Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Pagina 2 di 31 PrimaPrima 123412 ... UltimaUltima
Risultati da 11 a 20 di 307

Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco - ANNO 2017

  1. #11
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 09.01.2017


    Alle ore 10.25 di questa mattina, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.

    Dopo le parole introduttive del Decano del Corpo Diplomatico, S.E. il Signor Armindo Fernandes do Espírito Santo Vieira, Ambasciatore di Angola, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

    Discorso del Santo Padre

    Eccellenze, cari Ambasciatori, Signore e Signori,

    Vi do il benvenuto e Vi ringrazio per la Vostra presenza così numerosa e attenta a questo tradizionale appuntamento che permette di scambiarci vicendevolmente l’augurio che l’anno da poco iniziato sia per tutti un tempo di gioia, di prosperità e di pace. Un particolare sentimento di riconoscenza rivolgo al Decano del Corpo Diplomatico, Sua Eccellenza il Signor Armindo Fernandes do Espírito Santo Vieira, Ambasciatore di Angola, per le deferenti parole di saluto che ha rivolto a nome dell’intero Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il quale si è recentemente allargato in seguito all’allacciamento dei rapporti diplomatici con la Repubblica Islamica di Mauritania, avvenuto un mese fa. Desidero parimenti esprimere gratitudine ai molti Ambasciatori residenti nell’Urbe, il cui numero si è accresciuto nel corso dell’ultimo anno, come pure agli Ambasciatori non residenti, che con la loro presenza odierna intendono sottolineare i vincoli di amicizia che uniscono i loro popoli alla Santa Sede. In pari tempo, mi è caro rivolgere una particolare espressione di cordoglio all’Ambasciatore della Malesia, ricordando il suo predecessore, Dato’ Mohd Zulkephli Bin Mohd Noor, deceduto nel febbraio scorso.

    Nel corso dell’anno passato, i rapporti fra i Vostri Paesi e la Santa Sede hanno avuto occasione di approfondirsi ulteriormente grazie alle gradite visite di numerosi Capi di Stato e di Governo, anche in concomitanza con i vari appuntamenti che hanno costellato il Giubileo straordinario della Misericordia, da poco conclusosi. Diversi sono stati pure gli Accordi bilaterali firmati o ratificati, sia di carattere generale, volti a riconoscere lo statuto giuridico della Chiesa, con la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centroafricana, il Benin e con Timor-Leste, sia di carattere più specifico come l’Avenant siglato con la Francia, o la Convenzione in materia fiscale con la Repubblica Italiana, recentemente entrata in vigore, ai quali si aggiunge il Memorandum d’Intesa tra la Segreteria di Stato e il Governo degli Emirati Arabi Uniti. Inoltre, nella prospettiva dell’impegno della Santa Sede a tener fede alle obbligazioni assunte dagli accordi sottoscritti, è stata data anche piena attuazione al Comprehensive Agreement con lo Stato di Palestina, entrato in vigore un anno fa.

    Cari Ambasciatori,

    un secolo fa, il mondo si trovava nel pieno del primo conflitto mondiale. Una inutile strage1, in cui nuove tecniche di combattimento disseminavano morte e causavano immani sofferenze alla popolazione civile inerme. Nel 1917, il volto del conflitto cambiò profondamente, acquisendo una fisionomia sempre più mondiale mentre si affacciavano all’orizzonte quei regimi totalitari che per lungo tempo sarebbero stati causa di laceranti divisioni. Cent’anni dopo, tante parti del mondo possono dire di aver beneficiato di periodi prolungati di pace, che hanno favorito opportunità di sviluppo economico e forme di benessere senza precedenti. Se per molti oggi la pace sembra, in qualche modo, un bene scontato, quasi un diritto acquisito a cui non si presta più molta attenzione, per troppi essa è ancora soltanto un lontano miraggio. Milioni di persone vivono tuttora al centro di conflitti insensati. Anche in luoghi un tempo considerati sicuri, si avverte un senso generale di paura. Siamo frequentemente sopraffatti da immagini di morte, dal dolore di innocenti che implorano aiuto e consolazione, dal lutto di chi piange una persona cara a causa dell’odio e della violenza, dal dramma dei profughi che sfuggono alla guerra o dei migranti che periscono tragicamente.

    Vorrei perciò dedicare l’incontro odierno al tema della sicurezza e della pace, poiché nel clima di generale apprensione per il presente e d’incertezza e di angoscia per l’avvenire, nel quale ci troviamo immersi, ritengo importante rivolgere una parola di speranza, che indichi anche una prospettiva di cammino.

    Proprio alcuni giorni fa abbiamo celebrato la 50a Giornata Mondiale della Pace, istituita dal mio beato Predecessore Paolo VI «come augurio e come promessa – all’inizio del calendario che misura e descrive il cammino della vita umana nel tempo – che sia la Pace con il suo giusto e benefico equilibrio a dominare lo svolgimento della storia avvenire»2. Per i cristiani, la pace è un dono del Signore, acclamata e cantata dagli angeli al momento della nascita di Cristo: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14). Essa è un bene positivo, «il frutto dell’ordine impresso nella società umana»3 da Dio e «non la semplice assenza della guerra»4. Non può «ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse»5, piuttosto esige l’impegno di quelle persone di buona volontà che «aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta»6.

    In tale prospettiva esprimo il vivo convincimento che ogni espressione religiosa sia chiamata a promuovere la pace. L’ho potuto sperimentare in modo significativo nel corso della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace, tenutasi ad Assisi nel settembre scorso, durante la quale i rappresentanti delle diverse religioni si sono trovati per «dar voce insieme a quanti soffrono, a quanti sono senza voce e senza ascolto»7, come pure nel corso della mia visita al Tempio Maggiore di Roma o alla Moschea di Baku.

    Sappiamo come non siano mancate violenze religiosamente motivate, a partire proprio dall’Europa, dove le storiche divisioni fra i cristiani sono durate troppo a lungo. Nel mio recente viaggio in Svezia ho inteso richiamare l’urgente bisogno di sanare le ferite del passato e camminare insieme verso mete comuni. Alla base di tale cammino non può che esservi il dialogo autentico fra le diverse confessioni religiose. È un dialogo possibile e necessario, come ho cercato di testimoniare nell’incontro avvenuto a Cuba con il Patriarca Cirillo di Mosca, come pure nel corso dei viaggi apostolici in Armenia, Georgia e Azerbaigian, dove ho percepito la giusta aspirazione di quelle popolazioni a ricomporre i conflitti che da anni pregiudicano la concordia e la pace.

    In pari tempo, è opportuno non dimenticare le molteplici opere, religiosamente ispirate, che concorrono, talvolta anche con il sacrificio dei martiri, all’edificazione del bene comune, attraverso l’educazione e l’assistenza, soprattutto nelle regioni più disagiate e nei teatri di conflitto. Tali opere contribuiscono alla pace e danno testimonianza di come si possa concretamente vivere e lavorare insieme, pur appartenendo a popoli, culture e tradizioni differenti, ogniqualvolta si colloca al centro delle proprie attività la dignità della persona umana.

    Purtroppo, siamo consapevoli di come ancor oggi, l’esperienza religiosa, anziché aprire agli altri, possa talvolta essere usata a pretesto di chiusure, emarginazioni e violenze. Mi riferisco particolarmente al terrorismo di matrice fondamentalista, che ha mietuto anche lo scorso anno numerose vittime in tutto il mondo: in Afghanistan, Bangladesh, Belgio, Burkina Faso, Egitto, Francia, Germania, Giordania, Iraq, Nigeria, Pakistan, Stati Uniti d’America, Tunisia e Turchia. Sono gesti vili, che usano i bambini per uccidere, come in Nigeria; prendono di mira chi prega, come nella Cattedrale copta del Cairo, chi viaggia o lavora, come a Bruxelles, chi passeggia per le vie della città, come a Nizza e a Berlino, o semplicemente chi festeggia l’arrivo del nuovo anno, come a Istanbul.

    Si tratta di una follia omicida che abusa del nome di Dio per disseminare morte, nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere. Faccio perciò appello a tutte le autorità religiose perché siano unite nel ribadire con forza che non si può mai uccidere nel nome di Dio. Il terrorismo fondamentalista è frutto di una grave miseria spirituale, alla quale è sovente connessa anche una notevole povertà sociale. Esso potrà essere pienamente sconfitto solo con il comune contributo dei leader religiosi e di quelli politici. Ai primi spetta il compito di trasmettere quei valori religiosi che non ammettono contrapposizione fra il timore di Dio e l’amore per il prossimo. Ai secondi spetta garantire nello spazio pubblico il diritto alla libertà religiosa, riconoscendo il contributo positivo e costruttivo che essa esercita nell’edificazione della società civile, dove non possono essere percepite come contraddittorie l’appartenenza sociale, sancita dal principio di cittadinanza, e la dimensione spirituale della vita. A chi governa compete, inoltre, la responsabilità di evitare che si formino quelle condizioni che divengono terreno fertile per il dilagare dei fondamentalismi. Ciò richiede adeguate politiche sociali volte a combattere la povertà, che non possono prescindere da una sincera valorizzazione della famiglia, come luogo privilegiato della maturazione umana, e da cospicui investimenti in ambito educativo e culturale.

    Al riguardo, accolgo con interesse l’iniziativa del Consiglio d’Europa sulla dimensione religiosa del dialogo interculturale, che lo scorso anno ha messo a tema il ruolo dell’educazione nella prevenzione della radicalizzazione che conduce al terrorismo e all’estremismo violento. Si tratta di un’opportunità per approfondire il contributo del fenomeno religioso e il ruolo dell’educazione a una vera pacificazione del tessuto sociale, necessaria per la convivenza in una società multiculturale.

    In tal senso, desidero esprimere il convincimento che ogni autorità politica non debba limitarsi a garantire la sicurezza dei propri cittadini – concetto che può facilmente ricondursi ad un semplice “quieto vivere” – ma sia chiamata anche a farsi vera promotrice e operatrice di pace. La pace è una “virtù attiva”, che richiede l’impegno e la collaborazione di ogni singola persona e dell’intero corpo sociale nel suo insieme. Come osservava il Concilio Vaticano II, «la pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un edificio da costruirsi continuamente»8, tutelando il bene delle persone, rispettandone la dignità. Edificarla richiede anzitutto di rinunciare alla violenza nel rivendicare i propri diritti9. Proprio a tale principio ho voluto dedicare il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2017, intitolato: «La nonviolenza: stile di una politica per la pace», per richiamare anzitutto come la nonviolenza sia uno stile politico, basato sul primato del diritto e della dignità di ogni persona.

    Edificare la pace esige anche che «si eliminino le cause di discordia che fomentano le guerre»10, a cominciare dalle ingiustizie. Infatti, esiste un intimo legame fra giustizia e pace11. «Ma – osservava san Giovanni Paolo II – poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com’è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati. […] Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia [ma] mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell’ordine, la quale […] è risanamento in profondità delle ferite che sanguinano negli animi. Per un tale risanamento la giustizia e il perdono sono ambedue essenziali»12. Queste parole, oggi più che mai attuali, hanno incontrato la disponibilità di alcuni Capi di Stato o di Governo ad accogliere il mio invito a compiere un gesto di clemenza verso i carcerati. A loro, come pure a quanti si adoperano per creare condizioni di vita dignitose per i detenuti e favorire il loro reinserimento nella società, desidero esprimere la mia particolare riconoscenza e gratitudine.

    Sono convinto che per molti il Giubileo straordinario della Misericordia sia stata un’occasione particolarmente propizia anche per scoprire la «grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale»13. Ciascuno può così contribuire a dare vita ad «una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli»14. Solo così si potranno costruire società aperte e accoglienti verso gli stranieri e, nello stesso tempo, sicure e in pace al loro interno. Ciò è tanto più necessario nel tempo presente, in cui proseguono senza sosta in diverse parti del mondo ingenti flussi migratori. Penso in modo particolare ai numerosi profughi e rifugiati in alcune zone dell’Africa, nel Sudest asiatico e a quanti fuggono dalle zone di conflitto in Medio Oriente.

    Lo scorso anno la comunità internazionale si è confrontata con due importanti appuntamenti convocati dalle Nazioni Unite: il primo Vertice Umanitario Mondiale e il Vertice sui Vasti Movimenti di Rifugiati e Migranti. Occorre un impegno comune nei confronti di migranti, profughi e rifugiati, che consenta di dare loro un’accoglienza dignitosa. Ciò implica saper coniugare il diritto di «ogni essere umano […] di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse»15, e nello stesso tempo garantire la possibilità di un’integrazione dei migranti nei tessuti sociali in cui si inseriscono, senza che questi sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti.

    Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti, ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione. Soprattutto non si può ridurre la drammatica crisi attuale ad un semplice conteggio numerico. I migranti sono persone, con nomi, storie, famiglie e non potrà mai esserci vera pace finché esisterà anche un solo essere umano che viene violato nella propria identità personale e ridotto ad una mera cifra statistica o ad oggetto di interesse economico.

    Il problema migratorio è una questione che non può lasciare alcuni Paesi indifferenti, mentre altri sostengono l’onere umanitario, non di rado con notevoli sforzi e pesanti disagi, di far fronte ad un’emergenza che non sembra aver fine. Tutti dovrebbero sentirsi costruttori e concorrenti al bene comune internazionale, anche attraverso gesti concreti di umanità, che costituiscono fattori essenziali di quella pace e di quello sviluppo che intere nazioni e milioni di persone attendono ancora. Sono perciò grato ai tanti Paesi che con generosità accolgono quanti sono nel bisogno, a partire dai diversi Stati europei, specialmente l’Italia, la Germania, la Grecia e la Svezia.

    Mi rimarrà sempre impresso il viaggio che ho compiuto nell’isola di Lesvos, insieme ai miei fratelli il Patriarca Bartolomeo e l’Arcivescovo Ieronymos, dove ho visto e toccato con mano la drammatica situazione dei campi profughi, ma anche l’umanità e lo spirito di servizio delle molte persone impegnate per assisterli. Né bisogna dimenticare l’accoglienza offerta da altri Paesi europei e del Medio Oriente, quali il Libano, la Giordania, la Turchia, come pure l’impegno di diversi Paesi dell’Africa e dell’Asia. Anche nel corso del mio viaggio in Messico, dove ho potuto sperimentare la gioia del popolo messicano, mi sono sentito vicino alle migliaia di migranti dell’America Centrale, che patiscono terribili ingiustizie e pericoli nel tentativo di poter avere un futuro migliore, vittime di estorsione e oggetto di quel deprecabile commercio – orribile forma di schiavitù moderna – che è la tratta delle persone.

