Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco - ANNO 2017

  1. #21
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    Omelia del Santo Padre durante la Santa Messa a conclusione del Giubileo dei Domenicani
    (Basilica di San Giovanni in Laterano, 21 gennaio 2017).

  2. #22
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    Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 22.01.2017


    Alle ore 12 di oggi, il Santo Padre Francesco si è affacciato alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

    Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

    Prima dell’Angelus

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    L’odierna pagina evangelica (cfr Mt 4,12-23) narra l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. Egli lascia Nazaret, un villaggio sui monti, e si stabilisce a Cafarnao, un centro importante sulla riva del lago, abitato in massima parte da pagani, punto di incrocio tra il Mediterraneo e l’entroterra mesopotamico. Questa scelta indica che i destinatari della sua predicazione non sono soltanto i suoi connazionali, ma quanti approdano nella cosmopolita «Galilea delle genti» (v. 15; cfr Is 8,23): così si chiamava. Vista dalla capitale Gerusalemme, quella terra è geograficamente periferica e religiosamente impura perché era piena di pagani, per la mescolanza con quanti non appartenevano a Israele. Dalla Galilea non si attendevano certo grandi cose per la storia della salvezza. Invece proprio da lì - proprio da lì - si diffonde quella “luce” sulla quale abbiamo meditato nelle scorse domeniche: la luce di Cristo. Si diffonde proprio dalla periferia.

    Il messaggio di Gesù ricalca quello del Battista, annunciando il «regno dei cieli» (v. 17). Questo regno non comporta l’instaurazione di un nuovo potere politico, ma il compimento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo che inaugurerà una stagione di pace e di giustizia. Per stringere questo patto di alleanza con Dio, ognuno è chiamato a convertirsi, trasformando il proprio modo di pensare e di vivere. E’ importante questo: convertirsi non è soltanto cambiare il modo di vivere, ma anche il modo di pensare. E’ una trasformazione del pensiero. Non si tratta di cambiare gli abiti, ma le abitudini! Ciò che differenzia Gesù da Giovanni il Battista è lo stile e il metodo. Gesù sceglie di essere un profeta itinerante. Non sta ad aspettare la gente, ma si muove incontro ad essa. Gesù è sempre per la strada! Le sue prime uscite missionarie avvengono lungo il lago di Galilea, a contatto con la folla, in particolare con i pescatori. Lì Gesù non solo proclama la venuta del regno di Dio, ma cerca i compagni da associare alla sua missione di salvezza. In questo stesso luogo incontra due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni; li chiama dicendo: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (v. 19). La chiamata li raggiunge nel pieno della loro attività di ogni giorno: il Signore si rivela a noi non in modo straordinario o eclatante, ma nella quotidianità della nostra vita. Li dobbiamo trovare il Signore; e lì Lui si rivela, fa sentire il suo amore al nostro cuore; e lì – con questo dialogo con Lui nella quotidianità della vita – cambia il nostro cuore. La risposta dei quattro pescatori è immediata e pronta: «Subito lasciarono le reti e lo seguirono» (v. 20). Sappiamo infatti che erano stati discepoli del Battista e che, grazie alla sua testimonianza, avevano già iniziato a credere in Gesù come Messia (cfr Gv 1,35-42).

    Noi, cristiani di oggi, abbiamo la gioia di proclamare e testimoniare la nostra fede perché c’è stato quel primo annuncio, perché ci sono stati quegli uomini umili e coraggiosi che hanno risposto generosamente alla chiamata di Gesù. Sulle rive del lago, in una terra impensabile, è nata la prima comunità dei discepoli di Cristo. La consapevolezza di questi inizi susciti in noi il desiderio di portare la parola, l’amore e la tenerezza di Gesù in ogni contesto, anche il più impervio e resistente. Portare la Parola a tutte le periferie! Tutti gli spazi del vivere umano sono terreno in cui gettare la semente del Vangelo, affinché porti frutti di salvezza.

    La Vergine Maria ci aiuti con la sua materna intercessione a rispondere con gioia alla chiamata di Gesù, a metterci al servizio del Regno di Dio.

    [00111-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    siamo nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Quest’anno essa ha per tema un’espressione, tratta da san Paolo [Pablo], che ci indica il cammino da seguire. E dice così: “L’amore di Cristo ci spinge alla riconciliazione” (cfr 2 Cor 5,14). Mercoledì prossimo concluderemo la Settimana di Preghiera con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, a cui parteciperanno i fratelli e le sorelle delle altre Chiese e Comunità cristiane presenti a Roma. Vi invito a perseverare nella preghiera, affinché si compia il desiderio di Gesù: «Che tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

    Nei giorni scorsi, il terremoto e le forti nevicate hanno messo nuovamente a dura prova tanti nostri fratelli e sorelle dell’Italia centrale, specialmente in Abruzzo, Marche e Lazio. Sono vicino con la preghiera e con l’affetto alle famiglie che hanno avuto vittime tra i loro cari. Incoraggio quanti sono impegnati con grande generosità nelle opere di soccorso e di assistenza; come pure le Chiese locali, che si prodigano per alleviare le sofferenze e le difficoltà. Grazie tante per questa vicinanza, per il vostro lavoro e l’aiuto concreto che portate. Grazie! E vi invito a pregare insieme la Madonna per le vittime e anche per quelli che con grande generosità si impegnano nelle opere di soccorso.

    [Recita Ave Maria]

    Nell’Estremo Oriente e in varie parti del mondo, milioni di uomini e donne si preparano a celebrare il capodanno lunare il 28 gennaio. Il mio cordiale saluto giunga a tutte le loro famiglie, con l’augurio che esse diventino sempre di più una scuola in cui si impara a rispettare l’altro, a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato. Possa la gioia dell’amore propagarsi all’interno delle famiglie e da esse irradiarsi in tutta la società.

    Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi, in particolare il gruppo di ragazze di Panamá e gli studenti dell’Istituto “Diego Sánchez” de Talavera la Real (Spagna).

    Saluto i soci dell’Unione Cattolica Insegnanti, Dirigenti, Educatori e Formatori, che ha terminato il 25° Congresso nazionale, ed auspico per loro un fruttuoso lavoro educativo, in collaborazione con le famiglie. Sempre in collaborazione con le famiglie!

    A tutti auguro una buona domenica. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buona pranzo e arrivederci!

    [00112-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0048-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  3. #23
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    Udienza ai Membri della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, 23.01.2017


    Alle ore 11.45 di oggi, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

    Dopo il saluto del Dott. Franco Roberti, Procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, il Papa ha rivolto ai presenti il discorso che pubblichiamo di seguito:

    Discorso del Santo Padre

    Gentili Signore e Signori,

    sono lieto di accogliere voi che rappresentate la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Vi saluto cordialmente e ringrazio il Dott. Franco Roberti per le sue parole.

    Le funzioni a voi affidate dallo Stato riguardano il perseguimento dei reati delle tre grandi organizzazioni criminali di stampo mafioso: mafia, camorra e ‘ndrangheta. Esse, sfruttando carenze economiche, sociali e politiche, trovano un terreno fertile per realizzare i loro deplorevoli progetti. Tra le vostre competenze vi è pure il contrasto al terrorismo, che sta assumendo sempre più un aspetto cosmopolita e devastante. Desidero esprimervi il mio apprezzamento e il mio incoraggiamento per la vostra attività, difficile e rischiosa, ma quanto mai indispensabile per il riscatto e la liberazione dal potere delle associazioni criminali, che si rendono responsabili di violenze e sopraffazioni macchiate da sangue umano.

    La società ha bisogno di essere risanata dalla corruzione, dalle estorsioni, dal traffico illecito di stupefacenti e di armi, dalla tratta di esseri umani, tra cui tanti bambini, ridotti in schiavitù. Sono autentiche piaghe sociali e, al tempo stesso, sfide globali che la collettività internazionale è chiamata ad affrontare con determinazione. In questa prospettiva, ho appreso che la vostra attività di contrasto del crimine viene opportunamente svolta in collaborazione con i colleghi di altri Stati. Tale lavoro, realizzato in sinergia e con mezzi efficaci, costituisce un argine efficace e un presidio di sicurezza per la collettività.

    La società fa grande affidamento sulla vostra professionalità e sulla vostra esperienza di magistrati inquirenti impegnati a combattere e sradicare il crimine organizzato. Vi esorto a dedicare ogni sforzo specialmente nel contrasto della tratta di persone e del contrabbando dei migranti: questi sono reati gravissimi che colpiscono i più deboli fra i deboli! Al riguardo, è necessario incrementare le attività di tutela delle vittime, prevedendo assistenza legale e sociale di questi nostri fratelli e sorelle in cerca di pace e di futuro. Quanti fuggono dai propri Paesi a causa della guerra, delle violenze, delle persecuzioni hanno diritto di trovare adeguata accoglienza e idonea protezione nei Paesi che si definiscono civili.

    A complemento e rafforzamento della vostra preziosa opera di repressione, occorrono interventi educativi di ampio respiro, rivolti in particolare alle nuove generazioni. A tale scopo, le diverse agenzie educative, tra cui famiglie, scuole, comunità cristiane, realtà sportive e culturali, sono chiamate a favorire una coscienza di moralità e di legalità orientata a modelli di vita onesti, pacifici e solidali che a poco a poco vincano il male e spianino la strada al bene. Si tratta di partire dalle coscienze, per risanare i propositi, le scelte, gli atteggiamenti dei singoli, così che il tessuto sociale si apra alla speranza di un mondo migliore.

    Il fenomeno mafioso, quale espressione di una cultura di morte, è da osteggiare e da combattere. Esso si oppone radicalmente alla fede e al Vangelo, che sono sempre per la vita. Quanti seguono Cristo hanno pensieri di pace, di fraternità, di giustizia, di accoglienza e di perdono. Quando la linfa del Vangelo scorre nel discepolo di Cristo, maturano frutti buoni ben riconoscibili anche all’esterno, con corrispondenti comportamenti, che l’apostolo Paolo identifica con «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).

    Penso alle tante parrocchie e associazioni cattoliche che sono testimoni di questi frutti. Esse svolgono un encomiabile lavoro sul territorio, finalizzato alla promozione della gente, una promozione culturale e sociale volta a estirpare progressivamente dalla radice la mala pianta della criminalità organizzata e della corruzione. In queste iniziative, si manifesta altresì la prossimità della Chiesa a quanti vivono situazioni drammatiche e hanno bisogno di essere aiutati ad uscire dalla spirale della violenza e rigenerarsi nella speranza.

    Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dia sempre la forza di andare avanti, di non scoraggiarvi, ma di continuare a lottare contro la corruzione, la violenza, la mafia e il terrorismo. Sono consapevole del fatto che il lavoro che voi svolgete comporta anche il rischio della vita, questo lo so; e il rischio di altri pericoli per voi e per le vostre famiglie. Il modo mafioso di agire fa queste cose. Per questo richiede un supplemento di passione, di senso del dovere e di forza d’animo, e anche, da parte nostra, di tutti i cittadini che beneficiamo del vostro lavoro, [un supplemento] di sostegno, di preghiera e di vicinanza. Io vi assicuro che vi sono tanto vicino, nel vostro lavoro, e prego per voi.

    Al tempo stesso, il Signore giusto e misericordioso, tocchi il cuore degli uomini e delle donne delle diverse mafie, affinché si fermino, smettano di fare il male, si convertano e cambino vita. Il denaro degli affari sporchi e dei delitti mafiosi è denaro insanguinato e produce un potere iniquo. Tutti sappiamo che il diavolo “entra dalle tasche”: è lì, la prima corruzione.

    Per voi, le vostre famiglie e il vostro lavoro invoco il sostegno del Signore. Ripeto: vi sono molto vicino. E mentre chiedo anche a voi di pregare per me, di cuore vi benedico.

    Il Signore benedica voi e le vostre famiglie.

    [Benedizione]

    [00116-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0049-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  4. #24
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    Messaggio del Santo Padre per la 51ma. Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo
    (pubblicato il 24 gennaio 2017; la Giornata avrà luogo il 28 maggio)

  5. #25
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    L’Udienza Generale, 25.01.2017


    L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 9.45 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

    Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il nuovo ciclo di catechesi sul tema della speranza cristiana, ha incentrato la sua meditazione sul tema: Giuditta: il coraggio di una donna dà speranza al popolo.

    Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

    L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

    Catechesi del Santo Padre in lingua italiana


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Tra le figure di donne che l’Antico Testamento ci presenta, risalta quella di una grande eroina del popolo: Giuditta. Il Libro biblico che porta il suo nome narra l’imponente campagna militare del re Nabucodonosor, il quale, regnando in Ninive, allarga i confini dell’impero sconfiggendo e asservendo tutti i popoli intorno. Il lettore capisce di trovarsi davanti ad un grande, invincibile nemico che sta seminando morte e distruzione e che arriva fino alla Terra Promessa, mettendo in pericolo la vita dei figli di Israele.

    L’esercito di Nabucodonosor, infatti, sotto la guida del generale Oloferne, pone l’assedio a una città della Giudea, Betulia, tagliando il rifornimento dell’acqua e fiaccando così la resistenza della popolazione.

    La situazione si fa drammatica, al punto che gli abitanti della città si rivolgono agli anziani chiedendo di arrendersi ai nemici. Le loro sono parole disperate: «Non c’è più nessuno che ci possa aiutare, perché Dio ci ha venduti nelle loro mani per essere abbattuti davanti a loro dalla sete e da terribili mali. Sono arrivati a dire questo: “Dio ci ha venduti”; la disperazione era grande in quella gente. Ormai chiamateli e consegnate l’intera città al popolo di Oloferne e a tutto il suo esercito perché la saccheggino» (Gdt 7,25-26). La fine sembra ormai ineluttabile, la capacità di fidarsi di Dio si è esaurita. La capacità di fidarsi di Dio si è esaurita. E quante volte noi arriviamo a situazioni di limite dove non sentiamo neppure la capacità di avere fiducia nel Signore. È una tentazione brutta! E, paradossalmente, sembra che, per sfuggire alla morte, non resti che consegnarsi nelle mani di chi uccide. Loro sanno che questi soldati entreranno a saccheggiare la città, prendere le donne come schiave e poi uccidere tutti gli altri. Questo è proprio “il limite”.

    E davanti a tanta disperazione, il capo del popolo tenta di proporre un appiglio di speranza: resistere ancora cinque giorni, aspettando l’intervento salvifico di Dio. Ma è una speranza debole, che gli fa concludere: «E se proprio passeranno questi giorni e non ci arriverà alcun aiuto, farò come avete detto voi» (7,31). Povero uomo: era senza uscita. Cinque giorni vengono concessi a Dio – e qui è il peccato -; cinque giorni vengono concessi a Dio per intervenire; cinque giorni di attesa, ma già con la prospettiva della fine. Concedono cinque giorni a Dio per salvarli, ma sanno che non hanno fiducia, attendono il peggio. In realtà, nessuno più, tra il popolo, è ancora capace di sperare. Erano disperati.

    È in tale situazione che compare sulla scena Giuditta. Vedova, donna di grande bellezza e saggezza, ella parla al popolo con il linguaggio della fede. Coraggiosa, rimprovera in faccia il popolo (dicendo): «Voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, […]. No, fratelli, non provocate l’ira del Signore, nostro Dio. Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere dai nostri nemici. […] Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido, se a lui piacerà» (8,13.14-15.17). È il linguaggio della speranza. Bussiamo alle porte del cuore di Dio, Lui è Padre, lui può salvarci. Questa donna, vedova, rischia di fare anche una brutta figura davanti agli altri! Ma è coraggiosa! Va avanti! Questa è un’opinione mia: le donne sono più coraggiose degli uomini. (Applausi in aula).

    E con la forza di un profeta, Giuditta richiama gli uomini del suo popolo per riportarli alla fiducia in Dio; con lo sguardo di un profeta, ella vede al di là dello stretto orizzonte proposto dai capi e che la paura rende ancora più limitato. Dio agirà di certo – ella afferma –, mentre la proposta dei cinque giorni di attesa è un modo per tentarlo e per sottrarsi alla sua volontà. Il Signore è Dio di salvezza, - e lei ci crede -, qualunque forma essa prenda. È salvezza liberare dai nemici e far vivere, ma, nei suoi piani impenetrabili, può essere salvezza anche consegnare alla morte. Donna di fede, lei lo sa. Poi conosciamo la fine, come è finita la storia: Dio salva.

    Cari fratelli e sorelle, non mettiamo mai condizioni a Dio e lasciamo invece che la speranza vinca i nostri timori. Fidarsi di Dio vuol dire entrare nei suoi disegni senza nulla pretendere, anche accettando che la sua salvezza e il suo aiuto giungano a noi in modo diverso dalle nostre aspettative. Noi chiediamo al Signore vita, salute, affetti, felicità; ed è giusto farlo, ma nella consapevolezza che Dio sa trarre vita anche dalla morte, che si può sperimentare la pace anche nella malattia, e che ci può essere serenità anche nella solitudine e beatitudine anche nel pianto. Non siamo noi che possiamo insegnare a Dio quello che deve fare, ciò di cui noi abbiamo bisogno. Lui lo sa meglio di noi, e dobbiamo fidarci, perché le sue vie e i suoi pensieri sono diversi dai nostri.

    Il cammino che Giuditta ci indica è quello della fiducia, dell’attesa nella pace, della preghiera e dell’obbedienza. È il cammino della speranza. Senza facili rassegnazioni, facendo tutto quanto è nelle nostre possibilità, ma sempre rimanendo nel solco della volontà del Signore, perché – lo sappiamo – ha pregato tanto, ha parlato tanto al popolo e poi, coraggiosa, se ne è andata, ha cercato il modo di avvicinarsi al capo dell’esercito ed è riuscita a tagliargli il capo, a sgozzarlo. É coraggiosa nella fede e nelle opere. E cerca sempre il Signore! Giuditta, di fatto, ha un suo piano, lo attua con successo e porta il popolo alla vittoria, ma sempre nell’atteggiamento di fede di chi tutto accetta dalla mano di Dio, sicura della sua bontà.

    Così, una donna piena di fede e di coraggio ridà forza al suo popolo in pericolo mortale e lo conduce sulle vie della speranza, indicandole anche a noi. E noi, se facciamo un po’ di memoria, quante volte abbiamo sentito parole sagge, coraggiose, da persone umili, da donne umili che uno pensa che - senza disprezzarle – fossero ignoranti … Ma sono parole delle saggezza di Dio! Le parole delle nonne .. Quante volte le nonne sanno dire la parola giusta, la parola di speranza, perché hanno l’esperienza della vita, hanno sofferto tanto, si sono affidate a Dio e il Signore fa questo dono di darci il consiglio di speranza. E, andando per quelle vie, sarà gioia e luce pasquale affidarsi al Signore con le parole di Gesù: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). E questa è la pregheria della saggezza, della fiducia e della speranza.


    [00126-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Sintesi della catechesi e saluti nelle diverse lingue

    In lingua francese

    Speaker:


    Frères et sœurs, parmi les visages de femmes que nous présente l’Ancien Testament, ressort celui d’une grande héroïne: Judith. Alors que son peuple, assiégé par l’armée de Nabuchodonosor, connaît une situation désespérée, et que plus personne n’est vraiment capable d’espérer, Judith lui demande de revenir à la confiance en Dieu, qui agira certainement. Car, le Seigneur est le Dieu du salut, quelle que soit la forme que celui-ci prenne. Ainsi, à l’exemple de Judith, laissons l’espérance vaincre nos peurs. Ce n’est pas à nous qu’il revient d’enseigner à Dieu ce qu’il doit faire: il sait mieux que nous ce dont nous avons besoin. Nous devons lui faire confiance, en acceptant que son salut et son aide nous parviennent par des chemins différents des nôtres. Le chemin que Judith nous indique n’est pas celui de la résignation mais celui confiance, de l’attente dans la paix, de la prière et de l’obéissance. Ainsi, Judith, femme pleine de foi et de courage, nous conduit, avec son peuple, sur les chemins de l’espérance où nous trouverons la joie à la lumière de la Pâque du Seigneur Jésus.

