Paolo VIDa Enciclopedia cattolica. Sua Santità Paolo VI, Romano Pontefice - 1939 / 1958 [edit] PAPA PAOLO VIIl futuro papa, Giovan Battista Montini nacque a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897 e alla nascita era talmente gracile e debole, che i medici che assistettero al parto, sentenziarono: “Durerà soltanto fino a domani”. I genitori Giorgio Montini e Giuditta Alghisi, possedevano la villa di campagna a Concesio, dove avvenne il parto e dove trascorrevano l’estate, secondo l’usanza delle famiglie borghesi e benestanti di Brescia e dell’epoca. Il bambino si riprese, ma crescerà stentatamente e malaticcio; come carattere prese soprattutto dalla madre, nobildonna delicata e gentile, piena d’amore per la sua famiglia, ma non espansiva, di poche carezze che manifestassero esteriormente questo affetto. La passione per la stampa, le polemiche roventi ma sempre civili del padre, si trasmetteranno presto al figlio Giovan Battista, che dimostrò sempre una predilezione per lo scrivere, che faceva intravedere una futura carriera di scrittore o critico letterario. Crebbe all’ombra e sotto la guida del padre, che in quegli anni fu un gran suscitatore di iniziative cattoliche, come le “Leghe bianche” nelle campagne bresciane, l’Unione del Lavoro; il pensionato scolastico; fondatore di una Casa Editrice “La Scuola”; impegnato in cariche pubbliche; dirigente, per incarico del papa Benedetto XV di una Sezione dell’Azione Cattolica; deputato per tre legislature. La casa dei Montini per anni vedrà la presenza di don Luigi Sturzo e Romolo Murri che insieme a Giorgio Montini saranno i fondatori del Partito Popolare Italiano, di estrazione cattolica, dal quale nel 1943 nascerà la Democrazia Cristiana; il giovane Giovan Battista assisteva alle discussioni e assimilava i concetti che poi elaborava nel suo studio; fra i frequentanti della casa c’era anche Alcide De Gasperi. Bisogna dire che il futuro papa, ebbe sempre un carattere severo e malinconico, in contrasto al clima gioioso e di concordia della sua famiglia, allietata da tre figli Ludovico, Giovan Battista e Francesco e da tanti parenti della patriarcale famiglia, agiata e senza ristrettezze economiche. Alternò brevi periodi di studio negli Istituti dei Gesuiti, sempre interrotti per motivi di salute e proseguiti privatamente, ciò gli impedì di avere quei contatti così necessari con altri compagni di scuola. Ciò nonostante tentò di arruolarsi nella Prima Guerra Mondiale, ma naturalmente fu scartato, probabilmente fu una fiammata d’amor di Patria e idealistica, comune ai giovani dell’epoca. La vocazione al sacerdozio non fu folgorante, ma graduale, frequentando sacerdoti e respirando il clima religioso della sua famiglia. Ebbe come padre spirituale l’oratoriano padre Giulio Bevilacqua, con il quale instaurò un’amicizia profonda; da papa vorrà dimostrargli la sua gratitudine, creando il vecchio parroco bresciano, cardinale, nonostante il suo meravigliato rifiuto. Frequentando da esterno il Seminario bresciano, sempre per i noti motivi di salute, con l’aggiunta di un lungo esaurimento nervoso; giunse ad essere ordinato sacerdote il 29 maggio 1920, dal vescovo di Brescia Gaggia. Certamente in questo cammino agevolato verso il sacerdozio, che a rigor di logica per la sua salute non avrebbe potuto raggiungere, ebbe un particolare riguardo essendo il figlio dell’impegnatissimo in campo cattolico avvocato Montini; e il vescovo decise per lui una destinazione per Roma; prima si laureò in cinque mesi, a Milano in Diritto Canonico, poi nell’autunno del 1920, il giovane sacerdote arrivò a Roma, alloggiando al Collegio Lombardo e si mise subito all’opera iscrivendosi alla ‘Gregoriana’ per la Teologia e contemporaneamente all’Università Statale, alla Facoltà di Lettere. Nella Curia Romana, carriera, Assistente FUCI romana e Nazionale, formatore di futuri politici
