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Discussione: Ordine Francescano: storia dell'Ordine, spiritualità, notizie dalle varie Famiglie

  1. #11
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    Io non ho mai visto un Cappuccino del convento vicino a casa mia senza saio, mentre vedo spesso i Frati Minori della mia città in borghese.

  2. #12
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    Ordine Francescano: storia dell'Ordine, spiritualità, notizie dalle varie Famiglie

    ORDINE DEI FRATI MINORI


    Nota introduttiva:

    Per ben conprendere la nascita dell'Ordine Francescano, ritengo necessario accennare una breve biografia di san Francesco di Assisi.

    In seguito con, l'aiuto di tutti potremo arricchire questa discussione con passi delle Fonti Francescane, preghiere, testimonianze, immagini, notizie e aggiornamenti.




    STORIA DI SAN FRANCESCO





    Francesco nasce ad Assisi nell'inverno del 1182 da Pietro di Bernardone e Madonna Pica, una delle famiglie più agiate della città.
    Il padre commerciava in spezie e stoffe. La nascita di Francesco lo coglie lontano da Assisi, mentre era in Provenza, occupato nella sua professione. La madre scelse il nome di Giovanni, nome che fu subito cambiato in Francesco quando tornò il padre. La fanciullezza trascorse serenamente in famiglia e Francesco potè ricevere un’educazione adeguata ad introdurlo nella professione paterna. A questa formazione si deve la sua conoscenza del latino, seppur rudimentale.
    I suoi biografi raccontano la sua giovinezza spensierata ed allegra, le feste da lui organizzate e la baldoria per le vie di Assisi.
    All'età di vent'anni, come molti giovani della sua età, Francesco partecipò alla guerra tra Assisi e Perugia, durante la quale fu fatto prigioniero. La prigionia e gli stenti plasmarono l'animo del giovane e più il corpo si indeboliva, più cominciava a subentrare in lui il senso della carità e del bene verso gli altri. Tornò a casa gravemente malato e solo le amorevoli cure della madre ed il tempo lo ristabilirono, ma la vita spensierata condotta fino a quel momento iniziò a sembrargli vuota. Inizia così una delle prime sue crisi, che, seppur lentamente, lo porteranno ad un profondo cambiamento.
    Nel frattempo, però, Francesco continua a coltivare sogni di gloria. Quando gli si presentò l’occasione decise di seguire un condottiero nel sud Italia, con la speranza di essere creato cavaliere, ma giunto a Spoleto, ebbe un'apparizione del Signore, che gli ordinava di tornare sui suoi passi. Tornato ad Assisi, Francesco cerca in tutti i modi di comprendere le parole del sogno e la volontà di colui che in esso gli aveva parlato. Si tratta di un periodo di intensa ricerca e preghiera, in cui iniziano dei primi timidi tentativi di mettere in pratica ciò che si sta muovendo nel suo cuore, come accadde durante una breve permanenza a Roma, quando si spogliò dei suoi abiti e dei denari, facendo temporaneamente a cambio con un mendicante.
    In questo periodo inizia ad affacciarsi al cuore di Francesco un’intuizione: per conoscere la propria felicità dovrà capovolgere completamente la sua scala di valori. Un giorno, cavalcando nella piana di Assisi, Francesco si trovò di fronte ad un lebbroso. Dopo un attimo di esitazione non fuggì, come aveva sempre fatto, ma gli si avvicinò e lo baciò. E da quel momento sentì che ciò che fino a quel momento gli sembrava amaro si trasformava in dolcezza. Nell’anima e nel corpo.
    Dopo questo incontro Francesco si sentì profondamente cambiato e scelse il silenzio e la meditazione tra le campagne e le colline di Assisi, facendo spesso tappa nella Chiesetta di San Damiano nei pressi della città. Fu in quel luogo che il crocifisso gli parlò: "Va, ripara la mia casa che cade in rovina". Francesco vendette allora le stoffe della bottega paterna e portò i denari al sacerdote di San Damiano, ma l'ira di Pietro di Bernardone costrinse Francesco a nascondersi. La diatriba col padre fu risolta solo con l'intervento del Vescovo di Assisi, davanti al quale Francesco rinuncia a tutti beni paterni.
    Cominciò un periodo di vita eremitica e di spostamenti, durante il quale Francesco cerca di comprendere meglio il progetto evangelico che si sente chiamato a vivere, cosa che accadrà nella chiesina di Santa Maria degli Angeli, anche detta Porziuncola. Fu qui che ascoltando il Vangelo circa il modo povero ed umile con cui gli apostoli devono andare nel mondo Francesco sente di essere finalmente di fronte alla volontà di Dio, ed esclama pieno di gioia: questo voglio, questo desidero, questo bramo di fare con tutto il cuore!
    Da quel momento Francesco si confeziona un nuovo abito, fatto a forma di croce e in luogo della cintola di cuoio sceglie una rude corda.
    Le stile di vita di Francesco non passò inosservato e dopo qualche tempo, si affiancarono i primi fratelli: Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani, poco dopo Egidio e Filippo Longo. Le prime esperienze con i compagni si ebbero nella piana di Assisi, nel Tugurio di Rivotorto e alla Porziuncola. Tutti i compagni vestivano come Francesco di un saio e di stracci, e come lui frequentavano regolarmente il lebbrosario, a dimostrazione della scelta di minorità: ultimi tra gli ultimi. La data ufficiale della nascita dell'Ordine dei Frati Minori è il 1210 quando Francesco ed compagni vengono ricevuti dal papa Innocenzo III che verbalmente approva la loro forma di vita, che in seguitò confluirà nella Regola.
    Dopo l’approvazione della Regola iniziano i contatti con Chiara d'Assisi, la quale desidera seguire le orme di Cristo secondo la forma di vita di Francesco. Nasce così l'Ordine delle Povere Dame di San Damiano, chiamate Clarisse dopo la morte di Chiara.
    La sua predicazione assume un raggio sempre più ampio, fino a tentare un viaggio in Marocco, ma una malattia lo ferma in Spagna.
    Nel 1216 ottiene da Onorio III l'indulgenza della Porziuncola, Il Perdono di Assisi, la più importante della cristianità dopo quella di Terra Santa.
    Nel 1219 Francesco parte per Acri e Damietta al seguito della crociata e giunge in Egitto alla corte del sultano Melek el-Kamel, per poi raggiungere la Palestina. Nel frattempo l'Ordine ha i suoi primi martiri, uccisi in Marocco. Nel 1220 Francesco torna ad Assisi dove i suoi ideali di povertà, di carità, di semplicità hanno fatto presa su molti, inizia così un nuovo ciclo di predicazioni in tutta Italia. A Fontecolombo, nei pressi di Rieti, nel 1223, redige una nuova Regola, approvata poi da Onorio III.
    Nel 1224 sul Monte della Verna (ricevuto in dono nel 1213 dal Conte Orlando di Chiusi) riceve le stimmate, il segno di Cristo e della santità. Francesco è stanco ed ammalato, il peregrinare per le predicazioni l'ha provato fuori misura. Viene così curato a San Damiano, ospite di Chiara e delle Sorelle. Qui compone il Cantico delle Creature opera di alta religiosità e lirismo, che contiene tutti gli ideali dell'umiltà e della grandezza francescana. Sentendo prossima la fine terrena, Francesco si fa portare alla Porziuncola, in Santa Maria degli Angeli, dove muore al tramonto della giornata del 3 ottobre 1226.
    Il 16 luglio di due anni dopo veniva dichiarato Santo dal papa Gregorio IX.
    +diligendo sine modo!!!

