Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Tempo di Quaresima : Messaggio del Papa, riflessioni e iniziative varie

  1. #21
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    20/03/2009 13.19.36
    Seconda predica di Quaresima in Vaticano: padre Cantalamessa parla dello Spirito Santo, legge nuova del cristiano


    Padre Raniero Cantalamessa ha tenuto oggi nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano la seconda Predica di Quaresima davanti alla Curia Romana. Il predicatore della Casa Pontificia ha parlato dello Spirito Santo, legge nuova del cristiano. Ce ne parla Sergio Centofanti.

    Padre Cantalamessa ha sottolineato che lo Spirito Santo scende sulla Chiesa (50 giorni dopo la morte e risurrezione di Gesù) proprio nel giorno della Pentecoste ebraica - in cui Israele ricordava il dono della Legge sul Monte Sinai (50 giorni dopo l’uscita dall’Egitto) - per indicare che Egli è la legge nuova: legge scritta non più su tavole di pietra ma sui cuori, legge interiore. Senza lo Spirito anche i precetti evangelici per quanto elevati sarebbero rimasti inefficaci:


    “Se fosse bastato proclamare la nuova volontà di Dio attraverso il Vangelo, non occorreva che Gesù morisse, risorgesse, mandasse lo Spirito Santo! Ma gli apostoli stessi sono il segno che non bastava aver sentito perfino dalle labbra di Gesù le beatitudini: di fatto, non sono in grado – al momento giusto – di osservare nulla, tanto meno di porgere l’altra guancia … Se Gesù si fosse limitato a promulgare il comandamento nuovo dicendo: ‘Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri’, esso sarebbe rimasto come era prima: legge vecchia. E’ quando, a Pentecoste, infonde – mediante lo Spirito – quell’amore nei cuori, che diventa legge nuova … E’ in questo senso che la legge nuova è legge, cioè fa fare le cose, spontaneamente, potremmo dire: da innamorati. Perché questa è la legge degli innamorati!”.


    Ma se la nuova legge dello Spirito è legge di libertà – nota padre Cantalamessa – l’osservanza dei comandamenti è il banco di prova dell’amore. Infatti la legge custodisce l’amore contro ogni debolezza. Chi ama intensamente – ha spiegato - percepisce il pericolo che domani potrebbe stancarsi e non amare più. Per questo fa opera di prevenzione legandosi all’amore con la legge. Qui il religioso cappuccino ricorda il mito di Ulisse: “Ci leghiamo per lo stesso motivo per cui Ulisse si legò all’albero della nave”:


    “Ulisse voleva a tutti i costi rivedere la sua patria e la sua sposa che amava. Sapeva che doveva passare attraverso il luogo delle Sirene e temendo di fare naufragio come tanti altri prima di lui, si fece legare all’albero della nave dopo aver fatto turare le orecchie ai suoi compagni. Giunto al luogo delle Sirene fu ammaliato, voleva raggiungerle e gridava per essere sciolto, ma i marinai non udivano e così oltrepassò il pericolo e poté raggiungere la meta”.

    fonte: Radio Vaticana
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  2. #22
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    Padre Raniero Cantalamessa ha tenuto oggi nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano la seconda Predica di Quaresima davanti alla Curia Romana. Il predicatore della Casa Pontificia ha parlato dello Spirito Santo, legge nuova del cristiano.
    testo completo della Predica:
    http://www.zenit.org/article-17613?l=italian
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  3. #23
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    La terza predica quaresimale di padre Cantalamessa

