di sviluppo. "In altri termini – afferma il Messaggio - la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà".
    2.2 Il secondo nodo, rilevante sul piano morale, che il Santo Padre affronta è quello del rapporto tra malattie pandemiche, soprattutto l’AIDS, e la povertà. Anche in questo caso, il Messaggio papale richiama l’esigenza di una maggiore e più puntuale considerazione delle intrinseche implicazioni morali che tale rapporto comporta, se si intende veramente lottare contro la povertà e costruire la pace. Il Santo Padre richiama, da un lato, alla necessità di mettere a disposizione anche dei popoli poveri le medicine e le cure necessarie, riconsiderando il sistema dei brevetti mediante una assunzione di responsabilità della comunità internazionale nel garantire a tutti gli uomini le necessarie cure sanitarie di base e, dall’altro, all’urgenza di approntare campagne di educazione a una sessualità pienamente rispondente alla dignità della persona. Iniziative promosse in questa direzione hanno già dato frutti significativi. Faccio notare che nel contesto della globalizzazione, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità è chiamata a giocare un ruolo fondamentale ai fini della sicurezza internazionale, oggi basata sul paradigma della "sicurezza umana". Ad esempio nel World Health Report 2007 l’obiettivo della sanità pubblica globale è perseguito come elemento della sicurezza internazionale (who, World Health Report 2007 – A safer Future: Global Public Health Security in the 21st Century, Geneva, 2007).
    2.3 Il terzo nodo affrontato dal Santo Padre è quello della povertà dei bambini, individuati come le vittime più vulnerabili, perché sono coloro che in maggior numero sono ascritti nella fascia della cosiddetta povertà assoluta. Preoccuparsi dei bambini è preoccuparsi del futuro e guardare alla povertà dalla prospettiva dei bambini porta a considerare come prioritari obiettivi quali la salvaguardia dell’ambiente, l’educazione, l’accesso ai vaccini e alle cure mediche, l’accesso all’acqua potabile, l’educazione e la cura delle madri, e soprattutto le relazioni all’interno delle famiglie e delle comunità. Quanto indebolisce la famiglia produce danni che si scaricano sui bambini; dove non è promossa la dignità della donna e della mamma, anche i bambini ne risentono.
    2.4 Il quarto nodo affrontato fa riferimento alla relazione esistente tra disarmo e sviluppo: anche questo è ricco di implicazioni morali. Il Santo Padre aveva già sottolineato in un suo precedente Messaggio che "le ingenti risorse materiali e umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di fatto distolte dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più poveri e bisognosi di aiuto. E questo va contro quanto afferma la stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna la comunità internazionale, e gli Stati in particolare, a "promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti" (art. 26)"3. Il Santo Padre invita gli Stati a fare una sincera autocritica. Richiesta molto fondata, perché la spesa militare mondiale del 2007 è stata pari a 1.339 miliardi di dollari, con un aumento del 6% rispetto al 2006 (1.204 miliardi di dollari) e del 45 per cento nel decennio 1998-2007. La spesa corrisponde al 2.5% del prodotto lordo mondiale e a 202 dollari pro-capite rispetto alla popolazione mondiale. Nel 2007 sono stati registrati 14 conflitti di media intensità che coinvolgono diverse aree del mondo4. Nel 2008 si devono purtroppo segnalare il conflitto tra Federazione Russa e Georgia per l’indipendenza dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia e il grave conflitto nella Repubblica Democratica del Congo. Ci sono state 61 operazioni internazionali di pace, 2 in più rispetto al 2006; il numero più alto dal 1999. In totale sono impegnate 169.467 persone, di cui 150.651 militari e 18.816 civili. Il 41% è impiegato in Africa; il 27 per cento in Asia, in particolare in Afghanistan sono impegnate 41.741 persone nella International Security Assistance Force (ISAF).
    2.5 L’ultimo nodo segnalato dal Santo Padre è quello che riguarda l’attuale crisi alimentare, crisi su cui era intervenuto in diverse circostanze durante quest’anno. Tale crisi è caratterizzata non da insufficienza di cibo, ma dalla mancanza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze. Tutto questo consente al Papa di richiamare l’attenzione sul tema delle crescenti disuguaglianze, come dato caratterizzante l’attuale situazione di povertà. I dati sull’andamento della povertà relativa negli ultimi decenni, infatti, indicano tutti un aumento dei divari tra ricchi e poveri. Tra le cause principali di questo fenomeno ci sono senza dubbio il cambiamento tecnologico, i cui benefici si concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali, che crescono molto più velocemente dei prezzi dei beni e servizi prodotti dai Paesi più poveri, come materie prime e prodotti agricoli. "Capita così – afferma il Messaggio - che la maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti".
    3. La seconda parte del documento pontificio si sofferma sul tema della lotta alla povertà e della solidarietà globale e occupa i numeri dal n. 8 al n.13. Si tratta di una parte assai significativa, perché contiene stimolanti riflessioni e proposte sui temi della globalizzazione, sul commercio internazionale, sulla finanza e sull’attuale crisi finanziaria, e sull’esigenza di una governance mondiale nel segno della solidarietà.
    3.1 Molto stimolanti le puntualizzazioni riguardanti la globalizzazione, con il richiamo a riscoprire la legge naturale, quel codice etico comune che consente di dare senso al comune impegno di costruire la pace. La globalizzazione, afferma il Santo Padre, elimina le barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove. Essa avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non costituisce di per sé vera comunione e autentica pace. Anche in questo, il tema della povertà acquista particolare importanza. La marginalizzazione dei poveri del pianeta e le tristi condizioni della loro esistenza possono trovare nella globalizzazione validi strumenti di riscatto solo se ogni uomo sentirà quelle ingiustizie e quelle violazioni dei diritti umani come se fossero subite da lui stesso. La Chiesa cattolica, che è «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano»5, darà il suo contributo affinché tutti gli uomini scoprano sempre di più di essere figli dello stesso Padre, di essere uniti intimamente a Cristo che sulla Croce tutti li ha amati e di essere destinati alla stessa beatitudine eterna.
