Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

  1. #1
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    Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

    OMELIE, DISCORSI, MESSAGGI
    DI SUA SANTITA’ PAPA FRANCESCO

    Anno 2019


    Verranno pubblicati in questa discussione i principali interventi del Santo Padre nell'anno in corso.

    Ai seguenti link è possibile visualizzare omelie, discorsi e messaggi degli anni passati:

    Anno 2013

    Anno 2014

    Anno 2015

    Anno 2016

    Anno 2017

    Anno 2018

  2. #2
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    Santa Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella 52ma Giornata Mondiale della Pace, 01.01.2019


    Alle ore 10 di questa mattina, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha presieduto la celebrazione della Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e nella ricorrenza della 52ma Giornata Mondiale della Pace sul tema: «La buona politica è al servizio della pace».

    Pubblichiamo di seguito l’omelia che Papa Francesco ha pronunciato nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la proclamazione del Vangelo:

    Omelia del Santo Padre

    «Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori» (Lc 2,18). Stupirci: a questo siamo chiamati oggi, a conclusione dell’Ottava di Natale, con lo sguardo ancora posato sul Bambino nato per noi, povero di tutto e ricco di amore. Stupore: è l’atteggiamento da avere all’inizio dell’anno, perché la vita è un dono che ci dà la possibilità di ricominciare sempre, anche dalla condizione più bassa.

    Ma oggi è anche il giorno in cui stupirsi davanti alla Madre di Dio: Dio è un piccolo bimbo in braccio a una donna, che nutre il suo Creatore. La statua che abbiamo davanti mostra la Madre e il Bambino così uniti da sembrare una cosa sola. È il mistero di oggi, che desta uno stupore infinito: Dio si è legato all’umanità, per sempre. Dio e l’uomo sempre insieme, ecco la buona notizia d’inizio anno: Dio non è un signore distante che abita solitario i cieli, ma l’Amore incarnato, nato come noi da una madre per essere fratello di ciascuno, per essere vicino: il Dio della vicinanza. Sta sulle ginocchia di sua madre, che è anche nostra madre, e da lì riversa sull’umanità una tenerezza nuova. E noi capiamo meglio l’amore divino, che è paterno e materno, come quello di una madre che non smette di credere nei figli e mai li abbandona. Il Dio-con-noi ci ama indipendentemente dai nostri sbagli, dai nostri peccati, da come facciamo andare il mondo. Dio crede nell’umanità, dove si staglia, prima e ineguagliabile, la sua Madre.

    All’inizio dell’anno, chiediamo a lei la grazia dello stupore davanti al Dio delle sorprese. Rinnoviamo lo stupore delle origini, quando nacque in noi la fede. La Madre di Dio ci aiuta: la Madre che ha generato il Signore, genera noi al Signore. È madre e rigenera nei figli lo stupore della fede, perché la fede è un incontro, non è una religione. La vita, senza stupore, diventa grigia, abitudinaria; così la fede. E anche la Chiesa ha bisogno di rinnovare lo stupore di essere dimora del Dio vivente, Sposa del Signore, Madre che genera figli. Altrimenti, rischia di assomigliare a un bel museo del passato. La “Chiesa museo”. La Madonna, invece, porta nella Chiesa l’atmosfera di casa, di una casa abitata dal Dio della novità. Accogliamo con stupore il mistero della Madre di Dio, come gli abitanti di Efeso al tempo del Concilio. Come loro la acclamiamo “Santa Madre di Dio”. Da lei lasciamoci guardare, lasciamoci abbracciare, lasciamoci prendere per mano.

    Lasciamoci guardare. Questo soprattutto nel momento del bisogno, quando ci troviamo impigliati nei nodi più intricati della vita, giustamente guardiamo alla Madonna, alla Madre. Ma è bello anzitutto lasciarci guardare dalla Madonna. Quando ci guarda, lei non vede dei peccatori, ma dei figli. Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima; gli occhi della piena di grazia rispecchiano la bellezza di Dio, riflettono su di noi il paradiso. Gesù ha detto che l’occhio è «la lampada del corpo» (Mt 6,22): gli occhi della Madonna sanno illuminare ogni oscurità, riaccendono ovunque la speranza. Il suo sguardo rivolto a noi dice: “Cari figli, coraggio; ci sono io, la vostra madre!”

    Questo sguardo materno, che infonde fiducia, aiuta a crescere nella fede. La fede è un legame con Dio che coinvolge tutta intera la persona, e che per essere custodito ha bisogno della Madre di Dio. Il suo sguardo materno ci aiuta a vederci figli amati nel popolo credente di Dio e ad amarci tra noi, al di là dei limiti e degli orientamenti di ciascuno. La Madonna ci radica nella Chiesa, dove l’unità conta più della diversità, e ci esorta a prenderci cura gli uni degli altri. Lo sguardo di Maria ricorda che per la fede è essenziale la tenerezza, che argina la tiepidezza. Tenerezza: la Chiesa della tenerezza. Tenerezza, parola che oggi tanti vogliono cancellare dal dizionario. Quando nella fede c’è posto per la Madre di Dio, non si perde mai il centro: il Signore, perché Maria non indica mai sé stessa, ma Gesù; e i fratelli, perché Maria è madre.

    Sguardo della Madre, sguardo delle madri. Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli. La famiglia umana si fonda sulle madri. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata a mero sentimento potrà essere ricco di cose, ma non ricco di domani. Madre di Dio, insegnaci il tuo sguardo sulla vita e volgi il tuo sguardo su di noi, sulle nostre miserie. Rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.

    Lasciamoci abbracciare. Dopo lo sguardo, entra qui in gioco il cuore, nel quale, dice il Vangelo odierno, «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole» (Lc 2,19). La Madonna, cioè, aveva tutto a cuore, abbracciava tutto, eventi favorevoli e contrari. E tutto meditava, cioè portava a Dio. Ecco il suo segreto. Allo stesso modo ha a cuore la vita di ciascuno di noi: desidera abbracciare tutte le nostre situazioni e presentarle a Dio.

    Nella vita frammentata di oggi, dove rischiamo di perdere il filo, è essenziale l’abbraccio della Madre. C’è tanta dispersione e solitudine in giro: il mondo è tutto connesso, ma sembra sempre più disunito. Abbiamo bisogno di affidarci alla Madre. Nella Scrittura ella abbraccia tante situazioni concrete ed è presente dove c’è bisogno: si reca dalla cugina Elisabetta, viene in soccorso agli sposi di Cana, incoraggia i discepoli nel Cenacolo… Maria è rimedio alla solitudine e alla disgregazione. È la Madre della consolazione, che con-sola: sta con chi è solo. Ella sa che per consolare non bastano le parole, occorre la presenza; e lì è presente come madre. Permettiamole di abbracciare la nostra vita. Nella Salve Regina la chiamiamo “vita nostra”: sembra esagerato, perché è Cristo la vita (cfr Gv 14,6), ma Maria è così unita a Lui e così vicina a noi che non c’è niente di meglio che mettere la vita nelle sue mani e riconoscerla “vita, dolcezza e speranza nostra”.

    E poi, nel cammino della vita, lasciamoci prendere per mano. Le madri prendono per mano i figli e li introducono con amore nella vita. Ma quanti figli oggi, andando per conto proprio, perdono la direzione, si credono forti e si smarriscono, liberi e diventano schiavi. Quanti, dimentichi dell’affetto materno, vivono arrabbiati con sé stessi e indifferenti a tutto! Quanti, purtroppo, reagiscono a tutto e a tutti con veleno e cattiveria! La vita è così. Mostrarsi cattivi talvolta pare persino sintomo di fortezza. Ma è solo debolezza. Abbiamo bisogno di imparare dalle madri che l’eroismo sta nel donarsi, la fortezza nell’aver pietà, la sapienza nella mitezza.

    Dio non ha fatto a meno della Madre: a maggior ragione ne abbiamo bisogno noi. Gesù stesso ce l’ha data, non in un momento qualsiasi, ma dalla croce: «Ecco tua madre!» (Gv 19,27) ha detto al discepolo, ad ogni discepolo. La Madonna non è un optional: va accolta nella vita. È la Regina della pace, che vince il male e conduce sulle vie del bene, che riporta l’unità tra i figli, che educa alla compassione.

    Prendici per mano, Maria. Aggrappati a te supereremo i tornanti più angusti della storia. Portaci per mano a riscoprire i legami che ci uniscono. Radunaci insieme sotto il tuo manto, nella tenerezza dell’amore vero, dove si ricostituisce la famiglia umana: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”. Lo diciamo tutti insieme alla Madonna: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”.

    [00001-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    (...)


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  3. #3
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    Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 01.01.2019


    Al termine della Santa Messa celebrata nella Basilica Vaticana per la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella ricorrenza della 52ma Giornata Mondiale della Pace, Papa Francesco si è affacciato alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro per il consueto appuntamento domenicale.

    Queste le parole del Santo Padre nell’introdurre la preghiera mariana:

    Prima dell’Angelus

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buon anno a tutti!

    Oggi, ottavo giorno dopo il Natale, celebriamo la Santa Madre di Dio. Come i pastori di Betlemme, rimaniamo con lo sguardo fisso su di lei e sul Bambino che tiene tra le braccia. E in questo modo, mostrandoci Gesù, il Salvatore del mondo, lei, la madre, ci benedice. Oggi la Madonna ci benedice tutti, tutti. Benedice il cammino di ogni uomo e ogni donna in questo anno che inizia, e che sarà buono proprio nella misura in cui ciascuno avrà accolto la bontà di Dio che Gesù è venuto a portare nel mondo.

    In effetti, è la benedizione di Dio che dà sostanza a tutti gli auguri che vengono scambiati in questi giorni. E oggi la liturgia riporta l’antichissima benedizione con cui i sacerdoti israeliti benedicevano il popolo. Ascoltiamo bene, recita così: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26). Questa è la benedizione antichissima.

    Per tre volte il sacerdote ripeteva il nome di Dio, “Signore”, stendendo la mani verso il popolo radunato. Nella Bibbia, infatti, il nome rappresenta la realtà stessa che viene invocata, e così, “porre il nome” del Signore su una persona, una famiglia, una comunità significa offrire loro la forza benefica che scaturisce da Lui.

    In questa stessa formula, per due volte si nomina il “volto”, il volto del Signore. Il sacerdote prega che Dio lo “faccia risplendere” e lo “rivolga” verso il suo popolo, e così gli conceda la misericordia e la pace.

    Sappiamo che secondo le Scritture il volto di Dio è inaccessibile all’uomo: nessuno può vedere Dio e rimanere in vita. Questo esprime la trascendenza di Dio, l’infinita grandezza della sua gloria. Ma la gloria di Dio è tutta Amore, e dunque, pur rimanendo inaccessibile, come un Sole che non si può guardare, irradia la sua grazia su ogni creatura e, in modo speciale, sugli uomini e le donne, nei quali maggiormente si rispecchia.

    «Quando venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4), Dio si è rivelato nel volto di un uomo, Gesù, «nato da donna». E qui ritorniamo all’icona della festa odierna, da cui siamo partiti: l’icona della Santa Madre di Dio, che ci mostra il Figlio, Gesù Cristo, Salvatore del mondo. Lui è la Benedizione per ogni persona e per l’intera famiglia umana. Lui, Gesù, è sorgente di grazia, di misericordia e di pace.

    Per questo il santo Papa Paolo VI ha voluto che il primo gennaio fosse la Giornata Mondiale della Pace; e oggi noi celebriamo la cinquantaduesima, che ha per tema: La buona politica è al servizio della pace. Non pensiamo che la politica sia riservata solo ai governanti: tutti siamo responsabili della vita della “città”, del bene comune; e anche la politica è buona nella misura in cui ognuno fa la sua parte al servizio della pace. Ci aiuti in questo impegno quotidiano la Santa Madre di Dio.

    Vorrei che tutti la salutassimo adesso, dicendo per tre volte: “Santa Madre di Dio”. Insieme: “Santa Madre di Dio”, “Santa Madre di Dio”, “Santa Madre di Dio”.

    [00002-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    nel giorno di Natale ho rivolto a Roma e al mondo un messaggio di fraternità. Oggi lo rinnovo come augurio di pace e di prosperità. E preghiamo tutti i giorni per la pace.

    Ringrazio il Signor Presidente della Repubblica Italiana per le espressioni augurali che mi ha indirizzato ieri sera. Il Signore benedica sempre il suo alto e prezioso servizio al popolo italiano.

    I miei auguri cordiali vanno specialmente a voi, cari romani e pellegrini che oggi siete qui in Piazza San Pietro, tanto numerosi! Sembra una canonizzazione, questa! Saluto i partecipanti alla manifestazione “Pace in tutte le terre”, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio. E qui voglio esprimere il mio apprezzamento e la mia vicinanza alle innumerevoli iniziative di preghiera e di impegno per la pace che in questa Giornata si svolgono in ogni parte del mondo, promosse dalle comunità ecclesiali; ricordo in particolare quella che ieri sera ha avuto luogo a Matera.

    Per intercessione della Vergine Maria, il Signore ci conceda di essere artigiani di pace – e questo incomincia a casa, nella famiglia: artigiani di pace – ogni giorno del nuovo anno. E vi auguro, un’altra volta, un buon e santo anno. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

    [00003-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0002-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  4. #4
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    L’Udienza Generale, 02.01.2019


    L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 9.20 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

    Nel discorso in lingua italiana il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi sul “Padre nostro”, ha incentrato la sua meditazione su «Al centro del discorso della montagna» (Brano biblico: Dal Vangelo secondo Matteo 6, 5-6).

    Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

    L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

    Catechesi del Santo Padre in lingua italiana

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e anche buon anno!

    Proseguiamo le nostre catechesi sul “Padre nostro”, illuminati dal mistero del Natale che abbiamo da poco celebrato.

    Il Vangelo di Matteo colloca il testo del “Padre nostro” in un punto strategico, al centro del discorso della montagna (cfr 6,9-13). Intanto osserviamo la scena: Gesù sale sulla collina presso il lago, si mette a sedere; intorno a sé ha la cerchia dei suoi discepoli più intimi, e poi una grande folla di volti anonimi. È questa assemblea eterogenea che riceve per prima la consegna del “Padre nostro”.

    La collocazione, come detto, è molto significativa; perché in questo lungo insegnamento, che va sotto il nome di “discorso della montagna” (cfr Mt 5,1-7,27), Gesù condensa gli aspetti fondamentali del suo messaggio. L’esordio è come un arco decorato a festa: le Beatitudini. Gesù incorona di felicità una serie di categorie di persone che nel suo tempo – ma anche nel nostro! – non erano molto considerate. Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore… Questa è la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo, c’è rivoluzione. Il Vangelo non lascia quieto, ci spinge: è rivoluzionario. Tutte le persone capaci di amore, gli operatori di pace che fino ad allora erano finiti ai margini della storia, sono invece i costruttori del Regno di Dio. È come se Gesù dicesse: avanti voi che portate nel cuore il mistero di un Dio che ha rivelato la sua onnipotenza nell’amore e nel perdono!

    Da questo portale d’ingresso, che capovolge i valori della storia, fuoriesce la novità del Vangelo. La Legge non deve essere abolita ma ha bisogno di una nuova interpretazione, che la riconduca al suo senso originario. Se una persona ha il cuore buono, predisposto all’amore, allora comprende che ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze. L’amore non ha confini: si può amare il proprio coniuge, il proprio amico e perfino il proprio nemico con una prospettiva del tutto nuova. Dice Gesù: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,44-45).

    Ecco il grande segreto che sta alla base di tutto il discorso della montagna: siate figli del Padre vostro che è nei cieli. Apparentemente questi capitoli del Vangelo di Matteo sembrano essere un discorso morale, sembrano evocare un’etica così esigente da apparire impraticabile, e invece scopriamo che sono soprattutto un discorso teologico. Il cristiano non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano semplicemente è l’uomo che sosta davanti al nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di “Padre”, di lasciarsi rinnovare dalla sua potenza e di riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo così assetato di bene, così in attesa di belle notizie.

    Ecco dunque come Gesù introduce l’insegnamento della preghiera del “Padre nostro”. Lo fa prendendo le distanze da due gruppi del suo tempo. Anzitutto gli ipocriti: «Non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente» (Mt 6,5). C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio: e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza. La preghiera cristiana, invece, non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre: «Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto» (Mt 6,6).

    Poi Gesù prende le distanze dalla preghiera dei pagani: «Non sprecate parole […]: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Qui forse Gesù allude a quella “captatio benevolentiae” che era la necessaria premessa di tante preghiere antiche: la divinità doveva essere in qualche modo ammansita da una lunga serie di lodi, anche di preghiere. Pensiamo a quella scena del Monte Carmelo, quando il profeta Elia sfidò i sacerdoti di Baal. Loro gridavano, ballavano, chiedevano tante cose perché il loro dio li ascoltasse. E invece Elia, stava zitto e il Signore si rivelò a Elia. I pagani pensano che parlando, parlando, parlando, parlando si prega. E anche io penso a tanti cristiani che credono che pregare è – scusatemi – “parlare a Dio come un pappagallo”. No! Pregare si fa dal cuore, da dentro. Tu invece – dice Gesù –, quando preghi, rivolgiti a Dio come un figlio a suo padre, il quale sa di quali cose ha bisogno prima ancora che gliele chieda (cfr Mt 6,8). Potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, il “Padre nostro”: basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi.

    È bello pensare che il nostro Dio non ha bisogno di sacrifici per conquistare il suo favore! Non ha bisogno di niente, il nostro Dio: nella preghiera chiede solo che noi teniamo aperto un canale di comunicazione con Lui per scoprirci sempre suoi figli amatissimi. E Lui ci ama tanto.

    [01353-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Sintesi della catechesi e saluti nelle diverse lingue

    In lingua francese

    Speaker:


    Frères et sœurs, nous poursuivons notre catéchèse sur le Notre-Père. Cette prière se situe, dans l’Evangile de Matthieu, au centre du discours sur la montagne, un discours qui concentre les aspects les plus importants de l’enseignement de Jésus et qui commence par les Béatitudes. La Loi n’est pas abolie mais doit être réinterprétée dans son sens originaire: nous sommes appelés à être des Fils du Père qui est aux cieux. Le chrétien sait qu’il est un pécheur, mais il se tient devant Dieu qui demande à ses enfants de l’invoquer sous le nom de Père, de se laisser renouveler par sa puissance et de refléter dans le monde un rayon de sa bonté. La prière chrétienne n’est pas celle de l’hypocrite qui cherche à se faire voir des hommes. Elle n’a pour seul témoin que sa propre conscience où se noue un dialogue continuel avec le Père. Elle n’est pas non plus la prière du païen qui cherche à capter la bienveillance de la divinité par un flot de louanges ou de sacrifices. Il suffit de se mettre sous son regard, et le Père sait ce dont nous avons besoin, avant même qu’on le lui demande.

    Santo Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese e auguro per ciascuno di voi e per i vostri cari un buon anno. Sotto la guida della Madre di Dio, che abbiamo festeggiato ieri, ciascuno possa crescere nell’intimità col Padre e nell’ amore e nel servizio del prossimo.

    Dio vi benedica!

    Speaker:

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française et souhaite à chacun de vous et à vos proches une bonne année. Je forme le vœu que, sous la conduite de la Mère de Dieu que nous avons fêtée hier, chacun puisse grandir dans l’intimité avec le Père et dans l’amour et le service du prochain.

    Que Dieu vous bénisse!

    [00003-FR.01] [Texte original: Français]

    In lingua inglese

    Speaker:


    Dear brothers and sisters: In the joy of the Christmas season, we now resume our catechesis on the Lord’s Prayer. In the Gospel of Matthew, Jesus gives us this prayer during the Sermon on the Mount, which begins with the Beatitudes. In proclaiming blessed those who are poor, meek, merciful and humble, Jesus teaches that they usher in God’s Kingdom. The Law, with its commandments, thus finds its fulfilment in the Gospel of love and reconciliation. Jesus, the incarnate Son, makes us his brothers and sisters, sons and daughters of our heavenly Father. Before giving us the “Our Father”, however, Jesus first warns us of two obstacles to prayer. The first is hypocrisy, outward show without inward conversion and humility. The second is mere formality and wordiness, presenting petitions without a spirit of quiet openness to God’s will. Our prayer must instead be that of sons and daughters, trusting in the Father who knows what we need even before we ask him. In this spirit, we can lift up our minds and hearts to the Father and dare to pray in the words his Son has given us.

    Santo Padre:

    Do il benvenuto ai pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente a quelli provenienti da Irlanda, Australia, Corea, Canada e Stati Uniti d’America. Ringrazio i cori per la loro lode a Dio attraverso il canto. A ciascuno di voi e alle vostre famiglie auguro di custodire la gioia di questo tempo di Natale, incontrando nella preghiera il Salvatore che desidera farsi vicino a tutti. Dio vi benedica!

    Speaker:

    I welcome the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from Ireland, Australia, Korea, Canada and the United States of America. I thank the choirs for their praise of God in song. May you and your families cherish the joy of this Christmas season and draw near in prayer to the Saviour who has come to dwell among us. God bless you!

    [00004-EN.01] [Original text: English]

    In lingua tedesca

    Speaker:


    Liebe Brüder und Schwestern, das Vaterunser steht in der Mitte der Bergpredigt, in der Jesus die Grundaussagen seiner Botschaft zusammenfasst. Denken wir an die Seligpreisungen, in denen die Unbedeutenden und am Rande Stehenden zu Protagonisten beim Aufbau des Reiches Gottes werden. Hier werden die üblichen Maßstäbe auf den Kopf gestellt und die Neuheit des Evangeliums tritt hervor. Es geht nicht mehr um die äußere Erfüllung des Gesetzes, sondern um die Wiederentdeckung seines ursprünglichen Sinns: »Ich aber sage euch: Liebt eure Feinde und betet für die, die euch verfolgen, damit ihr Kinder eures Vaters im Himmel werdet« (Mt 5, 44-45). Seid Kinder eures Vaters im Himmel. Dieses Bewusstsein liegt der ganzen Bergpredigt zugrunde, auch ihrer anspruchsvollen, bisweilen utopisch erscheinenden Ethik. Ein Christ ist nicht einer, der sich müht, besser zu sein als die anderen, sondern derjenige, der zu Gott „Vater“ sagt, sich von der Kraft seiner Liebe erneuern lässt und etwas von seiner Güte in diese Welt hineinträgt. Wenn wir also zu Gott, unserem Vater, in solch einer familiären Beziehung stehen, braucht unser Beten weder die Beachtung und Bewunderung anderer, noch sind dazu viele Worte nötig. Wir müssen uns seine Gunst nicht erst erwerben. Gerade auch beim Beten des Vaterunsers dürfen wir erkennen, wie sehr wir schon immer seine geliebten Kinder sind.

    Santo Padre:

    Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca! Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo abbiamo inaugurato questo nuovo anno. Affidiamoci alla sua bontà e al suo amore e siamo certi che egli completerà il bene che noi incominciamo in suo nome. Dio vi benedica e vi protegga! Buon Anno a tutti voi!

    Speaker:

    Ein herzlicher Gruß den Pilgern deutscher Sprache! Im Namen des Vaters und des Sohnes und des Heiligen Geistes haben wir dieses neue Jahr eröffnet. Seiner Güte und Liebe dürfen wir uns anvertrauen und gewiss sein, dass er das Gute, das wir in seinem Namen anfangen, auch vollenden wird. Gott segne und behüte euch! Ein gutes neues Jahr euch allen!

    [00005-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

    In lingua spagnola

    Queridos hermanos:

    Continuamos con la catequesis del Padre nuestro, y hoy nos fijamos en el contexto donde el evangelista Mateo coloca esta oración, que es el discurso de la Montaña. Ese relato que comienza con las bienaventuranzas resume la enseñanza de Jesús y se abre precisamente invirtiendo las categorías humanas corrientes, llamando dichosos a unas personas que ni entonces ni ahora tenían gran prestigio en la sociedad, pero que son capaces de amar, de trabajar por la paz y, por ello, de ser constructores del reino.

    La ley llega a su cumplimiento en el mandato del amor y del amor a los enemigos, de ese amor que Dios nos enseña y que lleva hasta las últimas consecuencias. Nosotros somos hijos de ese Dios, no superhombres capaces de lo que nadie puede hacer; al contrario, somos tan pecadores como los demás, pero podemos ponernos delante de la zarza ardiente del misterio divino y llamarle Padre, dejándonos renovar por su potencia y reflejar un rayo de su bondad en este mundo sediento de bien.

    Y en este contexto se encuadra la enseñanza del Padre nuestro. Dios no quiere ser “amansado” con largas retahílas de adulaciones, como hacían los paganos para captar la benevolencia de la divinidad; basta hablarle como a un padre que sabe lo que necesitamos antes incluso de decírselo. Del mismo modo, la oración no es un acto hipócrita, ateo, que no tiene otro interés que ser admirados por los demás. El único testigo de la oración cristiana es la propia conciencia, pues es un diálogo íntimo con el Padre que nos ama.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en modo particular a los grupos provenientes de España y América –veo mexicanos por allá atrás, ¿no?–. Los animo a que mantengan siempre abierto ese canal de comunicación con Dios, pues él los ama, los espera y no quiere nada más que darles su amor. Les deseo a ustedes y a sus familias un año nuevo lleno de la cercanía y de la ternura de Dios. Muchas gracias.

    [00006-ES.02] [Texto original: Español]

    In lingua portoghese

    Speaker


    O texto do «Pai Nosso» aparece no centro do Sermão da Montanha, que abre com as Bem-aventuranças. Jesus coroa de felicidade uma série de pessoas que, no seu tempo – como, aliás, no nosso –, não gozavam de grande consideração: os pobres, os mansos, os que choram, os sedentos de justiça, os misericordiosos, os puros de coração, os artesãos da paz, os inocentes perseguidos. Deste portal decorado a festa, que inverte os valores da história, sai a novidade do Evangelho. Se uma pessoa tem o coração bom, predisposto para o amor, compreenderá que cada palavra de Deus deve ser encarnada na vida até às últimas consequências, ou seja, até amar os inimigos e rezar pelos seus perseguidores. «Fazendo assim – acrescenta Jesus – tornar-vos-eis filhos do vosso Pai que está no Céu». Eis o grande segredo que está na base de todo o Sermão da Montanha: sede filhos do vosso Pai, que está no Céu. O cristão não é alguém melhor do que os outros; bem sabe que é pecador como os outros; é apenas uma pessoa que pára diante da Sarça-ardente, acolhendo a revelação de Deus que já não se esconde sob um nome impronunciável, mas pede aos seus filhos para O invocarem com o doce nome de «Pai». Entretanto, na nossa oração, não façamos como os hipócritas, que multiplicam suas orações ateias, pois rezam a si mesmos, isto é, rezam apenas para ser admirados pelos homens. A oração cristã, pelo contrário, não procura outra testemunha credível senão a própria consciência. Mas, no segredo da consciência, o Pai do Céu vê. E isso basta! No fundo, para sermos atendidos, é suficiente colocar-nos sob o olhar de Deus, lembrar-nos do seu amor de Pai. O nosso Deus não precisa de nada; pede apenas que, na oração, mantenhamos aberto um canal de comunicação com Ele, para nos descobrirmos sempre seus filhos muito amados.