    Santo Padre:

    Sono lieto di salutare i pellegrini di lingua francese, in particolare i fedeli della diocesi d’Arras. In questo giorno in cui ricordiamo la Conversione dell’apostolo Paolo, che ci invita a lasciarci guidare dallo Spirito Santo, Egli ci aiuti a crescere nella fiducia nella Provvidenza di Dio, e diventare testimoni di speranza. Dio vi benedica

    Speaker:

    Je suis heureux de saluer les pèlerins de langue française, en particulier les fidèles du diocèse d’Arras. En ce jour de la fête de la Conversion de l’Apôtre Paul, que son appel à marcher sous la conduite de l’Esprit Saint, nous aide à grandir dans la confiance en la Providence de Dieu, et à devenir des témoins de l’espérance. Que Dieu vous bénisse!

    [00127-FR.01] [Texte original: Français]

    In lingua inglese

    Speaker:


    Dear Brothers and Sisters: In our continuing catechesis on Christian hope, we turn today to the story of Judith. The Old Testament Book of Judith tells how, during the siege of the city of Bethulia by the Assyrian general Holofernes, the people were on the verge of surrendering. In an apparently hopeless situation, the leaders of the city determined to hold off for five days, trusting that the Lord would come to their aid. At that point, Judith appeared to reinforce their wavering hope in the face of fear and to propose a plan that led to victory over the enemy. The example of this woman of great wisdom and courage teaches us to trust in the Lord’s providential care, but also, in prayer and obedience, to discern his will and to do everything in our power to respond to the challenges that come our way. Judith’s faith inspires us to commend ourselves to the Father with the same obedience that led Jesus, in the Garden of Gethsemane, to pray: “Not my will, but yours be done”.

    Santo Padre:

    Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i gruppi provenienti dagli Stati Uniti d’America. Nel contesto della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, rivolgo un saluto particolare agli alunni dell’Istituto Ecumenico di Bossey e al coro di Westminster Abbey, che ringrazio per la lode a Dio attraverso il canto. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo. Dio vi benedica!

    Speaker:

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from the United States of America. During this Week of Prayer for Christian Unity I offer a special greeting to the group from the Bossey Ecumenical Institute and to the choir of Westminster Abbey, whom I thank for their praise of God in song. Upon all of you, and your families, I cordially invoke an abundance of joy and peace in our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [00128-EN.01] [Original text: English]

    In lingua tedesca

    Speaker:


    Liebe Brüder und Schwestern, zu den großen Gestalten der Hoffnung im Alten Testament zählt Judit. In der Stadt Betulia war angesichts der Belagerung durch den assyrischen Feldherrn Holofernes jegliche Hoffnung auf Gottes rettendes Eingreifen geschwunden. Als keiner mehr zu hoffen vermag, tritt Judit, eine Witwe, mit der Kraft und dem Blick eines Propheten auf. Mit der Sprache des Glaubens führt sie ihre Landsleute zu neuer Hoffnung.

    Der Herr ist ein Gott des Heils; er befreit und bringt Leben, aber in Gottes unergründlichem Plan kann Heil auch in Opfer und Leid geschehen. Wir dürfen Gott keine Bedingungen stellen. Denn ihm zu vertrauen heißt, seinem Plan zu folgen und dabei nichts zu verlangen, sondern anzunehmen, dass seine Hilfe und sein Heil durchaus anders sein können, als wir es uns vorstellen. Es liegt nicht an uns, dem Herrn vorzuschreiben, was wir brauchen, er weiß es besser als wir selbst. Judit zeigt uns den Weg des Vertrauens, des Wartens, des Gebets und des Gehorsams: nicht einfach aufgeben und alles tun, was uns möglich ist, doch stets in Treue zum Willen des Herrn und in der Haltung des Glaubens, alles aus Gottes Hand anzunehmen, dessen Güte wir sicher sein dürfen.

    Santo Padre:

    Sono lieto di accogliere i fratelli e le sorelle di lingua tedesca. Giuditta, donna piena di fede e coraggio, è proclamata “benedetta davanti a Dio più di tutte le donne” (cfr. Gdt 13,18). Ella richiama la Beata Vergine Maria, madre di Cristo e madre della speranza. Impariamo da Maria a camminare sulle vie della speranza e ad affidarci al Signore che ci conduce dal buio alla sua luce pasquale. Dio vi aiuti e protegga sempre.

    Speaker:

    Mit Freude heiße ich die Brüder und Schwestern deutscher Sprache willkommen. Judit, eine Frau voll Glauben und Mut, wird gepriesen als „von Gott mehr gesegnet als alle anderen Frauen“ (vgl. Jdt 13,18). Sie weist auf die selige Jungfrau Maria hin, die Mutter Christi und Mutter der Hoffnung. Von Maria wollen wir lernen, auf den Wegen der Hoffnung zu gehen und uns dem Herrn anzuvertrauen, der uns vom Dunkel in sein österliches Licht führt. Gott helfe und behüte euch allezeit.

    [00129-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

    In lingua spagnola

    Queridos hermanos y hermanas:

    El personaje bíblico de Judit nos muestra a una mujer llena de fe y de valor, capaz de orientar a los hombres y mujeres de su tiempo, que se enfrentaban a una situación límite y desesperada, hacia la verdadera esperanza en Dios.

    Ella nos enseña que, ante las situaciones difíciles y dolorosas, el camino a seguir es el de la confianza en Dios, y nos invita a recorrerlo con paz, oración y obediencia, haciendo también todo lo que esté en nuestra mano para superar estas situaciones, pero reconociendo siempre y en todo la voluntad del Señor.

    Como ella, tenemos que mirar más allá de las cosas del aquí y el ahora, y descubrir que Dios es un Padre bueno que sabe todo lo que nos hace falta mejor que nosotros mismos. Nosotros podemos pedirle todo lo que necesitemos, pero siempre con la humildad necesaria para reconocer su voluntad y entrar en sus designios, aunque a veces no coincidan con los nuestros, pues él es el único que con su amor puede sacar vida incluso de la misma muerte, conceder paz en la enfermedad, serenidad en la soledad y el consuelo en el llanto.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España y Latinoamérica. Hoy celebramos la fiesta de la Conversión de san Pablo y se concluye la semana de Oración por la Unidad de los Cristianos, los invito a todos a que, conscientes de que el amor de Cristo nos apremia, no dejen nunca de rezar para que los cristianos trabajemos, con respeto fraterno y caridad activa, por llegar a la tan deseada unidad. Que Dios los Bendiga.

    [00130-ES.02] [Texto original: Español]

    In lingua portoghese

    Speaker:


    A Bíblia apresenta-nos Judite como a grande heroína de Israel que encorajou os chefes e o povo de Betúlia a esperarem, incondicionalmente, no Senhor e assim libertou a cidade da morte a que estava votada pelo general Holofernes. Em consequência do cerco, a cidade já estava sem pão nem água; a situação era tão dramática que o povo pediu aos responsáveis para declararem a rendição ao invasor. Diante de tanto desespero, os chefes do povo propõem-lhe esperar ainda cinco dias, a ver se Deus os socorre. É aqui que entra Judite: «Agora, colocais o Senhor todo-poderoso à prova! Mesmo que Ele não queira enviar-nos auxílio durante estes cinco dias, tem poder para nos proteger dos nossos inimigos, em qualquer outro momento que seja do seu agrado. Esperemos pela sua libertação!» Com a força dum profeta, aquela mulher convida a sua gente a manter viva a esperança no Senhor. E aquela esperança foi premiada: Deus salvou Betúlia pela mão de Judite. Com ela, aprendamos a não pôr condições a Deus. Confiar n’Ele significa entrar nos seus desígnios sem nada pretender, aceitando inclusivamente que a sua salvação e o seu auxílio nos cheguem de modo diverso das nossas expetativas. Nós pedimos ao Senhor vida, saúde, amizade, felicidade… E é justo que o façamos; mas na certeza que Deus sabe tirar vida até da morte, que se pode sentir paz mesmo na doença, serenidade mesmo na solidão e felicidade mesmo no pranto. Não podemos ensinar a Deus aquilo que Ele deve fazer, nem aquilo de que temos necessidade. Ele sabe isso melhor do que nós; devemos confiar, porque os seus caminhos e os seus pensamentos são diferentes dos nossos. Por isso, confiemo-nos ao Pai do Céu, como fez Jesus na agonia do Getsémani: «Pai, se quiseres, afasta de Mim este cálice; contudo não se faça a minha vontade, mas a tua».

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, in particolare a quanti sono venuti dal Brasile, invitando tutti a rimanere fedeli a Cristo Gesù. Egli ci sfida a uscire dal nostro mondo piccolo e ristretto verso il Regno di Dio e la vera libertà. Lo Spirito Santo vi illumini affinché possiate portare la Benedizione di Dio a tutti gli uomini. La Vergine Madre vegli sul vostro cammino e vi protegga.

    Speaker:

    Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa, especialmente a quantos vieram do Brasil, convidando todos a permanecer fiéis a Cristo Jesus. Ele desafia-nos a sair do nosso mundo limitado e estreito para o Reino de Deus e a verdadeira liberdade. O Espírito Santo vos ilumine para poderdes levar a Bênção de Deus a todos os homens. A Virgem Mãe vele sobre o vosso caminho e vos proteja.

    [00131-PO.01] [Texto original: Português]

    In lingua araba

    Speaker:


    أيُّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاءُ، يروي سِّفرُ يهوديت قصةَ الحملة العسكريّة المهيبة للملك نبوخذ نصّر، الذي ضرب جيشُه حصارًا حول مدينة بيت فلوى في اليهوديّة، قاطعًا عنها المياه. هذا الوضعُ المأساويّ دفع أهالي المدينة إلى اللّجوء للشّيوخ مطالبين بالإستسلام للأعداء متفوّهين بكلمات مفعمةٍ باليأس وعدم الثّقة بالله. إزاء هذا اليأس الكبير، حاول قائدُ الشّعب أن يقترح سندًا للرّجاء: الصّمودُ لخمسة أيّام إضافيّة، مؤكداً: "إِن مَضَت تِلكَ الأَيَّامُ ولم تأتِنا الإِغاثة، عَمِلتُ بِقَولِكم" (يهوديت ٧، ۳۱). في خضمّ هذا الوضع، ظهرت يهوديت على ساحة الأحداث. وبقوّة نبيٍّ إستدعت رجالَ شعبها لتحملهم على وضع ثقتهم بالله من جديد. لقد أكّدت أنّ الله سيتدخّل لا محالة وأنّ اقتراح الإنتظار لخمسة أيّام هو وسيلةٌ لامتحان الله وللإبتعاد عن مشيئته. الربُّ هو إلهُ الخلاص بغضّ النّظر عن شكل هذا الخلاص. الخلاصُ هو التحريرُ من الأعداء وإتاحة العيش، لكن في مخطّطات الله التي لا يمكن إدراكها حتى التسليمُ للموت قد يصير خلاصًا. إنّ الدّرب التي تدلّنا عليها يهوديت هي دربُ الثّقة والإنتظارِ بسلام، دربُ الصلاةِ والطاعة. كانت ليهوديت خطّتُها، فطبّقتها بنجاحٍ وقادت الشّعبَ نحو النّصر، ولكن دائما عبر وقفة إيمانِ مَنْ يقبل كلَّ شيء من يدِ الله ويثق بصلاحه.

