Clemente VIIDa Enciclopedia cattolica. Sua Santità Clemente VII, Romano Pontefice - 1523 / 1534 [edit] PAPA CLEMENTE VIIGiulio nacque il 26 maggio 1478 dalla nobile casata fiorentina De' Medici, figlio naturale, in seguito legittimato, di quel Giuliano che era stato ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita. Nei primi anni di vita Giulio fu affidato dallo zio Lorenzo il Magnifico alle cure di Antonio da Sangallo, per poi prenderlo direttamente sotto la sua protezione. Si preoccupò della sua educazione e, nel 1488, si prodigò per fargli avere, da Ferdinando I d'Aragona, il possesso di un beneficio prestigioso ed economicamente rilevante come il priorato di Capua dell'Ordine Cavalleresco di san Giovanni; successivamente fu anche nominato Cavaliere di Rodi. Nel 1495, a causa delle insurrezioni dei fiorentini contro il cugino Piero, fu costretto a fuggire da Firenze e a rifugiarsi a Bologna, Pitigliano, Città di Castello e, soprattutto, a Roma, dove visse per molto tempo all'ombra del cugino cardinale Giovanni, poi papa Leone X dal marzo 1513. Questa elezione fu determinante per la vita di Giulio come testimonia uno dei primi atti del pontificato mediceo: la concessione a Giulio dell'arcidiocesi di Firenze che faceva presagire una imminente nomina al cardinalato che arrivò il 29 settembre 1513, dopo una serie di procedure e dispense per superare i problemi derivanti dalla sua nascita illegittima. Da questo momento la sua carriera curiale fu contrassegnata da una grande ricchezza di benefici ecclesiastici e da un ruolo molto delicato all'interno della politica papale. Cercò, ad esempio, di costruire una salda alleanza con l'Inghilterra che potesse aiutare Leone X a contrastare le mire egemoniche sia della Francia che della Spagna; fu nominato così cardinal protettore d'Inghilterra. Questi anni sono caratterizzati da manovre diplomatiche per mantenere il pontificato di Leone X in equilibrio tra i principi cristiani, e da importanti iniziative ecclesiastiche come il Concilio Lateranense V (1512-1517) durante il quale Giulio si interessò particolarmente alla lotta contro le eresie. Il 9 marzo 1517 fu nominato Vicecancelliere della Chiesa di Roma, incarico che gli offrì la possibilità di mettere in mostra le sue ottime qualità diplomatiche, con un comportamento serio e apparentemente illibato in confronto a quello mondano del cugino. Il 3 agosto 1523 venne finalmente ratificata l'alleanza tra il papa e Carlo V alla quale il cardinale de' Medici aveva lungamente lavorato. La prematura morte di Adriano VI nel settembre 1523 gli apriva la strada verso l'elezione pontificia che, con l'appoggio dell'imperatore e malgrado un conclave lungo e difficoltoso durato cinquanta giorni, giunse il 19 novembre. Il neoeletto assunse il nome di Clemente VII. La sua elezione venne salutata con entusiasmo. L'atteggiamento guerrafondaio della coalizione anti-imperiale, ma anche lo stato d'animo di essere uscito perdente contro i turchi, persuase l'imperatore a 'punire' il papa, ritenendolo il primo responsabile della sconfitta contro i turchi. Il cardinale Pompeo Colonna, di tendenze filo-imperiali, spinto da Carlo V con promesse e denari, aveva, durante la notte dal 19 al 20 settembre 1526, con un esercito di 8.000 uomini, occupato la porta di San Giovanni in Laterano e Trastevere, spingendosi per il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Il pontefice aveva fatto in tempo a rifugiarsi a Castel sant'Angelo, e il Vaticano e i palazzi vicini vennero saccheggiati dalle soldatesche. Clemente VII, chiuso nel castello, chiese la mediazione di Ugo di Moncada, si impegnò di perdonare ai Colonnesi, di ritirare le sue truppe dalla Lombardia, e a questi patti concluse una tregua di quattro mesi con l'imperatore. Durante l'assalto, passato alla storia come il Sacco Di Roma, Clemente VII stava a pregare nella cappella del suo palazzo. Quando le grida dei soldati gli annunciavano che Roma era perduta, fuggì a Castel sant'Angelo e vi si chiuse con i cardinali e gli altri prelati, mentre gli invasori inseguivano per le strade i soldati pontifici fuggiaschi catturandoli e trucidandoli con picche e alabarde. Le chiese furono invase, profanate, spogliate di tutti i tesori; dagli arredi sacri, furono asportati l'oro, l'argento e le gemme, di ciò che rimaneva vennero disseminate le strade; i quadri e le statue, considerati dai luterani come segni di idolatria, furono fatti a pezzi, i monasteri furono violati e