  3. #13
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    Ottimo libro sulla figura di san Francesco:

    Nostro fratello di Assisi
    Storia di una esperienza di Dio
    di Ignacio Larrañaga


    Consiglio anche la Lettera del Ministro Generale dei Frati Minori, Fr. José Rodríguez Carballo ofm, per la Solennità del Serafico Padre.
    « Siate straordinari nelle cose ordinarie! » S. Giuseppe Marello

  4. #14
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    Provincia veneta OFM

    La provincia veneta dei Frati Minori è stata (forse lo è ancora) la più grande dell'ordine. Fino a una trentina di anni fa contava ancora 800 frati e 50 conventi.

    In un’altra circostanza, mentre attraversava con un altro frate le paludi di Venezia, trovò una grandissima moltitudine di uccelli, che se ne stavano sui rami a cantare. Come li vide, disse al compagno: «I fratelli uccelli stanno lodando il loro Creatore; perciò andiamo in mezzo a loro a recitare insieme le lodi del Signore e le ore canoniche». Andarono in mezzo a loro e gli uccelli non si mossero. Poi, siccome per il gran garrire, non potevano sentirsi l’un l’altro nel recitare le ore, il Santo si rivolse agli uccelli e disse: «Fratelli uccelli, smettete di cantare, fino a quando avremo finito di recitare le lodi prescritte». Quelli tacquero immediatamente e se ne stettero zitti, fin al momento in cui, recitate a bell’agio le ore e terminate debitamente le lodi, il Santo diede la licenza di cantare. Appena l’uomo di Dio ebbe accordato il permesso, ripresero a cantare, secondo il loro costume. (LegM VIII,9: 1154)

