Cattolici Romani intende essere luogo di fecondo dialogo tra le diverse sensibilità e posizioni dei cattolici, legittime espressioni del sano pluralismo presente nella Chiesa. La norma fondamentale del forum è il rispetto del Magistero della Chiesa e l'esclusione di ogni genere di ideologia (in particolare progressismo e tradizionalismo).

Portale Chat Regolamento Magna Charta FAQ Toolbar Quiz Linkaci Calendario
Vai indietro   Cattolici Romani: forum cristiano cattolico italiano. > Cattolici Romani > Principale
Iscriviti Lista utenti Segna forum come letti

Principale Notizie e discussioni sull'attualità ecclesiale

Rispondi
 
Strumenti discussione Modalità visualizzazione
Vecchio 03-11-2009, 23:04   #131
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

Riflessioni per l'Anno sacerdotale

L'amicizia tra preti
segno della vittoria di Cristo


di Massimo Camisasca

L'importanza decisiva dell'amicizia nella vita dell'uomo d'ogni tempo può essere colta anche dal fatto che i più grandi scrittori e filosofi dell'umanità hanno spesso parlato d'amicizia e hanno visto nell'amicizia un tema fondamentale per la comprensione dell'uomo: qualcosa che entra nella definizione stessa della vita.
Voglio citare qui fra tutti solo Aristotele e Cicerone. Il primo, nell'Etica Nicomachea, ai libri ottavo e nono, parlando dell'amicizia, sostiene che "non c'è nulla di più necessario alla vita e che senza di essa ogni bene non è bene". E il grande oratore romano, nel suo dialogo Lelius de amicitia, al capitolo sesto, scrive: "Non so se, al di fuori della sapienza, non ci sia nient'altro di meglio per l'uomo, dono degli dei immortali alla sua vita, dell'amicizia".
Dunque, l'amicizia è vista da questi grandi dell'antichità precristiana come un bene necessario, dono di Dio. Essa è anche considerata come fonte di felicità: sempre nel Lelius, al capitolo ventisettesimo, Cicerone dice che se si tolgono dalla vita la carità e la benevolenza - che come vedremo sono per lui le caratteristiche dell'amicizia - viene tolta ogni possibilità di gioia.
L'amicizia è dunque un aspetto dell'amore, è il vertice dell'amore. Essa innanzitutto implica una reciprocità che non è necessaria in ogni amore: si può amare una cosa, un bene, anche una persona, senza che tale amore sia necessariamente intaccato dall'assenza di reciprocità. L'amicizia invece è una virtù attiva, che implica la risposta dell'altro: l'amicizia implica l'amico.
Non solo, l'amicizia implica che l'amico sia un altro se stesso - lo dicono sia Aristotele che Cicerone, quest'ultimo nel libro ventunesimo del Lelius - un altro se stesso che è amato come si ama se stessi. Con l'amico si vive una vita di concordia e di comunione. I beni della vita presente, quelli sperati nella vita futura: tutto diventa strumento per alimentare l'armonia di questa vita comune. Cicerone definisce l'amicizia consensio divinarum et humanarum rerum - che potremmo tradurre come convergenza e fruizione comune dei beni umani e divini - vissuta cum benevolentia et caritate. La parola "carità" - notiamo che con Cicerone siamo ancora al di fuori di un contesto cristiano - dice qui la gratuità che deve esserci in questo consenso, mentre la parola "benevolenza" dice il desiderio che l'unico criterio del rapporto con l'altro sia il bene dell'altro. Non si cercano vantaggi perciò nell'amicizia - dice sempre Cicerone nel libro ventisettesimo - se non quelli che fioriscono da sé nell'amicizia: la letizia che viene da una vita vissuta nella saggezza e nell'amore.
Aristotele aggiunge una nota importante: l'amicizia è attiva e selettiva, essa cioè si nutre di preferenza, è un'intensità dell'amore che fa sì che la vita fra gli amici sia come una scuola della carità che si è chiamati ad avere con tutti.

La novità di rapporti
portata da Cristo

Al vertice della sua vita, Gesù, che ha dato ampia testimonianza nella sua vita pubblica di che cosa volesse dire per lui l'amicizia, scelse alcuni con cui avere un più stretto rapporto e in mezzo ai discepoli volle gli apostoli, "perché stessero con Lui" (Marco, 3, 14) e a cui confidare tutto quanto il mistero della sua vita. Ecco dunque di nuovo le due caratteristiche dell'amicizia che già Cicerone aveva genialmente intuito, comunanza nelle cose umane e in quelle divine. Questa è la comunità apostolica, l'esempio più alto di amicizia che la storia presenti. È Gesù stesso a offrirci la chiave per guardare all'esperienza vissuta da lui con i discepoli. Egli dice: "Vi ho chiamati amici, perché ho detto a voi tutto ciò che il Padre ha detto a me" (cfr. Giovanni, 15, 15).
Per comprendere che cosa sia veramente l'amicizia che Cristo ha vissuto come culmine della carità che da lui è nata, che è nata dalla sua incarnazione, dalla sua morte e resurrezione, è quindi necessario partecipare alla vita di Cristo. L'amicizia che egli ha vissuto con i suoi più intimi, l'amicizia che egli ha reso possibile fra gli uomini, nasce anche oggi dai suoi sacramenti, dal battesimo, dall'eucarestia, dalla penitenza; nasce anche oggi dal suo insegnamento e si manifesta in chi lo segue come riconoscimento del posto centrale che egli chiede d'assumere nell'esistenza di chi lo incontra. L'amicizia di Cristo vive perciò come servizio della sua persona - giustamente Agostino commenta la frase del vangelo di Giovanni citato sopra, dicendo: "Tu chiamami pure amico, io continuo a considerarmi tuo servo".
Proprio per questo sono molti i pensatori cristiani che hanno dedicato all'amicizia pagine di grande profondità. Nelle loro riflessioni, le intuizioni degli antichi filosofi sono portate a chiarezza e a compimento proprio in forza della loro personale esperienza d'amicizia, vissuta in un contesto cristiano - che spesso era un monastero. San Tommaso, per esempio, riprende molti temi sia d'Aristotele che di Cicerone. Per lui, come per loro, l'amicizia è amor benevolentiae, l'amore che vuole il bene dell'altro, un amore di comunanza, di scambievolezza, un amore che consiste nel comportarsi con l'amico come con se stessi. L'amicizia si fonda su una comunanza di vita, di beni e di virtù. Essendo il vertice della carità, l'amicizia dona all'uomo l'esperienza stessa della vita divina: la Trinità non è forse l'esempio più alto e irraggiungibile di amicizia?
Non a caso Aelredo di Rivaulx, un altro grande studioso medievale dell'amicizia - potremmo ricordare qui anche san Bernardo - nel suo De spirituali amicitia, al libro secondo, afferma che l'amicizia è un gradino verso l'amore e la conoscenza di Dio.
In questa linea, i padri orientali - e a partire da essi una tradizione che porta fino alla teologia ortodossa di questi ultimi due secoli - hanno visto nell'amicizia l'espressione più alta dell'unione mistica fra Dio e l'uomo. Pavel Florenskij dedica una parte dell'opera La colonna e il fondamento della verità (la lettera undicesima) proprio all'amicizia e annota: "L'unità mistica di due è una condizione della conoscenza e della manifestazione dello spirito di verità che dà questa conoscenza". Egli porta alle estreme conseguenze le affermazioni di Cicerone e di Aristotele riprese da Tommaso. L'amico non è soltanto colui che tratta l'altro amico come se stesso, ma gli amici costituiscono una bi-unità, una diade: gli amici non sono più solo ciò che erano presi individualmente, ma qualcosa di più, un'anima sola. In questa unità ciascuno degli amici riceve conferma dalla propria personalità, trovando il proprio io nell'io dell'altro.

Fraternità
e sacerdozio

Accennando ai temi della fraternità e dell'amicizia, ho voluto certo descrivere l'essenza dell'avvenimento cristiano, ma allo stesso tempo ho segnalato quella che considero una dimensione essenziale dell'umano. In altre parole, ho inteso descrivere sia la stoffa dell'essere che dell'essere entrato nella storia, cioè di Dio fatto uomo, la stoffa dell'avvenimento che lui ha inaugurato.
Ora, ciò che è vero per ogni battezzato è vero per ogni vocazione che s'innesta sul battesimo. Quindi anche per il sacerdozio. Tutto ciò che nasce dal battesimo infatti partecipa della struttura di vita che esso comunica all'uomo, che è la comunione, e allo stesso tempo la esprime. Così, l'esperienza di ogni vocazione cristiana non può che essere alimentata da un'esperienza di fraternità. Non esiste nel cristianesimo una vocazione al rapporto con Dio che non sia avvenimento di comunione, non c'è la scorciatoia a Dio che passi a lato di Cristo e del suo corpo.
In particolare, la parola "fraternità", essendo una parola che descrive l'essenza dell'avvenimento cristiano, non può essere disgiunta dall'essenza stessa della vita sacerdotale, anzi acquisisce una sua urgenza storica ed esistenziale proprio per i tempi in cui siamo chiamati a vivere. Il problema del nostro tempo è infatti proprio questo: la ricerca spasmodica di una scorciatoia a Dio - perché di Dio non si può fare a meno - una scorciatoia che eviti la corporeità di Cristo.
Oggi nessuno può reggere di fronte agli attacchi di questa mentalità mondana se non nella misura in cui la sua affezione è guidata da un giudizio di appartenenza chiaro. È da questo giudizio che trae alimentazione e fascino la possibilità di vivere la verginità, la povertà e l'obbedienza che il sacerdote - come ogni cristiano secondo il suo stato - è chiamato ad abbracciare: se io appartengo ai miei fratelli, non appartengo più a me stesso, non appartiene più a me il mio tempo, non appartengono più a me le cose che ho, i miei soldi, le mie doti, i miei rapporti.
Scoprire questo nella propria esistenza è qualcosa d'infinitamente più grande e pieno di letizia dell'appartenersi, del tenere a se stessi. Il tenere a se stessi rimpicciolisce; scoprire invece di appartenere a dei volti chiamati con me, scoprire e accettare di appartenere alla storia di Cristo nel mondo attraverso quei volti rende grandi. La grandezza della mia persona è data dalla storia di Cristo tra gli uomini, cui voglio appartenere in risposta alla sua chiamata.
Penso che questa notazione, che è assieme psicologica e spirituale, descriva bene il passaggio dalla naturalità all'essere nuovo cui il battesimo chiama ognuno.
Ma voglio approfondire le mie considerazioni. La condizione perché possa sorgere una personalità autenticamente cristiana è che essa riconosca l'avvenimento della compagnia in cui Cristo l'ha inserita e si lasci generare da essa. Nessuno di noi può procedere verso la verità di se stesso se non attraverso il cambiamento a cui la presenza degli altri lo sospinge. La presenza dell'altro cambia la nostra vita molto più delle piogge secolari che solcano il terreno e levigano le pietre. Questo è il valore sacramentale del fratello che mi è posto accanto.
In questo senso arrivo a dire che se uno non avverte l'altro come un ostacolo, non può amarlo. Se non si è spiritualisti o superficiali, non si può non avvertire in certi momenti della vita il peso di chi ci è messo accanto nel posto dove si lavora, dato dalla differenza di percezione delle cose, dalla differenza delle storie e dei temperamenti personali... magari proprio in chi uno sente per altro verso straordinariamente vicino. È a questo punto che uno scopre il significato di presenza sacramentale dell'altro, nella misura in cui capisce che questa alterità o diversità è il segno di una Presenza che trascende l'altro e lo rende segno di qualcosa di più.
Diceva Gilbert Cesbron: "Ogni grande esistenza nasce dall'incontro con un grande caso". Nella compagnia di Cristo questa grande occasione data alla nostra vita è l'altro che mi è posto a fianco, è la grandezza di Colui che mi raggiunge attraverso l'altro che mi è posto a fianco. Si noti bene: non necessariamente attraverso la santità dell'altro, magari anche attraverso la povertà dell'altro. Il crescere della persona non è un'impresa erculea, non è uno sforzo della volontà, è il frutto della provocazione continua di una compagnia vera: sufficientia nostra ex Deo, dice san Paolo (2 Corinzi, 3, 5). Gli altri, se sono desiderati, riconosciuti e perciò accolti come segno della compagnia Sua, rendono la nostra persona capace a sua volta di diventare compagnia sulla strada degli uomini che incontriamo.

Degenerazioni
nel vivere la compagnia


Come tutte le cose umane, anche la compagnia che è segno del mistero e luogo della presenza di Cristo può essere vissuta in modo riduttivo. Laddove ciò accade è sempre il nostro criterio umano a prevalere sulla novità introdotta da Cristo nei rapporti tra gli uomini. Voglio elencare perciò schematicamente tre momenti di questo pericolo di riduzione.
Una prima degenerazione possibile è quella di sentire la compagnia, l'amicizia in Cristo, come espressione di un dovere. Sarebbe un po' come dire: "Siccome siamo assieme, siccome Qualcuno ci ha messi assieme, allora "abbiamo il dovere" di vivere la nostra vita come espressione comune". La radice di questa degenerazione è la misconoscenza della vera natura della carità, avvenimento della gratuità dell'amore di Cristo per noi e della risposta a esso. In forza di questa insufficienza, un'amicizia ridotta moralisticamente a dovere ha breve storia e sfocia quasi sempre in violenza: la compagnia cristiana non si genera da se stessa, non nasce - solo - come frutto di un mio sforzo ascetico, ma è un dono, è una grazia nella sua origine e vive come memoria di tale grazia.
Una seconda espressione degenerata della compagnia in Cristo è la comunità concepita e vissuta come una strategia: "l'unione fa la forza", come recita un proverbio italiano. La compagnia come strategia per meglio capire, per meglio intervenire, per più efficacemente agire - anche nella missione. Ciò può essere una tentazione sottile e pericolosa proprio perché fa leva su sentimenti di generosità e impegno che facilmente si presentano come aspetti del proprio amore a Cristo. La "malattia" di questa posizione sta ancora una volta nel fatto che essa poggia tutta sulla fiducia in se stessi e nel proprio fare.
Una terza degenerazione è, infine, quella di concepire l'amicizia o la compagnia come un ricovero: come luogo accomodante, una fuga dal mondo. L'errore sta qui nel considerare la compagnia come una cosa bella, che ci fa sì felici, ma in senso naturalistico, distraendoci dalla missione che Cristo in essa e con essa ci affida. Una compagnia concepita in questo modo diventa il luogo di una somma di solitudini, dove alla lunga non si può che cercare nell'altro solo l'accondiscendenza a ciò che "sentiamo", a ciò che "ci piace". Il significato di una vera fraternità cristiana, al contrario, è che Dio non lascia solo l'uomo nella prova dell'esistenza. Questo sarebbe diabolico: la solitudine. Nella compagnia il dramma è possibile, perché è vinta la tragedia dell'uomo solo di fronte al male: è vinta, perché Uno per noi l'ha vinta. Cristo non ha chiamato i dodici solo perché stessero con lui, ma "per mandarli" (Marco, 3, 14) ad annunciare questa sua vittoria.