    Santo Padre:

    Carissimi pellegrini di lingua portoghese, di cuore vi saluto tutti, augurando a ciascuno che sempre rifulga, nei vostri cuori e sulle vostre famiglie e comunità, la luce del Salvatore, che ci rivela il volto tenero e misericordioso del Padre celeste. Stringiamo tra le braccia il Bambino Gesù e mettiamoci al suo servizio: Lui è fonte di amore e serenità. Egli vi benedica per un sereno e felice Anno Nuovo!

    Speaker:


    Amados peregrinos de língua portuguesa, a minha cordial saudação para vós todos, desejando a cada um que sempre resplandeça, nos vossos corações, famílias e comunidades, a luz do Salvador, que nos revela o rosto terno e misericordioso do Pai do Céu. Abracemos o Deus Menino, colocando-nos ao seu serviço: Ele é fonte de amor e serenidade. Ele vos abençoe com um Ano Novo sereno e feliz!

    [00007-PO.01] [Texto original: Português]

    In lingua araba

    Speaker:


    أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، نتابع تعاليمنا حول "صلاة الأبانا"، ينيرنا سرُّ الميلاد الذي احتفلنا به منذ بضعة أيام. يضع إنجيل متى نص "صلاة الأبانا" في نقطة استراتيجية، في وسط عظة الجبل التي يُلخّص فيها يسوع الجوانب الأساسيّة لرسالته. إنها ثورة الإنجيل. لأنّه من باب المدخل هذا الذي يقلب قيم التاريخ رأسًا على عقب، تنبعث حداثة الإنجيل: كونوا أبناء لأبيكم الذي في السماوات. هكذا إذًا يقدّم يسوع تعليم صلاة "الأبانا"، ويقوم بذلك مبتعدًا عن مجموعتين من مجموعات زمنه. أولا المراؤون: "لا تَكونوا كالمُرائين، فإِنَّهُم يُحِبُّونَ الصَّلاةَ قائمينَ في المَجامِعِ ومُلْتَقى الشَّوارِع، لِيَراهُمُ النَّاس" ومن ثمَّ يبتعد أيضًا عن صلاة الوثنيين: "لا تُكَرِّروا الكلامَ عَبَثاً... فهُم يَظُنُّونَ أَنَّهُم إِذا أَكثَروا الكلامَ يُستَجابُ لهُم". ولكن يقول لنا يسوع: أما أنت إذا صلّيت فتوجّه إلى الله كما يتوجّه الابن لأبيه الذي يعرف ما يحتاج إِلَيه قبلَ أَن يسأله! أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، كم هو جميل أن نفكّر أن إلهنا لا يحتاج لتضحيات لنكسب نعمه! إلهنا لا يحتاج لشيء: يطلب منا فقط أن نحافظ في الصلاة على قناة تواصل معه لكي نكتشف على الدوام أننا أبناؤه المحبوبون.

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi. Il Signore vi benedica!

    Speaker:

    أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللّغةِ العربيّة، وخاصةً بالقادمينَ من الشرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، يمكن لـصلاتنا أن تكون أيضًا صلاة صامتة؛ في الواقع يكفي أن نضع أنفسنا تحت نظر الله، ونتذكّر محبّته الأبوية وهذا أمر كاف لكي نُستجاب. ليبارككم الرب!

    [00008-AR.01] [Testo originale: Arabo]

    In lingua polacca

    Speaker:


    Kontynuujemy nasze katechezy o modlitwie „Ojcze nasz”. Ewangelia św. Mateusza umieszcza lekcję tej modlitwy w centrum Kazania na górze (por 6, 9-13). Jest to bardzo znaczące; ponieważ w tej długiej nauce Jezus przedstawia w sposób zwięzły podstawowe aspekty całego swojego orędzia. Wprowadzeniem są Błogosławieństwa: błogosławieni ubodzy, cisi, miłosierni, osoby pokornego serca... wszyscy zdolni do miłości. Jeśli dana osoba ma dobre serce, predysponowane do miłości, to wówczas rozumie, że wszelkie słowo Boga musi zostać wprowadzone w życie, aż do ostatecznych konsekwencji: „A Ja wam powiadam: Miłujcie waszych nieprzyjaciół i módlcie się za tych, którzy was prześladują; tak będziecie synami Ojca waszego, który jest w niebie; ponieważ On sprawia, że słońce Jego wschodzi nad złymi i nad dobrymi, i On zsyła deszcz na sprawiedliwych i niesprawiedliwych” (Mt 5,44-45). Oto wielka tajemnica, która leży u podstaw całego Kazania na górze: bądźcie dziećmi Ojca waszego, który jest w niebie. Jezus wprowadza w nauczanie modlitwy „Ojcze nasz”, odcinając się od dwóch grup swoich czasów. Wpierw od hipokrytów, modlących się, „żeby się ludziom pokazać” (Mt 6,5). Modlitwa chrześcijańska nie ma innego wiarygodnego świadka oprócz własnego sumienia, w którym nawiązuje się intensywny, stały dialog z Ojcem: „Gdy chcesz się modlić, wejdź do swej izdebki, zamknij drzwi i módl się do Ojca twego, który jest w ukryciu” (Mt 6, 6). Następnie Jezus odcina się od modlitwy pogan, którzy myślą, że „przez wzgląd na swe wielomówstwo będą wysłuchani” (Mt 6, 7). Mówi: kiedy się modlisz, zwróć się do Boga jak syn do swego ojca, który wie, czego potrzebujesz, zanim go o to poprosisz (por. Mt 6, 8). Stawać przed Bogiem, zawierzając się Jego ojcowskiej miłości, wystarczy, by być wysłuchanym.

    Santo Padre:

    Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, all’inizio dell’anno affido voi e le vostre famiglie alla protezione di Maria, Madre di Dio, e - per la sua intercessione - chiedo al Signore nostro Gesù Cristo che vi dia tutte le grazie necessarie per una vita serena e santa, colma di pace, frutto dell’amore di Dio e del prossimo. Vi accompagni sempre la sua benedizione!

    Speaker:


    Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Drodzy bracia i siostry, na początku roku zawierzam was i wasze rodziny opiece Maryi, Matki Boga, i – za Jej wstawiennictwem – proszę naszego Pana Jezusa Chrystusa, aby dał wam wszelkie łaski potrzebne do spokojnego i świętego życia, pełnego pokoju, który jest owocem miłości Boga i bliźniego. Niech Jego błogosławieństwo stale wam towarzyszy!

    [00009-PL.01] [Testo originale: Polacco]

    Saluto in lingua italiana

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    Sono lieto di accogliere la Capitolari dell’Unione Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola e i Partecipanti al Campo promosso dall’Associazione Lions Club International.

    Saluto i gruppi parrocchiali, in particolari quelli di Caserta; di Santa Croce di Torre del Greco e di San Michele di Aprilia; i ministranti di San Bonaventura di Cadoneghe – ma siete numerosi voi -; gli Amici e volontari della Fraterna Domus e in modo speciale voglio salutare e ringraziare gli Artisti del Circo di Cuba. Loro, con il loro spettacolo portano bellezza; una bellezza che richiede tanto sforzo – lo abbiamo visto –, tanto allenamento, tanto andare avanti … Ma la bellezza eleva sempre il cuore, la bellezza ci fa più buoni, tutti; la bellezza ci porta alla bontà, ci porta pure a Dio. Grazie tante e continuate così, offrendo bellezza a tutto il mondo. Grazie!

    Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

    Domenica prossima celebreremo la solennità dell’Epifania del Signore. Come i Magi, alziamo anche noi lo sguardo verso il cielo; solo così riusciremo a vedere la stella che ci invita a percorrere le strade del bene. Buon anno a tutti.

    [00010-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0003-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  5. #5
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    Lettera del Santo Padre ai Vescovi statunitensi che partecipano agli Esercizi Spirituali presso il Seminario di Mundelein a Chicago
    (1° gennaio 2019, pubblicata il giorno 3).

  6. #6
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    Santa Messa nella Solennità dell’Epifania del Signore, 06.01.2019


    Alle ore 10 di questa mattina, Solennità dell’Epifania del Signore, il Santo Padre Francesco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella Basilica Vaticana.

    Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo e l’annuncio del giorno di Pasqua che quest’anno si celebra il 21 aprile:

    Omelia del Santo Padre

    Epifania: la parola indica la manifestazione del Signore, il quale, come dice san Paolo nella seconda Lettura (cfr Ef 3,6), si rivela a tutte le genti, rappresentate oggi dai Magi. Si svela così la bellissima realtà di Dio venuto per tutti: ogni nazione, lingua e popolazione è da Lui accolta e amata. Simbolo di questo è la luce, che tutto raggiunge e illumina.

    Ora, se il nostro Dio si manifesta per tutti, desta tuttavia sorpresa come si manifesta. Nel Vangelo è narrato un via-vai attorno al palazzo del re Erode, proprio mentre Gesù è presentato come re: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» (Mt 2,2), domandano i Magi. Lo troveranno, ma non dove pensavano: non nel palazzo regale di Gerusalemme, ma in un’umile dimora a Betlemme. Lo stesso paradosso emergeva a Natale, quando il Vangelo parlava del censimento di tutta la terra ai tempi dell’imperatore Augusto e del governatore Quirinio (cfr Lc 2,2). Ma nessuno dei potenti di allora si rese conto che il Re della storia nasceva al loro tempo. E ancora, quando Gesù, sui trent’anni, si manifesta pubblicamente, precorso da Giovanni il Battista, il Vangelo offre un’altra solenne presentazione del contesto, elencando tutti i “grandi” di allora, potere secolare e spirituale: Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, i sommi sacerdoti Anna e Caifa. E conclude: «la Parola di Dio venne su Giovanni nel deserto» (Lc 3,2). Dunque su nessuno dei grandi, ma su un uomo che si era ritirato nel deserto. Ecco la sorpresa: Dio non sale alla ribalta del mondo per manifestarsi.

    Ascoltando quella lista di personaggi illustri, potrebbe venire la tentazione di “girare le luci” su di loro. Potremmo pensare: sarebbe stato meglio se la stella di Gesù fosse apparsa a Roma sul colle Palatino, dal quale Augusto regnava sul mondo; tutto l’impero sarebbe diventato subito cristiano. Oppure, se avesse illuminato il palazzo di Erode, questi avrebbe potuto fare del bene, anziché del male. Ma la luce di Dio non va da chi splende di luce propria. Dio si propone, non si impone; illumina, ma non abbaglia. È sempre grande la tentazione di confondere la luce di Dio con le luci del mondo. Quante volte abbiamo inseguito i seducenti bagliori del potere e della ribalta, convinti di rendere un buon servizio al Vangelo! Ma così abbiamo girato le luci dalla parte sbagliata, perché Dio non era lì. La sua luce gentile risplende nell’amore umile. Quante volte poi, come Chiesa, abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità. Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il Signore. La Chiesa è il mysterium lunae e il Signore è la luce del mondo (cfr Gv 9,5). Lui, non noi.

    La luce di Dio va da chi la accoglie. Isaia nella prima Lettura (cfr 60,2) ci ricorda che la luce divina non impedisce alle tenebre e alle nebbie fitte di ricoprire la terra, ma risplende in chi è disposto a riceverla. Perciò il profeta rivolge un invito, che interpella ciascuno: «Àlzati, rivestiti di luce» (60,1). Occorre alzarsi, cioè levarsi dalla propria sedentarietà e disporsi a camminare. Altrimenti si rimane fermi, come gli scribi consultati da Erode, i quali sapevano bene dov’era nato il Messia, ma non si mossero. E poi bisogna rivestirsi di Dio che è la luce, ogni giorno, finché Gesù diventi il nostro abito quotidiano. Ma per indossare l’abito di Dio, che è semplice come la luce, bisogna prima dismettere i vestiti pomposi. Altrimenti si fa come Erode, che alla luce divina preferiva le luci terrene del successo e del potere. I Magi, invece, realizzano la profezia, si alzano per essere rivestiti di luce. Essi soli vedono la stella in cielo: non gli scribi, non Erode, nessuno a Gerusalemme. Per trovare Gesù c’è da impostare un itinerario diverso, c’è da prendere una via alternativa, la sua, la via dell’amore umile. E c’è da mantenerla. Infatti, il Vangelo odierno conclude dicendo che i Magi, incontrato Gesù, «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,12). Un’altra strada, diversa da quella di Erode. Una via alternativa al mondo, come quella percorsa da quanti a Natale stanno con Gesù: Maria e Giuseppe, i pastori. Essi, come i Magi, hanno lasciato le loro dimore e sono diventati pellegrini sulle vie di Dio. Perché solo chi lascia i propri attaccamenti mondani per mettersi in cammino trova il mistero di Dio.