    In questo passaggio della Leggenda Maggiore di S. Bonaventura, i Frati Minori del Veneto-Friuli Venezia Giulia hanno sempre intravisto la fondazione della loro Provincia. S. Francesco d’Assisi, tornando dall’Oriente, dove era in corso la 5a crociata, sostò in un’isoletta della laguna, presso Burano, detta più tardi S. Francesco del Deserto, assieme a frate Illuminato da Rieti, per trascorrervi un periodo di intensa preghiera (nel 1233 Jacopo Michiel donò l’isola ai frati). Lasciata Venezia, Francesco sarebbe passato per Padova, Treviso, Asolo, Bassano del Grappa, Vicenza, Cologna Veneta, Rovigo, Monselice, S. Pietro in Viminario, Verona, Sommacampagna, Mantova… Alcuni suoi compagni avrebbero fondato delle case, divenute in seguito dei conventi. Due giovani padovani furono subito affascinati dal carisma di Francesco, tanto da seguirlo nella vita francescana: il beato Luca Belludi (1200-1286) e la beata Elena Enselmini (1208-1242). A Mantova Francesco avrebbe lasciato il suo compagno frate Benvenuto (†1230). Tra il 1221 ed il 1224, Francesco avrebbe inviato tra i missionari in Germania alcuni frati veneti (FF 2345, 2359, 2361). Nell’Italia settentrionale era sorta un’unica Provincia, comprendente praticamente tutto il Nord Italia. Primo Ministro provinciale fu Giovanni Stracchia, a cui seguì nel 1221 il beato Graziano Graziani. Questi conduceva con sé all’eremo di Montepaolo (Forlì) uno sconosciuto fraticello portoghese di 26 anni, di nome Antonio, il quale avrebbe avuto l’incarico dell’assistenza spirituale a quella comunità di fratelli laici.
    Frate Antonio rivelò occasionalmente la sua grande sapienza, divenendo poi un ricercato predicatore, un eccellente insegnante, un temuto rivale dei tremendi tiranni della famiglia di Ezzelino da Romano. Francesco, dopo aver appreso la fama di questo frate, gli scrisse un breve attestato di gratitudine, chiamandolo mio vescovo (FF 251-252). Antonio intervenne decisamente contro il pullulare di nefaste eresie (Catari). Tra i suoi scritti si ricordano soprattutto i celebri Sermoni. Egli morì a Padova all’età di 36 anni, il 13 giugno del 1231.
    Nel 1232 si comincia a parlare della Provincia Veneta in modo autonomo (Bullarium Franciscanum, Tomus I, Roma 1759, pp. 77-78). La Provincia Veneta fu denominata dapprima della Marca Trevisana (1239), poi di S. Antonio e si estendeva dall’Isonzo all’Adige (comprendendo anche Mantova e Trento). Essa si componeva di quattro Custodie: Venezia, Padova, Verona e Friuli. I primi conventi generalmente sorgevano nelle periferie delle città. Nel 1263, in occasione della traslazione del corpo di S. Antonio nella basilica eretta in suo onore, S. Bonaventura da Bagnoregio visitò la Provincia e infuse tra i frati entusiasmo e nuovo vigore. Nel 1276 si tenne a Padova un Capitolo generale dell’Ordine, considerato il primo degli 11 Capitoli generali celebrati nella Provincia Veneta.
    Il Trecento è caratterizzato dal sorgere e svilupparsi delle grandi chiese e dei grandi conventi: S. Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, S. Francesco a Treviso, S. Lorenzo a Vicenza, S. Francesco a Mantova, S. Francesco a Bassano del Grappa. Vengono meno l’entusiasmo ed il fervore del ’200. Questi conventi divennero sede d’importanti centri di studio (Studi generali). Tra gli insegnanti più rinomati si ricorda Lodovico Donati (†1386), Ministro provinciale e Generale dell’Ordine. Egli ebbe un ruolo rilevante nella fondazione dello studio teologico delle Università di Bologna e di Padova, prima di essere scelto come ambasciatore della Serenissima per negoziare la pace con l’Ungheria.
    Se il ’300 è considerato un secolo tiepido nella vita interna francescana, nelle missioni non mancò di vivacità e dinamismo. Vanno ricordati il beato Giacomo da Padova e compagni martiri ed il beato Odorico da Pordenone (1265-1331). Quest’ultimo, nel 1314 partì per la Cina in aiuto a Giovanni da Montecorvino, che nel 1328 lo inviò dal Pontefice per ottenere un folto numero di missionari. La relazione del suo viaggio, contenuta nell’Itinerario, brilla per ricchezza d’informazioni sugli usi e costumi dei popoli dell’Oriente, oltre che per dettagli geografici e storici.
    Nel 1348 l’Europa fu colpita dalla “peste nera”. Venezia perdette 100.000 abitanti. L’Ordine francescano vide morire i due terzi dei suoi membri: duas partes minoritarum devorasse dicitur.
    In Umbria nel ’400 sorse un movimento di riforma, che s’indirizzava verso l’osservanza della regola come agli inizi dell’Ordine. Tale movimento, partito dall’eremo di Brogliano, specialmente ad opera di Paoluccio Trinci e di Antonio da Stroncone, penetrò nella provincia Veneta e precisamente nel convento delle Grazie di Mantova, per interessamento del principe Carlo Malatesta di Rimini, cognato di Francesco Gonzaga, vicario imperiale. Nel 1415, durante il Concilio di Costanza, per la prima volta i seguaci del nuovo movimento di riforma furono chiamati Frati Minori della Regolare Osservanza.
    Con il passaggio nel Veneto delle “4 colonne” dell’Osservanza, S. Bernardino da Siena, S. Giovanni da Capestrano, S. Giacomo della Marca, B. Alberto da Sarteano, le fondazioni degli Osservanti si moltiplicarono velocemente, tanto da costituire, prima del 1435, la Vicaria dell’Osservanza. S. Bernardino era invitato a predicare nelle principali piazze venete dai signori locali (specialmente dai Gonzaga). Con la sua predicazione S. Giacomo della Marca attirò nell’Ordine il B. Bernardino da Feltre (1439-1494). Il Tomitano dedicò la sua vita alla predicazione, propagò il culto eucaristico, lottò con coraggio contro gli usurai con la fondazione dei Monti di Pietà. Recenti studi lo indicano come l’iniziatore della Riforma Cattolica, prima dell’avvento di Lutero. Nel 1483, Sisto IV lanciò l’interdetto contro Venezia e i frati dovettero andarsene in esilio. Da allora il B. Bernardino non fece più ritorno nella sua terra. L’Osservanza, ad un certo punto, seppe dialogare con l’Umanesimo, aprendosi meravigliosamente agli studi e alla cultura, favorendo pure la creazione di splendide opere pittoriche ed artistiche nelle proprie chiese e conventi.