    Nemica della pace è una tale “visione ridotta” dell’uomo, che presta il fianco al diffondersi dell’iniquità, delle disuguaglianze sociali, della corruzione. Proprio nei confronti di quest’ultimo fenomeno, la Santa Sede ha assunto nuovi impegni, depositando, formalmente lo scorso 19 settembre, lo strumento di adesione alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 31 ottobre 2003.

    Nella sua Enciclica Populorum progressio, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario, il beato Paolo VI ricordava come tali disuguaglianze provochino discordie. «Il cammino della pace passa attraverso lo sviluppo»16 che le autorità pubbliche hanno l’onere di incoraggiare e favorire, creando le condizioni per una più equa distribuzione delle risorse e stimolando le opportunità di lavoro soprattutto per i più giovani. Nel mondo ci sono ancora troppe persone, specialmente bambini, che soffrono per endemiche povertà e vivono in condizioni di insicurezza alimentare – anzi di fame –, mentre le risorse naturali sono fatte oggetto dell’avido sfruttamento di pochi ed enormi quantità di cibo vengono sprecate ogni giorno.

    I bambini e i giovani sono il futuro, sono coloro per i quali si lavora e si costruisce. Non possono venire egoisticamente trascurati e dimenticati. Per tale ragione, come ho richiamato recentemente in una lettera inviata a tutti i Vescovi, ritengo prioritaria la difesa dei bambini, la cui innocenza è spesso spezzata sotto il peso dello sfruttamento, del lavoro clandestino e schiavo, della prostituzione o degli abusi degli adulti, dei banditi e dei mercanti di morte17.

    Nel corso del mio viaggio in Polonia, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, ho avuto modo di incontrare migliaia di giovani, pieni di entusiasmo e di gioia di vivere. Di tanti altri ho però visto il dolore e la sofferenza. Penso ai ragazzi e alle ragazze che subiscono le conseguenze dell’atroce conflitto in Siria, privati delle gioie dell’infanzia e della giovinezza: dalla possibilità di giocare liberamente all’opportunità di andare a scuola. A loro e a tutto il caro popolo siriano va il mio costante pensiero, mentre faccio appello alla comunità internazionale perché si adoperi con solerzia per dare vita ad un negoziato serio, che metta per sempre la parola fine al conflitto, che sta provocando una vera e propria sciagura umanitaria. Ciascuna delle parti in causa deve ritenere come prioritario il rispetto del diritto umanitario internazionale, garantendo la protezione dei civili e la necessaria assistenza umanitaria alla popolazione. Il comune auspicio è che la tregua recentemente firmata possa essere un segno di speranza per tutto il popolo siriano, che ne ha profonda necessità.

    Ciò esige anche che ci si adoperi per debellare il deprecabile commercio delle armi e la continua rincorsa a produrre e diffondere armamenti sempre più sofisticati. Notevole sconcerto destano gli esperimenti condotti nella penisola coreana, che destabilizzano l’intera regione e pongono inquietanti interrogativi all’intera comunità internazionale circa il rischio di una nuova corsa alle armi nucleari. Rimangono ancora molto attuali le parole di san Giovanni XXIII nella Pacem in terris, allorché affermava che «saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari»18. In tale prospettiva, anche in vista della prossima Conferenza sul Disarmo, la Santa Sede si adopera per promuovere un’etica della pace e della sicurezza che vada al di là di quella paura e “chiusura” che condiziona il dibattito sulle armi nucleari.

    Anche per quanto riguarda gli armamenti convenzionali, occorre rilevare che la facilità con cui non di rado si può accedere al mercato delle armi, anche di piccolo calibro, oltre ad aggravare la situazione nelle diverse aree di conflitto, produce un diffuso e generale sentimento di insicurezza e di paura, tanto più pericoloso, quanto più si attraversano momenti di incertezza sociale e cambiamenti epocali come quello attuale.

    Nemica della pace è l’ideologia che fa leva sui disagi sociali per fomentare il disprezzo e l’odio e che vede l’altro come un nemico da annientare. Purtroppo nuove forme ideologiche si affacciano continuamente all’orizzonte dell’umanità. Mascherandosi come portatrici di bene per il popolo, lasciano invece dietro di sé povertà, divisioni, tensioni sociali, sofferenza e non di rado anche morte. La pace, invece, si conquista con la solidarietà. Da essa germoglia la volontà di dialogo e la collaborazione, che trova nella diplomazia uno strumento fondamentale. Nella prospettiva della misericordia e della solidarietà si colloca l’impegno convinto della Santa Sede e della Chiesa cattolica nello scongiurare i conflitti o nell’accompagnare processi di pace, di riconciliazione e di ricerca di soluzioni negoziali agli stessi. Rincuora poter vedere che alcuni tentativi intrapresi incontrano la buona volontà di tante persone che, da più parti, si adoperano attivamente e fattivamente per la pace. Penso agli sforzi compiuti nell’ultimo biennio per riavvicinare Cuba e gli Stati Uniti. Penso anche allo sforzo intrapreso con tenacia, seppure fra difficoltà, per terminare anni di conflitto in Colombia.

    Tale approccio intende favorire la fiducia reciproca, sostenere cammini di dialogo e sottolineare la necessità di gesti coraggiosi, che sono quanto mai urgenti anche nel vicino Venezuela, dove le conseguenze della crisi politica, sociale ed economica, stanno da tempo gravando sulla popolazione civile; o in altre parti del globo, a cominciare dal Medio Oriente, non solo per porre fine al conflitto siriano, ma anche per favorire società pienamente riconciliate in Iraq e in Yemen. La Santa Sede rinnova inoltre il suo pressante appello affinché riprenda il dialogo fra Israeliani e Palestinesi, perché si giunga ad una soluzione stabile e duratura che garantisca la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini internazionalmente riconosciuti. Nessun conflitto può diventare un’abitudine dalla quale sembra quasi che non ci si riesca a separare. Israeliani e Palestinesi hanno bisogno di pace. Tutto il Medio Oriente ha urgente bisogno di pace!

    Parimenti auspico la piena attuazione degli accordi volti a ristabilire la pace in Libia, dove è quanto mai urgente ricomporre le divisioni di questi anni. Allo stesso modo incoraggio ogni sforzo a livello locale e internazionale per ripristinare la convivenza civile in Sudan, in Sud Sudan e nella Repubblica Centroafricana, martoriate da persistenti scontri armati, massacri e devastazioni, come pure in altre Nazioni del continente segnate da tensioni e instabilità politica e sociale. In particolare, esprimo l’auspicio che il recente accordo firmato nella Repubblica Democratica del Congo contribuisca a far sì che quanti hanno responsabilità politiche si adoperino con solerzia per favorire la riconciliazione e il dialogo fra tutte le componenti della società civile. Il mio pensiero va, inoltre, al Myanmar affinché si favorisca una pacifica coesistenza e, con l’aiuto della comunità internazionale, non si manchi di assistere coloro che ne hanno grave e urgente necessità.

    Anche in Europa, dove non mancano le tensioni, la disponibilità al dialogo è l’unica via per garantire la sicurezza e lo sviluppo del continente. Accolgo pertanto con favore le iniziative volte a favorire il processo di riunificazione di Cipro – proprio oggi riprendono i negoziati –, mentre auspico che in Ucraina si prosegua con determinazione nella ricerca di soluzioni percorribili per la piena realizzazione degli impegni assunti dalle Parti e, soprattutto, si dia una pronta risposta alla situazione umanitaria, che rimane tuttora grave.

    L’Europa intera sta attraversando un momento decisivo della sua storia, nel quale è chiamata a ritrovare la propria identità. Ciò esige di riscoprire le proprie radici per poter plasmare il proprio futuro. Di fronte alle spinte disgregatrici, è quanto mai urgente aggiornare “l’idea di Europa” per dare alla luce un nuovo umanesimo basato sulle capacità di integrare, di dialogare e di generare19, che hanno reso grande il cosiddetto Vecchio Continente. Il processo di unificazione europea, iniziato dopo il secondo conflitto mondiale, è stato e continua ad essere un’occasione unica di stabilità, di pace e di solidarietà tra i popoli. In questa sede non posso che ribadire l’interesse e la preoccupazione della Santa Sede per l’Europa e per il suo futuro, nella consapevolezza che i valori su cui tale progetto, di cui quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario, ha tratto la propria origine e si fonda sono comuni a tutto il continente e travalicano gli stessi confini dell’Unione Europea.

    Eccellenze, Signore e Signori,

    edificare la pace significa anche adoperarsi attivamente per la cura del creato. L’Accordo di Parigi sul clima, entrato recentemente in vigore, è un segno importante del comune impegno per lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo bello e vivibile. Auspico che lo sforzo intrapreso in tempi recenti per fronteggiare i cambiamenti climatici trovi una sempre più vasta cooperazione di tutti, poiché la Terra è la nostra casa comune e occorre considerare che le scelte di ciascuno hanno ripercussioni sulla vita di tutti.

    Tuttavia, è evidente anche che ci sono fenomeni che superano le possibilità dell’azione umana. Mi riferisco ai numerosi terremoti che hanno colpito alcune regioni del mondo. Penso anzitutto a quelli avvenuti in Ecuador, in Italia e in Indonesia, che hanno provocato numerose vittime, e tuttora molte persone vivono in condizioni di grande precarietà. Ho potuto visitare personalmente alcune aree colpite dal terremoto nel centro Italia, dove, nel constatare le ferite che il sisma ha provocato ad una terra ricca di arte e di cultura, ho potuto condividere il dolore di tante persone, insieme al loro coraggio e alla determinazione a ricostruire quanto è andato distrutto. Auspico che la solidarietà che ha unito il caro popolo italiano nelle ore successive al terremoto, continui ad animare l’intera Nazione, soprattutto in questo tempo delicato della sua storia. La Santa Sede e l’Italia sono particolarmente legate da ovvie motivazioni storiche, culturali e geografiche. Tale legame è apparso in modo evidente nell’anno giubilare e ringrazio tutte le Autorità italiane per l’aiuto offerto nell’organizzazione di tale evento, anche per garantire la sicurezza dei pellegrini, giunti da ogni parte del mondo.

    Cari Ambasciatori,

    la pace è un dono, una sfida e un impegno. Un dono perché essa sgorga dal cuore stesso di Dio; una sfida perché è un bene che non è mai scontato e va continuamente conquistato; un impegno perché esige l’appassionata opera di ogni persona di buona volontà nel ricercarla e costruirla. Non c’è, dunque, vera pace se non a partire da una visione dell’uomo che sappia promuoverne lo sviluppo integrale, tenendo conto della sua dignità trascendente, poiché «lo sviluppo è il nuovo nome della pace»20, come ricordava il beato Paolo VI. Questo è dunque il mio auspicio per l’anno appena iniziato: che possano crescere fra i nostri Paesi e i loro popoli le occasioni per lavorare insieme e costruire una pace autentica. Da parte sua, la Santa Sede, e in particolare la Segreteria di Stato, sarà sempre disponibile a collaborare con quanti si impegnano per porre fine ai conflitti in corso e a dare sostegno e speranza alle popolazioni che soffrono.

    Nella liturgia pronunciamo il saluto «la pace sia con voi». Con questa espressione, pegno di copiose benedizioni divine, rinnovo a ciascuno di Voi, distinti membri del Corpo Diplomatico, alle Vostre famiglie, ai Paesi che qui rappresentate, i miei più sinceri auguri per il nuovo anno.

    Grazie.

    _____________________

    1 Benedetto XV, Lettera ai capi dei popoli belligeranti, 1° agosto 1917: AAS IX (1917), 423.

    2 Paolo VI, Messaggio per la celebrazione della I Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 1968).

    3 Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 78.

    4 Ibid.

    5 Ibid.

    6 Ibid.

    7 Discorso nella Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace, Assisi, 20 settembre 2016.

    8 Cost. past. Gaudium et spes, 78.

    9 Cfr ibid.

    10 Ibid, 83.

    11 Cfr Sal 85,11; Is 32,17.

    12 Messaggio per la celebrazione della XXXV Giornata Mondiale della Pace: Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono (1° gennaio 2002).

    13 Lett. ap. Misericordia et misera, 20 novembre 2016, 18.

    14 Ibid., 20.

    15 Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris, 11 aprile 1963, 12.

    16 Lett. enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 83.

    17 Cfr Lettera ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti, 28 dicembre 2016.

    18 Lett. enc. Pacem in terris, 11 aprile 1963, 60.

    19 Cfr Discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016.

    20 Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 87.

    [00032-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0015-XX.01]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  2. #12
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    L’Udienza Generale, 11.01.2017


    L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 9.40 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

    Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il nuovo ciclo di catechesi sul tema della speranza cristiana, ha incentrato la sua meditazione sul Salmo 115. Le false speranze negli idoli (cfr Sal 115,4-5.8-11).

    Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

    L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

    Catechesi del Santo Padre in lingua italiana

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nello scorso mese di dicembre e nella prima parte di gennaio abbiamo celebrato il tempo di Avvento e poi quello di Natale: un periodo dell’anno liturgico che risveglia nel popolo di Dio la speranza. Sperare è un bisogno primario dell’uomo: sperare nel futuro, credere nella vita, il cosiddetto “pensare positivo”.

    Ma è importante che tale speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. È per questo che la Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza. E lo fa in vari modi, ma soprattutto denunciando la falsità degli idoli in cui l’uomo è continuamente tentato di riporre la sua fiducia, facendone l’oggetto della sua speranza.

    In particolare i profeti e sapienti insistono su questo, toccando un punto nevralgico del cammino di fede del credente. Perché fede è fidarsi di Dio – chi ha fede, si fida di Dio –, ma viene il momento in cui, scontrandosi con le difficoltà della vita, l’uomo sperimenta la fragilità di quella fiducia e sente il bisogno di certezze diverse, di sicurezze tangibili, concrete. Io mi affido a Dio, ma la situazione è un po’ brutta e io ho bisogno di una certezza un po’ più concreta. E lì è il pericolo! E allora siamo tentati di cercare consolazioni anche effimere, che sembrano riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. E pensiamo di poterle trovare nella sicurezza che può dare il denaro, nelle alleanze con i potenti, nella mondanità, nelle false ideologie. A volte le cerchiamo in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo, appunto, che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero. Ma a noi piacciono gli idoli, ci piacciono tanto! Una volta, a Buenos Aires, dovevo andare da una chiesa ad un’altra, mille metri, più o meno. E l’ho fatto, camminando. E c’è un parco in mezzo, e nel parco c’erano piccoli tavolini, ma tanti, tanti, dove erano seduti i veggenti. Era pieno di gente, che faceva anche la coda. Tu, gli davi la mano e lui incominciava, ma, il discorso era sempre lo stesso: c’è una donna nella tua vita, c’è un’ombra che viene, ma tutto andrà bene … E poi, pagavi. E questo ti dà sicurezza? E’ la sicurezza di una – permettetemi la parola – di una stupidaggine. Andare dal veggente o dalla veggente che leggono le carte: questo è un idolo! Questo è l’idolo, e quando noi vi siamo tanto attaccati: compriamo false speranze. Mentre di quella che è la speranza della gratuità, che ci ha portato Gesù Cristo, gratuitamente dando la vita per noi, di quella a volte non ci fidiamo tanto.

