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Discussione: La Comunità di Sant'Egidio

  1. #1
    Gran CierRino
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    La Comunità di Sant'Egidio

    La Comunità di Sant’Egidionasce a Roma nel 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II. Oggi è un movimento di laici a cui aderiscono più di 50.000 persone, impegnato nella comunicazione del Vangelo e nella carità a Roma, in Italia e in più di 70 paesi dei diversi continenti. E' "Associazione pubblica di laici della Chiesa". Le differenti comunità, sparse nel mondo, condividono la stessa spiritualità e i fondamenti che caratterizzano il cammino di Sant’Egidio:

    La preghiera,che accompagna la vita di tutte le comunità a Roma e nel mondo e ne costituisce un elemento essenziale. La preghiera è il centro e il luogo primario dell’orientamento complessivo della vita comunitaria.

    La comunicazione del Vangelo, cuore della vita della Comunità, che si estende a tutti coloro che cercano e chiedono un senso nella vita.

    La solidarietà con i poveri, vissuta come servizio volontario e gratuito, nello spirito evangelico di una Chiesa che è "Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri" (Giovanni XXIII).

    L'ecumenismo, vissuto come amicizia, preghiera e ricerca dell'unità tra i cristiani del mondo intero.

    Il dialogo, indicato dal Vaticano II come via della pace e della collaborazione tra le religioni, ma anche come modo di vita e come metodo per la riconciliazione nei conflitti.

    Come è nata
    La Comunità di Sant'Egidio è nata a Roma nel 1968, per iniziativa di un giovane, allora meno che ventenne, Andrea Riccardi. Iniziò riunendo un gruppo di liceali, come era lui stesso, per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. La prima comunità cristiana degli Atti degli Apostoli e Francesco d'Assisi sono stati i primi punti di riferimento.
    Icona della Pentecoste
    Chiesa di Sant'EgidioSantuario Francescano del Presepio - Greccio (Rieti)
    Vero ritratto di San Francesco
    Il piccolo gruppo iniziò subito ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e cominciò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini.


    Le baracche accanto al Cinodromo - Roma, 1968
    Da allora la comunità è molto cresciuta, e oggi è diffusa in più di 70 paesi di 4 continenti. Anche il numero dei membri della comunità è in crescita costante. Oggi sono circa 50.000, ma è assai difficile calcolare il numero di quanti in modo diverso sono raggiunti dalle diverse attività di servizio della comunità, come pure di quanti collaborano in maniera stabile e significativa proprio al servizio ai più poveri e alle altre attività svolte da Sant'Egidio senza farne parte in senso stretto.

    La preghiera

    La prima “opera” della Comunità di Sant'Egidio è la preghiera. Proprio dall'incontro con le Scritture, messe al centro della vita, è nata una proposta personale e comune nuova per quei giovani del '68 alla ricerca di una vita più autentica: è l'antico invito a diventare suoi discepoli, che Gesù fa ad ogni generazione. E' l’invito a convertirsi, smettendo di vivere solo per se stessi, e a iniziare, con libertà, ad essere strumenti di un amore più grande per tutti, uomini e donne, e soprattutto i più poveri. Ascoltare e vivere la Parola di Dio come la cosa più importante della propria vita vuol dire accettare di seguire non tanto se stessi, ma piuttosto Gesù. L'immagine più autentica è quella della comunità in preghiera, quando è riunita per ascoltare la Parola di Dio. E' come la famiglia dei discepoli raccolta attorno a Gesù. Concordia e assiduità nella preghiera (At. 2,42) sono la via semplice, offerta e richiesta a tutti i membri della comunità. La preghiera è un cammino in cui si diventa familiari con le parole di Gesù e la sua preghiera, con quella delle generazioni che ci hanno preceduto, come nei Salmi, mentre si portano al Signore le necessità proprie e dei poveri, i bisogni del mondo intero.
    E' per questo motivo che le comunità, a Roma e in altre parti d'Italia, d'Europa o del mondo, si riuniscono il più frequentemente possibile per pregare assieme. In molte città ogni sera c'è una preghiera comunitaria aperta a tutti. A ogni membro della comunità è chiesto anche di trovare uno spazio significativo nella propria vita per la preghiera personale e per la lettura delle Scritture, cominciando dai Vangeli.

    La preghiera personale

    La preghiera comune



    Comunicare il Vangelo

    La seconda “opera” della comunità, il suo secondo fondamento, è la comunicazione dei Vangelo. E' il Vangelo stesso, infatti, la buona notizia da condividere con gli altri, il tesoro prezioso, la lanterna che non può essere nascosta. Il Vangelo non è un patrimonio esclusivo, ma è una responsabilità in più per i membri della comunità, chiamati a comunicarlo. Nell'esperienza di Sant'Egidio essere discepoli e vivere e comunicare la Parola di Gesù sono sinonimi. Si tratta di un'esperienza di gioia e di festa, come nel Vangelo di Luca, quando i settantadue discepoli tornarono felici dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (Lc. 10, 17). E' l'esperienza di ogni discepolo e di ognuno nella Comunità di Sant'Egidio, che ha portato, in questi anni, a vivere una “fraternità missionaria” in molte parti del mondo.