(©L'Osservatore Romano - 4 novembre 2009)
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 19-11-2009, 18:37   #132
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

Intervento dell'arcivescovo segretario della Congregazione per il Clero

Il prete e la tentazione
del protagonismo

"La comunicazione nella missione del sacerdote" è stato il tema della giornata di studio promossa il 18 novembre dalla Pontificia Università della Santa Croce nell'ambito delle iniziative per l'Anno sacerdotale. Pubblichiamo quasi per intero l'intervento introduttivo dell'arcivescovo segretario della Congregazione per il Clero.


di Mauro Piacenza


L'efficacia del ministero, garantita, nei suoi aspetti essenziali, dalla grazia divina, descritta nell'ex opere operato di tomista memoria, è affidata anche, misteriosamente e nel contempo in modo affascinante, alla libertà del singolo sacerdote e al percorso di progressiva conformazione esistenziale a Cristo, unico sommo sacerdote, che ha inizio con il sacramento dell'ordine e prosegue per tutto il tempo dell'esistenza terrena. In tal senso, ciascun sacerdote è, per eccellenza, uomo della comunicazione: della comunicazione con Dio e della comunicazione di Dio ai fratelli, a lui affidati nella sollecitudine del ministero.
Come ricorda la Lettera agli Ebrei (5, 1-2), il sacerdote è un uomo totalmente relativo a Dio, dell'unico "relativismo" di cui sia possibile gloriarsi! È un uomo costituito dalla Misericordia divina in una precisa funzione rappresentativa di Cristo stesso: è alter Christus, come c'insegna la migliore tradizione ecclesiale. In tal senso egli è, indipendentemente anche dalle personali doti di comunicatore, sacramentalmente costituito in comunicazione-rappresentativa di Cristo stesso: il sacerdote e il sacerdozio non sono autosufficienti o indipendenti da Cristo e, quando - Dio non voglia! - lo divenissero, perderebbero la propria stessa forza missionaria, riducendosi a mere realtà umane, incapaci, per conseguenza di comunicare e rappresentare il Mistero. Lo stesso esercizio dei Tria munera sacerdotali è eminentemente un atto di comunicazione. Non mi riferisco solo al munus docendi, che lo è in modo più diretto e immediato nella predicazione e nella catechesi, ma anche al munus sanctificandi, in quella straordinaria forma di celeste comunicazione che è la divina liturgia, che obbedisce a precise regole comunicative proprie, mai disponibili a personali manipolazioni o aggiustamenti, e al munus regendi, per mezzo del quale i sacerdoti sono chiamati a comunicare la sollecitudine di Cristo Capo, Buon Pastore, che pasce, attraverso i suoi ministri, il gregge, per condurlo al Padre.
La comprensione e, dove necessario, la ri-comprensione della sostanziale natura ontologico-rappresentativa del sacerdozio ministeriale, distinto essenzialmente da quello battesimale, costituisce oggi un'autentica priorità per il clero, sia nella formazione iniziale, sia in quella permanente. Insegna a tal riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1581: "Questo sacramento configura a Cristo in forza di una grazia speciale dello Spirito Santo, allo scopo di servire da strumento di Cristo per la sua Chiesa. Per mezzo dell'ordinazione si viene abilitati ad agire come rappresentanti di Cristo, Capo della Chiesa, nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re".
La prima e più efficace condizione perché ciascun sacerdote assuma consapevolmente la responsabilità della comunicazione che pone in essere, è determinata dalla comprensione della propria autentica e profonda identità, sacramentalmente e definitivamente determinata, non disponibile e, proprio per questo, oggettiva comunicazione del divino. Lo stesso Santo Padre, nel mettere in luce il nucleo essenziale della spiritualità di san Giovanni Maria Vianney, nel cui 150° anniversario celebriamo l'Anno sacerdotale, lo ha individuato nella "totale immedesimazione con il proprio ministero". Proprio tale immedesimazione è condizione imprescindibile d'ogni efficace comunicazione.
La seconda suggestione, che mi pare urgente offrire, riguarda l'indebito, e non di rado perfino davvero imbarazzante, proliferare dei "preti-star", presenti in molti organi d'informazione, soprattutto in televisione, senza alcun permesso dell'ordinario e senza possibilità di reale controllo da parte della legittima autorità ecclesiastica.
Se da un lato sarebbe onestamente auspicabile, in tale ambito, un'opportuna riflessione sul servizio di "sorveglianza" degli ordinari - non si tratterebbe di un soffocante regime "poliziesco", ma di senso di responsabilità e di carità pastorale verso tutti, credenti e non - dall'altro ferisce non poco la constatazione di come spesso, se non nella maggioranza dei casi, certi sacerdoti, e persino alcuni religiosi, si discostino, anche palesemente, dalla comune dottrina, e non solo in ambito morale, ma anche de fide. È il segno d'uno smarrimento della propria coscienza identitaria, che determina, non di rado, disorientamento nei fedeli laici e nei comuni ascoltatori, i quali sono posti davanti alla differenza, talora clamorosa, tra la dottrina ufficiale della Chiesa e quanto comunicato - aggiungerei "inopportunamente!" - dai sedicenti preti-star.
Sappiamo bene come il mondo, nel senso giovanneo - e in tal senso non pochi media svolgono pienamente questo compito - abbia sempre cercato di travisare la verità, di disorientare e, soprattutto, di nascondere la poderosa unità della dottrina cattolica, sia intesa in se stessa, come compiuto sistema di comprensione del reale che ha in Dio stesso la propria origine soprannaturale, sia rispetto alla reale unità del Corpo ecclesiale che, ben lo sappiamo, è seme fecondo d'efficace testimonianza, all'insegna della preghiera sacerdotale: Ut unum sint. Ora è quanto mai importante evitare il proliferare di quello che non ho timore di definire un vero e proprio far west comunicativo, nel quale alcuni sacerdoti, pretendendo di parlare in nome della Chiesa e, di fatto, in parte rappresentandola, almeno in forza dell'ordinazione sacramentale, procurano divisione e disorientamento, arrecando un vero e proprio danno all'unità e all'efficacia della comunicazione ecclesiale ed evangelica. Se si considera, poi, l'amplificazione che tali interventi mediatici hanno, in forza degli strumenti adottati la responsabilità diviene davvero incalcolabile. Vengono in mente le parole chiare del Signore: "Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli" (Matteo, 5, 19). Probabilmente, parte della Chiesa, e in essa del corpo episcopale chiamato a vigilare, deve ancora assumere pienamente il significato portante che, anche a livello antropologico, ha avuto, e avrà nei prossimi decenni, la cosiddetta "rivoluzione mediatica", che, dopo quella francese e industriale, è la più importante rivoluzione della modernità.
Un'ultima osservazione sul significato e sulla corretta collocazione teologica della comunicazione. Non di rado si è creato un certo slittamento semantico tra i termini "comunione" (communio) e "comunicazione", pensando d'individuare reali o presunte "radici trinitarie" alla comunicazione umana. Se è chiaro che è sempre l'uomo l'attore, o almeno uno degli attori, della comunicazione, e che l'uomo è stato creato a immagine del Dio trinitario, ed è chiamato a divenirne somiglianza, tuttavia non pare direttamente giustificata un'identificazione dei due suddetti termini. La communio appartiene all'ordine dei fini ed è assolutamente necessario rispettarne la natura, anche e soprattutto all'interno del discorso teologico. La comunicazione, per contro, appartiene all'ordine dei mezzi e può lecitamente essere descritta come un mezzo, forse come uno dei mezzi più efficaci, per il raggiungimento o, meglio, l'accoglienza della communio. Ritengo che la riflessione su questa "strumentalità" e "finalizzazione" della comunicazione alla comunione, sia premessa indispensabile d'ogni pensare teologico, che voglia portare un contributo realmente edificante, e permetta, anche alla comunicazione dei sacerdoti, una reale finalizzazione che, in sintesi, potrebbe, semplicemente, rispondere alla domanda: "Quanto sto comunicando appartiene alla Chiesa? Favorisce la comunione? Comunico, cioè metto in comunione, chimi ascolta, con duemila anni di storia cristiana?".
Anche nella comunicazione dei sacerdoti è di straordinaria efficacia quanto ricordato dal Papa nella Caritas in veritate: "L'essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Talvolta l'uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende - per dirla in termini di fede - dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell'interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società: "Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407)". Evidentemente può essere causa di gravi errori anche nel campo della comunicazione e della "comunicazione nella missione del sacerdote".


(©L'Osservatore Romano - 20 novembre 2009)
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 01-12-2009, 20:11   #133
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

Le iniziative organizzate dalla Congregazione per il Clero

Un Anno per i sacerdoti
e non solo


di Marta Lago

Unisce necessità e riconoscimento. L'Anno sacerdotale chiede infatti il rigoroso rinnovamento interiore di tutto il clero mondiale; ma rappresenta anche l'abbraccio e la gratitudine corale del Papa e della Chiesa per la fedeltà e la sofferenza di tanti preti di fronte alle incomprensioni e alle difficoltà che possono incontrare.
Un Anno che già raccoglie dei frutti e continua a prepararne di nuovi, come ha descritto lo scorso venerdì, in un incontro-colloquio con un gruppo di giornalisti, il segretario della Congregazione per il Clero, l'arcivescovo Mauro Piacenza. Con realismo e speranza, in un periodo storico non precisamente generoso con i sacerdoti. E anche a dispetto del peso che hanno, attraverso l'amplificazione dei media, figure sacerdotali "che in genere sono quelle del dissenso". Mentre i mezzi d'informazione - afferma il presule - generalmente hanno scarsa attenzione per le figure "del grande consenso, della grande comunione, che sono quelle della quasi totalità dei preti che fanno il loro dovere".
L'arcivescovo apre le porte del dicastero e manifesta la sua preoccupazione per la cultura attuale che tende a omologare il sacerdote e ad appiattirlo il più possibile allo spirito del mondo, il quale elude la solidità del riferimento morale e preferisce il soggettivismo. "C'è continuamente bisogno di remare contro nel senso evangelico del termine; facendo anche guerre, ma "guerre di santità". La muscolatura interiore di un prete - preghiera, vita interiore e motivazione profonde - deve essere in un cero senso da Rambo se vuole resistere lui e se vuole che la sua azione pastorale sia incisiva". La Congregazione per il Clero moltiplica gli sforzi per promuovere questo rinnovamento interiore - "non una rivoluzione" - che permetta di ridare entusiasmo di fronte a tante nuove sfide. Riannodandosi a quel convincimento espresso da Paolo vi, secondo il quale il mondo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri. "Ciò che insegna il sacerdote - osserva monsignor Piacenza - acquista valore attraverso la propria testimonianza; è così che diventa credibile. E per essere credibile il prete deve essere profondamente credente".
L'Anno sacerdotale parla a tutta la comunità di fedeli, non soltanto ai sacerdoti. A questi spetta una pastorale, come "arte della comunicazione della salvezza e della grazia di Dio", che risponda alle necessità del presente, aiutando i laici a instillare forza morale nelle realtà terrene. Il fatto è che le grandi sfide del mondo contemporaneo chiamano in causa direttamente i laici, non i "preti politicanti, i preti che fanno comizi o i preti "star". Ognuno faccia il suo. E il sacerdote che fa il prete fino in fondo è il primo agente di promozione" dell'evangelizzazione nella società. "Questa è la grande sinfonia della comunione cattolica", sottolinea il presule.
Per questo il sacerdote è "dono" e "segno", non soltanto per la Chiesa, ma anche per la società civile, che può vedere in lui un riferimento utile "di pacificazione, di comprensione, di misericordia, di umanizzazione". Com'è d'aiuto, per lo stesso sacerdote e per gli altri, il segno esteriore della sua identità presbiteriale, che "in alcuni ambienti serve per essere insultati, ma anche per essere cercati". Un'identità che bisogna saper comprendere e apprendere, e che si definisce attraverso la configurazione a Cristo. È la ragione dell'obbedienza, del celibato, della povertà. Perché "il Buon pastore non riserva niente per sé. E il sacerdote, nonostante tutti i suoi difetti umani, è stato eletto da Cristo, non si è autoproposto"; egli deve essere "sempre il megafono del buon Dio che parla al suo popolo; il canale attraverso il quale circoli l'acqua in modo puro e arrivi così la salvezza che è Gesù Cristo".
Un modello eminente di questa formazione è il curato di Ars, che domina un anno al termine del quale il Papa lo proclamerà patrono di tutti i sacerdoti del mondo. Figura straordinaria perché, semplicemente, egli agì sempre come sacerdote. "Fece soltanto questo, e niente di meno che questo!", afferma l'arcivescovo Piacenza. San Giovanni Maria Vianney "si realizzò" nell'eucarestia e nella confessione, donandosi totalmente alla sua parrocchia, nella quale non si poteva dire che inizialmente ci fosse molto amore per Dio. Fu la sua missione a trasmetterlo, in mezzo al "vento del deserto sahariano" del secolarismo; la stessa difficoltà che oggi sperimenta la Chiesa. Ma il curato d'Ars "trasformò tutto attraverso la sua santificazione". È un forte richiamo e anche una grande consolazione per il sacerdote del XXI secolo, oberato di compiti. Già lo sottolineò il concilio Vaticano ii - spiega monsignor Piacenza - in linea con la tradizione che risplende nel curato di Ars: la chiamata a santificarsi non malgrado il ministero, ma attraverso lo stesso ministero sacerdotale. "La buona volontà, l'impegno, e lasciarsi guidare dal Divino Maestro" plasmò la cattedra d'insegnamento del curato di Ars, la cui pastorale fu eccezionale perché la apprese "amando il Signore, lasciandosi amare da Lui e non ponendo ostacoli all'azione dello Spirito Santo". Una lezione d'attualità, prosegue il segretario della Congregazione per il Clero: "Un santo è sempre un grande pastore", che "rivolge la sua preoccupazione a tutti" facendo il suo "apostolato incisivo".
Questi elementi delineano l'anima dell'Anno sacerdotale e l'urgenza di comunicarlo adeguatamente. Sono, inoltre, il motore delle iniziative del dicastero per il Clero. Per questo esso ha innanzitutto raccomandato nei cinque continenti l'adorazione eucaristica, possibilmente perpetua, per la santificazione dei sacerdoti. "La rispondenza è veramente al di sopra di quello che si penserebbe", conferma monsignor Piacenza. Inoltre, sull'esempio di santa Teresa de Lisieux, è stata proposta una forma di "maternità spirituale" per fare sì che i laici si uniscano agli sforzi e alle difficoltà apostoliche dei sacerdoti e per sensibilizzare i fedeli ad accogliere i propri pastori, veri padri d'ogni comunità. In rete con tutte le diocesi del mondo, la congregazione vaticana diffonde, attraverso internet (www.clerus.org e www.annussacerdotalis.org) lettere mensili del prefetto, il cardinale Cláudio Hummes, e dell'arcivescovo Piacenza, insieme a materiale di studio, di riflessione e a comunicazioni. Tra i documenti frutto dell'Anno sacerdotale c'è la prossima pubblicazione - sempre a cura del dicastero - di un vademecum per la confessione e la direzione spirituale.
A marzo si celebrerà - specialmente per i vescovi, primi formatori dei sacerdoti, e formatori in genere - il congresso teologico "Fedeltà di Cristo, fedeltà del Sacerdote" sugli aspetti umani, spirituali, teologici e pastorali che configurano la vita sacerdotale.
L'Anno sarà chiuso il prossimo 11 giugno, con la tre-giorni dell'Incontro internazionale dei sacerdoti. Porte spalancate anche a seminaristi, diaconi permanenti, religiosi e religiose e fedeli laici. Un appuntamento mondiale che, con l'appoggio tecnico-logistico dell'Opera romana pellegrinaggi (www.josp.com) si svolgerà nella basilica di San Paolo fuori le Mura - per sottolineare il dinamismo evangelizzatore e la conversione personale dell'apostolo delle Genti - e nella basilica di Santa Maria Maggiore - come un cenacolo per invocare lo Spirito Santo con Maria. E trovando spazio, tra l'altro, per la confessione, messaggio tangibile dell'importanza di questo sacramento per gli stessi sacerdoti e della necessaria disponibilità di sacerdoti per il suo esercizio. Alla vigilia - ha annunciato ancora l'arcivescovo Piacenza - piazza San Pietro ospiterà una veglia alla presenza di Benedetto XVI: orazione, colloquio, canto e festa lasceranno spazio a esperienze di prima mano che non ometteranno le persecuzioni per causa della fede e il "martirio della coerenza" che subiscono non pochi sacerdoti. La solennità del Sacro Cuore di Gesù si celebrerà ugualmente "con Pietro, in comunione ecclesiale" nella basilica vaticana, con l'eucarestia presieduta dal Papa. E la conclusione dell'Anno sacerdotale segnerà anche il punto di partenza del rinnovato impegno universale della vocazione sacerdotale.