    Vale anche per noi. Non basta sapere dove Gesù è nato, come gli scribi, se non raggiungiamo quel dove. Non basta sapere che Gesù è nato, come Erode, se non lo incontriamo. Quando il suo dove diventa il nostro dove, il suo quando il nostro quando, la sua persona la nostra vita, allora le profezie si compiono in noi. Allora Gesù nasce dentro e diventa Dio vivo per me. Oggi, fratelli e sorelle, siamo invitati a imitare i Magi. Essi non discutono, no, camminano; non rimangono a guardare, ma entrano nella casa di Gesù; non si mettono al centro, ma si prostrano a Lui, che è il centro; non si fissano nei loro piani, ma si dispongono a prendere altre strade. Nei loro gesti c’è un contatto stretto col Signore, un’apertura radicale a Lui, un coinvolgimento totale in Lui. Con Lui utilizzano il linguaggio dell’amore, la stessa lingua che Gesù, ancora infante, già parla. Infatti i Magi vanno dal Signore non per ricevere, ma per donare. Ci chiediamo: a Natale abbiamo portato qualche dono a Gesù, per la sua festa, o ci siamo scambiati regali solo tra di noi?

    Se siamo andati dal Signore a mani vuote, oggi possiamo rimediare. Il Vangelo riporta infatti, per così dire, una piccola lista-regali: oro, incenso e mirra. L’oro, ritenuto l’elemento più prezioso, ricorda che a Dio va dato il primo posto. Va adorato. Ma per farlo bisogna privare sé stessi del primo posto e credersi bisognosi, non autosufficienti. Ecco allora l’incenso, a simboleggiare la relazione col Signore, la preghiera, che come profumo sale a Dio (cfr Sal 141,2). Ma, come l’incenso per profumare deve bruciare, così per la preghiera occorre “bruciare” un po’ di tempo, spenderlo per il Signore. E farlo davvero, non solo a parole. A proposito di fatti, ecco la mirra, unguento che verrà utilizzato per avvolgere con amore il corpo di Gesù deposto dalla croce (cfr Gv 19,39). Il Signore gradisce che ci prendiamo cura dei corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è rimasto indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in cambio. È preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da restituire, la gratuità! È preziosa agli occhi di Dio la gratuità. In questo tempo di Natale che volge al termine, non perdiamo l’occasione per fare un bel regalo al nostro Re, venuto per tutti non sui palcoscenici fastosi del mondo, ma nella povertà luminosa di Betlemme. Se lo faremo, la sua luce risplenderà su di noi.

    [00022-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    B0008-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  7. #7
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    Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 06.01.2019


    Conclusa, nella Basilica Vaticana, la celebrazione della Santa Messa nella Solennità dell’Epifania del Signore, alle ore 12 il Santo Padre Francesco si è affacciato alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

    Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

    Prima dell’Angelus

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi, solennità dell’Epifania del Signore, è la festa della manifestazione di Gesù, simboleggiata dalla luce. Nei testi profetici questa luce è promessa: si promette la luce. Isaia, infatti, si rivolge a Gerusalemme con queste parole: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (60,1). L’invito del profeta – ad alzarsi perché viene la luce – appare sorprendente, perché si colloca all’indomani del duro esilio e delle numerose vessazioni che il popolo aveva sperimentato.

    Questo invito, oggi, risuona anche per noi che abbiamo celebrato il Natale di Gesù e ci incoraggia a lasciarci raggiungere dalla luce di Betlemme. Anche noi veniamo invitati a non fermarci ai segni esteriori dell’avvenimento, ma a ripartire da esso e percorrere in novità di vita il nostro cammino di uomini e di credenti.

    La luce che il profeta Isaia aveva preannunciato, nel Vangelo è presente e incontrata. E Gesù, nato a Betlemme, città di Davide, è venuto a portare salvezza ai vicini e ai lontani: a tutti. L’evangelista Matteo mostra diversi modi con cui si può incontrare Cristo e reagire alla sua presenza. Per esempio, Erode e gli scribi di Gerusalemme hanno un cuore duro, che si ostina e rifiuta la visita di quel Bambino. È una possibilità: chiudersi alla luce. Essi rappresentano quanti, anche ai nostri giorni, hanno paura della venuta di Gesù e chiudono il cuore ai fratelli e alle sorelle che hanno bisogno di aiuto. Erode ha paura di perdere il potere e non pensa al vero bene della gente, ma al proprio tornaconto personale. Gli scribi e i capi del popolo hanno paura perché non sanno guardare oltre le proprie certezze, non riuscendo così a cogliere la novità che è in Gesù.

    Invece, ben diversa è l’esperienza dei Magi (cfr Mt 2,1-12). Venuti dall’Oriente, essi rappresentano tutti i popoli lontani dalla fede ebraica tradizionale. Eppure, si lasciano guidare dalla stella e affrontano un viaggio lungo e rischioso pur di approdare alla meta e conoscere la verità sul Messia. I Magi erano aperti alla “novità”, e a loro si svela la più grande e sorprendente novità della storia: Dio fatto uomo. I Magi si prostrano davanti a Gesù e gli offrono doni simbolici: oro, incenso e mirra; perché la ricerca del Signore implica non solo la perseveranza nel cammino, ma anche la generosità del cuore. E infine, ritornarono «al loro paese» (v. 12); e dice il Vangelo che ritornarono per “un’altra strada”. Fratelli e sorelle, ogni volta che un uomo o una donna incontra Gesù, cambia strada, torna alla vita in un modo differente, torna rinnovato, “per un’altra strada”. Ritornarono «al loro paese» portando dentro di sé il mistero di quel Re umile e povero; noi possiamo immaginare che raccontarono a tutti l’esperienza vissuta: la salvezza offerta da Dio in Cristo è per tutti gli uomini, vicini e lontani. Non è possibile “impossessarsi” di quel Bambino: Egli è un dono per tutti.

    Anche noi, facciamo un po’ di silenzio nel nostro cuore e lasciamoci illuminare dalla luce di Gesù che proviene da Betlemme. Non permettiamo alle nostre paure di chiuderci il cuore, ma abbiamo il coraggio di aprirci a questa luce che è mite e discreta. Allora, come i Magi, proveremo «una gioia grandissima» (v. 10) che non potremo tenere per noi. Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, stella che ci conduce a Gesù, e Madre che fa vedere Gesù ai Magi e a tutti coloro che si avvicinano a lei.

    [00025-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    da parecchi giorni quarantanove persone salvate nel Mare Mediterraneo sono a bordo di due navi di ONG, in cerca di un porto sicuro dove sbarcare. Rivolgo un accorato appello ai Leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone.

    Alcune Chiese orientali, cattoliche e ortodosse, che seguono il calendario Giuliano, celebreranno domani il Santo Natale. Ad esse rivolgo il mio augurio cordiale e fraterno nel segno della comunione tra tutti noi cristiani, che riconosciamo Gesù come Signore e Salvatore. A tutti loro, Buon Natale!

    L’Epifania è anche la Giornata Missionaria dei Ragazzi, che quest’anno invita i giovanissimi missionari ad essere “atleti di Gesù”, per testimoniare il Vangelo in famiglia, a scuola e nei luoghi di svago.

    Rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi, singoli pellegrini, famiglie, parrocchie e associazioni, provenienti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare saluto i fedeli di Marsala, Peveragno e San Martino in Rio, i ragazzi della Cresima di Bonate Sotto e il gruppo “Fraterna Domus”.

    Un saluto speciale al corteo storico-folcloristico che promuove i valori dell’Epifania e che quest’anno è dedicato al territorio abruzzese. Desidero ricordare anche il corteo dei Magi che si svolge in numerose città della Polonia con larga partecipazione di famiglie e associazioni. E saluto anche i musicisti della banda che ho sentito suonare. Continuate a suonare la gioia di questa giornata dell’Epifania.

    A tutti voi auguro una buona festa. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

    [00026-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0009-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  8. #8
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    Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 07.01.2019


    Alle ore 10.30 di questa mattina, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.

    Dopo le parole introduttive del Decano del Corpo Diplomatico, S.E. il Signor George Poulides, Ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

    Discorso del Santo Padre

    Eccellenze, Signore e Signori,

    l’inizio di un nuovo anno ci consente di fermare per qualche istante il frenetico susseguirsi delle attività quotidiane per trarre alcune considerazioni sugli accadimenti passati e riflettere sulle sfide che ci attendono nel prossimo futuro. Vi ringrazio di essere presenti numerosi a questo nostro consueto incontro, che intende essere soprattutto l’occasione propizia per rivolgerci un pensiero cordiale e benaugurante. Attraverso di Voi, giunga la mia vicinanza ai popoli che rappresentate, unitamente all’augurio che l’anno appena iniziato porti pace e benessere a ciascun membro della famiglia umana.

    Particolare gratitudine esprimo all’Ambasciatore di Cipro, S.E. il Signor George Poulides, per le cortesi parole che mi ha rivolto per la prima volta a nome di Voi tutti, in qualità di Decano del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. A ciascuno di Voi desidero indirizzare un particolare apprezzamento per l’opera che quotidianamente prestate nel consolidare le relazioni fra i Vostri rispettivi Paesi e Organizzazioni e la Santa Sede, ulteriormente rafforzate dalla sottoscrizione o ratifica di nuove intese.

    Mi riferisco in particolare alla ratifica dell’Accordo Quadro tra la Santa Sede e la Repubblica del Benin sullo Statuto Giuridico della Chiesa Cattolica in Benin, nonché alla firma e alla ratifica dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di San Marino per l’Insegnamento della Religione cattolica nelle scuole pubbliche.

    Nell’ambito multilaterale la Santa Sede ha ratificato pure la Convenzione Regionale dell’UNESCO sul riconoscimento delle qualifiche dell’insegnamento superiore in Asia e nel Pacifico, e nel marzo scorso ha aderito all’ Accordo Parziale allargato sugli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa, un’iniziativa che si prefigge di mostrare come la cultura sia al servizio della pace e rappresenti un fattore unificante delle diverse società europee, in grado di accrescere la concordia tra i popoli. Si tratta di un segno di particolare attenzione verso un’Organizzazione, di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario dalla fondazione, con la quale la Santa Sede collabora da molti decenni e di cui riconosce il ruolo specifico nella promozione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto, in uno spazio che vuole abbracciare l’intero Continente europeo. Infine, il 30 novembre scorso, lo Stato della Città del Vaticano è stato ammesso all’Area Unica per i Pagamenti in Euro (SEPA).

    L’obbedienza alla missione spirituale, che sgorga dall’imperativo che il Signore Gesù ha rivolto all’apostolo Pietro: «Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15), spinge il Papa – e dunque la Santa Sede – a preoccuparsi dell’intera famiglia umana e delle sue necessità anche d’ordine materiale e sociale. Tuttavia, la Santa Sede non intende ingerire nella vita degli Stati, bensì ambisce ad essere un ascoltatore attento e sensibile alle problematiche che interessano l’umanità, con il sincero e umile desiderio di porsi al servizio del bene di ogni essere umano.

    È questa premura che contraddistingue l’appuntamento odierno e che mi sostiene negli incontri con i molti pellegrini che giungono in Vaticano da ogni parte del mondo, come pure con i popoli e le comunità che ho avuto la gioia di raggiungere lo scorso anno attraverso i viaggi apostolici compiuti in Cile, Perù, Svizzera, Irlanda, Lituania, Lettonia ed Estonia.

    È questa premura che spinge la Chiesa in ogni luogo ad adoperarsi per favorire l’edificazione di società pacifiche e riconciliate. In questa prospettiva penso particolarmente all’amato Nicaragua, la cui situazione seguo da vicino, con l’auspicio che le diverse istanze politiche e sociali trovino nel dialogo la strada maestra per confrontarsi per il bene dell’intera Nazione.

    In tale orizzonte si colloca pure il consolidamento delle relazioni tra la Santa Sede e il Vietnam, in vista della nomina, nel prossimo futuro, di un Rappresentante Pontificio residente, la cui presenza vuole essere anzitutto una manifestazione della sollecitudine del Successore di Pietro per la Chiesa locale.

    Analogamente si deve intendere la firma dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi in Cina, avvenuta il 22 settembre scorso. Come è noto, quest’ultimo è frutto di un lungo e ponderato dialogo istituzionale, mediante il quale si è giunti a fissare alcuni elementi stabili di collaborazione tra la Sede Apostolica e le Autorità civili. Come ho avuto modo di menzionare nel Messaggio che ho indirizzato ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale,[1] già in precedenza avevo riammesso nella piena comunione ecclesiale i restanti Vescovi ufficiali ordinati senza mandato pontificio, invitandoli a operare generosamente per la riconciliazione dei cattolici cinesi e per un rinnovato slancio di evangelizzazione. Ringrazio il Signore perché, per la prima volta dopo tanti anni, tutti i Vescovi in Cina sono in piena comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale. E un segno visibile di ciò è stata anche la partecipazione di due Vescovi dalla Cina Continentale al recente Sinodo dedicato ai giovani. Si auspica che il prosieguo dei contatti sull’applicazione dell’Accordo Provvisorio siglato contribuisca a risolvere le questioni aperte e ad assicurare quegli spazi necessari per un effettivo godimento della libertà religiosa.