    La guida dello Spirito nella coscienza

    Perché lo Spirito Santo sia davvero guida del cristiano occorre "trovare l'intero, la sintesi, che è il criterio veramente cattolico: l'ideale è una sana armonia tra l'ascolto di ciò che lo Spirito dice a me, singolarmente, con ciò che dice alla Chiesa nel suo insieme e attraverso la Chiesa ai singoli". Si evitano così divisioni e le degenerazioni delle sette, come anche l'emarginazione del laicato e l'eccessiva clericalizzazione. È quanto ha affermato padre Raniero Cantalamessa nella terza meditazione delle prediche per la quaresima 2009, tenuta nella cappella Redemptoris Mater, venerdì mattina 27 marzo, alla presenza di Benedetto XVI. La predica è stata incentrata sul versetto quattordici del capitolo viii della lettera di san Paolo ai Romani: "Tutti coloro che sono guidati dallo Spirito, costoro sono figli di Dio".
    La guida dello Spirito, ha detto, si esercita non solo nelle grandi decisioni, ma anche nelle piccole cose. È Paolo a introdurre "un'importante novità: lo Spirito Santo non è solo il "maestro interiore", è un principio di vita nuova, non si limita a indicare il da farsi, ma dà anche la capacità di fare ciò che comanda. In ciò, la guida dello Spirito si differenzia essenzialmente da quella della legge che permette di vedere il bene da compiere, ma lascia la persona alle prese con il male che non vuole. Questa visione paolina della guida dello Spirito, più profonda e ontologica, non esclude quella più comune di maestro interiore, di guida alla conoscenza della verità e della volontà di Dio".
    È la coscienza l'ambito in cui si esplica anzitutto la guida dello Spirito: "Cos'è la famosa "voce della coscienza" se non una specie di "ripetitore a distanza", attraverso cui lo Spirito parla a ogni uomo?". Così "la guida dello Spirito Santo si estende anche fuori dalla Chiesa, a tutti gli uomini. La coscienza è anch'essa una specie di legge interiore, non scritta, diversa e inferiore rispetto a quella che esiste nel credente per la grazia, ma non in disaccordo con essa, dal momento che proviene dallo stesso Spirito. Chi non possiede che questa legge "inferiore", ma le obbedisce, è più vicino allo Spirito di chi possiede quella superiore che viene dal battesimo, ma non vive in accordo con essa". È davvero una "consolante sicurezza" riconoscere che "Cristo, che parla ora attraverso il suo Spirito, è dentro di noi e ci chiama. In questo ambito intimo e personale della coscienza, lo Spirito Santo ci istruisce con le "buone ispirazioni" o le "illuminazioni interiori" di cui tutti hanno fatto qualche esperienza nella vita. Sono spinte a seguire il bene e a fuggire il male, attrazioni e propensioni del cuore che non si spiegano naturalmente, perché spesso vanno in direzione opposta a quella che vorrebbe la natura. È proprio basandosi su questa componente etica della persona che taluni eminenti scienziati e biologi odierni sono giunti a superare la teoria che vede l'essere umano come risultato casuale della selezione della specie. Se la legge che governa l'evoluzione è solo la lotta per la sopravvivenza del più forte, come si spiegano certi atti di puro altruismo e perfino di sacrificio di sé per la causa della verità e della giustizia?".
    Il secondo ambito in cui si esercita la guida dello Spirito Santo è la Chiesa. Secondo il predicatore, "due testimonianze devono unirsi perché possa sbocciare la fede: quella degli apostoli che proclamano la parola e quella dello Spirito che permette di accoglierla. È ugualmente fatale pretendere di fare a meno dell'una o dell'altra della due guide dello Spirito. Quando si trascura la testimonianza interiore, si cade facilmente nel giuridismo e nell'autoritarismo; quando si trascura quella esteriore, apostolica, si cade nel soggettivismo e nel fanatismo. Quando si riduce tutto al solo ascolto personale, privato, dello Spirito, si apre la strada a un processo inarrestabile di divisioni e suddivisioni, perché ognuno crede di essere nel giusto e la stessa divisione e moltiplicazione delle denominazioni e delle sette, spesso in contrasto tra loro su punti essenziali, dimostra che non può essere in tutto lo stesso Spirito di verità a parlare, perché altrimenti egli sarebbe in contraddizione con se stesso".
    Esiste anche il rischio, opposto, di ridurre "la guida del Paraclito al solo magistero ufficiale, impoverendo così l'azione variegata dello Spirito. Facilmente prevale, in questo caso, l'elemento umano, organizzativo e istituzionale; si favorisce la passività del corpo e si apre la porta all'emarginazione del laicato e alla eccessiva clericalizzazione della Chiesa".
    Riguardo al discernimento nella vita personale di ogni credente padre Cantalamessa ha suggerito di "abbandonarci allo Spirito Santo. È più facile di quanto si pensi, perché il nostro suggeritore ci parla dentro, ci insegna ogni cosa, ci istruisce su tutto. Basta a volte una semplice occhiata interiore, un movimento del cuore, una preghiera". Infine ha ribadito che l'opera dello Spirito non si sostituisce a quella di Cristo "ma la prosegue, la compie e la attualizza". È invece "falsa ed eretica, perché tocca il cuore stesso del dogma trinitario, una terza era dello Spirito che succederebbe a quella del Padre nell'Antico Testamento e di Cristo nel Nuovo".