(©L'Osservatore Romano - 2 dicembre 2009 )
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 03-12-2009, 20:08   #134
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

Padre Raniero Cantalamessa spiega il tema delle prediche per l'Avvento

Per il sacerdote più preghiera
e meno occupazioni

L'Anno sacerdotale "dovrebbe servire proprio a riportare il sacerdote alla sua matrice interiore, alla sorgente di ogni apostolato, di ogni sacerdozio, che non solo dà efficacia al ministero, ma dà anche gioia al presbitero". Lo afferma il cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, anticipando alcuni spunti di riflessioni delle prediche per l'Avvento che terrà da venerdì 4 dicembre nella cappella Redemptoris Mater alla presenza di Benedetto XVI. "Nella scelta dei temi da proporre - spiega - mi lascio sempre guidare dalla grazia che la Chiesa sta vivendo in quel momento. E come l'anno scorso la grazia era l'Anno paolino, quest'anno è quello sacerdotale. Mi sembrava quasi doveroso unirmi a questa intenzione del Papa e portare un piccolo contributo di riflessione".
Il modello di presbitero proposto dal cappuccino è quello di "contemplativo nell'azione". Da qui la raccomandazione a ritagliarsi "un tempo per la preghiera, perché è lì, soprattutto, che si alimenta la vita personale". L'esempio di don Camillo del Guareschi è eloquente. Egli aveva l'abitudine di parlare con il Crocifisso. Un dialogo a tu per tu, nel quale il parroco confidava tutto ciò che riguardava lui stesso e la parrocchia. "Credo che sarebbe una benedizione - sottolinea il predicatore - se il sacerdote acquisisse questa abitudine di parlare a cuore a cuore con Gesù, perché Egli è vivo, non è morto". "In una delle prediche - aggiunge - dirò che il segreto è passare dal Gesù personaggio del passato al Gesù persona. Del personaggio si può parlare, ma non gli si può parlare. La persona invece è qualcuno con il quale si può dialogare. Per il sacerdote Gesù dovrebbe essere proprio questo: una persona viva e risorta". Ecco il segreto dell'anima di ogni prete.
"Sacerdoti secondo il Cuore di Cristo" è il sottotitolo al tema delle prediche. Che significato rivesta questa espressione lo spiega il cappuccino, precisando che si tratta di un ritorno "all'origine del sacerdote, a quella che è stata la scelta degli apostoli da parte di Gesù. Tutto nasce da quella chiamata: il ministero apostolico e il sacramento dell'ordine nascono e affondano le radici nella scelta di Gesù". "Lo scopo, l'anima del sacerdozio - prosegue - è di stare con Gesù e di andare a predicare. Si legge nel Vangelo che Cristo chiamò gli apostoli perché stessero con lui e andassero a predicare. È significativo che prima della predicazione c'è lo stare con Gesù". Il sacerdote secondo il Cuore di Cristo è allora colui che "ha un rapporto personale, intimo con il Signore e che di fronte agli altri non trasmette solo una dottrina, un'esperienza, ma una persona".
Nelle prediche, padre Cantalamessa cercherà di mettere in luce anche l'identità originaria e "l'anima di ogni sacerdozio". Questa espressione - spiega - "fa riferimento a un libro, famoso negli anni antecedenti al concilio Vaticano II, dal titolo L'anima di ogni apostolato, scritto dall'abate Chautard". L'intenzione dell'abate era quella di ricondurre il sacerdote alla sua anima interiore. "A quel tempo, così come avviene anche adesso - evidenzia il religioso - c'era per il prete il rischio di attribuire un'importanza eccessiva alle opere: cinema parrocchiali, centri culturali, gite, oratori. Tutte cose preziosissime e di cui Chautard era il primo a difendere il valore. Egli sosteneva però che se queste cose non partono da una vita interiore e contemplativa, sono "stampelle". Anzi, arrivava a usare un'espressione di san Bernardo molte forte: sono "maledette occupazioni"". Padre Cantalamessa mette poi in guardia dal "rischio di un eccessivo coinvolgimento nel sociale, che poi sfocia inevitabilmente nel politico". Se tutto ciò può essere un bene per il sacerdote in occasioni straordinarie, "dietro indicazioni del vescovo o dello stesso Pontefice", spesso si tratta di "un eccesso, un'ipertrofia dell'azione, del ruolo sociale del presbitero, che può portare a una perdita, a un calo della dimensione soprannaturale e interiore. Quando Gesù diceva: "Chi mi ha costituito giudice tra voi?", rivendicava con grande forza il suo ruolo di inviato di Dio per annunciare la buona novella agli uomini". A questo proposito, i laici sono chiamati opportunamente a tradurre l'annuncio in iniziative pratiche immerse nelle vita quotidiana, "ma - avverte Cantalamessa - il sacerdote, a mio parere, dovrebbe stare attento a non lasciarsi troppo coinvolgere. Certo le opere parrocchiali sono preziose, necessarie, ma queste presto o tardi si dovranno affidare ai laici. Il sacerdote potrà essere una sorta di supervisore, uno che dà lo spirito, ma l'amministrazione pratica deve essere affidata ai laici". Già san Gregorio Magno - ricorda in conclusione - "diceva che siamo affogati talmente nelle faccende secolari che a stento troviamo qualcuno che predichi la pura Parola di Dio". (nicola gori)


(©L'Osservatore Romano - 4 dicembre 2009)
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 08-12-2009, 13:10   #135
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

ANNO SACERDOTALE: FRATI IMMACOLATA, UN CONVEGNO SUL MINISTERO DEL SACERDOZIO

“In un tempo di forte relativismo, il sacerdozio ministeriale potrebbe risultare superfluo nella Chiesa e spesso si è tentati di guardare ad esso come ad un opera socialmente utile, ad un servizio che prescinda dall'essere nella Chiesa e a favore della Chiesa presenza sacramentale di Cristo capo e pastore”. Così i Frati francescani dell’Immacolata presentano il convegno “Il sacerdozio Ministeriale: l’amore del cuore di Gesù” che si svolgerà a Roma (Via di Boccea, 590) dal 10 al 12 dicembre e al quale interverranno, fra gli altri, i vescovi mons. Gino Reali (vescovo di Porto S. Rufina); Mons. Mauro Piacenza (Segretario della Congregazione per il Clero); Mons. Francesco Moraglia (vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato); Mons. Paolo Rabitti (arcivescovo di Ferrara-Comacchio); Mons. Velasio de Paolis (Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede); Mons. Luigi Negri (vescovo di S. Marino-Montefeltro); Mons. Mauro Parmeggiani (vescovo di Tivoli) oltre al Fondatore dei Francescani dell’Immacolata, padre Stefano Maria Manelli e a diversi docenti del Seminario Telogico Immacolata Mediatrice e di alcune Università Pontificie. Il convegno vuole anche mostrare le ragioni teologiche della santità del celibato e la via di alcuni sacerdoti come il Santo Curato d'Ars, S. Massimiliano M. Kolbe e S. Pio da Pietrelcina.

fonte: www.agensir.it
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 18-12-2009, 18:20   #136
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

A metà dell'Anno sacerdotale

Realtà e metodo dell'Incarnazione

di Mauro Piacenza

Arcivescovo titolare di Vittoriana
Segretario della Congregazione per il clero

Sono trascorsi sei mesi dall'inizio dell'Anno sacerdotale, che è stato inaugurato da Benedetto XVI lo scorso 19 giugno 2009 e che, silenziosamente ma con efficacia, prosegue il proprio cammino nella Chiesa in tutto il mondo, vedendo la semina e già qualche fioritura, che lascia sperare buoni frutti. A metà di questo anno, il solo bilancio in sintonia con il vero spirito dell'indizione di tale provvida iniziativa è quello che riguarda la conversione di ciascuno, soprattutto in ordine alla focalizzazione dell'identità sacerdotale e all'immedesimazione con tale identità, che tanto determina del ministero che ci è affidato, sia come realtà accolta dalla grazia sacramentale dell'ordinazione, sia come metodo prima esistenziale e poi di evangelizzazione.
In questi giorni, già nella novena di Natale, siamo chiamati a fare memoria del mistero dell'Incarnazione del Verbo, il Dio con noi; mistero che eccede la nostra capacità di comprensione e la nostra stessa attesa di salvezza: se partecipiamo, come sacerdoti, all'anelito umano universale alla salvezza ed alla rivelazione, intese anche come compimento e accoglienza del significato pieno dell'esistenza, non di meno il modo scelto da Dio per rivelarsi oltrepassa ogni possibile aspettativa umana, e abbraccia, dilatandola enormemente, la stessa capacità umana di domanda.
Contempliamo, in questi giorni così densi di attività, cioè di servizio di fede ai fratelli, il mistero straordinario dell'Incarnazione, non limitandoci a concepirlo come, appunto, mistero, ma andando al fondo di ciò che la fede, da sempre, ci dice: il mistero è ciò che, una volta incontrato e compreso, non è esauribile dalla nostra intelligenza.
Quello che, probabilmente con maggiore efficacia, possiamo tradurre in esperienza esistenziale e in modo di servizio pastorale è il metodo inaugurato nel mondo dall'Incarnazione del Verbo. Dio non ha scelto di inviarci un libro, non si è rivelato in visioni strane ed incomprensibili, non ha imposto regole morali. Dio si è fatto uomo! Ha scelto di entrare nella storia, nella carne, condividendo dal di dentro l'esperienza della sua creatura, di quella che egli stesso ha posto a custodia di tutto il creato, costituendola quale unico punto di autocoscienza del cosmo.
Il nostro ministero sacerdotale, soprattutto in questo tempo che vede tanti fratelli avvicinarsi a noi, per le ragioni talvolta più diverse, deve essere, almeno come tentativo e desiderio, esattamente questo: aiutare quanti incontriamo a fare l'esperienza di un Dio vicino, implicato realmente con la pasta umana e, nel contempo, proprio perché implicato, capace di innalzare, elevare la miseria e la debolezza umana, alle altezze più inattese, alla stessa sua vita divina. La preghiera, il concepirsi del sacerdote come incessante preghiera per l'umanità tutta, il vivere la propria esistenza come offerta totale al Signore, nella radicalità del celibato e nella fedeltà all'ininterrotta tradizione della Chiesa, sono elementi costitutivi della possibilità stessa di condurre i fratelli al Signore: essi guarderanno colui a cui noi guardiamo, ameranno chi noi amiamo.
Potremo fare ciò, ben lo sappiamo, soltanto se, innanzitutto per noi, l'Incarnazione non sarà soltanto una verità di fede imparata, ma diverrà esperienza quotidiana e concreta di ogni giorno, nella certezza di una compagnia guidata, la Chiesa, che è garanzia, proprio attraverso la sua struttura sacramentale, così splendidamente umana, del permanere e dell'agire del Signore tra noi. Per noi infatti il Verbo si è fatto carne, per noi in Gesù di Nazareth Signore e Cristo abita corporalmente la pienezza della divinità, per noi l'Incarnazione è anche il metodo, il cammino con il quale il Signore ha deciso di raggiungerci e ci raggiunge adesso.
Sia questo metodo, l'unico direttamente divino e quindi certamente efficace, ad animare ogni scelta missionaria e ogni gesto sacramentale. Sia l'Incarnazione la vera misura della nostra pastorale, in un difficile, ma irrinunciabile equilibrio tra umano e divino, sempre ricordando che l'uomo Gesù non è mai esistito separato dal Logos eterno e che quindi la legittima distinzione tra umano e divino, lungi dal giustificare ingenui sociologismi da un lato o fughe spiritualistiche dall'altro, ci chiama costantemente a quella unità, in se stessa unica e irripetibile, ma spiritualmente desiderabile e ripresentabile, che è l'equilibrio e la prossimità dell'esperienza del Dio con noi.
Potrebbe essere questo il frutto buono che a metà dell'Anno sacerdotale domandiamo al Signore: una conversione autentica, un rinnovamento spirituale, che sia anche conversione di metodo, sia nel concepire la Chiesa come il reale proseguimento dell'Incarnazione, nel permanere del triplice ministero di annuncio, salvezza e guida di Cristo stesso, sia nel vivere il sacerdozio ministeriale come autentica possibilità, innanzitutto per gli stessi sacerdoti e poi per tutto il popolo di Dio, di fare esperienza della vicinanza del mistero. In definitiva, siamo ministri dell'Assoluto; nelle nostre mani il pane e il vino divengono corpo e sangue di Cristo, per la nostra assoluzione i peccatori vengono riconciliati con il Padre e con la Chiesa: chi più del sacerdote può rendersi conto di cosa significhi, come realtà e come metodo, l'Incarnazione del Verbo?



(©L'Osservatore Romano - 19 dicembre 2009)
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 18-12-2009, 18:46   #137
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

18/12/2009 12.30.54
Mons. Piacenza traccia un bilancio dell'Anno Sacerdotale a metà del suo cammino


“L’Anno Sacerdotale, aperto da Benedetto XVI il 19 giugno scorso nel 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, sta avendo un’ampia risonanza in tutte le diocesi del mondo”. Ne è convinto mons. Mauro Piacenza, segretario della Congregazione per il Clero, il dicastero vaticano che lo sta promuovendo. Al microfono di Roberto Piermarini mons. Mauro Piacenza traccia un bilancio dell’Anno Sacerdotale, giunto a metà del suo cammino:
R. - Il cosiddetto “bilancio” autentico è quello che il Signore traccerà, guardando al cuore di ciascuno, a quanto ciascuno ha saputo e voluto accogliere l’invito del Santo Padre ad un autentico, benché iniziale, “rinnovamento spirituale”. Noi possiamo solo affermare, con soddisfazione, che da ogni parte del mondo, da intere Conferenze episcopali come da singole Diocesi, si moltiplicano le iniziative, soprattutto di preghiera, legate all’Anno Sacerdotale. E non potrebbe essere altrimenti, poiché, nella Chiesa, il rinnovamento autentico prende le mosse unicamente dal rinnovamento interiore e, quindi, dalla preghiera. C’è grande attenzione al magistero pontificio ordinario, il quale non di rado, anche in circostanze apparentemente lontane dal tema, torna sull’Anno Sacerdotale, offrendo preziose indicazioni. La grande “rete di preghiera” che si voleva tessere, affinché abbracciasse tutti i sacerdoti, si sta pian piano tessendo, secondo i modi ed i tempi che non noi ma lo Spirito decide. Le Ore Eucaristico-mariane nella Basilica di Santa Maria Maggiore, animate dalla Congregazione per il Clero, nei primi giovedì del mese dell’Anno Sacerdotale, vogliono essere un esempio offerto a tutti ed uno stimolo a realizzare simili “cenacoli di preghiera” con Maria. Sarebbe molto bello che ogni Diocesi del mondo avesse un appuntamento mensile del genere ed avesse un luogo di adorazione perpetua per la santificazione dei Sacerdoti. Quante cose potrebbero cambiare allora in positivo! Le grandi cose nascono sempre dalle ginocchia piegate. Bisogna potenziare al massimo lo sguardo di fede e tutto leggere con tale sguardo.

