|
|
|||||||
| Principale Notizie e discussioni sull'attualità ecclesiale |
![]() |
|
|
Strumenti discussione | Modalità visualizzazione |
|
|
#101 |
|
Iscritto
![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Data registrazione: Nov 2008
Località: stato pontificio
Età: 59
Rito: Romano (forma straordinaria)
Messaggi: 202
|
Hai ragione tu.
|
|
|
|
|
|
#102 | ||
|
Moderatore
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.513
|
Citazione:
Citazione:
__________________
Oboedientia et Pax
|
||
|
|
|
|
|
#103 |
|
Moderatore
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.513
|
Cari fratelli e sorelle, l’Anno Sacerdotale che stiamo celebrando costituisce una preziosa occasione per approfondire il valore della missione dei presbiteri nella Chiesa e nel mondo. Utili spunti di riflessione, al riguardo, ci vengono dalla memoria dei santi che la Chiesa quotidianamente ci propone. In questi primi giorni del mese di agosto, ad esempio, ne ricordiamo alcuni che sono veri modelli di spiritualità e di dedizione sacerdotale. Ieri era la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, grande maestro di teologia morale e modello di virtù cristiane e pastorali, sempre attento alle necessità religiose del popolo. Oggi contempliamo in san Francesco d’Assisi l’ardente amore per la salvezza delle anime, che ogni sacerdote deve costantemente nutrire: ricorre infatti il cosiddetto "Perdono di Assisi", che egli ottenne dal Papa Onorio III nell’anno 1216, dopo aver avuto una visione, mentre si trovava in preghiera nella chiesetta della Porziuncola. Apparendogli Gesù nella sua gloria, con alla destra la Vergine Maria e intorno molti Angeli, gli chiese di esprimere un desiderio, e Francesco implorò un "ampio e generoso perdono" per tutti coloro che "pentiti e confessati" avrebbero visitato quella chiesa. Ricevuta l’approvazione pontificia, il Santo non aspettò nessun documento scritto, ma corse ad Assisi e, giunto alla Porziuncola, annunciò la bella notizia: "Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!". Da allora, dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del 2, si può lucrare, alle consuete condizioni, l’indulgenza plenaria anche per i defunti, visitando una chiesa parrocchiale o francescana.
Che dire di san Giovanni Maria Vianney, che ricorderemo il 4 agosto? Proprio per commemorare il 150° anniversario della sua morte ho indetto l’Anno Sacerdotale. Di quest’umile parroco, che costituisce un modello di vita sacerdotale non solo per i parroci ma per tutti i sacerdoti, mi riprometto di parlare nella catechesi dell’Udienza generale di mercoledì prossimo. Il 7 agosto, poi, sarà la memoria di san Gaetano da Thiene, il quale soleva ripetere che "non con l’amore sentimentale, ma con l’amore dei fatti si purificano le anime". Ed il giorno dopo, l’8 agosto, la Chiesa ci additerà come modello san Domenico, del quale è stato scritto che "apriva bocca o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio". Non posso infine dimenticare di ricordare anche la grande figura di Papa Montini, Paolo VI, di cui il 6 agosto ricorre il 31° anniversario della morte, avvenuta proprio qui a Castel Gandolfo. La sua vita, così profondamente sacerdotale e ricca di tanta umanità, rimane nella Chiesa un dono di cui ringraziare Dio. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, aiuti i sacerdoti ad essere tutti totalmente innamorati di Cristo, seguendo l’esempio di questi modelli di santità sacerdotale. (Benedetto XVI, Angelus del 2 agosto 2009)
__________________
Oboedientia et Pax
|
|
|
|
|
|
#104 |
|
Moderatore
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.513
|
Anno Sacerdotale, il mondo guarda ad Ars
Martedì, nel 150° della morte del Santo Curato, le celebrazioni col cardinale Hummes Era il 1929 quando Pio XI proclamò Giovanni Maria Vianney «Santo patrono di tutti i parroci del mondo». A distanza di ottanta anni Benedetto XVI ha scelto il Curato d’Ars come modello per «promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti» indicendo l’Anno Sacerdotale nella ricorrenza del 150° della morte di san Giovanni Maria Vianney. Un anniversario che cadrà martedì, memoria liturgia del santo Curato, e che la diocesi francese di Belley-Ars e il Santuario di Ars si preparano a vivere con numerosi appuntamenti. Alle 10 del mattino sarà la Basilica di Ars ad ospitare la Messa solenne cui sono attesi pellegrini da tutta la Francia. Nel pomeriggio si svolgerà una processione con la reliquia del cuore di san Giovanni Maria Vianney e poi è prevista la recita dei Vespri solenni, sempre nella Basilica di Ars. A presiedere le celebrazioni sarà il cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, del quale ieri il sito internet www.annussacerdotalis.org ha pubblicato un messaggio indirizzato ai sacerdoti. «Carissimi presbiteri – scrive il cardinale – noi, pastori, siamo chiamati oggi, con urgenza, alla missione, sia 'ad gentes', sia nelle regioni dei Paesi cristiani, dove tantissimi battezzati si sono allontanati dalla partecipazione nelle nostre comunità o, addirittura, hanno perso la fede. Non possiamo aver paura, né restare quieti a casa nostra». Poi aggiunge: «Il nostro popolo vuol sentire la vicinanza della sua Chiesa». E il porporato spiega: «Non lanceremo il seme della Parola di Dio soltanto dalla finestra della nostra casa parrocchiale, ma usciremo nel campo aperto della nostra società, a cominciare dai poveri, raggiungendo anche tutti i livelli e le istituzioni della società». Domani, sempre in Francia, nel giorno che precede la memoria liturgica del Curato d’Ars, il vescovo di Belley-Ars, Guy Marie Bagnard, terrà una conferenza sull’Anno Sacerdotale (Anno che è stato aperto dal Papa lo scorso 19 giugno). Successivamente nella Basilica di Ars sarà celebrata una Messa per le vocazioni sacerdotali. In serata una veglia di preghiera e di riconciliazione. Quella di Giovanni Maria Vianney è stata «vita sotto lo sguardo di Dio». Nato l’8 maggio 1786 a Dardilly, vicino a Lione, in una famiglia di coltivatori, vive un’infanzia segnata dall’influenza della Rivoluzione francese. Fa la sua prima comunione in un fienile durante una Messa clandestina celebrata da un sacerdote ribelle. A 17 anni sceglie di rispondere alla chiamata del Signore: «Vorrei guadagnare delle anime al Buon Dio», dirà alla madre, Marie Béluze. Due anni più tardi comincia a prepararsi al sacerdozio con l’abate Balley, parroco di Écully. È costretto a disertare quando viene chiamato ad entrare nell’esercito per combattere nella guerra di Spagna. Ordinato sacerdote nel 1815, viene mandato dopo due anni ad Ars dove risveglia la fede dei suoi parrocchiani con le sue prediche, ma soprattutto con la sua preghiera e il suo stile di vita. Si lascia avvolgere dalla misericordia di Dio e fonda un orfanotrofio che chiama «La Provvidenza». La sua reputazione di confessore attira numerosi pellegrini. Sacerdote che si consuma davanti al Santissimo Sacramento, muore il 4 agosto 1859. (G.Gamb.) fonte: Avvenire, 02/08/09
__________________
Oboedientia et Pax
|
|
|
|
|
|
#105 |
|
Moderatore
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.513
|
Fra adorazione e pellegrinaggi la risposta delle diocesi italiane
Venezia in San Marco davanti al Santissimo, Acqui sulle orme di Antonio Rosmini. E Genova chiama i suoi preti alla Guardia DI VINCENZO GRIENTI Un’occasione di grazia – l’Anno Sacerdotale voluto da Benedetto XVI – che si può cogliere nelle diocesi italiane attraverso la trama di iniziative organizzate per celebrare questo «tempo forte » . Un anno che mette in evidenza la vocazione, la santità e l’apostolato di chi esercita il ministero sacerdotale. Così martedì il Patriarcato di Venezia dedica una giornata di adorazione eucaristica nella Basilica di San Marco per celebrare la memoria liturgica di san Giovanni Maria Vianney, figura esemplare di sacerdote riproposto dal Papa all’attenzione della comunità cristiana in occasione di quest’anno dedicato ai sacerdoti. Alla Messa delle 10 seguiranno quattro ore, due la mattina e due il pomeriggio, di adorazione eucaristica: per le vocazioni sacerdotali e religiose; per i sacerdoti malati e per i sacerdoti impegnati nel ministero pastorale. Alle 16.30 la benedizione eucaristica concluderà l’adorazione. Gli spunti di meditazione e di preghiera saranno attinti dagli scritti del santo Curato d’Ars che di fronte all’Eucaristia era solito affermare: « Io lo guardo e lui mi guarda » . Ad Acqui , l’Ufficio per la pastorale del tempo libero, turismo e pellegrinaggi promuove un pellegrinaggio al Sacro Monte Calvario di Domodossola, guidato dal vescovo Pier Giorgio Micchiardi. Sarà celebrata una Messa, preceduta dalla meditazione sulla figura del beato Antonio Rosmini. Anche dal punto di vista della pastorale missionaria l’Anno Sacerdotale è molto importante. « Proprio nella Fidei donum si radica l’affermazione di Presbyterorum ordinis secondo cui il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell’ordinazione non li prepara a una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e universale missione di salvezza fino agli estremi confini della terra, dato che qualunque sacerdote partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli apostoli » , spiega don Gianni Cesena, direttore dell’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria della Cei e direttore generale di Missio a Roma. Proprio la rivista Popoli e Missione delle Pontificie Opere Missionarie ha dedicato uno speciale all’Anno Sacerdotale e numerosi centri missionari diocesani in tutta Italia stanno promuovendo iniziative e momenti di preghiera e riflessione. In occasione dell’Anno Sacerdotale, quest’anno, a Genova gli esercizi spirituali al Santuario della Guardia del prossimo ottobre ( da domenica 18 a giovedì 22) saranno guidati dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, assieme al vescovo di Aosta, Giuseppe Anfossi. fonte: Avvenire, 02/08/09