    Icona del Santo Volto
    Chiesa di Sant'Egidio

    Amicizia con i poveri
    Terza “opera” caratteristica di Sant'Egidio, autentico fondamento e impegno quotidiano fin dagli inizi è il servizio ai più poveri, vissuto nella forma dell'amicizia. I primi studenti che nel '68 presero a riunirsi attorno alla Parola di Dio, sentirono come il Vangelo non poteva essere vissuto lontano dai poveri: i poveri per amici e il Vangelo buona notizia per i poveri. Nacque così il primo dei servizi della comunità, quando ancora non aveva preso il nome di Sant'Egidio: la scuola popolare, che si chiamava così perché non era solo un doposcuola per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, come il “Cinodromo”, lungo il Tevere, nella zona sud di Roma. Da allora le scuole popolari si sono moltiplicate, a Roma e in tutte le città in cui è presente la comunità, con un'attenzione particolare ai bambini più svantaggiati e in condizione più difficile.
    Secondo quanto si legge nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo, questa amicizia si è allargata ad altri poveri: handicappati, fisici e mentali, persone senza fissa dimora, stranieri immigrati, malati terminali; e a diverse situazioni: carceri, istituti per anziani, campi nomadi, campi per rifugiati. Lungo questi anni si è sviluppata una sensibilità verso ogni forma di povertà, vecchia e nuova o emergente, come anche verso povertà non tradizionali, come quella rappresentata in molti Paesi europei da anziani soli anche quando benestanti.
    Sant'Egidio si identifica con i suoi fratelli più piccoli in tutti i poveri, senza esclusione, che per questo sono a pieno titolo i familiari della comunità. Dovunque c'è una comunità di Sant'Egidio, da Roma a San Salvador, dal Camerun al Belgio, all'Ucraina o all'Indonesia, c'è sempre amicizia e familiarità con i poveri. Nessuna comunità, neppure la più giovane è cosi piccola o debole da non poter aiutare altri poveri. E' l'obolo della vedova che ha un grande valore davanti al Signore (Mc. 12, 41).
    Il servizio alla pace e all'umanizzazione del mondo
    L'amicizia con i poveri ha condotto Sant'Egidio a comprendere meglio come la guerra sia la madre di tutte le povertà. E' così che amare i poveri, in molte situazioni, è diventato lavorare per la pace, per proteggerla dove è minacciata, per aiutare a ricostituirla, facilitando il dialogo, là dove è andato perduto. I mezzi di questo servizio alla pace e alla riconciliazione sono quelli poveri della preghiera, della parola, della condivisione di situazioni di difficoltà, l'incontro e il dialogo.
    Anche dove non si può lavorare per la pace, la Comunità cerca di realizzare la solidarietà e l'aiuto umanitario alle popolazioni civili che più soffrono a causa della guerra.
    Sono questi, forse, gli aspetti più conosciuti di Sant'Egidio, quelli di cui anche i mass media a volte parlano senza metterne sempre in luce, come capita, la continuità con l'aiuto ai più poveri presente nella comunità fin dai suoi inizi e la radice evangelica.
    Alcuni membri della comunità sono stati facilitatori o mediatori veri e propri in conflitti fratricidi durati più di dieci anni, come in Mozambico, o più di trenta, come in Guatemala. L'Africa più povera attraversata dalla guerra, come anche i Balcani, ma non solo, sono nella memoria e al centro delle preoccupazioni e dell'impegno di Sant'Egidio. Anche attraverso esperienze di questo tipo è cresciuta la fiducia di Sant'Egidio nella “forza debole” della preghiera e nel potere di cambiamento della non violenza e della persuasione. Sono aspetti della vita dello stesso Signore Gesù, da lui vissuti fino alla fine.
    In questa direzione la Comunità si pone costantemente al servizio del dialogo ecumenico e interreligioso. Dal 1987 in poi Sant'Egidio è impegnata a livello internazionale e di base per continuare in meeting, incontri e nella preghiera, il cosiddetto “spirito di Assisi”.
    E' nel solco di questa urgenza evangelica che si colloca la recente battaglia per una moratoria mondiale di tutte le esecuzioni capitali dall'anno 2000, che la comunità ha intrapreso a livello internazionale assieme ad altre organizzazioni. E' un passaggio importante, che vede uno sforzo di particolare intensità di Sant'Egidio e di tutti i suoi membri in ogni parte dei mondo in cui sono presenti, per l'affermazione del valore della vita senza eccezioni, a tutti i livelli.
    Hanno la medesima radice evangelica, mentre si esprimono come proposta a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, indipendentemente dal credo religioso, anche altre iniziative umanitarie, come quella contro le mine anti uomo, ovvero il concreto aiuto ai profughi e alle vittime di guerre e carestie, come in Sud Sudan, Burundi, Albania e Kosovo, o le recenti azioni a sostegno delle popolazioni colpite in Centro America dall'uragano Mitch, o per la liberazione di schiavi, dove questa pratica inumana è ancora utilizzata.

    Comunità senza frontiere e senza muri
    L'amicizia tra persone di culture e nazioni differenti è il modo quotidiano in cui si esprime questa fraternità internazionale che è al tempo stesso apertura al mondo e appartenenza ad un'unica famiglia, quella dei discepoli.
    In un mondo che, alla fine del secondo millennio, esalta i confini e le differenze, nazionali e culturali, fino a farne motivo antico e nuovo di conflitto, le comunità di Sant'Egidio testimoniano l'esistenza di un destino comune non solo dei cristiani, ma di tutti.
    Ci sono comunità più giovani e comunità più anziane, alcune sono più numerose e radicate di altre, come pure alcune sono più conosciute di altre nell'ambiente in cui vivono, ma tutte si sforzano di essere e davvero rappresentano un'unica famiglia attorno a Gesù.
    Quella di Roma è la più anziana. Come prima comunità, svolge in questo senso un servizio alla comunione e alle comunità più nuove, senza altri limiti e confini che “quelli della carità”, come indicato a Sant'Egidio da papa Giovanni Paolo II per il 25° anniversario della comunità, nel 1993. Questa unità si esprime in una comunione e solidarietà concreta tra i fratelli e le sorelle, che si sono rivelate come la migliore forma di organizzazione della vita e dell’attività della comunità stessa.

    DA: WWW.SANTEGIDIO.ORG





    Per capire un pò di più che cosa fa, e qual è lo spirito della Comunità di S.Egidio.
    Ultima modifica di donato; 27-12-2009 alle 19:31
    "Solo la carità salverà il mondo". San Luigi Orione.

  2. #2
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    La Comunità di Sant'Egidio e il suo fondatore Andrea Riccardi

    Una mia conoscente mi ha chiesto di andare a fare volontariato nella Comunità di Sant' Egidio, di cui lei fa parte. Conosco a malapena questa associazione, mi piacerebbe saperne un po' di più. Cosa potete dirmi di loro? So che si occupano dei poveri, dei "barboni", dei problemi del terzo mondo, ma non conosco altro. Non ne sento parlare molto, eccetto a Natale, quando raccolgono offerte, cibo e doni per i bisognosi. Mi piacerebbe sentire una vostra opinione.

  3. #3
    CierRino Assoluto L'avatar di Phantom
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    Qui sul loro sito ufficiale potrai trovare informazioni più approfondite.
    Ut unum sint. Giovanni 17;21

  4. #4
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    Fai pure le tue scelte, ogni carisma è buono se suscitato dall Spirito, ti avverto però che riguardo alla Comunità di S.Egidio girano da tempo circostanziate critiche, specialmente in relazione alla sua struttura amministrativa e ai suoi metodi:

    Sant'Egidio story. Il grande bluff

    Fanno i demiurghi della pace. Sono candidati al Nobel. Sono nelle grazie del papa. Sono i cattolici italiani più celebrati al mondo. Ma sono strutturati come una monarchia assoluta. Storia non autorizzata di una comunità tutta speciale

    di Sandro Magister





    [Da "L'Espresso" del 9 aprile 1998]


    ROMA - Hanno la loro cittadella a Roma Trastevere, in piazza Sant'Egidio, in un ex convento di monache carmelitane con la chiesa. Ma non tengono nessuna targa sul portoncino. Lì a fianco c'è una caffetteria snob, "Pane amore e fantasia", con l'insegna tipo pellicola da cinema e la foto di Gina Lollobrigida, ma non c'è scritto che è della comunità. Anche la loro messa del sabato sera è da qualche tempo clandestina. La dicono a porte chiuse dentro la vicina basilica di Santa Maria, che raggiungono attraverso un labirinto di locali e cortili interni. Perché ormai sia la basilica, sia quasi tutti gli edifici attigui sono loro dominio, compresi i due palazzi antichi sulla piazza grande. In uno c'è un mercatino di cose vecchie e curiose, "La soffitta". Anche di questo non c'è scritto che è della comunità.

    Sant'Egidio si vede e non si vede. Si sa che servono minestre calde ai barboni e aiutano i vecchi rimasti soli. Si sa che in Mozambico hanno messo d'accordo governo e guerriglieri e che nel Kosovo fanno la spola tra il despota serbo Slobodan Milosevic e gli albanesi maltrattati. La segretaria di Stato americana Madeleine Albright, quando all'inizio di marzo è passata da Roma, ha speso più tempo da loro che dal papa. E uscendo li ha beatificati: "Wonderful people", meravigliosi. Sono candidati al Nobel per la pace. Hanno un efficientissimo servizio di pubbliche relazioni e tutti ne dicono un gran bene.