    Cari Ambasciatori,

    l’anno appena iniziato vede affacciarsi diversi significativi anniversari, oltre a quello del Consiglio d’Europa pocanzi ricordato. Tra questi vorrei menzionarne particolarmente uno: il centenario della Società delle Nazioni, istituita con il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919. Perché ricordare un’Organizzazione che oggi non esiste più? Perché essa rappresenta l’inizio della moderna diplomazia multilaterale, mediante la quale gli Stati tentano di sottrarre le relazioni reciproche alla logica della sopraffazione che conduce alla guerra. L’esperimento della Società delle Nazioni conobbe ben presto quelle difficoltà, a tutti note, che portarono esattamente vent’anni dopo la sua nascita a un nuovo e più lacerante conflitto, quale fu la Seconda Guerra Mondiale. Nondimeno essa ha aperto una strada, che verrà percorsa con maggiore decisione con l’istituzione nel 1945 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: una strada sicuramente irta di difficoltà e di contrasti; non sempre efficace, poiché i conflitti purtroppo permangono anche oggi; ma pur sempre un’innegabile opportunità per le Nazioni di incontrarsi e di ricercare soluzioni comuni.

    Premessa indispensabile del successo della diplomazia multilaterale sono la buona volontà e la buona fede degli interlocutori, la disponibilità a un confronto leale e sincero e la volontà di accettare gli inevitabili compromessi che nascono dal confronto tra le Parti. Laddove anche uno solo di questi elementi viene a mancare, prevale la ricerca di soluzioni unilaterali e, in ultima istanza, la sopraffazione del più forte sul più debole. La Società delle Nazioni entrò in crisi proprio per questi motivi e, purtroppo, si nota che i medesimi atteggiamenti anche oggi stanno insidiando la tenuta delle principali Organizzazioni internazionali.

    Ritengo dunque importante che anche nel tempo presente non venga meno la volontà di un confronto sereno e costruttivo fra gli Stati, pur essendo evidente come i rapporti in seno alla comunità internazionale, e il sistema multilaterale nel suo complesso, stiano attraversando momenti di difficoltà, con il riemergere di tendenze nazionalistiche, che minano la vocazione delle Organizzazioni internazionali ad essere spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi. Ciò è in parte dovuto a una certa incapacità del sistema multilaterale di offrire soluzioni efficaci a diverse situazioni da tempo irrisolte, come alcuni conflitti “congelati”, e di affrontare le sfide attuali in modo soddisfacente per tutti. In parte, è il risultato dell’evoluzione delle politiche nazionali, sempre più frequentemente determinate dalla ricerca di un consenso immediato e settario, piuttosto che dal perseguimento paziente del bene comune con risposte di lungo periodo. In parte, è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli. In parte, è la conseguenza della reazione in alcune aree del mondo ad una globalizzazione sviluppatasi per certi versi troppo rapidamente e disordinatamente, così che tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna dunque prestare attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista ciò che è locale. Dinanzi all’idea di una “globalizzazione sferica”, che livella le differenze e nella quale le particolarità sembrano scomparire, è facile che riemergano i nazionalismi, mentre la globalizzazione può essere anche un’opportunità nel momento in cui essa è “poliedrica”, ovvero favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto è superiore alla parte.[2]

    Alcuni di questi atteggiamenti rimandano al periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni. Il riapparire oggi di tali pulsioni sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni.

    Nel suo memorabile discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite – il primo di un Pontefice dinanzi a quel consesso – san Paolo VI, che ho avuto la gioia di canonizzare lo scorso anno, tracciò le finalità della diplomazia multilaterale, le sue caratteristiche e responsabilità nel contesto contemporaneo, evidenziando anche gli elementi di contatto che esistono con la missione spirituale del Papa e dunque della Santa Sede.

    Il primato della giustizia e del diritto

    Il primo elemento di contatto che vorrei richiamare è il primato della giustizia e del diritto: «Voi – diceva Papa Montini – sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall’inganno».[3]

    Nella nostra epoca, preoccupa il riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia, anche attraverso le Corti internazionali. Tale atteggiamento è talvolta frutto della reazione di quanti sono chiamati a responsabilità di governo dinanzi a un accentuato malessere che sempre più si sta sviluppando tra i cittadini di non pochi Paesi, i quali percepiscono le dinamiche e le regole che governano la comunità internazionale come lente, astratte e in ultima analisi lontane dalle loro effettive necessità. È opportuno che le personalità politiche ascoltino le voci dei propri popoli e che ricerchino soluzioni concrete per favorirne il maggior bene. Ciò esige tuttavia il rispetto del diritto e della giustizia tanto all’interno delle comunità nazionali che in seno a quella internazionale, perché soluzioni reattive, emotive e affrettate potranno sì accrescere un consenso di breve respiro, ma non contribuiranno di certo alla soluzione dei problemi più radicali, anzi li aumenteranno.

    Proprio a partire da questa preoccupazione ho inteso dedicare il Messaggio per la LII Giornata Mondiale della Pace, celebratasi lo scorso 1° gennaio, al tema: “La buona politica è al servizio della pace”, poiché vi è un’intima relazione fra la buona politica e la pacifica convivenza fra i popoli e le nazioni. La pace non è mai un bene parziale, ma abbraccia tutto il genere umano. Un aspetto essenziale, dunque, della buona politica è quello di perseguire il bene comune di tutti, in quanto «bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo»[4] e condizione sociale che permette a ciascuna persona e all’intera comunità di raggiungere il proprio benessere materiale e spirituale.

    Alla politica è richiesto di essere lungimirante, e di non limitarsi a cercare soluzioni di corto respiro. Il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi; egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto, alla cui base vi è «la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida». Essa «diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita».[5]

    Tale considerazione tiene conto dalla dimensione trascendente della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio. Il rispetto, dunque, della dignità di ogni essere umano è la premessa indispensabile per ogni convivenza realmente pacifica, e il diritto costituisce lo strumento essenziale per il conseguimento della giustizia sociale e per alimentare vincoli fraterni tra i popoli. In quest’ambito, un ruolo fondamentale è svolto dai diritti umani, enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui abbiamo da poco celebrato il 70° anniversario, il cui carattere universale, oggettivo e razionale sarebbe opportuno riscoprire, affinché non prevalgano visioni parziali e soggettive dell’uomo, le quali rischiano di aprire la via a nuove disuguaglianze, ingiustizie, discriminazioni e, in estremo, anche a nuove violenze e soprusi.

    La difesa dei più deboli


    Il secondo elemento che vorrei ricordare è la difesa dei deboli. «Noi facciamo Nostra – affermava Papa Montini – la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso».[6]

    La Chiesa è da sempre impegnata nel sovvenire chi è nel bisogno e la Santa Sede stessa si è fatta, nel corso di questi anni, promotrice di diversi progetti a sostegno dei più deboli, che hanno ricevuto appoggio anche da diversi soggetti a livello internazionale. Tra questi vorrei citare l’iniziativa umanitaria in Ucraina in favore della popolazione sofferente, soprattutto nelle regioni orientali del Paese, a causa del conflitto che perdura da quasi cinque anni e che ha avuto alcuni recenti preoccupanti sviluppi nel Mar Nero. Con un’attiva partecipazione delle Chiese cattoliche d’Europa e dei fedeli di altre parti del mondo che hanno raccolto il mio appello del maggio 2016, e con la collaborazione di altre Confessioni e delle Organizzazioni internazionali, si è cercato di venire incontro, in modo concreto, alle prime necessità degli abitanti dei territori colpiti, che sono le prime vittime della guerra. La Chiesa e le sue varie istituzioni proseguiranno questa loro missione, nell’intento di attirare una maggiore attenzione anche su altre questioni umanitarie, tra cui quella riguardante la sorte dei prigionieri, tuttora numerosi. Col proprio operato e la vicinanza alla popolazione, la Chiesa cerca di incoraggiare, direttamente e indirettamente, percorsi pacifici per la soluzione del conflitto, percorsi rispettosi della giustizia e della legalità, compresa quella internazionale, fondamento della sicurezza e della convivenza nell’intera regione. A tal fine, sono importanti gli strumenti che garantiscono il libero esercizio dei diritti religiosi.

    Da parte sua, anche la comunità internazionale con le sue organizzazioni è chiamata a dare voce a chi non ha voce. E tra i senza voce del nostro tempo vorrei ricordare le vittime delle altre guerre in corso, specialmente di quella in Siria, con l’immenso numero di morti che ha causato. Ancora una volta faccio appello alla comunità internazionale perché si favorisca una soluzione politica ad un conflitto che alla fine vedrà solo sconfitti. Soprattutto è fondamentale che cessino le violazioni del diritto umanitario, che provocano indicibili sofferenze alla popolazione civile, specialmente donne e bambini, e colpiscono strutture essenziali come gli ospedali, le scuole e i campi-profughi, nonché gli edifici religiosi.

    Non si possono poi dimenticare i numerosi profughi che il conflitto ha causato, mettendo anzitutto a dura prova i Paesi limitrofi. Ancora una volta voglio esprimere gratitudine alla Giordania e al Libano che hanno accolto con spirito fraterno e con non pochi sacrifici, numerose schiere di persone, esprimendo in pari tempo l’auspicio che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate. Il mio pensiero va pure ai diversi Paesi europei che hanno generosamente offerto ospitalità a chi si è trovato in difficoltà e pericolo.

    Tra quanti sono stati toccati dall’instabilità che da anni coinvolge il Medio Oriente vi sono specialmente i cristiani, che abitano quelle terre dai tempi degli Apostoli e che nei secoli hanno contribuito a edificarle e forgiarle. È oltremodo importante che i cristiani abbiano un posto nel futuro della Regione, e dunque incoraggio quanti hanno cercato rifugio in altri luoghi di fare il possibile per ritornare alle loro case e comunque a mantenere e a rinsaldare i legami con le comunità d’origine. In pari tempo, auspico che le autorità politiche non manchino di garantire loro la necessaria sicurezza e tutti gli altri requisiti che permettano ad essi di continuare a vivere nei Paesi di cui sono cittadini a pieno titolo e contribuire alla loro costruzione.

    Purtroppo, nel corso di questi anni, la Siria e in generale tutto il Medio Oriente si sono trovati ad essere teatro di scontro di molteplici interessi contrapposti. Oltre a quelli preminenti di natura politica e militare, non bisogna tralasciare pure il tentativo di frapporre inimicizia fra musulmani e cristiani. Anche se «nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani»,[7] in diversi luoghi del Medio Oriente essi hanno potuto per lungo tempo convivere pacificamente. Prossimamente avrò l’occasione di recarmi in due Paesi a maggioranza musulmana, il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti. Si tratterà di due importanti opportunità per sviluppare ulteriormente il dialogo interreligioso e la reciproca conoscenza fra i fedeli di entrambe le religioni, nell’ottavo centenario dello storico incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil.

    Tra i deboli del nostro tempo che la comunità internazionale è chiamata a difendere ci sono, insieme ai rifugiati, anche i migranti. Ancora una volta desidero richiamare l’attenzione dei Governi affinché si presti aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, di ogni genere di violenza e di persecuzione, come pure delle catastrofi naturali e degli sconvolgimenti climatici, e affinché si facilitino le misure che permettono la loro integrazione sociale nei Paesi di accoglienza. Occorre poi che ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani. Ogni essere umano anela a una vita migliore e più felice e non si può risolvere la sfida della migrazione con la logica della violenza e dello scarto, né con soluzioni parziali.

    Non posso dunque che essere grato per gli sforzi di tanti governi e istituzioni che, mossi da generoso spirito di solidarietà e di carità cristiana, collaborano fraternamente in favore dei migranti. Tra questi desidero menzionare la Colombia, che, insieme con altri Paesi del continente, negli ultimi mesi ha accolto un ingente numero di persone provenienti dal Venezuela. In pari tempo, sono consapevole che le ondate migratorie di questi anni hanno causato diffidenza e preoccupazione tra la popolazione di molti Paesi, specialmente in Europa e nel Nord America, e ciò ha spinto diversi governi a limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito. Tuttavia, ritengo che a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali. Le recenti emergenze hanno mostrato che è necessaria una risposta comune, concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati.

    In tale prospettiva, la Santa Sede si è adoperata attivamente nei negoziati e per l’adozione dei due Global Compacts sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare. In particolare, il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo. Nonostante la non-obbligatorietà giuridica di questi documenti e l’assenza di vari Governi alla recente Conferenza delle Nazioni Unite a Marrakech, i due Compacts saranno importanti punti di riferimento per l’impegno politico e per l’azione concreta di organizzazioni internazionali, legislatori e politici, come pure per coloro che sono impegnati per una gestione più responsabile, coordinata e sicura delle situazioni che riguardano i rifugiati e i migranti a vario titolo. Di entrambi i Patti, la Santa Sede apprezza l’intento e il carattere che ne facilita la messa in pratica, pur avendo espresso riserve circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa la vita e i diritti delle persone.

    Tra gli altri deboli, «sentiamo di fare Nostra – continuava Paolo VI – la voce […] dei giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità».[8] Ai giovani, che tante volte si sentono smarriti e privi di certezze per l’avvenire, è stata dedicata la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Essi saranno pure i protagonisti del viaggio apostolico che compirò a Panama tra qualche giorno in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù. I giovani sono il futuro, e compito della politica è aprire le strade del futuro. Per questo è quanto mai necessario investire in iniziative che permettano alle prossime generazioni di costruirsi un avvenire, avendo la possibilità di trovare lavoro, formare una famiglia e crescere dei figli.

