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Discussione: Violenze e persecuzioni contro i cristiani nel mondo

  1. #941
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    Il silenzio dell’Europa che nasconde le croci e dimentica i cristiani

    Scorderemo i morti di Tanat e di Alessandria come quelli del Cairo e del nord del Sinai. Come le vittime di Lahore e i 21 decapitati in Libia






    Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando leggerete queste righe non ne parlerà più nessuno. Perché l’indifferenza e il silenzio uccidono esattamente quanto il tritolo e gli shahid. Ricordate il giorno di Pasqua di un anno fa, a Lahore, in Pakistan? Terminata la Messa, una comunità di cristiani – ma c’erano anche non pochi musulmani – si riunisce in un parco per trascorrere qualche ora di festa. L’attentatore suicida toglie la vita a 9 donne, 31 bambini, 38 uomini e ferisce oltre 300 persone; tempo due giorni e il fatto scompare dalle cronache e dai media. Accadrà lo stesso pure per le decine di vittime e per le centinaia di feriti delle chiese di Tanta e di Alessandria. D’altronde, chi associa quanto ivi accaduto qualche giorno fa ai 26 morti per analogo attentato nella cattedrale copta del Cairo, lo scorso dicembre? O ai nove omicidi, tutti ispirati all’odio religioso, nei primi mesi del 2017 nel nord del Sinai?

    Facciamo un sondaggio, chiediamo a un campione di europei che cos’è l’Egitto: verrà fuori che è un luogo dove fino a qualche anno fa si potevano fare vacanze a buon prezzo al mare o fra musei e piramidi, ma adesso il terrorismo sconsiglia di frequentarlo. Il terrorismo, genericamente; come se fosse un evento naturale al pari dei terremoti e degli acquazzoni. Chi parla dei cristiani copti? Una minoranza, certo, rispetto alle decine di milioni di musulmani sunniti; ma una minoranza che comunque conta oltre quattro milioni di fedeli, che affonda le sue radici nella predicazione degli apostoli – il primo evangelizzatore è san Marco, cui è dedicata proprio una delle chiese colpite domenica scorsa –, che ha espresso testimonianze di fede importanti, che negli ultimi decenni ha conosciuto un significativo avvicinamento alla Chiesa cattolica (a fianco di quella parte di copti che sono sempre stati cattolici), confermato dalla visita che papa Francesco compirà fra un paio di settimane. Fra le nazioni che hanno l’islam come religione di Stato, l’Egitto è quella al cui interno le condizioni dei cristiani sono certamente fra le meno problematiche, e non vi è dubbio che quanto a rispetto della libertà religiosa a partire da giugno 2014, con Abd al-Fatah al-Sisi, il governo centrale sia meglio disposto rispetto alla presidenza di Mohammed Morsi. Ma questo non vuol dire che la vita quotidiana dei cristiani in Egitto sia tranquilla.

    Quando apriremo gli occhi?
    Come abbiamo dimenticato Lahore, non ricordiamo più le terribili immagini del febbraio 2015: 21 copti rapiti in Libia e decapitati sulle rive del mare. Più volte cristiani sono rapiti da gruppi criminali, e rilasciati solo in cambio del pagamento di un riscatto. Le notizie di chiese copte date alle fiamme, e di esercizi commerciali e abitazioni distrutte perché appartenenti a cristiani non si contano. Al tempo stesso, la realizzazione di nuovi edifici di culto costituisce un percorso lungo e a ostacoli, a causa di burocrazie e di impiegati statali fondamentalisti, che inventano di tutto per impedirne il compimento. Kom Boha è un villaggio a 60 chilometri da Assiut, nell’Alto Egitto; la comunità cattolica, composta da 1.500 fedeli, ha assistito per decenni alla Messa celebrata in un piccolo spazio messo a disposizione da una famiglia: poiché dentro l’abitazione entravano in pochissimi, gli altri restavano fuori, pregavano davanti ad una croce dipinta sul muro.