D. - Quali sono i prossimi importanti appuntamenti ecclesiali per l’Anno Sacerdotale?

R. - Oltre a quelli più strettamente liturgici, nei quali ascolteremo quanto il Santo Padre vorrà ricordare, anche rispetto all’Anno Sacerdotale - penso particolarmente alla prossima Santa Messa Crismale e quella In Coena Domini - abbiamo di fronte a noi, in ordine cronologico, un impegnativo Convegno Teologico Internazionale, che si terrà il prossimo 11-12 marzo 2010, presso l’Aula Magna della Pontificia Università Lateranense. Si tratta di un’occasione particolarmente propizia, per fare il punto delle situazione, ribadendo quanto di permanente ed immutabile vi è nel Sacerdozio ministeriale e guardando alle circostanze concrete ed ai veri segni dei tempi, nei quali oggi quotidianamente si è chiamati a svolgere il ministero. Interverranno Cardinali, Vescovi, Teologi e Studiosi da tutto il mondo, i quali si rivolgeranno, in special modo, ai responsabili della formazione del Clero delle varie Conferenze Episcopali, come pure a tutti i Vescovi ed Ordinari particolarmente sensibili ai temi del Sacerdozio ministeriale. Le stesse Università dell’Urbe stanno facendo giungere il proprio riconoscimento accademico al Convegno, con la possibilità di ottenere crediti per i giovani seminaristi e sacerdoti che vi parteciperanno. A giugno avremo poi l’Incontro Internazionale di chiusura dell’Anno Sacerdotale, aperto a tutti i sacerdoti del mondo. Ci troveremo, stretti attorno al Papa, a meditare su temi centrali della vita sacerdotale, in un ideale pellegrinaggio tra le papali Basiliche di San Paolo Fuori le Mura, Santa Maria Maggiore e San Pietro. Si tratta dei giorni 9-10-11 giungo 2010, che si concluderanno nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo, preceduta da una veglia Eucaristico-Sacerdotale in piazza San Pietro, la sera del Giovedì 10, in immedesimazione spirituale con il Cenacolo di Gerusalemme, dove gli Apostoli, stretti attorno a Maria e con Pietro, pregano in attesa del dono dello Spirito per la missione. Si auspica che tutte le Diocesi del mondo siano presenti con una rappresentanza del proprio presbiterio, guidata dal Vescovo; così pure si auspica la presenza di tutti gli Istituti di vita consacrata guidati del loro Superire Generale, ma si attendono anche seminaristi e quei fedeli laici che intendono dimostrare così la loro fede nel Sacerdozio e il loro sostegno ai Sacerdoti.

D. - Il “rinnovamento spirituale”, auspicato da Benedetto XVI, sta realmente avvenendo? O si hanno solo “nuove iniziative”, che si sovrappongono alle tante già esistenti?

R. - Il rinnovamento spirituale riguarda la personale coscienza di ciascun Sacerdote, e l’accoglienza che ciascuno riserva ai doni di grazia che il Signore offre, anche attraverso l’Anno Sacerdotale. Ciò che certamente si può dire è che alcuni “aspetti nodali” del nostro tempo vengono messi a fuoco. Rinnovamento spirituale è, ad esempio, riscoprire la centralità ed il primato irrinunciabile e vitale della preghiera, nella vita e nel ministero, il primato dell’«essere» sull’«agire»! È sempre più urgente che i Sacerdoti sappiano impostare la propria esistenza e, conseguentemente, il ministero loro affidato, sul primato assoluto di Dio! Dal primato di Dio, riconosciuto nella vita ed affermato nel mondo, deriva ogni altro possibile frutto di reale rinnovamento: dalla santità personale alla pastorale vocazionale, dalla fioritura di feconde iniziative pastorali all’efficacia della testimonianza verso i laici e verso i cosiddetti “lontani”, fino all’esercizio della carità che, mai disgiunta dalla verità, è un’indispensabile via di evangelizzazione. Tale primato di Dio si documenta nell’attenzione e nella dedizione appassionata al compimento di quegli “atti di ministero” che sono in realtà la vita stessa del Sacerdote: penso soprattutto alla celebrazione della Santa Messa e all’amministrazione del Sacramento della Riconciliazione.

D. - Sulla Confessione verrà anche preparato un documento. Tuttavia pare che la “crisi” di questo sacramento permanga.

R. - Esattamente, più che un documento sulla confessione, si tratta di una sorta di “Vademecum” per Confessori e Direttori Spirituali. È un’occasione per ribadire l’importanza fondamentale di questo sacramento, celebrando il quale il Sacerdote obbedisce all’esplicito e diretto comando del Signore: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete io peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (cf. Gv 20,19-23), e certamente per sollecitare un’attenta riflessione, e se necessario anche un esame di coscienza, sulla reale e concreta dedizione alle confessioni sacramentali. Il “Vademecum” per i confessori dovrebbe aiutare a riscoprire la bellezza della celebrazione di questo sacramento, sia per il sacerdote sia per il penitente, ed eventualmente evidenziare come esso sia in stretta connessione con l’identità stessa del sacerdote, che ne riceve da Cristo Signore il mandato. Ritengo che ciascun sacerdote, anche guardando all’esempio straordinario del Santo Curato d’Ars, che il Santo Padre ha indicato come modello, debba e possa confessare quotidianamente e dedicare un tempo ed uno spazio stabilito e costante alle confessioni sacramentali! L’esperienza suggerisce, con infallibile costanza, che quando il Sacerdote “si mette in confessionale”, con umiltà e fedeltà, i penitenti arrivano. Ci sarà anche la “crisi del sacramento”, ma ci sono, forse contemporaneamente, troppi confessionali deserti. Bisognerà pensare ad organizzarsi bene e a stabilire delle priorità, sapendo che le priorità sono tali considerando il posto che occupano nell’opera di redenzione e non in relazione alle richieste del momento. Ma quando si parla di confessione e di direzione spirituale non dobbiamo intendere solo la disponibilità dei Sacerdoti a confessare e ad esercitare la direzione spirituale, ma anche la regolare pratica della confessione e della direzione spirituale dei sacerdoti!

D. - Al Sacerdote di parrocchia, che è la condizione comune vissuta forse da oltre il 95% dei sacerdoti, è chiesto praticamente tutto. Com’è possibile che faccia tutto lui?

R. - Per l’impegno che certamente comporta, la “cura d’anime” è un compito gravoso e necessita di tutta la sollecitudine orante della Chiesa. I Sacerdoti, nella quasi totalità, sono davvero totalmente coinvolti ed immedesimati nel loro ministero e si spendono con straordinaria generosità per annunciare il Vangelo, insegnare la dottrina autentica, celebrare la Santa Messa, perdonare i peccatori e guidare la comunità. Per questo tutto il popolo di Dio è profondamente grato ai Sacerdoti ed essi rappresentano un vero tesoro, sia per la Chiesa, sia per la società, soprattutto per quel “supplemento di anima” che vi portano costantemente. Nella freneticità del mondo contemporaneo, soprattutto nelle società secolarizzate dove cala il numero dei sacerdoti, è importante saper “scegliere” tra ciò che è assolutamente riservato al Sacerdote, perché strettamente connesso con il suo ministero, e ciò che può essere “fatto da altri”. In tal senso è sempre ottima cosa saper individuare e formare persone idonee (laici, uomini o donne) che possano efficacemente collaborare, in virtù del battesimo ricevuto e di un eventuale mandato, al ministero gerarchico della Chiesa, sapendo però, e sapendolo molto bene, che le supplenze più “visibili” sono, appunto, “supplenze”, pertanto provvisorie e di “emergenza”, e non possono assumere alcun carattere definitivo, né dare adito a equivoci sulla assoluta insostituibilità del Sacerdozio ministeriale e sulla sua necessità perché ci sia l’Eucaristia e quindi, semplicemente, Gesù Cristo e la Chiesa.

D. - Il Sacerdote, nella mentalità corrente, è presente sul territorio, accanto alla gente. Le nuove strutture pastorali ed il calo del numero dei sacerdoti, garantiranno ancora tale presenza?

R. - Oltre che nella mentalità corrente, io direi anche nelle legittime aspettative del popolo di Dio. I fedeli laici sentono fortemente l’esigenza di prossimità, e perfino il legame sanamente affettivo, con “il loro sacerdote”; questa prossimità, che si fonda sulla capillarità della presenza della Chiesa “in mezzo alle case”, con la parrocchia, e sulla definizione del parroco in cura d’anime come “pastore proprio” della comunità a lui affidata, deve essere, per quanto possibile, mantenuta e promossa. Essa è una delle più grandi ricchezze che la struttura capillare delle parrocchie offre alla Chiesa ed è garanzia che la fede cristiana rimanga “fede di popolo” e non diventi di gruppi minoritari o di élite. La creazione di nuove “strutture”, per quanto talvolta necessaria, come le cosiddette “unità pastorali”, può rispondere ad un’esigenza concreta di garantire un certo servizio anche in condizioni di scarsità di Clero e porta con se, laddove vissuta con equilibrio e responsabilità, anche la fioritura di nuove vivaci collaborazioni tra Sacerdoti e tra Sacerdoti e laici. Tuttavia, in tali circostanze, è sempre necessario salvaguardare due elementi: da un lato il ruolo del Sacerdote, come primo responsabile della pastorale a lui affidata, in comunione con il Vescovo - e non subordinato ad altri presbiteri suoi pari - dall’altro la prossimità, e perfino la “raggiungibilità”, del Sacerdote da parte dei comuni fedeli laici, senza troppe “barriere” o filtri “pastorali”, che proprio perché “filtri”, di pastorale non hanno che il nome e, per di più, improprio. Il popolo, al di là di tutte le “strutture”, ha bisogno del Sacerdote, della sua parola, del suo conforto, della sua vicinanza, che è la vicinanza di Cristo stesso.

D. - Ma in condizioni di scarsità numerica, come realizzare tutto questo? Ci sono novità per le vocazione al sacerdozio?

R. - Il Primo segno del rinnovamento è proprio una maggiore coscienza e fedeltà alla propria identità sacerdotale, visibilmente documentata, sia dalla presenza sul territorio accanto alle persone, in ogni loro circostanza di vita (dalle scuole agli ospedali, dalle università alle carceri etc.). L’abito stesso è molto più importante di quanto non si creda. Esso, fra l’altro, permette di non mimetizzarsi e di essere inequivocabilmente riconoscibili da tutti e dimostrare che il Sacerdote è sempre e dovunque in servizio. Dalla chiarezza sull’identità e dal primato di Dio, esplicitato da un rinnovato vigore nella preghiera, in particolare con l’Adorazione Eucaristica, per le vocazioni, fioriscono la “risposte” alla chiamata del Signore che sempre c’è ed anche in proporzione adeguata alle esigenze della Chiesa. Le “vocazioni”, ovvero le chiamate di Dio, ci sono sempre, ma occorre avere l’udito per sentirsi chiamati e perché ciò accada occorre silenzio interiore. Occorre “sentire” e “vedere”. La legittima creazione di nuove “strutture pastorali” può rispondere temporaneamente ad una situazione di emergenza, ma non deve mai indebolire la pastorale vocazionale, che si nutre fondamentalmente dell’incontro con “sacerdoti santi”, né può lontanamente far pensare ad un ipotetico tempo nel quale si potrà “far tutto” senza sacerdoti! Senza sacerdoti, semplicemente, non ci sarebbe più la Chiesa di Cristo e il flusso salvifico della redenzione non sarebbe più in atto.

fonte: Radio Vaticana
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 31-12-2009, 10:16   #138
Federico P
Nuovo iscritto
 
Data registrazione: Dec 2009
Località: Roma
Età: 75
Rito: Romano
Messaggi: 9

Anno sacerdotale: dottrina sul sacerdozio della Ven. M.L. Claret de la Touche

“E’ imminente il giorno in cui si commemoreranno i 150 anni dal pio transito di San Giovanni Maria Vianney, Curato d’Ars, che quaggiù in terra è stato un mirabile modello di vero Pastore al servizio del Gregge di Cristo. Poiché il suo esempio è adatto per incitare i fedeli, e principalmente i sacerdoti, ad imitare le sue virtù, il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha stabilito che, per questa occasione, dal 19 giugno 2009 al 19 giugno 2010 sia celebrato uno speciale Anno Sacerdotale, durante il quale i sacerdoti si rafforzino sempre più nella fedeltà a Cristo con pie meditazioni, sacri esercizi ed altre opportune opere” (dal Decreto del 25 Aprile 2009 della Penitenzieria Apostolica).

Tale evento appare una provvidenziale occasione per un approfondimento dell’insegnamento della Venerabile Madre Luisa Margherita Claret de la Touche sulla missione del Sacerdote, dispensatore dei misteri divini, intermediario tra Gesù e l’uomo e Seminatore dell’Amore Infinito.
Madre Luisa Margherita Claret de la Touche (1868-1915), è la Fondatrice dell’Opera dell’Amore Infinito: Opera, sorta agli inizi del ‘900, per indicare ai sacerdoti le vie della diffusione della conoscenza dell’Amore Infinito di Dio. Nata da una famiglia agiata il 15 marzo 1868 a St. Germain-en-Laye (Francia), Luisa Margherita de la Touche entrò, a 22 anni, in Monastero, nella Visitazione di Romans. Dall’ Autobiografia emerge come il Signore l’abbia guidata attraverso tante prove e come si sia sempre abbandonata – con fiducia che ha talvolta raggiunto l’eroismo – alla Sua volontà. Dal 1893 conobbe l’esperienza delle comunicazioni mistiche: nel giugno 1902, nel contesto difficile di una Chiesa contrassegnata all’interno dal modernismo e all’esterno da un anticlericalismo virulento, Sr. Luisa Margherita riceveva nel segreto dal Signore una parola di fuoco: “Il cuore del mio sacerdote deve essere una fiamma ardente che riscalda e che purifica…..Venga al mio Cuore, attinga, si riempia di amore fino a traboccare e spargerlo sul mondo”.
Capire l’amore e trasmetterlo è compito di tutti i cristiani, ma Madre Luisa Margherita ne fa la missione propria dei sacerdoti, manifestando una intuizione avuta nella preghiera: “Voglio che i miei sacerdoti siano seminatori di amore” (Diario Intimo, 25 giugno 1902).
Il 14 maggio 1915, Madre Luisa Margherita muore a Vische (Torino).
Il 1° dicembre 1973, la Sacra Congregazione per le cause dei Santi approvava con decreto tutti gli scritti della Serva di Dio Madre Luisa Margherita Claret de la Touche: il 26 giugno 2006, il Papa Benedetto XVI la dichiarava Venerabile, con l’approvazione del decreto dell’eroicità delle sue virtù, presentato dalla Congregazione per le cause dei Santi.

I brani che seguono (tratti dalla raccolta: “Al servizio di Dio-Amore” e dal libro: “Il Sacro Cuore e il Sacerdozio”) costituiscono una sintetica antologia della mirabile dottrina di Madre Luisa Margherita sul Sacerdozio, dalla stessa appresa in modo del tutto particolare e suggeriscono validi spunti di riflessione e meditazione per una fruttuosa celebrazione dello speciale “Anno Sacerdotale”.

* * * *

(dalla raccolta: “Al servizio di Dio-Amore”)

La grandezza del sacerdote

Il sacerdote è molto più che un mio servo. La partecipazione al mio Sacerdozio gli conferisce una specie di uguaglianza con me. Diventa così il figlio prediletto del Padre e l’oggetto delle sue compiacenze.
Allora il Signore mi mostrò la grandezza del sacerdote in un modo che non riesco a riprodurre, poi aggiunse: “Voglio che tu ravvivi nel mondo il rispetto dovuto al mio Sacerdozio”.
Parlandomi dei sacerdoti, Gesù, per quanto mi pare, mi disse pressappoco: “Se essi vedessero la loro grandezza e dignità, che sorpassa quella degli angeli, non oserebbero più fare alcuna azione umana”.