    Accanto ai giovani meritano particolare menzione i fanciulli, specialmente in quest’anno in cui ricorre il 30° anniversario dell’adozione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Si tratta di un’occasione propizia per una seria riflessione sui passi compiuti per vigilare sul bene dei nostri piccoli e sul loro sviluppo sociale e intellettuale, come pure sulla loro crescita fisica, psichica e spirituale. In questa circostanza non posso tacere una delle piaghe del nostro tempo, che purtroppo ha visto protagonisti anche diversi membri del clero. Gli abusi contro i minori costituiscono uno dei crimini più vili e nefasti possibili. Essi spazzano via inesorabilmente il meglio di ciò che la vita umana riserva ad un innocente, arrecando danni irreparabili per il resto dell’esistenza. La Santa Sede e la Chiesa tutta intera si stanno impegnando per combattere e prevenire tali delitti e il loro occultamento, per accertare la verità dei fatti in cui sono coinvolti ecclesiastici e per rendere giustizia ai minori che hanno subìto violenze sessuali, aggravati da abusi di potere e di coscienza. L’incontro che avrò con gli episcopati di tutto il mondo nel prossimo febbraio intende essere un ulteriore passo nel cammino della Chiesa per fare piena luce sui fatti e lenire le ferite causate da tali delitti.

    Duole constatare che nelle nostre società, tante volte caratterizzate da contesti familiari fragili, si sviluppano comportamenti violenti anche nei confronti delle donne, la cui dignità è stata al centro della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, pubblicata trent’anni or sono dal santo Pontefice Giovanni Paolo II. Davanti alla piaga degli abusi fisici e psicologici sulle donne, c’è l’urgenza di riscoprire forme di relazioni giuste ed equilibrate, basate sul rispetto e sul riconoscimento reciproci, nelle quali ciascuno possa esprimere in modo autentico la propria identità, mentre la promozione di talune forme di indifferenziazione rischia di snaturare lo stesso essere uomo o donna.

    L’attenzione per i più deboli ci spinge a riflettere anche su un’altra piaga del nostro tempo, ovvero le condizioni dei lavoratori. Se non adeguatamente tutelato, il lavoro cessa di essere il mezzo attraverso il quale l’uomo si realizza e diventa una moderna forma di schiavitù. Cento anni fa nasceva l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che si è adoperata per favorire condizioni adeguate di lavoro e accrescere la dignità degli stessi lavoratori. Dinanzi alle sfide del nostro tempo, prime fra tutte il crescente sviluppo tecnologico che sottrae posti di lavoro e il venir meno di garanzie economiche e sociali per i lavoratori, esprimo l’auspicio che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro continui ad essere, al di là degli interessi parziali, esempio di dialogo e concertazione per il raggiungimento dei suoi alti obiettivi. In questa sua missione essa è chiamata ad affrontare, con altre istanze della comunità internazionale, anche la piaga del lavoro minorile e delle nuove forme di schiavitù, così come una progressiva diminuzione del valore delle retribuzioni, specialmente nei Paesi sviluppati, e la persistente discriminazione delle donne negli ambienti lavorativi.

    Essere ponte tra i popoli e costruttori della pace

    Nel suo intervento alle Nazioni Unite, san Paolo VI indicò chiaramente l’obiettivo principale di quella Organizzazione internazionale. «Voi – disse – esistete ed operate per unire le Nazioni, per collegare gli Stati; […] per mettere insieme gli uni con gli altri. […] Siete un ponte fra i Popoli. […] Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità! […] E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace».[9]

    Nel corso dell’ultimo anno vi sono stati alcuni significativi segnali di pace, a cominciare dallo storico Accordo tra Etiopia ed Eritrea, che pone fine a vent’anni di conflitto e ripristina le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Anche l’intesa sottoscritta dai leader del Sud Sudan, che consente di riprendere la convivenza civile e di riattivare il funzionamento delle istituzioni nazionali, è un segno di speranza per il Continente africano, dove tuttavia permangono gravi tensioni e diffusa povertà. Seguo con speciale attenzione l’evolversi della situazione nella Repubblica Democratica del Congo, esprimendo l’auspicio che il Paese possa ritrovare la riconciliazione che da tempo attende e intraprendere un deciso cammino verso lo sviluppo, ponendo fine al persistente stato di insicurezza che interessa milioni di persone, tra cui tanti bambini. A tal fine, il rispetto del risultato elettorale è fattore determinante per una pace sostenibile. Parimenti esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono a causa della violenza fondamentalista, specialmente in Mali, Niger e Nigeria, o per le perduranti tensioni interne al Camerun che seminano non di rado morte anche tra la popolazione civile.

    Nel complesso, occorre pure rilevare che l’Africa, al di là di diverse drammatiche vicende, rivela un potenziale dinamismo positivo, radicato nella sua antica cultura e tradizionale accoglienza. Un esempio di solidarietà effettiva tra le Nazioni è costituito dall’apertura delle frontiere in diversi Paesi per accogliere generosamente i rifugiati e gli sfollati. È da apprezzare il fatto che in molti Stati cresce la pacifica convivenza tra credenti di diverse religioni e si favoriscono iniziative solidali comuni. Inoltre, l’implementazione di politiche inclusive e i progressi dei processi democratici stanno dando, in molteplici regioni, risultati efficaci per combattere la povertà assoluta e promuovere la giustizia sociale. Il sostegno della comunità internazionale si rende, dunque, ancora più urgente per favorire lo sviluppo delle infrastrutture, la costruzione di prospettive per le giovani generazioni e l’emancipazione delle fasce più deboli.

    Segnali positivi sono giunti dalla penisola coreana. La Santa Sede guarda con favore ai dialoghi e si augura che possano affrontare anche le questioni più complesse con atteggiamento costruttivo e condurre a soluzioni condivise e durature, così da assicurare un futuro di sviluppo e di cooperazione per l’intero popolo coreano e per tutta la Regione.

    Analogo auspicio formulo per l’amato Venezuela, affinché si trovino vie istituzionali e pacifiche per dare soluzione alla crisi politica, sociale ed economica, vie che consentano innanzitutto di assistere quanti sono provati dalle tensioni di questi anni e offrire a tutto il popolo venezuelano un orizzonte di speranza e di pace.

    La Santa Sede auspica pure che possa riprendere il dialogo fra Israeliani e Palestinesi, così che si riesca finalmente a raggiungere un’intesa e dare risposta alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli, garantendo la convivenza di due Stati e il conseguimento di una pace lungamente attesa e desiderata. L’impegno concorde della comunità internazionale è quanto mai prezioso e necessario per conseguire tale obiettivo, come pure per favorire la pace nell’intera Regione, particolarmente dello Yemen e dell’Iraq, e permettere nel medesimo tempo di recare i necessari aiuti umanitari alle popolazioni bisognose.

    Ripensare al nostro destino comune

    Infine, vorrei richiamare un quarto tratto della diplomazia multilaterale: essa ci invita a ripensare il nostro destino comune. Paolo VI lo ebbe a dire in questi termini: «Dobbiamo abituarci a pensare […] in maniera nuova la convivenza dell’umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo. […] È l’ora in cui […] ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo! Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza. […] Il pericolo vero sta nell’uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!».[10]

    Nel contesto dell’epoca, il Pontefice si riferiva essenzialmente alla proliferazione delle armi nucleari. «Le armi – diceva –, quelle terribili specialmente, che la scienza moderna [ci] ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli».[11]

    Purtroppo, duole constatare che non solo il mercato delle armi non sembra subire battute d’arresto, ma anzi che vi è una sempre più diffusa tendenza ad armarsi, tanto da parte dei singoli che da parte degli Stati. Preoccupa specialmente che il disarmo nucleare, ampiamente auspicato e in parte perseguito nei decenni passati, stia ora lasciando il posto alla ricerca di nuove armi sempre più sofisticate e distruttive. In questa sede, intendo ribadire che «non possiamo non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari. Pertanto, anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso – mi viene da dire l’immoralità del loro uso – nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà».[12]

    Ripensare il nostro destino comune nel contesto attuale significa anche ripensare il rapporto col nostro Pianeta. Anche quest’anno indicibili disagi e sofferenze provocate da alluvioni, inondazioni, incendi, terremoti e siccità hanno colpito duramente le popolazioni di varie regioni del continente americano e del sud-est asiatico. Tra le questioni su cui è particolarmente urgente trovare un accordo in seno alla comunità internazionale vi è dunque la cura dell’ambiente e il cambiamento climatico. Al riguardo, anche alla luce del consenso raggiunto alla recente Conferenza internazionale sul clima (COP-24) svoltasi a Katowice, auspico un impegno più deciso da parte degli Stati a rafforzare la collaborazione nel contrastare con urgenza il preoccupante fenomeno del riscaldamento globale. La Terra è di tutti e le conseguenze del suo sfruttamento ricadono su tutta la popolazione mondiale, con effetti più drammatici in alcune regioni. Tra queste vi è l’Amazzonia, che sarà al centro della prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi prevista in Vaticano nel mese di ottobre, la quale, pur trattando principalmente dei cammini di evangelizzazione per il popolo di Dio, non mancherà anche di affrontare le problematiche ambientali in stretto rapporto con le ricadute sociali.

    Eccellenze, Signore e Signori,

    il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino. Da lì a pochi mesi si sarebbe posto fine all’ultimo retaggio del secondo conflitto mondiale: la lacerante divisione dell’Europa decisa a Yalta e la guerra fredda. I Paesi a est della cortina di ferro ritrovarono la libertà dopo decenni di oppressione e molti di essi iniziarono a incamminarsi lungo la strada che li avrebbe portati ad aderire all’Unione Europea. Nel contesto attuale, in cui prevalgono nuove spinte centrifughe e la tentazione di erigere nuove cortine, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici – primo fra tutti la pace – apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra.

    Un ultimo anniversario vorrei, infine, menzionare quest’oggi. L’11 febbraio di novant’anni fa nasceva lo Stato della Città del Vaticano, in seguito alla firma dei Patti Lateranensi fra la Santa Sede e l’Italia. Si chiudeva così il lungo periodo della “questione romana” seguito alla presa di Roma e alla fine dello Stato Pontificio. Con il Trattato Lateranense la Santa Sede poteva disporre di «quel tanto di territorio materiale che è indispensabile per l’esercizio di un potere spirituale affidato ad uomini in beneficio di uomini»,[13] come ebbe ad affermare Pio XI, e con il Concordato la Chiesa poté nuovamente contribuire appieno alla crescita spirituale e materiale di Roma e di tutta l’Italia, una terra ricca di storia, di arte e di cultura, che il cristianesimo ha contribuito a forgiare. In questa ricorrenza, assicuro al popolo italiano una speciale preghiera affinché, nella fedeltà alle proprie tradizioni, mantenga vivo quello spirito di fraterna solidarietà che lo ha lungamente contraddistinto.

    A tutti Voi, cari Ambasciatori e distinti Ospiti qui convenuti, e ai Vostri Paesi formulo il mio cordiale augurio che il nuovo anno consenta di rafforzare i vincoli di amicizia che ci legano e di adoperarci per edificare la pace a cui il mondo aspira.

    Grazie!

    _______________________

    [1] Cfr Messaggio ai Cattolici cinesi e alla Chiesa universale, 26 settembre 2018, n. 3.
    [2] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 234.
    [3] Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, New York, 4 ottobre 1965, 2.
    [4] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 165.
    [5] Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 228.
    [6] Discorso alle Nazioni Unite, 1.
    [7] Conc. Ecum. Vat. II, Dich. Nostra ætate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, 28 ottobre 1965, 3.
    [8] Discorso alle Nazioni Unite, 1.
    [9] Ibid., 3; 5.
    [10] Ibid., 7.
    [11] Ibid., 5.
    [12] Discorso ai partecipanti al Simposio Internazionale sul Disarmo promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, 10 novembre 2017.
    [13] Pio XI, Alloc. “Il nostro più cordiale” ai Parroci di Roma ed ai Predicatori del periodo quaresimale in occasione della firma del Trattato e del Concordato nel Palazzo Lateranense, 11 febbraio 1929.

    [00023-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0012-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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    L’Udienza Generale, 09.01.2019


    L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 9.20 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

    Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sul “Padre nostro”, ha incentrato la sua meditazione sul tema: «Bussate e vi sarà aperto» (Brano biblico: Dal Vangelo secondo Luca 11, 9-13).

    Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

    L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

    Catechesi del Santo Padre in lingua italiana

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    La catechesi di oggi fa riferimento al Vangelo di Luca. Infatti, è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera. In esso sono contenuti i tre inni che scandiscono ogni giorno la preghiera della Chiesa: il Benedictus, il Magnificat e il Nunc dimittis.

    E in questa catechesi sul Padre Nostro andiamo avanti, vediamo Gesù come orante. Gesù prega. Nel racconto di Luca, ad esempio, l’episodio della trasfigurazione scaturisce da un momento di preghiera. Dice così: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (9,29). Ma ogni passo della vita di Gesù è come sospinto dal soffio dello Spirito che lo guida in tutte le sue azioni. Gesù prega nel battesimo al Giordano, dialoga con il Padre prima di prendere le decisioni più importanti, si ritira spesso nella solitudine a pregare, intercede per Pietro che di lì a poco lo rinnegherà. Dice così: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,31-32). Questo consola: sapere che Gesù prega per noi, prega per me, per ognuno di noi perché la nostra fede non venga meno. E questo è vero. “Ma padre, ancora lo fa?” Ancora lo fa, davanti al Padre. Gesù prega per me. Ognuno di noi può dirlo. E anche possiamo dire a Gesù: “Tu stai pregando per me, continua a pregare che ne ho bisogno”. Così: coraggiosi.