    TRA OPUS DEI E DALAI LAMA


    Ma per il resto sono come la leggendaria Opus Dei. Impenetrabili. Nemmeno in Vaticano sanno bene che cosa fanno quando sono tra loro. Neanche il papa lo sa, nonostante sia loro amico. Se sapesse che quelli di Sant'Egidio hanno praticamente abolito il sacramento della penitenza sostituendolo con i mea culpa pubblici nelle assemblee di gruppo, li redarguirebbe severo. Se conoscesse le loro stranezze in materia di matrimonio e procreazione, sobbalzerebbe sulla cattedra. Se sapesse che nelle loro messe l'omelia la tiene sempre Andrea Riccardi, il fondatore e capo, che prete non è e quindi non dovrebbe predicare (divieto assoluto ribadito di fresco da un'istruzione vaticana), li richiamerebbe subito all'obbedienza.

    Questioni interne di Chiesa? Sì e no. Perché quella che oggi è detta "l'Onu di Trastevere" non è un'organizzazione laica tipo "Médecins sans frontières", ma è nata come comunità cattolica integrale. E tuttora si presenta così: come cittadella di Dio in un mondo invaso dai barbari. È in forza di questa identità e della benedizione papale che Sant'Egidio si offre ´urbi et orbi´ come peacemaker sui fronti di guerra. Oltre che come ponte di dialogo tra le religioni.

    Sono stati quelli di Sant'Egidio a organizzare il meeting interreligioso del 1986 ad Assisi, con il papa in preghiera fianco a fianco col Dalai Lama, con metropoliti ortodossi, pastori protestanti, monaci buddisti, rabbini ebrei, muftì musulmani, guru e sciamani d'ogni credo. Da allora, Sant'Egidio replica il modello di Assisi ogni anno: l'ultima volta a Padova e Venezia, altre volte a Roma, Firenze, Milano, Bari, Varsavia, Bruxelles, Malta, Gerusalemme. Con un crescendo di coreografie spettacolari. Con cerimonie ritrasmesse in mondovisione. Con un roteare di ospiti insigni, chiamati dai cinque continenti, spesati, coccolati. Minimo mezzo milione di dollari per meeting, coperti da sovvenzioni governative e private.

    Con questi precedenti, Sant'Egidio non avrà rivali per il prossimo Giubileo. Sua sarà la regia dell'Assisi bis, questa volta di nuovo col papa, già annunciata dal Vaticano.


    IN PRINCIPIO FU CL


    Eppure, nonostante queste credenziali e le sue suggestive liturgie, il profilo cattolico della comunità di Sant'Egidio resta sfuggente. I suoi percorsi tortuosi. La sua data di nascita ufficiale è il 7 febbraio 1968. Ma a quella data non succede proprio niente di nuovo. I futuri membri di Sant'Egidio fanno semplicemente parte di un raggio, di una cellula di Gs nel liceo Virgilio di Roma. Gs è la sigla di Gioventù Studentesca, l'organizzazione fondata da don Luigi Giussani che più tardi, passata la bufera del Sessantotto, prenderà il nome di Comunione e Liberazione. Riccardi vi si era avvicinato negli anni di ginnasio, a Rimini. Dopo di che, tornato a Roma, aveva legato con i ´giessini´ del Virgilio, del Dante, del Mamiani. Tra quei compagni di liceo c'è già il nocciolo duro di Sant'Egidio d'oggi. Ma con loro ci sono anche Rocco Buttiglione e la sua futura moglie Maria Pia Corbò, che rimarranno con don Giussani. Se il gruppone si disfà, tre, quattro anni dopo, è perché se ne va via il prete che l'aveva tenuto assieme, Luigi Iannaccone. È solo a quel punto, inizio 1972, che Riccardi e i suoi si mettono in proprio. Con astio nei confronti dei fratelli separati di Cl, che infatti spariranno per sempre, anche in memoria, dalle storie autorizzate di Sant'Egidio.


    MONACI DEL NUOVO MILLENNIO


    Manca ancora una sede. E per un poco Riccardi e compagni, tutti di famiglia bene, meditano di traslocare in baracche di periferia. Ma poi per i poveri scelgono solo di lavorare, senza conviverci. Nel settembre del 1973 fissano finalmente il loro quartier generale a Sant'Egidio, a Roma Trastevere. Sparite le ultime monache, l'edificio era rimasto vuoto. È di proprietà del ministero degli Interni, che lo cede a loro in cambio d'un affitto di poche lire. Chiavi in mano compreso il restauro, eseguito prontamente a spese del ministero.

    Segue la fase monastica. Con una spruzzata d'orientalismo. In vacanza, quelli di Sant'Egidio vanno in Belgio, a Chevetogne, un monastero che celebra raffinate liturgie bizantine, e se ne innamorano. Di ritorno a Roma, arricchiscono le loro liturgie con tocchi orientali e alla loro vita comune danno un'impronta monastica. Anche per via della giovane età, nessuno di loro è sposato. E allora s'immaginano "celibi per il Regno dei cieli" e "monaci nel deserto della città". Danno ai loro capi i nomi di priore e priora, con i rispettivi vice. Abitano in piccoli gruppi divisi per sesso. Vestono tutti in modo austero, riconoscibile: gonne ampie e lunghe, maglioni abbondanti e colori castigati le donne; giaccone blu scuro i maschi; borsa di pelle a tracolla per tutti, modello Tolfa. Le giornate sono all'insegna dell'"ora et labora", dove il "labora" sono il pasto ai poveri, le pulizie ai vecchi, il doposcuola ai monelli di periferia.


    LA SCOPERTA DEL SESSO


    Ma anche la fase monastica si spegne presto. Nell'estate del 1978, in un ritiro collettivo nelle Marche, nell'eremo di Macereto, un po' tutti svuotano il sacco. E confessano di condurre tra loro una vita sessuale sin troppo movimentata. Da lì in poi cade il silenzio sul "nuovo monachesimo" e prendono il via i primi matrimoni. Resta l'obbedienza assoluta a quello che era di fatto l'abate indiscusso, Riccardi.

    Il quale, intanto, s'è laureato in legge, ma si è subito dopo tuffato, da autodidatta, negli studi di storia, in particolare di storia della Chiesa, fino ad aggiudicarsi rapidamente una cattedra in università. Come per incanto, si danno agli studi di storia anche gli altri membri importanti della comunità, maschi. Ma quello che li distingue è che la storia non vogliono solo studiarla, ma farla. Specie la storia presente della Chiesa. Il 1978 è l'anno dei tre papi: muore Paolo VI e dopo l'interregno di papa Albino Luciani sale al trono Giovanni Paolo II. Nei due preconclavi, specie nel secondo, Sant'Egidio è tutto un via vai di cardinali d'ogni continente, di conciliaboli, di manovre elettorali.

    La comunità fa campagna per il cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti. Ma il conclave li delude. A vincere è il polacco Karol Wojtyla, per loro uno sconosciuto. Bastano poche settimane per ribaltare la sconfitta. Quelli di Sant'Egidio studiano a puntino la mappa della prima uscita del nuovo papa, alla parrocchia romana della Garbatella. Sul tragitto c'è una scuola materna, con un'aula che dà proprio sulla strada. Per una settimana occupano quell'aula e insegnano ai bambini canti in polacco. Li tengono lì dentro a cantare anche la domenica, col papa che arriva. Finché il papa passa, sente, si ferma, entra, vuol sapere. L'idillio tra Giovanni Paolo II e Sant'Egidio sboccia così. L'innamoramento è l'estate dopo a Castelgandolfo, una sera di luglio, in giardino, con le lucciole. Cantano e ballano con lui. Fanno ´serpentone´ tra le aiuole. Non si lasceranno più.


    ALLA CONQUISTA DELLA CHIESA


    Gli anni Ottanta sono la fase della conquista della Chiesa, posizione dopo posizione, fino ai più alti gradi. Il riconoscimento canonico Sant'Egidio l'ottiene nel 1986. Ma più importanti sono i legami diretti stabiliti con alcuni personaggi chiave del Vaticano.