    (©L'Osservatore Romano - 28 marzo 2009)
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  4. #24
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    È quanto ha affermato padre Raniero Cantalamessa nella terza meditazione delle prediche per la quaresima 2009, tenuta nella cappella Redemptoris Mater, venerdì mattina 27 marzo, alla presenza di Benedetto XVI. La predica è stata incentrata sul versetto quattordici del capitolo viii della lettera di san Paolo ai Romani: "Tutti coloro che sono guidati dallo Spirito, costoro sono figli di Dio".
    testo completo della Predica:
    http://www.zenit.org/article-17697?l=italian
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  5. #25
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    03/04/2009 11.44.04
    La predica quaresimale di padre Cantalamessa: il dono più bello è diffondere ovunque speranza



    Lo Spirito Santo è la forza che ci fa sempre sperare nonostante le difficoltà e le tribolazioni: è quanto ha detto stamani padre Raniero Cantalamessa nella quarta ed ultima meditazione quaresimale svolta nella Cappella Redemptoris Mater alla presenza del Papa e della Curia Romana. Ce ne parla Sergio Centofanti.

    Lo Spirito Santo – ha detto il predicatore della Casa Pontificia – “mette ali alla nostra speranza”, “ci spinge in avanti”, “ci mantiene in cammino” non permettendoci “di adagiarci e diventare un popolo sedentario”: è “potenza dall’alto” che ci rende “capaci di portare la salvezza ai confini della terra”. E’ l’anima stessa della nostra speranza in virtù della quale – come dice Benedetto XVI - noi possiamo vivere anche un presente faticoso, perché sappiamo che conduce ad una meta “così grande da giustificare la fatica del cammino”:


    “Noi abbiamo bisogno di speranza per vivere e abbiamo bisogno di Spirito Santo per sperare! Ogni tempo è buono per sperare ma soprattutto il tempo della tribolazione, ben sapendo – scrive l’apostolo delle genti – che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza è dunque la virtù più necessaria in questo tempo di crisi per il mondo e di tribolazione per la Chiesa”.


    Padre Cantalamessa segnala un pericolo:


    “Uno dei pericoli principali nel cammino spirituale è quello di scoraggiarsi di fronte al ripetersi degli stessi peccati e all'apparentemente inutile succedersi di propositi e ricadute. La speranza ci salva. Essa ci dà la forza di ricominciare sempre da capo, di credere ogni volta che sarà la volta buona, della vera conversione. Così facendo, si commuove il cuore di Dio il quale verrà in nostro soccorso con la sua grazia tenendo conto di tutte le volte che abbiamo avuto il coraggio di ricominciare”.


    E il compito del cristiano è portare la luce in un mondo spesso dominato dalle tenebre:


    “Non possiamo accontentarci di avere speranza solo per noi. Lo Spirito Santo vuole fare di noi seminatori di speranza. Non c'è dono più bello che diffondere in casa, in comunità, nella Chiesa locale e universale, speranza. Essa è come certi moderni prodotti che rigenerano l'aria, profumando tutto un ambiente”.

    La fede in Cristo – ha concluso padre Cantalamessa – ci invita a “sperare, sperare sempre, e se abbiamo già sperato mille volte e invano, tornare a sperare ancora!” .

    fonte: Radio Vaticana
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  6. #26
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    03/04/2009 11.44.04
    La predica quaresimale di padre Cantalamessa: il dono più bello è diffondere ovunque speranza
    testo completo della Predica:
    http://www.zenit.org/article-17794?l=italian
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  7. #27
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    Tempo di Quaresima : Messaggio del Papa, riflessioni e iniziative varie

    CONFERENZA STAMPA DEL 4 FEBBRAIO 2010

    Si informano i giornalisti accreditati che domani, giovedì 4 febbraio 2010, alle ore 11.30, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede si terrà una Conferenza Stampa per la presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima, sul tema: "La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo" (Rm 3, 21-22).

    Interverranno:

    Em.mo Card. Paul Josef Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum;

    Prof. Dr. Hans-Gert Pöttering, Presidente emerito del Parlamento europeo e Presidente della Fondazione Konrad Adenauer;

    Rev.mo Mons. Giampietro Dal Toso, Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio Cor Unum.