Il sacerdote, dispensatore dei misteri divini

Il sacerdote è stato fatto dispensatore dei misteri di Dio e dei tesori del suo Amore. Tutto gli è stato messo tra le mani affinché lo distribuisca alle anime.
Vi è dunque in lui stesso il deposito dei misteri della Verità Increata e dei tesori dell’Amore Infinito.
Oh, quanto è grande il sacerdote! Quanto è degno di rispetto e d’onore!
Ma, se è dispensatore, bisogna che dispensi; bisogna che ogni anima riceva da lui quanto è necessario alla sua intelligenza e al suo cuore.
Dio dà direttamente alle anime certe grazie, così come il ricco dà egli stesso qualche elemosina ai poveri che incontra; ma Egli vuole che la maggior parte delle sue grazie vadano alle anime per mezzo dei sacerdoti, così come il ricco fa distribuire le sue grandi elargizioni dal dispensatore che si è scelto.
Il sacerdote ha dunque in suo possesso, non per se stesso, ma per donarli, tutti i tesori della Verità e dell’Amore! Se non distribuisce questi beni divini e viventi, se li trattiene, se li nasconde, ne priva le anime e si rende colpevole.
Se li distribuisce, invece, è un dispensatore fedele e benedetto, meglio ancora, diventa un canale vivente e vivificante nel quale l’Amore Infinito fa passare le sue onde sacre.

Il sacerdote, intermediario tra Dio e l’uomo

Tutte le creature umane possono personalmente avvicinarsi a Dio con fiducia, perché Dio è il Creatore di tutte, il Padre di tutte. Egli le ama tutte.
Il Verbo Incarnato, il Cristo-Amore è il divino Introduttore delle anime alla presenza del Padre; per mezzo suo, sono certe di essere accolte con bontà; ma Egli desidera, questo Sommo Dio, il nostro adorabile Gesù, che l’umile sua creatura si serva, in un gran numero di circostanze, per avvicinarsi a lui, dell’intermediario che Egli stesso ha scelto per presentargli le anime, i sacrifici e i9 doni che esse vogliono offrirgli. Questo intermediario scelto da Dio, è il sacerdote….
Dio ha formato, nella sua sapienza e nel suo Amore, una specie di scala misteriosa, o, se piace di più, una catena che dalla creatura va alla Divinità: la creatura materiale va all’uomo, l’uomo al sacerdote, il sacerdote a Gesù Cristo, a Dio.
E dall’Amore Infinito, da Dio stesso, discendono tutti i beni e tutte le grazie, per questa stessa catena d’amore, fino alle più umili ed infime creature. Dio, Amore Infinito, al Cristo, il Cristo al sacerdote, il sacerdote alla moltitudine degli uomini, gli uomini alla creatura materiale.
L’Amore Infinito passa e ripassa così in un flusso e riflusso perpetuo: da Dio alla creazione, dalla creazione a Dio.

Il sacerdote, cuore mistico della Chiesa

Il Cuore di Gesù si è scoperto a me, questa volta, non come cuore di carne, umile, mite, palpitante nel suo petto umano; neppure come il simbolo sensibile del suo ardente amore, quel sacro vaso in cui elaborò il Sangue redentore e che il ferro della lancia aprì sul Calvario; ma quale Cuore mistico.
Non ha forse, Gesù, il Verbo eterno del Padre, oltre il corpo di carne, di cui si rivestì per meglio unirsi alla nostra natura, un corpo mistico che formò con amore e di cui è il capo? E questo corpo, come ogni corpo vivente, non ha membra e cuore?
La Chiesa è il Corpo Mistico di Gesù, i fedeli sono le sue membra, il sacerdozio è il suo cuore. Sì, il sacerdozio è il cuore di questo corpo vivente di cui Gesù è il Capo!
Un corpo muore se il capo o il cuore sono colpiti mortalmente; poiché è dal capo e dal cuore che la vita si diffonde in tutto il corpo; ma esso può, senza che la sorgente della sua vita si esaurisca in lui, veder cadere parecchie delle sue membra. Così la Chiesa può vedere talvolta, e con dolore, perire qualcuno dei suoi membri senza che la sua vita venga meno, poiché il suo Capo, Gesù-Amore, è immortale, ed il suo cuore, il suo Sacerdozio santo, innestato su Gesù, Sacerdote eterno, non può perire.
Secondo il piano divino, il Sacerdozio, cuore mistico di Gesù e vero cuore della Chiesa, è dunque per essa un organo di vita così necessario, così indispensabile, come il cuore è per il corpo umano. Senza il suo Capo, Gesù, senza l’anima sua, lo Spirito Santo, la Chiesa non esisterebbe; e senza il suo cuore, senza il Sacerdozio che la riscalda e vivifica, sarebbe morta. Per mezzo suo, il moto divino, che le viene dal Capo, è comunicato a tutte le membra, il sangue vivificante della grazia scorre fino alle sue estremità ed il calore vitale dell’amore riscalda le sue membra.
Ma che cosa è in se stesso questo Sacerdozio santo? E’ un organo unico, senza dubbio, ma composto d’una moltitudine di parti. I pontefici, i sacerdoti, tutti gli ordini della sacra Gerarchia sono quelle parti, le cellule, per così dire, che, riunite insieme, formano il corpo del Sacerdozio.
Il Sacerdozio è dunque quel che sono le stesse parti che lo compongono.

Amore della SS. Trinità per i sacerdoti

Il Signore mi ha fatto vedere la compiacenza somma di amore che le Divine Persone della SS. Trinità ripongono nel cuore del sacerdote fervente, pieno di zelo, casto ed umile.
Dio Padre vede in lui l’immagine più perfetta del Verbo incarnato, un secondo Gesù, tanto simile al primo, che quasi non lo potrebbe distinguere; vede in lui uno specchio tesissimo nel quale si riflettono le virtù di questo suo Figlio prediletto. Sente nella voce del sacerdote quella di Gesù.
Il Verbo vede nel sacerdote un fratello, un amico, una produzione del suo Cuore, un altro Se stesso, per mezzo del quale continua tutte le sue opere e nel quale la sua vita umana, la sua vita di sacerdote e di vittima è come prolungata nei secoli.
Lo Spirito Santo riconosce in lui il suo tempio particolare, il serbatoio nel quale può versare con la maggior abbondanza i suoi doni, lo strumento proprio della sua azione sulle anime e una materia ben preparata per le sue fiamme d’amore.
Il Signore, mostrandomi questo, mi dava una specie di partecipazione all’eccessiva compiacenza, alla soavissima gioia della SS. Trinità.
Oh, quanto è amato da Dio il sacerdote santo, il sacerdote puro! Se lo sapesse, credo che non ne potrebbe sopportare la dolcezza!

Maternità del sacerdote

Gesù insiste sempre sulla maternità del sacerdote. Non so come riproporre ciò. Vuole che egli sia veramente madre delle anime, sempre pronto a sacrificarsi per loro, dimentico di se stesso. Già da molto tempo me lo fa veder.
Ho la persuasione di dire sempre la stessa cosa, ma poiché Egli me lo ripete sempre, bisogna pure che anch’io lo ripeta.

Maria, modello del sacerdote nell’amor di Dio

Il divin Maestro mi aveva detto che l’amore del sacerdote per lui doveva essere diverso e ben più ardente dell’amore degli altri uomini.
Allora mi aveva mostrato come in uno specchio tutte le grazie e i doni particolari di cui ha arricchito l’anima e il cuore del suo sacerdote, e poi mi aveva detto questa parola: “Chi più ha ricevuto, più ama”.
Non posso scrivere minutamente tutto ciò che vidi d’un solo sguardo, dei doni divini nel sacerdote; colui che li ha ricevuti e li possiede, non li sospetta neppure e quand’anche credesse di averne ricevuti molti, non potrebbe conoscere tutta l’effusione di grazie che l’Amore Infinito ha fatto in lui.
Per il sacerdote sarà una delle beatitudini in cielo vedere e conoscere tutto ciò che l’Amore ha fatto per lui e quanto è stato privilegiato tra gli altri uomini.
Forse non mi servirò di un termine giusto, ma mi sembra che il sacerdote passi in qualche modo ad uno stato di essere divinizzato, per la sua unione con Cristo e per la potenza che, attraverso il Cristo, egli ha sulle anime per il loro bene e la loro salvezza.
Dopo avermi mostrato tutti i motivi per cui il sacerdote è obbligato ad avere per Dio, nostro Signore, un amore particolarmente forte, tenero e ardente, Gesù mi disse ancora: “Vi è una sola creatura che mi abbia amato e mi ami come il sacerdote mi deve amare; vi è un solo cuore che possa servire di modello al suo per quest’amore: è il Cuore della mia Madre santissima”.
Poi mi fece vedere in un modo mirabile come l’amore del sacerdote per Gesù, deve essere in tutto simile all’amore di Maria per il suo divin Figlio.
Come Maria, il sacerdote, elevato molto in alto per una grazia d’elezione, rimane però una creatura inferiore, sottomessa al divin Maestro.
Come Lei, egli è un nulla per sua natura, e s’accosta all’intimo della Divinità per un privilegio d’amore.
Come Lei, deve essere più illuminato sulla verità della propria miseria e bassezza e più illuminato dalle divine irradiazioni dell’Amore Infinito.
Come Lei, egli riceve dalla virtù dello Spirito Santo il potere di dare al mondo il Verbo incarnato: la madre lo dà nella verità della sua carne visibile, il sacerdote nella verità della sua carne Eucaristica.
L’amore di Maria per Gesù è un amore di creatura privilegiata, è un amore di ardente riconoscenza e di profonda umiltà, un amore che si abbassa e si sacrifica, che si dona interamente per il bisogno di restituire tutto ciò che gli è possibile a Colui dal quale ha tanto ricevuto.
L’amore di Maria è anche un amore di madre, un amore tenero, delicato, premuroso, un amore che difende e protegge, che si sacrifica anche, ma diversamente; che si dona, non per restituire, ma per donare ancora a colui a cui già è stato dato.
Maria ha avuto per Gesù non soltanto un amore di creatura privilegiata e di madre amorosa, essa ha avuto in più, ha avuto sempre, per il suo Figlio adorabile, un amore di vergine.
E’ ancora un amore umile; l’amore deve sempre essere umile, ma un amore fiducioso, fedele: unico, pieno di caste familiarità, di attenzioni squisite, di rispettosi ardori.
L’amore del sacerdote per Gesù, suo adorabile Maestro, deve essere in tutto simile a questo.

* * * *

(dal libro: “Il Sacro Cuore e il Sacerdozio”)


Il sacerdote, creazione dell’Amore Infinito

L'uomo è profondamente ignorante. Anche dopo la grazia del battesimo, le ombre del peccato annebbiano ancora la sua intelli­genza. I peccati personali rendono questa nebbia ogni giorno più fitta: avvolto dall'oscurità, immerso nell'ignoranza e nell'incertezza, l'uomo cammina, senza rendersene conto, verso lo smarrimento eterno. E il prete insegna. Apre l'uomo alla verità, gli fa vedere la strada che conduce a Dio; fa scoprire alla sua anima gli orizzonti luminosi della fede. La sua missione è di dissipare l'oscurità e far splendere di fronte a tutti la verità di Dio, che è, insieme all'amore, la vita dell'uomo……
L'uomo ha bisogno di Dio. La sua debolezza deve ap­poggiarsi sulla forza divina, la sua povertà reclama i tesori del cielo; il suo nulla ha un continuo bisogno di appoggiarsi alla sorgente degli esseri. E tuttavia il peccato lo spinge lontano dalla santità di Dio: Dio è grande, è puro, è inaccessibile verità e giustizia. Ci va un mediatore tra Dio e l'uomo, ed è Cristo. Ma tra Cristo e lui, l'uomo, tanto è miserabile, ha bisogno di un altro mediatore: il prete….
Ecco per­ché, oggi che il ministero sacerdotale è così necessario al mondo, Cristo chiama i sacerdoti al suo cuore: perché essi attingano a que­sta fonte divina novità di grazia e, rituffandosi nell'oceano di amore da cui sono nati, vi trovino un rinnovamento e una crescita di vita sacerdotale.
Il prete, che ha una missione così grande e un ministero ricco di fecondità, vada a Cristo, si stringa a lui. Ripensi a ciò che ha fatto, ascolti la sua parola, penetri i suoi pensieri, lo segua passo passo nel Vangelo, impari da questo Maestro perfetto a compiere degnamente il suo ministero consacrato. Gesù lo ha fatto per pri­mo: il prete non ha che da seguire le sue tracce divine. Rivestirsi di Cristo è imitarlo, riprodurre le sue virtù, le sue azioni sante, fino ai suoi gesti divini. Se qualcuno deve essere rivestito di Cristo, questo è soprattutto il sacerdote, che deve darlo al mondo.

Il sacerdote, maestro degli uomini

Il prete, per conservare intatta la verità divina, ver­sata da Cristo nella sua anima il giorno della sua consacrazione, deve restare saldo contro gli attacchi dell'errore. Questi gli ven­gono da tre fronti:
1. Satana, lo spirito cattivo, l'eterno sobillatore di discordia e di odio, che cerca di distruggere la verità ovunque la trova, e cerca soprattutto di strapparla dal cuore del prete, suo nemico, sempre in lotta contro la sua azione infernale.
2. Lo spirito del mondo, i suoi princìpi, che tendono incessan­temente a indebolire la verità; il prete vive nel mondo, respira la sua aria di menzogna, e subisce quasi senza accorgersene l'influsso rammollente delle sue false dottrine.
3. Molti fermenti di errore vivono infine allo stato latente, in lui stesso, là dove il peccato originale ha lasciato le sue tracce. La minima ventata di orgoglio può risvegliarli, la minima impurità può farli proliferare.
Per sconfiggere questi nemici, il prete ha a sua disposizione tre armi potenti, che sempre assicurano la vittoria.
In primo luogo, l'unione alla Chiesa, l'attaccamento instancabile alla Cattedra di Pietro, organo infallibile della verità.
Le imprese di satana infatti non possono nulla contro la roccia su cui è fondata la Chiesa. Non si può smarrire chi cammina con quel Pietro a cui Gesù disse: « Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; tu, quando ti sarai convertito, prega per i tuoi fratelli ».
Il prete sconfigge lo spirito del mondo con l'unione a Cristo, vincitore del mondo; e questa unione si produce con lo spirito di preghiera, con lo studio del cuore di Cristo e delle sue adorabili virtù, con la separazione interiore, ma reale, da tutto ciò che nel mondo Gesù riprova e condanna.
Ma per sconfiggere se stesso, per cancellare in sé ogni genere di er­rore, per diventare inaccessibile alle falsità e saldo contro tutti gli attac­chi, per possedere con sicurezza i tesori della verità e conservarli intatti, il prete deve prosternarsi nell'umiltà. Una santa e giusta diffidenza nei confronti di se stesso, del suo giudizio personale, un facile ricorso ai lumi altrui, una umile sottomissione di fede: ecco ciò che è necessario al prete per rimanere integro, premunirsi con­tro le illusioni di una falsa scienza; per essere, in una parola, come Giovanni, lampada sempre accesa che illumina i popoli; per essere, con Cristo, la luce del mondo…..