    3.2 Al n. 9 il Messaggio affronta i temi riguardanti il commercio internazionale, con un’attenzione privilegiata ai Paesi poveri e al loro ruolo marginale negli scambi commerciali. L’esclusione e la marginalizzazione sul fronte del commercio sono impedimenti allo sviluppo economico dei poveri e fonte di conflitti. Mentre i Paesi industrializzati tendono a conservare ingiuste e anacronistiche misure protettive a loro vantaggio, impedendo spesso ai prodotti dei Paesi poveri di accedere ai propri mercati, negli stessi Paesi in via di sviluppo si registrano notevoli difficoltà, anche causate da retaggi culturali, a collegarsi in rete, a sviluppare una cultura della cooperazione, a operare non solo per il consumo o per il mercato locale. Su questi temi la comunità internazionale non ha ancora preso pienamente atto della distinzione tra assistenza e sviluppo.
    3.3 Al n. 10 il Santo Padre si sofferma sul ruolo della finanza e sull’attuale crisi, fonte di preoccupazione diffusa e crescente. Su questi temi è recentemente intervenuto anche il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace con una Nota su Finanza e sviluppo, predisposta in vista della Conferenza Internazionale di Doha sul finanziamento allo sviluppo e pubblicata dall’Osservatore Romano il 23 di novembre. Il Messaggio, oltre a denunciare la mentalità che presiede agli scambi finanziari, tutta giocata sull’autoreferenzialità e sui brevissimi tempi, richiama l’esigenza di un forte radicamento etico dell’attività finanziaria nella prospettiva del bene comune. Il Santo Padre ci dice che l’appiattimento degli obiettivi degli operatori finanziari globali sul brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione importantissima di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove occasioni di produzione e di lavoro nel più lungo periodo.
    3.4 Il n. 11 è particolarmente significativo perché è tutto proiettato nel suggerire alcune soluzioni per rafforzare la cooperazione internazionale. In primo luogo, si richiede un efficace quadro giuridico per l’economia. Mercato sì, ma regolamentato da istituzioni efficienti e partecipate. In secondo luogo, si richiede di investire in educazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell’iniziativa. In terzo luogo, prestare la debita attenzione ai problemi del reddito: in un’economia moderna – si afferma – il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore è un vincolo ineludibile di cui si deve tener conto, se si vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo. La prospettiva economico-culturale delineata dal Messaggio la troviamo espressa nel primo paragrafo del n. 12, dove si delineano il ruolo e le responsabilità di tre attori: il mercato, lo Stato e la società civile. Si afferma: "Mettere i poveri al primo posto comporta, infine, che si riservi uno spazio adeguato a una corretta logica economica da parte degli attori del mercato internazionale, ad una corretta logica politica da parte degli attori istituzionali e a una corretta logica partecipativa capace di valorizzare la società civile locale e internazionale". Si tratta di un passaggio rilevante, perché viene a valorizzare al massimo il ruolo della società civile. Questa parte si chiude al n. 12, con un invito alla governance del fenomeno della globalizzazione, soprattutto attraverso un vero coinvolgimento delle persone: i problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale spesso sono risolti senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni di predisposizione di apparati, di messa a punto di accordi tariffari, di stanziamento di anonimi finanziamenti, mentre invece la lotta alla povertà ha bisogno di uomini e di donne che vivano in profondità la fraternità, che sappiano accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di sviluppo umano.
    4. I nn. 14 e 15 costituiscono la pare conclusiva del Messaggio di Benedetto XVI.Nel mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace se si cresce tutti: le distorsioni di sistemi ingiusti presentano, prima o poi, il conto a tutti. Con un’affermazione molto efficace, il Santo Padre afferma che "Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado". La globalizzazione da sola è incapace di costruire la pace; in molti casi, anzi, produce divisioni e conflitti. La globalizzazione rivela piuttosto un bisogno: quello di essere orientata verso un obiettivo pienamente umanistico di profonda solidarietà per il bene di ognuno e di tutti. In questo contesto, si colloca l’apporto di saggezza e di sapienza che perviene dalla dottrina sociale della Chiesa. Il Messaggio sottolinea che i principi della dottrina sociale chiariscono i nessi tra povertà e globalizzazione e orientano l’azione verso la costruzione della pace. Tra di essi è il caso di ricordare in modo particolare l’«amore preferenziale per i poveri»6, inteso come primato della carità a imitazione di Cristo, testimoniato da tutta la tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini (cf. At 4,32-36; 1Cor 16,1; 2Cor 8-9; Gal 2,10). Quello che risulta particolarmente interessante è l’originalità dell’approccio alla globalizzazione stabilito dalla dottrina sociale: essa coglie l’allargamento della questione sociale alla globalità, non solo come una estensione quantitativa, quanto piuttosto come urgenza di un approfondimento qualitativo sull’uomo e sui bisogni della famiglia umana. Per questo, la Chiesa è interessata agli attuali fenomeni di globalizzazione e alla loro incidenza sulle povertà umane e indica i nuovi aspetti, non solo in estensione, ma anche in profondità, della attuale questione sociale, che è la questione dell’uomo e del suo rapporto con Dio. In questa prospettiva, il Santo Padre invita la Comunità cattolica a non far mancare il suo sostegno. Grazie!
    _____________________
    1 PAOLO VI, Lett. enc. Populorum progressio, 19.
    2 GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 28.
    3 BENEDETTO XVI, Lettera al Cardinale Renato Raffaele Martino in occasione del Seminario internazionale organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema "Disarmo, sviluppo e pace. Prospettive per un disarmo integrale", 10 aprile 2008.
    4 Africa: Somalia; America: Colombia,Perù,Stati Uniti; Asia: Afghanistan,India (Kashmir),Myanmar, Filippine Mindanao,Sri Lanka; Europa: Cecenia; Medio Oriente: Iraq;Israele (territori Palestinesi); Turchia (Kurdistan).
    5 CONCILIO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen Gentium, 1.
    6 GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 42; cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Centesimus annus, 57.