__________________
Oboedientia et Pax
|
|
|
|
|
|
#106 |
|
Moderatore
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.513
|
Milano
Tettamanzi: riscopriamo insieme il dono del sacerdozio battesimale L’Anno Sacerdotale, «bussola» del cammino pastorale della Chiesa ambrosiana: intervista dell’arcivescovo oggi su «Milano Sette» DI LORENZO ROSOLI Quello dell’arcidiocesi di Milano « sarà un anno pastorale che trova il suo motivo ispiratore nell’Anno Sacerdotale che il Papa ha proposto a tutta la Chiesa » . Un anno per riscoprire la bellezza della vocazione presbiterale. Ma anche « il dono primo e più grande che il Signore ha fatto all’umanità » : « Il sacerdozio battesimale, il sacerdozio dell’intero popolo di Dio, un sacerdozio che è il segreto, il fondamento, l’anima, lo stile di vita di ogni cristiano » . Perciò preti e fedeli laici sono chiamati a coltivare insieme «la comune tensione verso la santità: la perfezione dell’amore di cui deve vibrare sia il sacerdozio ordinato sia quello battesimale » . Sono, questi, alcuni passi dell’intervista all’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, che Avvenire pubblica oggi nelle pagine dell’inserto Milano Sette . L’intervista – raccolta da don Davide Milani, direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali – anticipa e presenta temi e priorità del nuovo anno pastorale. Un anno – nella scia del ' tempo forte' voluto Benedetto XVI – per rilanciare la sfida della « vocazione » con la « preghiera corale » e l’impegno educativo. E che getta una luce nuova su « cantieri » aperti della Chiesa ambrosiana come l’iniziazione cristiana e le comunità pastorali. Un anno – sottolinea Tettamanzi – che in realtà è già iniziato: il 14 luglio scorso ad Ars, quando davanti a un centinaio di pellegrini ambrosiani l’arcivescovo celebrò la Messa nella chiesa parrocchiale della città in cui san Giovanni Maria Vianney visse la sua mirabile parabola presbiterale. L’Anno Sacerdotale, spiega ancora Tettamanzi, « come ambrosiani ci vede particolarmente sensibili » . Infatti « uno degli ultimi e più rilevanti avvenimenti dell’anno pastorale appena concluso è stata l’Assemblea sinodale del clero di Milano, un percorso giunto al suo vertice con la celebrazione del 20 maggio in Duomo » , che ha generato, quale « segno visibile del percorso compiuto, il testo La Chiesa di Antiochia 'regola pastorale' della Chiesa di Milano » . Nell’intervista Tettamanzi illustra il legame profondo fra il tema dell’ultimo triennio della diocesi ambrosiana – la famiglia – e l’orizzonte aperto dall’Anno sacerdotale. Lo fa attingendo ancora al pellegrinaggio diocesano in Francia del 10-14 luglio scorsi che fece tappa anche a Lisueux, la città in cui visse Teresa di Gesù Bambino, e ad Alençon, dove la santa nacque da Louis e Zélie Martin, i suoi genitori beatificati il 19 ottobre scorso. « Se non ci fossero stati questi due coniugi beati, la Chiesa avrebbe avuto la testimonianza e l’esempio di santa Teresa? » . Dunque: se «importantissima è la vocazione del sacerdote», «il dono primo e più grande » è « il sacerdozio battesimale » . Perciò, aggiunge l’arcivescovo, risvegliare questa coscienza nei laici dovrebbe essere « il primo impegno del nuovo anno » . « Siamo tutti ' sacerdoti', chiamati ad offrire il sacrificio della nostra vita quotidiana come espressione di amore verso Dio e peri fratelli. Con un’attenzione costante che ci deve affascinare e inquietare per il prossimo anno: la comune tensione verso la santità » di preti e laici, «fondamentale e comune vocazione di tutti i cristiani». Continuerà – assicura Tettamanzi – anche l’impegno relativo al Fondo famiglia- lavoro promosso dalla diocesi a beneficio dei nuclei colpiti dalla crisi. Oltre cinque milioni di euro la somma raccolta finora e « quasi tutti distribuiti » . Ma il « fare » e il « dare » non bastano, se non si scelgono con decisione « la dimensione dell’essere » e « la via della sobrietà » : « anche nelle scelte pastorali » fonte: Avvenire, 02/08/09
__________________
Oboedientia et Pax
|
|
|
|
|
|
#107 |
|
Moderatore
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.513
|
Cassano
Al via un triduo di preghiera Bertolone: sulla scia di Vianney Anche la diocesi di Cassano allo Ionio celebra l’Anno Sacerdotale e ricorda la figura del santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, a centocinquant’anni dalla morte. Lo fa con un triduo di preghiera (da oggi a martedì) nella chiesa di Santa Maria del Colle, a Mormanno – nel Cosentino –, arricchito da momenti di confronto e musica sacra. Questa sera alle 20 l’inizio con una serata musicale-letteraria. Domani, dalle 22.30 sino alle 12 di martedì, l’adorazione eucaristica. E proprio martedì, alle 18, la conclusione del triduo con la concelebrazione presieduta dal vescovo di Cassano allo Ionio, Vincenzo Bertolone. Il presule, al riguardo, definisce il santo francese un «punto di riferimento per tutta la Chiesa». «È doveroso – prosegue – prendere coscienza del fatto che la comunione, nella Chiesa, in Dio e tra gli uomini, è il bene più prezioso. Ciò presuppone un presbitero che guardi al mondo con gli occhi dei profeti tendendo alla perfezione; un uomo ospitale, amante del bene e pio, capace di stringere relazioni belle nel Signore con coloro che lo incontrano, il cui cuore e la cui intelligenza siano aperti a tutte le espressioni belle della vita dell’uomo, interessato e appassionato alla sapienza delle cose umane, scrutatore di valori e di significati nascosti, ma presenti e possibili». Fra le proposte della diocesi sono previsti incontri formativi per i sacerdoti; la presentazione di alcune figure di preti e religiose particolarmente significativi nella storia della comunità cristiana locale tra cui monsignor Raffaele Barbieri, don Carlo De Cadorna e suor Semplice Maria Berardi. In programma anche un pellegrinaggio ad Ars. fonte: Avvenire, 02/08/09
__________________
Oboedientia et Pax
|
|
|
|
|
|
#108 |
|
Vecchia guardia di CR
![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Data registrazione: Dec 2007
Località: Roma (PUL-PSRM)
Rito: Romano
Messaggi: 2.881
|
Il curato d'Ars modello sacerdotale in un discorso
dell'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini Ma non si crede a un prete che se la gode Il 18 novembre 1959, nell'anno centenario della morte di san Giovanni Maria Vianney, l'arcivescovo di Milano pronunciò un discorso sulla figura e l'opera del curato d'Ars. Lo ripubblichiamo secondo l'edizione critica dei Discorsi e scritti milanesi (1954-1963) (Brescia, Istituto Paolo VI, 1997, pp. 3153-3169). Il testo è stato ora opportunamente compreso nel volume curato da Leonardo Sapienza Stile sacerdotale. Sulle orme di San Giovanni Maria Vianney Curato d'Ars (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine 202, euro 11). Parlare di un Santo è sempre difficile, se non si vuole fare semplicemente la narrazione storica, ché questa è relativamente facile e, nel caso nostro sarebbe anche abbastanza semplice. La vita di Giovanni Maria Vianney non presenta grandi quadri, né grandi drammi: procede con una uniformità nel periodo che ci interessa, dal principio alla fine, molto uguale e molto semplice. È difficile, dico, se non si vuol fare della esaltazione retorica e se si vuole stare alla realtà, questa realtà umana che l'agiografia moderna cerca di proporzionare alla statura comune. E avviene allora che ci sentiamo in simpatia col Santo di cui vogliamo descrivere la vita e conoscere le virtù. Ci sembra quasi che, a metterlo al nostro livello, diventiamo anche noi un po' come lui e possiamo in qualche modo pretendere di avere con lui qualche conversazione. A un certo punto poi ci si accorge che la statura sua, quella del Santo, eccede alla nostra misura e di quel tanto che non ci è facile misurare. Qualche cosa di superiore, di singolare, di eccezionale, di carismatico viene a dare al Santo questa sua prerogativa, questa sua singolarità, e restiamo ancora silenziosi e un po' umiliati di saperci diversi e forse quanto diversi da lui. Nel caso poi del Santo Curato d'Ars, per me almeno, le difficoltà crescono: crescono per il fatto che c'è qualche cosa di veramente straordinario in questa vita così ordinaria; giuocano degli elementi che hanno fatto il fascino di alcune sue biografie e, in gran parte, della popolarità che questo Santo si è acquisito e di quanto ha circondato la letteratura che ne ha illustrato la vita. Ma la difficoltà maggiore, mi pare che cresca in questo, che ci è proposto questo Santo sotto un duplice aspetto: di protettore nostro, di noi preti e di modello, vale a dire che dovremmo essere capaci di imitarlo. E se lo accettiamo tanto volentieri come protettore e ci sentiamo confortati da una figura così dolce, così mite, così umile, così sollecita, così comprensiva come fu questo del secolo scorso, di averlo nostro tutore, di averlo nostro interprete presso il Signore dei nostri bisogni, delle nostre fatiche, delle nostre aspirazioni, quando, invece, si tratta di dire: devo conformarmi a lui, dovrei essere capace di assimilarmi a questa figura, le cose diventano molto difficili, dico almeno per me. Per fortuna questo Santo è fra i più documentati, come sapete; direi che non ci sfugge nulla della sua vita. Se si pensa a quanto è stato scritto, almeno in Francia e