le monache date in pasto alla furiosa libidine dei soldati; numerosissime donne vennero strappate dalle case e condotte per le vie dalle truppe assetate di sozze voglie. Nessuna casa fu risparmiata, ma furono presi specialmente di mira i palazzi dei ricchi e dei prelati, che vennero spietatamente saccheggiati. Si credeva che le case dei cardinali devoti al partito imperiale dovessero esser rispettate e perciò i mercanti vi avevano trasportato le loro robe; ma alcune vennero lo stesso messe a sacco, altre si salvarono pagando grosse taglie che furono richieste e sborsate più d'una volta. I cittadini subirono ogni sorta d'insulti, d'imposizioni e di violenze. Molti vennero sottoposti a torture perché rivelassero i nascondigli dove si pretendeva che avessero nascosto le loro ricchezze o perché riscattassero la loro vita con enormi somme. Roma, in quel maggio, presentava un aspetto desolante. Le vie erano disseminate di cadaveri, percorse da ciurme di soldati ubriachi e schiamazzanti che si trascinavano dietro donne di ogni condizione, da saccheggiatori che trasportavano oggetti rapinati; le chiese erano trasformate in bivacchi, dove tedeschi, spagnoli e italiani gozzovigliavano; in ogni luogo e sopra ogni cosa lasciavano traccia del loro passaggio e della loro ferocia. Il cardinale Pompeo Colonna entrò trionfante a Roma l'8 maggio, seguito da numerosi contadini dei suoi feudi, i quali si vendicarono dei saccheggi subiti mesi prima per ordine del pontefice saccheggiando a loro volta tutte quelle case in cui ancora rimaneva qualche cosa da prendere o da distruggere. Il cardinale però - secondo quello che scrive un suo biografo - avuta compassione della miseria in cui era precipitata la sua patria, diede asilo nel suo palazzo a quanti vollero rifugiarvisi e liberò perfino con i propri denari non pochi prelati, senza distinzione di partito. Dopo tre giorni il principe d'Orange ordinò che cessasse il saccheggio; ma le soldatesche non ubbidirono e Roma continuò ad essere saccheggiata finché vi rimase qualche cosa da prendere. Essendo caduta ogni speranza di soccorso, Clemente VII il 6 giugno capitolò, obbligandosi a pagare agli imperiali 400.000 ducati, di cui 100.000 immediatamente e il resto entro tre mesi; inoltre era prevista la consegna di Parma, Piacenza e Modena. Ma Carlo V non fu soddisfatto di ciò: lui, profondamente cattolico, fu costernato di tale scempio e se ne discolpò. Clemente VII accettò a novembre le condizioni imposte dall'imperatore, ma per evitare di metterle immediatamente in esecuzione lasciò Roma e si rifugiò, il 16 dicembre 1527, a Orvieto. Carlo inviò un'ambasciata presso Clemente per esprimere tutto il suo profondo rammarico per l'episodio. E Clemente alla fine, non ritenendolo responsabile, lo perdonò, ma non dimenticò. Fu così stipulata; verso la fine del 1529, la Pace di Barcellona. Inoltre il 24 febbraio 1530 Carlo V riceveva dalle mani di Clemente VII la corona imperiale: l'occasione fu positivamente salutata dalla cristianità che vedeva finalmente riconciliati papa e imperatore. Con la pace fatta Carlo, insieme al papa, si impegnava a restaurare i Medici a Firenze abbattendo la repubblica fiorentina e a concedere la Borgogna a Francesco I il quale, in cambio, si impegnava a non intromettersi più negli affari italiani. In ottemperanza agli accordi l'imperatore mandò le sue truppe ad assediare Firenze che aveva rovesciato i Medici nel 1527 ed aveva proclamato la Repubblica. Questa si difese con valore contro gli imperiali guidati da Filiberto d'Orange, ma nulla potè a causa del tradimento di Malatesta Baglioni; divenne duca della città Alessandro de' Medici (figlio illegittimo di Lorenzo), che ebbe in sposa Margherita, figlia naturale di Carlo V. Con l'imperatore lontano e preoccupato di dar pace alla Germania in preda agli scontri confessionali e con il pericolo turco alle porte, in poco tempo Clemente VII ritornò a migliori rapporti con la Francia. Carlo V, cui non erano rimaste occulte tali trattative, appena la situazione in Germania, dopo la tregua di Norimberga, lo permise, animato dal proposito di rompere l'amicizia stabilitasi tra Francesco I e Clemente VII, invitò quest'ultimo ad un convegno tenutosi a Bologna, il 13 dicembre 1532. Ivi propose al pontefice di unire in matrimonio sua nipote Caterina con il duca di Milano, ma il papa non accettò la proposta. L'imperatore allora ne avanzò una altra: gli propose una lega dei vari stati della penisola allo scopo