    Tre di questi sono tuttora i più grossi sostenitori della comunità. Uno è il segretario personale di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, onnipotente factotum. Un altro è il cardinale Roger Etchegaray, ambasciatore volante del papa sui fronti caldi del globo. Il terzo è il cardinale Achille Silvestrini, curiale di prima grandezza. Anche le parentele pesano. Una nipote di Silvestrini, Angela, è dentro la comunità. Mentre altri due membri di spicco di Sant'Egidio, don Matteo Zuppi e Francesco Dante, sono a loro volta nipoti di due porporati defunti: rispettivamente dei cardinali Carlo Confalonieri ed Enrico Dante. Quanto a Riccardi, il suo albero di famiglia è ancor più dotato: ha come zio non un cardinale ma un beato "che fu maestro del futuro cardinale Ildefonso Schuster", un monaco di San Paolo fuori le Mura di nome Placido, elevato agli altari nel 1954. Ed è già lui stesso un santo in terra, per i suoi fan.


    MARTINI FOLGORATO


    Altro cardinale protettore di Sant'Egidio è Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano. Martini lo dicono addirittura loro membro onorario, perché nel 1975, quando era a Roma come rettore del Pontificio istituto biblico, li incontrò, ne restò folgorato e per quattro anni fece la sua parte nella comunità: accudiva a un vecchietto di Trastevere e andava a dir messa in un locale della borgata Alessandrina. Ad accompagnare Martini passo passo era stata incaricata una giovane della comunità, Gina Schilirò. Un'altra, Maura De Bernart, aveva a sua volta conquistato alla causa pochi anni prima un sacerdote, Vincenzo Paglia, che oggi è assistente ecclesiastico ufficiale di Sant'Egidio e aspirante vescovo. Sfortunatamente, sia Schilirò che De Bernart hanno poi avuto storie tormentate. La prima è uscita dalla comunità e poi rientrata con la cenere sul capo. La seconda, che all'inizio era leader di spicco, finì presto retrocessa con l'etichetta di donna traviata. "La nostra Maria Maddalena", la definivano i suoi censori.


    IN GUERRA PER LA PACE


    C'è forte contrasto, in Sant'Egidio, tra il proscenio e il retroscena, tra le attività ´ad extra´ e la comunità ´ad intra´. Prendiamo le iniziative di pace, quelle degli anni Novanta, la fase geopolitica della storia della comunità. Sulla ribalta del mondo, Sant'Egidio si batte indiscutibilmente per la pace e la democrazia. Se una critica le viene fatta, è che sceglie i suoi teatri con fin troppa cura di sé. Sì in Burundi, in Algeria, in Sudan, anche a costo di contrariare le Chiese del luogo. No a Timor Est e nel Chiapas. Questione di concorrenza. Il Nobel per la pace assegnato nel 1996 al vescovo di Timor, Carlos Filipe Ximenes Belo, è stato per Sant'Egidio una doccia gelata. Quanto al Chiapas, tra i candidati rivali al Nobel c'è anche lì un vescovo star, quello di San Cristóbal de las Casas, Samuel Ruiz García.

    Ma la democrazia vale per quelli di fuori. Dentro la comunità non ce n'è ombra. "Perché anche la Chiesa dev'essere così, non democratica", teorizza con i suoi discepoli Riccardi. La gerarchia interna è rigidissima e in trent'anni di vita della comunità lui solo è sempre stato al comando. Ma rigide sono anche le divisioni per sesso: ai maschi la diplomazia, la geopolitica, il pulpito, la cattedra, l'altare; alle femmine il sociale, le mense, gli anziani, i bambini. E così le divisioni per generazione e per classe.

    La struttura della comunità di Sant'Egidio ha al culmine il gruppo dei fondatori, oggi tra i 40 e i 50 anni. Sono 120 circa, ma è come se fossero i dodici apostoli: un ´unicum´ cui nessuno può aggiungersi. Poi, in subordine, viene la seconda generazione. Che è a sua volta divisa in due rami: da una parte la Pentecoste, i borghesi, quelli che hanno fatto gli studi; dall'altra la Resurrezione, il popolino, quelli di borgata. Il reclutamento dei giovanissimi è anch'esso separato: per la Pentecoste nei licei, per la Resurrezione nelle scuole professionali di periferia.


    LE SACRE GERARCHIE


    La messa del sabato sera, quella del top della comunità, è da sempre una fotografia perfetta delle gerarchie interne. Sull'altare c´è il gruppo dei fondatori, da una parte le donne, dall'altra i maschi, ciascuno al suo posto prefissato. Nella navata ci sono una rappresentanza scelta della Pentecoste più qualche elemento della Resurrezione e gli ospiti di riguardo. Riccardi è alla regia: non solo tiene la predica, ma comandi anche le luci da una piccola consolle. E chi nella comunità cade in disgrazia perde sia il suo ruolo nella messa che il suo posto in chiesa: Claudio Cottatellucci, uno dei capi della prima ora, che per anni aveva avuto l'onore di leggere dall'ambone l'Antico Testamento, si ritrovò di punto in bianco cacciato giù nella navata. La processione d'uscita al termine della messa è anch'essa un rito gerarchico. Tornati i preti in sacrestia, il primo ad alzarsi è Riccardi, seguito in fila indiana dagli altri maschi dell'altare, in ordine d'autorità. Poi ecco Cristina Marazzi, la numero uno delle donne, con le altre dietro in fila. Infine il rompete le righe per quelli della navata.


    QUINTA COLONNA AL "CORRIERE DELLA SERA"


    Il terremoto più grosso, al vertice di Sant'Egidio, risale a sei anni fa. Riccardi annunciò che avrebbe lasciato a un altro la presidenza per dedicarsi con più libertà alla cura spirituale della comunità. Ma quando si arrivò al voto nel comitato centrale, la sua indicazione non cadde su Andrea Bartoli, che da sempre era stato il numero due e in gioventù era stato di Riccardi l'amico intimo, ma su Alessandro Zuccari.

    Di norma l'indicazione di Riccardi è legge. Non si discute, si esegue. Ma quella volta accadde l'inaudito: l'unanimità fu infranta. Zuccari fu eletto, ma anche Bartoli ebbe dei voti. E i suoi sostenitori uscirono allo scoperto: Agostino Giovagnoli, l'intellettuale fine del gruppo, quello a cui spettava tenere le omelie ogni volta che Riccardi era assente; sua moglie Milena, numero due delle donne; Paola Piscitelli, futura compagna dello stesso Bartoli; Roberto Zuccolini, giornalista al "Corriere della Sera", il primo quotidiano italiano.

    Questa fronda non chiedeva maggior democrazia dentro la comunità: perché quanto a dispotismo, Bartoli aveva fama di terribile maestro dei novizi. Il dissenso era di strategia. Bartoli e i suoi contestavano un chiodo fisso di Riccardi: l'idea che la comunità di Sant'Egidio dovesse restare marcatamente papalina e romana, anche nelle sue filiali estere d'Europa, d'Africa, d'Asia e d'America. Volevano più autonomia per le periferie della comunità. Mentre Riccardi era ed è un accentratore estremo.