altrove, sopra di lui, vediamo che non c'è gran che fatica a trattare di lui e venire a conoscenza di questa mirabile apparizione che è la sua vita. Fu tra i Santi, dico, che ebbero l'onore di una "canonizzazione" ancora in vita. Tanti Santi scoprono la loro santità a morte avvenuta ed è quasi una riabilitazione che l'opinione pubblica, la Chiesa stessa tante volte fa dei Santi che poi onora sugli altari. Pensate a quanti Santi hanno avuto, direi, un processo di riesame, di riabilitazione della loro vita per essere proposti poi al culto del pubblico e all'imitazione dei buoni. Questo invece fu già in vita molto molto celebrato, molto conosciuto; circolavano ancora prima della sua morte delle piccole biografie, tanti ritratti, gente che si dava premura di raccogliere le reliquie ancora prima che la sua vita fosse al tempo terminata. Si dice che questo capitò un po' anche ad altri Santi, a San Carlo per esempio. Il Giussano, che è uno dei biografi di San Carlo e gli fu segretario negli ultimi anni, scrivendone la vita, che è una delle fondamentali su la vita di San Carlo, dopo circa una trentina d'anni, notava che erano già uscite sette biografie di San Carlo. Ebbene, del Curato d'Ars, a due anni nemmeno dalla sua morte, sono usciti due grossi volumi del Monnin che sono ancora la base principale per questa sua descrizione, per questa sua conoscenza. E vediamo che il processo di beatificazione fu auspicato nell'elogio funebre stesso che il Vescovo di Belley pronunciò sul Santo, augurandosi che fosse riconosciuta dalla Chiesa questa eccezionale figura come degna del culto dei cristiani, della comunità cristiana. Tardò invece la canonizzazione e anche la beatificazione più di cinquant'anni. Ma il fatto è che la fama di santità e la conclamata sua eccezionalità di vita fu immediata e, di lì, tutta una letteratura che ci ha conservato parole, un po' di prediche, frammenti, episodi moltissimi, e poi, e poi pochi Santi hanno avuto i commenti autorevoli che questo ha avuto, voglio dire dei Papi. I Papi di questo secolo hanno preso la parola sopra questo santo per magnificarne le virtù, per illustrarne la vita, per raccomandarne gli esempi. E così veniamo dopo i discorsi di Pio xi sul Santo Curato d'Ars, dopo i tanti accenni che ne fece Pio xii, veniamo nientemeno che ad una Enciclica, l'ultima, quella che provoca queste nostre meditazioni sul santo; l'Enciclica fu pubblicata, come tutti sanno, da Papa Giovanni XXIII, che è felicemente regnante (...). Mi pare invece che noi abbiamo sempre qualche cosa da fare su questo Santo, non tanto, ripeto, per presentarci una figura, che diamo per conosciuta, quanto per assimilare noi stessi a questo Santo. Se volessimo davvero avvicinarci a lui, se volessimo davvero osare di compaginare in qualche maniera la nostra vita sacerdotale alla sua, che cosa dovremmo fare? Il tema resta molto più accessibile a questa nostra semplice conversazione. E lo sforzo, anzi il tentativo di approssimarci a lui, ci impone prima di tutto un problema: quello di esaminare se la nostra coscienza sacerdotale sia simile a quella che il Curato d'Ars ebbe della propria vita e dignità sacerdotale. Abbiamo lo stesso pensiero? La pensiamo alla stessa maniera? Noi dobbiamo avere un concetto di noi. Che concetto aveva il Curato d'Ars di sé? E qual è il nostro? Differiscono? Combaciano? Si ricercano? Direi che fortunatamente si ricercano e in parte anche combaciano. Ed è una delle cose più belle che possiamo notare sulla vita ecclesiastica del nostro tempo; questo modello ha già lavorato nella Chiesa di Dio, ha già avuto una riproduzione tendenziale almeno che merita che la accettiamo e la notiamo con consolazione e con incoraggiamento. Ma il fatto è che bisogna che noi stringiamo, sotto questo punto di vista, le distanze e cerchiamo di fare nostra, quanto è possibile, la considerazione che il Curato d'Ars aveva di se stesso. Se partiamo di qui, qualche cosa di più otterremo. E vediamo, sotto questo punto di vista, due punti molto molto ovvi: il primo che non è originale in San Giovanni Maria Vianney, ma direi in tutti i Santi, i veri Santi, è di una straordinaria umiltà. I Santi sono divorati da questo senso del loro nulla, di questo senso di sproporzione fra il Dio e il Cristo che adorano e che servono, e ciò che loro sono. Questa abissale distanza è stata notata per prima dalla più santa delle creature, la Madonna. Nel canto del Magnificat, che proprio mentre celebra le grandezze di Dio, in Dio e in sé, dice: fecit mihi magna qui potens est ha fatto cose grandi il Signore in me perché ha guardato l'umiltà, la bassezza, l'inanità della sua serva, della sua ancella. E così San Giovanni Maria Vianney ha di sé una ricorrente, una istancabile umiltà. Noi siamo alcune volte quasi disturbati da queste professioni, che ci sembrano esagerate, di nullità dei Santi; ma bisogna capirle, non sono affettazioni, non sono professioni gratuite, non sono difese formali contro gli elogi che la gente fa a chi si mostra virtuoso e diventa maestro degli altri. I Santi hanno davvero questo senso di vuoto proprio e lo vivono, e lo declamano, e lo professano, e ne accettano anche logicamente le conseguenze se qualcuno li disprezza; se qualcuno li prende sul serio, sembra che davvero li abbiano a ringraziare, perché è proprio così. Io leggo una frase o due che possono documentare, per quanto sia superfluo, questo modo di vedere e questo modo di sentire del Santo di sé. Quando verso la fine della sua vita gli fu dato un Sacerdote che lo aiutasse, un coadiutore, egli andava dicendo al suo coadiutore: "Oh! quando voi siete presente, qui ancora ci si fa, ma quando io sono solo, oh, io non valgo nulla. Io sono come gli zero che non hanno valore se non a fianco di altre cifre". E poi, con una frase che mi sembra splendida anche dal punto di vista letterario, esclamerà una volta: "Oh! io non ho ancora vissuto un giorno". Quanta miseria sentiva nella propria vita che diceva che nessun giorno era stato come avrebbe dovuto essere. E quando cominceranno a tributargli qualche segno di considerazione, di onore, lui ironizzerà i segni di onore che lo circondano e continuerà a dirsi: "Bisogna proprio dire che io sia un ipocrita perché mi manifesto a qualche maniera che inganna gli altri". E nella Vita che vi ho citato del Monnin, nella prima pagina, c'è la riproduzione di un suo scritto, litografata, in cui anche là abbondano queste frasi, vergate con fatica, ma con energia: "Come sono ipocrita, ma che sono un povero peccatore", e così via. C'è il senso affliggente, ma atrocemente vero, nella coscienza di questo prete, di una radicale povertà, di una radicale nullità. Chi non ha raggiunto questa sensazione, che ha del metafisico e ha dell'abisso psicologico, non avvicina la psicologia del Santo Curato d'Ars. E simultaneamente, con questa terribile umiltà, quasi balzasse proprio dal profondo di questo abisso, che è riuscito a scavare in sé, un senso superlativo della propria dignità. Bisogna andare dalle labbra di questo Santo, come di tanti altri, ma qui troviamo nella semplicità stessa delle espressioni una veridicità che ci persuade e che ci confonde e che ci commuove, il senso immenso della dignità sacerdotale. Voi sapete che su questi due elementi, l'umiltà del prete e il senso della sua dignità e della sua autorità, giuoca tutta la letteratura contemporanea, che fa del protagonista di tanti racconti romantici il pover'uomo che racchiude in sé qualche cosa di immensamente grande, di incommensurabilmente degno. E questo che sente di sé la miseria la più incolmabile, sente di contenere in sé una dignità, una potenza, un mistero che non finisce mai di celebrare e che non ha ritegno di confessare con la stessa sincerità e con la stessa osservanza con le quali prima si confessava un miserabile. Alcune frasi, sempre del Curato d'Ars: "Il prete non si comprenderà mai bene se non in cielo", il che vuol dire che anche qui abbiamo davanti qualche cosa che supera la nostra capacità di misura. Non comprenderemo mai abbastanza noi stessi; siamo diventati noi stessi oggetto di mistero dal giorno in cui è piovuta dentro di noi la grazia di essere cristiani dapprima, di essere poi i rappresentanti e i funzionari di Cristo, poi di essere i Suoi ministri e i Suoi Sacerdoti. Se il Sacerdote, continua, fosse bene penetrato dalla grandezza del suo ministero, potrebbe a stento vivere, sarebbe sopraffatto, sarebbe quasi paralizzato da questa comprensione, che incomberebbe dentro e sopra di lui come un peso insopportabile. Se si comprendesse bene il Sacerdote sulla terra, si morirebbe. Forse di spavento; non di spavento però, ma di amore. Il prete a causa dei suoi poteri è più grande di un angelo. È il Sacerdote che continua l'opera della redenzione sulla terra. Il sacerdozio è l'amore del cuore di Cristo. E si potrebbero sopra questo punto moltiplicare enormemente le citazioni. Dunque avere coscienza di sé mi pare che sia uno dei primi tributi che noi dobbiamo fare, se vogliamo che la celebrazione del centenario del Curato d'Ars non sia del tutto vana. Vediamo di ricalcare la nostra coscienza sopra questi due fuochi della sua psicologia, della sua coscienza sacerdotale. E che l'avere coscienza di sé sia sempre cosa ardua e cosa importante lo sappiamo, direi, dalla filosofia antica che faceva del conosci te stesso il cardine della sapienza. Noi che abbiamo certamente qualche cosa di singolare, che abbiamo una funzione certamente decisiva per la vita di tanti altri, che siamo in comunicazione coi misteri di Dio e che siamo nello stesso tempo medici, vale a dire in comunicazione con tutti i mali