    (Il Messaggio è da considerarsi sotto embargo fino alle ore 12 di domani giovedì 4 febbraio 2010. Il testo del Messaggio - in lingua italiana, inglese, francese, spagnola, portoghese, tedesca e polacca - sarà a disposizione dei giornalisti accreditati a partire dalle ore 9 di domani giovedì 4 febbraio 2010).

    [00137-01.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede
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  8. #28
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    CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA QUARESIMA 2010 , 04.02.2010

    Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede ha luogo la Conferenza Stampa per la presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2010, sul tema: "La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo" (Rm 3, 21-22).
    Intervengono: l’Em.mo Card. Paul Josef Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum; il Prof. Dr. Hans-Gert Pöttering, Presidente emerito del Parlamento europeo e Presidente della Fondazione Konrad Adenauer; il Rev.mo Mons. Giampietro Dal Toso, Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio Cor Unum.
    Pubblichiamo di seguito gli interventi del Prof. Dr. Hans-Gert Pöttering e del Card. Paul Josef Cordes:

    INTERVENTO DEL PROF. HANS-GERT PÖTTERING

    Testo in lingua inglese


    It is good that through the message of the Holy Father the Church illuminates for us the spiritual context of the Lenten Season. For us Christians, the reasons for and the mission of the Lenten Season are encompassed in this impressive theological interpretation: to work in union with our Creator on our responsibility in the world. I as a Politician can in no way even attempt to be as profound as the Holy Father when He talks about the religious vision of justice. In all modesty I would, however, like to comply with the request made of me to reflect with you on several political implications of the Christian lesson of justice.

    The topic is as old as philosophising about politics itself is. And it is more relevant than ever before in our contemporary world of globalisation and the encounter between cultures and religions. In political philosophy, one likes to start with a retrospective on the two central figures of the Antiquity, Plato and Aristotle. Already in their works, we find aspects of the understanding of justice that the Holy Father has called the internal and the external understanding of human justice. Plato regarded justice as an unchangeable, transcendent idea of which the soul of the singular human being is a part of. Aristotle underlined that justice is not only an inner virtue but always also has to be seen with regard to others. The political reflections that we name today "corrective justice" and "distributive justice" correspond to this idea of intersubjectivity. The father of our church Thomas Aquinas also has a considerable share in this interpretation of the idea of justice. The Holy Father has indicated that a secularly radicalised form of the idea of distributive justice that is decoupled from faith in God becomes ideological. As a politician, I would like to add: We have experienced in collapsed socialism where this thinking can lead to.

    Hence, it is of importance also for a political consideration of justice to keep the balance between the idea of justice that slumbers in the soul of every human being and the material reality that can always only be thought of in relation to others, towards our fellow men and towards the system we live in.

    We have experienced again and again in the past two centuries in Europe and in other parts of the world to what extent this balance can get mixed up. Freedom and equality have continuously been placed in opposition to each other since the French Revolution inscribed these two postulates on its flag. However, in the course of the struggle towards freedom and equality, the third idea written on the flags of the French Revolution has been neglected: fraternity. Politically, we speak of "solidarity". Theologically, we have always spoken of charity. In these words - charity, solidarity, fraternity - lie the key to a true understanding of the responsibility of Christians in the world - an understanding, that is appropriate to our time of globalization. Solidarity or charity implies the responsibility to defend and protect the universal dignity of any human being anywhere in the world under any circumstances.

    If we want to preserve freedom and if we want to increase justice, then we have to place the value of fraternity or solidarity at the centre of our political thinking. In the European Union, we have achieved a unique political wonder in the spirit of solidarity, that hardly anybody would have considered possible at the end of the Second World War. With the reunification of Europe after the end of the Cold War, we have proven ourselves with the principle of solidarity evident between the states and the peoples of the old and the new European Union. Lately, the joint measures taken to combat the financial crisis have shown that a common way of thinking and a joint policy are possible in the European Union.