    Un Salmo pieno di sapienza ci dipinge in modo molto suggestivo la falsità di questi idoli che il mondo offre alla nostra speranza e a cui gli uomini di ogni tempo sono tentati di affidarsi. È il salmo 115, che così recita:

    «I loro idoli sono argento e oro,
    opera delle mani dell’uomo.
    Hanno bocca e non parlano,
    hanno occhi e non vedono,
    hanno orecchi e non odono,
    hanno narici e non odorano.
    Le loro mani non palpano,
    i loro piedi non camminano;
    dalla loro gola non escono suoni!
    Diventi come loro chi li fabbrica
    e chiunque in essi confida!» (vv. 4-8).

    Il salmista ci presenta, in modo anche un po’ ironico, la realtà assolutamente effimera di questi idoli. E dobbiamo capire che non si tratta solo di raffigurazioni fatte di metallo o di altro materiale, ma anche di quelle costruite con la nostra mente, quando ci fidiamo di realtà limitate che trasformiamo in assolute, o quando riduciamo Dio ai nostri schemi e alle nostre idee di divinità; un dio che ci assomiglia, comprensibile, prevedibile, proprio come gli idoli di cui parla il Salmo. L’uomo, immagine di Dio, si fabbrica un dio a sua propria immagine, ed è anche un’immagine mal riuscita: non sente, non agisce, e soprattutto non può parlare. Ma, noi siamo più contenti di andare dagli idoli che andare dal Signore. Siamo tante volte più contenti dell’effimera speranza che ti dà questo falso idolo, che la grande speranza sicura che ci dà il Signore.

    Alla speranza in un Signore della vita che con la sua Parola ha creato il mondo e conduce le nostre esistenze, si contrappone la fiducia in simulacri muti. Le ideologie con la loro pretesa di assoluto, le ricchezze – e questo è un grande idolo – , il potere e il successo, la vanità, con la loro illusione di eternità e di onnipotenza, valori come la bellezza fisica e la salute, quando diventano idoli a cui sacrificare ogni cosa, sono tutte realtà che confondono la mente e il cuore, e invece di favorire la vita conducono alla morte. E’ brutto sentire e fa dolore all’anima quello che una volta, anni fa, ho sentito, nella diocesi di Buenos Aires : una donna brava, molto bella, si vantava della bellezza, commentava, come se fosse naturale: “Eh sì, ho dovuto abortire perché la mia figura è molto importante”. Questi sono gli idoli, e ti portano sulla strada sbagliata e non ti danno felicità.

    Il messaggio del Salmo è molto chiaro: se si ripone la speranza negli idoli, si diventa come loro: immagini vuote con mani che non toccano, piedi che non camminano, bocche che non possono parlare. Non si ha più nulla da dire, si diventa incapaci di aiutare, cambiare le cose, incapaci di sorridere, di donarsi, incapaci di amare. E anche noi, uomini di Chiesa, corriamo questo rischio quando ci “mondanizziamo”. Bisogna rimanere nel mondo ma difendersi dalle illusioni del mondo, che sono questi idoli che ho menzionato.

    Come prosegue il Salmo, bisogna confidare e sperare in Dio, e Dio donerà benedizione.

    Così dice il Salmo:

    «Israele, confida nel Signore […]
    Casa di Aronne, confida nel Signore […]
    Voi che temete il Signore, confidate nel Signore […]

    Il Signore si ricorda di noi, ci benedice» (vv. 9.10.11.12). Sempre il Signore si ricorda. Anche nei momenti brutti lui si ricorda di noi. E questa è la nostra speranza. E la speranza non delude. Mai. Mai. Gli idoli deludono sempre: sono fantasie, non sono realtà.

    Ecco la stupenda realtà della speranza: confidando nel Signore si diventa come Lui, la sua benedizione ci trasforma in suoi figli, che condividono la sua vita. La speranza in Dio ci fa entrare, per così dire, nel raggio d’azione del suo ricordo, della sua memoria che ci benedice e ci salva. E allora può sgorgare l’alleluia, la lode al Dio vivo e vero, che per noi è nato da Maria, è morto sulla croce ed è risorto nella gloria. E in questo Dio noi abbiamo speranza, e questo Dio – che non è un idolo – non delude mai.

    [00037-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Sintesi della catechesi e saluti nelle diverse lingue

    In lingua francese

    Speaker:


    Frères et sœurs, les Saintes Ecritures nous mettent en garde contre les fausses espérances en dénonçant, en particulier, les idoles en lesquelles nous sommes tentés de mettre notre confiance. Face aux difficultés de la vie, l’homme fait l’expérience de la fragilité de sa foi et sent le besoin de certitudes diverses, de sécurités et de consolations concrètes qui semblent remplir le vide de la solitude et adoucir la peine à croire. Au lieu de favoriser la vie elles conduisent à la mort. Telles sont les idéologies avec leur prétention d’absolu, les richesses, le pouvoir et le succès avec leur illusion d’éternité et de puissance, la santé et la beauté physiques auxquelles tout est parfois sacrifié. Il est nécessaire, bien que demeurant dans le monde, de nous défendre de ces illusions du monde, et de nous en remettre à Dieu qui, seul, donne sa bénédiction. Espérer en Dieu nous fait partager sa vie et fait de nous ses enfants ; nous recevons sa bénédiction et nous sommes sauvés.

    Santo Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare la Comunità del Seminario San Sulpizio, d’Issy-les-Moulineaux.

    Il tempo di Natale che si è appena concluso ha risvegliato la nostra speranza. Questa speranza entri ora nella vostra vita di tutti i giorni, ci sostenga nelle difficoltà e dia senso alla nostra esistenza.

    Dio vi benedica!

    Speaker:

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier la Communauté du Séminaire Saint-Sulpice, d’Issy-les-Moulineaux.

    Le temps de Noël qui vient de s’achever a réveillé notre espérance. Que cette espérance entre maintenant dans notre vie de tous les jours, qu’elle nous soutienne dans les difficultés et donne sens à notre existence.

    Que Dieu vous bénisse!

    [00038-FR.01] [Texte original: Français]

    In lingua inglese

    Speaker:


    Dear Brothers and Sisters: In these first days of the new year, following our celebration of the seasons of Advent and Christmas, with their message of the fulfilment of God’s promises in the coming of the Saviour, we now continue our catechesis on Christian hope. The Scriptures teach us that side by side with authentic hope, born of trust in God’s word, we can be tempted by false hopes and worldly idols, like money, power or physical beauty. Hope in God demands strength and perseverance, whereas these false gods promise an easy security, a future we can control. The Psalmist denounces this kind of idolatry, stating that those who put their trust in images that are the work of human hands, will come to be like them: spiritually blind, deaf and insensible. God is always greater than we are, and we, created in his image and likeness, cannot reduce him to our size or fabricate other gods, made in our own image and tailored to our desires. By trusting in God’s word and hoping in his promises, we become more and more like him, sharing in his life and rejoicing in his provident care, revealed in the birth, death and resurrection of Jesus his Son.

    Santo Padre:

    Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Australia, Giappone e Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo. Dio vi benedica!

    Speaker:

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from Australia, Japan and the United States of America. Upon you and your families, I cordially invoke and abundance of joy and peace in our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [00039-EN.01] [Original text: English]

    In lingua tedesca

    Speaker:


    Liebe Brüder und Schwestern, die Heilige Schrift warnt uns immer wieder vor falschen Hoffnungen, durch die wir gerade in Zeiten der Sorge, Not und Unsicherheit Trost suchen wollen: Geld, Macht, Weltlichkeit, verschiedene Ideologien. Psalm 115, aus dem wir gerade einige Verse gehört haben, zeigt uns deutlich die Nichtigkeit der von Menschen gemachten Götzen. Dabei geht es nicht nur um materielle Götzen. Ebenso flüchtig sind oberflächliche Ideen, die wir absolut setzen. Auch dürfen wir die Würde Gottes nicht nach unseren menschlichen Kriterien verkleinern, um ihn leichter zu begreifen, sein Handeln vorhersehbar zu machen oder um ihm unseren Willen aufzwingen zu können. Die Botschaft des Psalms ist klar: Wenn wir uns auf die Götzen stützen, werden wir wie sie: hohl, flüchtig, unnütz. Wir verlernen zu helfen, Dinge zu ändern, zu lächeln, sich zu verschenken, zu lieben. Wenn wir aber auf den Herrn vertrauen, werden wir auch ihm ähnlich. Sein Segen macht uns immer mehr zu seinen Söhnen und Töchtern. Wir dürfen an seinem göttlichen Leben teilhaben. Die Hoffnung auf Gott lässt uns sozusagen eintreten in sein Licht, das uns rettet und heilt.

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua tedesca. Gesù comincia lì dove le nostre facoltà arrivano al limite. A Lui affidiamo tutta la nostra vita e raccomandiamo i nostri cari. Vi auguro un buon soggiorno a Roma. Dio vi benedica tutti.

    Speaker:

    Einen herzlichen Gruß richte ich an alle Pilger deutscher Sprache. Jesus beginnt dort, wo unsere Möglichkeiten an ein Ende kommen. Ihm vertrauen wir unser ganzes Leben an und empfehlen unsere Lieben. Ich wünsche euch einen schönen Aufenthalt in Rom. Gott segne euch alle.

    [00040-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

    In lingua spagnola

    Queridos hermanos y hermanas

    La esperanza, esperar en el futuro, creer en la vida, es una necesidad primaria del hombre. Pero es importante que pongamos nuestra confianza en lo que verdaderamente pueda ayudar a vivir y dar sentido a la existencia.

    La Sagrada Escritura nos advierte contra las falsas esperanzas que el mundo presenta, denunciando la paradoja de sus ídolos. El hombre, al buscar seguridades tangibles y concretas, cae en la tentación de las consolaciones efímeras —dinero, alianza con los potentes, mundanidad, falsas ideologías— que parecen colmar el vacío de soledad y mitigan el cansancio de creer.

    El salmo 115 describe de modo sugestivo la realidad absolutamente fugaz de estos ídolos. Advierte que quien pone la esperanza en ellos termina siendo como ellos: imágenes vacías con manos que no tocan, pies que no caminan, boca que no puede hablar. No se tiene nada que decir, se es incapaz de ayudar, cambiar las cosas, sonreír, donarse, amar. El hombre en cambio ha de ser imagen de Dios, confiando y esperando en su gracia y bendición.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los venidos de España y Latinoamérica. Los invito a poner plenamente su confianza en el Señor para que de su vida brote la alabanza al Dios vivo y verdadero, que por nosotros nació de María, murió sobre la cruz y ha resucitado en la gloria. Muchas gracias.

    [00041-ES.01] [Texto original: Español]

    In lingua portoghese

    Speaker:


    Ter esperança – esperar no futuro, crer na vida – é uma necessidade primária do ser humano. Mas é importante que esta esperança esteja posta em alguém que verdadeiramente possa ajudar a viver, possa dar sentido à nossa existência. Por isso, a Sagrada Escritura acautela-nos contra falsas esperanças que o mundo nos apresenta e às quais muitas vezes nos sentimos tentados a confiar: são falsos ídolos. E não se trata apenas de imagens feitas de metal ou de barro, mas também imagens construídas na nossa mente, quando confiamos em realidades limitadas que transformamos em absolutos ou quando reduzimos Deus aos nossos esquemas e ideias de divindade: um deus à nossa medida, que possa servir as nossas exigências e intervir magicamente para mudar a realidade e torná-la como a queremos nós. Neste caso o homem, feito à imagem de Deus, fabrica um deus à sua própria imagem e uma imagem mal conseguida, pois não ouve, não age e sobretudo não pode falar. À esperança no Senhor da vida, que, com a sua Palavra, criou o mundo e conduz a nossa existência, contrapomos a confiança em imagens mudas. As ideologias com a sua pretensão de absoluto, as riquezas, o poder e o sucesso, com a sua ilusão de eternidade e omnipotência, valores como a beleza física e a saúde vistos como ídolos aos quais tudo se sacrifica: tudo isso são realidades que confundem a mente e o coração e, em vez de favorecer a vida, conduzem à morte. A mensagem do Salmo é muito clara: se colocamos a nossa esperança em tais ídolos, ficamos como eles: imagens vazias, com mãos que não apalpam, pés que não caminham, bocas que não podem falar. Não temos nada para dizer, tornamo-nos incapazes de ajudar, melhorar a vida, sorrir, dar-se. Pelo contrário, se pomos a nossa esperança em Deus, tornamo-nos como Ele, partilhamos a sua vida e irradiamos a sua bênção sobre a terra.

    Santo Padre:

    Carissimi pellegrini di lingua portoghese, un cordiale saluto a tutti voi, specialmente ai membri del «Grupo de Cavaquinhos de Passos de Silgueiros». Voi cantate bene! Sui vostri passi, invoco la grazia dell’incontro con Dio: Gesù è la Tenda divina in mezzo a noi. Andate da Lui, vivete nella sua amicizia e avrete la vita eterna. Su di voi e sulle vostre famiglie, scenda la Benedizione di Dio!

    Speaker:

    Amados peregrinos de língua portuguesa, cordiais saudações para todos vós, de modo especial para os membros do Grupo de Cavaquinhos de Passos de Silgueiros. Sobre os vossos passos, invoco a graça do encontro com Deus: Jesus Cristo é a Tenda divina no meio de nós. Ide até Ele, vivei na sua amizade e tereis a vida eterna. Sobre vós e vossas famílias desça a Bênção de Deus!