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, non mettiamo mai condizioni a Dio! Fidarsi del Signore vuol dire entrare nei suoi disegni senza nulla pretendere, accettando anche che la sua salvezza e il suo aiuto giungano a noi in modo diverso dalle nostre aspettative! Il Signore vi benedica!

    Speaker:

    أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ بالّلغةِ العربيّة، وخاصّةً بالقادمينَ من الشّرقِ الأوسط. أيُّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاءُ، لا نضعنّ أبدًا شروطًا على الله! الثّقة بالله تعني الإنضمام إلى مخطّطاته دون المطالبة بشيء وتعني أيضًا القبولَ بأن يصلَنا خلاصُ الله وعونُه بطريقة مغايرة لتوقّعاتنا! ليبارككُم الربُّ!

    [00132-AR.01] [Testo originale: Arabo]

    In lingua polacca

    Speaker:


    W cyklu rozważań na temat nadziei dziś spotykamy starotestamentową postać Judyty. Podczas potężnej kampanii wojennej króla Nabuchodonozora, kiedy Holofernes oblega Betulię, miasto w Judei, z powodu braku wody sytuacja staje się dramatyczna do tego stopnia, że ​​mieszkańcy miasta zwracają się do starszyzny prosząc, by poddać się wrogowi. W obliczu tak wielkiej rozpaczy, naczelnik próbuje przekonać lud, by nie tracił nadziei i by przetrwał jeszcze pięć dni, czekając na zbawczą interwencję Boga. Ale jest to słaba nadzieja. W rzeczywistości nikt pośród ludu nie jest już do niej zdolny. I w tej sytuacji Judyta, wdowa, kobieta wielkiej mądrości, przemawia do ludu językiem wiary: „Wystawiacie na próbę Pana Wszechmogącego... Przecież ma On moc ochronić nas, jeśli zechce… Dlatego wyczekując od Niego ocalenia, prośmy Go o pomoc, On zaś wysłucha naszego wołania, jeśli Mu się spodoba” (8,13.14-15.17). Tymi słowami Judyta wzywa członków swego narodu do ufności w Bogu. Stwierdza, że Bóg na pewno będzie działał, a propozycja pięciu dni oczekiwania jest wystawianiem Go na próbę i uchylaniem się od przyjęcia Jego woli. Pan Bóg zbawia zawsze. Zbawieniem może być uwolnienie od wrogów i umożliwienie życia, ale – w Jego nieprzeniknionych planach – zbawieniem może być także wydanie na śmierć. Droga, jaką wskazuje nam Judyta, to droga zaufania, oczekiwania w pokoju, w modlitwie i posłuszeństwie. Jest to droga bez łatwych rezygnacji, droga czynienia wszystko, co w naszej mocy, ale z ufnością i zawsze w zgodzie z wolą Pana.

    Santo Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, quando nella vita sperimentiamo le prove, non dobbiamo mettere condizioni a Dio. Lasciamo che la speranza vinca i nostri timori. Fidarsi di Dio significa accettare che si realizzino i Suoi disegni, nella consapevolezza che la sua salvezza e il suo aiuto giungano a noi, a volte in modo diverso dalle nostre aspettative. Giustamente chiediamo al Signore vita, salute, affetti, felicità. Bisogna tuttavia essere certi che Dio sa trarre vita anche dalla morte, che si può sperimentare la pace anche nella malattia, che ci può essere serenità anche nella solitudine e beatitudine anche nel pianto. La benedizione di Dio vi accompagni sempre!

    Speaker:


    Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Drodzy bracia i siostry, w życiowych doświadczeniach nie stawiajmy Bogu warunków. Pozwólmy, aby nadzieja przezwyciężyła nasze lęki. Ufność w Bogu polega na tym, że godzimy się, aby realizowały się Jego plany, wiedząc, że Jego zbawienie i Jego pomoc dotrą do nas, czasem w sposób odmienny od naszych oczekiwań. Słusznie prosimy Pana o życie, o zdrowie, o miłość i szczęście. Trzeba jednak zaufać, że Bóg może wzbudzić życie nawet ze śmierci, że można doświadczyć pokoju nawet w chorobie, że może istnieć pokój duszy nawet w samotności, a szczęście również we łzach. Niech Boże błogosławieństwo stale wam towarzyszy!

    [00133-PL.01] [Testo originale: Polacco]

    In lingua italiana

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le famiglie religiose qui presenti, specialmente i superiori provinciali dei Frati Minori. Saluto l’Associazione Polizia di Stato di Caserta e la confraternita Santo Stefano di Rieti. Tutti incoraggio ad essere fedeli a Cristo, affinché nella società possa risplendere la gioia del Vangelo.

    Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la Festa della Conversione di San Paolo. Cari giovani, la figura di Paolo sia per tutti voi modello del discepolato missionario. Cari ammalati, offrite le vostre sofferenze per la causa dell’unità della Chiesa di Cristo. E voi, cari sposi novelli, ispiratevi all’esempio dell’Apostolo delle genti, riconoscendo il primato a Dio e al suo amore nella vostra vita familiare.

    [00134-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0055-XX.01]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  6. #26
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    Celebrazione dei Secondi Vespri della Solennità della Conversione di San Paolo Apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani, 25.01.2017


    Alle ore 17.30 di oggi, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il Santo Padre Francesco ha presieduto la celebrazione dei Secondi Vespri della solennità della Conversione di San Paolo Apostolo, a conclusione della 50.ma Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani sul tema: L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione (cfr. 2 Corinzi, 5, 14-20)

    Hanno preso parte alla celebrazione i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti a Roma.

    Al termine dei Vespri, prima della benedizione apostolica, l’Em.mo Card. Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha rivolto al Santo Padre un indirizzo di saluto.

    Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che Papa Francesco ha pronunciato nel corso della celebrazione:

    Omelia del Santo Padre

    L’incontro con Gesù sulla strada verso Damasco trasforma radicalmente la vita di Paolo. Da quel momento in poi, per lui il significato dell’esistenza non sta più nell’affidarsi alle proprie forze per osservare scrupolosamente la Legge, ma nell’aderire con tutto sé stesso all’amore gratuito e immeritato di Dio, a Gesù Cristo crocifisso e risorto. Così egli conosce l’irrompere di una nuova vita, la vita secondo lo Spirito, nella quale, per la potenza del Signore Risorto, sperimenta perdono, confidenza e conforto. E Paolo non può tenere per sé questa novità: è spinto dalla grazia a proclamare la lieta notizia dell’amore e della riconciliazione che Dio offre pienamente in Cristo all’umanità.

    Per l’Apostolo delle genti la riconciliazione dell’uomo con Dio, di cui egli è divenuto ambasciatore (cfr 2 Cor 5,20), è un dono che viene da Cristo. Ciò appare con chiarezza nel testo della Seconda Lettera ai Corinzi, dal quale è tratto quest’anno il tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani: “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” (cfr 2 Cor 5,14-20). “L’amore di Cristo”: non si tratta del nostro amore per Cristo, ma dell’amore che Cristo ha per noi. Allo stesso modo, la riconciliazione verso cui siamo spinti non è semplicemente nostra iniziativa: è in primo luogo la riconciliazione che Dio ci offre in Cristo. Prima di essere uno sforzo umano di credenti che cercano di superare le loro divisioni, è un dono gratuito di Dio. Come effetto di questo dono la persona, perdonata e amata, è chiamata a sua volta a proclamare il vangelo della riconciliazione in parole e opere, a vivere e testimoniare un’esistenza riconciliata.

    In questa prospettiva, possiamo oggi chiederci: come proclamare questo vangelo di riconciliazione dopo secoli di divisioni? È lo stesso Paolo ad aiutarci a trovare la via. Egli sottolinea che la riconciliazione in Cristo non può avvenire senza sacrificio. Gesù ha dato la sua vita, morendo per tutti. Similmente, gli ambasciatori di riconciliazione sono chiamati, nel suo nome, a dare la vita, a non vivere più per sé stessi, ma per Colui che è morto e risorto per loro (cfr 2 Cor 5,14-15). Come Gesù insegna, è solo quando perdiamo la vita per amore suo che la guadagniamo davvero (cfr Lc 9,24). È la rivoluzione che Paolo ha vissuto, ma è la rivoluzione cristiana di sempre: non vivere più per noi stessi, per i nostri interessi e ritorni di immagine, ma ad immagine di Cristo, per Lui e secondo Lui, col suo amore e nel suo amore.

    Per la Chiesa, per ogni confessione cristiana è un invito a non basarsi sui programmi, sui calcoli e sui vantaggi, a non affidarsi alle opportunità e alle mode del momento, ma a cercare la via guardando sempre alla croce del Signore: sta lì il nostro programma di vita. È un invito anche ad uscire da ogni isolamento, a superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che impedisce di cogliere ciò che lo Spirito Santo opera al di fuori dei propri spazi. Un’autentica riconciliazione tra i cristiani potrà realizzarsi quando sapremo riconoscere i doni gli uni degli altri e saremo capaci, con umiltà e docilità, di imparare gli uni dagli altri - imparare gli uni dagli altri -, senza attendere che siano gli altri a imparare prima da noi.