Venne segnalato da un’influente deputato bresciano, che lo conosceva da ragazzo, al cardinale Segretario di Stato Gasparri e così Montini dopo poche settimane entrò nell’Accademia dei nobili ecclesiastici, passaggio necessario per tutti i diplomatici della Chiesa, dove s’impara la difficile arte di trattare con i potenti e curando i rapporti internazionali. Fu chiamato il “pretino che non prende mai le ferie”, lavoratore instancabile, la sua scrivania era sempre piena di pratiche da sbrigare; ebbe come compagni, futuri monsignori, vescovi, cardinali, come Ottaviani, Tardini, Spellmann, Maglione, Tedeschini, ecc. Morto papa Benedetto XV nel 1922, salì al trono pontificio l’arcivescovo di Milano Achille Ratti, che prese il nome di Pio XI; sotto il suo pontificato cominciò l’ascesa nella Curia di Montini, che si fermerà solo al vertice. Trascorsero così due anni di apostolato gioioso, oltre il suo lavoro in Curia; gli studenti lo chiamarono “don Gibiemme” e gli davano del tu, si può dire che scoperse la sua gioventù, con scampagnate ai castelli romani, l’organizzazione di giochi e corsi didattici, provocando le uniche risate spontanee della sua vita; in seguito al massimo sorriderà con un dolce, consenziente, a volte mesto sorriso, ma mai allegro. Nel settembre del 1925, nel pieno del clamore della ‘Marcia su Roma’ fascista, papa Pio XI gli diede l’incarico di Assistente Nazionale della FUCI (Giovani universitari cattolici), carica che tenne dal 1926 al 1933, periodo difficile per la propensione del fascismo ad avere il controllo della gioventù, specie quella universitaria, tramite il GUF (gioventù universitari fascisti); in questo periodo egli lavora per raccogliere le migliori intelligenze cattoliche che escono dalle Università, per indicare le future mete politiche e sociali, fra loro vi furono Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Paolo Emilio Taviani, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Guido Carli. Intanto nella Curia continuava a salire di grado; nel 1934 era monsignore, quando morì il card. Gasparri, subentrandogli il romano cardinale Eugenio Pacelli e il nuovo Segretario di Stato nel riorganizzare i suoi collaboratori, chiamò Montini, che aveva già notato per le sue specifiche doti. Nel contempo all’altro ufficio di “sostituto degli Affari Straordinari” venne chiamato il suo ex compagno ‘minutante’ Domenico Tardini; i due collaboratori di Pacelli si stimeranno sempre, ma non si ameranno mai; tanto erano diversi nel carattere; tradizionalista ed esuberante Tardini; aperto alle novità, ma prudente Montini. Nel 1939 papa Pio XI morì quasi improvvisamente e Pacelli venne eletto papa con il nome di Pio XII, i due ‘sostituti’ rimasero al loro posto e il cardinale Luigi Maglione venne nominato Segretario di Stato, ma quando questi nel 1944 morì, papa Pacelli decise di non sostituirlo, lasciando la carica vacante; così i due ‘Sostituti’ divennero i numeri due della gerarchia vaticana. Il Sostituto Montini, moderato per natura, fu in contrasto con il Presidente dell’Azione Cattolica Luigi Gedda, che ligio alle disposizioni di Pio XII di cui era diventato il pupillo, cercò di organizzare i giovani d’A.C. in forma estremistica e di lotta aperta al comunismo; ormai in Vaticano egli era “Montini il progressista”. Nel Concistoro del 1953, il primo dopo molti anni, i nomi di Montini e Tardini non comparvero, pur essendo i più qualificati alla promozione cardinalizia e rimasero monsignori. La lotta fra ‘conservatori’ e ‘progressisti’ aveva avuto i suoi effetti; ma Montini impose il suo appoggio a De Gasperi nelle elezioni amministrative del 1952, il quale era allora inviso al Vaticano; i conservatori della Curia e lo stesso Pio XII, non perdonarono la sua scelta e il 3 novembre 1953 Montini fu allontanato, perché di questo si trattò, promovendolo nel contempo arcivescovo di Milano. La consacrazione a vescovo fu celebrata dal decano dei Cardinali Tisserant, il papa ammalato, fece sentire la sua voce con un collegamento radiofonico nella Basilica di S. Pietro, che benediceva il “diletto figlio”, che era stato suo diretto collaboratore per tanti anni. Nella diocesi di S. Ambrogio, Montini trovò una situazione socio-politica in piena evoluzione, si era nel periodo della ricostruzione civile e industriale post-bellica e ogni giorno arrivavano treni carichi di immigrati dal Sud. L’angoscia di vedere una società che convulsamente, era tutta impegnata alla costruzione di un mondo profano e materiale, lo sconvolse al punto di essere tentato di abbandonare tutto. Ma nel discorso d’insediamento, presenti tutte le componenti della società milanese, egli si dichiarò