La dolcezza

La dolcezza è l'anima della bontà, forma delicata che la rende attraente. Una bontà rude e grossolana è una bontà senza volto, che non conquista. Ma quando è rivestita di dolcezza, attira tutto a sé. Così è stata la bontà di Gesù.
La dolcezza, temperando la sua dedizione ardente, rendeva Cri­sto affabile, attraente. Aveva segnato tutta la sua persona di un fascino così irresistibile che tutti, i bambini come gli anziani, gli ammalati, le folle andavano a lui e seguivano il suo cammino. « Im­parate da me che sono mite e umile di cuore », aveva detto Gesù. Questa mitezza interiore traspariva dalla sua persona e gli guada­gnava ogni uomo……
Con gli ammalati e gli infermi che si avvicinavano a lui era pieno di benevolenza e compassione. Era facilmente colpito dal ve­dere la loro sofferenza. Lui, così pronto a soffrire, così impaziente di spargere il suo sangue, così desideroso della croce, delle spine, dei flagelli, non poteva sopportare la visione del dolore dei suoi fra­telli. Non poteva vedere una sofferenza senza guarirla; non poteva vedere piangere Marta e Maria senza piangere con loro. Con gioia e generosità utilizzava la potenza che gli veniva da Dio per guarire e per risuscitare……
Tutte le parole di Gesù hanno il respiro della pace e della bontà: « Sono io, non temete ». « Abbi fiducia, ti sono rimessi i tuoi peccati ». « Perché rattristate questa donna? ». « Venite a me, voi tutti che siete stanchi, e io vi consolerò ». « La pace sia con voi - Io vi do la pace ». Il Profeta aveva detto che non si sarebbe sentita la sua voce gridare, e che non avrebbe disputato sulle piazze. Il suo parlare, infatti, è ricco di dolcezza; il suo inse­gnamento riveste di solito una forma semplice e armoniosa, misu­rato sulla bellezza della natura che lo circonda. E quando flagella le passioni cattive e i crimini dell'uomo, si sente, nella sua voce, più l'amore per i peccatori che il disprezzo o la collera.
Se già durante il suo apostolato, e poi dopo la risurrezione, Gesù ha mostrato questa dolcezza, lo ha fatto soprattutto durante la Pas­sione. Quando, dopo la Cena, lascia andare Giuda a compiere il suo misfatto, gli parla così dolcemente che gli altri apostoli credono che lo mandi a fare un'elemosina. Al Getsemani, quando il tradi­tore si avvicina e lo bacia, Gesù ricambia il bacio e gli dice « Amico, cosa sei venuto a fare? ». E quando Pietro impugna la spada: « Rimetti subito quella spada nel fodero », gli dice, e voltandosi verso l'uomo che aveva ferito, lo guarisce. Nel palazzo di Anna, un servo lo schiaffeggia brutalmente e Gesù: « Se ho parlato male, fammi vedere dove sbaglio; ma se ho parlato bene, perché mi per­cuoti? ». Di fronte ai giudici iniqui che lo condannano, in mezzo ai soldati che lo dileggiano e lo torturano, di fronte a quella folla che ha colmato di doni e che ora lo insulta e lo sbeffeggia, con­serva una dolcezza inalterabile, e rimane, Agnello muto, nelle mani dei suoi persecutori. Mentre lo inchiodano alla croce, non gli sfugge neppure un lamento, neppure una parola amara verso chi lo cro­cifigge.
Il prete è chiamato a rivivere la mansuetudine di Cristo. È mandato a guadagnare a Dio gli uomini, e nessun'arma è più po­tente della dolcezza e della bontà. Sia buono della stessa bontà del Salvatore, pieno di pazienza e di dolcezza, di tolleranza e carità.
Arriveranno a lui molte miserie; molte debolezze cercheranno il suo appoggio. Anime sofferenti o ferite, cuori urtati dalle ingiustizie della vita, spiriti sviati dagli errori del mondo, volontà abbattute o fuori strada saranno dirette verso di lui dalla mano misteriosa della Provvidenza.
Dovrà avere una mano dolce e delicata per fasciare tutte que­ste ferite. La sua azione dovrà essere soave e paziente. Può certo parlare con forza, colpire i vizi e ammonire i peccatori; ma le sue parole, le verità che annuncia, saranno più penetranti e convincenti se avvolte di dolcezza…..

La misericordia

La grande missione del prete è rivelare agli uomini la miseri­cordia di Dio. Tutti hanno, più o meno, peccato. Tutti avvertono, fra la santità infinita di Dio e la propria miseria, un abisso che sem­bra loro incolmabile e che li spaventa. In fondo ad ogni uomo, anche quando è avvolto dalle tenebre, rimane una traccia di verità che gli fa vedere Dio infinitamente santo e sovranamente puro. Per questo, quando si vede colpevole, cerca di allontanarsi da Dio, si sforza di dimenticarlo e, non potendo annullare realmente que­sto Dio che lo condannerà, cerca almeno di cancellarlo dai propri ricordi e di distruggerlo nella sua mente. Allora, continua ad andare sempre più lontano sulla strada del male, e precipita negli abissi.
Ma quando gli si fa vedere l'amore misericordioso di Dio, per poco che abbia di sincerità, il timore scompare, il pentimento nasce, e la grazia della riconciliazione porta a compimento l'opera che la misericordia aveva iniziato.
Far conoscere Gesù nel suo aspetto più amabile e attraente; far penetrare nel profondo dell'uomo la conoscenza della misericordia, aprire i cuori alla confidenza e all'amore: è il compito del prete. Ma le sue parole non potranno nulla se non sarà, lui stesso, discepolo di Cristo nella compassione per i peccatori. Bisogna che lo si veda, preoccupato per la salvezza dei suoi fratelli, andare alla ricerca delle pecore smarrite sulle tracce di Gesù, senza lasciarsi scorag­giare dalla lunghezza del cammino o dalle asperità della strada. E quando avrà ritrovato questi uomini coperti dalle piaghe del pec­cato, abbia pietà di loro, si chini e versi olio e vino sulle loro ferite, li prenda fra le braccia e li riporti al Signore……

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti nelle ultime ore della sua vita

Nelle ultime ore della sua vita mortale, Gesù fece apparire in maniera ancor più evidente il suo amore per i sacerdoti. Nel discorso della Cena che Giovanni ci ha conservato, la tenerezza di Cristo risplende si può dire ad ogni parola: sono le effusioni più intime del suo amore.
« Ho desiderato molto - dice - di mangiare questa Pasqua con voi prima di soffrire ». Desiderava rendere partecipi del suo sa­cerdozio gli apostoli, segnarli con il sigillo che li innalza oltre le gerarchie angeliche. Era ansioso di mettersi nelle loro mani nel­l'Eucaristia, di offrirsi totalmente a loro, di dipendere da loro. Come un artista impaziente di veder sorgere sotto le sue mani il capola­voro che ha sognato, Gesù affrettava con il suo desiderio il mo­mento in cui doveva costituire l'opera sognata dal suo Cuore: il sacerdozio cattolico.
« Ho desiderato molto... ». E’ un'aspirazione profonda. Ha desiderato molto di mangiare questa Pasqua. Altre volte prima di al­lora aveva mangiato la Pasqua con i discepoli: ma non era questa Pasqua, nel corso della quale avrebbe istituito il suo sacerdozio. Come un padre in mezzo ai suoi figli, presiede il pasto; poi si alza e, umilmente, si inginocchia di fronte agli apostoli e rende loro il servizio di uno schiavo, lavando loro i piedi e asciugandoli. Per diminuire, in qualche modo, la distanza che li separa da lui; per incoraggiarli e renderli meno indegni, anche ai loro occhi, della sua bontà. Dice loro: « Voi siete puri »? Fa ancora di più. Li innalza fino a sé. Li rende uguali a sé e si spinge fino ad assicurarli che « chiunque riceverà colui che egli avrà mandato, riceverà lui stesso». La bontà di Cristo non avvolge soltanto i suoi discepoli puri, si estende fino all'apostolo infedele. Con avvertimenti pieni d'affetto cerca di toccare il cuore del traditore. Si sforza di far nascere in lui la fede e la confidenza che potrebbero ancora distoglierlo dal suo peccato.
Il momento solenne è giunto. L'Amore Infinito sta per produrre il suo capolavoro; la sapienza e la potenza di Dio stanno per agire insieme. Sarà il dono per eccellenza della carità di Dio: l'Eucari­stia. Dio con noi, Dio in noi; Gesù Cristo, Dio e uomo, unito spirito a spirito, cuore a cuore, corpo a corpo con l'uomo riscattato e sal­vato: « Prendete e mangiate, prendete e bevetene tutti »……
Cristo prorompe in una preghiera ardente. Gli occhi rivolti al cielo, le mani alzate, Gesù raccomanda al Padre il sacerdozio che ha appena istituito. Sa che presto uscirà dal mondo, e che non sarà più visibilmente in mezzo ai suoi apostoli per sostenerli e consolarli. Sa anche che sono deboli, e che nel mondo in cui li invia, come agnelli in mezzo ai lupi, saranno esposti a molte sofferenze e a molti pericoli. Così, in quest'ora suprema in cui sta per abdicare in qualche modo alla sua divinità e alla sua potenza per essere sol­tanto più vittima di espiazione, prova il bisogno di confidare al Padre le attese più vicine al suo cuore: « Prego per loro ».
Tra poco pregherà per i suoi fedeli, per quelli che « crederanno per la loro parola »? Ma ora, pensa soltanto ai suoi preti: « Io non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato ». Chiede per loro la comunione perfetta dei cuori e delle volontà, necessaria per compiere il bene; quell'unione di pensiero e di azione che, sola, è forza e che permetterà alla sua Chiesa di attraversare senza cedi­menti le onde del male e le tempeste della persecuzione: « Che siano uno come noi lo siamo». Infine, dopo aver ripetuto più volte che i suoi sacerdoti non sono del mondo - indicando anche, con questa insistenza, che se essi devono vivere nel mondo, non devono però assumerne lo spirito, né conformarsi alle sue abitudini - Gesù con­clude con umiltà e tenerezza: « E io mi santifico per loro, affinché anche loro siano santificati nella verità »……..
Le ore sono trascorse rapidamente in questo colloquio intimo, in cui Cristo si è mostrato colmo d'affetto per i suoi discepoli. L'agonia è venuta a ferire il suo cuore... Gesù tuttavia si è rialzato ed è avanzato coraggiosamente verso la coorte che si avvicinava per catturarlo... Giuda gli dà il bacio del tradimento. Gesù potrebbe folgorare con lo sguardo il discepolo infedele, coprirlo di meritati rimproveri o schiacciarlo con un silenzio sprezzante: non fa nulla di tutto questo. Ha visto, sulla fronte del traditore, il sigillo del sacerdozio. Lo rispetta ancora; ama ancora quest'uomo che aveva innalzato e che vede precipitare così in basso: « Amico cosa sei ve­nuto a fare qui? » Qualche istante più tardi, mentre si sta consegnando ai suoi ne­mici, Cristo pensa ancora ai suoi discepoli. Accetta, vuole per sé la prigione e le catene, ma per loro desidera la pace e la libertà: « Se è me che cercate - dice al capo della coorte, lasciate an­dare costoro ».
Quando Gesù, nell'agonia della Croce, pensò ai suoi apostoli, ai suoi preti che aveva colmato di tanti benefici, il suo cuore si deve essere colmato di amarezza. Pietro, che aveva reso capo e pontefice del suo sacerdozio, l'aveva rinnegato tre volte, dicendo sprezzante: « Non conosco quell'uomo ». Giuda, cui aveva testimoniato una confidenza particolare, lo aveva tradito e venduto, e ora, rifiutando la misericordia, si abbandonava alla disperazione e alla morte.
A eccezione di Giovanni, il fedele, che Gesù vedeva ai piedi del suo patibolo, tutti lo avevano vigliaccamente abbandonato; tutti lo avevano lasciato indifeso e privo di aiuto nelle mani dei carnefici... Restava solo nel dolore... Solo... ma con il suo amore invincibile, e il cuore colmo di perdono.

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti oggi

Un così grande numero di doni d'amore non ha esaurito il cuore infinitamente amante di Cristo. All'aurora di questo ventesimo secolo è così ardente, così tenero nei confronti del sacerdozio come al tempo in cui personalmente formava i suoi sacerdoti e, dopo averli edu­cati con la sua parola e con l'esempio, li inviava in missione. Dall'alto del trono della gloria, dal buio dei suoi tabernacoli so­litari e troppo abbandonati, Cristo ha visto gli uomini, traviati da un soffio d'indipendenza, spezzare il giogo benefico della legge e uscire dalla retta via. Ha visto le onde del male avventarsi sulle anime. Ha visto l'idolatria della materia, il culto della ragione umana rimpiazzare nell'uomo la fede nell'Essere creatore, la coscienza del proprio nulla e la speranza nel suo destino immortale.
Ha visto l'egoismo freddo e i suoi calcoli indegni divorare, come un cancro, il cuore dell'uomo, creato per un amore infinito e per gli slanci del dono di sé. Ha visto lo scetticismo, la negazione di ogni azione soprannaturale, l'avidità dell'oro e gli avvilimenti del­l'impurità agire come solventi potenti su tutte le società umane, e, spezzando ogni legame, disgregare e distruggere la famiglia, la fra­ternità sociale e l'omogeneità delle nazioni.
Ha visto il mondo vacillare sulle sue fondamenta e, mosso da una immensa pietà per quest'umanità riscattata dal suo sangue, per questa umanità ingrata che si distoglie da lui, si è chinato verso i suoi sacerdoti e ha detto loro: Venite a me, miei fedeli, miei pre­diletti; venite ad aiutarmi a riconquistare le anime! Ecco che, nuova­mente, io vi mando per ammaestrare le nazioni: offrite loro la salvezza con la verità delle vostre parole e con la luce del vostro esempio.
Dovrete combattere, e soffrire; ma, poiché lavorerete per la mia gloria e mi offrirete le anime, voglio farvi un regalo, il più pre­zioso di tutti i doni: vi regalo il mio Cuore! Ve lo do come spada e scudo nelle vostre battaglie; come guida e luce nel vostro cammino; come consolatore nelle vostre sofferenze. Attingete senza timore ai tesori d'amore che contiene.
Attingetene innanzitutto per voi stessi; arricchitevi della sua pie­nezza; riempitene i vostri cuori fino a farli traboccare. Attingetene ancora per gli altri; diffondete il mio amore fra gli uomini; portate ovunque questo fuoco di Dio che deve purificare e rinnovare la terra. E Gesù, attirando il suo sacerdozio a sé, gli ha donato il suo cuore, segno del suo incomparabile amore.