    [00042-PO.02] [Texto original: Português]

    In lingua araba

    Speaker:


    [تكلم قداسة البابا اليوم عن الرجاء كاحتياج أساسي للإنسان، للتطلع نحو المستقبل، ولعيش الحاضر ‏بطريقة ‏إيجابية ولإعطاء معنى لوجوده. إنما ينبغي التفرقة بين الرجاء الحقيقي والأنواع المزيفة من الرجاء التي ‏يقدمها ‏لنا هذا العالم ويحذرنا منها الكتاب المقدس، فاضحا عدم جدواها وعبثيتها، ومنددا بزيفها. وقد أوضح ‏الأنبياء ‏والحكماء أن الإنسان عندما يواجه هشاشة الحياة، يشعر بالحاجة لضمانات ملموسة وحسية، فيسقط ‏غالبا في ‏تجربة البحث عن تعازيات سريعة، ليملأ فراغ الشعور بالوحدة. فيلهث خلف المال، والسلطة، والأمور ‏الدنيوية، ‏والإيديولوجيات الباطلة، وكثيرا ما يبحث عنها في إله ينفذ له، بطريقة سحرية، ما يريده، فيخلق بذلك ‏أصناما ‏تجعله أكثر عبودية، لأنها في الحقيقة عاجزة ومخادعة. والأمر هنا لا يتعلق فقط بالأصنام المادية، إنما ‏بتلك ‏التي نصنعها في أذهاننا، عندما نضع ثقتنا في أمور محدودة محولين إياها لمطلقة، أو حين نحد الله ‏داخل ‏أفكارنا عن الألوهية: في إله يشبهنا. فالإنسان، المخلوق على صورة الله،‏ غالبا ما يصنع آلهة على ‏صورته، ‏أصناما يضحي على مذبحها بكل شيء، وحتى بحريته. لذا فالرجاء الحقيقي هو أن نضع ثقتنا في ‏الإله الحي، ‏الذي، من أجلنا، ولد من مريم العذراء، ومات على الصليب، وقام من بين الأموات، الإله الذي ‏وحده قادر أن ‏يحولنا ببركته إلى أبنائه، مانحا إيانا الرجاء الذي لا يخيب ولا يخيب].

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua araba, ‎in ‎‎particolare a quelli provenienti dalla Siria, dal Libano e dal ‎Medio ‎Oriente. Il Mondo ci offre tante speranze contraffatte, che invece di ‎darci fiducia e sicurezza ci strappano la libertà, trasformandoci in ‎puri schiavi di esse. Gli idoli, come la droga, ci promettono gioia per ‎rubarci la libertà. Per questo, la cura dalla schiavitù degli idoli ‎consiste innanzitutto nel riconoscerli, nel decidere di liberarcene, ‎nel coraggio di abbandonarli‏ ‏e soprattutto nel porre la nostra ‎speranza nel vero Dio vivente, Gesù Cristo, l’unico Salvatore ‎dell'umanità. Il Signore vi ‎benedica ‎tutti e vi protegga ‎dal ‎maligno!‎

    Speaker:

    أتوجه بتحية حارة للحجاج الناطقين باللغة العربية، وخاصة القادمين من سوريا، ومن ‏لبنان ‏ومن ‏ ‏الشرق الأوسط. يقدم لنا العالم الكثير من أنواع الرجاء المزيفة، والتي بدلا من أن تمنحنا ‏الثقة ‏والأمن تنتزع منا حريتنا وتحولنا إلى مجرد عبيد لها. إن الأصنام كالإدمان تعدنا بالبهجة ‏لتسرق ‏منا ‏ الحرية. لذا يكمن العلاج من عبودية الأصنام أولا في التعرف عليها، وفي إقرار التحرر ‏منها، ‏وفي ‏ شجاعة التخلي عنها، وقبل كل شيء في وضع ثقتنا في الإله الحي الحقيقي، يسوع ‏المسيح، ‏مخلص البشر الأوحد.‏‏ ليبارككم الرب ‏جميعا ويحرسكم من الشرير!‏ ‏ ‏‏

    [00043-AR.01] [Testo originale: Arabo]

    In lingua polacca

    Speaker:


    Kontynuujemy rozważanie na temat chrześcijańskiej nadziei. Pismo Święte przestrzega przed pokusą pokładania ufności w tym, co podsuwa świat, a co budzi fałszywe nadzieje.

    Człowiek wierzący pokłada ufność w Bogu, ale bywają chwile, kiedy – ścierając się z trudnościami życia – człowiek odczuwa potrzebę różnych zabezpieczeń namacalnych i konkretnych. Wówczas staje przed pokusą poszukiwania bożków, ulotnych pociech, takie jak pieniądz, sojusze z możnymi tego świata, światowość, fałszywe ideologie, które zdają się wypełniać pustkę samotności i zapewniać bezpieczeństwo. Psalmista wymienia „srebro i złoto, dzieło rąk ludzkich”. Fałszywe bożki mogą się jednak rodzić również w naszych umysłach, gdy pokładamy ufność w rzeczach ograniczonych, którym nadajemy wartość absolutną, albo kiedy sprowadzamy Boga do naszych schematów i naszych idei boskości. Ideologie roszczące sobie charakter absolutny, albo bogactwo, władza i sukces, z ich złudzeniem wieczności i wszechmocy, albo wartości takie, jak uroda i zdrowie, mogą stać się bożkami, którym poświęca się wszystko, a które mącą umysł i serce, i zamiast promować życie prowadzą do śmierci.

    Mówi Psalmista: „Bojący się Pana, pokładają ufność w Panu, [...] Pan o nas pamięta: niech nam błogosławi”. Oto wspaniała rzeczywistość nadziei: pokładając ufność w Panu, stajemy się do Niego podobni, Jego błogosławieństwo przemienia nas w Jego dzieci, żyjące Jego życiem.

    Santo Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, nella Chiesa di Polonia quest’anno è dedicato a fra’ Alberto Chmielowski, nel centenario della sua morte. Seguendo l’esempio di tale grande Santo della misericordia, fratello e sostenitore dei senza tetto, dei poveri e degli emarginati, portate l’amore, la carità e la speranza a tutti coloro che ne hanno bisogno. Dio vi benedica!

    Speaker:

    Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Drodzy bracia i siostry, w Kościele w Polsce ten rok jest dedykowany bratu Albertowi Chmielowskiemu, w stulecie jego śmierci. Idąc za przykładem tego wielkiego Świętego miłosierdzia, brata i opiekuna bezdomnych, biednych i zmarginalizowanych, nieście miłość, dobroczynność i nadzieję wszystkim, którzy ich potrzebują. Niech Bóg wam błogosławi!

    [00044-PL.01] [Testo originale: Polacco]

    In lingua italiana

    Porgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare saluto i sacerdoti insegnanti nei Seminari Maggiori o Istituti affiliati alla Pontificia Università Urbaniana; la società sportiva “Fidelis Andria” e i ragazzi dell’Istituto Caetani di Cisterna di Latina. Tutti esorto a vivere generosamente il proprio impegno ecclesiale con spirito di umile dedizione verso i fratelli.

    Adesso devo dirvi una cosa che non vorrei dire, ma devo dirla. Per entrare alle udienze ci sono i biglietti nei quali è scritto in una, due, tre, quattro, cinque e sei lingue che “Il biglietto è del tutto gratuito”. Per entrare all’udienza, sia in aula sia in piazza, non si deve pagare, è una visita gratuita che si fa al Papa per parlare con il Papa, con il vescovo di Roma. Ma ho saputo che ci sono dei furboni, che fanno pagare i biglietti. Se qualcuno ti dice che per andare in udienza dal Papa c’è bisogno di pagare qualcosa, ti sta truffando: stai attento, stai attenta! L’ingresso è gratuito. Qui si viene senza pagare, perché questa è casa di tutti. E se qualcuno si fa pagare per farvi entrare all’udienza commette un reato, come un delinquente, e fa qualcosa che non si deve fare!

    Un saluto speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Domenica scorsa abbiamo celebrato la Festa del Battesimo del Signore, occasione propizia per ripensare al proprio Battesimo nella fede della Chiesa. Cari giovani, riscoprite quotidianamente la grazia che proviene dal Sacramento ricevuto. Cari ammalati, attingete dal Battesimo la forza per affrontare i momenti di dolore e di sconforto. E voi, cari sposi novelli, sappiate tradurre gli impegni del Battesimo nel vostro cammino di vita familiare.

    [00045-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0018-XX.02]


    fonte: Radio Vaticana

  3. #13
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Udienza ai Dirigenti e agli Agenti dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano, 13.01.2017


    Alle ore 12 di oggi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Dirigenti, i Funzionari e gli Agenti dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano, per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.

    Nel corso dell’incontro, il Papa ha rivolto ai presenti le parole di saluto che pubblichiamo di seguito:

    Parole del Santo Padre

    Signor Capo della Polizia,
    Signor Prefetto Bellesini,
    cari Funzionari e Agenti!

    Anche quest’anno sono particolarmente lieto di incontrarvi per il reciproco scambio di auguri per il nuovo anno da poco iniziato. A tutti rivolgo il mio più cordiale saluto, in particolare alla Dottoressa Maria Rosaria Maiorino, che ringrazio per le sue cortesi parole. Saluto i componenti dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano, come pure gli altri Dirigenti e Funzionari della Polizia di Stato e i Cappellani guidati dal Coordinatore nazionale.

    Desidero esprimere a ciascuno di voi la mia stima e la mia viva riconoscenza per il vostro generoso servizio, non privo di difficoltà e di rischi. So che voi rischiate. Voi siete, in un certo senso, gli “angeli custodi” di Piazza San Pietro. Ogni giorno, infatti, presidiate questo peculiare centro della cristianità, e altri luoghi di pertinenza del Vaticano, con grande sollecitudine, professionalità e senso del dovere. E specialmente in questi ultimi tempi, avete dimostrato competenza e coraggio nell’affrontare le tante sfide e i diversi pericoli, impegnandovi con generosità nella prevenzione dei reati. Così avete reso sicuro l’accesso dei pellegrini in Basilica, come anche agli incontri con il Successore di Pietro. Per tutto questo vi ringrazio tanto! Vi ringrazio; non sono parole, queste, è di cuore: grazie! Conosco la fatica del vostro lavoro e i sacrifici che ogni giorno dovete affrontare. Sappiate che vi apprezzo molto e spesso penso con sincera riconoscenza a voi e alla vostra preziosa opera.

    Il Giubileo straordinario della Misericordia, evento di singolare rilevanza spirituale, ha visto nei mesi scorsi affluire a Roma tanti pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Anche voi siete stati chiamati ad un maggiore impegno operativo, per far sì che le celebrazioni e gli eventi collegati con il Giubileo si potessero svolgere in sicurezza e serenità. L’ordine esteriore, sul quale voi avete vegliato con grande diligenza, attenta premura e costante disponibilità, ha così contribuito a favorire quello interiore dei pellegrini, in cerca di pace nell’incontro con la misericordia del Signore.

    Abbiamo concluso da poco il tempo del Natale, nel quale abbiamo volto lo sguardo a Betlemme, a quella terra e a quella Famiglia che sono diventati la dimora di Gesù. Il Natale ci ha spronato a misurarci, ancora una volta, con l’abbassamento del Figlio di Dio, che ha voluto farsi simile a noi in tutto, eccetto il peccato, per farci comprendere con quale amore ci ha amato e ci ama. Questo amore incommensurabile è un costante invito a convertirci all’accoglienza, alla solidarietà e al perdono verso i nostri fratelli. Così, potremo sperimentare dentro di noi quella pace che gli angeli a Betlemme hanno annunciato per gli uomini di buona volontà.

    Cari fratelli e sorelle, il Signore vi protegga nell’adempimento del compito che svolgete in collaborazione con le altre Forze di Sicurezza italiane e vaticane. Vi assista la Vergine Maria, tenera Madre di Gesù e nostra. A Lei affido ciascuno di voi e le vostre famiglie. Nel rinnovarvi il mio sentito compiacimento per il vostro lavoro e per la tenacia e fedeltà con cui lo svolgete, vi chiedo per favore di pregare per me e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.

    [00054-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0024-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  4. #14
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Udienza a una Delegazione della “Global Foundation”, 14.01.2017


    Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza una Delegazione della “Tavola Rotonda” di Roma della Global Foundation.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti all’incontro:

    Discorso del Santo Padre


    Cari Amici,

    Sono lieto di trovarmi con voi in questa nuova edizione della “Tavola Rotonda” di Roma della Global Foundation, nella quale vi riunite, ispirati dal motto della stessa Fondazione – “Insieme ci impegniamo per il bene comune globale” (“Together we strive for the global common good”) –, per individuare le vie giuste, capaci di condurre ad una globalizzazione “cooperativa” cioè positiva, opposta alla globalizzazione dell’indifferenza. La finalità è quella di assicurare che la comunità globale, formata dalle istituzioni, dalle aziende e dai rappresentanti della società civile, possa raggiungere effettivamente gli obiettivi e obblighi internazionali solennemente dichiarati e assunti, come ad esempio quelli dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile.

    Anzitutto vorrei ribadire che è inaccettabile, perché disumano, un sistema economico mondiale che scarta uomini, donne e bambini, per il fatto che questi sembrano non essere più utili secondo i criteri di redditività delle aziende o di altre organizzazioni. Proprio questo scarto delle persone costituisce il regresso e la disumanizzazione di qualsiasi sistema politico ed economico: coloro che causano o permettono lo scarto degli altri – rifugiati, bambini abusati o schiavizzati, poveri che muoiono per la strada quando fa freddo – diventano essi stessi come macchine senza anima, accettando implicitamente il principio che anche loro, prima o poi, verranno scartati – è un boomerang questo! Ma è la verità: prima o poi loro verranno scartati - quando non saranno più utili ad una società che ha messo al centro il dio denaro.

    Nel 1991, san Giovanni Paolo II, di fronte al crollo di sistemi politici oppressivi e alla progressiva integrazione dei mercati che ormai chiamiamo abitualmente globalizzazione, avvertiva il rischio che si diffondesse ovunque l’ideologia capitalistica. Essa avrebbe comportato una scarsa o nulla considerazione per i fenomeni dell’emarginazione, dello sfruttamento e dell’alienazione umana, ignorando le moltitudini che vivono ancora in condizioni di miseria materiale e morale, e affidandone fideisticamente la soluzione unicamente al libero sviluppo delle forze del mercato. Il mio Predecessore, domandandosi se un tale sistema economico fosse il modello da proporre a coloro che cercavano la via del vero progresso economico e sociale, giunse a una risposta nettamente negativa. Questa non è la via (cfr Centesimus annus, 42).

    Purtroppo, i rischi paventati da san Giovanni Paolo II si sono ampiamente verificati. Tuttavia, nello stesso tempo si sono sviluppati e attuati tanti sforzi di individui e di istituzioni per risanare i mali prodotti da una globalizzazione irresponsabile. Madre Teresa di Calcutta, che ho avuto la gioia di proclamare Santa alcuni mesi fa e che è un simbolo e un’icona dei nostri tempi, in qualche modo rappresenta e riassume tali sforzi. Lei si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini della strada, riconoscendo in ciascuna di esse la dignità data da Dio. Ha accolto ogni vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata, e ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra perché riconoscessero i crimini della povertà creata da loro stessi (cfr Omelia per la canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, 4 settembre 2016).

