GloriaDa Enciclopedia cattolica.
[edit] GLORIA[edit] Nomi e sua strutturaL'Inno che dalle prime parole si chiama comunemente Gloria in excelsis, è anche detto Inno angelico, perchè comincia con le parole che gli angeli cantarono a Betlemme (1), dai grei dossologia maggiore, a distinguerla dalla minore, che è quella con cui si concludono i Salmi e gli Inni liturgici. Il suo contenuto si trova nelle prime parole e si divide in tre parti, cioè lode di Dio, ringraziamento ed invocazione. Queste sono rivolte in modo speciale al Padre e al Figlio, mentre dello Spirito Santo si fa solo cenno, confessandone la divinità nell'ultimo versetto. [edit] AutoreLe prime parole di questo Inno, abbiamo detto, furono rivelate da Dio per mezzo degli Angeli: quando e da chi sia stato composto il seguito non lo si può affermare con certezza: alcuni lo attribuiscono a S. Telesforo Papa, altri a S. Ilario di Poitiers, altri a S. Simmaco Papa, altri lo riferiscono di origine apostolica. C'è chi gli attribuisce una origine greca e la nostra versione latina non sarebbe che una libera versione dal greco. Perchè: 1) Si trova come pregiera mattutina nelle Costituzioni apostoliche, che risalgono certamente ad epoca anteriore a S. Ilario di Poitiers (2); 2) E' citato da S. Atanasio nel libro primo sulla verginità; 3) L'anonimo di Tours riferisce come questo Inno si recitava nella prima Messa di Natale in greco, ed in latino nella seconda. Presso però le liturgie orientali non si trova completo questo Inno e i greci lo recitano nell'Ufficio divino alle Lodi mattutine. In occidente, specialmente durante il medioevo, anche in questo Inno si introdussero i tropi che applicavano il senso alla speciale solennità che si celebrava. [edit] Quando venne introdotto nella MessaSe da un lato è incerto l'autore di questo Inno, dall'altro ci restano sicuri documenti che dimostrano quando e da chi venne introdotto nella Messa. Si sa infatti che dal Liber pontificalis che S. Telesforo ordinò di recitarlo nella notte del Natale. S. Stefano I ordinò che si recitasse nelle Domeniche, e S. Bonifacio I vi aggiunse il Giovedì Santo, S. Simmaco le Feste dei Martiri. Fino al secolo decimo soltanto i Vescovi potevano recitarlo nelle Domeniche e Feste, i Sacerdoti soltanto il giorno di Pasqua. Questo appare chiaramente dal Sacramentario di S. Gregorio I, nel quale si legge: Item dicitur Gloria in excelsis Deo, si Episcopus fuerit, tantummodo die dominico, sive diebus festis. A presbyteris autem minime dicitur, nisi in solo Pascha. Dal secolo XI la recita divenne comune anche ai Sacerdoti, finchè nella revisione del Messale, per autorità di S. Pio V, se ne ordinò la recita, in date solennità e Feste, indistintamente ai Sacerdoti e ai Vescovi. [edit] Quando si recitaIl Gloria in excelsis si recita in generale in tutte le Messe che hanno carattere di letizia o di letizia insieme e di solennità. Quindi si dice: 1. ogni volta che nell'Ufficio relativo alla Messa si è recitato il Te Deum. Al Giovedi e al Sabato santo la Messa non è in relazione liturgica coll'Ufficio, quindi in essa si recita il Gloria nonostante che non sia detto il Te Deum; 2. in tutte le Messe dei Santi, nel giorno nel quale se ne fa l'Ufficio; 3. nelle Messe feriali del tempo pasquale; 4. nelle Domeniche che sono dalla Pasqua all'ultima dopo l'Epifania, eccetto quelle d'Avvento; 5. nelle Messe solenni votive. Non si dice il Gloria in tutti quei giorni o Uffici che hanno carattere di lutto o di penitenza, ovvero non hanno solennità. Quindi, non si recita: 1. nelle Messe da morto; 2. nelle Messe delle ferie fuori del tempo pasquale; 3. nelle Domeniche di Avvento e dalla Settuagesima alle Palme; 4. nelle Feste dei SS. Innocenti, ogni volta che non cade in Domenica. Quando invece questa Festa cade in Domenica, si celebra coi paramenti rossi e nella Messa si recita il Gloria; 5. nelle Messe votive private. [edit] Cerimoniale che ne accompagna la recitaPronunciando le parole Gloria in excelsis Deo si allargano, si elevano e si ricongiungono le mani chinando il capo alla parola Deo. Si ripete l'inchino del capo alle parole adoramus te, gratias agimus tibi, suscipe deprecationem nostram, Iesu Christe ad esprimere riverenza, ringraziamento e umiltà. In fine alle parole Cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris, Amen si fa il segno di croce e ciò per tre ragioni: a) perchè l'inno si chiude con una confessione della SS. Trinità ed il segno di croce esprime il mistero; b) per esprimere che la grazia e la pace ci provengono dalla croce; c) perchè contengono parole evangeliche, le quali, secondo un'antica regola, si devono recitare col segno di croce. Si noti bene che: a) pronunciando le parole Gloria in excelsis Deo si elevano le mani, non gli occhi nè le mani; b) le ultime parole Cum Sancto Spiritu si dicono facendo insieme il segno di croce e si devono incominciare e terminare con esso (3) c) terminato il segno di croce, le mani non si congiungono di nuovo ma si depongono tosto sull'altare per baciarlo. Tanto nelle Messe private come nelle cantate e solenni il Gloria si dice stando nel mezzo dell'Altare, con le mani giunte e coi relativi inchini.
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