    Nevertheless, the power of solidarity has rather faded inside Europe since reunification. Regarding our relations with the other peoples of the earth, especially with the poorest among them, the idea of solidarity is at best in the fledging stages. Whereas Europe and the world have already invested unimaginable sums for the fight against the financial crisis, the implementation of charity leaves much to be desired, especially in the fight against hunger in the world. The determination with which Europe and the world have reacted to the financial crisis shows that international cooperation can overcome huge challenges. A similar firmness is equally necessary in the fight against worldwide poverty. Europe and the international community have a moral obligation to take further responsibility. 2010 as the "European year for combating poverty and social exclusion" offers the ideal framework for a stronger and effective dedication of the European Union to do more for the poorest of the planet.

    It is exactly here that politics has to adopt the Lenten Message of the Holy Father: we need again a European spirit of solidarity. And, more than ever, we need a European spirit of solidarity with all peoples and cultures of this one world. Those are the two most important social-ethical tasks that the European Union faces. This is not only about the provision of material means, although this is so important. In the first place, however, this is about a spiritual renewal that the European Union has to bring about: This is about approaching the tasks that we face in the spirit of solidarity and that we seize the possibilities that we possess in a comparatively rich and privileged Europe so that justice becomes a reality for as many people as possible. Where justice is experienced, the value of freedom is equally strengthened.

    "Development is the new name for peace", that is how Pope Paul VI. formulated it in 1967 in his Enzyklika „Populorum progressio". Today, I believe, we have to go a step further and say "solidarity is the new name for peace". In formulating this we bring freedom and equality again into a proper balance with solidarity. This is how the struggle for justice finds its deepest ethical root, the root of fraternity and, formulated in a Christian way, of charity. In this sense, I understand the purpose of the Holy Father and his interpretation of the 2010 Lenten Message in the spirit of justice.

    Solidarity is not abstract, it has to be concrete. Today, we realise that rich countries are getting always richer and poor countries are getting always poorer. Two billion people live with less than 1.5 US-Dollars per day. It is not to be expected - as much as this would be desirable - that the rich countries will rapidly increase their development aid. Therefore, we also have to try new ways. The project "UNITAID" that is closely affiliated to the World Health Organisation of the United Nations aims at fighting HIV, Malaria, Tuberculosis and other illnesses in 93 of the poorest countries. A big part of the funding is raised by a small extra fee on airline tickets. Thanks to an extra charge of one or two US-Dollars per ticket, it was possible to collect a total amount of 1.5 billion US-Dollars in the participating 15 countries during the last three years and three months.

    I would like to propose to extend this initiative to all countries and all airlines. Airline passengers can afford to pay this minor increase of the ticket price. With additional billions we could help ease the misery in the world.

    On the other hand, I am deeply convinced that the task of global solidarity is not only a material concern. Justice and peace, redistribution and recognition will only exist between the peoples and states of this world if we act in solidarity and in brotherhood also in our dialogue on faith and the basis of our culture. In doing so, we will also talk about the understanding of justice that is inherent to the different cultures and religions. The Hebrew letter of Sedaqah, of which the Holy Father has spoken in his Lenten Message, also includes - if I understood correctly - the idea of fidelity towards one's community. This old Jewish idea can help us to rethink our sense of mutual obligations and about the right balance of rights and obligations. In Islam, the notion of justice is naturally derived from the Koran. Secular Europe will also experience, in the course of the interreligious and intercultural dialogue, that the notion of justice in other cultures is self-evidently influenced by religion. To a certain extent, this has also been the case with the Christian influence on the notion of justice and - by the way - also on the notion of freedom and solidarity. In many cases, we have forgotten the connection between religious justification and political ideas. It will do us good to rediscover the treasures of this tradition - also through intercultural and interreligious dialogue. This has nothing to do with fundamentalism, but a lot to do with the timeless pertinence of our own roots. Where the update of our cultural and religious roots succeeds, we will be able to make good policy with Christian responsibility - also in a mainly secular European Union.

    Mutual respect in the intercultural dialogue does not mean to close one's eyes before insurmountable contrasts. However, we will only be able to stop fanaticism in the world of the 21st century if we deprive fanaticists, who want to change the world through violence, of the spiritual grounds on which they can manipulate many people of good will. We therefore need a sincere dialogue of solidarity between Christians and Muslims, between Christians and Jews. We need it between the privileged living in prosperity and material freedom and those living on the margins of the social and cultural existence that are excluded from economic growth and technological opportunities. We have to forge the idea of solidarity into a political project that invites us to have dialogue across the many barriers which separate our world today. Only solidarity can lead the way towards more freedom and justice for more and more people throughout the world.