    Se viviamo questo morire a noi stessi per Gesù, il nostro vecchio stile di vita viene relegato al passato e, come è accaduto a san Paolo, entriamo in una nuova forma di esistenza e di comunione. Con Paolo potremo dire: «Le cose vecchie sono passate» (2 Cor 5,17). Guardare indietro è d’aiuto e quanto mai necessario per purificare la memoria, ma fissarsi sul passato, attardandosi a ricordare i torti subiti e fatti e giudicando con parametri solo umani, può paralizzare e impedire di vivere il presente. La Parola di Dio ci incoraggia a trarre forza dalla memoria, a ricordare il bene ricevuto dal Signore; ma ci chiede anche di lasciarci alle spalle il passato per seguire Gesù nell’oggi e vivere una vita nuova in Lui. Permettiamo a Colui che fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5) di orientarci a un avvenire nuovo, aperto alla speranza che non delude, un avvenire in cui le divisioni si potranno superare e i credenti, rinnovati nell’amore, saranno pienamente e visibilmente uniti.

    Mentre camminiamo sulla via dell’unità, quest’anno ricordiamo in modo particolare il quinto centenario della Riforma protestante. Il fatto che oggi cattolici e luterani possano ricordare insieme un evento che ha diviso i cristiani, e lo facciano con speranza, ponendo l’accento su Gesù e sulla sua opera di riconciliazione, è un traguardo notevole, raggiunto grazie a Dio e alla preghiera, attraverso cinquant’anni di conoscenza reciproca e di dialogo ecumenico.

    Nell’invocare da Dio il dono della riconciliazione con Lui e tra di noi, rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, a Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali qui convenuti. Mi è particolarmente gradito salutare i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, ai quali auguro un fruttuoso lavoro per la sessione plenaria che si sta svolgendo in questi giorni. Saluto anche gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey - tanto gioiosi, li ho visti questa mattina -, in visita a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa cattolica, e i giovani ortodossi e ortodossi orientali che studiano a Roma grazie alle borse di studio del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese ortodosse, che opera presso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Ai Superiori e a tutti i Collaboratori di questo Dicastero esprimo la mia stima e la mia gratitudine.

    Cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera per l’unità dei cristiani è partecipazione alla preghiera che Gesù ha rivolto al Padre prima della passione «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Non stanchiamoci mai di chiedere a Dio questo dono. Nella paziente e fiduciosa attesa che il Padre conceda a tutti i credenti il bene della piena comunione visibile, andiamo avanti nel nostro cammino di riconciliazione e di dialogo, incoraggiati dalla testimonianza eroica di tanti fratelli e sorelle, uniti ieri e oggi nel soffrire per il nome di Gesù. Approfittiamo di ogni occasione che la Provvidenza ci offre per pregare insieme, per annunciare insieme, per amare e servire insieme, soprattutto chi è più povero e trascurato.

    [00138-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  7. #27
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    Udienza ai Membri della Commissione mista Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, 27.01.2017


    Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri della Commissione mista Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

    Discorso del Santo Padre

    Cari fratelli in Cristo,

    nel darvi un gioioso benvenuto, vi ringrazio per la vostra presenza e per le cortesi parole che il Metropolita Bishoy mi ha rivolto a nome di tutti. Ringrazio anche per quella bella icona, tanto significativa, del sangue di Cristo, che ci rivela la redenzione dal grembo della Madonna. Molto bella! Attraverso di voi, porgo un cordiale saluto ai Capi delle Chiese Ortodosse Orientali, miei venerati fratelli.

    Guardo con gratitudine al lavoro della vostra Commissione, sorta nel 2003 e giunta al quattordicesimo incontro. Lo scorso anno avete avviato un approfondimento sulla natura dei Sacramenti, in particolare del Battesimo. Proprio nel Battesimo abbiamo riscoperto il fondamento della comunione tra i cristiani; Cattolici e Ortodossi Orientali possiamo ripetere quanto affermava l’Apostolo Paolo: «Siamo stati battezzati mediante un solo Spirito» e apparteniamo a «un solo corpo» (1 Cor 12,13). Nel corso di questa settimana avete potuto ulteriormente riflettere su aspetti storici, teologici ed ecclesiologici della santa Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana», che mirabilmente esprime e realizza l’unità del popolo di Dio (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Lumen gentium, 11). Nell’incoraggiarvi a proseguire, nutro la speranza che la vostra opera possa indicare vie preziose al nostro percorso, facilitando il cammino verso quel giorno tanto atteso in cui avremo la grazia di celebrare il Sacrificio del Signore allo stesso altare, come segno della comunione ecclesiale pienamente ristabilita.

    Molti di voi appartengono a Chiese che assistono quotidianamente all’imperversare della violenza e ad atti terribili, perpetrati dall’estremismo fondamentalista. Siamo consapevoli che situazioni di così tragica sofferenza si radicano più facilmente in contesti di povertà, ingiustizia ed esclusione sociale, dovute anche all’instabilità generata da interessi di parte, spesso esterni, e da conflitti precedenti, che hanno prodotto condizioni di vita miserevoli, deserti culturali e spirituali nei quali è facile manipolare e istigare all’odio. Ogni giorno le vostre Chiese sono vicine alla sofferenza, chiamate a seminare concordia e a ricostruire pazientemente la speranza, confortando con la pace che viene dal Signore, una pace che insieme siamo tenuti a offrire a un mondo ferito e lacerato.

    «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme», scriveva ancora san Paolo (1 Cor 12,26). Queste vostre sofferenze sono le nostre sofferenze. Mi unisco a voi nella preghiera, invocando la fine dei conflitti e la vicinanza di Dio per le popolazioni provate, specialmente per i bambini, i malati e gli anziani. In modo particolare ho a cuore i vescovi, i sacerdoti, i consacrati e i fedeli, vittime di rapimenti crudeli, e tutti coloro che sono stati presi in ostaggio o ridotti in schiavitù.

    Possano essere di forte sostegno alle comunità cristiane l’intercessione e l’esempio di tanti nostri martiri e santi, che hanno dato coraggiosa testimonianza a Cristo e hanno raggiunto la piena unità, loro. E noi cosa aspettiamo? Essi ci rivelano il cuore della nostra fede, che non consiste in un generico messaggio di pace e di riconciliazione, ma in Gesù stesso, crocifisso e risorto: Egli è la nostra pace e la nostra riconciliazione (cfr Ef 2,14; 2 Cor 5,18). Come discepoli suoi, siamo chiamati a testimoniare ovunque, con fortezza cristiana, il suo amore umile che riconcilia l’uomo di ogni tempo. Laddove violenza chiama violenza e violenza semina morte, la nostra risposta è il puro fermento del Vangelo, che, senza prestarsi alle logiche della forza, fa sorgere frutti di vita anche dalla terra arida e albe di speranza dopo le notti del terrore.

    Il centro della vita cristiana, il mistero di Gesù morto e risorto per amore, è il punto di riferimento anche per il nostro cammino verso la piena unità. I martiri, ancora una volta, ci indicano la via: quante volte il sacrificio della vita ha portato i cristiani, altrimenti divisi in molte cose, ad essere uniti. Martiri e santi di tutte le tradizioni ecclesiali sono già in Cristo una sola cosa (cfr Gv 17,22); i loro nomi sono scritti nell’unico e indiviso martirologio della Chiesa di Dio. Sacrificatisi per amore in terra, abitano l’unica Gerusalemme celeste, vicini all’Agnello immolato (cfr Ap 7,13-17). La loro vita offerta in dono ci chiama alla comunione, a camminare più speditamente sulla strada verso la piena unità. Come nella Chiesa primitiva il sangue dei martiri fu seme di nuovi cristiani, così oggi il sangue di tanti martiri sia seme di unità fra i credenti, segno e strumento di un avvenire in comunione e in pace.

    Cari fratelli, vi sono grato perché a questo scopo vi adoperate. Nel ringraziarvi per la vostra visita, invoco su di voi e sul vostro ministero la benedizione del Signore e la protezione della Santa Madre di Dio.

    E se a voi sembra bene, ognuno nella propria lingua, possiamo pregare il Padre Nostro insieme.

    [Padre Nostro]

    [00143-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  8. #28
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    Udienza ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, 28.01.2017


    Alle ore 11.50 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, sul tema “Fedeltà e perseveranza: intreccio di responsabilità”.

    Dopo l’indirizzo di saluto dell’Em.mo Cardinale Prefetto, João Braz de Aviz, il Papa ha rivolto ai presenti all’incontro il discorso che riportiamo di seguito:

    Discorso del Santo Padre

    Cari fratelli e sorelle,

    è per me motivo di gioia potervi ricevere oggi, mentre siete riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni. Saluto il Cardinale Prefetto e lo ringrazio per le parole di presentazione; e saluto tutti voi esprimendovi la mia riconoscenza per il vostro lavoro a servizio della vita consacrata nella Chiesa.

    Il tema che avete scelto è importante. Possiamo ben dire che in questo momento la fedeltà è messa alla prova; le statistiche che avete esaminato lo dimostrano. Siamo di fronte ad una “emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano. È vero che alcuni lasciano per un atto di coerenza, perché riconoscono, dopo un discernimento serio, di non avere mai avuto la vocazione; però altri con il passare del tempo vengono meno alla fedeltà, molte volte solo pochi anni dopo la professione perpetua. Che cosa è accaduto?

    Come voi avete ben segnalato, molti sono i fattori che condizionano la fedeltà in questo che è un cambio di epoca e non solo un’epoca di cambio, in cui risulta difficile assumere impegni seri e definitivi. Mi raccontava un vescovo, tempo fa, che un bravo ragazzo con laurea universitaria, che lavorava in parrocchia, è andato da lui e ha detto: “Io voglio diventare prete, ma per dieci anni”. La cultura del provvisorio.

    Il primo fattore che non aiuta a mantenere la fedeltà è il contesto sociale e culturale nel quale ci muoviamo. Viviamo immersi nella cosiddetta cultura del frammento, del provvisorio, che può condurre a vivere “à la carte” e ad essere schiavi delle mode. Questa cultura induce il bisogno di avere sempre delle “porte laterali” aperte su altre possibilità, alimenta il consumismo e dimentica la bellezza della vita semplice e austera, provocando molte volte un grande vuoto esistenziale. Si è diffuso anche un forte relativismo pratico, secondo il quale tutto viene giudicato in funzione di una autorealizzazione molte volte estranea ai valori del Vangelo. Viviamo in società dove le regole economiche sostituiscono quelle morali, dettano leggi e impongono i propri sistemi di riferimento a scapito dei valori della vita; una società dove la dittatura del denaro e del profitto propugna una visione dell’esistenza per cui chi non rende viene scartato. In questa situazione, è chiaro che uno deve prima lasciarsi evangelizzare per poi impegnarsi nell’evangelizzazione.

