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Urbano VIII

Da Enciclopedia cattolica.

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Sua Santità Urbano VIII, Romano Pontefice - 1623 / 1644
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Sua Santità Urbano VIII, Romano Pontefice - 1623 / 1644

PAPA URBANO VIII

Maffeo nacque a Firenze dalla nobile famiglia Barberini nell'aprile 1568. Si formò a Roma, presso il Collegio Romano, dove completò i suoi studi umanistici e di diritto. Attraverso l'influenza di uno zio, che era diventato Protonotaio Apostolico, ricevette, ancora molto giovane, diverse promozioni da Sisto V, che lo nominò Referendario, e da Gregorio XIV. Clemente VIII lo nominò Governatore di Fano e, nel 1604, Protonotaio Apostolico e arcivescovo di Nazareth; sempre nello stesso anno lo troviamo Nunzio Apostolico a Parigi. Nel 1606 fu elevato al cardinalato da Paolo V, protettore della Scozia nel 1607, arcivescovo di Spoleto nel 1608, Prefetto della Segnatura Apostolica di giustizia nel 1610, Legato Pontificio presso la città di Bologna dal 1611 al 1614. La sua brillante carriera venne coronata dall'ascesa al soglio pontificio il 6 agosto 1623, dopo neanche un mese di conclave apertosi alla morte di Gregorio XV. Il cardinale Barberini scelse di chiamarsi Urbano VIII.

Nel quadro della politica internazionale la sua opera incontrò ostacoli insormontabili non solo da parte degli Stati protestanti, ormai definitivamente sottratti alle direttive romane, ma anche da parte di alcuni grandi Stati cattolici: Francia, domini absburgici iberici e imperiali e, in Italia, Venezia, Stati sabaudi, Toscana. Gelosissimo della propria autorità, si mostrò sostenitore convinto del potere temporale del papato e si adoperò per la sua restaurazione, non con un'abile politica ma con la forza delle armi.

Il suo pontificato coprì ben ventuno degli anni durante la Guerra dei Trent'anni. In un primo momento appoggiò la politica imperiale perché questa favoriva la restaurazione del cattolicesimo in Germania, ma quando comprese che Spagna ed Impero, diventando troppo potenti, minacciavano di turbare l'equilibrio europeo e potevano nuocere all'autorità del papato, Urbano VIII cercò di rialzare il prestigio della Francia.

Contemporaneamente cercò d'allargare più che poteva i confini dello Stato della Chiesa. Ci riuscì annettendo ai territori pontifici il ducato di Urbino. Quando Federigo Ubaldo, unico erede di Francesco Maria II Della Rovere, morì, Urbano VIII con abilità costrinse il vecchio duca a riconoscere i diritti della Santa Sede sul ducato di Urbino ed il 1° gennaio 1625 incaricò Berlinghiero Gessi di assumere il governo del ducato. Nel 1631, alla morte dell'ultimo roveresco, l'annessione fu completa.

Urbano VIII fu l'ultimo papa che praticò il nepotismo su vasta scala e diversi membri della sua famiglia vennero enormemente arricchiti dai suoi favori: infatti nominò il fratello Carlo Generale della Chiesa e duca di Monterotondo comperandogli da don Filippo Colonna il principato di Palestrina, nominò Francesco Barberini suo primo ministro, cercò di dare al nipote Taddeo, cui assegnò una rendita annua di 60.000 scudi, il ducato d'Urbino e, fallitogli il disegno di sposarlo con Vittoria della Rovere, gli diede in sposa Anna Colonna. In compenso essi lo implicarono in una guerra di parecchi anni con il ducato di Parma e Piacenza.

Attivissima la sua opera diplomatica nella guerra di successione dei Gonzaga a Mantova, coronata con la conclusione della Pace di Ratisbona nel 1627, con la successione del Duca di Nevers, contro le pretese degli Asburgo, dei quali temeva la preponderanza. Altre spinose situazioni dovette affrontare in Valtellina e, all'estero, in Inghilterra, dove il matrimonio di Carlo I con Enrichetta di Francia non dette i frutti sperati nei riguardi dei cattolici inglesi. Fu l'ultimo Papa ad estendere il territorio dello Stato Pontificio.