    Questo è il primo atteggiamento che può portare ad una globalizzazione solidale e cooperativa. Occorre, innanzitutto, che ognuno, personalmente, non sia indifferente alle ferite dei poveri, ma impari a com-patire con coloro che soffrono per le persecuzioni, la solitudine, lo spostamento forzato o per la separazione dalle loro famiglie; con coloro che non hanno accesso alle cure sanitarie; con coloro che patiscono la fame, il freddo o il caldo.

    Questa compassione farà sì che gli operatori economici e politici possano usare la loro intelligenza e le loro risorse non solo per controllare e monitorare gli effetti della globalizzazione, ma anche per aiutare i responsabili nei diversi ambiti politici – regionali, nazionali e internazionali – a correggerne l’orientamento ogni volta che sia necessario. La politica e l’economia, infatti, dovrebbero comprendere l’esercizio della virtù della prudenza.

    La Chiesa è sempre fiduciosa, perché conosce le grandi potenzialità dell’intelligenza umana che si lascia aiutare e guidare da Dio e anche la buona volontà di piccoli e grandi, poveri e ricchi, imprenditori e lavoratori. Pertanto vi incoraggio a portare avanti il vostro impegno, sempre guidati dalla Dottrina sociale della Chiesa, promuovendo una globalizzazione cooperativa insieme con tutti gli attori coinvolti – società civile, governi, organismi internazionali, comunità accademiche e scientifiche e altri – ed auguro ogni successo al vostro lavoro.

    Vi ringrazio della vostra attenzione e vi assicuro la mia preghiera; e vi prego di portare il mio personale saluto, insieme con la mia benedizione, alle vostre famiglie e ai vostri collaboratori.

    Grazie.

    [00060-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  5. #15
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 15.01.2017


    Alle ore 12 di oggi, il Santo Padre Francesco si è affacciato alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

    Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

    Prima dell’Angelus

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Al centro del Vangelo di oggi (Gv 1,29-34) c’è questa parola di Giovanni il Battista: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (v. 29). Una parola accompagnata dallo sguardo e dal gesto della mano che indicano Lui, Gesù.

    Immaginiamo la scena. Siamo sulla riva del fiume Giordano. Giovanni sta battezzando; c’è tanta gente, uomini e donne di varie età, venuti lì, al fiume, per ricevere il battesimo dalle mani di quell’uomo che a molti ricordava Elia, il grande profeta che nove secoli prima aveva purificato gli israeliti dall’idolatria e li aveva ricondotti alla vera fede nel Dio dell’alleanza, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

    Giovanni predica che il regno dei cieli è vicino, che il Messia sta per manifestarsi e bisogna prepararsi, convertirsi e comportarsi con giustizia; e si mette a battezzare nel Giordano per dare al popolo un mezzo concreto di penitenza (cfr Mt 3,1-6). Questa gente veniva per pentirsi dei propri peccati, per fare penitenza, per ricominciare la vita. Lui sa, Giovanni sa che il Messia, il Consacrato del Signore è ormai vicino, e il segno per riconoscerlo sarà che su di Lui si poserà lo Spirito Santo; infatti Lui porterà il vero battesimo, il battesimo nello Spirito Santo (cfr Gv 1,33).

    Ed ecco il momento arriva: Gesù si presenta sulla riva del fiume, in mezzo alla gente, ai peccatori – come tutti noi –. E’ il suo primo atto pubblico, la prima cosa che fa quando lascia la casa di Nazaret, a trent’anni: scende in Giudea, va al Giordano e si fa battezzare da Giovanni. Sappiamo che cosa succede – lo abbiamo celebrato domenica scorsa –: su Gesù scende lo Spirito Santo in forma come di colomba e la voce del Padre lo proclama Figlio prediletto (cfr Mt 3,16-17). E’ il segno che Giovanni aspettava. E’ Lui! Gesù è il Messia. Giovanni è sconcertato, perché si è manifestato in un modo impensabile: in mezzo ai peccatori, battezzato come loro, anzi, per loro. Ma lo Spirito illumina Giovanni e gli fa capire che così si compie la giustizia di Dio, si compie il suo disegno di salvezza: Gesù è il Messia, il Re d’Israele, ma non con la potenza di questo mondo, bensì come Agnello di Dio, che prende su di sé e toglie il peccato del mondo.

    Così Giovanni lo indica alla gente e ai suoi discepoli. Perché Giovanni aveva una numerosa cerchia di discepoli, che lo avevano scelto come guida spirituale, e proprio alcuni di loro diventeranno i primi discepoli di Gesù. Conosciamo bene i loro nomi: Simone, detto poi Pietro, suo fratello Andrea, Giacomo e suo fratello Giovanni. Tutti pescatori; tutti galilei, come Gesù.

    Cari fratelli e sorelle, perché ci siamo soffermati a lungo su questa scena? Perché è decisiva! Non è un aneddoto. E’ un fatto storico decisivo! Questa scena è decisiva per la nostra fede; ed è decisiva anche per la missione della Chiesa. La Chiesa, in ogni tempo, è chiamata a fare quello che fece Giovanni il Battista, indicare Gesù alla gente dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Lui è l’unico Salvatore! Lui è il Signore, umile, in mezzo ai peccatori, ma è Lui, Lui: non è un altro, potente, che viene; no, no, è Lui!

    E queste sono le parole che noi sacerdoti ripetiamo ogni giorno, durante la Messa, quando presentiamo al popolo il pane e il vino diventati il Corpo e il Sangue di Cristo. Questo gesto liturgico rappresenta tutta la missione della Chiesa, la quale non annuncia sé stessa. Guai, guai quando la Chiesa annuncia se stessa; perde la bussola, non sa dove va! La Chiesa annuncia Cristo; non porta sé stessa, porta Cristo. Perché è Lui e solo Lui che salva il suo popolo dal peccato, lo libera e lo guida alla terra della vera libertà.

    La Vergine Maria, Madre dell’Agnello di Dio, ci aiuti a credere in Lui e a seguirlo.

    [00068-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    oggi si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, dedicata al tema “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”. Questi nostri piccoli fratelli, specialmente se non accompagnati, sono esposti a tanti pericoli. E vi dico che sono tanti! È necessario adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti la protezione e la difesa, come anche la loro integrazione.

    Rivolgo un saluto speciale alle rappresentanze di diverse comunità etniche qui convenute. Cari amici, vi auguro di vivere serenamente nelle località che vi accolgono, rispettandone le leggi e le tradizioni e, allo stesso tempo, custodendo i valori delle vostre culture di origine. L’incontro di varie culture è sempre un arricchimento per tutti! Ringrazio l’Ufficio Migrantes della Diocesi di Roma e quanti lavorano con i migranti per accoglierli e accompagnarli nelle loro difficoltà, e incoraggio a proseguire in questa opera, ricordando l’esempio di santa Francesca Saverio Cabrini, patrona dei migranti, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte. Questa Suora coraggiosa dedicò la sua vita a portare l’amore di Cristo a quanti erano lontani dalla patria e dalla famiglia. La sua testimonianza ci aiuti a prenderci cura del fratello forestiero, nel quale è presente Gesù, spesso sofferente, rifiutato e umiliato. Quante volte nella Bibbia il Signore ci ha chiesto di accogliere i migranti e i forestieri, ricordandoci che anche noi siamo forestieri!

    Saluto con affetto tutti voi, cari fedeli provenienti da diverse parrocchie d’Italia e di altri Paesi, come pure le associazioni e i vari gruppi. In particolare, gli studenti dell’Istituto Meléndez Valdés de Villafranca de los Barros, Spagna.

    A tutti auguro una buona domenica e buon pranzo. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

    [00069-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0029-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  6. #16
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Visita pastorale alla Parrocchia romana di Santa Maria a Setteville, 15.01.2017


    Nel pomeriggio di oggi, II Domenica del Tempo Ordinario, il Santo Padre Francesco si è recato in visita pastorale alla Parrocchia di Santa Maria a Setteville, a Setteville di Guidonia (Roma).

    Al suo arrivo, intorno alle ore 15.40, il Papa ha salutato il Viceparroco, don Giuseppe Berardino, 50 anni, gravemente malato di sclerosi laterale amiotrofica da più di due anni. Durante l’incontro, durato circa 10 minuti, il Santo Padre ha rivolto sottovoce al sacerdote – immobilizzato al letto ed impossibilitato a parlare - parole di conforto. Dopo una preghiera silenziosa, il Papa ha quindi amministrato al Viceparroco il Sacramento dell’unzione degli infermi.

    Poi, il Pontefice ha incontrato le varie realtà pastorali della parrocchia e in particolare: trenta anziani ed ammalati, tra cui tre bambini affetti da Sindrome di Down; i ragazzi della catechesi, inclusi molti giovani del percorso post-cresima ed un gruppo di Scout, con i quali si è intrattenuto per più di mezz’ora, rispondendo a diverse domande.

    Successivamente, il Santo Padre ha salutato 45 bimbi, tutti battezzati nel corso del 2016, ed ha ricordato ai loro genitori l’importanza della famiglia. Quindi, si è svolto l’incontro con un centinaio di fedeli che aiutano il Parroco, don Luigi Tedoldi, nell’opera pastorale. A loro, il Pontefice ha dato diversi consigli, soffermandosi sul valore della missione.

    Poi, dopo aver salutato i sacerdoti ed i cinque seminaristi della Parrocchia, il Santo Padre Francesco si è spostato in sagrestia per confessare quattro penitenti: una giovane coppia, che accudisce il Viceparroco, un giovane del percorso post-cresima ed il padre di un bambino ammalato.

    Alle 17.40 circa, il Papa ha presieduto la celebrazione della Santa Messa nella chiesa parrocchiale. Dopo la proclamazione del Vangelo, il Santo Padre ha pronunciato la sua omelia a braccio.

    Intorno alle ore 19.00, prima di lasciare la Parrocchia, il Papa ha salutato i numerosi fedeli radunati davanti alla chiesa sin da mezzogiorno e che hanno seguito la visita attraverso i maxi-schermi allestiti per l’occasione.

    Alle ore 19.40, il Santo Padre ha fatto rientro in Vaticano.

    Riportiamo di seguito la trascrizione dell’omelia (...)

    Omelia del Santo Padre

    Il Vangelo ci presenta Giovanni [il Battista] nel momento in cui dà testimonianza di Gesù. Vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è Colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”» (Gv 1,29-30). Questo è il Messia. Dà testimonianza. E alcuni discepoli, sentendo questa testimonianza – discepoli di Giovanni – seguirono Gesù; andarono dietro a Lui e sono rimasti contenti: «Abbiamo trovato il Messia!» (Gv 1,41). Hanno sentito la presenza di Gesù. Ma perché hanno incontrato Gesù? Perché c’è stato un testimone, perché c’è stato un uomo che ha dato testimonianza di Gesù.

    Così succede nella nostra vita. Ci sono tanti cristiani che professano che Gesù è Dio; ci sono tanti preti che professano che Gesù è Dio, tanti vescovi… Ma tutti danno testimonianza di Gesù? O essere cristiano è come… un modo di vivere come un altro, come essere tifoso di una squadra? “Ma sì, sono cristiano…”. O come avere una filosofia: “Io osservo questi comandamenti, sono cristiano, devo fare questo…”. Essere cristiano, prima di tutto, è dare testimonianza di Gesù. La prima cosa. E questo è quello che hanno fatto gli Apostoli: gli Apostoli hanno dato testimonianza di Gesù, e per questo il cristianesimo si è diffuso in tutto il mondo. Testimonianza e martirio: la stessa cosa. Si dà testimonianza nel piccolo, e alcuni arrivano al grande, a dare la vita nel martirio, come gli Apostoli. Ma gli Apostoli non avevano fatto un corso per diventare testimoni di Gesù; non avevano studiato, non sono andati all’università. Avevano sentito lo Spirito dentro e hanno seguito l’ispirazione dello Spirito Santo; sono stati fedeli a questo. Ma erano peccatori, tutti! I Dodici erano peccatori. “No, Padre, Giuda soltanto!”. No, poveraccio… Noi non sappiamo cosa è accaduto dopo la sua morte, perché la misericordia di Dio c’è anche in quel momento. Ma tutti erano peccatori, tutti. Invidiosi, avevano gelosia tra loro: “No, io devo occupare il primo posto e tu il secondo”; e due di loro parlano alla mamma perché vada a parlare a Gesù che dia il primo posto ai loro figli… Erano così, con tutti i peccati. Erano anche traditori, perché quando Gesù è stato catturato, tutti sono scappati, pieni di paura; si sono nascosti: avevano paura. E Pietro, che sapeva di essere il capo, sentì il bisogno di avvicinarsi un po’ per vedere cosa accadeva; e quando la domestica del sacerdote disse: “Ma anche tu eri…”, disse: “No, no, no!”. Rinnegò Gesù, tradì Gesù. Pietro! Il primo Papa. Tradì Gesù. E questi sono i testimoni! Sì, perché erano testimoni della salvezza che Gesù porta, e tutti, per questa salvezza si sono convertiti, si sono lasciati salvare. È bello quando, sulla riva del lago, Gesù fa quel miracolo [la pesca miracolosa] e Pietro dice: «Allontanati da me, Signore, perché sono peccatore» (Lc 5,8). Essere testimone non significa essere santo, ma essere un povero uomo, una povera donna che dice: “Sì, sono peccatore, ma Gesù è il Signore e io do testimonianza di Lui, e io cerco di fare il bene tutti i giorni, di correggere la mia vita, di andare per la giusta strada”.

    Soltanto io vorrei lasciarvi un messaggio. Questo lo capiamo tutti, quello che ho detto: testimoni peccatori. Ma, leggendo il Vangelo, io non trovo un [certo tipo di] peccato negli Apostoli. Alcuni violenti c’erano, che volevano incendiare un villaggio che non li aveva accolti… Avevano tanti peccati: traditori, codardi… Ma non ne trovo uno [particolare]: non erano chiacchieroni, non parlavano male degli altri, non parlavano male uno dell’altro. In questo erano bravi. Non si “spennavano”. Io penso alle nostre comunità: quante volte, questo peccato, di “togliersi la pelle l’uno all’altro”, di sparlare, di credersi superiore all’altro e parlare male di nascosto! Questo, nel Vangelo, loro non l’hanno fatto. Hanno fatto cose brutte, hanno tradito il Signore, ma questo no. Anche in una parrocchia, in una comunità dove si sa… questo ha truffato, questo ha fatto quella cosa…, ma poi si confessa, si converte… Siamo tutti peccatori. Ma una comunità dove ci sono le chiacchierone e i chiacchieroni, è una comunità che è incapace di dare testimonianza.