di difendere l'Italia dalle aggressioni degli stranieri (lui non si considerava tale), specie dei Turchi. Nello stesso tempo gli chiese di convocare un concilio generale, concilio che il pontefice aveva promesso nel primo congresso di Bologna e che era necessario per pacificare la Germania. La proposta della lega fu da Clemente VII accolta di buon grado perché non danneggiava gli interessi della Santa Sede; ma identica accoglienza non trovò la richiesta della convocazione del concilio perché il papa non solo temeva di procurare ai suoi avversari un'arma che poteva essere adoperata ai suoi danni, ma credeva anche che un concilio non potesse ridare la pace al mondo cristiano ora che la riforma luterana aveva messo salde radici. Su questo argomento, lunghe furono le discussioni tra Carlo V e Clemente VII; quest'ultimo alla fine dovette piegarsi e in un accordo segreto, consacrato in una bolla del 24 febbraio 1533, promise la convocazione del concilio, riservandosi però di fissarne la data. L'attenzione alla politica europea e italiana portò Clemente VII a trascurare e sottovalutare il movimento protestante che ormai si andava sempre più diffondendo; in particolar modo non seppe spegnere con risolutezza la scintilla che si era accesa in Inghilterra che animava quella polveriera chiamata Enrico VIII. Nel gennaio del 1533 fu celebrato il suo sposalizio con Anna Bolena, nel maggio dello stesso anno il matrimonio con Caterina d'Aragona fu dal Cranmer dichiarato ufficialmente nullo; alcuni mesi dopo (7 settembre 1533) nacque la figlia di Anna, la futura regina Elisabetta. Enrico era così caduto nella scomunica papale. Contro questa egli si appellò ad un concilio ecumenico (novembre 1533). Alla sentenza definitiva di Clemente VII, per cui solo il matrimonio con Caterina aveva valore legittimo (marzo 1534), Enrico rispose con l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3 novembre 1534, il quale lo dichirava Re supremo e unico Capo della Chiesa d'Inghilterra, e gli si attribuiva in tutto il paese quell'autorità e quel potere spirituale che fino ad allora solo il pontefice aveva esercitato. Chi si rifiutava d'accettare con giuramento tale provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono, era considerato reo di alto tradimento e punito con morte. Lo scisma era ormai compiuto. Sebbene questo evento avesse avuto dei minimi effetti sul re, la questione causò il risentimento dei cattolici praticanti. Come conseguenza della rottura con Roma, Enrico e Cromwell intrapresero una riorganizzazione della Chiesa e dello Stato. Tutti i pagamenti che prima andavano versati al papa ora venivano versati alla corona; il Parlamento si adoperò per escludere la principessa Maria dalla successione al trono in favore della figlia di Anna Bolena, nella speranza che, prima o poi, sarebbe nato un erede maschio. Nei periodi, fra l'altro molto scarsi, in cui non dovette dedicarsi alla politica, Clemente VII fuuomo colto e mecenate, conformemente alle sue origini familiari, cercando sempre di circondarsi sempre di uomini dalla spiccata arguzia che si intrattenevano con lui durante i pasti e lo svagassero un po' dalle preoccupazioni. Di ritorno a Roma dopo la permanenza forzata ad Orvieto, Clemente proseguì la sua opera di mecenate mettendo in atto diverse opere di grande valore artistico: sviluppò ulteriormente la Biblioteca Vaticana, proseguì nella costruzione della Basilica di san Pietro, portò a termine i lavori del Cortile di San Damaso e Villa Madama ed incaricò Michelangelo di affrescare la parete di fondo della Cappella Sistina con il 'Giudizio Universale' seguendone personalmente i lavori. Commentò e fece pubblicare tutte le opere di Ippocrate. Accrebbe notevolmente il numero degli ecclesiastici, approvando, nel 1528, l'Ordine dei Cappuccini, ramo dell'Ordine dei Frati Minori, formatosi attorno ai francescani osservanti Matteo da Bascio e Luigi da Fossombrone, caratterizzato da un cappuccio quadrato appuntito e dalla barba. Nel 1530 approvò i Chierici Regolari di san Paolo (detti anche Barnabiti, dal chiostro di san Barnaba dove abitavano), fondati da sant'Antonio Maria Zaccaria per l'assistenza agli infermi e l'educazione della gioventù. Dopo alcuni mesi d'infermità, Clemente VII morì a Roma il 25 settembre 1524 dopo quasi undici anni di intensissimo pontificato. Venne sepolto in santa Maria sopra Minerva, in un mausoleo disegnato da Antonio di Sangallo, di fronte a quello del cugino Leone X. Views |