    LA GUERRA DEI DUE ANDREA


    La guerra tra i due Andrea durò per tutto il 1992, con i fautori di Riccardi che tenevano i loro conciliaboli al Caffè Settimiano, a Trastevere. E alla fine il gruppo antipartito fu sgominato. Bartoli fu spedito in esilio a New York, dove è tuttora. Suo fratello, Marco, fu cacciato dalla filiale di Napoli, di cui era il primo responsabile. Altre filiali a Genova e in Germania, che erano pro Bartoli, furono commissariate. A Giovagnoli furono tolti il pulpito e la cura delle relazioni con l'Asia. Zuccolini invece lo recuperarono: al "Corriere della Sera" era troppo prezioso e il partito di Riccardi ci teneva ad averlo dalla sua.

    Salirono così di grado, assieme a Zuccari, solo i fedelissimi del fondatore. Sono gli stessi che oggi compongono il gruppo dirigente, ciascuno con le sue mansioni: Marco Impagliazzo, Mario Giro e don Vittorio Ianari si occupano di Islam e mondo arabo, dall'Algeria al Sudan; Roberto Morozzo Della Rocca e don Paglia dei Balcani; don Marco Gnavi e Adriano Roccucci dell'Oriente ortodosso, dalla Serbia alla Russia; don Zuppi dell'Africa; Valeria Martano, moglie di Zuccolini, di Istanbul e dell'Asia; don Ambrogio Spreafico, che è anche diventato rettore della Pontificia Università Urbaniana, degli ebrei; Alberto Quattrucci e Claudio Betti degli annuali meeting interreligiosi sul modello del papa ad Assisi; Gianni La Bella di sponsor e sovvenzioni; Cristina Marazzi, intramontabile numero uno delle donne, di assistenza; Mario Marazziti, suo marito, di pubbliche relazioni.

    E i preti? Sant'Egidio ne ha oggi una dozzina. Tolti Paglia e Spreafico, venuti da fuori, gli altri sono cresciuti tutti in casa, senza passare per i seminari diocesani. A decidere chi deve diventare prete è la comunità, ossia Riccardi. E a consacrarli basta un vescovo amico, nell'attesa che vescovo lo diventi uno di loro. Paglia è il candidato. Fermo al palo da anni. Se in Vaticano esitano a dare il via libera alla sua ordinazione è perché c'è finora un solo, troppo discusso precedente di comunità con un suo vescovo speciale: l'Opus Dei. Il timore è che Sant'Egidio diventi un'altra Chiesa nella Chiesa.

    Ma la spunteranno. Quelli di Sant'Egidio sono pochi di numero. Faticano a reclutare nuovi seguaci e subiscono molti abbandoni. Ma si definiscono "la formica capace di imprese grandi con piccoli mezzi". Sono una lobby potente. Condizioneranno il conclave che eleggerà il prossimo papa. Nessun magnate di Chiesa li vuole avere nemici. Riccardi lo dice spesso ai suoi: "Dobbiamo apparire più di quello che siamo. È il nostro miracolo. Il grande bluff".

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  5. #5
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    Ciò che dice westmalle è un po' inquietante, in effetti ho provato ad andarci due volte a fare i panini per i "barboni", che poi avrebbero distribuito la sera in città. Prima di uscire siamo andati in una stanza a pregare e alla fine il "leader" del gruppo ha letto un brano del Vangelo e lo ha commentato Sono rimasta un po' perplessa, oltre per questo fatto anche per l' aria di deferenza che c'è verso il leader: quando parla lui stanno tutti zitti ... Ho pensato di non andarci più, tanto il volontariato lo sto già facendo da diversi anni in un altro gruppo in cui mi trovo benissimo Grazie a tutti !!!

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da westmalle Visualizza Messaggio
    Fai pure le tue scelte, ogni carisma è buono se suscitato dall Spirito, ti avverto però che riguardo alla Comunità di S.Egidio girano da tempo circostanziate critiche, specialmente in relazione alla sua struttura amministrativa e ai suoi metodi:
    Sandro Magister ha in questi giorni ribadito il valore di quelle sue considerazioni del 1998 e ha più recentemente aggiunto altri due capitoli alla storia della Comunità.

    Sant'Egidio e Algeria: le rivelazioni scomode dell'ambasciatore: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1335805

    Venticinque anni della Sant'Egidio, un memoriale:
    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1335746


    Mi permetto di riportare solo alcuni stralci del secondo articolo:


    IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE


    In questa atsmosfera di rispetto e venerazione per i capi, chi fa da padre spirituale diventa portatore di una autorità sacra e incontestabile, proiezione di quella del fondatore. [...] Don Vincenzo Paglia, l'assistente spirituale della comunità divenuto vescovo nel 2000, ha molto contribuito a rafforzare il ruolo del fratello maggiore. A chi si confessava da lui, prima dell'assoluzione raccomandava due cose; la prima era di formulare una preghiera pubblica durante la messa, la seconda di confidare le cose dette in confessione al fratello maggiore responsabile della sua vita. Ma di fatto, nella comunità, il colloquio con il fratello non si aggiunge alla confessione, semplicemente ne prende il posto. È noto che nella comunità di Sant'Egidio la confessione sacramentale è poco praticata.

    [...]

    FIDANZAMENTI

    Va sottolineato che i nostri fratelli e sorelle maggiori riferiscono a loro volta tutto di tutti a un coordinatore, anche le cose più intime, e decidono assieme a lui gli indirizzi da seguire nelle scelte di ciascuno, comprese le matrimoniali. Una volta confidai al mio padre spirituale che mi ero innamorato di una ragazza di 18 anni. Mi disse che non era adatta a me perché troppo giovane, mentre sarebbe stato meglio che mi fidanzassi con un'altra, di 23 anni, la quale aveva rivelato alla sua madre spirituale un interesse nei miei confronti. Quest'ultima ragazza a me non piaceva e lasciai cadere la proposta, ma dovetti rinunciare anche alla ragazza di cui ero innamorato.



    Invito comunque a leggere l'articolo per intero.
    Sint lumbi vestri praecinti (Lc 12,35). Viva la Milizia Angelica!

  7. #7
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    Post Sembra che in Vaticano alcune cose della comunità non siano gradite..

    Diario Vaticano / Sant'Egidio in libertà vigilata

    La segreteria di Stato autorizza "La Civiltà Cattolica" a pubblicare un articolo elogiativo della Comunità. Ma con numerosi tagli al testo originale, sui punti di disaccordo. Eccoli a uno a uno. Quanto al fondatore Riccardi...



    CITTÀ DEL VATICANO, 29 dicembre 2011 – “Sant’Egidio: profilo di una comunità cristiana”. È questo il titolo di un articolo de "La Civiltà Cattolica" sulla comunità fondata a Roma nel 1968 da Andrea Riccardi, uscito proprio nei giorni in cui questi è diventato ministro di governo.

    I giudizi dell'articolo sono elogiativi anche riguardo alla "diplomazia silenziosa" praticata dalla Comunità. E già questo desta sorpresa, dal momento che le bozze de "La Civiltà Cattolica" sono riviste dalla seconda sezione della segreteria di Stato, cioè dal ministero degli esteri vaticano, dove la diplomazia di Sant’Egidio continua ad essere considerata più di intralcio che di aiuto all'attività istituzionale della Santa Sede nel mondo.

    L'articolo ha per autore non uno degli "scrittori" del quindicinale dei gesuiti di Roma, ma padre Andreas R. Batlogg, direttore delle rivista "Stimmen der Zeit" dei gesuiti tedeschi: una rivista notoriamente più "liberal" della consorella romana e più in linea, semmai, con altre testate della Compagnia di Gesù come la statunitense "America", la francese "Études" o la milanese "Aggiornamenti Sociali".