dell'umanità, dobbiamo avere una coscienza di noi stessi proporzionata a questa natura del sacerdozio, a questa sua funzione. Troveremo difficile questo? Sì, sì è difficile. Perché? Ma perché, direi che c'è un pericolo nell'atto stesso che noi cerchiamo di far questa meditazione sopra noi stessi; l'atto riflesso ci può dare una vertigine, ci può dare un capogiro. La dignità stessa di Sacerdote che noi possediamo può, direi, incantarci e, quando vogliamo mantenere questo concetto, ci mostriamo di fronte al nostro pubblico, alla nostra scena storica che ci circonda, pieni, gli altri lo dicono, di un'ambizione che nessuno aspetterebbe in noi e forse è nata anche da questa considerazione: sono portato così in alto, sono superiore agli altri, non sono più come un laico, come una persona del popolo, mi distinguo dal popolo, bisogna che gli altri me la riconoscano questa. Ed ecco che compaginiamo tutta la nostra psicologia sacerdotale sopra un focolare operante di ambizione, di orgoglio. Se poi pensiamo che alla dignità si aggiungono dei poteri, delle potestà, vale a dire: io sono arbitro di tante altre sorti, di tante altre anime, io ho le chiavi del regno dei cieli e cioè posseggo nelle mie mani un diritto, anche questo può darci un certo senso di ebbrezza e alterare la vera coscienza sacerdotale che noi abbiamo di noi, cioè ci possiamo porre davanti agli altri come diritto. Sono io, qui comando io; non c'è nessuno sopra di me. Bisogna che tutti mi obbediscano. È una concezione che si è radicata molto anche nel nostro clero, specialmente negli anni passati, nei secoli scorsi, quando accanto alla autorità spirituale si è aggiunta una autorità temporale, si sono fusi i due poteri: la spada e il pastorale; è entrato in noi il concetto che per amministrare bene bisogna comandare molto. È nata una psicologia, starei per dire, feudale del Sacerdote. Il Sacerdote è distante, deve comandare a cenni, deve essere obbedito ancor prima di pronunciarsi; è il Sacerdote che si confina in un suo cerchio distante dal popolo e, il vero popolo, secondo questa concezione, dovrebbe essere davvero un gregge molto obbediente e che domanda poco, che non disturba orari e che lascia al Sacerdote questa maiestatica contemplazione di sé e questo quieto vivere che dev'essere il suo ministero; pericolo, ripeto, che anche lo sforzo di dare a se stessi una coscienza sacerdotale derivata dalla realtà di questo mistero operato in noi dal sacramento dell'Ordine, possa anche in noi alterare la vera coscienza sacerdotale. Invece, secondo quel che ci insegna il Curato d'Ars con questa sua duplice psicologia, dobbiamo correggere la nostra mentalità e cercare di renderla quale la vuole Cristo poi, perché non è mica diversa quella del Santo da quella che Cristo ha predicato, che ha detto essere sì la nostra dignità immensa, essere sì incontestabile il nostro diritto, ma tutto questo che cosa è? Perché siamo Sacerdoti? Siamo Sacerdoti per servire; è funzionale la nostra dedizione: qui praecessor est, sit sicut ministrator; chi precede sia l'ultimo, chi precede deve essere utile agli altri. Siamo in funzione degli altri, non in funzione di noi stessi e se vogliamo davvero riprodurre in noi l'idea che Cristo ha fatto del acerdote e che il Curato d'Ars ci riproduce e ci rende familiare e accessibile, dobbiamo sopra questo punto insistere assai. E vedremo, carissimi confratelli, come siamo candidati a delle cose tremende, proprio perché abbiamo questa eccelsa dignità. Abbiamo la dignità di essere sì i redentori del mondo, ma la redenzione si compie con la croce. Noi dobbiamo redimere gli altri con la nostra sofferenza, come Cristo che non era peccato, dice San Paolo, e si è fatto Lui peccato, cioè ha assorbito dentro di Sé tutta l'iniquità umana per espiarla e annullarla, e questo gli è costata la croce. Noi se siamo Sacerdoti, cioè siamo i capi, le guide, gli esempi degli altri, dobbiamo ricevere sulle nostre spalle questo tremendo pondus della espiazione altrui. Vedrete in certe pagine e in certi momenti della vita del Curato d'Ars come questo pesa fino all'angoscia sopra questa umile coscienza, ma veggente coscienza di prete. "Oh! se avessi saputo - esclama una volta - che cosa significasse essere prete, forse avrei temuto di ricevere questa grazia del Signore". Sente come pochi la responsabilità. Si sente lui incaricato di espiare i peccati degli altri. Fa penitenza in luogo dei suoi penitenti. Si sente schiacciato dai peccati del mondo che lo circonda e sente di dover diventare vittima di questa situazione. Il Sacerdote è al centro di questo urto fra il bene e il male, fra la grazia e il peccato, fra il demonio e Dio. E questo urto, lo sappiamo bene, è il sacrificio, è la croce. Questa è la coscienza sacerdotale del Santo Curato d'Ars e che noi dobbiamo cercare di fare nostra. Se così poniamo la nostra approssimazione al Santo Curato d'Ars, viene da considerare un secondo aspetto, quello che potremmo dire della spiritualità. Che cosa intendiamo per spiritualità? Un nome che fa fortuna e che corre con grande facilità sulle labbra di tutti. Mi pare che sia esatta la definizione che ne ha dato uno scrittore spagnolo, quando dice che è il modo con cui cerchiamo di realizzare l'ideale della vita cristiana e, possiamo dire, del Sacerdozio. In che modo questo ideale di Sacerdozio lo possiamo praticare e realizzare? In che modo lo ha realizzato e praticato il Curato d'Ars? Cioè, dobbiamo cercare i principi operanti, le idee forza, le linee di svolgimento di questa coscienza; dobbiamo vedere se la sua spiritualità, cioè questo svolgimento della vita, della coscienza al di fuori, alla manifestazione dei suoi atti e delle sue virtù, sia da noi perseguibile e in che modo semmai. Sapete che l'Enciclica, tracciando appunto questa epifania, questa esplicazione della vita del Curato d'Ars, cita tre aspetti molto elementari. Siamo stupiti di non trovare niente nell'Enciclica che parli delle manifestazioni singolari, prodigiose, miracolose del Santo; si direbbe che sono ad arte dimenticate, perché non ci sia nulla in questa apologia del Santo, che non possa essere anche a noi di conforto e di invito all'imitazione. Il primo aspetto che l'Enciclica pone è l'ascesi, cioè l'esercizio, cioè la lotta, cioè la penitenza. E quale fu! E poi il secondo aspetto è l'ascensione dell'anima, la preghiera, il contatto con Dio, la conversazione con questo alter presente, invisibile, che è il Santissimo Sacramento; questa tensione di un'anima sempre proiettata fuori di sé verso questa trascendenza così vicina, così confidente, così paterna, ma anche così misteriosa, così adorabile, così degna di ogni tributo, di quanto di migliore la nostra anima possa produrre. E finalmente il terzo punto illustrato dall'Enciclica è lo zelo pastorale, il servizio delle anime, sia sotto il punto di vista sacerdotale, sia proprio da quello del pascere, cioè dell'alimentare negli altri la vita spirituale. Questo che dà a noi un quadro, mi pare, completo, ci induce ad un'osservazione ripetuta in quelli che hanno parlato del Curato d'Ars in questo periodo; e cioè che manca di originalità. È tutto qui. Ma chi è di noi che non cerca insomma di mortificare se stesso, di vivere una vita disciplinata e contenuta? La nostra stessa vita, segnata da questo stupendo giogo del celibato ecclesiastico, è già una penitenza. E poi chi è di noi che non prega? Abbiamo il breviario e il messale in mano ogni giorno, si potrebbe dire dalla mattina alla sera. E chi è che non è devoto all'Eucaristia, quando l'Eucaristia è proprio il centro della nostra vita di pietà e delle nostre cerimonie di culto? E chi è di noi che non è tutto proteso a servire gli altri? E tutto quello che noi facciamo è un programma ordinario. Ecco, confratelli carissimi, che cosa ci deve rendere in simpatia con il Curato d'Ars; e cioè proprio questa mancanza di singolarità, di formule nuove, di una originalità capricciosa, di qualche cosa che ci porti lontano da questa strada maestra che è il Sacerdozio dedicato alla cura delle anime. "Nell'Enciclica - scrive Monsignor Giovanni Colombo, Rettore del nostro Seminario milanese - è delineata la figura del Curato d'Ars. Essa viene intagliata tutta nella sostanza viva del sacerdozio cattolico, quella che, appunto perché sostanza, non è mai giù di moda, non perde mordente, non invecchia, anzi previene i tempi, perché di tutti i tempi. Essa viene costruita con pochi elementi di cui nessuno è nuovo, ma tutta è cavata dalla tradizione più comune, ma tutti gli elementi provengono da una pura ed estrema essenzialità, del sacerdozio: celebrare la Messa e recitare il breviario, predicare e confessare, meditare e mortificarsi, fare le opere di misericordia. La semplice grandezza del pastore di Ars è tutta qui, in questi elementi ripetuti con esasperante monotonia, ma insieme con sempre più scrupolosa fedeltà, con presenza di spirito sempre più riflessa e approfondita, con purezza di cuore sempre più cristallina, con amore sempre più crescente, sempre più bruciante". Presentandoci con queste linee la figura di San Giovanni Maria Vianney, il Santo Padre, pur incoraggiando sante ricerche di adeguate forme pastorali, ci suggerisce di non andare troppo lontano. Di fronte all'insufficienza della nostra azione sacerdotale, spesso e volentieri, diamo la colpa ai metodi non aggiornati; e non sempre a torto. Ma se i preti oggi hanno bisogno di tecniche nuove, il Papa insegna che il loro bisogno più grande e più urgente, è di approfondimento e di impegno nell'essenziale. E questa sarà una conquista molto dura, ma senza di essa anche le tecniche più aggiornate