il pastore alla ricerca delle pecore smarrite, deludendo chi si aspettava di sentire il politico raffinato qual’era. In poco tempo riformò tutta la diocesi con piglio e metodi manageriali, ristrutturò il palazzo arcivescovile in abbandono; il suo attivismo attirò l’attenzione di tutto il mondo cattolico, che vide Milano come contraltare della Santa Sede. In breve lasciò le vecchie abitudini della Curia romana, per assumere il ritmo di lavoro ed efficienza dei milanesi; girò da una fabbrica all’altra incontro al mondo del lavoro; convinse l’alta finanza della città a sostenere la costruzione di nuove chiese. Restò a Milano per otto anni e fino alla morte di Pio XII avvenuta il 9 ottobre 1958 a Castelgandolfo, rimase arcivescovo senza ricevere la dignità cardinalizia, com’era privilegio della diocesi di Milano. Cardinale con Giovanni XXIII, diventa papa Paolo VI, il suo tormentato pontificato Nel Conclave che seguì si avvertì l’ombra del grande assente, venne eletto papa Giovanni XXIII, l’anziano Angelo Roncalli, patriarca di Venezia, il quale come suo primo scritto inviò una lettera all’arcivescovo di Milano per comunicargli la sua intenzione di nominarlo cardinale. In altre occasioni Giovanni XXIII disse: “Quel nostro caro figlio che sta a Milano, noi siamo qui a tenergli il posto” e lo mandò in giro per il mondo a rappresentarlo, gli fece conoscere ed approfondire non solo il mondo cristiano ma anche quello di altre religioni; proprio come un tirocinio per ogni futuro papa. E così dopo il breve pontificato di papa Giovanni, il papa che aveva indetto il Concilio Ecumenico Vaticano II, alla sua morte avvenuta fra il compianto generale il 3 giugno 1963, nel successivo conclave il 21 giugno 1963, veniva eletto 265° successore di S. Pietro, Giovan Battista Montini, il gracile pretino di Brescia, con il nome di Paolo VI, aveva 66 anni. Scrisse encicliche basilari per la dottrina della Chiesa, come l’“Ecclesiam suam”, la “Mysterium fidei”, la “Populorum progressio”, l’“Humanae vitae”, quest’ultima sul controllo delle nascite e sulla ‘paternità responsabile’, che tante polemiche suscitò e che costrinse per la prima volta un papa a difendersi pubblicamente. Abolì stemmi, baldacchini, la tiara pontificia, i flabelli bizantini delle fastose cerimonie pontificie, la sedia gestatoria, le guardie nobili, i cortei di armigeri, il trono fu sostituito da una poltrona, la Guardia Palatina; con suo decreto stabilì che i cardinali dopo gli 80 anni non potevano entrare in conclave; fece costruire la grandiosa aula delle udienze, che oggi porta il suo nome. Dovette affrontare e contestare le novità del ‘Nuovo Catechismo olandese’, la disubbidienza dilagante di fedeli e sacerdoti, cosa che l’angustiava oltremodo; il dissenso di vescovi e conferenze episcopali, la contestazione anche violenta come a Cagliari. Andò in India, all’ONU, a Fatima in Portogallo, in Colombia, a Ginevra, in Uganda, nelle Filippine, dove scampò ad un attentato, nelle Isole Samoa, l’Australia, l’Indonesia, Hong Kong e naturalmente in tante città italiane e parrocchie romane. Combatté contro il divorzio che veniva introdotto in Italia, più lacerante fu la lotta contro l’aborto, ambedue perse con suo grande dolore. Gli ultimi anni oltre la decadenza fisica, con l’artrosi che l’affliggeva, una operazione chirurgica alla prostata, furono amareggiati dalla ribellione del vescovo tradizionalista francese Marcel Lefèbvre, che suscitò quasi uno scisma e poi il dolore della morte del suo antico amico Aldo Moro, ucciso in pieno periodo di terrorismo, dalle Brigate Rosse nel maggio 1978, nonostante il suo toccante appello a rilasciarlo vivo. Pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Castelgandolfo il 6 agosto 1978, aveva scritto una intensa preghiera per il funerale dell’on. Moro, che aveva personalmente officiato in Laterano e che presagiva la fine del suo pontificato, durato 15 intensi e tormentati anni e della sua vita durata 81 anni, nonostante che sarebbe dovuto morire il giorno dopo la nascita: “Fa o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i defunti da questa esistenza temporale e noi tuttora viventi in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta…”.
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