Sotto il pontificato di papa Urbano ebbe luogo il famoso processo che portò alla condanna definitiva di Galileo Galilei.

Con la bolla Omnes Gentes plaudite manibus, datata 29 aprile 1624, ma pubblicata solo il 6 agosto indisse il XIII Giubileo.
I preparativi iniziarono fin dal settembre 1624 organizzando anche il servizio d'ordine e l'approvvigionamento dei viveri, sia nei paesi vicini che in quelli più lontani. I cardinali furono esortati a riordinare le loro chiese e a seguire la buona condotta del clero. Anche all'interno del Vaticano furono allestiti vari e lussuosi appartamenti per ospiti illustri. Solenne fu l'apertura della Porta Santa il pomeriggio della vigilia di Natale annunciata con il suono delle campane per tre volte al giorno nei tre giorni precedenti.
Durante questo Giubileo il Papa vietò ai sacerdoti di fiutare tabacco in chiesa e, il 28 gennaio 1625, con la bolla Pontificia sollicitudo concesse di lucrare l'indulgenza giubilare anche a quanti erano impediti di recarsi a Roma, nonché ai carcerati e agli ammalati. Stabilì anche che i pellegrini che giungevano a Roma potevano vedere le opere di sistemazione della nuova basilica di san Pietro mentre il Bernini stava lavorando al Baldacchino sull'altare della confessione.

Il 30 gennaio con il breve Paterna dominici gregis cura, dato il pericolo del colera che veniva dalla Sicilia e da Napoli, sostituì la visita della basilica di San Paolo con quella di Santa Maria in Trastevere alla quale concesse l'apertura di una Porta Santa sul fianco sinistro, tuttora conservata; e concesse la visita alle chiese di santa Maria del Popolo e san Lorenzo in Lucina in sostituzione di quelle di san Sebastiano e di san Lorenzo, situate fuori le mura. Venne introdotta la novità, divenuta poi usanza comune, di lucrare l'indulgenza ogni volta che si ripetessero a Roma le opere prescritte.

Fu proprio sotto il pontificato di Urbano VIII che 85 vescovi di Francia chiesero la condanna, perché ritenute eretiche, dell'Augustinus di Giansenio; il libro fu inserito nell'Indice dei testi proibiti con un decreto del 1641. L'anno successivo lo stesso pontefice si espresse con la bolla di condanna In eminenti; questo fu il primo atto ufficiale contro il Giansenismo e ciò, tuttavia, non me impedì lo sviluppo.

Nel governo della Chiesa si attenne scrupolosamente al Concilio di Trento. A lui si deve la riforma del breviario e del clero romano. In proposito concesse a tutti i cardinali di fregiarsi, al posto di 'Illustrissimo', del titolo di 'Eminenza', prima riservato solo ai nobili. Obbligò i vescovi alla residenza nelle rispettive diocesi.
Favorì l'attività missionaria, specie in Asia (Persia, Birmania, Siam, Molucche, Filippine, Giappone) e in Africa (Etiopia). A tale scopo eresse, con la bolla Immortalis Dei Filius del 1° agosto 1627, un Collegio de Propaganda Fide, sotto la protezione dei santi Pietro e Paolo, dandogli il proprio nome Urbanum. Questa istituzione doveva provvedere al "reclutamento e alla formazione di zelanti missionari per la diffusione della fede presso tutti i popoli del mondo, per la raccolta di notizie e di studi riguardanti i nuovi popoli che venivano in contatto con la fede cristiana, specialmente in Oriente, e per la riconduzione all'unità della Chiesa a tanti cristiani divisi da Essa".