* * * *

Preghiere (dal libro: “Il Sacro Cuore e il Sacerdozio”)

O Gesù, Pontefice eterno, divino Sacrificatore, tu che in uno slancio in­comparabile d'amore per gli uomini tuoi fratelli, hai fatto sgorgare dal tuo Sacro Cuore il sacerdozio cristiano, degnati di continuare a versare nei tuoi sacerdoti le onde vivificanti dell'Amore Infinito.
Vivi in essi, trasformali in te, rendili per mezzo delle tue grazie gli strumenti delle tue misericordie; opera in essi e per essi, e fa' che, dopo di essersi rivestiti di te, per mezzo della fedele imitazione delle tue ado­rabili virtù, essi facciano in tuo nome e per la forza del tuo Spirito, le opere che hai compiuto tu stesso per la salvezza del mondo.
O divin Redentore delle anime, vedi quanto grande è la moltitudine di quelli che dormono ancora nelle tenebre dell'errore; conta il numero di quelle pecorelle infedeli che camminano sull'orlo del precipizio; considera la folla dei poveri, degli affamati, degli ignoranti e dei deboli che gemono nell'abbandono.
Ritorna a noi per mezzo dei tuoi sacerdoti; vivi, o buon Gesù, in essi, opera per essi, e passa di nuovo in mezzo al mondo insegnando, perdo­nando, consolando, sacrificando, riannodando i sacri vincoli dell'amore fra il cuore di Dio e il cuore dell'uomo. Amen.
* * *
Cristo, luce ineffabile, focolare divino della verità increata, vieni a il­luminare le anime.
Tu che sei il Verbo del Padre, splendore della sua gloria e luce del mondo, vieni e allontana le ombre che si stendono sul nostro orizzonte. Ogni giorno parli e insegni nel tuo sacerdozio. La tua luce ci giunga attraverso i tuoi preti, e come dalle loro mani noi riceviamo il tuo Corpo, così dalla loro bocca possiamo ricevere la tua verità. Confermali nel pos­sesso della giustizia e della verità, in modo che non si allontanino mai dalla tua via.
Uniscili intimamente a te; pensino solo ciò che tu pensi, non insegnino che la tua sapienza. Uniscili così strettamente fra loro che siano forti contro lo spirito dell'errore e invincibili all'assalto dei peccato. Riempi il loro spirito della tua luce e il loro cuore del tuo amore casto, perché illu­minino a loro volta le anime che tu hai loro affidato. Amen.
* * *
Signore, Amore Infinito, misericordiosa bontà, che sei venuto fra noi a cercare quello che era perduto, a purificare ciò che era macchiato, a risollevare chi era caduto, dona ai tuoi sacerdoti l'amore e la tenerezza di cui è ripieno il tuo cuore. Fa' che coloro che ti imitano, i preti, si mettano, con coraggio instancabile, alla ricerca delle pecore smarrite e che, colmi di pietà e di amore, dopo aver fasciato le loro ferite, le riportino nel tuo ovile. Dona ai tuoi preti la grazia di raggiungere la profondità del cuore degli uomini. Da' loro la consolazione di guadagnare molti al tuo amore, perché un giorno possano sentirsi dire da te: - Venite, servitori buoni e fedeli, entrate nella gioia del vostro Signore ». Amen.
* * *
Spirito Santo, divino consolatore, inviato da Cristo alla nostra deso­lazione, riempi il cuore della tua Chiesa, il sacerdozio, del fuoco della tua carità. Gli uomini gemono sotto il peso delle sofferenze; hanno bisogno, per continuare il cammino verso l'eternità attraverso le ombre del dolore, di essere guidati, sostenuti, consolati.
Spirito, Amore sostanziale del Padre e del Figlio, effondi sui sacerdoti l'abbondanza dei tuoi doni. Versa nei loro cuori i sentimenti della compas­sione, della tenerezza che riempiva il cuore di Gesù, perché, illuminati da te, penetrati dalla carità del Cristo, possano offrire al mondo, attra­verso un rinnovamento di fede e di amore, la consolazione a ogni soffe­renza, e calmare ogni dolore. Amen.
* * *
Eterno Padre, Dio onnipotente, tu che ci hai amato fino ad offrire il tuo unico Figlio per essere insieme nostro sacerdote e nostra vittima, nostro mediatore sempre ascoltato e nostro riscatto sovrabbondante, guar­da, ti supplichiamo, con il tuo sguardo d'amore i nostri altari.
Riconosci nei preti che ti offrono il sacrificio le immagini vive del tuo Figlio. Come lui, passano facendo del bene, diffondendo la luce, spargen­do il perdono, consolando chi soffre, bevono allo stesso calice, lo seguono al Calvario e diventano insieme a lui sacrificio di soave odore. Uniti con lo stesso sacerdozio al tuo Figlio, sono con lui dispensatori della tua ca­rità infinita e dei tuo amore misericordioso.
Fa', Padre dei cielo, che i preti di Cristo siano resi, per mezzo della tua grazia onnipotente, così conformi a Colui che è loro esempio che tu possa dire vedendoli: Ecco i miei figli amatissimi, in cui mi sono com­piaciuto; ascoltateli. Amen.
Federico P non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 13-01-2010, 18:37   #139
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

A colloquio con il cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero

Fermezza e paternità
per difendere la credibilità dei sacerdoti


di Mario Ponzi

Fermezza e paternità. Sono gli atteggiamenti che caratterizzano la Chiesa cattolica, sempre uguale a se stessa, sia quando assume posizioni drastiche nei confronti di chi esce dal seminato, sia quando mostra il suo volto accogliente ed è pronta a perdonare chi si pente o ad accogliere chi bussa alle sue porte. Con i suoi sacerdoti, poi, è sempre e comunque prodiga di amore. Di questi atteggiamenti si fa interprete il cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, nell'intervista che ha rilasciato al nostro giornale.

"La paternità del vescovo elemento fondamentale per la riuscita di una vita sacerdotale". Lo ha detto il Papa rivolgendosi ai vescovi della Bielorussia in visita ad limina il 17 dicembre dello scorso anno. Quanto accaduto in alcune parti del mondo però, nonostante l'impegno, indica che qualcosa non ha funzionato. Cosa?

Non dobbiamo generalizzare. La dolorosa vicenda irlandese - per la quale tra l'altro alcuni vescovi si sono assunti le loro responsabilità e si sono fatti da parte - non può essere riferita a tutto il ministero episcopale. I vescovi sono buoni padri per i loro sacerdoti. Certo, esistono alcune situazioni disdicevoli, ma sono molto limitate. Si tratta purtroppo di situazioni legate alla condizione umana. È quanto accaduto in Irlanda. Un fatto dolorosissimo che colpisce prima di tutto, è vero, le vittime, ma ferisce anche profondamente il cuore della Chiesa. Accertate oggettivamente le responsabilità di tanto male, bisogna andare risolutamente sino in fondo, anche facendo ricorso alla giustizia ordinaria.

Quanto ne risente secondo lei la credibilità dei sacerdoti?

Purtroppo in una società poco incline ad andare fino in fondo nella ricerca della verità, né va dell'immagine del sacerdote. Soprattutto perché i media puntano i loro riflettori su queste vicende, piuttosto che su quello che di buono fa la stragrande maggioranza dei sacerdoti. È innegabile che si verificano episodi dolorosi. Ma si tratta pur sempre di casi limitati e, stando almeno ai numeri, proporzionalmente modesti. Fatti comunque gravissimi, delittuosi che la Chiesa non può tollerare mai, in nessun caso. Ma, ripeto, la grandissima maggioranza dei sacerdoti nel mondo sono persone degne, impegnate nel loro ministero, pronte a spendere tutta la vita - e spesso la perdono - per il Vangelo. Comportamenti ammirevoli ma che purtroppo non fanno notizia. Dal mio privilegiato punto di osservazione ho potuto conoscere tante storie sacerdotali eccellenti. Ho imparato ad amare i sacerdoti sempre di più. Sono una forza molto importante nella Chiesa. Ogni giorno ne sostengono il peso e ne consentono il cammino sui sentieri del mondo. In tante contrade sperdute della terra, sono essi stessi Chiesa. Ne incarnano la missione. Avanguardie del Vangelo, rischiano quotidianamente il martirio. Rappresentano una forza positiva anche per la società. Con il Vangelo, infatti, diffondono valori propri della persona umana, ne riaffermano i diritti, prima di tutto quelli alla vita e alla libertà. Intessono le trame di una fitta rete di carità e di solidarietà che attraversa il mondo. Per questo io ritengo di primaria importanza offrire sempre ai sacerdoti tutti i mezzi di cui necessitano per continuare a esercitare la loro missione. Soprattutto però essi hanno bisogno del nostro sostegno.

Però è difficile in certe realtà cancellare immagini e opinioni negative.

Abbiamo sicuramente bisogno di nuove testimonianze. Per questo preghiamo. Sentiamo il dovere di credere nella forza della preghiera. Anzi quest'anno sacerdotale è un'opportunità di grazia da cogliere senza esitazioni. Ovunque nel mondo cristiano si sta riflettendo sulla quotidianità del ministero, sulla necessità della formazione permanente da offrire ai sacerdoti, anche anziani. Questo è un punto fondamentale: pensare a una formazione permanente che abbia il sapore dell'aggiornamento, della riqualificazione. Come capita in ogni altro ambito della vita umana. Ma ripeto, dobbiamo puntare molto sulla preghiera, sull'adorazione eucaristica. In tante parrocchie già si è cominciato a pregare per i sacerdoti, affinché possano ricevere la forza da Dio per affrontare le nuove sfide della società post moderna. Dai segnali raccolti in questi primi mesi, credo di poter dire che quest'anno potrà realmente far nascere uno spirito sacerdotale nuovo. È molto opportuno che i presbiteri sentano l'amore della Chiesa per loro, vedano riconosciuti i loro sforzi, si sentano appoggiati e stimolati. Il Papa, quando ho avuto occasione di salutarlo per gli auguri natalizi, mi ha detto di essere molto soddisfatto per l'andamento dell'anno sacerdotale, soprattutto proprio perché è stato colto il senso vero della sua celebrazione.

Vanno dunque interpretati nell'ottica dell'amore quei gesti di apertura, da parte della Chiesa, che hanno in un certo senso caratterizzato questi primi mesi dell'anno sacerdotale?

Direi di sì. La Chiesa cattolica è pronta ad accogliere tutte le legittime diversità nel suo seno. Non si preoccupa di categorie umane che parlano di destra, di sinistra, di progressisti, di conservatori. La nostra non è una Chiesa settaria. È cattolica, è una, è santa e apostolica ed è pronta ad abbracciare chiunque, come una grande madre. Offre a tutti la possibilità di compiere cammini diversi pur nella comune testimonianza del Vangelo. Si pensi alla storia degli ordini religiosi, alle loro differenti spiritualità, così diversi l'uno dall'altro ma tutti insieme capaci di portare ricchezza di carismi nell'unica Chiesa di Cristo. Naturalmente tutti devono camminare nell'unità. Ma unità non vuol dire uniformità.

È in questo contesto che si inserisce anche la costituzione apostolica "Anglicanorum coetibus"?

Sì, senza dubbio. Entrare a far parte della nostra comunità ecclesiale è stata una loro richiesta. La Chiesa cattolica non ha fatto altre che aprire le sue porte, come è nel suo stile di accoglienza. Agli anglicani venuti tra di noi essa offre la possibilità di vivere la fede, anche se in una forma un po' diversa, mantenendo cioè alcune caratteristiche del loro rito, della loro spiritualità, della loro liturgia cioè tutto ciò che rende possibile di vivere senza compromettere l'unità e la comunione ecclesiale. Ciò significa che entrano pienamente nella comunione ecclesiale. Lo considero un fatto molto positivo, anche se sono consapevole che ci sono ancora alcune cose da aggiustare, da verificare. È l'espressione di quella libertà di coscienza e di quella libertà religiosa che si professano nella Chiesa cattolica, aperta a chiunque voglia condividerne la comunione.

Per la sua congregazione questa apertura cosa comporta?

Per il momento nulla di nuovo. A parte alcune considerazioni generali in riferimento allo status sacerdotale in generale, come quello dei sacerdoti in tutto il mondo. Cose più specifiche riguardano la Congregazione per la Dottrina della Fede.

Non pensa che possa aumentare il numero dei sacerdoti in crisi di identità, o comunque in difficoltà per via del celibato?

Certamente dovremo parlare di più con i nostri sacerdoti. Da molte parti viene raccomandata attenzione a quanti, sacerdoti, chiedono la dispensa, anche perché desiderano sposarsi. La Chiesa non abbandona nessuno; nessuno viene escluso dall'amore, dalla fraternità. Neppure quanti ancora non hanno adottato la decisione di chiedere la dispensa, che è sempre la cosa migliore da fare in certi casi. Chi ha di fatto abbandonato il ministero o chi comunque non è più nelle condizioni necessarie per andare avanti, è chiamato a regolarizzare la situazione, come sacerdote, davanti a Dio, davanti la Chiesa e davanti la sua stessa coscienza. Proprio per rendere più semplici certi passaggi il Papa ha conferito alla nostra Congregazione facoltà speciali in questo senso. È un modo per facilitare il procedimento e mettere queste persone in grado di regolarizzare prima la loro posizione, in modo da poter continuare a vivere la loro fede cristiana, anche se in una nuova condizione. La salus animarum è e resta l'obiettivo della Chiesa.

È stato così anche per Milingo?

Certo, questo è stato lo scopo. Se è vero che nel provvedimento di riduzione allo stato laicale si legge la parola in poenam, in fondo si tratta sempre di una grazia perché si offre la possibilità di regolarizzare una posizione e uscire da una situazione che non è regolare né davanti a Dio, né davanti alla Chiesa. Si tratta pur sempre di sacerdoti, persone cioè che hanno degli obblighi. Chiedendo ufficialmente di essere dispensati da questi obblighi si torna a una situazione corretta per vivere davanti a Dio. Alla fine, insomma, si offre sempre a tutti la possibilità di recuperare lo stato di grazia.

Significa che ci si può sempre pentire e dunque tornare indietro?

Sì, sebbene a determinate condizioni e davanti a una vera conversione, si può anche riprendere a esercitare il ministero.

Allora anche un sacerdote sposato potrebbe tornare al ministero sacerdotale se si pentisse?

Finché sussiste il vincolo del matrimonio no, perché gli mancherebbe la condizione di celibe. Se invece dovesse venir meno tale vincolo, secondo quanto specificato in proposito dal diritto canonico, e in presenza di ulteriore richiesta da parte dell'interessato, si dovrebbe procedere esaminando caso per caso, perché in tale delicata materia non si può generalizzare. La legislazione della Chiesa è chiara in questo senso. In ogni caso comunque per il sacerdote che chiede la dispensa la situazione nella comunità ecclesiale è regolarizzata a pieno titolo. Dunque è nella condizione di poter vivere in stato di grazia. Ciò significa che, anche nella sua nuova situazione, può santificarsi come ogni altro cristiano.

In quale modo l'anno sacerdotale potrà contribuire all'orientamento dei sacerdoti che si trovano in difficoltà?

Io penso che sarà un'occasione privilegiata per costoro. Del resto è uno degli obiettivi che si era prefisso il Papa quando lo ha convocato. La riflessione che si sviluppa in questo periodo, investe vari campi. Servirà senz'altro ad aiutare quei sacerdoti che si sentono un po' confusi, quanti accusano sintomi di stanchezza, quelli che avvertono, in maniera sempre più forte, le sollecitazioni del mondo secolare, e sono tentati di cedere sotto il peso delle innumerevoli sfide che si trovano davanti. Ma servirà, io credo, anche a convincere i sacerdoti che vivono situazioni irregolari, senza aver chiesto cioè la dispensa, a mettersi in ordine con la propria coscienza e a regolarizzare le loro posizioni. Anche per restituire chiarezza alla loro vita e a quella degli altri, dei fedeli soprattutto.

Si parla spesso di formazione. Ma cosa si fa in concreto per i sacerdoti chiamati a confrontarsi con un mondo in continua evoluzione?

Siamo perfettamente consapevoli di come sia cambiata la vita oggi. Dunque avvertiamo l'urgenza di una formazione permanente per i nostri sacerdoti. Anzi, per tutti noi. Abbiamo tutti bisogno di riqualificarci, di aggiornarci per venire incontro alle sfide della società globalizzata. Si presentano infatti situazioni nuove da affrontare; a volte ci troviamo impreparati. I giovani di oggi, per esempio, rappresentano una nuova espressione culturale, molto diversa da quella di prima. La società stessa si presenta sempre più come società multicuturale, multireligiosa. E purtroppo molto spesso a conquistare il primato, o comunque maggiore visibilità, è una cultura lontana dalla coscienza religiosa, una cultura laicista, materialista, consumistica, relativista. Certo non possiamo cancellarla. Dunque dobbiamo imparare a gestirla, ad amministrarla per restare nel mondo. I nostri giovani vengono da queste esperienze culturali, sono nati in questo mondo. Nostro compito è comprenderli, capire se tra di loro ci sono delle vocazioni autentiche. Anche per ciò che riguarda la loro formazione, è chiaro che si dovrà tener conto di questa nuova esperienza culturale, delle sollecitazioni cui vengono o verranno sottoposti, del contesto sociale in cui sono chiamati a servire la Chiesa e gli uomini. Si tratterà cioè di formare sacerdoti capaci di stare nel mondo di oggi e di portare l'eterno messaggio di Cristo nel mondo che verrà, che non è poi tanto lontano, vista la rapidità dei cambiamenti generazionali.

Una caratteristica di questo mondo nuovo sembra essere la mobilità umana. A volte però, stando almeno ad alcune situazioni, il fenomeno migratorio comporta recrudescenze di razzismo, di xenofobia. Ne restano coinvolti anche i sacerdoti?