resteranno inefficaci. Ed è questo un aspetto notato, ripeto, da quanti si sono soffermati, almeno in questa celebrazione centenaria, sul Curato d'Ars. Un altro scrittore belga, molto autorevole, Lochet, dice: "La straordinaria attualità del messaggio del Santo Curato d'Ars deriva proprio dal fatto che egli non introduce una forma particolare di azione, un nuovo metodo di apostolato adattato al suo tempo e quindi ben presto superato. Egli infatti non annuncia una verità legata al tempo, egli annuncia un messaggio eterno, un messaggio che supera i caratteri accidentali d'una epoca, un messaggio sempre attuale. Infatti ciò che ci colpisce quando contempliamo con uno sguardo d'insieme la vita del Santo Curato d'Ars è il fatto che il progressivo svolgersi di questa vita non è costituito da una serie di spostamenti, di avanzamenti, ma da un approfondimento spirituale di un'unica condizione, quella di parroco". E allora qui si pone una questione, anche questa comune, ricorrente, ma sempre degna di riflessione, quella della possibilità che noi cosiddetti preti secolari o diocesani, che dir si voglia, con la correzione che il Cardinal Mercier ha suggerito, che noi preti lanciati nella vita ordinaria del Sacerdozio abbiamo di santificarci, di diventare perfetti. E restiamo certamente in fase di perplessità. Perché? Perché a noi mancano alcuni degnissimi mezzi che rendono più facile, che rendono più accessibile la perfezione cristiana: mancano i voti religiosi, mancano tutte queste provvidenze, questa organizzazione della vita che la vita religiosa vuol dare per renderci capaci, per portarci in una via di acquisizione più spedita e più efficace della santità. E, quindi, noi anche parlando delle nostre condizioni, dobbiamo guardare con ammirazione e anche con un po' d'invidia quei confratelli religiosi, i quali invece hanno scelto con coraggio e hanno avuto dalla Provvidenza questa vocazione di mettersi su una via organizzata di santità, in uno stato per acquistare la perfezione. Ma allora siamo noi Sacerdoti di seconda categoria? Saremo degli infelici? Dovremo accontentarci così di stare ai secondi posti nel paradiso di Dio? O invece c'è una qualche possibilità di recupero, qualche maniera di diventar santi prescindendo da questa sublime organizzazione della vita in cerca di santità? Dobbiamo rinunciare ad alcuni mezzi, degnissimi e altissimi mezzi. E allora restiamo sprovvisti? Ecco, non restiamo sprovvisti. Noi possiamo trovare sorgente di santità nell'oggetto del nostro Sacerdozio, nella carità di cui il nostro Sacerdozio è impregnato. Il Sacerdozio pastorale è quello che riceve di più, essenzialmente, direttamente la carità di Dio che difende. È quello che realizza di più l'infusione dell'amore di Dio verso gli uomini e che mettiamo nella linea perpendicolare di questa intenzione divina. Il Signore vuol salvare il mondo e sceglie qualcuno. Siamo noi. Questa carità passa direttamente per il sacerdozio che è destinato a prendere tutta questa carità e a riversarla agli altri. Non c'è una maggiore carità che quella di dare la propria vita per gli altri, parola di Cristo. Noi siamo sulla traiettoria non della sistematica della santificazione, ma siamo sulla linea percorsa da Cristo ed a noi insegnata da Cristo per essere santi: la Sua santità. Possiamo anche nella nostra vita, così com'è, così descritta e così regolata dal Diritto Canonico, trovare sorgente inesauribile di santità. E guardate che dobbiamo trovarla. Guai a noi se credessimo che per l'essere privi di questi impegni perfezionanti, che sono i voti religiosi, noi potessimo dire: possiamo essere meno perfetti, possiamo essere meno osservanti, meno amorosi. Noi andiamo piano piano, gli altri corrono e volano. Noi andremo così alla buona. Noi siamo più tenuti perché abbiamo un patrimonio maggiore di carità da amministrare, da ricevere e da dare; noi siamo più tenuti perché siamo più responsabili; noi siamo più tenuti perché abbiamo più contatto con la liturgia, che celebra i misteri della grazia coi sacramenti; noi siamo più tenuti perché siamo a colloquio continuo con le anime. Noi siamo degli impegnati, lo dice San Tommaso del resto, il dottore che ha pur magnificato e difeso l'altezza e la dignità dei voti religiosi e dello stato religioso: è più grande l'impegno di santità che si richiede nel Sacerdote al servizio delle anime che non quello dello stesso religioso. Con questa spiegazione, che quella è una santità in acquisto, in via di acquisizione, questa, ed è qualche cosa che ci rende perfino commossi e trepidanti e quasi come il Curato d'Ars desiderosi di fuggire, ci rende obbligati a praticare la santità. La dovremmo possedere, la dovremmo rendere immanente nel nostro sacerdozio la santità e la carità. Noi siamo nell'esercizio della santità, in exercenda perfectione, non in acquirenda perfectione, come lo stato religioso. E se siamo meno sorretti da mezzi che organizzano e che allontanano pericoli e rendono possibili virtù, esempi, organizzazione di conforti, eccetera, dobbiamo tanto di più, tanto di più galvanizzare in noi questo senso della vicinanza di Cristo, dell'imitazione Sua, del ricevere da Lui ogni grazia e del vivere secondo Lui e del sacrificarci come ha fatto Lui, se vogliamo essere pari alla nostra vocazione. Questo significa appunto che dobbiamo avere una adesione interiore alla nostra professione di Sacerdoti in cura d'anime. Guardate che è frequente fra noi preti uno stato d'animo, direi, di evasione, di lamento, di supposizione che se fossimo in un altro posto andrebbe molto meglio, che siamo degli esseri un po' misconosciuti, non abbastanza valorizzati, non ancora promossi, non considerati per quello che abbiamo fatto e per quello che potremmo fare e cerchiamo appunto con questa fantasia di consolarci di quello che ci manca di soddisfazione umana e naturale nel nostro ministero. Questo è inganno, figliuoli miei e fratelli miei, questa non è la psicologia del Curato d'Ars. Il Curato d'Ars ci insegna che bisogna incumbere sopra la propria missione, qualunque sia, ed essere, direi, paghi di questa, dandoci a fondo e non desiderando nessuna evasione. Il Curato d'Ars ha tanto sentito il peso, dicevamo, del suo Sacerdozio, che ha avuto anche lui i suoi momenti di tentazione di scappare, di evadere, perché non ne poteva più. Fu richiamato, sappiamo come, e lui stesso confessò che quella era la verità, che quella era la vita. E quando fu fatto, oh! con tutto il rispetto per i signori canonici, fu fatto canonico, subito vendette il giorno stesso le camail, credo che sia la mozzetta, che gli avevano regalato in quella occasione. E quando vollero offrirgli una parrocchia un po' più importante di quella che contava neanche trecento anime, rifiutò: "Mi basta questa, mi basta questa e qui devo restare". E per quarant'anni, tutta la sua vita pastorale restò sullo stesso piccolo terreno, sulla stessa zolla del campo che gli era stata affidata da coltivare. Adesione interiore e adesione esteriore al proprio ministero, al proprio ufficio con una obbedienza che anche qui vale, io credo, quanto quella di chi fa obbedienza a un superiore di vita religiosa. Il nostro promitto alcune volte ha esigenze che non sono facili e leggere, e il concedersi con lealtà e con perseveranza a questa promessa iniziale, davvero può essere una sorgente che lima la nostra vita ma enormemente, fecondamente la santifica. Monsignor Guerry, studiando alcuni anni fa questa spiritualità del clero diocesano, nota anche lui questa stessa cosa. Dice: "L'originalità del clero diocesano è giustamente quella di essere indifferenziato sotto l'aspetto spirituale, d'essere dunque nativamente più vicino di chiunque altro alla spiritualità generale, alla spiritualità della Chiesa. Per dovere di stato il sacerdote del clero parrocchiale deve farsi tutto a tutti, a disposizione di tutte le anime quali che siano le loro tendenze. E al servizio del popolo cristiano ed è per questo che si può pensare che, stando al carattere generale di questo clero, si trova in lui una relazione alla liturgia più stretta che in altri, specialmente alla liturgia del sacramento dell'Eucaristia. Egli è al servizio di quella liturgia che deve animare il popolo cristiano". Ecco la spiritualità del Curato d'Ars, ed ecco quanto è simile a quella che ogni giorno è proposta a noi come programma, come piano di vita consueta. E qui viene un ultimo punto da considerare: questo è il piano, questo è il modo di vivere il proprio Sacerdozio; e allora i mezzi? I mezzi? Il come si fa in pratica? Come ci si adegua alle condizioni concrete? Come ci si aggiorna con le situazioni che ci circondano? Questa adesione al nostro ministero, al bisogno cioè di renderlo efficace, di estenderlo a un maggior numero di fedeli ci porta sul terreno e ci assilla, e ci assilla con tante questioni. Credo che ogni onesto Sacerdote debba essere tormentato un po' da questa domanda: "Ma io ho in mano dei mezzi efficaci, sì o no? Sono operanti questi sistemi che la Chiesa mi mette in mano o invece sono invecchiati? Questo Diritto Canonico, come è stato concepito? Su quali motivi storici? Su quali concorrenze di diritto pubblico e di diritto civile? E ancora è qui immobile! Speriamo che venga il Concilio a correggerlo un po'! Tutti aspettano questo riformismo che possa un po' aggiornare la Chiesa di Dio. E questo benedetto latino! Perbacco, devo predicare al popolo e gli parlo una lingua che non conosce". C'è una impazienza che è degna, che è indice di zelo e proprio ci porta a questa applicazione pratica dei doveri del nostro Sacerdozio. Ebbene, permettetemi, per quel po' di