    Il Cinquecento vede la grande divisione dell’Ordine (1517), che si ripercuote inesorabile anche sulla vita della Provincia Veneta. Ecco allora sorgere la Provincia di S. Antonio dei Frati Minori della Regolare Osservanza con circa 600/700 frati in 39 case e la Provincia dei Frati Minori Conventuali con un ugual numero di frati in 45 conventi. Da quel tempo rimasero sempre ai Conventuali le chiese del Santo e di S. Maria Gloriosa dei Frari. A Motta di Livenza si tenne il primo Capitolo dell’Osservanza veneta, che sancì l’elezione a Ministro provinciale di fra Serafino da Mantova. A S. Francesco della Vigna iniziavano i lavori per la costruzione della splendida chiesa sotto la guida del padre Francesco Zorzi in collaborazione con Jacopo Tatti, detto il Sansovino. Nel ’500 emergono nella Provincia osservante delle grandiose figure: il Venerabile Antonio Pagani (†1589), teologo del Concilio di Trento, fondatore delle Suore Dimesse e dei Frati della S. Croce, uomo di profonda cultura e di creativa intelligenza; il Venerabile Francesco Gonzaga (†1620), Ministro provinciale, Generale dell’Ordine, vescovo di Cefalù e di Mantova. Entrambi lavorarono indefessamente per introdurre la riforma tridentina nella vita consacrata ed ecclesiale. Al Concilio di Trento parteciparono ben 12 frati della Provincia.
    In seno alla stessa Osservanza si sviluppò il desiderio di una vita religiosa ancora più austera. L’Osservanza dopo gli entusiasmi degli inizi si era un po’ rilassata. In essa crebbero quattro nuovi rami: gli Alcantarini, i Recoletti e i Riformati e i Cappuccini che, ponendosi sotto la protezione dei Conventuali, ebbero vita propria. Uno degli iniziatori di questi ultimi, Matteo da Bascio concluse la sua itinerante esistenza nella Provincia Osservante Veneta. È sepolto nella chiesa di San Francesco della Vigna. Il movimento della “più stretta Osservanza” trovò terreno molto fertile nella Provincia Veneta, tanto che fin dal 1598 venne eretta una Custodia, composta di nove conventi. Nel 1639 questa Custodia, che aveva già raggiunto i 21 conventi, venne eretta in Provincia, col nome di Provincia Riformata di S. Antonio di Padova. Nel ’500, diversi frati dell’Osservanza entrarono a far parte anche della nuova famiglia dei frati Cappuccini.
    Nel ’600 i francescani veneti furono coinvolti nell’incresciosa vicenda dell’Interdetto di Venezia del 1606. Essi trovarono rifugio temporaneo specialmente nel Ducato di Mantova, sotto la protezione dell’inclita e generosa casata dei Gonzaga. Nel 1630 numerosi frati persero la vita a causa della peste, di manzoniana memoria, mentre servivano gli appestati nei lazzaretti. Tra il Seicento ed il Settecento non possiamo parlare di una vita francescana tanto esemplare e al passo con i tempi, sia a livello culturale, sia a livello religioso. I conventi erano ricchi numericamente di frati, ma piuttosto insignificanti per qualità, tanto da venire considerati “inutili” dalle autorità politiche dell’epoca. Nel 1672 a Mantova si tenne l’ultimo Capitolo generale celebrato nella Provincia Veneta, Capitolo memorabile per la sua solennità e pomposità tipicamente barocca. Nel 1704 moriva in Cina p. Basilio Brollo da Gemona del Friuli. Per la sua predicazione e per le sue pubblicazioni in lingua cinese (Dizionario latino-cinese e cinese-latino), può essere considerato uno dei più grandi missionari della Provincia e dell’Ordine nel secolo XVII.
    Tra le figure più attive in ambito culturale ed artistico della storia della Provincia si ricordano: fra Antonio da Negroponte (sec. XV), p. Ippolito Donesmondi (†1630), p. Francesco Macero (†1681), p. Antonio Bianchi (†1694), p. Carlo Lodoli (†1761), p. Michelangelo Carmeli (†1766), f. Felice Cignaroli (†1796), p. Giovanni degli Agostani da Venezia (†1755), p. Gaetano Maccà (†1824) e p. Fedele da Fanna (†1881). Non sono mancati religiosi attivi nelle prestigiose università venete e conservatori musicali. Inoltre, in campo culturale, non si possono dimenticare le ben fornite biblioteche conventuali (in parte depredate nei periodi di soppressione) e le rinomate farmacie o spezierie di alcuni conventi.
    Le varie soppressioni dell’800 (veneta, napoleonica, italiana), se da una parte vengono considerate funeste per la storia della Provincia, dall’altra possono essere lette come un’azione provvidenziale, per risvegliare nei frati il fervore religioso e lo zelo apostolico. Si salvarono dalla furia delle soppressioni alcuni conventi situati in Istria. Significativo rimane il caso della nascita della Provincia autonoma mantovana, come emblema di tensioni inutili. Invece di dividersi per frivole rivalità, occorreva preparasi ad affrontare la tempesta dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. Nell’età dell’Assolutismo (’700-’800), gli Stati controllavano quasi completamente la vita degli Ordini religiosi, nei quali s’intromettevano sfacciatamente, pronti ad incamerare i loro beni. Le varie Province francescane osservanti dell’Italia settentrionale furono concentrate nell’unica Provincia del Regno Italico, con l’unico riferimento governativo a Milano, suddivisa in quattro Custodie: milanese, bolognese, veneziana e bresciana. La Provincia riformata fu ridotta a 10 conventi. In questi anni i conventi vennero trasformati in caserme ed arsenali militari. Non si contano le uscite dei frati dall’Ordine: ci fu chi passò al clero secolare, chi alla vita familiare.
    La rinascita delle due Province fu preparata soprattutto dall’opera e dallo zelo di P. Giannangelo Costante da Locara (†1846) per la Riformata, e di P. Antonio Bravin da Venezia (†1862) per quella Osservante. I religiosi Riformati poterono riorganizzarsi in Custodia nel 1829, mentre gli Osservanti dovettero attendere altri cinque anni. Nel 1844 le due Custodie vennero nuovamente elevate a Province, e da allora continuarono progressivamente a rifiorire, rioccupando i loro antichi conventi ed aprendone di nuovi, secondo le esigenze e le opportunità. I rifondatori delle due Province si adoperarono con astuzie varie per riaprire i conventi: contatti diplomatici con le autorità statali e con finzioni giuridiche particolari (parrocchie).
    Una figura emerge luminosa in questo tenebroso contesto storico: il padre Bernardino da Portogruaro. Visse tra il 1822 e il 1895. Apparteneva alla famiglia Riformata. S’interessò della gioventù con l’istituzione dei collegi serafici, riscattò diversi conventi dalle autorità statali e militari, governò l’Ordine per 20 anni (1869-1889), lasciando opere ed iniziative, che lo collocano tra i più grandi Ministri generali di tutta la famiglia francescana. Contribuì alla nascita e allo sviluppo di nuovi istituti religiosi femminili. Fondò l’Antonianum di Roma, iniziò la pubblicazione degli “Acta Ordinis”, creò il centro studi e ricerche di Quaracchi per l’edizione critica dell’Opera Omnia di S. Bonaventura (dove si distinse il p. Fedele da Fanna), diede un forte impulso alle missioni. Venne eletto arcivescovo titolare di Sardica. Dal 13 giugno 1961 riposa nell’isola di S. Francesco del Deserto.
    In seguito alla bolla Felicitate quadam del 4 ottobre 1897, Leone XIII riuniva tutte le varie riforme (Osservanti, Riformati, Recoletti, Alcantarini) nell’unica denominazione di Ordine dei Frati Minori. La Provincia dei Riformati assunse il titolo di S. Francesco, mentre quella degli Osservanti conservò quello di S. Antonio.
    Il 10 ottobre del 1899, il Ministro generale, P. Luigi Lauer, emanava il decreto di fusione delle due Province Venete, ma nel 1911, il papa Pio X, con un decreto ricostituiva le due Province, con la denominazione anteriore e territori distinti. Questa prima esperienza di fusione, non adeguatamente preparata ed organizzata, ebbe una breve durata. Non era facile mettere d’accordo, senza tanta preparazione, sensibilità diverse in poco tempo.
    Una figura emerge luminosa in questo tenebroso contesto storico: il padre Bernardino da Portogruaro. Visse tra il 1822 e il 1895. Apparteneva alla famiglia Riformata. S’interessò della gioventù con l’istituzione dei collegi serafici, riscattò diversi conventi dalle autorità statali e militari, governò l’Ordine per 20 anni (1869-1889), lasciando opere ed iniziative, che lo collocano tra i più grandi Ministri generali di tutta la famiglia francescana. Contribuì alla nascita e allo sviluppo di nuovi istituti religiosi femminili. Fondò l’Antonianum di Roma, iniziò la pubblicazione degli “Acta Ordinis”, creò il centro studi e ricerche di Quaracchi per l’edizione critica dell’Opera Omnia di S. Bonaventura (dove si distinse il p. Fedele da Fanna), diede un forte impulso alle missioni. Venne eletto arcivescovo titolare di Sardica. Dal 13 giugno 1961 riposa nell’isola di S. Francesco del Deserto.
    In seguito alla bolla Felicitate quadam del 4 ottobre 1897, Leone XIII riuniva tutte le varie riforme (Osservanti, Riformati, Recoletti, Alcantarini) nell’unica denominazione di Ordine dei Frati Minori. La Provincia dei Riformati assunse il titolo di S. Francesco, mentre quella degli Osservanti conservò quello di S. Antonio.
    Il 10 ottobre del 1899, il Ministro generale, P. Luigi Lauer, emanava il decreto di fusione delle due Province Venete, ma nel 1911, il papa Pio X, con un decreto ricostituiva le due Province, con la denominazione anteriore e territori distinti. Questa prima esperienza di fusione, non adeguatamente preparata ed organizzata, ebbe una breve durata. Non era facile mettere d’accordo, senza tanta preparazione, sensibilità diverse in poco tempo.
    Agli inizi del ’900 le due Province crebbero in modo straordinario, specialmente attraverso le case di formazione di Lonigo e di Chiampo (collegi serafici). Ogni ambito della vita religiosa si risvegliava: spiritualità, carità, missioni, predicazioni, fondazioni nuove. Carismatica figura presso il Probandato Antoniano di Lonigo fu quella del P. Adriano Osmolowsky (1838-1924), un frate polacco, esule per la sua fede. Fu un religioso insigne per pietà, bontà e semplicità.
    A Chiampo riposa l’ultimo frate beato della Provincia, Claudio Granzotto, beatificato a Roma il 20 novembre del 1994 dal papa Giovanni Paolo II. Fu un frate minore e scultore apprezzato, ma venerato in modo speciale per il suo esempio di fede, di preghiera e di cristiana sopportazione delle umiliazioni e delle sofferenze fisiche. Sempre a Chiampo, si trova la tomba del P. Ignazio Beschin (1880-1952), frate pio, colto, zelante, caritatevole, direttore d’anime, educatore e superiore illuminato. Si distinse anche per alcuni servizi prestati a livello di Ordine a Roma (penitenziere, consultore, visitatore).
    La seconda guerra mondiale distrusse e rovinò alcuni artistici e storici conventi della Provincia (Verona, Mantova, Treviso), oltre a causare la morte ad alcuni frati. Il 13 giugno 1946 le due Province Venete vennero nuovamente unite, sotto l’unica denominazione di Provincia Veneta di S. Antonio di Padova. In quel momento la Provincia contava 870 frati in 27 conventi, 11 residenze e 7 ospizi. I conventi situati in Istria per motivi politici e di rivendicazioni postbelliche, furono irrimediabilmente perduti.
    A livello missionario nel ’900 la Provincia si è rivolta alla Cina (si ricorda il p. Fulgenzio Pasini e la missione nello Shensi, nonché la missione di Hankow con il vescovo mons. Rosà). Dopo l’espulsione dei missionari dalla Cina, essi ripresero la loro opera di evangelizzazione missionaria in Giappone, nelle Filippine, nella Papua Nuova Guinea. Nello stesso periodo la Provincia, rispondendo ad un forte impulso missionario, si rivolse anche alla Guinea Bissau, al Guatemala ed El Salvador, Argentina. Non mancarono i martiri: p. Angelico Melotto (1923), p. Epifanio Pegoraro (1935), p. Clemente Gatti (1952), p. Cosma Spessoto (1980) e p. Tullio Maruzzo (1981). Recentemente alcuni fratelli prestano il loro servizio missionario in Albania.
    Per alcuni anni la Provincia Veneta è stata la più grande Provincia dell’Ordine per numero, forze ed attività. Nuove presenze sono state aperte (o riaperte) nel ‘900: S. Maria Maggiore e Madonna del Mare a Trieste, S. Vito al Tagliamento, S. Nicolò ed Ospedale al Mare al Lido di Venezia, Cormons, Barbana, Monfalcone, Roma S. Tarcisio, Taglio di Po, Cordenons, Cittadella, Cortina d’Ampezzo, parrocchie in Calabria, Legnago, San Donà di Piave, Fanna.
    La Provincia Veneta ha vissuto alcune dolorose tensioni nel periodo che seguì il Concilio Ecumenico Vaticano II, in concomitanza dei movimenti di contestazione in Europa. Le incomprensioni e i disagi che si manifestarono a fine anni ‘60, non sono passati senza aver lacerato sentimenti, relazioni fraterne e rapporti generazionali, senza aver spento qualche entusiasmo ed iniziativa nuova. La secolarizzazione di questi anni ha influito sullo stile di vita dei Frati Minori, ma li ha anche lanciati in una nuova sfida tra il grande ideale di vita francescana ed una società non più “ufficialmente cristiana”.
    La riduzione numerica dei frati e l’innalzamento dell’età media dei religiosi, costringe la Provincia a ripensare alle sue presenze ed attività, non spegnendo per questo il desiderio di rinnovamento, di fedeltà, di impegno nella carità, cercando di “inventare” nuove forme di testimonianza, per vivere autenticamente la propria vocazione.

    fonte: http://www.ofmve.it/

  5. #15
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    Ecco un link con il documento finale del 187° Capitolo Generale: Portatori del dono del Vangelo!...
    « Siate straordinari nelle cose ordinarie! » S. Giuseppe Marello

  6. #16
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    1208-1209: nascita dei Frati Minori.
    1223: conferma della "Regola" da parte di papa Onorio III ("Bolla" «Solet annuere»).

    Successivamente, dal tronco dei Frati Minori originano duegrandi "rami"


    • Frati della Comunità;




    • Frati degli Eremi o Zelanti.



    - I Frati della Comunità, dal 1250, son detti anche Conventuali (Cordeliers, Claustrales, Greyfriars, Minoriten);



    - Dai Frati degli Eremi o Zelanti originano: gli Spirituali (1274-1317), i Celestini (1294-1317), i Fraticelli (1317-1467), i Clareni (1317-1473)





    Dai Frati della Comunità, con la cosidetta "Riforma di Brogliano" (1355), originano, nel 1368, i Frati della regolare Osservanza oZoccolanti di frate Paoluccio Trinci da Foligno.


    Nel frattempo, sempre in seno ai Frati della Comunità, originano: i Villacreziani (1403-1471), i Collettani (1412-1517), gli Amaediti (1460-1568), gli Scalzi o Guadalupesi (1496-1517).

    Nel 1415, il Concilio di Costanza approva ufficialmente la regolare Osservanza: i Frati Osservanti hanno propri Vicari.
    Nel 1517, papa Leone X, con la "bolla" «Ite vos», concede ai Frati Osservanti un proprio Ministro generale e propri Provinciali: è netta la separazione tra Frati Minori Conventuali e Frati Minori Osservanti.











    Successivamente, in senoagli Osservanti originano le "riforme" dei:


    - Riformati (1532);- Cappuccini (1525; nel 1528 avranno l'approvazione canonica e nel 1619 un proprio Ministro generale);

    - Recolletti (1637).
    In seno ai Conventuali, nel 1562, originano gli Alcantarini (o Scalzi o Pasqualiti).
    Alcantarini, Riformati, Recolletti e Osservanti, nel 1897 saranno uniti da papa Leone XIII ("bolla" «Felicitate quadam») nella grande "famiglia" dei Frati Minori.











    Da allora, i "figli" di Francesco d'Assisi, religiosi del Primo Ordine Francescano, sono divisi in:




    Frati Minori Conventuali (OFMConv.);


    Frati Minori («simpliciter dicti» OFM);

    Frati Minori Cappuccini (OFMCap).





  7. #17
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    X laerziade

    I frati della comunità vivevano in fraternità conventuali propriamente dette, non vedevano nella cultura un elemento di per se contrastante con lo spirito del serafico fondatore e vivevano in comunità dentro le città in mezzo alla gente.

    I frati degli eremi credevano che lo spirito dei francescani doveva essere al contrario una vita di radicale povertà, vissuta in luoghi più isolati.

    A mio modestissimo avviso entrambe le correnti francescane nate subito dopo morte di Francesco commisero degli errori e smarrirono un poco la freschezza delle origini.
    I frati della comunità sbagliarono nello staccarsi troppo dalla povertà. Tuttavia anche i frati degli eremi sbagliarono perchè rinfacciare agli altri :" io sono più povero di te", voleva dire , "io sono migliore di te." Probabillmente erano davvero più poveri ma così veniva meno in loro lo spirito di minorità , proprio di san francesco, l'altra colonna portante , oltre la povertà del carisma francescano.

    Ciao

  8. #18
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Citazione Originariamente Scritto da laerziade Visualizza Messaggio
    quale è la differenza originaria tra frati della comunità e degli eremi, solo il fatto che alcuni usavano i conventi e gli altri no? a livello strettamente spirituale quali sono le differenze?
    Oggi non ci sono differenze, ogni Famiglia vive nel convento e hanno beni a disposizione. Purtroppo in antichità avveniva come ha detto Ticanino ossia l'eccessiva umiltà che scadeva in superbia.
    Il TOR oggi come è considerato? Una quarta Famiglia o sono considerati come esterni all'OFM?
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  9. #19
    CierRino L'avatar di Marcianus
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    Se si fosse usato il tasto "cerca" si sarebbe scoperto che quì e quì ne avevamo già ampiamente parlato...

    Meno male che non avete postato in Liturgia...
    «Renditi conto di ciò che farai,
    imita ciò che celebrerai,
    conforma la tua vita
    al mistero della Croce di Cristo Signore»
    .
    Dal Pontificale Romano



  10. #20
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    Nell’VIII centenario dell’approvazione della Regola di S. Francesco, venerdì 2 ottobre alle ore 18.30 a Milano, presso la basilica di S. Ambrogio, si terrà una celebrazione eucaristica per i francescani della Lombardia, presieduta dal Cardinale Dionigi Tettamanzi e dai Vescovi Lombardi.
    Come Francesco d’Assisi nell’oggi della Chiesa
    Ottavo Centenario dell’approvazione della
    Forma Vitae di san Francesco
    Celebrazione eucaristica con le Famiglia Francescana di Lombardia
    Omelia
    Milano-Basilica di Sant’Ambrogio, 2 ottobre 2009


    Carissimi confratelli nell’episcopato, carissime sorelle e fratelli della Famiglia francescana che partecipate a questo incontro di grazia e di gioia, il Signore vi dia pace!
    Sì, il Signore vi dia pace! E’ l’augurio con cui Francesco d’Assisi iniziava e terminava le sue esortazioni. E’ il saluto rivelatogli da Dio con cui egli si presentava ed entrava in relazione con la gente del suo tempo: con il “Signor Papa” e con i lebbrosi, con il Sultano d’Egitto e con i “fratelli briganti”, con i suoi Frati e con tutti coloro che incontrava mentre annunciava le “profumate parole del Signore, che sono spirito e vita”.

    La memoria di un grande evento
    È una grande gioia essere qui insieme a voi per fare memoria di un grande evento, che è sì lontano nel tempo di otto secoli, ma che, pure, continua a sprigionare messaggi di attualità con significative ricadute sulla nostra vita di fede nella Chiesa e nella società.
    E’ questa un’occasione provvidenziale per dire, a nome dei miei confratelli nell’episcopato e a nome mio personale, la gratitudine della Chiesa di Lombardia per il bene che la Famiglia francescana, nella molteplicità delle sue componenti, compie con generosità instancabile nella nostra regione. Solo il Signore, che legge nei cuori, conosce quanto ciascuno di voi, sacerdote o laico, uomo o donna, opera perchè il Vangelo di Cristo sia vita e gioia per tutti, e questo attraverso le tante opere di carità o l’umile atteggiamento di minorità e di servizio, attraverso l’annuncio esplicito delle “parole di vita eterna” nel ministero pastorale o tramite la silenziosa ma efficace testimonianza del Regno di Dio presente tra i piccoli di questo mondo. Solo il Signore conosce il fiume di bene che, attraverso di voi, si diffonde nelle nostre Chiese rendendole luminose e feconde di frutti. Su tutti voi il Signore faccia scendere l’abbondanza della sua benedizione!

    Oggi siamo radunati in questa stupenda Basilica di sant’Ambrogio per ricordare l’ottavo centenario di quel singolare pellegrinaggio che san Francesco e i suoi compagni fecero alla Sede apostolica. È lui stesso a spiegarci il senso di quell’evento quando, nel suo Testamento, poco prima della morte, ripercorre le tappe più significative della sua vita. Così, dopo aver ricordato la sua conversione, il suo “uscire dal mondo” avvenuto grazie all’incontro con il lebbroso, san Francesco prosegue dicendo: “Dopo che il Signore mi diede dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò” (Testamento, 14-15: FF 116).
    Sono parole semplici e profonde allo stesso tempo, che ci aiutano a cogliere il segreto vivo e palpitante, il cuore dell’esperienza cristiana del Santo di Assisi. E proprio a partire da queste parole desidero condividere con voi alcune riflessioni, in un clima di riconoscenza verso il Signore che continua a colmare di doni la sua Chiesa e ad indicarle, attraverso questi stessi doni, il cammino da seguire.

    Il carisma della fraternità
    Sono molto colpito, innanzitutto, da quanto Francesco dice circa la sua vocazione. Solo dopo che il Signore gli ha donato dei fratelli la sua ricerca arriva al termine. Egli capisce, cioè, che è chiamato a vivere secondo la forma del santo Vangelo.
    Questo allora è il primo dono per cui vogliamo esprimere il nostro grazie: attraverso san Francesco il Signore ha riportato al centro della vita della Chiesa il carisma della fraternità. In un’epoca storica segnata da divisioni sociali, economiche e politiche – ed anche da contrapposizioni ecclesiali -, la vocazione di Francesco d’Assisi è apparsa come un invito forte e suadente a riconoscere la chiamata evangelica a edificare una “società fraterna”, nella quale le relazioni tra le persone e i gruppi sono da regolarsi non dalla logica del profitto o della sopraffazione, ma dall’esplicito riconoscimento della inviolabile dignità dell’altro: una dignità che trova la sua origine prima dall’essere l’altro, come me, figlio amato e custodito da Dio. Ed è precisamente dalla scoperta della paternità di Dio che Francesco è condotto a vivere in un atteggiamento di fraternità universale: sono fratelli i Frati e i lebbrosi, i briganti e il Sultano; sono fratelli e sorelle persino le creature inanimate. Le differenze di ceto sociale, di cultura, di vocazione, persino di religione, non sono da lui viste come minacce, ma come possibilità inedite per creare legami nuovi e arricchenti. In tutti Francesco riconosce il segno della presenza dell’Altissimo che in ogni realtà ha lasciato una traccia luminosa della sua bontà, lui che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, lui che manda il suo sole ai buoni e ai cattivi.
    Questo dono della fraternità diventa, per tutti noi, un appello attuale, urgente, di grande portata. Carissimi seguaci di san Francesco, vi chiedo di non stancarvi di essere sempre testimoni umili e coraggiosi del Vangelo della fraternità! Certo, questo è un impegno per tutta la Chiesa, ma per voi deve diventare un chiaro segno distintivo: siate costruttori di relazioni fraterne, libere e responsabili, ricche di umanità; siate pronti ad accogliere tutte le persone con cordialità e in uno spirito di gratuità, stimando con gioia la loro dignità e promuovendone la crescita.
    Come san Francesco avete scelto di “vivere secondo la forma del santo Vangelo”. Sia questa, dunque, la prima testimonianza da dare al Vangelo, nella Chiesa e nella società di oggi: la vostra vita fraterna. Mostrerete in tal modo che anche oggi è possibile – non solo, è veramente bello - vivere da discepoli di Gesù, in quella comunione che ci è donata dalla Pasqua di Cristo morto e risorto e dall’effusione del suo Spirito d’amore, di unità e di pace.

    La fede di san Francesco nella Chiesa
    Un secondo dono per cui sentiamo di dover ringraziare il Signore è la grande fede di san Francesco nel mistero della Chiesa.
    Come abbiamo ascoltato dal suo Testamento, appena Francesco intuisce quale sarà la sua vocazione, è al Papa che egli si rivolge per averne conferma ed essere in tal modo sicuro di camminare nella Chiesa. Ma desidero, nello stesso tempo, ricordare la relazione così significativa di Francesco con il proprio Vescovo, Guido di Assisi: quando restituisce tutti i suoi beni al padre, rimanendo nudo sulla piazza di Assisi, è il vescovo Guido a prendersi cura di Francesco ricoprendolo con il proprio mantello. E quando Francesco arriva a Roma con i suoi primi compagni è ancora lo stesso vescovo Guido ad introdurlo presso la Curia papale.
    Forse proprio questa relazione così aperta e fiduciosa con il Vescovo ha segnato Francesco per il resto della sua vita e lo ha convinto che la via su cui Dio lo chiamava poteva essere percorsa solo rimanendo nel grembo della Chiesa. In un’epoca in cui sembrava che la fedeltà al Vangelo fosse possibile solo prendendo le distanze dalla Chiesa, Francesco mostra con la sua vita che il Vangelo, per essere adeguatamente compreso e vissuto, ha bisogno della comunità dei credenti. Francesco mostra anche che al centro della vocazione cristiana non sta la nostra pretesa di giudicare e di comandare, ma l’esperienza della gratuita misericordia di Dio verso tutti i suoi figli, che li rende capaci di relazioni nuove e autentiche, umili e pronte alla compassione.
    Anche questo dono che il Signore ha posto nella vita di san Francesco mi sembra costituire una chiamata, un impegno per tutti noi oggi, e per voi francescani in particolare: impegniamoci a mostrare, con la nostra vita, che i discepoli di Cristo non sono persone individualiste, isolate, chiuse in se stesse, indifferenti e incuranti degli altri, ma testimoniamo la bellezza e la gioia che nascono dalla comunicazione e condivisione tra noi della stessa fede. Coltiviamo, alimentandolo sempre più, un amore appassionato per la Chiesa: è la nostra madre, è la nostra casa, è l’ambiente vitale in cui la fede nel Signore Gesù può crescere e portare i suoi frutti. Solo nella Chiesa, infatti, possiamo sperimentare quella nuova comunione di grazia che va al di là dei criteri puramente umani della simpatia o della convenienza.
    Guardando allo splendido esempio di san Francesco sono portato a riconoscere che in lui si è pienamente avverato il motto di sant’Ambrogio: “Ubi Ecclesia, ibi libertas”. Sì, carissimi: solo nella Chiesa i discepoli del Signore sperimentano quella libertà dalle schiavitù e dalle mode dominanti che rende possibili scelte di vita “alternative” al mondo, scelte ricche di autentica umanità, scelte che portano alla vera felicità.