  3. #3
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    Sessant'anni dopo la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - proclamata il 10 dicembre 1948 dalle Nazioni Unite come risposta alla più spaventosa guerra conosciuta - ecco un nuovo messaggio del Papa per la giornata mondiale della pace. All'indomani di una solenne celebrazione tenutasi in Vaticano a cui ha voluto partecipare lo stesso Benedetto XVI con il suo segretario di Stato, insieme al direttore generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro, al presidente della Repubblica italiana e a diverse altre autorità istituzionali. Per ribadire una volta di più, e senza possibilità di equivoci, l'importanza attribuita dalla Santa Sede alla dichiarazione del 1948, in un momento in cui di nuovo sulla Chiesa cattolica piovono accuse infondate, che vogliono cancellare la sua volontà di difendere l'essere umano, ogni essere umano.
    I diritti dell'uomo - ha ripetuto ancora una volta il Papa - sono un dato universale "insito nella stessa natura dell'uomo" perché derivano da quella legge che, "scritta da Dio nella coscienza umana, è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli". Benedetto XVI non è naturalmente un ingenuo, ed è ben consapevole che questi diritti possono avere nelle varie culture "differente formulazione" e un "diverso peso", ma ha fiducia, come sempre l'ha avuta la sua Chiesa, che proprio questa base ragionevole può essere conosciuta da tutti, credenti e non, e può costituire un punto di partenza su cui è possibile confrontarsi e intendersi.
    Senza preclusioni e senza chiusure, e meno che mai con discriminazioni o durezze che alla Chiesa si imputano, mentre essa con pacata e rispettosa chiarezza chiede di essere ascoltata, come ha confermato l'importante discorso tenuto nel sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dal cardinale segretario di Stato: volere escludere la religione "dalla possibilità di concorrere alla costruzione dell'ordine sociale" è una tendenza contraria all'affermazione dei diritti umani. Tra l'altro, con rinnovate persecuzioni, con il cedimento a un dilagante materialismo relativista - che appare nella stessa Europa, preoccupando e scandalizzando popoli appartenenti a tradizioni religiose diverse - e con punte di vera e propria "cristianofobia", tendenza quest'ultima che alti rappresentanti della Santa Sede di recente hanno più volte denunciato.
    Un nuovo esempio dell'atteggiamento fiducioso e nello stesso tempo realista della Santa Sede a proposito dei diritti umani viene appunto dal messaggio per la prossima giornata mondiale della pace: se si vuole costruirla - dice questa volta il vescovo di Roma - bisogna combattere la povertà. Anch'essa offende la dignità della persona umana, mentre il fenomeno della globalizzazione investe il pianeta e mostra come il destino di ognuno sia legato a quello di tutti.
    Il documento di Benedetto XVI non predica principi vuoti né ripete sterilmente buoni propositi. Il testo, infatti, si caratterizza, in continuità con gli insegnamenti papali soprattutto dell'ultimo secolo, per la concretezza e il realismo: sulla globalizzazione, appunto, e su luoghi comuni diffusi ideologicamente come quello che lega la povertà allo sviluppo demografico, quando proprio i dati economici e sociali degli ultimi decenni dimostrano il contrario. E tocca aspetti di immediata attualità come la diffusione di pandemie, la condizione dei bambini, l'urgenza del disarmo legato allo sviluppo, la crisi alimentare, il divario tra ricchi e poveri, la necessità di una solidarietà globale e una radicale correzione degli indirizzi del commercio e della finanza, che deve guardare non all'immediato ma al lungo periodo. Ciascuno - scriveva già nel 1891 Leone XIII - "faccia la parte che gli spetta", mentre la Chiesa "non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua".