esperienza che vado facendo anch'io adesso con la Visita Pastorale diretta, che io vi richiami sopra tre tentazioni che possono sorgere da questa ricerca dei mezzi. La prima tentazione è quella di limitare il nostro ministero alla ricerca dei mezzi. Uno dice: "Io costruirò un oratorio, io ho da fabbricare la chiesa, io devo pagare i debiti, bisogna che stampi un libro, devo fare una scuola". Son tutti mezzi. Se io però limito la mia attività sacerdotale alla ricerca e alla conquista dei mezzi e faccio di questo la misura del mio rendimento - oh! quello è un bravo prete: ha costruito una casa, non c'era la casa parrocchiale e l'ha fatta lui, non c'era il campo del football e lo ha potuto creare, ha messo il cinematografo nella sua parrocchia, eccetera, che sono, ripeto, tutti mezzi di cui dovremo certamente occuparci - ma se il disegno della mia conquista sacerdotale è questo, noi non siamo dei sacerdoti che hanno compreso né l'ora nostra, né l'esempio del Curato d'Ars, né il mistero di Cristo operante per mezzo di noi. E quanti invece ci si fermano, e come è doloroso vedere che tante forme religiose non arrivano a contatto del popolo se non con la cartolina che cerca la sottoscrizione o va mendicando dei mezzi. Mi scriveva proprio qualche giorno fa, si vede un buon operaio, perché tale si dice, e la calligrafia e gli errori di grammatica del suo scritto lo documentavano: "Ma! io trovo, dice, tutte le mattine nella cassetta della posta delle domande di collette, di iscrizioni, di abbonamenti, di offerte; tutta roba che io non ho mai visto; come hanno ottenuto il nostro indirizzo, non si sa". E questo dovrebbe in quelle anime semplici, in quelle anime già turbate dagli assalti della irreligiosità e già ferite, forse, da qualche obiezione di ateismo, il mondo religioso dovrebbe documentarsi così: la ricerca che viene da sorgenti mai conosciute e che perseguita questa gente con una persistente ricerca di denaro per opere di cui non godranno nemmeno la visione o l'esercizio e di cui dovrebbero, con fatica enorme, connettere il rapporto col mondo di Dio, non è una buona propaganda, non è un buon Sacerdozio. Vi è anche nella nostra pratica religiosa una tendenza a rendere utilitaria la pietà. Questo è un Santo che rende, che ha una immagine con le candele, questo farà fortuna; se noi diamo questo titolo alla chiesa, la costruiamo subito, eccetera. Non è questa la religione di Dio, non è questa la religione di Cristo! Anche perché, fratelli carissimi, diciamocelo qui con grande sincerità, la ricerca dei mezzi per il regno di Dio può diventare, quando diventa così sistematica, così assorbente, una ricerca di mezzi per sé. Noi sostituiamo inavvertitamente, quasi per una deformazione professionale, la nostra persona e il nostro vantaggio al vantaggio della causa che serviamo. Diventiamo tante volte affaristi, diventiamo dei cercatori, degli accumulatori di ricchezze, abbiamo trasformato tante volte delle forme di carità in forme di lucro. Ma che cosa sarà il giorno in cui un popolo, una storia, una Chiesa ci giudicherà, quando Dio ci giudicherà? Questa era la mia carità: era tutto dono e tu ne hai fatto una fonte di speculazione. Quando doveva essere anche questo maneggio del denaro così scrupoloso, così timido nelle nostre mani e invece è diventato così disinvolto e associato a tutte le libertà e, tante volte, anche a tutte le possibili ingiustizie, che si possono commettere in questo. Siamo rigorosi in questo, e sentiamo nella povertà del Curato d'Ars e nelle raccomandazioni che la Chiesa ci fa su questo punto, il bisogno che abbiamo anche noi di ritornare liberi di fronte a quei mezzi stessi che vogliamo impiegare per dar gloria a Dio e per salvare le anime. Dare tutto - diceva il Curato d'Ars - dare tutto e non conservare niente e praticare la parola di Cristo detta da San Paolo: egenus factus est, cum esset dives. Guai a colui che dovesse mutare questo programma di Cristo in un altro: era povero ed è diventato ricco, facendo il prete. Un secondo pericolo. Un secondo pericolo in questa ricerca dei mezzi può essere questo: bisogna trovarne dei nuovi, bisogna riformare la Chiesa, bisogna aprire delle strade non mai percorse. Diremo subito che l'aggiornamento, che l'efficacia dei mezzi è sì una cosa non solo onesta, ma doverosa. Ma è la mentalità che si va generando, che bisogna aver sfiducia in ciò che la Chiesa è oggi, nella sua compagine, nel suo diritto, nella sua autorità, nelle sue forme tradizionali, quasi che fosse anchilosata dalla sua stessa struttura e dalla sua stessa esperienza, invece che ricavare una energia di azione ricavasse un freno che la trattiene e la immobilizza. La riforma della Chiesa, ricordiamolo bene, è un problema di autorità, e che l'autorità sia vigilante su questo punto lo dicono cento sintomi, vero, che alcune volte vengono perfino a svegliare una nostra pigrizia. Quante critiche io ho sentito, per esempio, sulla traduzione nuova che Papa Pio xii ha divulgato del Salterio. Ma stavamo così bene con quello! ma perché? eccetera. Ma il Papa antevede, vede che il bisogno di intelligenza nel mondo moderno è tale che bisogna adattarvi le parole meglio che si può a questa intelligenza; e così via. Potrebbe questo abito del desiderio di riforma, che non spetta a noi, ripeto, promuovere, ma dobbiamo pregare la Chiesa che ce lo dia, pregare il Signore che dia alla Chiesa i lumi e che la governi secondo il Suo spirito, potrebbe generare, primo, uno spirito di capriccio, il fare così, il tentare a caso e, secondo, che è più comune, uno spirito di critica, di malcontento. Guardate che questa è una corrosione spirituale, ci toglie una comunione di spirito anche con confratelli forse meno colti, meno evoluti di noi, ma la cui comunione ci è preziosa. Guai a noi se, per il nostro spirito di critica, non sappiamo più conversare con gli altri, compatirli, aiutarli, riceverne esempi, riceverne ammonimenti! Lo spirito di critica comincia a corrodere prima di tutto le cose, poi va a corrodere il principio d'autorità e dissocia la nostra comunione, anche esteriore, col resto della Chiesa. (...) La riforma, la riforma vera che dobbiamo fare noi, è quella del Curato d'Ars e cioè, dicevamo, di approfondire. Diventiamo noi dei buoni, noi dei fedeli, noi dei perfetti, noi dei santi e vedrete che la Chiesa in breve si riformerà. E la terza tentazione su questo punto, la ricerca dei mezzi, è anche qui un punto tanto divulgato e tanto commentato - è la soverchia fiducia posta nelle cause naturali: il preferire la causalità naturale e temporale alla causalità soprannaturale, per esempio l'attività esterna sulla vita interiore e sui mezzi spirituali di santificare e governare le anime; il credere che gli influssi sociali e politici e gli appoggi delle grandi persone possono valerci di più che non l'influsso dei Santi e la umiltà della nostra povertà e del nostro tirare avanti così, come meglio si può. Questa valutazione, specialmente se viene in confronto con quella dei mezzi soprannaturali, ci porta fuori strada, è una ricerca esagerata, è una ricerca che può davvero farci perdere l'equilibrio della nostra attività sacerdotale. Con questo riaffermiamo e invochiamo anche su questo l'autorità dello stesso Curato d'Ars, che l'aggiornamento dei mezzi e anche l'impiego dei mezzi più utili e ovvi per il nostro ministero è, non solo consentito, ma saggio, ma doveroso. Il Curato d'Ars ha creato delle scuole, il Curato d'Ars ha avuto la sensibilità per le missioni, il Curato d'Ars ha avuto un orfanotrofio, il Curato d'Ars non finiva più di restaurare la sua chiesa, di creare cappelle, di restaurare perfino il campanile per un paese, pensate, di trecento anime, vero, quindi di una modestia che addirittura circoscriveva e impediva qualsiasi azione di più; ma non ha mai, anzi, non ha mai parlato male delle cosiddette novità o dei tentativi di avvicinare il popolo, scegliendo per avvicinarlo le linee dei suoi interessi, delle sue aspirazioni. Se noi cerchiamo quali sono le linee di interesse e di aspirazione del popolo, troviamo subito il ponte, anche facendo testate di ponti sulla nostra tradizione per avvicinarlo e per venire a colloquio e, se Dio vuole, per convertirlo. Ma soprattutto occorre, e ce lo insegna qui in maniera superlativa il Santo Curato d'Ars, bisogna avere, Confratelli carissimi, una grande, una temeraria fiducia nei mezzi soprannaturali. Li abbiamo in mano: ma ci crediamo davvero? Siamo davvero convinti che la preghiera può modificare le cose del mondo e le cose delle anime? E se lo siamo, facciamo davvero ricorso a queste implorazioni vive, forti, persistenti, perché davvero il nostro ministero diventi efficace? È sostenuto da questa anima il nostro ministero, di spiritualità, di colloquio con lo Spirito Santo perché diventi davvero efficace? E con la preghiera, la penitenza. Quanta ne ha praticata il Santo Curato d'Ars! Non tutti certo siamo, nessuno anzi, direi, è invitato a imitarlo in ciò che vediamo in lui di eccessivo e di misterioso. Ma questa mortificazione che pervade tutta questa vita, che quasi sembra intristirla, sembra immiserirla, ma quanta nobiltà, quanta dignità e quanta forza! Guardate adesso il fenomeno per mezzo di Padre Pio. Ma credete che vengano per vedere i miracoli? Ma è forse invece quest'aura di spiritualità e proprio di povertà e di mortificazione e sono queste mai viste stigmate, che avrebbe sulle mani, che attraggono anche i lontani. Sono curiosità potenti che possono risvegliare davvero l'attrattiva delle anime. A un prete mortificato ci si crede, a un prete che fa penitenza ci si crede, a un prete che se