    A questo fattore del contesto socio-culturale dobbiamo aggiungerne altri. Uno di essi è il mondo giovanile, un mondo complesso, allo stesso tempo ricco e sfidante. Non negativo, ma complesso, sì, ricco e sfidante. Non mancano giovani molto generosi, solidali e impegnati a livello religioso e sociale; giovani che cercano una vera vita spirituale; giovani che hanno fame di qualcosa di diverso da quello che offre il mondo. Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi. Però anche tra i giovani ci sono molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile. Questa logica seduce anche molti giovani. Il nostro impegno non può essere altro che stare accanto a loro per contagiarli con la gioia del Vangelo e dell’appartenenza a Cristo. Questa cultura va evangelizzata se vogliamo che i giovani non soccombano.

    Un terzo fattore condizionante proviene dall’interno della stessa vita consacrata, dove accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza che rendono difficile la fedeltà. Tali situazioni, tra le altre, sono: la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere – gli arrampicatori –, una maniera mondana di governare gli istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”. Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta.

    Un aspetto che si dovrà curare in modo particolare è la vita fraterna in comunità. Essa va alimentata dalla preghiera comunitaria, dalla lettura orante della Parola, dalla partecipazione attiva ai sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, dal dialogo fraterno e dalla comunicazione sincera tra i suoi membri, dalla correzione fraterna, dalla misericordia verso il fratello o la sorella che pecca, dalla condivisione delle responsabilità. Tutto questo accompagnato da una eloquente e gioiosa testimonianza di vita semplice accanto ai poveri e da una missione che privilegi le periferie esistenziali. Dal rinnovamento della vita fraterna in comunità dipende molto il risultato della pastorale vocazionale, il poter dire «venite e vedrete» (cfr Gv 1,39) e la perseveranza dei fratelli e delle sorelle giovani e meno giovani. Perché quando un fratello o una sorella non trova sostegno alla sua vita consacrata dentro la comunità, andrà a cercarlo fuori, con tutto ciò che questo comporta (cfr La vita fraterna in comunità, 2 febbraio 1994, 32).

    La vocazione, come la stessa fede, è un tesoro che portiamo in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7); per questo dobbiamo custodirla, come si custodiscono le cose più preziose, affinché nessuno ci rubi questo tesoro, né esso perda con il passare del tempo la sua bellezza. Tale cura è compito anzitutto di ciascuno di noi, che siamo stati chiamati a seguire Cristo più da vicino con fede, speranza e carità, coltivate ogni giorno nella preghiera e rafforzate da una buona formazione teologica e spirituale, che difende dalle mode e dalla cultura dell’effimero e permette di camminare saldi nella fede. Su questo fondamento è possibile praticare i consigli evangelici e avere gli stessi sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5). La vocazione è un dono che abbiamo ricevuto dal Signore, il quale ha posato il suo sguardo su di noi e ci ha amato (cfr Mc 10,21) chiamandoci a seguirlo nella vita consacrata, ed è allo stesso tempo una responsabilità di chi ha ricevuto questo dono. Con la grazia del Signore, ciascuno di noi è chiamato ad assumere con responsabilità in prima persona l’impegno della propria crescita umana, spirituale e intellettuale e, al tempo stesso, a mantenere viva la fiamma della vocazione. Ciò comporta che a nostra volta teniamo fisso lo sguardo sul Signore, facendo sempre attenzione a camminare secondo la logica del Vangelo e non cedere ai criteri della mondanità. Tante volte le grandi infedeltà prendono avvio da piccole deviazioni o distrazioni. Anche in questo caso è importante fare nostra l’esortazione di san Paolo: «E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno» (Rm 13,11).

    Parlando di fedeltà e di abbandoni, dobbiamo dare molta importanza all’accompagnamento. E questo vorrei sottolinearlo. È necessario che la vita consacrata investa nel preparare accompagnatori qualificati per questo ministero. E dico la vita consacrata, perché il carisma dell’accompagnamento spirituale, diciamo della direzione spirituale, è un carisma “laicale”. Anche i preti lo hanno; ma è “laicale”. Quante volte ho trovato suore che mi dicevano: “Padre, Lei non conosce un sacerdote che mi possa dirigere?” – “Ma, dimmi, nella tua comunità non c’è una suora saggia, una donna di Dio?” – “Sì, c’è quella vecchietta che… ma… “ – “Vai da lei!”. Prendetevi cura voi dei membri della vostra congregazione. Già nella precedente Plenaria avete constatato tale esigenza, come risulta anche nel vostro recente documento Per vino nuovo otri nuovi (cfr nn. 14-16). Non insisteremo mai abbastanza su questa necessità. È difficile mantenersi fedeli camminando da soli, o camminando con la guida di fratelli e sorelle che non siano capaci di ascolto attento e paziente, o che non abbiano un’adeguata esperienza della vita consacrata. Abbiamo bisogno di fratelli e sorelle esperti nelle vie di Dio, per poter fare ciò che fece Gesù con i discepoli di Emmaus: accompagnarli nel cammino della vita e nel momento del disorientamento e riaccendere in essi la fede e la speranza mediante la Parola e l’Eucaristia (cfr Lc 24,13-35). Questo è il delicato e impegnativo compito di un accompagnatore. Non poche vocazioni si perdono per mancanza di validi accompagnatori. Tutti noi consacrati, giovani e meno giovani, abbiamo bisogno di un aiuto adeguato per il momento umano, spirituale e vocazionale che stiamo vivendo. Mentre dobbiamo evitare qualsiasi modalità di accompagnamento che crei dipendenze. Questo è importante: l’accompagnamento spirituale non deve creare dipendenze. Mentre dobbiamo evitare qualsiasi modalità di accompagnamento che crei dipendenze, che protegga, controlli o renda infantili, non possiamo rassegnarci a camminare da soli, ci vuole un accompagnamento vicino, frequente e pienamente adulto. Tutto ciò servirà ad assicurare un discernimento continuo che porti a scoprire il volere di Dio, a cercare in tutto ciò che più è gradito al Signore, come direbbe sant’Ignazio, o – con le parole di san Francesco d’Assisi – a “volere sempre ciò che a Lui piace” (cfr FF 233). Il discernimento richiede, da parte dell’accompagnatore e della persona accompagnata, una fine sensibilità spirituale, un porsi di fronte a sé stesso e di fronte all’altro “sine proprio”, con distacco completo da pregiudizi e da interessi personali o di gruppo. In più occorre ricordare che nel discernimento non si tratta solamente di scegliere tra il bene e il male, ma tra il bene e il meglio, tra ciò che è buono e ciò che porta all’identificazione con Cristo.

    Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora e invoco su di voi e sul vostro servizio come membri e collaboratori della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica la continua assistenza dello Spirito Santo, mentre di cuore vi benedico. Grazie.

    [00147-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0063-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  9. #29
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    Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 29.01.2017


    Alle ore 12 di oggi, il Santo Padre Francesco si è affacciato alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

    Presenti oggi, tra gli altri, i Ragazzi dell’Azione Cattolica della diocesi di Roma che hanno concluso, con la “Carovana della Pace”, il mese di gennaio da loro tradizionalmente dedicato al tema della pace. Al termine della preghiera dell’Angelus, due ragazzi, invitati nell’appartamento pontificio, hanno dato lettura di un messaggio a nome dell’ACR di Roma.

    Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

    Prima dell’Angelus

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    La liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto “della montagna”, la “magna charta” del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano. Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio, «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»... – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico, questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio.

    Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri – dei poveri in spirito – ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni, ai beni materiali, questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace. Più ho, più voglio; più ho, più voglio: questa è la consumazione vorace. E questo uccide l’anima. E l’uomo o la donna che fanno questo, che hanno questo atteggiamento “più ho, più voglio”, non sono felici e non arriveranno alla felicità. Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, docilità alla sua signoria: è Lui, il Signore, è Lui il Grande, non io sono grande perché ho tante cose! E’ Lui: Lui che ha voluto il mondo per tutti gli uomini e l’ha voluto perché gli uomini fossero felici.

    Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su se stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo: privilegiare la condivisione al possesso. Sempre avere il cuore e le mani aperte (fa il gesto), non chiuse (fa il gesto). Quando il cuore è chiuso (fa il gesto), è un cuore ristretto: neppure sa come amare. Quando il cuore è aperto (fa il gesto), va sulla strada dell’amore.

    La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco in misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono.

    [00149-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    come vedete, sono arrivati gli invasori … sono qui! Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Questa malattia, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati. È importante lottare contro questo morbo, ma anche contro le discriminazioni che esso genera. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale di persone colpite dal male di Hansen, per le quali assicuriamo la nostra preghiera.

    Saluto con affetto tutti voi, venuti da diverse parrocchie d’Italia e di altri Paesi, come pure le associazioni e i gruppi. In particolare, saluto gli studenti di Murcia e Badajoz, i giovani di Bilbao e i fedeli di Castellón. Saluto i pellegrini di Reggio Calabria, Castelliri, e il gruppo siciliano dell’Associazione Nazionale Genitori. Vorrei anche rinnovare la mia vicinanza alle popolazioni dell’Italia Centrale che ancora soffrono le conseguenze del terremoto e delle difficili condizioni atmosferiche. Non manchi a questi nostri fratelli e sorelle il costante sostegno delle istituzioni e la comune solidarietà. E per favore, che qualsiasi tipo di burocrazia non li faccia aspettare e ulteriormente soffrire!

    Mi rivolgo ora a voi, ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica, delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. Quest’anno, accompagnati dal Cardinale Vicario, siete venuti al termine della “Carovana della Pace”, il cui slogan è Circondati di Pace: bello, lo slogan. Grazie per la vostra presenza e per il vostro generoso impegno nel costruire una società di pace. Adesso, tutti ascoltiamo il messaggio che i vostri amici, qui accanto a me, ci leggeranno.

    [lettura del messaggio]

    Ed ora vengono lanciati i palloncini, simbolo di pace. Simbolo di pace…

    A tutti auguro buona domenica, auguro pace, umiltà, condivisione nelle vostre famiglie. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

    [00150-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0065-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  10. #30
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    L’Udienza Generale, 01.02.2017


    L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 9.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

    Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il nuovo ciclo di catechesi sul tema della speranza cristiana, ha incentrato la sua meditazione sul tema: L’elmo della speranza (1Ts 5,4-11).

    Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

    L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

    Catechesi del Santo Padre in lingua italiana

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nelle scorse catechesi abbiamo iniziato il nostro percorso sul tema della speranza rileggendo in questa prospettiva alcune pagine dell’Antico Testamento. Ora vogliamo passare a mettere in luce la portata straordinaria che questa virtù viene ad assumere nel Nuovo Testamento, quando incontra la novità rappresentata da Gesù Cristo e dall’evento pasquale: la speranza cristiana. Noi cristiani, siamo donne e uomini di speranza.

    È quello che emerge in modo chiaro fin dal primo testo che è stato scritto, vale a dire la Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. Nel passo che abbiamo ascoltato, si può percepire tutta la freschezza e la bellezza del primo annuncio cristiano. Quella di Tessalonica è una comunità giovane, fondata da poco; eppure, nonostante le difficoltà e le tante prove, è radicata nella fede e celebra con entusiasmo e con gioia la risurrezione del Signore Gesù. L’Apostolo allora si rallegra di cuore con tutti, in quanto coloro che rinascono nella Pasqua diventano davvero «figli della luce e figli del giorno» (5,5), in forza della piena comunione con Cristo.

    Quando Paolo le scrive, la comunità di Tessalonica è appena stata fondata, e solo pochi anni la separano dalla Pasqua di Cristo. Per questo, l’Apostolo cerca di far comprendere tutti gli effetti e le conseguenze che questo evento unico e decisivo, cioè la risurrezione del Signore, comporta per la storia e per la vita di ciascuno. In particolare, la difficoltà della comunità non era tanto di riconoscere la risurrezione di Gesù, tutti ci credevano, ma di credere nella risurrezione dei morti. Sì, Gesù è risorto, ma la difficoltà era credere che i morti risorgono. In tal senso, questa lettera si rivela quanto mai attuale. Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo che la nostra fede viene messa alla prova. Emergono tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: «Ma davvero ci sarà la vita dopo la morte…? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato…?». Questa domanda me l’ha fatta una signora pochi giorni fa in un’udienza, manifestando un dubbio: “Incontrerò i miei?”. Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù e cosa significa la nostra morte. Tutti abbiamo un po’ di paura per questa incertezza della morte. Mi viene alla memoria un vecchietto, un anziano, bravo, che diceva: “Io non ho paura della morte. Ho un po’ di paura a vederla venire”. Aveva paura di questo.

    Paolo, di fronte ai timori e alle perplessità della comunità, invita a tenere salda sul capo come un elmo, soprattutto nelle prove e nei momenti più difficili della nostra vita, «la speranza della salvezza». È un elmo. Ecco cos’è la speranza cristiana. Quando si parla di speranza, possiamo essere portati ad intenderla secondo l’accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no. Speriamo che succeda, è come un desiderio. Si dice per esempio: «Spero che domani faccia bel tempo!»; ma sappiamo che il giorno dopo può fare invece brutto tempo… La speranza cristiana non è così. La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto; c’è la porta lì, e io spero di arrivare alla porta. Che cosa devo fare? Camminare verso la porta! Sono sicuro che arriverò alla porta. Così è la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che è, non che io voglia che sia. Questa è la speranza cristiana. La speranza cristiana è l’attesa di una cosa che è già stata compiuta e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi. Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo. Sperare quindi significa imparare a vivere nell’attesa. Imparare a vivere nell’attesa e trovare la vita. Quando una donna si accorge di essere incinta, ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Così anche noi dobbiamo vivere e imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di incontrare il Signore. Questo non è facile, ma si impara: vivere nell’attesa. Sperare significa e implica un cuore umile, un cuore povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in se stesso.

    Scrive ancora san Paolo: «Egli [Gesù] è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui» (1 Ts 5,10). Queste parole sono sempre motivo di grande consolazione e di pace. Anche per le persone amate che ci hanno lasciato siamo dunque chiamati a pregare perché vivano in Cristo e siano in piena comunione con noi. Una cosa che a me tocca tanto il cuore è un’espressione di san Paolo, sempre rivolta ai Tessalonicesi. A me riempie della sicurezza della speranza. Dice così: «E così per sempre saremo con il Signore» (1 Ts 4,17). Una cosa bella: tutto passa ma, dopo la morte, saremo per sempre con il Signore. È la certezza totale della speranza, la stessa che, molto tempo prima, faceva esclamare a Giobbe: «Io so che il mio redentore è vivo […]. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno» (Gb 19,25.27). E così per sempre saremo con il Signore. Voi credete questo? Vi domando: credete questo? Per avere un po’ di forza vi invito ad dirlo tre volte con me: “E così per sempre saremo con il Signore”. E là, con il Signore, ci incontreremo.

    [00155-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Sintesi della catechesi e saluti nelle diverse lingue

    In lingua francese

    Speaker:


    Frères et sœurs, dans le Nouveau Testament, l’espérance prend une dimension extraordinaire en raison du mystère pascal. Saint Paul s’adresse à la toute jeune communauté de Thessalonique, traversée par les épreuves, mais solidement enracinée dans la foi. Elle célèbre avec joie la résurrection de Jésus dont les conséquences sont décisives pour l’histoire du monde comme pour tout homme. Si notre foi est mise à l’épreuve dans les moments les plus difficiles de notre vie, l’espérance du salut nous rend solides et nous console. Elle nous fait attendre une promesse déjà réalisée en Jésus-Christ. Cette espérance est, non seulement le désir et la possibilité, mais la certitude de notre résurrection à venir et de celle des défunts de nos familles. Espérer c’est donc apprendre à vivre dans l’attente, mais pour cela un cœur pauvre et humble est nécessaire. Et nous sommes invités à prier pour que les personnes aimées qui nous ont quittées vivent avec le Christ et en communion avec nous.

    Santo-Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare i giovani venuti dalla Francia. Chiediamo al Signore di rinforzare la nostra speranza nella risurrezione in modo da poter imparare a vivere nell’attesa certa dell’incontro con lui e tutti coloro che ci sono cari.

    Speaker:

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes venus de France.

    Demandons au Seigneur de renforcer notre espérance en la résurrection, de sorte que nous puissions apprendre à vivre dans l’attente certaine de la rencontre avec lui et avec tous ceux qui nous sont chers.

    [00156-FR.01] [Texte original: Français]

    In lingua inglese

    Speaker:


    Dear Brothers and Sisters: In our continuing catechesis on Christian hope, today we turn to the earliest writing of the New Testament, Saint Paul’s First Letter to the Thessalonians. The Apostle writes to confirm this young Christian community in its faith in Christ’s death and resurrection, but he also speaks of the meaning of this mystery for the life of each believer. For Christ is the first fruits of the future resurrection. Before the mystery of death, and the loss of our loved ones, we Christians are challenged to hope more firmly in the Lord’s promise of eternal life. Paul tells the Thessalonians to wear the hope of salvation like a helmet (1 Thess 5:8), in the knowledge that, because Christ is risen, the object of our hope is certain. Christian hope, then, is a way of life; we live daily in expectation of the resurrection. In that same hope, and in the communion of the Church, we pray too that those who have gone before us will live for ever in Christ. Let us ask the Lord to strengthen us in the sure expectation that one day we will be united with him, and all our loved ones, in the joy of the resurrection.

    Santo Padre:

    Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Corea e Stati Uniti d’America. Ringrazio i cori per la loro lode a Dio attraverso il canto. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo. Dio vi benedica!

    Speaker:

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Korea and the United States of America. I thank the choirs for their praise of God in song. Upon all of you, and your families, I cordially invoke an abundance of joy and peace in our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [00157-EN.01] [Original text: English]

    In lingua tedesca

    Speaker:


    Liebe Brüder und Schwestern, die Worte der Lesung, die wir eben gehört haben, sprechen von der Begeisterung und Freude, mit der die noch junge Gemeinde von Thessalonich die Auferstehung Christi feiert. Paulus zeigt zugleich, dass das Ostergeheimnis eine konkrete Wirkung für uns alle hat und versichert die Thessalonicher der Wahrheit über die Auferstehung der Toten: „Ihr alle seid Söhne des Lichts und Söhne des Tages“ (5,5). Er ermahnt uns, an dieser trostreichen Verheißung entschieden mit „der Hoffnung auf das Heil“ (5,8) festzuhalten. Die christliche Hoffnung ist nicht leer oder unsicher. Ihr Inhalt ist nicht etwas, das eintreten kann oder auch nicht. Sie ist die Erwartung dessen, was sich in uns bereits erfüllt hat. Kraft des Geheimnisses der Auferstehung Christi und unserer Gotteskindschaft dürfen auch wir die Auferstehung von den Toten als eine sichere Wirklichkeit erwarten: „Er ist für uns gestorben, damit wir vereint mit ihm leben, ob wir nun wachen oder schlafen“ (5,10). Im Leben und im Sterben wissen wir, dass Christus unser Leben ist.

    Santo Padre:


    Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua tedesca. In particolare, saluto gli studenti della Deutsche Internationale Schule di Dubai. Il Signore risorto ci da la speranza sicura di poter essere sempre con Lui, perché Gesù è la vita e la via al Padre. Vi auguro un buon soggiorno a Roma. Dio vi benedica tutti.

    Speaker:

    Einen herzlichen Gruß richte ich an alle Pilger deutscher Sprache. Besonders grüße ich die Schülerinnen und Schüler der Deutschen Internationalen Schule von Dubai. Der auferstandene Herr gibt uns die sichere Hoffnung, immer bei ihm sein zu können. Denn Jesus ist das Leben und der Weg zum Vater. Ich wünsche euch einen schönen Aufenthalt in Rom. Gott segne euch alle.

    [00158-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

    In lingua spagnola

    Consideramos ahora la virtud de la esperanza a la luz del Nuevo Testamento. La persona de Jesús y su misterio pascual abre para nosotros una perspectiva extraordinaria, como nos lo sugiere la lectura bíblica que acabamos de escuchar. San Pablo escribe a la joven comunidad de Tesalónica, apenas fundada y temporalmente muy cercana al hecho de la Resurrección del Señor, y trata de hacerles comprender todos los efectos y las consecuencias que este evento único y decisivo comporta para la historia de cada uno.