    Io dirò soltanto questo: volete una parrocchia perfetta? Niente chiacchiere. Niente. Se tu hai qualcosa contro uno, vai a dirglielo in faccia, o dillo al parroco; ma non fra voi. Questo è il segno che lo Spirito Santo è in una parrocchia. Gli altri peccati, tutti li abbiamo. C’è una collezione di peccati: uno prende questo, uno prende quell’altro, ma tutti siamo peccatori. Ma quello che distrugge, come il tarlo, una comunità sono le chiacchiere, dietro le spalle.

    Io vorrei che in questo giorno della mia visita questa comunità facesse il proposito di non chiacchierare. E quando ti viene voglia di dire una chiacchiera, morditi la lingua: si gonfierà, ma vi farà tanto bene, perché nel Vangelo questi testimoni di Gesù – peccatori: anche hanno tradito il Signore! – mai hanno chiacchierato uno dell’altro. E questo è bello. Una parrocchia dove non ci sono le chiacchiere è una parrocchia perfetta, è una parrocchia di peccatori, sì, ma di testimoni. E questa è la testimonianza che davano i primi cristiani: “Come si amano, come si amano!”. Amarsi almeno in questo. Incominciate con questo. Il Signore vi dia questo regalo, questa grazia: mai, mai sparlare uno dell’altro. Grazie.

    [00070-IT.02]

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  7. #17
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    L’Udienza Generale, 18.01.2017


    L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 9.50 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

    Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il nuovo ciclo di catechesi sul tema della speranza cristiana, ha incentrato la sua meditazione sul tema: “Giona: speranza e preghiera”. (cfr Gn 1,4-5a.6).

    Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

    L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

    Catechesi del Santo Padre in lingua italiana


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

    Nella Sacra Scrittura, tra i profeti di Israele, spicca una figura un po’ anomala, un profeta che tenta di sottrarsi alla chiamata del Signore rifiutando di mettersi al servizio del piano divino di salvezza. Si tratta del profeta Giona, di cui si narra la storia in un piccolo libretto di soli quattro capitoli, una sorta di parabola portatrice di un grande insegnamento, quello della misericordia di Dio che perdona.

    Giona è un profeta “in uscita” ed anche un profeta in fuga! E’ un profeta in uscita che Dio invia “in periferia”, a Ninive, per convertire gli abitanti di quella grande città. Ma Ninive, per un israelita come Giona, rappresentava una realtà minacciosa, il nemico che metteva in pericolo la stessa Gerusalemme, e dunque da distruggere, non certo da salvare. Perciò, quando Dio manda Giona a predicare in quella città, il profeta, che conosce la bontà del Signore e il suo desiderio di perdonare, cerca di sottrarsi al suo compito e fugge.

    Durante la sua fuga, il profeta entra in contatto con dei pagani, i marinai della nave su cui si era imbarcato per allontanarsi da Dio e dalla sua missione. E fugge lontano, perché Ninive era nella zona dell’Iraq e lui fugge in Spagna, fugge sul serio. Ed è proprio il comportamento di questi uomini pagani, come poi sarà quello degli abitanti di Ninive, che ci permette oggi di riflettere un poco sulla speranza che, davanti al pericolo e alla morte, si esprime in preghiera.

    Infatti, durante la traversata in mare, scoppia una tremenda tempesta, e Giona scende nella stiva della nave e si abbandona al sonno. I marinai invece, vedendosi perduti, «invocarono ciascuno il proprio dio»: erano pagani (Gn 1,5). Il capitano della nave sveglia Giona dicendogli: «Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo» (Gn 1,6).

    La reazione di questi “pagani” è la giusta reazione davanti alla morte, davanti al pericolo; perché è allora che l’uomo fa completa esperienza della propria fragilità e del proprio bisogno di salvezza. L’istintivo orrore del morire svela la necessità di sperare nel Dio della vita. «Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo»: sono le parole della speranza che diventa preghiera, quella supplica colma di angoscia che sale alle labbra dell’uomo davanti a un imminente pericolo di morte.

    Troppo facilmente noi disdegniamo il rivolgerci a Dio nel bisogno come se fosse solo una preghiera interessata, e perciò imperfetta. Ma Dio conosce la nostra debolezza, sa che ci ricordiamo di Lui per chiedere aiuto, e con il sorriso indulgente di un padre, Dio risponde benevolmente.

    Quando Giona, riconoscendo le proprie responsabilità, si fa gettare in mare per salvare i suoi compagni di viaggio, la tempesta si placa. La morte incombente ha portato quegli uomini pagani alla preghiera, ha fatto sì che il profeta, nonostante tutto, vivesse la propria vocazione al servizio degli altri accettando di sacrificarsi per loro, e ora conduce i sopravvissuti al riconoscimento del vero Signore e alla lode. I marinai, che avevano pregato in preda alla paura rivolgendosi ai loro dèi, ora, con sincero timore del Signore, riconoscono il vero Dio e offrono sacrifici e sciolgono voti. La speranza, che li aveva indotti a pregare per non morire, si rivela ancora più potente e opera una realtà che va anche al di là di quanto essi speravano: non solo non periscono nella tempesta, ma si aprono al riconoscimento del vero e unico Signore del cielo e della terra.

    Successivamente, anche gli abitanti di Ninive, davanti alla prospettiva di essere distrutti, pregheranno, spinti dalla speranza nel perdono di Dio. Faranno penitenza, invocheranno il Signore e si convertiranno a Lui, a cominciare dal re, che, come il capitano della nave, dà voce alla speranza dicendo: «Chi sa che Dio non cambi, […] e noi non abbiamo a perire!» (Gn 3,9). Anche per loro, come per l’equipaggio nella tempesta, aver affrontato la morte ed esserne usciti salvi li ha portati alla verità. Così, sotto la misericordia divina, e ancor più alla luce del mistero pasquale, la morte può diventare, come è stato per san Francesco d’Assisi, “nostra sorella morte” e rappresentare, per ogni uomo e per ciascuno di noi, la sorprendente occasione di conoscere la speranza e di incontrare il Signore. Che il Signore ci faccia capire questo legame fra preghiera e speranza. La preghiera ti porta avanti nella speranza e quando le cose diventano buie, occorre più preghiera! E ci sarà più speranza. Grazie.

    [00081-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Sintesi della catechesi e saluti nelle diverse lingue

    In lingua francese

    Speaker:


    Frères et sœurs, le récit du prophète Jonas nous enseigne que la prière, motivée par l’espérance, nous obtient le salut de Dieu. Lorsque, dans la tempête et devant la mort imminente, les marins faisaient l’expérience de leur fragilité, ils demandaient à Jonas de prier avec eux. L’espérance se faisait alors prière: «Peut-être que Dieu s’occupera de nous, pour nous empêcher de périr». En réponse à leur espérance, non seulement ils ne périssent pas dans la tempête, mais ils reconnaissent le vrai et unique Seigneur. De même, les habitants de Ninive firent pénitence et évitèrent la destruction de leur ville, en espérant le pardon de Dieu: «Qui sait si Dieu ne se ravisera pas, et alors, nous ne périrons pas ». Ainsi, à la lumière du mystère pascal, la perspective de la mort peut devenir pour chacun de nous l’occasion de connaître l’espérance et de rencontrer le Seigneur.

    Santo-Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare i giovani venuti dalla Francia e i pellegrini della Nuova Caledonia.

    Oggi inizia la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. La nostra speranza di unità si esprime attraverso la nostra preghiera, è una speranza che non delude. Vi invito a pregare per questa intenzione. Dio vi benedica.

    Speaker:

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes venus de France, et les pèlerins de Nouvelle Calédonie.

    La Semaine de prière pour l’unité des chrétiens commence aujourd’hui. Notre espérance d’unité s’exprime par notre prière, c’est une espérance qui ne déçoit pas. Je vous invite à prier à cette intention.

    Que Dieu vous bénisse.

    [00082-FR.01] [Texte original: Français]

    In lingua inglese

    Speaker:


    Dear Brothers and Sisters: In our continuing catechesis on Christian hope, we reflect today on the story of the prophet Jonah, who sought to flee from a difficult mission entrusted to him by the Lord. When the ship that Jonah had boarded was tossed by a storm, the pagan sailors asked him, as a man of God, to pray that they might escape sure death. This story reminds us of the link between hope and prayer. Anguish in the face of death often makes us recognize our human frailty and our need to pray for salvation. Jonah prays on behalf of the sailors, and, taking up once more his prophetic mission, shows himself ready to sacrifice his life for their sake. As a result, the sailors come to acknowledge the true God. As the paschal mystery of Christ’s death and resurrection makes clear, death itself can be, for each of us, an invitation to hope and an encounter in prayer with the God of our salvation.

    In this same spirit of hope, and with gratitude for the progress already made in the ecumenical movement, I ask your prayers for this important intention.

    Santo Padre:

    Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Nuova Zelanda, Filippine, Canada e Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo. Dio vi benedica!

    Speaker:

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from New Zealand, the Philippines, Canada and the United States of America. Upon you and your families, I cordially invoke an abundance of joy and peace in our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [00083-EN.02] [Original text: English]

    In lingua tedesca

    Speaker:


    Liebe Brüder und Schwestern,

    unter den Propheten Israels hebt sich die Gestalt des Jona ab, weil dieser sich zunächst seinem Auftrag im Dienst des göttlichen Heilsplans zu entziehen versucht. Gott fordert Jona auf, sich aufzumachen und die Bewohner der großen Stadt Ninive zur Bekehrung zu rufen. Auf Grund ihrer Größe und Macht war Ninive eine Bedrohung für Jerusalem. Daher scheut sich der Prophet, dorthin zu gehen. Er versucht, vor Gott über das Meer zu fliehen. Durch einen Sturm gerät das Schiff aber in Seenot. Während Jona im Laderaum schläft, beginnen die Seeleute zu beten. Angesichts der Gefahr und des möglichen Todes verspüren sie, wie sehr sie des Heils bedürfen, und es wächst in ihnen eine Hoffnung, die sich als Gebet äußert. Eine ähnliche Erfahrung machen die Bewohner von Ninive: Der Schauder vor dem Tod führt sie dazu, auf den Gott des Lebens zu hoffen. Auch hier wird die Hoffnung zum Gebet. Die Haltung der Seeleute hingegen macht Jona seine Verantwortung deutlich, und er erfüllt seine Berufung, zu dienen und für die anderen sein Leben zu geben. Damit eröffnet er den Seeleuten den Weg zu Gott: Die vorher in ihrer Angst ihre Götter angerufen haben, erkennen nun die Gegenwart des einzigen und wahren Gottes. So offenbart sich zu allen Zeiten Gottes Barmherzigkeit. Sie lässt uns Menschen den Tod nicht fürchten. Sie bietet uns vielmehr Gelegenheit, immer neu Hoffnung zu schöpfen und dem Herrn wahrhaft zu begegnen.

    Santo Padre:

    Rivolgo un saluto ai pellegrini di lingua tedesca. All’inizio della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, in particolare do un cordiale benvenuto alla delegazione dell’Itinerario Europeo Ecumenico, guidata dalla Signora Preside Annette Kurschus. Cari fratelli e sorelle, la vostra tappa a Roma è un importante segno ecumenico, che esprime la comunione raggiunta tra noi attraverso il cammino di dialogo nei decenni scorsi. Il Vangelo di Cristo è al centro della nostra vita e unisce persone che parlano lingue diverse, abitano in Paesi diversi e vivono la fede in comunità diverse.

    Ricordo con commozione la preghiera ecumenica a Lund, in Svezia, il 31 ottobre scorso. Nello spirito di quella commemorazione comune della Riforma, noi guardiamo più a ciò che ci unisce che a ciò che ci divide, e continuiamo il cammino insieme per approfondire la nostra comunione e darle una forma sempre più visibile.

    In Europa questa comune fede in Cristo è come un filo verde di speranza: apparteniamo gli uni agli altri. Comunione, riconciliazione e unità sono possibili. Come cristiani, abbiamo la responsabilità di questo messaggio e dobbiamo testimoniarlo con la nostra vita. Dio benedica questa volontà di unione e custodisca tutte le persone che camminano sulla strada dell’unità.

    Speaker:

    Gerne grüße ich die Pilger und Besucher deutscher Sprache. Zu Beginn der Gebetswoche für die Einheit der Christen heiße ich die Delegation des ökumenischen Europäischen Stationenwegs unter Leitung von Frau Präses Annette Kurschus herzlich willkommen. Liebe Brüder und Schwestern, eure Station in Rom ist ein bedeutsames ökumenisches Zeichen, das die Gemeinschaft unter uns, die durch den Dialogprozess in den vergangenen Jahrzehnten erreicht worden ist, zum Ausdruck bringt. Das Evangelium Christi steht im Mittelpunkt unseres Lebens und vereint Menschen, die eigene Sprachen sprechen, in verschiedenen Ländern wohnen und in unterschiedlichen Gemeinschaften den Glauben leben.

    Es bewegt mich, wenn ich an das ökumenische Gebet im schwedischen Lund am vergangenen 31. Oktober zurückdenke. Im Geist jenes gemeinsamen Reformationsgedächtnisses schauen wir mehr auf das, was uns verbindet, als auf das, was uns trennt. So lasst uns unseren Weg gemeinsam fortsetzen, um unsere Gemeinschaft zu vertiefen und ihr eine immer sichtbarere Form zu geben.

    In Europa bildet dieser gemeinsame Glaube in Christus gleichsam ein grünes Band der Hoffnung: Wir gehören zueinander. Gemeinschaft, Versöhnung und Einheit sind möglich. Als Christen sind wir dieser Botschaft verpflichtet und müssen sie mit unserem Leben bezeugen. Gott segne diesen Willen, eins zu werden, und beschütze alle Menschen, die den Weg zur Einheit beschreiten.

    [00084-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

    In lingua spagnola

    Queridos hermanos y hermanas:

    Hoy el profeta Jonás nos invita a reflexionar sobre el vínculo entre esperanza y oración. Jonás es enviado a Nínive, ciudad enemiga de Israel y por tanto indigna de la misericordia de Dios, para predicar su conversión. Jonás no lo entiende y huye.

    En el barco encontrará a unos paganos que al verse en peligro por una tempestad se ponen a rezar e invitan al profeta a unirse a ellos. Ante la muerte, el hombre reconoce su fragilidad y se abre a Dios con una oración llena de esperanza. Jonás asume su responsabilidad y se sacrifica para que los paganos se salven. En ellos se opera un milagro aún más grande: gracias a esta experiencia de muerte logran encontrar al Dios de la vida, transformándose su oración en una acción de gracias.