    Prima che su "La Civiltà Cattolica", l'articolo era apparso sul numero di settembre di "Stimmen der Zeit" col titolo “Die Optimisten von Sant’Egidio”, in vista dell'incontro internazionale di preghiera per la pace – il venticinquesimo della serie, ogni volta in luoghi diversi – organizzato dalla Comunità a Monaco di Baviera dall’11 al 13 di quel mese.

    E la versione originale tedesca era molto più lunga di quella poi uscita in Italia con notevoli tagli, qua e là piuttosto significativi. Frutto di sforbiciate fatte dai gesuiti di Villa Malta – la sede de "La Civiltà Cattolica" – e/o anche dalla segreteria di Stato vaticana. In pratica, dalle 16 pagine tedesche si è passati alle 11, oltretutto meno fitte, della versione italiana.

    È così completamente sparito il capitoletto tedesco intitolato “I preferiti del papa?” (Die besonderen Lieblinge des Papstes?), nel quale veniva oltremodo esaltato il rapporto tra Sant’Egidio e Giovanni Paolo II.

    È uscito drasticamente ridimensionato anche il legame tra la Comunità e gli incontri di Assisi. Nella versione tedesca c’è un intero capitoletto su “L’avventura di Assisi” (Das Abenteuer Assisi) in cui si plaude al cosiddetto “spirito di Assisi” (der Geist von Assisi) caro a Sant'Egidio ma non a Benedetto XVI, mentre in quella italiana il capitoletto non c'è più e tutto è liquidato in un paio di righe: "Ha avuto una risonanza mondiale, nel 1986, la preghiera per la pace ad Assisi, che si è tenuta anche per interessamento della Comunità”.

    Il capitoletto su “Andrea Riccardi, il volto di Sant’Egidio” esce dimezzato nel passaggio dal tedesco all'italiano. E ancor più sforbiciato è quello sulla diplomazia della Comunità. La definizione di Sant’Egidio come “ONU di Trastevere”, coniata dal giornalista italiano Igor Man ed entrata nell'uso corrente, citata enfaticamente da "Stimmen der Zeit", su "La Civiltà Cattolica" sparisce.

    Ciò detto, resta comunque il paradosso che un testo rivisto e approvato dalla segreteria di Stato vaticana contenga un sostanziale elogio del ruolo diplomatico giocato da Sant’Egidio.

    In passato ciò non era mai accaduto. Basti pensare a un precedente riguardante il Mozambico, cioè il paese che viene vantato dalla Comunità come teatro del suo primo grande successo diplomatico nel 1992. In un approfondito articolo di otto pagine su "Il Mozambico dopo 25 anni di indipendenza", apparso su "La Civiltà Cattolica" del 16 dicembre 2000 con la firma del gesuita José Augusto Alves de Sousa (per quarant’anni missionario in quel paese), non c'è neppure il minimo cenno a un ruolo pacificatore svolto da Sant’Egidio in quel frangente.

    Tornando ad oggi, l’articolo de "La Civiltà Cattolica" è arrivato in un momento che sembra particolarmente premiante per la Comunità, in campo sia politico che ecclesiastico.

    La data d'uscita dell'articolo è stata infatti il 19 novembre, due giorni dopo la nomina del fondatore della Comunità, Riccardi, a ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione. La sua biografia nel sito ufficiale del governo italiano lo presenta come "una delle personalità nazionali di maggiore spicco, conosciuto in campo internazionale".

    Una notorietà internazionale, quella di Riccardi, che si può evincere anche dalla sua presenza nei dispacci diplomatici riservati messi in rete da Wikileaks.

    Qui, fra tutti i ministri dell'attuale governo italiano, Riccardi è il quarto per numero di citazioni: 14, senza contare le 7 di suo fratello Luca, anche lui tra i dirigenti di Sant'Egidio. Lo superano solo il presidente del consiglio Mario Monti, con 18 citazioni, il ministro dell'ambiente Corrado Clini, con 25, e il ministro degli affari esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, ex ambasciatore, che ne vanta un centinaio: sempre meno, comunque, di quelle arrise alla Comunità di Sant’Egidio nel suo insieme, 127.

    Sul versante della Chiesa, poi, l’articolo de "La Civiltà Cattolica" è arrivato mentre l’ex assistente ecclesiastico di Sant’Egidio, il vescovo di Terni Vincenzo Paglia (con tre citazioni su Wikileaks), è dato in corsa, anche se forse a livello più mediatico che reale, per la vacante sede cardinalizia di patriarca di Venezia.

    Più reali sembrano essere le chance dell'attuale assistente ecclesiastico della Comunità, monsignor Matteo Zuppi (con oltre venti citazioni su Wikileaks), già parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere. Potrebbe essere lui il nuovo vescovo ausiliare di Roma in attesa d'essere nominato nelle prossime settimane.

    __________


    Il numero de "La Civiltà Cattolica" con l'articolo sulla Comunità di Sant'Egidio:

    > Quaderno n. 3874 del 19 novembre 2011

    E quello di "Stimmen der Zeit" con la stesura originale tedesca, molto più ampia, dello stesso articolo:

    > Heft 9, September 2011


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  8. #8
    Vecchia guardia di CR L'avatar di westmalle
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    Post Altre polemiche riguardano il fondatore Andrea Riccardi e un suo futuro politico

    Un capo molto elusivo.
    Indagini su Andrea Riccardi, patron dell'ONU di Trastevere, ora ministro di Mario Monti. E Domani?