    Policy that acts out of the Christian understanding of the human being should never decrease ambition. The Holy Father has pointed us towards two essential conclusions of the Christian understanding of justice: To give up self-sufficiency and to accept our mission with humbleness. This is the compass for any policy that is committed to Christian responsibility - not only in the Lenten Season 2010 but far beyond in this 21st century with the huge tasks of shaping globalisation which lie ahead.

    [00169-02.01] [Original text: English]


    INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. PAUL JOSEF CORDES


    Nell’autunno dell’anno scorso circa 250 Vescovi, sacerdoti e laici si sono riuniti a Roma in occasione della Seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi. Essi hanno riflettuto per più di tre settimane, sotto la presidenza di papa Benedetto XVI, sul tema "Riconciliazione, giustizia e pace". In quanto Presidente del Pontificio Consiglio Cor unum ho partecipato anch’io alle discussioni e alla formulazione delle proposte che sono ora a disposizione del Santo Padre per la stesura delle sue istruzioni sull’argomento ("Documento post-sinodale").

    Chi ha seguito le notizie sul Sinodo o si è trovato addirittura tra i suoi Membri sa che la sofferenza e la miseria della gente in quel continente sono state ricordate di continuo, fino a diventare in qualche modo il tema principale. È stato così, per esempio, quando il Vescovo Abegunrin di Osogbo in Nigeria ha detto che "il malgoverno dovuto alla corruzione, al tribalismo e alla mancanza di rispetto della legge impedisce la giustizia e la riconciliazione. In Africa, dal nord al sud, dall’est all’ovest, i nostri giovani sono […] le prime vittime della violenza etnica, del genocidio, del banditismo, della criminalità, del traffico di esseri umani, della corruzione e della cattiva gestione dello Stato". Tanti interventi hanno segnalato difficoltà simili. Straordinario è stato l’articolato rapporto speciale sul Sudan e in particolare sulla provincia del Darfur. Un laico africano, Rodolphe Adada, ha avuto un tempo di tre quarti d’ora per relazionare in modo dettagliato sul calvario che la popolazione sta vivendo in quella regione. Il relatore è il Rappresentante speciale congiunto del Segretario Generale delle Nazioni Unite e del Presidente della Commissione dell’Unione Africana nel Darfur (Sudan).

    Egli ha riferito tra l’altro che le ostilità nel Darfur ebbero inizio già nel 1989. Nel 2003 si formò poi il "Sudan Liberation Army", un gruppo di ribelli, i quali cacciarono gli abitanti della provincia dai loro villaggi, così che migliaia e migliaia di persone sono dovute scappare per trovare rifugio nei campi. Qualche tempo fa ho avuto modo di visitare di persona un tale campo e ho visto la miseria della gente che stava lì. Nel frattempo centinaia di migliaia di persone hanno trovato la morte durante i conflitti. Le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea hanno promosso senza sosta delle iniziative – anche se a volte probabilmente con poca convinzione. Finora non si può di certo parlare di cessazione dei combattimenti. L’Alto Rappresentante dell’ONU voleva probabilmente rassicurarci e ha osservato che nel frattempo il conflitto è ormai solo di poca intensità.

    Non senza motivo risuona dovunque nel mondo l’appello per la giustizia. Certo la situazione nel continente nero è particolarmente drammatica. Ma, come il presidente Dr. Pöttering ha già spiegato, il mondo della politica e la convivenza dei popoli richiedono ovunque questo rapporto tra le diverse forze sociali. È questo il campo della giustizia. Si esige la giustizia fino ai rapporti tra gruppi e singoli. Essa viene calpestata con la violenza, con l’oppressione della libertà e con il mancato rispetto della dignità umana, con cattive leggi e con la violazione dei diritti, con lo sfruttamento e con stipendi da fame.

    Quest’anno, il Messaggio Quaresimale del Santo Padre Benedetto XVI tratta della giustizia. Di fronte alle tante forme in cui è violata, inizia ponendo la definizione del termine "giustizia" che nella cultura occidentale è corrente già a partire del terzo secolo: "Dare a ciascuno il suo – cuique suum". Così il Papa mette in chiaro che per primo si deve realizzare politicamente l’esigenza formulata in tale definizione. Ci sono dunque fattori sociali che vanno corretti; e in tale lotta – non va dimenticato – la Chiesa ha senz’altro i suoi meriti. Sarebbe una calunnia collocare noi Cristiani tra gli abbienti che si sono opposti alla giusta ridistribuzione e che hanno perfino tratto continuamente vantaggio dalla difesa di un ordine sociale ingiusto.