la gode, potrebbe predicare il Vangelo, non ci si crede. E poi, e poi il catechismo; e poi questa meravigliosa sorgente di vivificazione delle anime che è la confessione. Anche qui se sapessimo che cosa è, anche umanamente parlando, questo sacramento, come è moderno, come ce lo rubano tutti gli psicanalisti, tutti i romanzieri, tutta la gente che predica questo spiritualismo senza Dio. Cosa abbiamo in mano! E come in questo sacramento la causalità divina miracolosa che rimette i peccati può essere accompagnata dalla causalità umana, la mia, se la so esercitare, di pedagogia dello spirito, di parola, di potenza di entrare nelle sorti altrui, di esplorazione delle anime. Ministero grandissimo! E anche qui, se lo eserciteremo in forme anche molto semplici, sempre molto discrete, ma più attente, più profonde, più efficaci, certamente un mezzo che lo possa eguagliare non potremo trovare. La nostra efficacia dipende dall'uso che sappiamo fare di queste cause soprannaturali che sono nelle nostre mani: dai nostri doni sacerdotali, dalla grazia di cui siamo depositari, dalla preghiera che ci è sempre disponibile, dalla penitenza, dalla mortificazione, dalla povertà di vita a cui siamo invitati. E allora vedrete, confratelli carissimi, che cosa avverrà. E anche qui la vita del Curato d'Ars ci dà dei quadri che sono molto parlanti, ma così parlanti che ci tolgono la voce e ci fanno tacere. Cioè chi praticherà il Sacerdozio così entrerà in una esperienza di Cristo, non soltanto d'imitazione esteriore, ma di una certa convissuta presenza, di una riproduzione sua, che non è senza avvertimento in chi la subisce. E sappiamo quale fu per il Curato d'Ars. Cominciò a sentire la sua dedizione; fu un'esperienza dolorosa, si può dire, per il Curato d'Ars. Non turbò la serenità, non tolse il sorriso, non rese nevrastenica o eccitata la sua conversazione quotidiana, ma dolce, ma umile, ma umana. Ma dentro, che dramma! Perdette la sua pace; la sua pace fu venduta a tutti i postulanti, a tutti i penitenti che correvano a lui; perdette la sua visione tranquilla del mondo, che è così bello per noi: oh com'è sereno questo mondo! Il Curato d'Ars ne ha una visione fosca, perché? Perché si sente responsabile, perché sente che tra lui e il mondo c'è un nesso che non può più scindersi e su cui sarà interrogato, di cui dovrà rendere conto. La responsabilità cresce a dismisura quando vede che il mondo è pieno di male. Il Curato d'Ars ha avuto la conoscenza, la percezione del male come pochi Santi; l'afflizione di sentire che cosa è il peccato. La sua vita si può paragonare molto bene a un Getzemani. E a un dato momento, sapete, che questa opprimente visione del male del mondo si animò e divenne l'apparizione dello spirito del male che lo tormentò, che lo derise, che lo confuse, che lo umiliò, che lo straziò e con cui combatté con l'umiltà, la preghiera, la penitenza e finalmente con la prova più grande che possa capitare a noi, a noi che abbiamo la fede, la speranza, la carità. La mia tentazione, diceva il Curato d'Ars, è la disperazione di perdere ciò che ho di più prezioso! L'afflizione più profonda e più acuta. Cupiebam anathema esse pro fratribus meis. Anche san Paolo ha rasentato e sperimentato questa sottile e penetrante e velenosa esperienza. Il perdere ogni bene, perfino quello della speranza. Non lo perdette, ma ne sentì l'atroce mancanza, ne sentì lo strappo, ne sentì il peso e morì così. Ma fuori, il piccolo paese di Ars era diventato cristiano. (©L'Osservatore Romano - 3-4 agosto 2009)
__________________
Guidaci sempre con il tuo amore di Madre,
sostienici nella debolezza, confermaci nella speranza, accresci in noi la fiducia in Dio, l'amore a Cristo e la fedeltà alla Chiesa. O Maria, Madre e fiducia nostra! |
|
|
|
|
|
#109 |
|
Vecchia guardia di CR
![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Data registrazione: Dec 2007
Località: Roma (PUL-PSRM)
Rito: Romano
Messaggi: 2.881
|
San Giovanni Maria Vianney nella riflessione del cardinale Giovanni Colombo
Un prete felice perché innamorato di Eliana Versace Cinquant'anni fa, il 1° agosto 1959, Papa Giovanni XXIII celebrò solennemente il centesimo anniversario della morte di Giovanni Maria Vianney promulgando un'enciclica, la Sacerdotii Nostri Primordia, seconda del suo pontificato, rivolta soprattutto ai sacerdoti ai quali - seguendo il solco tracciato dai suoi predecessori, da Pio x sino a Pio xii - proponeva come esemplare per lo svolgimento del loro ministero, l'umile figura del santo curato di Ars. Tra i più attenti lettori della seconda enciclica giovannea vi fu il futuro arcivescovo di Milano e cardinale, Giovanni Colombo, che meditando il testo papale e commentando l'esperienza del Vianney, scrisse numerose note, riflessioni, sintesi e osservazioni, disperse in una miriade di appunti. L'interesse suscitato in lui dalla vicenda del curato d'Ars, era comprensibilmente motivato dalla sua trentennale esperienza d'educatore e formatore di sacerdoti, alla guida dei seminari milanesi. E divenuto arcivescovo di Milano, toccò proprio a lui consacrare nel capoluogo lombardo, nell'ottobre del 1964, una nuova chiesa intitolata al santo Curato d'Ars, adempiendo la disposizione del suo predecessore, il cardinale Giovanni Battista Montini, che quel rito avrebbe dovuto presiedere nel giorno da lui stabilito, il 21 giugno 1963. Ma proprio in quella particolare giornata, che il cardinale Montini voleva riservare al curato d'Ars, il conclave convocato due giorni prima, lo elesse Papa. Paolo VI volle pertanto fare dono personale dell'altare alla nuova chiesa milanese, eretta con la colletta di 2.065 sacerdoti diocesani. Nel 1986, in occasione della celebrazione del bicentenario della nascita del Vianney, il cardinale Colombo, che ormai da alcuni anni aveva lasciato la guida dell'arcidiocesi ambrosiana, riprese quei numerosi appunti suscitati in lui dall'enciclica del 1959 e ampliati nel corso degli anni e - sollecitato anche dalla Lettera che, nella memoria del curato d'Ars, Giovanni Paolo II rivolse a tutti i sacerdoti in occasione del giovedì santo di quell'anno - volle completarli e arricchirli, predisponendo un testo che venne pubblicato sulla rivista "Studi Cattolici" (30, 1986, pp. 659-664). L'attualità delle sue riflessioni e una singolare prospettiva offertaci sul Vianney, con quella sagacia perspicace che era tratto caratteristico e inconfondibile della personalità del cardinale Colombo, ci spingono a fermare lo sguardo su questo testo che l'evolvere dei tempi non ha usurato, raccolto con cura meticolosa dal fedele segretario, monsignor Francantonio Bernasconi, e riproposto ora in un apposito fascicolo de "I Quaderni Colombiani" - in occasione dell'anno sacerdotale straordinario indetto da Benedetto XVI nel 150° anniversario della morte del santo curato - insieme a un altro lungo articolo di Colombo sempre sul Vianney, pubblicato sul quotidiano "Avvenire" il 28 ottobre 1986. È in particolare un interrogativo che determina la riflessione del cardinale Colombo sul curato d'Ars: perché Giovanni XXIII nel 1959 con la sua enciclica - il cui significato venne ribadito ed attualizzato da Giovanni Paolo II nel 1986, alla luce del Concilio - non trovò "di meglio che additare l'esempio di un prete piccolo e brutto, non privo di qualche intelligenza, ma certo non ricco di doti umane, senza possibilità di carriera, parroco di un minuscolo ed insignificante villaggio francese, donde non si è mai mosso in cerca di nuove e allettanti esperienze"? Sembrava un insensato paradosso, quasi una beffa, che ai sacerdoti del xx secolo, in continuo confronto con le incalzanti sfide della modernità, venisse proposto l'esempio del prevosto ottocentesco di una sperduta parrocchia di campagna. Qual era in fondo la sua grandezza, si chiedeva insistentemente il cardinale Colombo, raccogliendo ed echeggiando le analoghe domande dei suoi sacerdoti? Se appare comprensibile il quesito da cui muoveva la riflessione del cardinale, sorprendente ci sembra, a prima vista, la risposta che egli si dava. Quell'irresistibile attrazione esercitata dall'umile parroco francese su folle sempre più numerose che accorrevano a lui, non era dovuta, secondo Colombo, ai suoi doni carismatici di profezia, lettura dei cuori, taumaturgia; "non sono gli interventi straordinari - miracolosi e divini - che hanno reso efficace l'azione pastorale del curato d'Ars", notava il cardinale. E nemmeno impressionavano le suggestive lotte notturne col diabolico "principe delle tenebre, il perfido e chiassoso Grappin", o "l'ascetismo d'eccezione" in cui alcuni hanno ravvisato la peculiare caratteristica della santità del curato d'Ars. Ebbene, invece, Giovanni Maria Vianney piaceva alla gente e la avvicinava numerosa a sé perché era un uomo "perdutamente innamorato". E, se il supremo oggetto del suo amore era il Signore Gesù, le modalità con cui esprimeva il suo insistente sentimento erano quelle comuni a ogni innamoramento umano. Gesù - rilevava il cardinale - era divenuto "il suo pensiero dominante, il palpito infuocato del suo cuore, la logica dei suoi ragionamenti, il sospiro delle sue notti insonni, l'energia delle sue giornate spossanti, la dolce presenza delle sue ore solitarie" ed infine anche "l'amplesso che lo attende, a volto svelato", oltre la morte. L'amore con cui il curato d'Ars si legò per sempre a Cristo fu - secondo Colombo - come ogni sincero e profondo amore umano, "un amore totalitario, esclusivo, geloso". Talmente intenso da condurre all'annullamento felice di sé per donarsi completamente all'amato, perdendosi nella sua volontà, pronto a rinunciare a