    g. m. v.



    (©L'Osservatore Romano - 12 dicembre 2008)
    «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà!
    Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto!
    Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi».
    (San Giovanni Paolo II, Omelia per l'inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978)

  4. #4
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    41^ Marcia per la pace: "Combattere la povertà, costruire la pace"


    19 Dicembre 2008

    news n. 207/2008

    Marcia nazionale per la pace, il 31 dicembre riflettori puntati su Palermo


    Dopo 25 anni, torna in città la marcia nazionale per la pace di fine anno. Si svolgerà infatti, a Palermo il prossimo 31 dicembre 2008 la 41ª Marcia per la pace sul tema: “Combattere la povertà, costruire la pace” scelto da Benedetto XVI in occasione della XLII Giornata mondiale della pace che sarà celebrata il 1° gennaio 2009. La Marcia è promossa dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace, dalla Caritas Italiana, da Pax Christi e dall’Arcidiocesi di Palermo.
    Il programma è stato illustrato stamani nel salone Filangeri della Curia Arcivescovile dall’Arcivescovo mons. Paolo Romeo, dal Vescovo Ausiliare mons. Carmelo Cuttitta e dal direttore della Caritas diocesana mons. Benedetto Genualdi.
    “In sintonia con il tema della Marcia per la Pace – spiega mons. Romeo – ai partecipanti viene chiesto di rinunciare alla cena e di offrire il loro contributo da destinare per una iniziativa in favore di persone che vivono in particolare condizione di povertà. Il contributo di tutti sarà devoluto per la creazione di uno sportello sociale e legale a sostegno dei richiedenti asilo politico”.
    “A quanti viviamo in terra di Sicilia e in particolare a Palermo – aggiunge mons. Cuttitta - sono ben note le povertà di cui sono vittime le popolazioni locali e quelle che continuamente sbarcano sui nostri litorali. Si tratta spesso di una povertà materiale, legata al fenomeno sempre rilevante della disoccupazione, ma anche di una povertà culturale, di una povertà che scaturisce dalla cattiva amministrazione della cosa pubblica che genera e favorisce una illegalità diffusa determinando ulteriori fasce di povertà e di malessere nella nostra Società. Non mancano però i segnali positivi e il grande impegno nel combattere tali realtà negative, da parte delle Istituzioni civili ed ecclesiali. La Marcia per la Pace ci darà l’opportunità di riflettere sul binomio povertà e pace che non riguarda soltanto la nostra terra, ma l’intera Nazione in cui viviamo e, naturalmente, tutto il Pianeta”.
    Il raduno dei partecipanti è previsto per il 31 dicembre 2008 alle ore 17.30 presso l’Istituto tecnico industriale “Alessandro Volta” nei pressi di via Anita Garibaldi dove don Pino Puglisi testimoniò il proprio martirio, successivamente si svolgerà una preghiera ecumenica che sarà presieduta da S.E. mons. Arrigo Miglio, presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace. Poi prenderà il via la Marcia. Seguirà una Tavola Rotonda sul tema: “Lotta alla povertà e solidarietà globale” presso la Basilica di San Domenico. Alle 23.30 Arcivescovo di Palermo S.E. Mons. Paolo Romeo presiederà una celebrazione Eucaristica nella Chiesa Cattedrale di Palermo che sarà ripresa e trasmessa in diretta televisiva da Sat 2000.
    Per disposizione della Curia, saranno sospese nelle Parrocchie, le celebrazioni del “Te Deum” di fine anno al fine di fare convergere i fedeli ai tre momenti essenziali della Marcia.
    Marcia per la pace 2008
    Programma:
    • Ore 17.30 - Raduno di tutti i partecipanti presso l’Istituto Tecnico Industriale “Alessandro Volta”, via Passaggio dei Picciotti, 1 Palermo;
    • ore 18 - Preghiera Ecumenica “Date loro voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13). Presiede S.E.R. Mons. Arrigo Miglio, Vescovo di Ivrea, presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace;
    • ore 19.30 - Partenza della Marcia;
    • ore 20.30 - Tavola Rotonda “Lotta alla povertà e solidarietà globale” presso la Chiesa di San Domenico a piazza S. Domenico a Palermo. Intervengono: P. Nicolas Buttet Fondatore Comunità “Fraternité Eucharistein”, S.E.R. Mons. Giuseppe Pasotto, amministratore Apostolico Caucaso dei Latini, Lucia Fronza Crepaz, presidente Movimento Politico per l’Unità, Claudio Mezzavilla, direttore Caritas diocesi di Cuneo. Modera S.E.R. Mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo di Pescara-Penne, Presidente Nazionale Pax Christi;
    • ore 23.30 - Celebrazione Eucaristica nella Chiesa Cattedrale presiede S.E.R. Mons. Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo. Al termine della celebrazione, rinfresco e scambio degli auguri.

  5. #5
    Fedelissimo di CR L'avatar di VTR
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    Ma gli organizzatori hanno valutato il rischio che passeremo noi marcianti alle 23.30 per andare in Cattedrale?

    Ricordo che Palermo, la notte di capodanno, è più o meno pari a Napoli: botti, fuochi, petardi, spari (speriamo a salve), etc. etc.... mi sa che dovremmo camminare con un ombrello di cemento armato.

  6. #6
    Utente Senior L'avatar di est modus
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    Sono del sommesso parere che problemi come la pace, la povertà, la giustizia e quant'altro non si risolvono con le 'marce'.
    Ci saranno centinaia di comuni che manderanno i loro gonfaloni e le rispettive delegazioni (uno due pullman di persone completamente spesate) a nostre spese. E per concludere cosa ?

  7. #7
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    Tra un'ora la marcia della Pace a Palermo.