    Si negherebbe il contributo del cristianesimo alla promozione del benessere e della dignità della persona. Seguendo l’esempio di Gesù, già i primi cristiani si sono fatti carico del bisogno dell’uomo. Papa Callisto I (morto nel 222 circa), che era stato lui stesso schiavo, istituì una sorta di banca dei poveri la quale metteva le vedove e gli orfani al riparo dagli usurai impedendo che fossero ridotti in schiavitù. Basilio di Cesarea (+ 379), più conosciuto come grande teologo, fu il primo a fondare ospedali e, grazie alla sua notorietà personale, diventò avvocato di tanti oppressi di fronte ai potenti – come per esempio all’Imperatore romano Valente (+ 378). – O più tardi, in quel Medioevo che si dice essere così "buio", pensiamo alla "Tregua Dei". Gli uomini di Chiesa mettevano al sicuro i beni della gente semplice di fronte alla nobiltà; invitavano a manifestazioni di massa che al grido "Pax –pax –pax" promuovevano il desiderio entusiastico di una convivenza pacifica; i Vescovi, a conferma dei decreti di pace, brandivano il loro pastorale verso il cielo. Proveniente dalla Francia, il movimento della "Tregua Dei" si diffuse in Spagna, Italia e Germania. – Poi in epoca moderna: quando gli Stati europei fecero diventare altri paesi e continenti loro colonie, sottoponendoli non di rado a sfruttamento selvaggio, missionari cristiani e religiose non solo portarono agli abitanti di quelle terre la fede, ma insegnarono loro spesso anche stile e qualità di vita. Certo, nel frattempo, anche i nostri governi hanno imparato a fare qualcosa contro la miseria nei paesi lontani. Ma è pure innegabile che ancora nel XVIII e nel XIX secolo sarebbe vano cercare i "ministeri per lo sviluppo". Nel passato i cristiani erano tra i primi a farsi promotori di una maggiore giustizia. Nel loro impegno a favore della pace non hanno nulla da invidiare all’efficacia del lavoro delle istanze statali – sebbene se ne parli di meno. Il Sinodo dei Vescovi per l’Africa già citato prima ne ha dato eloquente testimonianza.

    Ma chi analizza in modo più preciso i contributi della Chiesa a favore di una intesa pacifica tra gli esseri umani, fa presto ad osservare che il problema di una convivenza giusta non può essere risolto soltanto con interventi mondani. Va oltre le categorie politiche. In quanto Chiesa dobbiamo spingere il nostro pensiero oltre l’orizzonte della società. Perciò sottovaluteremmo la profondità delle riflessioni del Pontefice, se volessimo considerare già risolta la questione che ci interessa con la rivendicazione di "dare a ciascuno il suo". Così il Papa insegna che questa definizione classica non considera a sufficienza in che cosa consiste quel "suo" che va concesso. E non ci vuole molto a riconoscere che "il suo" non può essere prescritto per legge e non si può ottenere solo con provvedimenti amministrativi.

    Il Papa osserva che una vita piena dipende da qualcosa che ha il carattere di un dono. Superando l’orizzonte meramente mondano nel rivendicare la giustizia, egli dice in modo inequivocabile: "Potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza". La giustizia distributiva, che va perseguita e che ogni promotore di pace riconosce, non è in grado ancora di dare all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno, il "suo".

    Come il Papa così anche noi dobbiamo andare oltre il modo comune di concepire l’antropologia per giungere a una visione dell’uomo completa: così il concetto di giustizia rivela tutto il suo contenuto. Benedetto XVI si fa guidare dalla Parola di Dio, ma, scegliendo questa via, non si perde in nessun modo in speculazioni da tavolino. Conferma soltanto ciò che vediamo in noi stessi e nella storia, se guardiamo con sufficiente attenzione. Il male viene dal di dentro, dal cuore dell’uomo come dice il Signore nel Vangelo (cfr. Mc 7, 14 ss.). William Shakespeare e Georges Bernanos lo hanno fatto vedere nelle loro opere, come per esempio in "Riccardo III" o in "Sotto il sole di Satana"; Stalin – per esempio in Ucraina – e Hitler – a Auschwitz – non si facevano scrupoli a lasciare libero sfogo alla propria malignità. Proprio l’esperienza del male ci insegna che sarebbe ingenuo affidarsi solamente alla giustizia umana che interviene sulle strutture e sui comportamenti dall’esterno. Il cuore degli uomini ha bisogno di essere sanato. Guarire dal di dentro di certo non li dispensa da uno sforzo proprio; ciascuno deve prendere coscienza della propria condizione. Ma l’uomo non può guarire per sua propria forza – con un allenamento fisico o mentale. Papa Benedetto dice: "Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia".