tutto per lui, fin'anche alla propria identità e - come del resto avviene alla sposa nell'unione matrimoniale - pure al proprio nome precedente. Si chiamava Giovanni Maria Vianney, notava infatti il cardinale Colombo ma, per amore, abbandonò anche il suo nome per diventare per tutti solo "il curato d'Ars". E per proteggere il suo amore - aggiungeva Colombo, con un'affermazione tanto singolare quanto perentoria - divenne "un violento". È una lettura certamente originale quella del cardinale, che raccontandoci la vita di Vianney, come un'insolita e suggestiva storia d'amore, intendeva additare il suo esempio estendendolo non solo ai sacerdoti, cui più direttamente si rivolgeva, ma a tutti i fedeli. "Chi non ama per sempre - osservava il cardinale - non ama davvero. Questa legge radicale e sincera deve guidare anche l'amore umano". Ma aggiungeva una inusuale considerazione: "chi non ama con violenza - scriveva - non ama sul serio", perché ogni amore puro, che aspiri a durare per sempre, è un amore violento e la conquista, anche in questo campo, avviene con violenza, superando l'orgoglio personale che imbriglia il sentimento e vincendo ogni resistenza che frena il trasporto amoroso. "Intendiamoci bene - spiegava Colombo parlando del Vianney - egli è un violento nell'esigere da sé; violento come una fiumana in piena contro gli sbarramenti dell'amore che sono i peccati; violento contro l'orgoglio delle anime riluttanti ad arrendersi all'amore; violento, a volte, anche nella predicazione". Ma l'azione di questa sua violenza, che talvolta in alcune sue espressioni, spaventava coloro che gli si accostavano, trovava la sua unica ragione "nel fuoco d'amore che gli bruciava il cuore". Come ogni innamorato che, quasi mosso da un'insaziabile voracità, vorrebbe possedere tutto del suo amato e conoscerne, con gelosa curiosità, ogni suo istante, così per amare Cristo, che trascende il tempo - come un eterno presente in cui nulla di ciò che è passato è perso - il curato d'Ars ama con assillante passione tutto ciò che Lui ha amato ed ama. Spendendosi tenacemente, senza sosta, per ciò in cui crede e dedicando tutta la vita a colei che di Cristo è creatura ed eredità, il suo lascito alla storia: la Chiesa. E interpretando in tal modo, con la sua stessa vita, quella che, forse, è la più bella dichiarazione d'amore di tutti i tempi, pronunciata proprio da Gesù con parole esigenti che interrogano e scuotono ancora la nostra anima, commuovendola fin nel profondo: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Giovanni, 15, 13). Solo così, rinunciando a se stesso, abbandonandosi all'amore divino e lasciandosi travolgere dall'ebbrezza di questo sentimento, Vianney diventa un uomo felice, con "le vene del suo essere profondo colme di sovrumana felicità". È proprio questo il suo segreto, "la felicità dell'innamorato" che non teme più nulla perché si sente protetto e sicuro tra le braccia dell'amato. Anche se la vita del santo curato non fu priva di quei dolori e quelle fatiche che i disegni divini, in maniera diversa, riservano a ciascuno nel corso della vita, come a voler provare, talvolta ripetutamente e con misure a noi sconosciute, la nostra fede, egli fu, per tutta la vita, un uomo felice. Ma ogni uomo - chiosava il cardinale Colombo - che sappia amare "davvero, cioè con tutto il cuore, per sempre, con violenza", senza timori, infedeltà, dubbi e resistenze, Dio e chiunque la divina Provvidenza, nel suo misterioso progetto di salvezza, gli affiancherà lungo il corso della vita, diventerà realmente un uomo felice. "L'amore - osservava il cardinale Colombo con una rara delicatezza, quasi poeticamente, sublimando così l'esperienza del curato d'Ars e rendendo esemplare per tutti i fedeli il suo messaggio - è una partenza del cuore verso la riva della persona amata". E proprio nella smisurata capacità d'amare è la vera grandezza di Giovanni Maria Vianney che, per amore di Gesù e ispirato da una straripante virtù di carità, seppe intuire e abbracciare quell'insopprimibile desiderio, nascosto nel cuore di ognuno, d'essere accolto, ascoltato, amato. (©L'Osservatore Romano - 3-4 agosto 2009)
__________________
Guidaci sempre con il tuo amore di Madre,
sostienici nella debolezza, confermaci nella speranza, accresci in noi la fiducia in Dio, l'amore a Cristo e la fedeltà alla Chiesa. O Maria, Madre e fiducia nostra! |
|
|
|
|
|
#110 | |
|
Moderatore
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.513
|
Citazione:
CONGREGATIO PRO CLERICIS Gesù disse: “Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo” (Gv 12,47). Cari Presbiteri, L’attuale cultura occidentale dominante, sempre più diffusa in tutto il mondo, attraverso i media globalizzati e la mobilità umana, anche nei paesi di altra cultura, presenta nuove sfide, non poco impegnative, per l’evangelizzazione. Trattasi di una cultura segnata profondamente da un relativismo che rifiuta ogni affermazione di una verità assoluta e trascendente e perciò rovina anche i fondamenti della morale e si chiude alla religione. Così, viene persa la passione per la verità, relegata a “passione inutile”. D’altra parte, Gesù Cristo si presenta come la Verità, il Logos universale, la Ragione che illumina e spiega tutto ciò che esiste. Il relativismo viene, poi, accompagnato da un soggettivismo individualista, che pone al centro di tutto il proprio ego. Alla fine, si arriva al nichilismo, secondo il quale non c’è niente e nessuno per cui vale la pena investire la propria intera vita e di conseguenza la vita non ha un vero senso. Tuttavia, bisogna riconoscere che l’attuale cultura dominante, post-moderna, porta con sé un grande e vero progresso scientifico e tecnologico, che affascina l’essere umano, anzitutto i giovani. L’uso di questo progresso, purtroppo, non ha sempre come scopo principale il bene dell’uomo e di tutti gli uomini. Ad esso manca un umanesimo integrale, che potrebbe dargli il suo vero senso e finalità. Potremmo parlare ancora di altri aspetti di questa cultura: consumismo, libertinaggio, cultura dello spettacolo e del corpo. Non si può non rilevare che tutto ciò produce un laicismo, che non vuole la religione, fa di tutto per indebolirla o, almeno, relegarla nella vita particolare delle persone. Questa cultura produce una scristianizzazione, perfin troppo visibile, nella maggioranza dei paesi cristiani, in special modo nell’Occidente. Il numero delle vocazioni sacerdotali è calato. È diminuito anche il numero dei presbiteri, sia a causa della mancanza di vocazioni sia per l’influsso dell’ambiente culturale in cui vivono. Tutto ciò potrebbe condurre alla tentazione di un pessimismo scoraggiante, che condanna il mondo attuale e ci indurrebbe a ritirarci sulla difensiva, nelle trincee della resistenza. Gesù Cristo, invece, afferma: “Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo” (Gv 12,47). Non possiamo né scoraggiarci né avere paura della società attuale né semplicemente condannarla. Bisogna salvarla! Ogni cultura umana, anche l’attuale, può essere evangelizzata. In ogni cultura ci sono “semina Verbi”, come aperture al Vangelo. Sicuramente anche nella nostra cultura attuale. Senza dubbio, anche i cosìddetti “post-cristiani” potrebbero essere toccati e riaprirsi, se fossero portati ad un vero incontro personale e comunitario con la persona di Gesù Cristo vivo. In un tale incontro, ogni persona umana di buona volontà può essere raggiunta da Lui. Egli ama tutti e bussa alla porta di tutti, perché vuole salvare tutti, senza eccezione. Egli è la Via, la Verità e la Vita, per tutti. È l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Carissimi Presbiteri, noi, pastori, siamo chiamati oggi, con urgenza, alla missione, sia “ad gentes”, sia nelle regioni dei paesi cristiani, dove tantissimi battezzati si sono allontanati dalla partecipazione nelle nostre comunità o, addirittura, hanno perso la fede. Non possiamo aver paura né restare quieti a casa nostra. Il Signore ha detto ai suoi discepoli: “Perché avete paura, uomini di poca fede?”(Mt 8,26). “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,15). “Andate, dunque, in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Non lanceremo il seme della Parola di Dio soltanto dalla finestra della nostra casa parrocchiale, ma usciremo nel campo aperto della nostra società, a cominciare dai poveri, raggiungendo anche tutti i livelli ed istituzioni della società. Andremo a visitare le famiglie, tutte le persone, anzitutto i battezzati che si sono allontanati. Il nostro popolo vuol sentire la vicinanza della sua Chiesa. Lo faremo, andando verso la società attuale, con gioia ed entusiasmo, sicuri della presenza del Signore con noi nella missione e sicuri che Lui busserà alle porte dei cuori ai quali Lo annunzieremo. Cardinale Cláudio Hummes Arcivescovo Emerito di São Paulo Prefetto della Congregazione per il Clero fonte: http://www.annussacerdotalis.org/pls...id_pagina=1539
__________________
Oboedientia et Pax
|
|
|
|
|
![]() |
| Tag |
| 2009, 2010, anno sacerdotale, ars, curato, giovanni maria vianney, sacro cuore |
| Strumenti discussione | |
| Modalità visualizzazione | |
| Tag |
| 2009, 2010, anno sacerdotale, ars, curato, giovanni maria vianney, sacro cuore |
|
|
Discussioni simili
|
||||
| Discussione | Autore della discussione | Forum | Risposte | Ultimo messaggio |
| Iconografia - Sacro Cuore di Gesù | ORAPRONOBIS | Iconografia / Artisti e opere d'arte figurativa | 8 | 04-06-2009 19:48 |
| Novene AL SACRO CUORE | WIlPapa | Elenco preghiere | 1 | 25-11-2008 16:43 |
| Consacrazione Al Sacro Cuore | macchinista | Elenco preghiere | 0 | 29-05-2008 21:16 |
|
|