    Perfino la morte del Messia è immersa in un clima di preghiera, tanto che le ore della passione appaiono segnate da una calma sorprendente: Gesù consola le donne, prega per i suoi crocifissori, promette il paradiso al buon ladrone, e spira dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). La preghiera di Gesù pare attutire le emozioni più violente, i desideri di vendetta e di rivalsa, riconcilia l’uomo con la sua nemica acerrima, riconcilia l’uomo con questa nemica, che è la morte.

    È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera. E dice così: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Vedevano lui che pregava. “Insegnaci – anche noi possiamo dire al Signore – Signore tu stai pregando per me, lo so, ma insegna a me a pregare, perché anche io possa pregare”.

    Da questa richiesta – «Signore, insegnaci a pregare» – nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.

    La prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro. Pregate così: “Padre, che sei nei cieli”. “Padre”: quella parola tanto bella da dire. Noi possiamo stare tutto il tempo della preghiera con quella parola soltanto: “Padre”. E sentire che abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno. No: un padre. Il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo anzitutto “Padre”.

    In questo insegnamento che Gesù dà ai suoi discepoli è interessante soffermarsi su alcune istruzioni che fanno da corona al testo della preghiera. Per darci fiducia, Gesù spiega alcune cose. Esse insistono sugli atteggiamenti del credente che prega. Per esempio, c’è la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all’improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli. Cosa dice Gesù a questo che bussa alla porta, e sveglia l’amico?: «Vi dico – spiega Gesù – che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono» (Lc 11,9). Con questo vuole insegnarci a pregare e a insistere nella preghiera. E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato. Tutti voi, padri e nonni, che siete qui, quando il figlio o il nipotino chiede qualcosa, ha fame, e chiede e chiede, poi piange, grida, ha fame: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?» (v. 11). E tutti voi avete l’esperienza quando il figlio chiede, voi date da mangiare quello che chiede, per il bene di lui.

    Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono.

    Certo, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto – ne abbiamo l’esperienza tutti – quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà, sempre. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega.

    Possiamo essere certi che Dio risponderà. L’unica incertezza è dovuta ai tempi, ma non dubitiamo che Lui risponderà. Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma Lui risponderà. Ce lo ha promesso: Lui non è come un padre che dà una serpe al posto di un pesce. Non c’è nulla di più certo: il desiderio di felicità che tutti portiamo nel cuore un giorno si compirà. Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7). Sì, farà giustizia, ci ascolterà. Che giorno di gloria e di risurrezione sarà mai quello! Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. È come vedere ogni frammento del creato che brulica nel torpore di una storia di cui a volte non afferriamo il perché. Ma è in movimento, è in cammino, e alla fine di ogni strada, cosa c’è alla fine della nostra strada? Alla fine della preghiera, alla fine di un tempo in cui stiamo pregando, alla fine della vita: cosa c’è? C’è un Padre che aspetta tutto e aspetta tutti con le braccia spalancate. Guardiamo questo Padre.

    [00033-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Sintesi della catechesi e saluti nelle diverse lingue

    In lingua francese

    Speaker:


    Frères et sœurs, la catéchèse de ce jour se réfère à l’évangile de saint Luc qui présente Jésus essentiellement comme un priant. Chaque pas de sa vie est comme porté par le souffle de l’Esprit qui le guide dans toutes ses actions. Et la prière de Jésus semble même atténuer, à l’heure de sa passion, les émotions les plus violentes et les désirs de vengeance. Elle réconcilie l’homme avec son ennemi le plus implacable: la mort. C’est ce climat qui a conduit l’un des disciples à demander à Jésus de leur apprendre à prier. Dans son enseignement, grâce notamment à la parabole de l’ami importun, Jésus fait comprendre qu’aucune prière ne restera lettre morte, que Dieu répond toujours, parce qu’il est Père et qu’il n’oublie aucun de ses enfants qui souffrent. Même si nous avons souvent demandé sans obtenir, Jésus nous recommande d’insister, car la prière transforme toujours la réalité: si les choses ne changent pas autour de nous, nous, au moins, nous changeons. Et il a promis le don de l’Esprit Saint à celui qui prie. Aussi n’y-a-t-il rien de plus sûr: le désir de bonheur que nous portons tous dans le cœur, un jour s’accomplira. Et la prière est, dès à présent, la victoire sur la solitude et sur le désespoir.

    Santo Padre:

    Sono lieto di salutare i pellegrini provenienti dalla Francia e dai vari paesi francofoni, in particolare i seminaristi, e i loro formatori, dell'Arcidiocesi di Parigi e dell’Ordinariato Militare, accompagnati dall'arcivescovo Aupetit e dai suoi Ausiliari, insieme all’Ordinario, Mons. De Romanet. Saluto anche il gruppo degli Apprendisti di Auteuil. Possa lo Spirito Santo aiutarci ad insistere nella preghiera e a non darci mai per vinti. È sicuro che Dio risponderà alla nostra preghiera, perché è nostro Padre e ci aspetta a braccia aperte. Dio vi benedica!

    Speaker:

    Je suis heureux de saluer les pèlerins venus de France et de divers pays francophones, en particulier les séminaristes et leurs formateurs de l’Archidiocèse de Paris et du diocèse aux Armées, accompagnés de Mgr Aupetit, Archevêque de Paris, et de ses Auxiliaires, et de Mgr de Romanet, Évêque aux Armées. Je salue aussi le groupe des Apprentis d’Auteuil. Que l’Esprit Saint nous aide à être insistants dans la prière et à ne jamais nous donner comme perdants. Nous pouvons être sûrs que Dieu répondra à notre prière, parce qu’il est notre Père et qu’il nous attend avec les bras grands ouverts. Que Dieu vous bénisse!

    [00034-FR.01] [Texte original: Français]

    In lingua inglese

    Speaker:


    Dear brothers and sisters: In our continuing catechesis on the Lord’s Prayer, we now consider Jesus’ teaching on the need for perseverance in prayer. We see from the Gospels that Christ’s entire life is steeped in prayer, born of his communion with the Father and the Holy Spirit who guides his every action. Jesus’ constant prayer is seen above all in the events of his passion. At the Last Supper, he intercedes for Peter’s perseverance in faith (cf. Lk 22:32), and his last words from the cross are a prayer for forgiveness and a confession of trust in the Father’s will. When the disciples ask Jesus to show them how to pray, he gives them the words of the “Our Father”. But he goes on to tell two parables that teach the need for constancy in prayer and unwavering trust that the Father will answer our petitions. As a good Father, God answers every prayer in his good time and according to his saving plan. Though the unfolding of that plan remains mysterious, we can be confident that, in the end, ours is a loving Father who longs to fulfil the desire for happiness present in every human heart.

    Santo Padre:

    Do il benvenuto ai pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente ai gruppi provenienti dagli Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo. Dio vi benedica!

    Speaker:

    I welcome the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups coming from the United States of America. Upon all of you, and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [00035-EN.01] [Original text: English]

    In lingua tedesca

    Speaker:


    Liebe Brüder und Schwestern, unsere heutige Katechese nimmt Bezug auf das Lukasevangelium, in dem die für das Leben Jesu charakteristische Atmosphäre des Gebets in besonderer Weise spürbar wird. Jesus ist vor allem ein Betender. Alle seine wichtigen Lebensstationen, wie seine Taufe oder die Verklärung, sind von seinem persönlichen Gebet begleitet. Jesus betet für Petrus, für seine Jünger wie für seine Peiniger. Folglich fragt ihn auch einer seiner Jünger: „Herr lehre uns beten“. Daraufhin erklärt Jesus, mit welchen Worten und in welcher Einstellung seine Jünger beten sollen. Die Haltung soll die eines Glaubenden sein, der sich inständig an Gott wendet. Jesus gibt zu verstehen, dass Gott immer antwortet, dass kein Gebet ungehört verhallt, auch wenn es uns manchmal so scheinen mag. Für diesen Fall empfiehlt Jesus im Gebet auszuharren und nicht aufzugeben. Das Gebet verändert immer die Wirklichkeit: wenn es vielleicht auch nicht die äußeren Umstände verändert, so verwandelt es doch zumindest uns selbst. Der Heilige Geist ist allen verheißen, die beten. Wir können sicher sein, dass Gott antwortet, selbst dann, wenn wir es nicht gleich erkennen können. Eines ist sicher: am Ende eines jeden Lebensweges steht der himmlische Vater, der alle mit offenen Armen empfängt.

    Santo Padre:

    Saluto con tutto il cuore i pellegrini di lingua tedesca. Per il vostro cammino di fede, vi auguro il giusto atteggiamento interiore che viene dalla preghiera, e vi conduce sempre di nuovo alla preghiera. Quando glielo chiediamo sinceramente, il Padre celeste ci dà tutto ciò che riempie realmente la nostra vita. Dio vi benedica!

    Speaker:

    Von Herzen grüße ich die Pilger deutscher Sprache. Ich wünsche euch für euren Glaubensweg die rechte innere Haltung, die aus dem Gebet kommt und immer neu ins Gebet hineinführt. Wenn wir ihn aufrichtig bitten, schenkt uns der himmlische Vater all das, was unser Leben wirklich erfüllt. Gott segne euch!

    [00036-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

    In lingua spagnola

    Queridos hermanos y hermanas:

    Nuestra catequesis de hoy hace referencia al Evangelio de san Lucas, del que provienen los 3 himnos diarios de la Liturgia de todos los días: el Benedictus, el Magnificat y el Nunc dimittis, y que nos muestra a Jesús en una atmósfera de oración. Jesús, sobre todo, es el orante. En cada paso de su vida, el Espíritu Santo lo guía en su actuar. Antes de tomar decisiones importantes, Jesús ora, dialoga con el Padre.

    Este Evangelio también nos relata la petición de uno de los discípulos que suplica a Jesús que les enseñe a orar. Jesús les muestra con qué palabras y qué sentimientos deben tener para dirigirse a Dios. Lo hace enseñándoles el Padrenuestro, las actitudes que el creyente debe tener cuando ora, que son la perseverancia y la confianza.

    La perseverancia en la oración, porque aunque a veces pareciera que Dios no nos escucha, sin embargo no es así, porque ninguna oración queda desatendida. A la perseverancia se une la confianza, confianza puesta en Dios, porque Él es un Padre bueno y nunca olvida a sus hijos que sufren. La oración cambia la realidad, y nos cambia también a nosotros. Es, ya desde ahora, la victoria sobre la soledad y la desesperación; un camino que nos lleva a Dios, nuestro Padre, que espera todo y a todos con los brazos abiertos.

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española venidos de España y Latinoamérica. Que el Señor Jesús nos dé la gracia de entender que la oración conmueve el corazón de Dios, Padre compasivo, que nos ama y nos da su Espíritu Santo; y que la Virgen Santa nos ayude a ser hombres y mujeres de oración, y a confiar en la bondad del Señor que siempre nos escucha. Muchas gracias.

    [00037-ES.02] [Texto original: Español]

    In lingua portoghese

    Speaker:


    Desde as narrações da infância, a figura de Jesus é-nos apresentada pelo evangelista Lucas numa atmosfera densa de oração. Cada passo da sua vida aparece animado pelo sopro do Espírito, que O guia em todas as suas ações. Até as horas que precedem a sua morte são vividas num clima de oração, daí brotando uma calma surpreendente: Jesus consola as mulheres, reza pelos seus algozes, promete o paraíso ao bom ladrão e expira dizendo: «Pai, nas tuas mãos entrego o meu espírito». Jesus é, sobretudo, um orante; e, a pedido dum dos seus discípulos («Senhor, ensina-nos a rezar»), fez-Se também Mestre de oração, tendo-nos ensinado as palavras – por exemplo, o “Pai Nosso” –, mas também as atitudes e os sentimentos com que devemos dirigir-nos a Deus. As suas palavras dão-nos a certeza de que Deus é Pai e não Se esquece dos filhos que sofrem; responde sempre, não deixa nenhuma oração por atender: «Todo aquele que pede, recebe; quem procura, encontra; e, ao que bate, abrir-se-á». Quantas vezes, porém, entramos em crise, vendo que tais palavras não se realizam! Muitas das nossas orações – pelo menos assim parece – não obtêm qualquer resultado. Nesse caso, Jesus recomenda-nos que insistamos: não nos demos por vencidos! Porque a oração transforma sempre a realidade; se não mudarem as coisas ao nosso redor, pelo menos mudamos nós. É que, a toda a pessoa que reza, Jesus prometeu o dom do Espírito Santo; por isso, logo desde quando rezamos, ficam vencidos a solidão e o desespero. Tenhamos, pois, a certeza de que Deus responde sempre; o motivo por que tarda a fazê-lo, não o sabemos. Pode até acontecer que tenhamos de insistir a vida inteira, mas o desejo de felicidade, que todos trazemos no coração, um dia realizar-se-á, porque, no fim da nossa estrada, há um Pai de braços abertos que a todos espera.

    Santo Padre:

    Con sentimenti di riconoscenza e affetto, saluto tutti i pellegrini di lingua portoghese, invocando sui vostri passi la gioia dell’incontro con Dio: Gesù Cristo è la Tenda divina in mezzo a noi; andate da Lui, vivete nella sua grazia e avrete la vita eterna. Su di voi e sulle vostre famiglie scenda la Benedizione di Dio.

    Speaker:

    Com sentimentos de gratidão e estima, saúdo todos os peregrinos de língua portuguesa, invocando sobre os vossos passos a alegria do encontro com Deus: Jesus Cristo é a Tenda divina no meio de nós; ide até Ele, vivei na sua graça e tereis a vida eterna. Desça sobre vós e vossas famílias a Bênção de Deus.