    Alle 17:30 raduno dei partecipanti presso l'ITI Alessandro Volta. Qui avrà luogo la preghiera ecumenica presieduta da Mons. Arrigo Miglio, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali. La scuola è stata scelta perchè situata di fronte piazza Anita Garibaldi, luogo in cui fu ucciso Padre Pino Puglisi. Qui saranno letti brani scritti dal sacerdote assassinao dalla mafia.
    La marcia raggiungerà poi la Chiesa di San Domenico dove è prevista la tavola rotonda "Lotta alla povertà e solidarietà globale". Fra coloro che interverranno: l'Arcivescovo di Pescara Tommaso Valentinetti, presidente nazionale Pax Christi.
    Alle 23:30 si svolgerà la Messa presieduta da S.E. Mons. Paolo Romeo, Arcivescovo di Palermo. Al fine di coinvolgere i fedeli, la Curia ha disposto nelle parrocchie la sospensione del tradizionale "Te Deum" di fine anno.
    La marcia per la pace organizzata ogni anno dalla Comunita di Sant'Egidio, il primo gennaio, convoglierà in quella nazionale di questa sera.
    L'appuntamento torna, così, dopo 25 anni nel capoluogo siciliano.

  8. #8
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    Il cardinale Martino, nel tracciare un bilancio dell'anno,
    indica una via possibile per la pace nel Vicino Oriente


    Le armi devono tacere
    per ridare voce al dialogo


    di Mario Ponzi

    "Le armi devono tacere. Il dialogo è l'unica via possibile per riportare la pace nella Terra che le tre religioni abramitiche chiamano Santa e che è di nuovo insanguinata da una feroce recrudescenza di violenze". Il dialogo. Non c'è altra alternativa per risolvere la questione di Gaza. Ne è convinto il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontifico Consiglio della Giustizia e della Pace. "La spirale di attentati e di ritorsioni - ha detto il cardinale nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", per un bilancio dei principali eventi internazionali che hanno interessato più da vicino la Santa Sede nel 2008 - non si ferma certamente intensificando gli uni e le altre". Non a caso, nel messaggio per la giornata della pace 2009 "il Papa invita tutti all'autocritica. Gli schemi finora seguiti si sono rivelati, sempre, non solo intrinsecamente ingiusti, ma anche incapaci di fermare le armi. Per usare le parole della Scrittura, occorre forgiare le armi in vomeri. È proprio la smisurata sproporzione esistente tra le spese militari mondiali e l'aiuto allo sviluppo - vale dappertutto e, dunque, anche nella Striscia di Gaza - a manifestare una profonda sfiducia nella capacità di dialogo, una profonda sfiducia nell'uomo". Mentre "è proprio il dialogo l'unica via possibile per fermare i conflitti".

    Non c'è stato ancora un riferimento diretto in questa vicenda, ma la questione religiosa resta tra le più citate dalla stampa internazionale per spiegare la genesi di molti conflitti. C'è una componente di verità in una simile impostazione?

    Se c'è, è minima. Molti problemi attribuiti oggi quasi esclusivamente alle differenze culturali e religiose trovano la loro origine in innumerevoli ingiustizie economiche e sociali. Ciò è vero anche nella complessa vicenda del popolo palestinese. Nella Striscia di Gaza da decenni la dignità dell'uomo viene calpestata; l'odio e il fondamentalismo omicida trovano alimento. Voglio ribadire che la dottrina sociale della Chiesa pone proprio il rispetto della dignità dell'uomo come il fondamento etico più profondo della ricerca della pace.

    Come si può uscire da questa situazione?

    Basterebbe che la comunità internazionale tutta, le diplomazie, le espressioni delle società civili, ricordassero che il disprezzo, la dimenticanza o anche l'adesione solo parziale al principio del rispetto della dignità dell'uomo, reclamato dalla dottrina sociale della Chiesa, stanno all'origine di ogni conflitto, per non parlare del degrado dell'ambiente e delle ingiustizie sociali ed economiche che hanno comunque portato alla crisi che affligge la società.

    Ferma restando la gravità di quanto accade oggi nel Vicino Oriente, l'anno che si sta concludendo è stato comunque caratterizzato da diversi momenti significativi a livello internazionale. In particolare, per quanto riguarda la Santa Sede, ricordiamo la visita compiuta dal Papa alle Nazioni Unite e il suo discorso. C'è stato anche chi, più volte proprio in questo anno, ha parlato di presunte "condanne" e di "critiche frequenti" della Santa Sede contro l'Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Cosa ci può dire a questo proposito?

    Ho già avuto modo di stigmatizzare lo stile, non proprio rispettoso della verità, di certi media quando si parla dei rapporti tra la Santa Sede e l'Onu. Pretendere di schierare il Papa o la Santa Sede contro le Nazioni Unite è dare informazioni false, commettere una scorrettezza non solo nei confronti dei propri lettori ma anche nei confronti della storia. Basterebbe infatti rileggere quanto affermava Paolo vi a proposito delle Nazioni Unite e riflettere sul significato delle quattro visite che gli ultimi tre pontefici, escludendo Papa Luciani, hanno reso all'assemblea generale dell'Onu per capire quanto sia lontano della realtà sostenere che la Santa Sede è contro. Paolo VI diceva che essa era l'unica risposta possibile ai problemi del nostro tempo. E sosteneva pure che se mai non fosse esistita sarebbe stato necessario costituirla. Nella mia lunga esperienza maturata in qualità di Osservatore della Santa Sede presso l'Onu posso assicurare che è nella quotidianità del suo lavoro che si può comprenderne fino in fondo la missione.