È un fenomeno purtroppo reale. Non possiamo né dobbiamo arrenderci a questa mentalità. La situazione particolare di certe Chiese, soprattutto quelle più antiche, si fa difficile per la scarsità delle vocazioni. Mentre nelle Chiese nate nei territori una volta di missione, per grazia di Dio, le vocazioni sono in costante crescita. Dunque si verifica il fenomeno contrario: da Chiese di missione a Chiese missionarie che inviano sacerdoti laddove ce n'è più bisogno. Ma io credo che proprio questo movimento di sacerdoti da una nazione a un'altra contribuisca in qualche modo a quell'auspicato cambiamento di mentalità. Nella comunità veramente cristiana il fenomeno del razzismo o della xenofobia è più raro, alle volte è sconosciuto. Anzi direi che le comunità ecclesiali, le parrocchie soprattutto, si aprono all'accoglienza degli stranieri; dunque figurarsi come è accolto il sacerdote straniero che va a servire la stessa comunità. Non si può però pensare che la situazione di un Paese possa essere risolta con l'arrivo dei sacerdoti missionari: la Chiesa locale deve puntare a formare il suo clero, quello del suo paese. Una comunità matura deve essere capace di alimentare le vocazioni nel suo seno.

Come deve essere il sacerdote del terzo millennio?

Come quello del primo e come quello del secondo millennio. Cioè come Cristo lo ha voluto. Importante che sia capace di interpretare i segni dei tempi e vivere dentro la cultura del suo tempo da servo del Cristo, del suo Vangelo, della sua Chiesa. Che è sempre identica a quella di ieri e a quella di domani. Questo indica che la Chiesa e, nel caso, i suoi sacerdoti devono inculturare il Vangelo in ogni cultura ed evangelizzare tutte le culture. Devono essere capaci di fare del Vangelo la risposta per le questioni e le aspirazioni di ogni momento storico e di ogni situazione culturale. "Dio non ha mandato il Figlio al mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui".



(©L'Osservatore Romano 13 gennaio 2010)
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 04-02-2010, 20:16   #140
Vox Populi
Moderatore
 
L'avatar di Vox Populi

 
Data registrazione: Apr 2006
Località: casa mia
Rito: Romano
Messaggi: 16.480

Riflessioni per l'Anno sacerdotale

Come una sentinella
del mattino


di Luis Garza Medina

Vicario generale dei legionari di Cristo

L'Anno sacerdotale che Benedetto XVI ha convocato per i sacerdoti, in commemorazione del 150° anniversario della morte del santo Curato d'Ars, offre l'occasione propizia per domandarsi che cosa sia il sacerdote, come si ponga di fronte alle grandi sfide che l'umanità affronta e quale ruolo giochi nel dramma dell'uomo moderno. Come diceva Giovanni Paolo II all'inizio del suo pontificato: "Questo è un tempo meraviglioso per essere prete". Il sacerdote, animato dalla consapevolezza che Cristo è l'unico salvatore dell'uomo e che lui è stato costituito per mezzo del sacramento dell'ordine ministro della redenzione, è chiamato a vivere, nel mondo d'oggi e in mezzo alle sfide che questo presenta per il Vangelo di Cristo, con fiducia e santa audacia. Queste sfide si possono trasformare in un progetto di vita per i sacerdoti che vogliono realizzare la missione di Cristo nella Chiesa di questo nuovo millennio.
Il sacerdote deve essere un uomo di Dio. In quanto sacerdote ha il sigillo del sacramento. Di conseguenza, la sua volontà e le sue facoltà devono essere imbevute dei sentimenti di Cristo (cfr. Filippesi, 2, 5). Se non è saldo in Dio, sarà spazzato via dall'uragano della secolarizzazione. Deve quindi essere uomo di preghiera, uomo che ascolta e medita la Parola per attaccarsi amorevolmente a ciò che Dio vuole da lui; deve celebrare i sacramenti con il fervore e l'unzione propria delle cose sacre di cui si occupa, sapendo che per essere un uomo di Dio deve fare un particolare sforzo e resistere alla vertigine della costante e accelerata attività cui sottopone il mondo moderno.
Deve anche collaborare con la grazia divina perché la sua vita quotidiana rifletta la santità che trasmette con i sacramenti. I sacramenti sono efficaci ex opere a Christo operato, però è evidente che Dio elargisce la sua grazia con più abbondanza attraverso quei sacerdoti che con maggiore pienezza si sono configurati con suo Figlio, sommo ed eterno sacerdote della nuova alleanza.
Il sacerdote è un uomo profondamente consapevole che la salvezza viene da Dio e perciò non può concepire che la soluzione del problema dell'uomo stia nei mezzi umani o in lui come persona umana, per quanto preparato e carismatico possa essere. Comprende che deve unire la sua azione e le parole a una profonda vita eucaristica - sia nella celebrazione che nell'adorazione - che rende lui stesso, in un certo senso, eucaristico: cioè, qualcuno che si fa vittima e oblazione, come sacerdote, per servire Cristo nella missione di salvare le anime. La sua presenza tra gli uomini, suoi fratelli, deve essere quella d'una sentinella del mattino, un annunciatore delle cose dell'aldilà, un continuo promemoria di Dio per le anime, che incarna l'amore di Dio in questo mondo. L'uomo di Dio è l'unico che può dare senso all'uomo e alle società d'oggi poiché fa possibile l'incontro con il Dio amore. Si racconta una bellissima storia del curato d'Ars che è ricordata anche da una statua: quando san Giovanni Maria Vianney andò per la prima volta ad Ars, si perse lungo la strada. Chiese a un giovane pastore di guidarlo e questi lo portò fino al villaggio. Il prete gli disse: "Tu mi hai mostrato la strada per Ars, adesso io ti mostrerò la strada per il Cielo".
Essere uomo di Dio non è incompatibile con l'avere i piedi per terra. Il sacerdote è una persona che non perde la propria oggettività né il realismo. Sa, da un lato, che l'umanità deve sottomettere il cosmo e dominarlo, però dall'altro che ciò cui l'uomo anela definitivamente si trova solo in cielo, meta definitiva e obiettivo del nostro peregrinare su questa terra. Non è la scienza che salva l'uomo, ma Cristo. Il sacerdote non può cedere all'orizzontalismo o al naturalismo, perché smetterebbe d'essere necessario per il mondo e si confonderebbe con un lavoratore o un agente sociale. Non deve mai cadere preda della visione ridotta del suo sacerdozio, per cui questo non sarebbe altro che un servizio o una funzione. Il sacerdote è servitore di Cristo per essere, a partire da Lui, per mezzo di Lui e con Lui, servitore degli uomini.
Nella formazione dell'uomo di Dio gioca un ruolo molto particolare la devozione alla Vergine Maria, come madre, modello di virtù e, soprattutto, come protettrice celeste. La sua relazione con i sacerdoti, ministri di Cristo, deriva dalla relazione tra la divina maternità di Maria e il sacerdozio di Cristo. I sacerdoti sono suoi figli prediletti e nel cuore del sacerdote deve risuonare il consiglio di san Bernardo: "Nei pericoli, nell'angoscia, nell'incertezza, invoca Maria. Che il suo nome mai abbandoni le tue labbra e il tuo cuore. E per ottenere il sostegno della sua preghiera, non cessare d'imitare l'esempio della sua vita. Seguendola, non ti smarrirai; pregandola, non conoscerai la disperazione, pensando a Lei, non ti sbaglierai. Se Ella ti sostiene, non affonderai; se Ella ti protegge, non avrai timore di nulla; sotto la sua guida non temere la fatica; con la sua protezione raggiungerai il porto".
Il sacerdote, proprio perché è rivolto all'eternità e perché aiuta gli uomini nel loro cammino verso il cielo, deve costruire la carità, poiché è la carità la virtù che in qualche modo anticipa il cielo qui sulla terra.
La carità è innanzitutto carità verso Dio ed è la virtù che concede al sacerdote d'essere un uomo di Dio. Da questa carità scaturisce la carità verso gli altri che ha diversi aspetti. Il primo, quello più fondamentale, è mettere sempre al centro d'ogni azione, d'ogni pensiero e parola, il bene della persona che abbiamo di fronte. Non fa bene alla Chiesa, che alcuni sacerdoti si preoccupino più delle strutture che delle persone con cui hanno a che fare quotidianamente. Ricordo che madre Teresa di Calcutta, una volta, quando le fecero notare che lei non cercava una soluzione per le strutture che provocavano le ingiustizie, chiarì che c'erano già molti che cercavano di migliorarle, mentre lei cercava di far sì che ogni persona tra i più poveri dei poveri fosse curata secondo la sua dignità di figlio di Dio.
Il sacerdote che cerca il bene della persona, cerca di non ridurla a un numero o a una statistica. Non è che le statistiche siano cattive, anzi credo che offrano un aiuto alle sfide pastorali che la Chiesa affronta, però non si possono ridurre le persone a semplici numeri.
Costruire la carità richiede anche di costruire la comunione. La Chiesa è comunione, è, con le parole di san Cipriano, "un popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". Lo stesso sacerdozio ha una "radicale forma comunitaria" e non può essere esercitato se non nella comunione. La prima dimensione di questa comunione è la comunione gerarchica, la comunione con il Santo Padre, centro visibile dell'unità nella Chiesa, e con il proprio vescovo, pastore della Chiesa particolare.
Il sacerdote è costruttore di comunione all'interno del presbiterio diocesano. Tutti i sacerdoti di una Chiesa particolare partecipano all'unico sacerdozio di Cristo pastore. E quest'unione sacramentale deve tradursi in relazioni interpersonali piene di carità e di reciproco aiuto. Il sacerdote è chiamato anche ad accogliere con gratitudine e a condurre verso la comunione i diversi carismi presenti nella sua parrocchia o nella diocesi. Il suo cuore sarà aperto alle diverse forme di vita consacrata e ai nuovi movimenti approvati dall'autorità competente. Sono doni dello Spirito per la Chiesa e devono essere accolti senza pregiudizi. In essi molti fedeli trovano cammini specifici di santità cristiana e forme concrete per partecipare all'azione evangelizzatrice della Chiesa.
Il sacerdote costruisce la comunione con tutto il popolo di Dio e non concepisce la Chiesa in forma dialettica, come opposizione tra il ministero ordinato e il sacerdozio battesimale che è proprio di tutti i fedeli. Una delle figure consacrate dal Concilio per rappresentare la Chiesa fu quella del popolo di Dio. In questo popolo che è anche Corpo di Cristo, tutti abbiamo la stessa dignità di figli di Dio e uniti camminiamo verso la meta definitiva, il cielo. E la differenza essenziale, non semplicemente graduale, tra il mistero ordinato e la funzione dei laici non solo non rompe l'unità, ma l'arricchisce.
Nella predicazione e nella vita di Cristo, era palese l'attenzione che egli prestava ai più poveri. L'attenzione per il più bisognoso è qualcosa che deve formare la priorità pastorale del sacerdote. Aiutare a risolvere le necessità delle persone è proprio del cristiano, e molto più del sacerdote. Oggi alla necessità di beni materiali si sono aggiunte molte altre necessità che sono diventate pressanti: la solitudine della vecchiaia, la depressione e l'abbandono di tante persone nelle grandi città, le diverse assuefazioni molte volte sfruttate da organizzazioni o individui con affanno di lucro, l'infanzia lasciata al suo destino senza alimentazione e senza educazione.
Il sacerdote sta laddove c'è più bisogno di consolazione e di annuncio dei beni eterni, dove stanno i più indifesi. Il sacerdote è colui che porta speranza con la sua parola e con la sua azione perché quelle situazioni di miseria siano alleviate. Nonostante tanto avanzamento tecnologico non sempre le persone hanno la possibilità di ricevere i vantaggi di questo sviluppo e si trovano sole e abbandonate.
Il sacerdote ha anche, in certa misura, responsabilità nella promozione di società giuste. Non compete al sacerdote lavorare nelle strutture politiche, sindacali, economiche; non è chiamato a essere costruttore della città terrena, però nemmeno può dimenticare il mondo in cui vive. Egli può e deve cooperare alla promozione d'una società più giusta e conforme alla volontà di Dio mediante la predicazione dei valori evangelici e la formazione delle coscienze. Questo è il suo apporto specifico. Non è escluso che lui segnali le situazioni ingiuste, però l'amore per i suoi fratelli richiede di andare oltre, più alla radice: riuscire a cambiare i cuori di coloro che provocano tali situazioni. Non cerca di contrapporre, ma d'unire e ottenere che all'interno di queste situazioni ci sia reciproca comprensione e perdono e responsabilità effettiva di chi può migliorare le cose. Solo così si può costruire una nuova società, poiché, senza cambiare i cuori, i rancori sarebbero un peso che manterrebbe le persone ancorate al passato, senza speranza e sempre preda della violenza distruttrice.
Infine, nella costruzione della carità, il sacerdote deve fare sempre la carità nella verità. Farebbe un pessimo servizio come pastore di anime se per un malinteso concetto di carità abbandonasse la verità. Alle anime bisogna dire la verità, scoprire per esse il suo valore e aiutarle ad amarla; bisogna mostrare tutta la verità che Dio ha rivelato nel Vangelo di Cristo e che il magistero della Chiesa trasmette. Non si può ridurre o cambiare la verità per "fare un bene pastorale". In ogni caso, si può applicare la legge della gradualità, però mai tergiversare sulla verità. Benedetto XVI ribadisce nella sua enciclica Caritas in veritate: "Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità.
Il sacerdote è un pastore d'anime, che accudisce le sue pecore ed è disposto a dare la vita per loro. Non è da sottovalutare il valore di questa donazione, di questa passione che deve ardere nel cuore d'ogni sacerdote. Lui è come Cristo, che offre la sua vita per loro, ed è mosso dal suo stesso amore per loro. Però oltre a questa donazione che si fa realtà giorno dopo giorno, istruisce le anime con la sana dottrina cattolica. Insegna loro la fede attraverso un'adeguata catechesi, con tutti i mezzi possibili, perché il popolo di Dio ha urgente necessità di conoscere la fede per non lasciarsi trascinare da altre idee pseudoreligiose. Però soprattutto il sacerdote deve essere guida e pastore dei suoi fratelli con uno stile di vita virtuoso, alimentato dalla preghiera e dal contatto con l'eucaristia.
L'attenzione per le anime si concretizza soprattutto nell'amministrare il sacramento della riconciliazione. Il sacerdote è sempre a disposizione dei fedeli per ascoltare le loro confessioni. È lì, nella solitudine del confessionale, che si vive la battaglia più decisiva per l'anima del mondo. È lì che la grazia di Dio tocca profondamente le persone per mezzo dell'umanità del sacerdote.



(©L'Osservatore Romano - 5 febbraio 2010)
__________________
Oboedientia et Pax
Vox Populi non è in linea   Rispondi citando
Rispondi

Tag
2009, 2010, anno sacerdotale, ars, curato, giovanni maria vianney, sacro cuore


Strumenti discussione
Modalità visualizzazione


Tag
2009, 2010, anno sacerdotale, ars, curato, giovanni maria vianney, sacro cuore
Regole di scrittura
Tu non puoi inviare nuove discussioni
Tu non puoi inviare risposte
Tu non puoi inviare allegati
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi

Il codice BB è Attivo/e
Faccine sono Attivo/e
Il codice [IMG] è Attivo/e
Il codice HTML è Disattivato

Salto Forum

Discussioni simili
Discussione Autore della discussione Forum Risposte Ultimo messaggio
Iconografia - Sacro Cuore di Gesù ORAPRONOBIS Iconografia / Artisti e opere d'arte figurativa 8 04-06-2009 19:48
Novene AL SACRO CUORE WIlPapa Elenco preghiere 1 25-11-2008 16:43
Consacrazione Al Sacro Cuore macchinista Elenco preghiere 0 29-05-2008 21:16


Tutti gli orari sono GMT +1. Adesso sono le 13:29.



Powered by vBulletin® Version 3.8.2
Copyright ©2000 - 2010, Jelsoft Enterprises Ltd.