    [00038-PO.01] [Texto original: Português]

    In lingua araba

    Speaker:


    أيها الإخوة والأخوات الأعزاء، يشير تعليم اليوم إلى إنجيل لوقا. في الواقع يصف هذا الإنجيل منذ روايات الطفولة صورة المسيح في جوٍّ مفعم بالصلاة. فيسوع يصلّي في المعموديّة في الأردنَّ ويحاور الآب قبل أن يتّخذ القرارات المهمّة، ويتشفّع لبطرس الذي سينكره بعد ذلك بقليل. حتى موت المسيح يغوص في جوٍّ من الصلاة، لدرجة أنَّ ساعات الآلام تظهر مطبوعة بهدوء مدهش: يسوع يعزّي النساء ويصلّي من أجل صالبيه، ويعد لصَّ اليمين بالفردوس؛ وفي إنجيل لوقا أيضًا نجد الطلب الذي يعبّر عنه أحد التلاميذ بأن يعلّمهم يسوع الصلاة: "يا ربّ، عَلِّمنا أَن نُصَلِّيَ". من هذا الطلب يولد تعليم واسع، يشرح من خلاله يسوع لتلاميذه بأية كلمات وأيّة مشاعر ينبغي عليهم أن يتوجّهوا إلى الله. لكن في هذا التعليم الذي يعطيه يسوع لتلاميذه من الأهميّة بمكان أن نتوقّف عند بعض التعليمات التي تشكّل إطارًا لنصِّ الصلاة. نجد مثل الصديق المُزعج الذي يذهب لمضايقة عائلة نائمة بأسرها لأنّه قدم عليه صديق مِن سَفَر، ولَم يكن عِنده ما يقدّمه له: "أَقولُ لَكم – يشرح يسوع – وإِن لم يَقُمْ ويُعطِه لِكونِه صَديقَه، فإِنَّه يَنهَضُ لِلَجاجَتِه، ويُعطيهِ كُلَّ ما يَحتاجُ إِلَيه". وبعده فورًا يضرب مثل الأب الذي لديه ابن جائع: "فأَيُّ أَبٍ مِنكُم إِذا سأَلَه ابنُه سَمَكَةً أَعطاهُ بَدَلَ السَّمَكَةِ حَيَّة؟". بهذه الكلمات يُفهمنا يسوع أنَّ الله يجيب على الدوام وأنَّه ما من صلاة لا تُستجاب، وبأنّه أب لا ينسى أبناءه الذين يتألّمون. إن هذه التصريحات بالتأكيد تضعنا في أزمة لأنّه يبدو أنَّ العديد من صلواتنا لا تجد نتيجة. كم من مرّة طلبنا ولم ننل وقرعنا ووجدنا بابًا مغلقًا؟ لكنَّ يسوع ينصحنا في تلك اللحظات بأن نُصرَّ وألا نستسلم. يمكننا أن نكون متأكّدين من أن الله سيجيب. لقد وعدنا بذلك: هو ليس كأب يعطي حيّة بدلاً من السمكة. أيها الإخوة والأخوات الأعزاء، لا يوجد شيء أكيد أكثر من اليقين بأنَّ الرغبة في السعادة التي نحملها جميعًا في قلوبنا ستتحقق يومًا ما.

    Santo Padre:

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, bussate e vi sarà aperto! Non datevi mai per vinti! La preghiera trasforma sempre la realtà: se attorno a noi le cose non cambiano, almeno cambiamo noi. Il Signore vi benedica!

    Speaker:

    أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللّغةِ العربيّة، وخاصةً بالقادمينَ من الشرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، إقرعوا وسيُفتح لكم! ولا تستسلموا أبدًا! إنَّ الصلاة تحوّل الواقع على الدوام: فإن لم تتغيّر الأمور حولنا، نتغيَّر نحن على الأقل. ليبارككم الرب!

    [00039-AR.01] [Testo originale: Arabo]

    In lingua polacca

    Speaker:


    Drodzy bracia i siostry, Ewangelia wg św. Łukasza opisuje postać Pana Jezusa w kontekście Jego modlitwy. Przypomina, że na rozmowie z Bogiem spędzał On wiele czasu, niekiedy całe noce. Modlił się zwłaszcza przed podjęciem znaczących decyzji, w chwilach ważnych wydarzeń: podczas chrztu w Jordanie, w dniu Przemienienia na górze Tabor, przed wyborem apostołów, przed swoją męką. Na prośbę uczniów: „Panie, naucz nas się modlić” (11,1), nauczył ich, a także i nas, modlitwy do Ojca. W swoich przypowieściach przypominał o potrzebie wytrwałości w rozmowie z Bogiem, zwłaszcza, gdy niejednokrotnie mogłoby się wydawać, iż wiele naszych modlitw pozostaje bez echa. Zachęcał, abyśmy nalegali i nie poddawali się. Modlitwa prowadzi zawsze do zrozumienia sytuacji, zmienia rzeczywistość. Bądźmy pewni, że nie jest ona Bogu obojętna. Być może będziemy musieli niekiedy długo nalegać, błagać. Bądźmy jednak pewni, że On odpowie. Pan Jezus zapewnił nas, że „Bóg weźmie w obronę swoich wybranych, którzy dniem i nocą do Niego wołają” (por. Łk 18, 7). Gdy nas wysłucha, będzie to dla nas dzień zwycięstwa nad samotnością i rozpaczą, czas zrozumienia woli Bożej, zmartwychwstania. Pamiętajmy, że na końcu drogi życia każdego z nas jest Ojciec, który nas oczekuje z szeroko otwartymi ramionami.

    Santo Padre:

    Saluto cordialmente tutti i Polacchi partecipanti a quest’udienza. Fratelli e sorelle, nel Nuovo Anno 2019, appena iniziato, non dimenticate la potenza della preghiera. Affidando al Signore nella preghiera del “Padre nostro” i vostri problemi, siate certi di ottenere da Lui tutto ciò che è per voi buono, utile e necessario. Fidandovi della bontà del Signore, comprenderete il senso degli eventi e lo scopo della vostra vita. Nella vostra preghiera non manchino la fiducia e la perseveranza. Sia lodato Gesù Cristo.

    Speaker:

    Pozdrawiam serdecznie wszystkich Polaków uczestniczących w tej audiencji. Bracia i siostry, w Nowym 2019 Roku, który rozpoczęliśmy, nie zapominajcie o potędze modlitwy. Powierzając Bogu swoje sprawy w modlitwie „Ojcze nasz”, bądźcie pewni, że otrzymacie od Niego to wszystko, co jest dla was dobre, pożyteczne i niezbędne. Ufając Bożej dobroci zrozumiecie sens zdarzeń i cel waszego życia. Niech w waszej modlitwie nie zabraknie zawierzania i wytrwałości. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

    [00040-PL.01] [Testo originale: Polacco]

    In lingua italiana

    Rivolgo un cordiale saluto e un benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

    Sono lieto di accogliere i sacerdoti della Diocesi di Trapani, accompagnati dal Vescovo, Mons. Pietro Maria Fragnelli e i seminaristi dell’Ordinariato Militare per l’Italia, con l’Arcivescovo, Mons. Santo Marcianò.

    Saluto le parrocchie, in particolare quella dei Santi Cosma e Damiano di Terracina; l’Associazione “I figli della luce” e l’Istituto Vassalluzzo di Roccapiemonte.

    Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli. Sono tanti oggi!

    Domenica prossima celebreremo la Festa del Battesimo del Signore. Questa celebrazione, che chiude il tempo liturgico del Natale, ci invita a riscoprire la grazia del Sacramento del nostro battesimo. Il battesimo ci ha resi cristiani, incorporandoci a Cristo e alla sua Chiesa. Tutti noi sappiamo la data della nostra nascita, ma non tutti sanno la data del battesimo, che è la nascita alla vita della Chiesa, quando lo Spirito Santo viene al cuore. Per questo io vi chiedo, oggi per esempio, per prepararci alla Festa di domenica prossima, di chiedere – quelli che lo sanno, di ricordarlo –, e quelli che non sanno la data del battesimo, di chiedere ai familiari, ai padrini, ai genitori, ai nonni: “Quando sono nato io alla vita della fede?” Cioè: “Quando sono battezzato?”. E fissare sempre nel cuore la data del battesimo. Lo farete? È molto importante festeggiare la data del battesimo. Ringraziamo il Signore per il dono della fede e chiediamo allo Spirito Santo la forza di essere coraggiosi testimoni di Gesù.

    [00041-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0018-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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    Udienza ai partecipanti al XVIII Convegno dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, 12.01.2019


    Alle ore 12.30 di oggi, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti al XVIII Convegno di studio dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (AIPSC), che ha avuto luogo a Roma il 10 e l’11 gennaio scorsi, presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA), sul tema Attività – Ricerca - Divulgazione: la storia della Chiesa nel post-Concilio.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:

    Discorso del Santo Padre

    Cari fratelli e sorelle!

    Vi do il benvenuto e vi ringrazio per la vostra visita, molto gradita. Ringrazio il Presidente per la sua introduzione, in particolare per aver ricordato a tutti noi l’antico detto “historia magistra vitae”, una massima molto significativa e legata al vostro importante e generoso magistero.

    Un amico dei vostri “padri fondatori” e della vostra Associazione, il padre gesuita Giacomo Martina, acuto storico della Chiesa, a lungo docente alla Gregoriana e maestro di molti di voi, mi dicono che fosse solito ricordare ai suoi studenti che la storia è certamente maestra di vita, ma che ha anche ben pochi allievi!

    Invece voi, di “allievi”, in senso lato, ne avete molti – come Lei, Padre, diceva –: li avete nei seminari, nelle università pontificie, nei convegni, negli incontri di studio, e anche nella rivista, di cui mi avete fatto omaggio. State dunque dando un valido aiuto allo studio della storia e al suo magistero: grazie per questo servizio e per questa testimonianza appassionata.

    In effetti, la storia, studiata con passione, può e deve insegnare molto all’oggi, così disgregato e assetato di verità, di pace e di giustizia. Basterebbe che, attraverso di essa, imparassimo a riflettere con sapienza e coraggio sugli effetti drammatici e malvagi della guerra, delle tante guerre che hanno travagliato il cammino dell’uomo su questa terra. E non impariamo!

    L’Italia – e in particolare la Chiesa italiana – è così ricca di testimonianze del passato! Questa ricchezza non deve essere un tesoro solo da custodire gelosamente, ma deve aiutarci a camminare nel presente verso il futuro. La storia della Chiesa, della Chiesa italiana rappresenta infatti un punto di riferimento essenziale per tutti coloro che vogliono capire, approfondire e anche godere del passato, senza trasformarlo in un museo o, peggio, in un cimitero di nostalgie, ma per renderlo vivo e ben presente ai nostri occhi.

    Ma – come voi mi insegnate – al centro della storia c’è una Parola che non nasce scritta, non ci viene dalle ricerche dell’uomo, ma ci è donata da Dio e viene testimoniata anzitutto con la vita e dentro la vita. Una Parola che agisce nella storia e la trasforma dall’interno. Questa Parola è Gesù Cristo, che ha segnato e redento così profondamente la storia dell’uomo da marcare lo scorrere del tempo in un prima di Lui e un dopo di Lui.

    E l’accoglienza piena di questa sua azione salvatrice e misericordiosa dovrebbe rendere lo storico credente uno studioso ancora più rispettoso dei fatti e della verità, delicato e attento nella ricerca, coerente testimone nell’insegnamento. Dovrebbe allontanarlo da tutte le mondanità legate alla presunzione di sapere, come la bramosia della carriera o del riconoscimento accademico, o la convinzione di poter giudicare da sé fatti e persone. Infatti, la capacità di intravvedere la presenza di Cristo e il cammino della Chiesa nella storia ci rendono umili, e ci tolgono dalla tentazione di rifugiarci nel passato per evitare il presente. E questa è stata l’esperienza di tanti, tanti studiosi, che hanno incominciato, non dico atei, ma un po’ agnostici, e hanno trovato Cristo. Perché la storia non si poteva capire senza questa forza.

    Ecco dunque, cari fratelli e sorelle, il mio augurio: che il vostro non facile magistero e la vostra testimonianza contribuiscano a far contemplare Cristo, pietra angolare, che opera nella storia e nella memoria dell’umanità e di tutte le culture. E che Lui vi doni sempre di gustare la sua presenza salvatrice nei fatti, nei documenti, negli avvenimenti, grandi o piccoli che siano. Soprattutto, direi, i fatti degli umili, degli ultimi, pure essi attori della storia. E questa sarà davvero la strada maestra per avere accanto a sé forse pochi allievi, ma davvero buoni, generosi e preparati.

    Non vorrei finire senza un ricordo per padre Giacomo Martina, che ho menzionato, e dire l’esperienza che ho avuto con lui. Mi è stato presentato da un gesuita argentino, non italiano, padre Ugo Vanni: erano amici. Poi io andavo a trovare padre Martina, e lui consigliava sempre cose concrete: “Leggete questo. Leggete quell’altro…”. E così io mi sono entusiasmato alla lettura della storia, e ho avuto anche la pazienza di leggere tutta la storia dei Papi di von Pastor, grazie a questi consigli. Trentasette volumi! E mi ha fatto bene.

    Vi ringrazio ancora per questo incontro e benedico di cuore voi e il vostro lavoro. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

    [00050-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0025-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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