    Ma secondo lei da dove nascono queste storie di contrasti?

    Io credo che la presenza della Santa Sede in un così alto consesso sia sopportata male da certe lobby emergenti. C'è per esempio chi ha interesse a promuovere la pratica abortiva come politica di controllo demografico o chi pretende di riequilibrare i conti economici con l'eliminazione, attraverso l'eutanasia, di malati terminali, o chi va predicando una religione universale che accomuni tutti quanti hanno desiderio di sentirsi liberi da vincoli etici e morali, imposti dalla legge naturale, nei comportamenti. Dinanzi a questi tentativi è chiaro che la Santa Sede ribadisca la sua totale adesione alla legge di Dio e alla legge naturale. Nei suoi legittimi interventi ripete gli insegnamenti del magistero per i suoi fedeli, esprime la sua opinione e decide liberamente e democraticamente se aderire o no a quanto proposto. Ma ciò non legittima nessuno a sostenere che sia contro l'Onu. È davvero un luogo comune senza proclamarlo. Alla conferenza del Cairo del 1994, tanto per fare un esempio, ricordo che la Santa Sede partecipò con una sua delegazione. La maggior parte dei Paesi sviluppati, con a capo gli Stati Uniti del presidente Clinton, si erano presentati con il preciso intento di far passare la legittimazione internazionale dell'aborto come metodo per il controllo dell'espansione demografica. La conferenza del Cairo si è conclusa con l'approvazione dell'articolo 8.25, nel quale si dice esplicitamente che in nessun Paese del mondo l'aborto può essere invocato come metodo di pianificazione demografica. Fu un risultato ottenuto grazie all'opposizione della Santa Sede: nessuno allora si sognò di titolare "La Santa Sede contro le Nazioni Unite". Dunque non appiattimento ma rispetto e stima per le Nazioni Unite. Del resto se tre Papi hanno deciso di recarsi per ben quattro volte in visita all'Onu, un motivo ci sarà. Papa Ratzinger dal canto suo, il 18 aprile di quest'anno, ha chiaramente espresso la sua opinione favorevole nei confronti dell'organizzazione.

    Molti però motivano la presunta contrarietà della Santa Sede con il consenso manifestato a quanti chiedono un cambiamento dell'organismo.

    L'Onu, quando è nata, contava nel suo seno cinquantasei nazioni. Oggi ne conta ben centonovantuno, praticamente tutte le nazioni del mondo. Va da sé che non può continuare a lavorare come prima. Dunque è innegabile che ci sia una impellente necessità di cambiamenti. Ma non è la sola Santa Sede a sostenerne la necessità. E soprattutto ciò non vuol dire essere "contro"; ma tendere a un ulteriore potenziamento.

    Rimane il tentativo di favorire il nascere di questa sorta di religione universale, che libererebbe da qualsiasi vincolo imposto dall'etica e dalla morale, nella quale tutti si dovrebbero riconoscere.

    È l'affermazione di qualcuno che aspira a conquistare maggiore potere contrattuale. Ma posso assicurare che è un'aspirazione che non trova consenso nell'organizzazione. Ban Ki-moon, il segretario generale, mi ha confermato personalmente che c'è, al contrario, l'intenzione di compiere passi ufficiali per favorire decisamente il dialogo tra le diverse religioni, fra tutte le religioni. È convinto che sia necessario e fondamentale per la pace. L'arcivescovo Celestino Migliore sta lavorando a questa iniziativa per la parte che compete alla Santa Sede.

    Ma è vero che qualche tempo fa c'è stata una raccolta di firme per l'esclusione della Santa Sede dalle riunioni dell'assemblea generale delle Nazioni Unite?

    Sì. L'iniziativa fu di una organizzazione non governativa il cui fine era la liberalizzazione dell'aborto. Raccolsero poche migliaia di firme tra i loro iscritti e tra quelli di altri organismi simili. La risposta più bella a questa iniziativa è venuta, proprio lo scorso anno, dagli Stati membri i quali hanno votato all'unanimità l'accettazione ufficiale della presenza della Santa Sede come Osservatore permanente. È stato certamente un passo in avanti nello status della Santa Sede nell'alto consesso internazionale. La sua posizione - dal 1965 sino al 2007 - era infatti conseguenza di una notifica della Santa Sede al segretario generale di inviare un Osservatore. Ricordo questa ufficializzazione dello status della Santa Sede all'Onu anche per smontare tutte le tesi di quei media che cercano di minare questa presenza.

    Il 2008 è stato anche l'anno della commemorazione del sessantesimo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. In base alla sua esperienza, quanti dei diritti sanciti in questa carta vengono tuttora calpestati?

    La carta contiene 30 articoli. Riguardano diritti fondamentali della persona umana quali la vita, la libertà di religione, l'alimentazione. Diversi Pontefici hanno indicato la radice evangelica di questi diritti da tutelare; il cardinale Bertone, proprio durante la cerimonia del 10 dicembre scorso, ha ricordato che non si tratta di diritti prioritari, ma si tratta addirittura della base stessa di tutti i diritti dell'uomo. Durante i miei viaggi nel mondo, 86 solo quest'anno, ho potuto constatare che, purtroppo, ancora oggi ci sono tanti, troppi diritti calpestati. Il diritto al cibo, che fa parte del diritto alla vita, tanto per fare un esempio, è negato a quel miliardo di persone che ogni anno rischia la morte per fame. Le stime sono aumentate in questo ultimo anno di ben quaranta milioni. Per non parlare della libertà religiosa, calpestata laddove si uccide ancora oggi, mossi da fondamentalismi di matrice pseudo-religiosa; o della dignità delle persone, violata dalle leggi razziali o anche soltanto dalla condizione in cui ho visto vivere - anche in Europa - tanti carcerati costretti a stare in sei in celle di due metri per due, senza poter neppure stare in piedi tutti insieme. Di certo nelle carceri che ho visitato, la carta dei diritti umani non è la prima preoccupazione.