    Como entonces, la dificultad no está en aceptar la Resurrección de Jesús, sino en creer en la resurrección de los muertos. Cada vez que nos enfrentamos a la muerte, ya sea la nuestra o la de un ser querido, sentimos que nuestra fe se tambalea, nos preguntamos si hay vida después de la muerte, o si volveremos a encontrarnos con los que ya nos han dejado. Pablo, ante las dudas de la comunidad, invita a mantener sólida la «esperanza de la salvación». La esperanza cristiana es esperar en algo que ya se cumplió, pero que debe realizarse plenamente para cada uno de nosotros. Por esto, la esperanza nos exige tener un corazón pobre y humilde, que sepa confiar y esperar sólo en Dios Nuestro Señor.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los provenientes de España y Latinoamérica. Que el Señor Jesús eduque nuestros corazones en la esperanza de la resurrección, para que aprendamos a vivir en la espera segura del encuentro definitivo con él y con todos nuestros seres queridos. Nos acompañe en este camino la presencia amorosa de María, Madre de la esperanza. Muchas gracias.

    [00159-ES.02] [Texto original: Español]

    In lingua portoghese

    Speaker:


    A virtude da esperança recebe uma luz particular no Novo Testamento a partir da novidade representada por Jesus Cristo. Temos um exemplo disso na Primeira Carta aos Tessalonicenses. Aquela jovem comunidade, que celebrava de modo entusiasta a sua fé na vitória de Cristo sobre a morte, encontrava dificuldade para crer na ressureição dos mortos. Trata-se de uma questão atual. Também muitos de nós, diante da realidade da morte, nos debatemos com a dúvida quanto à existência de uma vida após a morte. Frente a este temor e perplexidade, São Paulo instava os fiéis de Tessalônica a manterem firmes como um capacete a esperança da salvação. Isso significa que, para os cristãos, a esperança não é como o desejo de algo que pode ou não se realizar, mas, ao contrário, é uma expectativa de algo que já se cumpriu e que certamente se realizará para cada um de nós. Esperar, portanto, significa aprender a viver na expectativa, com um coração pobre e humilde, de alguém que não deposita a sua confiança nos seus próprios bens e capacidades, mas em Deus que ressuscitou Jesus dos mortos e há de nos fazer partícipes dessa Ressurreição.

    Santo Padre:

    Rivolgo un saluto speciale a tutti i pellegrini di lingua portoghese, in particolare agli studenti provenienti dal Portogallo. Cari amici, la fede nella Resurrezione ci spinga a guardare verso il futuro, rafforzati dalla speranza nella vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Dio vi benedica!

    Speaker:

    Dirijo uma saudação especial a todos os peregrinos de língua portuguesa, nominalmente aos estudantes vindos de Portugal. Queridos amigos, que a fé na Ressurreição nos leve a olhar para o futuro, fortalecidos pela esperança na vitória de Cristo sobre o pecado e a morte. Deus vos abençoe!

    [00160-PO.01] [Texto original: Português]

    In lingua araba

    Speaker:


    أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، لقد بدأنا في التّعاليم الماضية مسيرتنا حول موضوع الرّجاء وفي هذا المنظار أعدنا قراءة بعض صفحات العهد القديم. أمّا اليوم فنريد أن ننتقل نسلّط الضوء على البُعد الذي تتّخذه هذه الفضيلة في العهد الجّديد عندما تلتقي بالحداثة التي تتمثّل بيسوع المسيح والحدث الفصحيّ. ونتوقّف اليوم عند رسالة القدّيس بولس الأولى إلى أهل تسالونيقي. عندما كتب بولس لجماعة تسالونيقي كانت الجّماعة حديثة التأسيس وتفصلها سنوات قليلة عن فصح المسيح. لذلك يسعى الرّسول ليُفهِمهم جميع النتائج والتّبعات التي يقتضيها هذا الحدث الفريد والحاسم للتاريخ ولحياة كلّ فرد. إنّ صعوبة الجّماعة لا تكمن في الإعتراف بقيامة يسوع من الموت وإنّما في الإيمان بقيامة الأموات. بهذا المعنى تظهر هذه الرسالة آنيّة، ففي كلِّ مرّة نجد أنفسنا أمام موتنا أو أمام موت شخص عزيز نشعر بأنّ إيماننا يتعرّض للتّجربة، تظهر جميع شكوكنا وهشاشتنا ونتساءل: "هل ستكون هناك فعلاً حياة بعد الموت...؟ أمام مخاوف وتردّد الجّماعة يدعونا بولس كي نحافظ على "رجاء الخّلاص" كخوذة على رؤوسنا لاسيما في المحن وفي الأوقات الأكثر صعوبة في حياتنا. هذا هو الرّجاء المسيحيّ. إنّه انتظار شيء قد تمَّ وسيتحقّق بالتّأكيد لكلّ واحد منّا. أن نرجو إذًا، يعني أن نتعلّم أن نعيش في الإنتظار. لكنَّ هذا الأمر يتطلّب قلبًا متواضعًا وفقيرًا لأنّ من قد امتلأ بذاته وممتلكاته لا يعرف كيف يثق بشخص آخر غير ذاته. لنطلب إذًا من الربّ أن يربّي قلبنا على الرّجاء بالقيامة فنتعلّم هكذا أن نعيش في الإنتظار الأكيد للّقاء معه ومع جميع أحبّائنا.

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, la speranza cristiana è una virtù umile e forte che ci sostiene e non ci fa annegare nelle tante difficoltà della vita; essa è fonte di gioia e dà pace al nostro cuore. Non lasciatevi rubare la speranza! Il Signore vi benedica!

    Speaker:

    أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربيّة، وخاصّةً بالقادمينَ من الشّرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، الرّجاء المسيحيّ هو فضيلة متواضعة وقويّة تعضدنا ولا تسمح بأن نغرق في صعوبات الحياة العديدة؛ إنّه مصدر فرح ويمنح السّلام لقلوبنا، فلا تسمحوا لأحد بأن يسلبكم الرّجاء! ليُبارككُم الربّ!

    [00161-AR.01] [Testo originale: Arabo]

    In lingua polacca

    Speaker:


    Drodzy bracia i siostry, mówimy dzisiaj o nadziei chrześcijańskiej. Jej fundamentem jest zmartwychwstanie Chrystusa. Św. Paweł pisząc do młodej wspólnoty wiernych w Salonikach, założonej wkrótce po Zmartwychwstaniu, uświadamia im znaczenie tego wydarzenia dla historii świata i życia każdego człowieka. Podkreśla: „Jezus umarł za nas, abyśmy, czy żywi, czy umarli, razem z Nim żyli” (1 Tes 5, 10). Trudnością tej wspólnoty było, podobnie, jak i naszą trudnością jest może dzisiaj, nie tyle uznanie faktu zmartwychwstania Jezusa, ile wiara w zmartwychwstanie umarłych. W perspektywie śmierci jesteśmy poddawani próbie. Pytamy: „Czy rzeczywiście będzie życie po śmierci? Czy będę jeszcze mógł zobaczyć i uścisnąć na nowo osoby, które kochałem?”. Próbując odpowiedzieć na te pytania musimy powrócić do korzeni naszej wiary, obudzić nadzieję, uświadomić sobie, że nasze życie po śmierci jest zakorzenione w zmartwychwstaniu Chrystusa. Św. Paweł zachęcał Tesaloniczan, zachęca i nas, byśmy z wiarą i przekonaniem powtarzali słowa biblijnego Hioba: „Ja wiem: Wybawca mój żyje... Ja sam Go zobaczę, nie ktoś obcy, będę Go widział na własne oczy” (Hi 19, 25. 27). Modląc się za zmarłych, prośmy Chrystusa, aby napełnił nasze serca tak mocną nadzieją, byśmy bez obaw, z całą ufnością oczekiwali spotkania z Nim i życia wiecznego.

    Santo Padre:


    Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Domani, nella festa della Presentazione del Signore, celebreremo la Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Raccomando alla vostra preghiera i sacerdoti, le suore e i fratelli degli Istituti Religiosi apostolici e contemplativi. La loro vita dedicata al Signore e il loro servizio carismatico portino frutti abbondanti per il bene dei fedeli e per la missione evangelizzatrice della Chiesa. Benedico di cuore voi, qui presenti, e i vostri cari.

    Speaker:

    Pozdrawiam serdecznie pielgrzymów polskich. Jutro w święto Ofiarowania Pańskiego będziemy obchodzili Światowy Dzień Życia Konsekrowanego. Waszej modlitwie polecam kapłanów, siostry i braci ze zgromadzeń zakonnych czynnych i kontemplacyjnych. Niech ich życie poświęcone Bogu i charyzmatyczna posługa przynoszą obity owoc dla dobra wiernych i ewangelizacyjnej misji Kościoła. Wam tu obecnym i waszym bliskim z serca błogosławię.

    [00162-PL.01] [Testo originale: Polacco]

    In lingua italiana

    Do un cordiale benvenuto alla delegazione del Movimento Cattolico Mondiale per il clima e li ringrazio per l’impegno a curare la nostra casa comune in questi tempi di grave crisi socio-ambientale. Incoraggio a continuare a tessere le reti affinché le chiese locali rispondano con determinazione al grido della terra e al grido dei poveri.

    Accolgo con gioia i pellegrini di lingua italiana. Saluto i partecipanti al Convegno della Lega sacerdotale mariana promosso dai Silenziosi Operai della Croce e gli ospiti della Fondazione Santa Lucia, esortandoli all’assiduità della preghiera, rimedio efficace nella malattia e nella sofferenza.

    Saluto gli ufficiali del Comando della Guardia di Finanza di Parma e i membri del Centro di spiritualità della misericordia, con il Vescovo di Piazza Armerina, Mons. Rosario Gisana, venuti con l’icona della Madre di Misericordia, che verrà esposta nella Basilica di San Pietro. Invito ciascuno a continuare l’esercizio delle opere di misericordia, in modo che diventino virtù abituali della vita quotidiana.

    Rivolgo un saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani celebreremo la festa della Presentazione del Signore e la Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Affido alle vostre preghiere quanti sono stati chiamati a professare i consigli evangelici affinché con la loro testimonianza di vita possano irradiare nel mondo l’amore di Cristo e la grazia del Vangelo.

    [00163-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0069-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  11. Il seguente utente ringrazia Vox Populi per questo messaggio:


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