    La fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre è intervenuta e finalmente è sorta una chiesa intitolata a San Giorgio. Da questa parte del Mediterraneo a Messa andiamo sempre di meno, nascondiamo le croci, e una recente sentenza della Corte di giustizia europea, nello stabilire la legittimità del licenziamento di una donna che non accettava di lavorare senza velo, ha sancito che in realtà nessun simbolo religioso va mostrato pubblicamente.
    Qualche anno fa avremmo detto che l’Egitto di oggi, come ogni luogo di cruenta persecuzione di cristiani, continuando a essere ignorato dai media occidentali, sarebbe diventato l’Europa di domani. Non è più così: è il presente, come attestano tragicamente Stoccolma, Londra, Berlino, Nizza. Quand’anche non fossero la vicinanza nella fede e la civile solidarietà a farci partecipare alle sofferenze dei nostri fratelli nella fede a Tanta o ad Alessandria, dovrebbe soccorrere la convenienza. Quando apriremo gli occhi?

    Fonte: http://www.tempi.it/il-silenzio-dell...ca-i-cristiani




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  2. #942
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    Francesco: martiri ci ricordano che Dio rinnova il mondo col suo amore

    Papa Francesco presiederà oggi pomeriggio, nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola, una “Preghiera per i Nuovi Martiri”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio. Durante la celebrazione, alcuni familiari e amici di cristiani uccisi in odio della fede leggeranno delle testimonianze al Santo Padre. Tra loro anche la sorella di padre Jacques Hamel, Roselyne. Nel servizio di Alessandro Gisotti un’anticipazione su come si svolgerà la celebrazione:

    “Esultano in cielo i santi martiri, che hanno seguito le orme di Cristo, per suo amore hanno versato il sangue e si allietano per sempre nel Signore”. Sono le prime parole dell’Inno dei Martiri che, assieme al suono delle campane, accompagnerà l’arrivo di Papa Francesco nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola, la chiesa che – per volere di San Giovanni Paolo II – è divenuta, dopo il Giubileo del 2000, “Memoriale dei testimoni della fede del XX e del XXI secolo”. Il primo atto del Papa nella Basilica – si legge nel Libretto della Celebrazione – sarà la venerazione delle reliquie di San Bartolomeo e dell’Icona dei “nuovi martiri”.

    Le testimonianze sui nuovi martiri, segno di speranza nella prova
    Dopo il saluto di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio che ha promosso l’evento, Papa Francesco pronuncerà una preghiera per sottolineare che “la Parola di Dio ha sostenuto e illuminato questi fratelli nella prova” e che va dunque accolta “come dono prezioso perché sia lampada ai nostri passi e apra l’umanità alla speranza”. Momento forte della celebrazione saranno le testimonianze sui nuovi martiri: il figlio di Paul Schneider, pastore della Chiesa riformata, ucciso nel campo di sterminio di Buchenwald nel 1939, un amico di William Quijano, ucciso da bande armate in Salvador, e Roselyne Hamel, sorella di padre Jacques, ucciso in chiesa da fondamentalisti islamici. “Possa il sacrificio di Jacques – è il suo auspicio – portare dei frutti, perché gli uomini e le donne del nostro tempo possano trovare la via per vivere insieme in pace”.

    Disarmare la violenza blasfema di chi uccide in nome di Dio
    Dopo le testimonianze e le omelie, il Papa si recherà presso le cappelle della navate laterali della Basilica accendendo una candela su ciascun altare recante le reliquie e le memorie dei testimoni della fede. Sarà dunque il momento della preghiera dei fedeli. “Facciamo memoria di quanti hanno effuso il loro sangue nella fedeltà al Vangelo – l’orazione di Francesco – e preghiamo Dio onnipotente perché il mondo intero sia rinnovato dal suo amore”. Vengono dunque richiamati alcuni nomi di “nuovi martiri” e ad ogni memoria viene accesa una candela, mentre l’assemblea si unisce al coro cantando il Kyrie. Significative le intenzioni di preghiera. Si chiederà al Signore che i “martiri di ogni tempo e di ogni Chiesa ci guidino verso l’unità” e ancora affinché “sia disarmata la violenza blasfema di chi uccide in nome di Dio”.

    Dopo la celebrazione, l’incontro con un gruppo di rifugiati
    Il Papa chiederà dunque al Signore “per il sangue versato” dai martiri di “concedere all’umanità ferita dal male di ritrovare la gioia e la luce del bene che il Tuo Figlio ci ha offerto a prezzo della sua stessa vita”. Al termine della celebrazione, Papa Francesco uscirà in processione. Dopo aver incontrato un gruppo di rifugiati all’interno dei locali della Basilica, rivolgerà un saluto alla folla raccolta sul sagrato di San Bartolomeo.


    fonte: Radio Vaticana
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  3. #943
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    Pakistan. Cristiano avvelenato in Punjab dal suo «padrone»

    Javed, 28 anni, ha lavorato per due anni come «schiavo» per un debito di 2500 euro. Ma quando l'ha ripagato il creditore islamico non l'ha lasciato andare

    La schiavitù per debito continua a mietere vittime in Pakistan. Centinaia di individui o intere famiglie restano intrappolate nella rete di imprenditori e latifondisti senza scrupoli. Pronti a legare a sé i più poveri, concedendo loro crediti che non saranno mai in grado di cancellare. E anche quando ci riescono non è detto che il “padrone” decida di lasciarli andare. Anzi. Spesso gli ex schiavi, sfruttati fino allo sfinimento, vengono uccisi una volta terminato il “servizio”.
    Proprio tale sorte sarebbe toccata a Javed Masih, cristiano 28enne di Faisalabad, popoloso centro della provincia del Punjab, assassinato – come hanno spiegato i familiari – da una dose di veleno somministrata dal creditore, un ricco musulmano, Tajamal Jatt, a cui Javed aveva chiesto, nel giugno di due anni fa, un prestito di 315mila rupie (circa 2.500 euro) per potere acquistare un’abitazione da destinare ai genitori.
    In cambio, firmando un contratto, si era impegnato a svolgere, per due anni, in condizione di totale dipendenza, attività domestiche e agricole per un minimo di 14 ore al giorno, sovente con un sovraccarico anche notturno quando gli veniva richiesto.
    Due anni di sostanziale schiavitù, in cui il giovane ha anche subito umiliazioni e percosse da parte di Tajamal e dei fratelli Muzamal e Bilal. Javed ha sopportato senza reagire, sostenuto nel suo impegno anche dalla fede e dalla vicinanza della madre con cui si confidava. Proprio la madre ha segnalato i crescenti timori del figlio dopo che si era confidato con uno dei suoi aguzzini, Bilal, esprimendogli la speranza di potersi sposare e condurre una nuova vita alla scadenza del contratto.
    Quest’ultimo gli aveva detto chiaro e tondo che non si sarebbe mai affrancato da quel debito. A giugno, quando si è rivolto ai fratelli di Tajamal Jatt chiedendo loro di lasciarlo andare, ne ha ricavato solo insulti e minacce.
    Poi sono arrivate intimidazioni sempre più esplicite. E infine un pestaggio davanti ad altri compagni di sventura. Alla fine, Javed si è “arreso” ai fratelli-schiavisti nel timore di ritorsioni sulla propria famiglia.
    Ma a quel punto era così prostrato da non riuscire più a sostenere i ritmi di lavoro precedenti. E i suoi “carcerieri” non hanno “perdonato”. Il 17 luglio scorso, mentre rientrava dopo aver acquistato un pesticida in pillole, si è sentito male. Nonostante le richieste, le suppliche, non è stato portato in ospedale: i suoi aguzzini lo hanno semplicemente scaricato davanti alla casa della madre. Quest’ultima ha tentato di farlo ricoverare il prima possibile. Ma un’autoambulanza è arrivata solo il mattino seguente, dopo un ulteriore aggravamento. Javed è arrivato in ospedale. E due ore dopo è morto.
    I sintomi che hanno portato al decesso tra atroci dolori sono descritti dai mass media pachistani come compatibili con l’avvelenamento da pesticida.
    La famiglia ha sporto una denuncia contro Tajamal in cui chiede anche di considerare i segni di percosse e le ferite sul corpo di Javed come prove per procedere con un’indagine per omicidio. Per i fratelli-schiavisti si tratterebbe invece di suicidio, oppure di morte per cause naturali.
    Ancora una volta, davanti a una vicenda tragica che coinvolge un esponente delle minoranze (dei 2,3 milioni di schiavi per debito come Javed, il 90 per cento sono di fede indù o cristiana) si manifesta l’arroganza di chi ritiene normale tenere in stato di asservimento altri individui, tenuti ai margini per questioni sociali o legali.
    Come segnala Wilson Chowdhry, presidente dell’Associazione cristiana anglo-pachistana che sostiene la famiglia in questo tempo difficile: «La Legge sull’abolizione del lavoro forzata del 1992 non vale nemmeno la carta su cui è scritta e l’apatia del governo nell’applicarla indica il poco valore dato ai cristiani e a altre minoranze».

    Fonte: https://www.avvenire.it/mondo/pagine...al-suo-padrone
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  4. #944
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    Il papa in Myanmar. La faccia violenta del buddismo

    Lunedì 28 agosto la sala stampa vaticana ha dato l'annuncio ufficiale del viaggio che papa Francesco compirà in Myanmar e Bangladesh dal 30 novembre al 2 dicembre.

    Curiosamente, però, il giorno prima, al termine dell'Angelus domenicale, Francesco è incappato in un incidente col primo dei due paesi. Ha detto, un po' leggendo e un po' improvvisando, le seguenti parole, assenti dal testo anticipato ai giornalisti:

    "Sono arrivate tristi notizie sulla persecuzione di una minoranza religiosa, i nostri fratelli Rohingya. Vorrei esprimere tutta la mia vicinanza a loro. E tutti noi chiediamo al Signore di salvarli e suscitare uomini e donne di buona volontà in loro aiuto, che diano loro i pieni diritti. Preghiamo per i fratelli Rohingya".

    Nelle ore successive, le reazioni a queste parole sono state, in Myanmar, decisamente negative. Non solo sui media allineati al governo, che nemmeno tollerano che si definiscano "Rohingya" i musulmani che abitano la regione del Rakhine al confine con il Bangladesh, da anni vittime di una persecuzione feroce, ma anche da parte di esponenti della minuscola Chiesa cattolica locale.

    Raymond Sumlut Gam, vescovo di Bhamo ed ex direttore di Caritas Myanmar, ha dichiarato ad Asia News:

    "Abbiamo paura che il papa non abbia informazioni abbastanza accurate e rilasci dichiarazioni che non riflettono la realtà. Affermare che i Rohingya sono ‘perseguitati’ può creare gravi tensioni in Myanmar".

    E P. Mariano Soe Naing, portavoce della conferenza episcopale di quel paese:

    "Se avessimo bisogno di portare il Santo Padre dalle persone che da noi più soffrono, lo porteremmo ai campi profughi dei Kachin [etnia prevalentemente cattolica – ndr], dove molte vittime della guerra civile sono state sfollate dalle loro case. Per quanto riguarda l'uso del termine ‘Rohingya’, il mio parere è che, per mostrare rispetto verso il popolo ed il governo del Myanmar, usare l’espressione accettata dalle istituzioni ['musulmani del Rakhine' - ndr] è più indicato. Se il papa usasse quel termine durante la visita, saremmo preoccupati per la sua sicurezza".

    In Myanmar i cattolici sono poco più dell'uno per cento della popolazione, 600 mila su 50 milioni, e sono ritenuti dai più un corpo estraneo, al pari di altre minoranze perseguitate Quindi si può capire che stiano sulla difensiva.

    Sorprende invece che la segreteria di Stato vaticana non abbia predisposto per papa Francesco, se proprio voleva intervenire pubblicamente sulla persecuzione dei Rohingya, un testo meno improvvisato, tanto più nell'imminenza di un suo viaggio in quel paese.

    Con il Myanmar la Santa Sede ha allacciato quest'anno i rapporti diplomatici. E in maggio è giunta in Vaticano a incontrare il papa Aung San Suu Kyi, la premio Nobel per la pace tenuta agli arresti domiciliari per 15 anni dal regime militare e infine democraticamente eletta e nominata ministro degli esteri in un governo che però è sempre sotto il controllo dell'esercito, che continua a detenere le vere leve del potere.

    Un aggiornatissimo dossier dovrebbe dunque essere a disposizione di papa Francesco, in vista del suo viaggio.

    Ma, appunto, le parole da lui dette all'Angelus di domenica 28 agosto non sono parse le più calibrate.

    Che un papa si erga a difensore di musulmani che si trovano questa volta dalla parte non dei persecutori ma dei perseguitati è certo non solo doveroso, ma di sicuro effetto nello scenario mondiale.

    Ma in Myanmar tra i perseguitati vi sono anche i cristiani delle etnie Kachin e Chin, nel nord del paese, e Karen e Karenni, nell'est. Non si contano negli ultimi anni le chiese distrutte, i villaggi messi a ferro e fuoco, le decine di migliaia di persone costrette alla fuga.

    E soprattutto: chi e perché li perseguita?

    Filtrano notizie di di conversioni forzate al buddismo, anche in tenera età, in scuole finalizzate a trasformare gli alunni di altre fedi in piccoli monaci col capo rasato e la tunica arancione. L'importazione di Bibbie e libri religiosi è illegale. Ai non buddisti è preclusa qualsiasi carriera nelle amministrazioni statali.

    Di fede buddista è infatti la stragrande maggioranza della popolazione del Myanmar. E sono capitanate da monaci buddisti le organizzazioni più intolleranti contro le minoranze di altre fedi, col pieno appoggio dei militari.

    Tutto l'opposto, cioè, della leggenda che accompagna universalmente il buddismo, quasi sempre dipinto come tutto pace, compassione, saggezza, fratellanza.

    La realtà è molto diversa. La libertà religiosa è pesantemente repressa non solo in Myanmar ma, sia pure in misura minore, in altri paesi a dominante buddista come lo Sri Lanka, già visitato da papa Francesco nel 2015, il Laos, la Cambogia, il Buthan, la Mongolia.

    In queste ultime settimane la persecuzione dei Rohingya da parte del regime buddista del Myanmar ha toccato il suo apice, costringendo molti di loro a fuggire verso il Bangladesh, che però li blocca alle frontiere. E questo proprio ora che papa Francesco si appresta a visitare entrambi questi paesi.

    Aung San Suu Kyi, paladina dei diritti umani, lascia fare e tace, pesantemente condizionata com'è dal prepotere dei militari e dei buddisti più intolleranti.

    Papa Francesco non ha questi vincoli. E non solo i Rohingya ma tutte le minoranze perseguitate del Myanmar si aspettano da lui che parli e agisca da uomo libero, che ne prenda le difese, certo, ma anche apertamente denunci chi li opprime e perché.

    Non gli sarà facile esaudire questa seconda aspettativa.

    http://magister.blogautore.espresso....-del-buddismo/

  5. #945
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    Giuste le parole del Santo Padre.

    Trovo francamente un pessimo segnale quelle dei vescovi birmani che invitano a gettare lo sguardo altrove.

  6. #946
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    Sono molto preoccupato per queste tesi negazioniste in Myanmar. Si affacciano tentazioni xenofobe nell'episcopato. Veramente un brutto segno.

  7. #947
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    Sono situazioni che esistono in tutto il III e IV mondo, stanno ingigantendo la questione.
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  8. #948
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    Nel 2017 uccisi nel mondo 23 missionari
    Si tratta di 13 sacerdoti, 1 religioso, 1 religiosa, 8 laici. Il numero più elevato si registra in America. Dal 2000 al 2016 uccisi nel mondo 424 operatori pastorali tra cui 5 vescovi

    Secondo l’annuale rapporto stilato a fine anno dell’Agenzia Fides nel 2017 sono stati uccisi nel mondo 23 missionari. Secondo la ripartizione continentale, per l’ottavo anno consecutivo, il numero più elevato si registra in America, dove sono stati uccisi 11 operatori pastorali (8 sacerdoti, 1 religioso, 2 laici), cui segue l’Africa, dove sono stati uccisi 10 operatori pastorali (4 sacerdoti, 1 religiosa, 5 laici); in Asia sono stati uccisi 2 operatori pastorali (1 sacerdote, 1 laico). Dal 2000 al 2016, secondo i dati raccolti dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 424 operatori pastorali, di cui 5 Vescovi.

    Operatori pastorali morti in modo violento
    L’elenco annuale di Fides ormai da tempo non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma cerca di registrare tutti gli operatori pastorali morti in modo violento, non espressamente “in odio alla fede”. Per questo si preferisce non usare il termine “martiri”, se non nel suo significato etimologico di “testimoni”, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro, e che cerchiamo comunque di documentare in questo stesso contesto annuale.

    Morti in contesti dove manca il rispetto per la vita e ogni diritto umano
    Molti operatori pastorali sono stati uccisi durante tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, in contesti di povertà economica e culturale, di degrado morale e ambientale, dove violenza e sopraffazione sono assurte a regola di comportamento, nella totale mancanza di rispetto per la vita e per ogni diritto umano. A tutte le latitudini sacerdoti, religiose e laici condividono con la gente comune la stessa vita quotidiana, portando il valore specifico della loro testimonianza evangelica come segno di speranza.

    All’elenco mancano i tanti operatori pastorali vittime di violenza a causa della fede
    Gli uccisi sono solo la punta dell’iceberg, in quanto è sicuramente lungo l’elenco degli operatori pastorali, o dei semplici cattolici, aggrediti, malmenati, derubati, minacciati, come quello delle strutture cattoliche a servizio dell’intera popolazione, assalite, vandalizzate o saccheggiate. Agli elenchi provvisori stilati annualmente dall’Agenzia Fides, deve sempre essere aggiunta la lunga lista dei tanti, di cui forse non si avrà mai notizia o di cui non si conoscerà neppure il nome, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo.

    Raramente gli assassini di preti o suore vengono individuati o condannati
    Esemplificativa la condanna del mandante dell’assassinio del missionario gesuita spagnoolo Vicente Canas, ucciso in Brasile nel 1987. Nel primo processo, celebrato nel 2006, gli imputati vennero assolti per mancanza di prove; il nuovo processo del 29 e 30 novembre, ha portato alla condanna del mandante, unico sopravvissuto degli imputati. (Agenzia Fides)


    fonte: Vatican News
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  9. #949
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    Egitto, attacco a una chiesa copta: nove morti.


  10. #950
    CierRino di platino L'avatar di maurum
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    Cristiani: 215 mln perseguitati per fede

    Il Rapporto della associazione internazionale Porte Aperte






    (ANSA) - ROMA, 10 GEN - "Cresce la persecuzione anti-cristiana nel mondo in termini assoluti, oggi sono oltre 215 milioni i cristiani perseguitati". È il dato che l'associazione internazionale 'Porte aperte' evidenzia nel rapporto annuale, il World Watch List 2018 (dati del periodo tra il 1° novembre 2016 e il 31 ottobre 2017). È la lista dei 50 Paesi - riporta il Sir - dove i cristiani sono più perseguitati.


    Al top della classifica dei Paesi in cui i cristiani hanno le maggiori difficoltà ci sono Corea del Nord e Afghanistan. Nelle "top ten" anche Somalia, Sudan, Pakistan, Eritrea, Libia, Iraq, Yemen e Iran. È in Pakistan che la persecuzione ha i connotati più violenti in assoluto.


    I Paesi europei nella lista sono la Turchia, al 31° posto, e l'Azerbaigian, al 45°. "L'oppressione islamica continua a essere la fonte principale di persecuzione dei cristiani": è quanto sottolinea ancora il Rapporto 2018 che conta 3.066 cristiani uccisi a causa della loro fede e 15.540 gli edifici di cristiani attaccati (chiese, case private e negozi). ansa.it




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