Procedette alla regolamentazione del culto dei Beati e dei Santi determinando che solo le persone beatificate o canonizzate dalla Sede Apostolica potevano essere oggetto di venerazione: per le persone da accettare come sante prima del suo decreto del 1634 si richiedeva un culto di almeno cento anni; per quelle venute dopo il 1634 si richiedeva un duplice processo, prima locale, fatto dall'Ordinario del luogo, poi quello Apostolico. Il processo sulle virtù doveva essere corredato, inoltre, anche da due miracoli rigorosamente provati.

Beatificò e canonizzò molti santi, tra questi i più noti sono: Ignazio di Lodola, Francesco Saverio, Luigi Gonzaga, Filippo Neri, Andrea Avellino, Gaetano da Tiene, Felice di Cantalice, Francesco Borgia (gesuita, nipote di Alessandro VI), Giacomo della Marca (il francescano che con i Monti di Pietà aveva combattuto l'usura), Elisabetta regina di Portogallo.

Inoltre, in seguito a numerose richieste dei vescovi francesi e germanici, con la bolla Universa per orbem del 24 settembre 1642 provvide a regolare un nuovo calendario di giornate festive: furono fissete 31 feste di precetto; a queste 31 si aggiungevano le domeniche, le feste dei patroni, le feste delle diocesi e quelle delle varie nazioni. Ai vescovi fu vietata l'introduzione di nuove giornate festive.
Nel 1631 soppresse le Dame Inglesi, un'associazione di Gesuite fondate nel 1609 dalla nobile inglese Maria Ward, in stretta aderenza alla Compagnia di Gesù, per l'educazione della gioventù femminile, abolita in seguito a intrighi avversari e ad una sua pretesa di ribellione.
Sostenne molto la stampa, non ancora molto diffusa, ampliando la Stamperia Poliglotta Vaticana.

Ma Urbano VIII fu soprattutto, e forse per questo è oggi maggiormente ricordato e apprezzato, il massimo mecenate della squisita stagione del Barocco romano. Sotto il suo pontificato moltissime opere, che ancora oggi abbelliscono Roma, videro la luce: palazzi, mura, monumenti, statue, ma anche quadri, arazzi e mosaici. E per far fronte alla realizzazione dei tantissimi lavori commissionati, spese ingenti somme di danaro che assottigliarono non poco le casse pontificie ed impose tasse salatissime. Fu anche egli personalmente un uomo colto nonché un un abile scrittore di versi in latino

Durante il suo pontificato pensò che Roma dovesse aver bisogno di una nuova cinta muraria lungo il fianco del Gianicolo. Il nuovo muro, terminato nel 1643, fu disegnato dall'architetto Marcantonio de Rossi lungo una linea diretta che percorreva il lato occidentale del colle e, per la sua realizzazione, furono demolite numerose abitazioni che si affacciavano sulla calata. La cinta muraria è rimasta intatta dopo quattro secoli.
Rafforzò Castel Sant'Angelo dotandolo di una batteria di cannoni in bronzo, che fu ricavato dalle massicce travi tubolari in bronzo del Pantheon, utilizzate anche per il baldacchino in san Pietro. Questa violazione di un edificio sopravvissuto fin dai tempi dell'Impero Romano, portò al celeberrimo detto: "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini" - Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini. Inoltre fece erigere a Roma alcune fabbriche di armi e chiamò a lavorarvi dall'estero operai e rinomati maestri, facendo sì che in breve l'armeria pontificia poteva fornire armi per 40.000 soldati a piedi e a cavallo.

Ad Urbano toccò l'onore di inaugurare solennemente la basilica di san Pietro, finalmente completata fin dal 1612, nel 1626.

La morte, avvenuta dopo quasi ventuno anni di pontificato, colse papa Urbamo il 29 luglio 1644, accellerata, si disse, dal dispiacere per i risultati della guerra intrapresa contro il Duca di Parma. Le sue spoglie riposano in san Pietro, sotto il solenne mausoleo funebre, commissionato da lui personalmente al Bernini.