    Alla luce di quanto ci ha appena detto, cosa pensa delle proposte avanzate per introdurre nuovi diritti?

    La Chiesa è per il rispetto di tutti i diritti che riguardano la dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Il diritto che essa ritiene fondamentale è quello alla vita, sempre e comunque, dal primo istante del concepimento sino al termine naturale. Dunque si oppone sempre quando si vuole sopprimere una vita. La vita che la Chiesa difende è quella di tutti gli uomini, senza distinzioni di razze o culture. E questo principio non viene meno anche nel caso dell'omosessualità, intorno alla quale è stata innescata una polemica del tutto gratuita e senza senso. La Chiesa si oppone decisamente alle legislazione di quegli Stati che condannano, a volte sino alla pena capitale, l'omosessualità. Anzi è pronta a scendere in campo con tutte le sue forze e in ogni ambito per difendere la vita di ogni persona, dunque anche degli omosessuali. Diverso è il caso in cui si vorrebbe costringere la Chiesa ad accettare l'identificazione del matrimonio naturale tra un uomo e una donna con forme di unione tra persone dello stesso sesso: facciano ciò che vogliono ma non pretendano di equiparare queste realtà, ben diverse tra loro. Abbiamo ricevuto da Dio il dono preziosissimo della libertà, anche della libertà di scegliere se peccare o no. In nome di quella stessa libertà però non si può impedire alla Chiesa di ribadire la sua posizione. Io credo alla fine che anziché polemizzare su altri presunti diritti da inserire sarebbe molto più importante profondere le nostre energie per far rispettare da tutti quelli sanciti da sessant'anni e ancora negati in tanti Paesi del mondo.

    Parlando dei diritti calpestati lei, oltre al diritto alla vita e alla libertà di religione, ha fatto cenno al diritto all'alimentazione. Il Papa nel messaggio per la giornata della pace ha smentito categoricamente il nesso tra sovrappopolazione e crisi alimentare.

    È un'altra di quelle falsità che circolano tra le lobby internazionali. Le stesse che poi impongono limiti all'esportazione di determinati prodotti da parte di certi Paesi, vietano la produzione di alcuni generi alimentari ad altri, controllano la circolazione internazionale dei beni attraverso dazi e gabelle varie, e così via. Per avere un'idea di quali possibilità di alimentazione globale ci siano oggi nel mondo basti pensare che un Paese come l'Argentina, oltre ad assicurare le scorte per tutta la sua popolazione, sarebbe in grado di sfamare altri cinquecento milioni di persone. La questione è proprio nelle mani di uomini senza scrupoli che mirano solo al profitto e non certo al benessere di tutti. È dunque una questione di ingiusta distribuzione delle risorse alimentari, di per sé sufficienti a sfamare tutta la popolazione mondiale. E invece la gente continua a morire di fame. Ma di quale rispetto dobbiamo continuare a parlare?

    Che senso ha allora continuare a portare avanti l'argomento degli organismi geneticamente modificati come soluzione al problema della fame nel mondo?

    Nessuno. Se si vuole proseguire sulla strada degli ogm, lo si faccia liberamente, ma senza nascondere che si tratta di un mezzo per trarre ulteriori profitti. Del resto non costituiscono una novità. Anche recentemente ci siamo riuniti per discuterne. Non si è giunti a particolari conclusioni se non sconfessare quei Paesi che sventolano la loro contrarietà alla produzione di ogm e poi comprano mangimi e altri cibi per animali trattati con ogm. È un non senso.

    Ma allora ogm sì o no?


    Ci vuole prudenza. Se servissero realmente ad aiutare una popolazione ben vengano. Ricordo che negli anni sessanta alcuni gesuiti nelle Filippine inventarono il cosiddetto "riso miracolo". Proprio modificando geneticamente il seme originario ottennero il 70% in più di riso. Oggi le Filippine sono tra i più grandi esportatori di riso. La Chiesa è convinta delle possibilità che ha l'uomo di usare il creato, mettendo a profitto la sua intelligenza. Importante è non abusarne.

    Ormai si ragiona in termini di globalizzazione. Ma quali sono gli effetti reali sui Paesi in via di sviluppo?

    È una questione difficile da precisare. Globalizzazione vorrebbe dire - usando una metafora - mettere tutto nello stesso contenitore al quale poi tutti possano liberamente accedere. Ma vorrebbe anche dire lo spostamento delle risorse da Paesi ricchi a Paesi poveri per aiutarli a crescere. Nella realtà dei fatti invece ciò non avviene. O avviene molto raramente e in modo sbagliato; anzi spesso causa discordie e guerre anziché sviluppo e pace. Il fatto è che se un Paese ricco investe in un Paese povero il frutto di quell'investimento torna praticamente tutto al primo e al secondo restano solo le briciole. Questa è una grave forma di ingiustizia, poiché il sostegno cela lo sfruttamento. E non basta affermare che porta comunque lavoro perché, se le finalità non sono sinceramente e prioritariamente indirizzate allo sviluppo della ricchezza di quel popolo che si intende aiutare, il lavoro si trasforma in schiavitù. E questo non favorisce certo l'instaurarsi di un clima di pace e di speranza in un mondo di fatto globalizzato. Il mondo ha bisogno di una maggiore onestà di fondo. Questo è il vero problema.