    Más tarde, el rey de Nínive tras oír la predicación de Jonás, se confía a la misericordia y llama a todos a la oración y a la penitencia, salvando así la ciudad.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España y Latinoamérica. En la oración, nuestra esperanza no se ve defraudada. En esta Semana de oración que hoy iniciamos pidamos insistentemente al Padre por la unidad de todos los cristianos. Que Dios los bendiga.

    [00085-ES.02] [Texto original: Español]

    In lingua portoghese

    Speaker:


    Quero falar-vos hoje da ligação entre a esperança e a oração, mais concretamente da nossa decisão de nos pormos em oração movidos pela esperança no perdão de Deus. Vemos acontecer isto na vida do profeta Jonas. Este foi chamado por Deus para ir pregar à cidade de Nínive, chamando-a à conversão. Mas o profeta não quer ir: Nínive fez demasiado mal ao seu povo, para Jonas conseguir desejar-lhe a salvação. Então o profeta toma uma nave, com o propósito de seguir na direção oposta de Nínive. Uma grande tempestade, porém, ameaça de afundar a nave; sobre ela, desesperados, todos começam a rezar cada um ao seu próprio deus para que os salve. Todos, todos, não! Jonas dorme no convés. O comandante acorda-o, dizendo -lhe: «Invoca o teu Deus, a ver se porventura se lembra de nós e nos livra da morte». Transparecem nestas palavras toda a esperança do ser humano na sua impotência face a um perigo mortal. É a esperança que se faz oração, uma súplica cheia de angústia que sobe dos lábios humanos em perigo iminente de morte. O facto de tais palavras saírem da boca de «pagãos», como era o comandante da nave, só confirma como a necessidade de o fazer seja intuitiva e generalizada na alma humana. O pavor instintivo de morrer desvenda a necessidade de esperar no Deus da vida. Jonas deverá constatar de novo isto mesmo, quando finalmente obedecer à chamada de Deus, avisando os ninivitas: «Dentro de quarenta dias, Nínive será destruída». Depois disso, ouvirá o rei de Nínive – também ele pagão – mandar aos seus súbditos: «Clamem a Deus com força; converta-se cada um do seu mau caminho (…). Quem sabe se Deus não se arrependerá e acalmará o ardor da sua ira, de modo que não pereçamos?» E a oração ditada pela esperança surtiu efeito, Deus realizou quanto esperavam e pediam: a nave foi salva, o profeta aprendeu a obedecer e Deus perdoou à cidade arrependida.

    Santo Padre:

    Con sentimenti di grata stima vi saluto, carissimi pellegrini di lingua portoghese, in particolare voi, giovani del gruppo «The Brazilian Tropical Violins», ricordando a tutti che oggi inizia l’Ottavario di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, un motivo in più di appello alla nostra comunione di preghiere e di speranze. Il movimento ecumenico va fruttificando, con la grazia di Dio. Il Padre celeste continui a riversare le sue benedizioni sulle orme di tutti i suoi figli. Sorelle e fratelli carissimi, servite la causa dell'unità e della pace!

    Speaker:

    Com sentimentos de grata estima, vos saúdo, caríssimos peregrinos de língua portuguesa, em particular a vós, jovens do grupo «The Brazilian Tropical Violins», lembrando a todos que hoje tem início o Oitavário de Oração pela Unidade dos Cristãos, um motivo mais de apelo à nossa comunhão de preces e de esperanças. O movimento ecuménico vai frutificando, com a graça de Deus. O Pai do Céu continue a derramar as suas bênçãos sobre os passos de todos os seus filhos. Irmãs e irmãos muito amados, servi a causa da unidade e da paz!

    [00086-PO.01] [Texto original: Português]

    In lingua araba

    Speaker

    أيُّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاءُ، تصرُّف بحّارة السّفينة إبّان هبوب العاصفة القويّة، شأن تصرّف سكّان نينوى لاحقاً، يسمح لنا اليوم بالتّفكير قليلاً بالرّجاء الذي يُعبَّر عنه في الصّلاة إزاء الخطر والموت. إنّ ردّة فعل هؤلاء "الوثنيّين" هي ردّة الفعل الصحيحة أمام الموت؛ لأنّه في تلك اللحظة يختبر الإنسان بالكامل هشاشته وحاجته إلى الخلاص. والذّعر الفطريّ من الموت يكشف عن ضرورة وضع الرّجاء في إله الحياة. إنّ الموت الوشيك حمل هؤلاء الرّجال الوثنيّين على الصّلاة، وجعل النبيّ يونان، وعلى الرّغم من كلّ شيء، يعيش دعوته الخاصّة خدمةً للآخرين قابلاً أن يُضحّي بنفسه من أجلهم، والآن ها هو يقود الناجين إلى الإعتراف بالربّ الحقيقيّ وإلى التّسبيح. بعدها وإزاء إمكانيّة أن يهلكوا، صلّى سكان نينوى يدفعهم الرّجاء في الحصول على مغفرة الله. سيقومون بأعمال التّوبة، سيستدعون الربّ ويرتدّون إليه، بدءاً من الملك، الذي أعطى صوتاً للرّجاء، كما فعل قبطان السّفينة، وقال: "لَعَلَّ اللهَ يَرجِعُ ويَندَمُ ... فلا نَهلِك" (يونان ۳، ٩). هكذا، في ظلّ الرّحمة الإلهيّة، وفي ضوء السرّ الفصحيّ، يمكن للموت أن يصير "شقيقنا الموت"، كما كان بالنّسبة للقدّيس فرنسيس الأسيزيّ، ويمثّل بالنّسبة لكلّ إنسان ولكلّ واحد منّا، فرصةً مذهلةً، فرصة التّعرّف على الرّجاء ولقاء الربّ.

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, la preghiera è la chiave che apre il cuore misericordioso di Dio. È la più grande forza della Chiesa, che non dobbiamo mai lasciare. Siate “perseveranti e concordi nella preghiera” come la Madonna e gli Apostoli! Il Signore vi benedica!

    Speaker:

    أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ بالّلغةِ العربيّة، وخاصّةً بالقادمينَ من الشّرقِ الأوسط. أيُّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاءُ، الصّلاة هي المفتاح الذي يفتح قلب الله الرحيم. إنّها قوّة الكنيسة العظمى التي يجب علينا ألاّ نتخلى عنها أبداً. كونوا "مواظبين بنفس واحدة على الصّلاة" مثل السيّدة العذراء والرّسل! ليبارككُم الربُّ!

    [00087-AR.01] [Testo originale: Arabo]

    In lingua polacca

    Speaker:


    Drodzy bracia i siostry, Stary Testament opisuje historię proroka Jonasza, który próbuje uciec przed wypełnieniem zadania, jakie zlecił mu Bóg. Miał upomnieć mieszkańców Niniwy, których nieprawości były powszechnie znane. Byli oni nieprzyjaciółmi Izraelitów, zagrażali Jerozolimie. Można sądzić, że Jonasz oczekiwał raczej zguby tego miasta, niż jego ocalenia. Dlatego próbuje uchylić się przed tym zadaniem. Wsiada na okręt, ucieka. Podczas straszliwej burzy na morzu, marynarze widząc grożącą im zagładę, śmierć, szukają odpowiedzialnego za to nieszczęście. Z nadzieją przyzywają usilnie pomocy swoich bóstw. Jonasz uznaje swoją winę. Poleca, by go wrzucono za burtę. Burza ustaje, morze się uspokaja, a ocaleni marynarze rozpoznają moc prawdziwego Boga. Składają ofiary, czynią obietnice. Jonasza ocala wielka ryba. Zrozumiał swój błąd, odpowiedzialnie podejmie misję wobec Niniwy. Jej mieszkańcy, słysząc wołanie proroka o groźbie zburzenia miasta, w obliczu czekającej ich niechybnie śmierci, podejmują pokutę. Z nadzieją powtarzają modlitwę:, „Kto wie, może się odwróci i ulituje Bóg, a nie zginiemy?” (Jon 3,9). Nawrócenie prowadzi ich do prawdy, do poznania Bożego miłosierdzia, przebaczenia. Niech ta biblijna historia będzie także lekcją dla nas. Trudne, pełne bólu i zwątpienia sytuacje, zagubienie się w życiu, nieuniknioność śmierci, niech pobudzają nas do ufnej nadziei, odkrywania mocy modlitwy i doświadczenia bliskości Boga.

    Santo Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Fratelli e sorelle, oggi inizia la Settima di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, il cui motto è per noi una sfida: L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione. Preghiamo il Signore affinché tutte le Comunità cristiane, conoscendo meglio la propria storia, teologia e diritto si aprano sempre di più alla riconciliazione. Ci pervada lo Spirito di benevolenza e comprensione, come anche la voglia di collaborare. A Voi qui presenti e a coloro che si uniscono attraverso la preghiera, imparto di cuore la Benedizione.

    Speaker:

    Pozdrawiam serdecznie pielgrzymów polskich. Bracia i siostry, dzisiaj rozpoczyna się Tydzień Modlitw o Jedność Chrześcijan. Jego hasło: „Pojednanie – miłość Chrystusa przynagla nas”, jest dla nas wezwaniem. Prośmy Boga, by wszystkie wspólnoty chrześcijańskie, poznając lepiej własną historię, teologię i prawo, coraz pełniej otwierały się na pojednanie. Niech nas przenika duch życzliwości, zrozumienia i chęć współpracy. Wam tu obecnym i tym, którzy łączą się w modlitwie, z serca błogosławię.

    [00088-PL.01] [Testo originale: Polacco]

    In lingua croata

    Santo Padre:


    Saluto i pellegrini croati! Con particolare gioia sono lieto di accogliere i bambini e i giovani della Bosnia ed Erzegovina, insieme con le famiglie ospitanti della Sicilia. Cari ragazzi, trascorrendo il tempo insieme come fratelli e sorelle nelle famiglie che vi ospitano, avete l’opportunità di crescere in un clima di speranza. Solo così, voi giovani cattolici, ortodossi e musulmani, potrete salvare la speranza per vivere in un mondo più fraterno, giusto e pacifico, più sincero e più a misura d’uomo. Rimanete sempre saldi nella fede e pregate per la pace e l’unità del vostro Paese e del mondo intero. Ringrazio di cuore le famiglie ospitanti per l’esempio di amore e di solidarietà cristiana: gli orfani vanno sempre difesi, protetti e accolti con amore. Vi assicuro la mia spirituale vicinanza e imparto a tutti voi la Benedizione Apostolica.

    Speaker:

    Pozdravljam hrvatske hodočasnike! S osobitom radošću pozdravljam djecu i mlade iz Bosne i Hercegovine te njihove domaćine - obitelji sa Sicilije. Dragi mladi, provodeći zajedno vrijeme kao braća i sestre u obiteljima koje vas primaju, imate mogućnost rasta u ozračju nade. Samo ćete tako vi, mladi katolici, pravoslavni i muslimani, moći sačuvati nadu kako biste živjeli u bratskijem, pravdenijem i mirnijem svijetu, koji je iskreniji i više po mjeri čovjeka. Ostanite uvijek čvrsti u vjeri i molite za mir i jedinstvo vaše zemlje i cijeloga svijeta. Od srca zahvaljujem obiteljima domaćinima na primjeru ljubavi i kršćanske solidarnosti: djecu treba uvijek braniti, štititi i primati s ljubavlju. Obećajem vam svoju duhovnu blizinu te svima vama udjeljujem Apostolski blagoslov.

    [00090-HR.01] [Testo originale: Croato]

    In lingua italiana

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto il pellegrinaggio delle Suore Agostiniane Serve di Gesù e di Maria, i Religiosi Agostiniani e l’Associazione Notai Cattolici, accompagnata dall’Arcivescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino. A tutti formulo l’auspicio che la visita alla Città Eterna stimoli ciascuno ad approfondire la Parola di Dio per poter riconoscere in Gesù il Salvatore.

    Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Oggi inizia la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che quest’anno ci fa riflettere sull’amore di Cristo che spinge alla riconciliazione. Cari giovani, pregate affinché tutti i cristiani tornino ad essere un’unica famiglia; cari ammalati, offrite le vostre sofferenze per la causa dell’unità della Chiesa; e voi, cari sposi novelli, fate esperienza dell’amore gratuito come è quello di Dio per l’umanità.

    [00089-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0035-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  8. #18
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Udienza alla Delegazione Ecumenica della Chiesa Luterana di Finlandia in occasione della Festa di Sant’Enrico, 19.01.2017


    Alle ore 10.00 di questa mattina, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza una Delegazione Ecumenica della Chiesa Luterana di Finlandia in occasione dell’annuale Pellegrinaggio ecumenico a Roma, per celebrare la Festa di Sant’Enrico, patrono del Paese.

    Pubblichiamo di seguito le parole di saluto che il Papa ha rivolto ai presenti:

    Testo in lingua italiana

    Cari fratelli e sorelle,

    saluto con gioia tutti voi che, in questa Delegazione ecumenica, siete venuti pellegrini dalla Finlandia a Roma in occasione della Festa di sant’Henrik. Ringrazio il Vescovo luterano di Turku per le sue cortesi parole - in spagnolo! Da oltre trent’anni è una bella consuetudine che il vostro pellegrinaggio coincida con la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che ci richiama al riavvicinamento a partire dalla conversione. Il vero ecumenismo infatti si basa sulla conversione comune a Gesù Cristo come nostro Signore e Redentore. Se ci avviciniamo insieme a Lui, ci avviciniamo anche gli uni agli altri. In questi giorni invochiamo più intensamente lo Spirito Santo perché susciti in noi questa conversione, che rende possibile la riconciliazione.

    Su questo cammino, cattolici e luterani, da vari Paesi, insieme a diverse comunità che condividono il cammino ecumenico, abbiamo percorso una tappa significativa, quando, il 31 ottobre scorso, ci siamo riuniti a Lund, in Svezia, per commemorare l’inizio della Riforma con una preghiera comune. Questa commemorazione congiunta della Riforma ha avuto un significato importante sul piano umano e teologico-spirituale. Dopo cinquant’anni di dialogo ecumenico ufficiale tra cattolici e luterani, siamo riusciti a esporre chiaramente le prospettive sulle quali oggi possiamo dirci d’accordo. Di questo siamo riconoscenti. Nello stesso tempo teniamo vivo nel cuore il pentimento sincero per le nostre colpe. In questo spirito, a Lund è stato ricordato che l’intento di Martin Lutero, cinquecento anni fa, era quello di rinnovare la Chiesa, non di dividerla. Quell’incontro ci ha dato il coraggio e la forza di guardare avanti, nel nostro Signore Gesù Cristo, al cammino ecumenico che siamo chiamati a percorrere insieme.