    La vita secondo il Vangelo

    Il singolare gruppo guidato da Francesco si presenta davanti a Papa Innocenzo iii per chiedere l’approvazione di un progetto di vita semplice ed essenziale, enunciato nella prima frase di quella che diverrà la Regola bollata: “La Regola e la vita dei Frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo…”.
    Ciò che Francesco e i suoi compagni chiedono al Papa è di edificare la loro vita sulla pietra angolare che è Cristo Signore, e dunque il suo Vangelo – Gesù stesso è il Vangelo vivente e personale -, nella lucida consapevolezza che non esiste altra via per compiere la volontà di Dio. E questa via è per tutti, non per una minoranza privilegiata o per qualche élite particolarmente dotata: il gruppo che si reca a Roma, infatti, è composto in maggioranza da semplici cristiani laici, che desiderano prendere sul serio la propria vocazione cristiana.
    In questo fatto ritroviamo un altro dono importante che il Signore ha dato alla sua Chiesa attraverso il carisma di san Francesco: la vita secondo il Vangelo non è un’utopia destinata al mondo evanescente dei sogni, ma una concreta chiamata universale, destinata a colmare il desiderio di verità, di bellezza e di bontà che abita e scuote il cuore di ogni uomo e di ogni donna sin dal grembo materno. Qualunque sia il nostro stato di vita, qualunque sia la nostra scelta vocazionale, siamo chiamati a fare della nostra vita una pagina di Vangelo e a fare del Vangelo la nostra regola di vita.
    Carissimi fratelli e sorelle che fate parte della Famiglia francescana, ecco un altro appello e un altro compito: ricordate a tutti che il Vangelo è l’unica vera e perfetta regola di vita, che solo nelle parole del Signore troviamo il senso, il fascino e il destino che danno pienezza di gioia alla vita dell’uomo, di ogni uomo. La vostra Famiglia francescana, come del resto anche la Chiesa, è composta in stragrande maggioranza da cristiani laici: proprio a partire da questa vostra esperienza, aiutate il Popolo di Dio che è nelle vostre comunità a prendere viva coscienza – come scrive l’apostolo Pietro (cfr. 1 Pietro 2,4-10) -della dignità sacerdotale e del ruolo insostituibile dei fedeli laici nel proclamare “le opere ammirevoli di Dio” e nel testimoniare la Parola fatta carne. Siate, dunque, esempio di comunione e di collaborazione nel servizio al Vangelo e all’uomo, favorendo la crescita nella corresponsabilità tra le varie vocazioni e i diversi ministeri che arricchiscono di armoniosa varietà l’unica Chiesa di Cristo.

    Fratelli e sorelle, abbiamo ringraziato il Signore per questi tre importanti doni elargiti al suo servo Francesco e, insieme, abbiamo colto in questi stessi doni un invito rivolto a quanti vogliono rivivere oggi la forma di vita francescana. E’ questo un compito difficile, certamente. E’ questo un appello esigente, come esigente è ogni chiamata a seguire il Signore.
    Ma lo stesso san Francesco ci offre un messaggio di speranza e di serenità quando ci invita ad alzare lo sguardo al Signore, a lui che è “ogni bene, sommo bene, tutto il bene” (Lodi per ogni ora: FF 265). Il Santo ci insegna a fissare i nostri occhi sulle meraviglie che il Signore ha operato e continua ad operare nella storia, anche nella nostra storia personale: lui che è “il bene pieno, tutto il bene, il vero e sommo bene” (Regola non bollata xxiii: FF 70). Coltiviamo con amore, dunque, e custodiamo vigili nel nostro cuore la presenza di Dio, che sola può realmente rinnovare nelle radici più profonde la nostra vita. E’ ancora san Francesco ad ammonirci: “Sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio onnipotente” (Regola non bollata xxii: FF 61).
    Allora, ad immagine di quanto avvenuto per Maria, la Madre poverella del Signore che è stata “suo palazzo, suo tabernacolo, sua casa” (Saluto alla Vergine Maria: FF 259), anche noi saremo capaci di portare il Signore Gesù in questo nostro mondo, anzi di “darlo alla luce attraverso il santo operare che deve risplendere in esempio per gli altri” (Lettera a tutti i fedeli: FF 200). Perché questa è la grazia e la missione dei discepoli del Signore: testimoniare che il Signore Gesù è vivo e operante nella storia – nostra e di tutti - per presentare al Padre, come sommo sacerdote, le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze dell’umanità intera nel suo cammino verso la pienezza del Regno.


    + Dionigi card. Tettamanzi
    Arcivescovo di Milano


    fonte: http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI...rancescana.doc
    Factum est verbum Dei super Ioannem Zachariae filium in deserto.
    Et venit in omnem regionem circa Iordanem praedicans baptismum paenitentiae.
    (Luc. 3,2-3)

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