    14 gennaio 2012 -

    Cosa vuole fare veramente Andrea Riccardi, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio, movimento cattolico postconciliare, biografo di pregio del pontificato wojtyliano e dal 16 novembre scorso ministro (senza portafoglio) per la Cooperazione internazionale e l’integrazione? Quale il suo futuro ora che il governo presieduto da Mario Monti l’ha arruolato anche in virtù del suo essere organico alla chiesa cattolica? La risposta non è facile anche perché è lui, anzitutto, a eludere in vario modo la domanda.
    Sarà Riccardi il leader di un nuovo soggetto politico di dichiarata ispirazione cattolica? “No” risponde. E ancora: “Credo molto nel lavoro di questo governo. In questo lavoro mi sta a cuore una ripresa politica della cultura democratica e repubblicana nella quale noi cattolici abbiamo un ruolo fondamentale. Non ho altre ambizioni”. Si candiderà alle primarie del Partito democratico per le amministrative del 2013 nel comune di Roma? “Non credo che una mia candidatura a sindaco di Roma sia percorribile” dice. “L’avrei accettata forse in età più giovane”. Risposte evasive che non sciolgono il mistero intorno al suo impegno futuro in politica, quando il Parlamento si rimetterà al voto degli elettori e i cattolici cercheranno un leader a cui aggrapparsi.
    Sono quattro i ministri dichiaratamente cattolici presenti all’interno dell’attuale governo. C’è Corrado Passera, ministro delle Infrastrutture, arrivato alla politica anche in quanto espressione del polo cattolico della finanza italiana, prima all’Anton-Veneta, poi gruppo Intesa che assorbe la Cariplo, infine Intesa Sanpaolo, a fianco di Giovanni Bazoli. C’è Renato Balduzzi, ministro della Salute, espressione di quel cattolicesimo cosiddetto “adulto” che lo portò, quando tra il 2006 e il 2008 era consigliere giuridico dell’allora ministro delle Politiche per la famiglia Bindi, a ideare il disegno di legge sui Dico (patti coniugali, famiglie di fatto) e a non promuovere la partecipazione degli aderenti del Movimento ecclesiale di cui era presidente (Meic) al Family day. C’è, ancora, l’autorevole Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Di chiara scuola ruiniana, fedele interprete della battaglia sui valori non negoziabili combattuta in un regime di sostanziale pluralismo politico, Ornaghi è l’unico ministro del governo che può vantare l’esplicito appoggio della Conferenza episcopale italiana.
    E Riccardi? La sua entrata nel governo non è figlia della “sponsorizzazione” della Cei e nemmeno del Vaticano. Del resto, è lui stesso a confidarlo: “A titolo personale, prima di accettare l’incarico, mi sono consultato con qualche amico come si fa per le decisioni importanti. Ma non c’è nessuna benedizione delle gerarchie in merito al mio impegno al governo. Non mi sento benedetto né più né meno di un qualsiasi altro fedele. Questo governo non è il governo del Vaticano o della Cei, è un governo di ministri che hanno tutti una loro storia particolare”.
    In molti sostengono che è stato Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e padre spirituale di Sant’Egidio, a fare sponda, con arguzia e sensibilità istituzionale, con il Quirinale. La pressione su Giorgio Napolitano è stata costante e incisiva. A Riccardi sono stati offerti inizialmente i Beni culturali. Gentilmente rifiutati, si è optato per un ruolo, quello di ministro della Cooperazione e dell’integrazione, più confacente alla sua storia di impegno ecclesiale. Beninteso, il rapporto di Riccardi con le gerarchie non è in discussione. Espressione di quella chiesa di popolo nata negli anni della grande vitalità post conciliare, per decenni la Comunità che egli ha fondato ha lavorato di sponda con la Santa Sede. Sant’Egidio, soprattutto durante il pontificato di Giovanni Paolo II, si è mossa nei vari paesi del mondo come fosse una “sezione parallela” della segreteria di stato vaticana, e questa azione è spesso risultata un atout e un problema. Ma è un dato di fatto che la domanda che si pone padre Andreas R. Batlogg sul numero di settembre della rivista dei gesuiti tedeschi, Stimmen der Zeit, di cui è direttore, all’interno di un articolo dal titolo “Die Optimisten von Sant’Egidio”, non è senza senso. Furono nell’era Wojtyla quelli di Sant’Egidio “i preferiti del Papa?”, si chiede Batlogg in un capitolo del testo tutto dedicato ai rapporti della Comunità di Riccardi con Giovanni Paolo II? Batlogg dà una risposta affermativa e in questa risposta c’è molto di vero.
    La domanda sul futuro di Riccardi però resta e a porsela sono anzitutto coloro che oggi, tra le gerarchie, hanno la responsabilità più alta: il capo della Cei Angelo Bagnasco e il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. E probabilmente se la pone anche il Papa il quale, oggi, concede udienza per la prima volta a Mario Monti, presidente del Consiglio. Con lui non saliranno al secondo piano del palazzo apostolico né Ornaghi né Riccardi. Gli unici due ministri presenti saranno quello degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e il responsabile delle Politiche comunitarie Enzo Moavero Milanesi, soprattutto in vista del colloquio previsto con il cardinale Bertone. La competenza dei due ministri fissa il perimetro degli argomenti che potrebbero entrare nei colloqui riservati ed esclude che si possa parlare di altro, compresi gli scenari futuri e il ruolo dei cattolici in questi scenari. Alle domande di fondo su Riccardi, insomma, si avrà risposta soltanto più avanti: cosa vuole fare del proprio impegno in politica? Ha intenzione di compiere un salto in avanti oppure intende uscire di scena e tornare alle occupazioni di sempre? Fin dove vuole arrivare? E, soprattutto, in nome di chi? Dice un monsignore della curia romana: “Sono domande che da tempo sia Bagnasco sia Bertone si pongono. Anche perché è oramai evidente: il ruolo di storico della chiesa, biografo di Papa Wojtyla e padre fondatore di un importante movimento ecclesiale post conciliare gli sta stretto. Da tempo, all’interno della Santa Sede, c’è chi si domanda cosa farà Riccardi una volta scaduto il compito di ordinario di Storia contemporanea presso la Terza Università degli Studi di Roma. Farà politica? La sta già facendo. Il tutto è capire come, in che modo, per conto di chi e soprattutto con chi, con quale partito, all’interno di quale schieramento una volta che Monti lascerà il proprio incarico”.
    Le associazioni cattoliche che lo scorso ottobre avevano organizzato il raduno di Todi avevano in mente uno schema ben preciso: lavorare per tutto il 2012, Berlusconi ancora regnante, alla ricostruzione di un nuovo soggetto politico sul modello del Ppe, un qualcosa di alternativo dunque a un’alleanza di centro che strizzasse l’occhio principalmente al Pd. Riccardi, che non era contemplato in questo progetto, ha giocato d’astuzia. Ha cercato l’appoggio del segretario di stato vaticano per lanciare un progetto sostanzialmente alternativo. Nella parrocchia salesiana del Gesù Bambino di Roma assieme a monsignor Mario Toso, segretario di Iustitia et pax e amico fidato di Bertone, convocò un raduno di cattolici escludendo però le sigle più vicine all’area di centrodestra: la dirigenza dell’Università Cattolica di Milano, il mondo vicino a Comunione e liberazione e alla Compagnia delle opere (Cdo). La sua idea era sostanzialmente una: accreditarsi come padre nobile di un raggruppamento centrista che avesse al suo interno parte dei cattolici del Pd e naturalmente l’Udc di Pier Ferdinando Casini. A Todi Riccardi ha fatto un saluto inziale, ha lasciato la parola al presidente della Cei e poi se n’è andato: “Ho impegni all’estero” ha detto. E ha continuato per la sua strada. Assieme a Raffaele Bonanni, Casini, Lorenzo Cesa e Giuseppe Fioroni ha pianificato un’iniziativa a Napoli prevista per la fine di questo mese (ma i dettagli ancora non si conoscono tanto che c’è chi sostiene che a Napoli non succederà niente) per “rilanciare la partecipazione e dialogare con la cultura laica”. Insieme ha redatto una sorta di manifesto intitolato “Iniziativa per l’Italia”. Dice Natale Forlani, portavoce degli organizzatori del convegno di Todi: “Non confondeteci. L’iniziativa di Napoli non c’entra con noi che stiamo scrivendo un manifesto sociale-politico ancora da pubblicare”.
    Carlo Costalli, presidente del Mcl, è tra gli organizzatori di Todi. Dice: “Il nostro progetto è fare sì che in Italia ci siano due aree riformiste, una moderata che faccia riferimento al Ppe e una progressista che faccia riferimento al Pse, evitando pastrocchi ed equivoci terzopolisti”. Ma è ancora Riccardi a sparigliare le carte mostrandosi più modesto e insieme più ambizioso della sua presunta volontà di creare un’aggregazione di centro che strizzi l’occhio al Pd. Dice: “Ripeto: credo molto nel lavoro di questo governo. Non ho altri interessi al momento”.
    L’impressione è che sia Riccardi il primo a non sentirsi tagliato per un ruolo politico all’interno di un partito ideologicamente schierato. Le sue ambizioni sembrano più alte, verso profili istituzionali meno operativamente impegnativi. Dice Stefano Ceccanti, senatore del Pd e studioso di teologia: “La politica non è ancora oggi divenuta la dimensione di Riccardi. Sembra piuttosto, mi si passi il termine, un ‘cardinale’ nei modi e nell’eloquio, un rappresentante della chiesa-istituzione. Per questo è difficile dire cosa voglia fare e fin dove voglia spingersi nel suo impegno politico. Prima di Natale era presente alla Camera per presentare il libro di Luca Diotallevi ‘L’ultima chance’ edito da Rubbettino. A una considerazione di Diotallevi sulla nascita della Democrazia cristiana e sullo scontro avvenuto negli anni Trenta e Quaranta tra la visione di monsignor Domenico Tardini che voleva trattare con lo schieramento politico vincente di turno, e monsignor Giovan Battista Montini che sollecitava la presenza politica attiva dei cattolici laici lasciando alla chiesa l’evangelizzazione, Riccardi ha risposto con un approfondimento storico puntuto che certamente ha mostrato tutta la sua competenza ‘ecclesiastica’ ma che insieme ha lasciato in secondo piano la dimensione politica del suo attuale curriculum. E oggi questa sua visione delle cose, questo suo modus operandi da storico e insieme uomo di chiesa è favorito dal fatto di essere ministro in un governo che, come ha detto lui stesso al Corriere della Sera recentemente, ‘non coinvolge i partiti’. Ma, mi domando, cosa succederà dopo?”.
    Se si entra nella piccola cittadella di piazza Sant’Egidio a Trastevere, la sede della Comunità fondata da Riccardi all’interno di un ex convento di monache carmelitane, e si chiedono lumi intorno ai progetti futuri di Riccardi, le risposte sono ambivalenti. Tutti però sembrano essere sicuri di una cosa: accetterà soltanto ruoli di alto prestigio istituzionale, difficilmente accetterà di sporcarsi in appartenenze partitiche. Del resto è la stessa Comunità di Sant’Egidio ad avere sempre mantenuto un profilo alto: anche se non è paragonabile, per numeri, ai grandi movimenti ecclesiali sviluppatisi dopo il Concilio – sono circa cinquantamila le persone che formano piccole comunità diffuse in 72 paesi: in Africa (29), in Asia (7), in Europa (23), in Nord e Centramerica (8) e in Sudamerica (5) – l’influenza e il suo prestigio non soltanto in Vaticano ma anche nelle sedi diplomatiche che contano è di gran lunga superiore a quella di altre associazioni religiose numericamente più rilevanti. “Andiamo avanti con passi lenti” dicono nella Comunità. “Crediamo nella ‘forza debole’ di cui parla l’apostolo Paolo e continuiamo il nostro lavoro quotidiano”.
    La linea, insomma, è quella di sempre: crescere senza correre troppo, guadagnare influenza e prestigio senza eccedere. Ne è un esempio la campagna per una revisione della normativa riguardante il diritto alla cittadinanza. Già un anno fa la Comunità aveva fatto un importante sforzo in merito. Riccardi l’ha rilanciata nei giorni immediatamente seguenti la nomina a ministro. Ma poi ha chiesto di procedere con calma e ponderazione. Dice oggi: “Il discorso della cittadinanza agli immigrati è importante, ma deve maturare nelle coscienze del paese e delle forze politiche: bisogna procedere in modo condiviso; coraggioso ma condiviso”. E’ un’idea ancora percorribile? “Spero di sì. La mia idea è di lavorare per arrivare a concedere la cittadinanza ai bimbi nati in Italia. Non penso a uno ius soli o ius sanguinis, penso invece a uno ius culturae. Chi nasce in Italia diviene parte della nostra cultura e questa cosa gli va riconosciuta. Da ministro ho visitato una scuola nel napoletano. C’erano tantissimi bambini figli di ucraini nati in Italia. Ho chiesto loro: ‘State imparando l’italiano?’. Mi hanno risposto: ‘Lo sappiamo già. Stiamo cercando d’imparare l’ucraino dei nostri genitori’”. Dice Ceccanti: “Il ministero che Riccardi ha in mano non ha molti poteri. Sostanzialmente non ha deleghe. E’ difficile che riesca a incidere profondamente. Nel Pdl c’è il veto della Lega sulla cittadinanza. E una revisione dell’attuale normativa non può avvenire senza un’ampia condivisione delle forze politiche. Certo se Riccardi riuscisse a realizzarla sarebbe un suo grande successo, anche alla luce del fatto che il tempo a disposizione non è poi così lungo”.
    Alla politica dei piccoli passi Sant’Egidio si è sempre attenuta anche nei confronti del Vaticano. E’ stato lentamente che Sant’Egidio è divenuta sempre più importante oltre il Tevere. Tutto cominciò nel 1968. Riccardi, allora meno che ventenne, iniziò riunendo un gruppo di liceali con il solo scopo di ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. Il piccolo gruppo, che aveva come modello Francesco d’Assisi, iniziò subito ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e avviò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini. Arrivarono presto i primi riconoscimenti ufficiali da parte della chiesa per quella che l’Espresso definì “una cometa con piccolo nucleo ma mirabolante scia luminosa”. Da lì fu una crescita costante. Già nel 1974 il cardinale vicario di Roma Ugo Poletti lo volle al suo fianco in un convegno dedicato ai mali della città. Fu l’inizio di una collaborazione con la chiesa istituzione che continuò negli anni. E nel 1995 agli stati generali della chiesa italiana il cardinale Camillo Ruini fece sedere Riccardi alla propria destra, al tavolo della presidenza.
    Negli anni a seguire i rapporti con le gerarchie sono stati altalenanti. Sant’Egidio, cercando e ottenendo consenso spesso nella sinistra ecclesiale, ha permesso che quell’intesa iniziale s’intorpidisse un po’, che un’ala più conservatrice della curia romana arrivasse a guardare in modo sfavorevole la loro crescita e l’appoggio della Santa Sede, ma il callido fiuto ecclesiastico che Ruini aveva percepito in Riccardi è rimasto intatto e continua a manifestarsi oggi. Dice Gian Franco Svidercoschi, vaticanista di lungo corso ed ex vicedirettore dell’Osservatore Romano, che Giovanni Paolo II valorizzò Riccardi “perché vedeva in lui la migliore traduzione popolare del rinnovamento chiesto dal Concilio. Se Comunione e liberazione nacque principalmente come risposta politica alla prepotenza delle sinistre nelle università milanesi, Sant’Egidio nacque invece come risposta spirituale al Sessantotto. Due risposte diverse che il Papa valorizzò allo stesso modo. Per come stanno andando le cose non sembra che la discesa in politica di Riccardi sia in contraddizione con l’origine spirituale del suo movimento”. Anche perché, verrebbe da dire, Riccardi non ha sciolto le riserve. Ancora non ha detto cosa intende fare da grande: se tornare agli impegni precedenti oppure mescolare davvero la propria spiritualità con una discesa ufficiale e decisa nell’agone.


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  9. #9
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    ma com'è che questi movimenti laicali, gratta gratta, non hanno quella patente di santità che dànno l'idea di avere? che son forse fatti da uomini come noi?
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  10. #10
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    Una mia conoscente mi ha chiesto di andare a fare volontariato nella Comunità di Sant' Egidio, di cui lei fa parte. Conosco a malapena questa associazione, mi piacerebbe saperne un po' di più. Cosa potete dirmi di loro? So che si occupano dei poveri, dei "barboni", dei problemi del terzo mondo, ma non conosco altro. Non ne sento parlare molto, eccetto a Natale, quando raccolgono offerte, cibo e doni per i bisognosi. Mi piacerebbe sentire una vostra opinione.
    Io non ho una conoscenza diretta della comunità, ma ho dei cari amici che ne fanno parte e fanno volontariato nelle periferie. Me ne hanno sempre detto un gran bene.

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