    La crisi economico-finanziaria che sta caratterizzando questo periodo per molti sta provocando un eccesso di produzione che il mercato non riesce più ad assorbire. Il Papa nel suo messaggio denuncia la politica economica a breve e brevissimo termine. Quali possono essere le ricadute nei Paesi poveri?

    Un simile comportamento crea naturalmente ulteriori squilibri perché per le aziende si è verificato uno stato di sovrapproduzione. Per far fronte alla situazione sono passate a una politica aziendale di sottoproduzione rispetto alle reali loro possibilità, sia tecnologiche che finanziarie. Con ciò hanno creato scompensi anche nel mercato del lavoro con licenziamenti e cassa integrazione. Certo che potrebbero dedicare queste loro potenzialità a favore dei Paesi sottosviluppati piuttosto che smettere di produrre! Ma quale sarebbe il profitto? Ecco la molla dell'intero meccanismo che perde colpi, il profitto, il controllo del capitale, che non dovrebbe essere l'unico fine. È indispensabile che all'interno di ogni impresa il legittimo perseguimento del profitto si armonizzi con l'irrinunciabile tutela della dignità delle persone che a vario titolo vi operano. La dottrina sociale della Chiesa è molto chiara in proposito. Il nostro dicastero ne sta da tempo pubblicando il Compendio in tante lingue diverse e io giro il mondo per farlo conoscere ovunque. Sono convinto che la pace dipenderà molto dal modo in cui gli uomini impareranno a conoscere questa dottrina in profondità e da come vorranno e sapranno applicarla.



    (©L'Osservatore Romano - 1 gennaio 2009)
    «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà!
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    (San Giovanni Paolo II, Omelia per l'inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978)

  9. #9
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    Gli auguri per l'anno appena iniziato hanno dato al Papa - soprattutto nelle suggestive liturgie che segnano il passaggio del calendario - l'occasione per riflettere sul momento attuale. Innanzitutto la riflessione, tradizionale ma non per questo meno vera, sul tempo che passa e che è un dono del Creatore perché le sue creature compiano il bene. Un dono, da non sprecare, da parte di quel Dio che è venuto nel tempo per manifestarsi nella carne "amico dell'uomo".
    La venuta di Dio che si celebra in questo tempo di Natale ha anticipato la sua seconda venuta - quella definitiva invocata sin dai primi tempi del cristianesimo - e ha portato al mondo la speranza. Un sentimento non vago e generico, ma la consapevolezza che la storia ha un fine. A questa speranza, che incide nella vita quotidiana di ogni essere umano, bisogna educarsi e soprattutto educare i giovani. Anche nella crisi mondiale che inquieta e preoccupa. Venendo al mondo in una povertà voluta, Gesù la propone come scelta da compiere per contrastare la povertà che offende la giustizia.
    Per questo bisogna riscoprire sobrietà e solidarietà, che sono valori evangelici e universali al tempo stesso, necessari a costruire la pace vera frutto della giustizia: opus iustitiae pax. Come ha mostrato la singolare consonanza tra quanto ha detto Benedetto XVI e i messaggi di fine d'anno del cancelliere tedesco Angela Merkel e del presidente italiano Giorgio Napolitano - a coronamento di un anno in cui ripetuti e cordialissimi sono stati gli incontri tra il Papa e il capo dello Stato ed evidente la sintonia tra i due colli romani per eccellenza, il Quirinale e il Vaticano, alla vigilia dell'ottantesimo anniversario dei Patti lateranensi.
    E non si tratta di discorsi di circostanza. La crisi mondiale, al tempo della globalizzazione, va letta nel profondo e può costituire un'occasione preziosa per cambiare. Che cosa? Stili di vita, economie, rapporti tra le persone e tra le nazioni. Le povertà da combattere sono infatti molteplici e di fronte a queste il vescovo di Roma ha di nuovo levata alta la sua voce per denunciare con forza "l'inaccettabile corsa ad accrescere gli armamenti" che viola la stessa Carta delle Nazioni Unite e le contrapposte violenze che alimentano la nuova guerra di Gaza e colpiscono soprattutto i più poveri.
    Sì, la crisi può essere davvero un'occasione per tornare a riflettere nel proprio intimo: sul tempo che scorre e sulla necessità di quella rivoluzione pacifica iniziata con la venuta nella carne di Gesù e che ha bisogno - ha sottolineato Benedetto XVI - di "infinita pazienza" e di tempi anche lunghissimi perché è "la via della maturazione della responsabilità delle coscienze". Di credenti e non credenti, perché la sobrietà e la solidarietà sono valori tanto evangelici quanto universali, come lo è la pace che discende dalla giustizia.

    g. m. v.



    (©L'Osservatore Romano - 2-3 gennaio 2009)
    «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà!
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    (San Giovanni Paolo II, Omelia per l'inizio del Pontificato, 22 ottobre 1978)

  10. #10
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