    Come ogni anno, il Messaggio Quaresimale esorta tutti gli uomini del nostro tempo a compiere buone azioni. Non omette di sollecitare una migliore distribuzione di cibo, di acqua e di medicine. Vediamo dopo il terribile terremoto in Haiti la grande generosità di moltissime persone. Ma la parola del Papa è soprattutto una sfida alla nostra volontà a fidarsi di Dio e a credere in Lui. Mette quindi a tema ciò che nella discussione generale sulla giustizia e sulla pace viene facilmente dimenticato o taciuto. A un tale auto-isolamento lontano da Dio – si potrebbe parlare di un "autismo dell’uomo causato dalla secolarizzazione" – papa Benedetto contrappone il suo fermo riferimento a Dio e la sua offerta di amore. In effetti, egli non perde mai l’occasione di ricordarlo in nessuno dei suoi discorsi importanti; non per caso anche la scorsa domenica ha messo Dio al centro della breve meditazione prima dell’Angelus. In questo mondo sempre più autosufficiente, considera evidentemente come il suo più importante servizio quello di testimoniare Dio e di spingere gli uomini a consegnarsi a Lui nella fede.

    Nell’ultima parte del suo Messaggio il Papa mette in risalto la salvezza in Cristo come il fondamento della giustizia umana. Per evidenziare questo si rifà a un passaggio centrale della lettera di san Paolo ai cristiani di questa nostra città. Senza averlo meritato, gli uomini vengono giustificati per la grazia di Dio mediante la redenzione che è in Cristo Gesù (cfr. Rm 3, 24). Così ogni tentativo di voler ottenere la giustizia come merito proprio viene portato ad absurdum. Particolarmente per noi oggi ciò può sembrare solo irritante, visto che sperimentiamo di continuo che solo ciò che ci siamo guadagnati con le nostre forze ci appartiene e che niente ci viene regalato; visto che veniamo ignorati se non alziamo la voce per rivendicare ciò che è nostro. La vita ordinaria oggi non ci rimanda a Dio; la sua assenza contraddistingue la nostra esperienza quotidiana. Un'altra volta scopriamo che il Vangelo non si trova in sintonia con il buonsenso borghese e deve per questo essere proclamato sempre di nuovo.

    Con le parole del Papa: la giustizia divina, avvenuta nel sangue di Cristo, è fondamentalmente diversa da quella umana. "Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia".

    [00168-01.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0072-XX.02]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede
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  9. #29
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA QUARESIMA 2010 , 04.02.2010

    Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2010 sul tema: "La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo" (Rm 3, 21-22):

    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

    Cari fratelli e sorelle,

    ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

    Giustizia: "dare cuique suum"

    Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine "giustizia", che nel linguaggio comune implica "dare a ciascuno il suo - dare cuique suum", secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel "suo" da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia "distributiva" non rende all’essere umano tutto il "suo" che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se "la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio" (De civitate Dei, XIX, 21).

    Da dove viene l’ingiustizia?

    L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: "Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male" (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene "da fuori", affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: "Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre" (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

    Giustizia e Sedaqah

    Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che "solleva dalla polvere il debole" (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è "sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto" (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un "esodo" più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

    Cristo, giustizia di Dio

    L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: "Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue" (3,21-25).

    Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’"espiazione" avvenga nel "sangue" di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé "la maledizione" che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la "benedizione" che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del "suo"? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

    Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del "mio", per darmi gratuitamente il "suo". Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia "più grande", che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

    Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

    Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.

    Dal Vaticano, 30 ottobre 2009

    BENEDICTUS PP. XVI

    [00171-01.01] [Testo originale: Italiano]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  10. #30
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