    Preparando la commemorazione comune della Riforma, cattolici e luterani hanno preso maggiormente coscienza anche del fatto che il dialogo teologico rimane essenziale per la riconciliazione e va portato avanti con impegno costante. Così, in quella comunione concorde che permette allo Spirito Santo di agire, potremo giungere a ulteriori convergenze sui contenuti della dottrina e dell’insegnamento morale della Chiesa e potremo avvicinarci sempre più all’unità piena e visibile. Prego il Signore affinché accompagni con la sua benedizione la Commissione di dialogo luterana-cattolica della Finlandia, che sta lavorando con dedizione ad una interpretazione sacramentale comune della Chiesa, dell’Eucaristia e del ministero ecclesiale.

    Il 2017, anno commemorativo della Riforma, rappresenta dunque per cattolici e luterani un’occasione privilegiata per vivere in maniera più autentica la fede, per riscoprire insieme il Vangelo e per cercare e testimoniare Cristo con slancio rinnovato. A conclusione della giornata commemorativa di Lund, guardando al futuro, abbiamo tratto coraggio dalla nostra testimonianza comune di fede davanti al mondo, quando ci siamo impegnati a sostenere insieme coloro che soffrono, coloro che sono nel bisogno, coloro che sono esposti a persecuzioni e violenze. Nel fare ciò, come cristiani non siamo più divisi, ma siamo uniti nel cammino verso la piena comunione.

    Mi è caro inoltre ricordare che i cristiani finlandesi festeggiano quest’anno il centenario del Consiglio Ecumenico Finlandese, che è un importante strumento per promuovere la comunione di fede e di vita tra di voi.

    Nel 2017, infine, la vostra Patria, la Finlandia, compie cento anni come Stato indipendente. Possa tale anniversario incoraggiare tutti i cristiani del vostro Paese a professare la fede nel Signore Gesù Cristo – come fece con grande zelo sant’Henrik – testimoniandola oggi davanti al mondo e traducendola anche in gesti concreti di servizio, di fraternità, di condivisione.

    Mentre auspico che questo vostro pellegrinaggio contribuisca a rafforzare ulteriormente la buona collaborazione tra ortodossi, luterani e cattolici in Finlandia e nel mondo, e che la comune testimonianza di fede, speranza e carità, con l’intercessione di sant’Henrik, porti frutti abbondanti, invoco di cuore la grazia e la benedizione di Dio per tutti voi.

    E, caro fratello Vescovo, io voglio ringraziarLa per il buongusto di portare i nipotini: abbiamo bisogno della semplicità dei bambini, loro ci insegneranno il cammino verso Gesù Cristo. Grazie, grazie tante!

    [00094-IT.02] [Testo originale: Italiano]


    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  9. #19
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Udienza agli organizzatori della Mostra “Antiquorum habet”, 19.01.2017


    Alle ore 12.30 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza gli organizzatori della Mostra riguardante la storia dei Giubilei dal titolo “Antiquorum habet”, che ha avuto luogo presso il Senato della Repubblica Italiana dal 13 marzo al 2 luglio 2016.

    Pubblichiamo di seguito le parole che il Papa ha pronunciato dopo l’indirizzo di saluto del Presidente del Senato, On. Piero Grasso:

    Parole del Santo Padre

    Gentili Signore e Signori,

    grazie di essere venuti. Vi saluto cordialmente, ad iniziare dal Signor Presidente del Senato, Onorevole Pietro Grasso, che ringrazio per le sue cortesi parole.

    Questo incontro mi offre l’occasione di esprimervi la mia viva riconoscenza per la Mostra riguardante la storia dei Giubilei, che ha avuto luogo presso il Senato della Repubblica lo scorso anno. Essa ha documentato molteplici aspetti degli Anni Santi, a partire dal primo, indetto da Papa Bonifacio VIII con la Bolla Antiquorum habet. Dal 1300 in poi, ogni Giubileo ha segnato la storia di Roma: dall’architettura all’accoglienza dei pellegrini; dall’arte alle attività assistenziali e caritative. Ma c’è un elemento essenziale, il cuore di ogni Anno Santo, che non va mai perso di vista: nel Giubileo si incontrano la bontà di Dio e la fragilità dell’uomo, che ha sempre bisogno dell’amore e del perdono del Padre. Infatti è proprio di Dio usare misericordia, e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza. Lei [si rivolge al Presidente Grasso] parlava dell’accoglienza come del nocciolo di ogni Giubileo; e questa è la grande accoglienza: quando Dio ci accoglie, senza domandare tante cose, ci perdona, ci abbraccia, ci bacia e ci dice questa bella parola: “figlio mio, figlia mia”.

    Nel ringraziare gli organizzatori e i volontari della Mostra, e il Senato che l’ha ospitata, per l’opera di sensibilizzazione storica e culturale offerta a vantaggio dei visitatori, auguro a ciascuno di continuare a trarre dall’esperienza giubilare frutti spirituali abbondanti e duraturi. Lo ottenga la Vergine Maria, Madre della Misericordia.

    Grazie, Signor Presidente, per questa visita. Prego per il Suo alto servizio istituzionale e per il lavoro di tutti voi. Vi benedico insieme ai vostri cari. E anche voi, per favore, pregate per me.Grazie tante.

    [00097-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0040-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  10. #20
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
    Data Registrazione
    Apr 2006
    Località
    casa mia
    Messaggi
    50,784
    Ringraziato
    3065
    Udienza al Tribunale della Rota Romana in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, 21.01.2017

    Alle ore 12 di oggi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Prelati Uditori, gli Officiali, gli Avvocati e i Collaboratori del Tribunale della Rota Romana in occasione della solenne inaugurazione dell’Anno Giudiziario.

    Dopo il saluto del Decano, S.E. Mons. Pio Vito Pinto, il Papa ha rivolto ai presenti il discorso che pubblichiamo di seguito:

    Discorso del Santo Padre

    Cari Giudici, Officiali, Avvocati

    e Collaboratori del Tribunale Apostolico della Rota Romana,

    rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto, ad iniziare dal Collegio dei Prelati Uditori con il Decano, Mons. Pio Vito Pinto, che ringrazio per le sue parole, e il pro-Decano che da poco è stato nominato in questo incarico. Auguro a tutti voi di lavorare con serenità e con fervido amore alla Chiesa in questo Anno giudiziario che oggi inauguriamo.

    Oggi vorrei tornare sul tema del rapporto tra fede e matrimonio, in particolare sulle prospettive di fede insite nel contesto umano e culturale in cui si forma l’intenzione matrimoniale. San Giovanni Paolo II ha messo bene in luce, basandosi sull’insegnamento della Sacra Scrittura, «quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione [...]. La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede» (Enc. Fides et ratio, 16). Pertanto, quanto più si allontana dalla prospettiva di fede, tanto più «l’uomo s’espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello “stolto”. Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1,7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di sé stesso e dell’ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare “Dio non esiste” (cfr Sal 14[13],1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino» (ibid., 17).

    Da parte sua, Papa Benedetto XVI, nel suo ultimo Discorso a voi rivolto, ricordava che «solo aprendosi alla verità di Dio [...] è possibile comprendere, e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare, la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo [...]. Il rifiuto della proposta divina, in effetti conduce ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane [...], inclusa quella matrimoniale» (26 gennaio 2013, 2). È quanto mai necessario approfondire il rapporto fra amore e verità. «L’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’ “io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto» (Enc. Lumen fidei, 27).

    Non possiamo nasconderci che una mentalità diffusa tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne. Una mentalità che coinvolge, spesso in modo vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 64), la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di criterio interpretativo e operativo per l’esistenza personale, familiare e sociale. Tale contesto, carente di valori religiosi e di fede, non può che condizionare anche il consenso matrimoniale. Le esperienze di fede di coloro che richiedono il matrimonio cristiano sono molto diverse. Alcuni partecipano attivamente alla vita della parrocchia; altri vi si avvicinano per la prima volta; alcuni hanno una vita di preghiera anche intensa; altri sono, invece, guidati da un più generico sentimento religioso; a volte sono persone lontane dalla fede o carenti di fede.

    Di fronte a questa situazione, occorre trovare validi rimedi. Un primo rimedio lo indico nella formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio. Si tratta di aiutare i futuri sposi a cogliere e gustare la grazia, la bellezza e la gioia del vero amore, salvato e redento da Gesù. La comunità cristiana alla quale i nubendi si rivolgono è chiamata ad annunciare cordialmente il Vangelo a queste persone, perché la loro esperienza di amore possa diventare un sacramento, un segno efficace della salvezza. In questa circostanza, la missione redentrice di Gesù raggiunge l’uomo e la donna nella concretezza della loro vita di amore. Questo momento diventa per tutta la comunità una straordinaria occasione di missione. Oggi più che mai, questa preparazione si presenta come una vera e propria occasione di evangelizzazione degli adulti e, spesso, dei cosiddetti lontani. Sono, infatti, numerosi i giovani per i quali l’approssimarsi delle nozze costituisce l’occasione per incontrare di nuovo la fede da molto tempo relegata ai margini della loro vita; essi, per altro, si trovano in un momento particolare, caratterizzato spesso anche dalla disponibilità a rivedere e a cambiare l’orientamento dell’esistenza. Può essere, quindi, un tempo favorevole per rinnovare il proprio incontro con la persona di Gesù Cristo, con il messaggio del Vangelo e con la dottrina della Chiesa.

    Occorre, pertanto, che gli operatori e gli organismi preposti alla pastorale famigliare siano animati da una forte preoccupazione di rendere sempre più efficaci gli itinerari di preparazione al sacramento del matrimonio, per la crescita non solo umana, ma soprattutto della fede dei fidanzati. Scopo fondamentale degli incontri è quello di aiutare i fidanzati a realizzare un inserimento progressivo nel mistero di Cristo, nella Chiesa e con la Chiesa. Esso comporta una progressiva maturazione nella fede, attraverso l’annuncio della Parola di Dio, l’adesione e la sequela generosa di Cristo. La finalità di questa preparazione consiste, cioè, nell’aiutare i fidanzati a conoscere e a vivere la realtà del matrimonio che intendono celebrare, perché lo possano fare non solo validamente e lecitamente, ma anche fruttuosamente, e perché siano disponibili a fare di questa celebrazione una tappa del loro cammino di fede. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di persone con specifica competenza e adeguatamente preparate a tale servizio, in una opportuna sinergia fra sacerdoti e coppie di sposi.

    In questo spirito, mi sento di ribadire la necessità di un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio. Accogliendo gli auspici dei Padri dell’ultimo Sinodo Ordinario, è urgente attuare concretamente quanto già proposto in Familiaris consortio (n. 66), che cioè, come per il battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti.

    Un secondo rimedio è quello di aiutare i novelli sposi a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio. È necessario individuare, con coraggio e creatività, un progetto di formazione per i giovani sposi, con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto. Si tratta di incoraggiarli a considerare i vari aspetti della loro quotidiana vita coppia, che è segno e strumento dell’amore di Dio, incarnato nella storia degli uomini. Faccio due esempi. Anzitutto, l’amore del quale la nuova famiglia vive ha la sua radice e fonte ultima nel mistero della Trinità, per cui essa porta questo sigillo nonostante le fatiche e le povertà con cui deve misurarsi nella propria vita quotidiana. Un altro esempio: la storia d’amore della coppia cristiana è parte della storia sacra, perché abitata da Dio e perché Dio non viene mai meno all’impegno che ha assunto con gli sposi nel giorno delle nozze; Egli infatti è «un Dio fedele e non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13).

    La comunità cristiana è chiamata ad accogliere, accompagnare e aiutare le giovani coppie, offrendo occasioni e strumenti adeguati – a partire dalla partecipazione alla Messa domenicale – per curare la vita spirituale sia all’interno della vita familiare, sia nell’ambito della programmazione pastorale in parrocchia o nelle aggregazioni. Spesso i giovani sposi vengono lasciati a sé stessi, magari per il semplice fatto che si fanno vedere meno in parrocchia; ciò avviene soprattutto con la nascita dei bambini. Ma è proprio in questi primi momenti della vita familiare che occorre garantire maggiore vicinanza e un forte sostegno spirituale, anche nell’opera educativa dei figli, nei confronti dei quali sono i primi testimoni e portatori del dono della fede. Nel cammino di crescita umana e spirituale dei giovani sposi è auspicabile che vi siano dei gruppi di riferimento nei quali poter compiere un cammino di formazione permanente: attraverso l’ascolto della Parola, il confronto sulle tematiche che interessano la vita delle famiglie, la preghiera, la condivisione fraterna.

    Questi due rimedi che ho indicato sono finalizzati a favorire un idoneo contesto di fede nel quale celebrare e vivere il matrimonio. Un aspetto così determinante per la solidità e verità del sacramento nuziale, richiama i parroci ad essere sempre più consapevoli del delicato compito che è loro affidato nel gestire il percorso sacramentale matrimoniale dei futuri nubendi, rendendo intelligibile e reale in loro la sinergia tra foedus e fides. Si tratta di passare da una visione prettamente giuridica e formale della preparazione dei futuri sposi, a una fondazione sacramentale ab initio, cioè a partire dal cammino verso la pienezza del loro foedus-consenso elevato da Cristo a sacramento. Ciò richiederà il generoso apporto di cristiani adulti, uomini e donne, che si affianchino al sacerdote nella pastorale familiare per costruire «il capolavoro della società», cioè «la famiglia: l’uomo e la donna che si amano» (Catechesi, 29 aprile 2015) secondo «il luminoso piano di Dio» (Parole al Concistoro Straordinario, 20 febbraio 2014).

    Lo Spirito Santo, che guida sempre e in tutto il Popolo santo di Dio, assista e sostenga quanti, sacerdoti e laici, si impegnano e si impegneranno in questo campo, affinché non perdano mai lo slancio e il coraggio di adoperarsi per la bellezza delle famiglie cristiane, nonostante le insidie rovinose della cultura dominante dell’effimero e del provvisorio.

    Cari fratelli, come ho detto varie volte, occorre grande coraggio a sposarsi nel tempo in cui viviamo. E quanti hanno la forza e la gioia di compiere questo passo importante devono sentire accanto a loro l’affetto e la vicinanza concreta della Chiesa. Con questo auspicio vi rinnovo l’augurio di buon lavoro per il nuovo anno che il Signore ci dona. Vi assicuro la mia preghiera e conto anch’io sulla vostra, mentre di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.

    [00105-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0044-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •