Cattolici Romani intende essere luogo di fecondo dialogo tra le diverse sensibilità e posizioni dei cattolici, legittime espressioni del sano pluralismo presente nella Chiesa. La norma fondamentale del forum è il rispetto del Magistero della Chiesa e l'esclusione di ogni genere di ideologia (in particolare progressismo e tradizionalismo).

Portale Regolamento Magna Charta FAQ
Vai indietro   Cattolici Romani: forum cristiano cattolico italiano. > Fides et Ratio. Cultura cattolica. > Storia della Chiesa e Agiografia
Iscriviti Segna forum come letti

 
Strumenti discussione
Vecchio 28-04-2007, 19:34   #1
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

I Beati Di Benedetto XVI

ANNO 2005


14 maggio 2005


BEATIFICAZIONE delle Serve di Dio


ASCENSIONE DEL CUORE DI GESU’, vergine

MARIANNA COPE, vergine

Altare della Cattedra,
Basilica di S. Pietro in Vaticano




BEATA ASCENSIONE DEL CUORE DI GESU’, vergine (1868 - 1921)

Florentina Nicol Goñi, nacque a Tafalla, Navarra (Spagna) il 14 marzo 1868, ultima figlia dei coniugi Juan Nicol commerciante di calzature e Agueda Goñi; la neonata al battesimo ricevé il nome di Florentina in omaggio alla santa che si festeggiava quel giorno.
Ricevette un’educazione appropriata al suo stato sociale a Huesca, nel centro educativo gestito dalle religiose Domenicane del Terzo Ordine e conosciuto come il Beaterio di S. Maria Maddalena e Santa Rosa; qui sbocciò la sua vocazione religiosa.
A 17 anni, il 22 ottobre 1885 fu ammessa nella comunità delle religiose di Santa Rosa di Huesca, completò felicemente il Noviziato, avvertendo che quella era la sua strada; piena di fervore voleva diventare sempre di più una sposa di Cristo, nel 1886 dopo un anno fece la sua professione prendendo il nome di Ascensione del Sacro Cuore di Gesù.
Nel 1907 ebbe l’incarico di direttrice dell’Esternato, alle giovani allieve esterne suor Ascensione diede con il suo carattere gioioso e allegro, tanto affetto e familiarità, che alla Superiora sembrò eccessiva per l’educazione che si doveva impartire, pertanto per correggerla la spostò in un incarico lavorativo, dove non c’era contatto con le fanciulle.
Passata questa prova, forte della pratica dell’obbedienza, ritornò all’insegnamento. Nel 1912 il Governo spagnolo chiuse la scuola Normale di Santa Rosa di Huesca e le suore si trovarono senza più il sostegno economico, derivante dalle rette e soprattutto dell’impegno apostolico della formazione delle future maestre di scuola.
In questo periodo ci fu il primo incontro di madre Ascensione con il padre domenicano Ramón Zubieta, venuto al convento di Huesca per cercare religiose disposte a lavorare nella missione di Urubamba in Perù.
Questa richiesta incontrò la già favorevole intenzione della Congregazione delle Suore Domenicane di Santa Rosa, di inviare in America le suore di Huesca private della loro scuola.
Mentre il Consiglio della Casa religiosa preparava il progetto, il padre Zubieta riceveva a Roma l’ordinazione episcopale come vescovo di Aráa il 15 di agosto 1913. Il 17 novembre 1913 cinque suore del Beaterio di Santa Maria Maddalena e di S. Rosa, partirono per il Perù, arrivando a Lima il 30 dicembre 1913.
Il convento di Nostra Signora del Patrocinio di Lima, le accolse per iniziare sotto la guida di mons. Zubieta, l’apostolato nella prefettura apostolica di Santo Domingo del Urubamba y Madre de Dios; madre Ascensione fu nominata dal vescovo Superiora responsabile, questo suscitò la reazione delle suore peruviane e quindi si procedette ad organizzare una regolare elezione da parte delle suore tutte, madre Ascensione fu confermata con larga maggioranza.
Il processo di integrazione fu abbastanza spinoso e la sua presenza nel Beaterio del Patrocinio dovette essere costante, le difficoltà sembravano insormontabili ma lei confidò in Dio sua consolazione; non le mancò il senso di solitudine e l’aridità spirituale.
Sollecitati dal Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori padre Theissling, giunto a Lima in visita canonica nel 1918, il quale raccomandò di procedere nell’istituzione di una nuova Congregazione, già avviata con decreto diocesano del 1917.
Il padre domenicano Osende lavorò nell’elaborare le Costituzioni e accelerò il processo giuridico, così il 27 settembre 1918 furono approvate le prime Costituzioni e il 5 ottobre fu eretta in Lima, la Congregazione delle “Missionarie Domenicane del SS. Rosario” e madre Ascensione del Sacro Cuore di Gesù, fu nominata Superiora Generale, si decise nel contempo che il Noviziato fosse svolto a Pamplona in Spagna.
Insieme a mons. Ramón Zubieta si recò a Roma dal papa Benedetto XV, dove poterono trattare di tutti quei problemi che potevano essere risolti dalla Santa Sede; il 25 marzo 1921 la Congregazione fu aggregata all’Ordine dei Predicatori.
Intanto l’intensa attività missionaria del vescovo Zubieta, lo minò nel fisico e la sua salute cedette, morì a 57 anni il 19 novembre del 1921.
Madre Ascensione negò sempre di essere la fondatrice, perché per lei il fondatore era mons. Zubieta, però alla morte di questi, si trovò ad assumere tutta la responsabilità della nascente Congregazione, il suo carisma e i suoi scopi missionari ed educativi.
Nel 1924 fu inaugurato il Collegio di Sonsonete in El Salvador, che marcò la spinta espansiva verso altre terre di missione; altri collegi furono aperti in seguito per sopperire alla necessità scolastiche locali, nel 1926 a Cuzco, nel 1928 ad Arequipa, nel settembre 1932 si arrivò in Cina, mentre il Beaterio di Santa Rosa di Saragozza si incorporò alla Congregazione.
Madre Ascensione fu eletta Superiora per due volte nei Capitoli Generali; ma nel 1939 ormai di 71 anni, rifiutò la terza rielezione, ritenendo di non poter più sopportare il peso di tanta responsabilità e le esigenze di una Congregazione così diffusa e numerosa, che toccava ormai tre continenti.
Allo stremo delle forze, si ammalò gravemente il 6 gennaio 1940 e il 22 gennaio visto le sue condizioni, ricevé il Viatico e l’Estrema Unzione; sopportando pazientemente le acute sofferenze, morì santamente il 24 febbraio 1940 nella Casa di Pamplona in Spagna.
Il 24 aprile 1968 ci fu l’apertura del processo ordinario per la sua beatificazione; dichiarata ‘venerabile’ il 12 aprile 2003 da Giovanni Paolo II, è stata beatificata nel 2005. Celebrazione liturgica il 24 febbraio.



BEATA MARIANNA COPE, vergine (1838 – 1918)

Barbara Cope nacque il 23 gennaio 1838 a Heppenheim in Germania, suo padre Peter Kobb e la madre Barbara Witzenbacher vivevano del misero guadagno di agricoltori; nel 1840 quando la bimba aveva due anni, la famiglia emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi nella città di Utica nello Stato di New York; suo padre ottenuta la cittadinanza americana, cambiò il cognome Kobb in Cope per tutta la famiglia.
Da adolescente prese a lavorare in una fabbrica per dare una mano ai bisogni della famiglia, cresciuta nel frattempo di altri tre fratelli e con il padre invalido; frequentando la Scuola parrocchiale di San Giuseppe a Utica, poté fare la Prima Comunione nel 1848 e in quest’ambiente fiorì la sua vocazione allo stato religioso.
Tale desiderio dovette essere accantonato, perché le condizioni economiche della famiglia non permettevano il suo allontanamento.
Solo a 24 anni poté realizzare il suo desiderio, entrando nell’Istituto delle Suore del Terz’Ordine Francescano di Syracuse, dove dopo il Noviziato emise la sua professione con il nome di Marianna.
Si dedicò all’apostolato della Congregazione, che fra l’altro consisteva nell’educazione dei figli degli emigrati tedeschi; apprese la lingua originaria dei suoi genitori e fu incaricata di dirigere una nuova scuola specifica.
Per le sue doti intellettuali e per la sua generosa dedizione svolse delicati incarichi nella sua Congregazione, fra i quali la cura dei poveri da lei prediletti, nei due ospedali di santa Isabella di Utica e San Giuseppe di Syracuse (1869).
Fu eletta Madre Provinciale nel 1877 e riconfermata all’unanimità nel 1881. In questo periodo, nel 1883 le giunse una richiesta del vescovo di Honolulu, che a sua volta girava alle suore una petizione del re delle Isole Hawai nell’Oceano Pacifico (allora indipendenti e dall’agosto 1959, 50° Stato degli U.S.A.), il quale chiedeva di avere infermiere per i lebbrosi abbandonati del regno.
La situazione era critica, già 50 comunità religiose avevano rifiutato la petizione reale; padre Damiano de Veuster (1840-1889), beatificato nel 1995, aveva scelto di vivere in quelle condizioni precarie, ma faceva presente che sarebbero state necessarie delle suore, perché i malati strappati dai familiari e dai loro villaggi, venivano portati nell’isola maledetta di Molokai dove non esistevano edifici idonei né assistenza sanitaria.
Si sarebbe dovuto costruire un ospedale e soprattutto instaurare una severa terapia igienica generale, specie per i figli più piccoli dei lebbrosi,che avevano seguito le madri e impartire loro una educazione.
Madre Marianna scelse sei suore fra le 25 che si erano offerte e partì con loro per fondare una Missione delle Suore del Terz’Ordine Francescano nelle Hawai; le accompagnò prima ad Honolulu e poi a Molokai.
Collaborò con il governo locale ad istituire degli ospedali in varie isole dell’arcipelago; padre Damiano de Veuster aveva contratto la lebbra nel 1884 restandone vittima nel 1889 assistito dalle suore fino all’ultimo.
Tutto il lavoro organizzativo passò a Madre Marianna, la quale anche per le minacce delle altre suore di tornarsene con lei in America, dovette restare a Molokai per salvare la Missione e dimettersi da Superiora Provinciale.
Non tornò più in America, restò a servire i lebbrosi per quasi 30 anni fino alla morte, furono fondate due case separate per i figli dei lebbrosi, tenuti nella più grande igiene, così che una volta adulti potevano essere inseriti sani nella società.
Madre “Marianna di Molokai” come ormai veniva chiamata, conosceva uno per uno i malati, li chiamava per nome, li istruiva a coltivare quell’arida terra in arbusti, fiori e alberi, donando loro la dignità di esseri umani non più emarginati ed inutili. Gli storici la descrissero come una “religiosa esemplare con un cuore straordinario”.
Morì a Molokai il 9 agosto 1918 ad 80 anni; per la fama della sua santità, che crebbe costantemente dopo la sua morte, il 28 luglio 1983 la Santa Sede dava il nulla osta per l’inizio della Causa di Beatificazione; il 19 aprile 2004 veniva dichiarata ‘venerabile’ e il 14 maggio 2005 proclamata beata dal cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.


OMELIA DELLA BEATIFICAZIONE:
http://www.vatican.va/roman_curia/co...ations_it.html

Ultima modifica di CARDINAL FERRARI; 28-04-2007 alle 20:50.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 28-04-2007, 19:48   #2
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

19 giugno 2005


BEATIFICAZIONE dei Servi di Dio


LADISLAO FINDYSZ, sacerdote e martire

BRONISLAO MARKIEWICZ, sacerdote

IGNAZIO KLOPOTOWSKI, sacerdote


Varsavia, Piazza Pidluski







BEATO LADISLAO FINDYSZ, sacerdote e martire (1907-1964)

Ladislao Findysz nasce a Krościenko Niżne presso Krosno (Polonia) il 13 dicembre 1907 da Stanislao Findysz e Apollonia Rachwał, contadini di antica tradizione cattolica. L’indomani, 14 dicembre 1907 nasce alla vita di Grazia nella Chiesa parrocchiale della SS.ma Trinità a Krosno.

Nell’anno 1919 termina le quattro classi della Scuola Elementare, gestita dalle Suore Feliciane (CSSF) a Krościenko Niżne, e inizia gli studi presso il Ginnasio Statale. Giovane ginnasiale entra nel Sodalizio Mariano. Nel maggio del 1927 sostiene gli esami di maturità e partecipa al ritiro spirituale per i maturandi. Nell’autunno del 1927 giunge a Przemyśl, entra nel Seminario Maggiore e intraprende gli studi filosofico-teologici dell’Istituto. La formazione al sacerdozio avviene sotto la guida del rettore il beato sac. Giovanni Balicki. A coronamento di questo periodo formativo l’ordinazione sacerdotale ricevuta il 19 giugno 1932 nella cattedrale di Przemyśl da Mons. Anatol Nowak, vescovo della Diocesi. Dopo un mese di ferie, il 1° agosto 1932, il Rev. Findysz intraprende la funzione di secondo vicario nella parrocchia di Borysław (oggi Ucraina). Il 17 settembre 1935 è nominato vicario nella parrocchia di Drohobycz (oggi Ucraina), e il 1° agosto 1937 viene trasferito come vicario nella parrocchia di Strzyżów, dove, il 22 settembre 1939, è nominato amministratore parrocchiale. In seguito, il 10 ottobre 1940, riceve la nomina di Vicario a Jasło e, l’8 luglio 1941, quella di amministratore della parrocchia dei SS. Apostoli Pietro e Paolo a Nowy Żmigród. Dopo un anno, il 13 agosto 1942, viene nominato parroco della suddetta parrocchia.

Fra l’assiduo lavoro pastorale e le esperienze dolorose della guerra sono passati per il Rev. Findysz tre anni di vita pastorale a Nowy Żmigród. Il 3 ottobre 1944, come tutti gli abitanti, viene espulso dai tedeschi. Al suo ritorno, il 23 gennaio 1945, si dedica a riorganizzare la parrocchia.

Dopo la guerra il suo servizio si svolge in tempi duri sotto il governo comunista. Il Rev. Findysz continua l’opera di rinnovamento morale e religioso della parrocchia, si prodiga per preservare i fedeli, soprattutto giovani, dalla programmata ed intensiva ateizzazione comunista; aiuta, anche materialmente, tutti gli abitanti della parrocchia, indipendentemente dalla loro nazionalità o confessione; salva numerose famiglie di Łemki (grecocattolici), severamente perseguitati dalle autorità comuniste, minacciati d’essere espulsi senza pietà dai loro luoghi di residenza. Il lavoro pastorale del Rev. Findysz è molto scomodo per le autorità comuniste. Fin dal 1946 è sorvegliato dai servizi segreti. Nel 1952 l’autorità scolastica lo sospende dall’esercizio dell'insegnamento della catechesi nel Liceo. Non può agire nel territorio dell’intera parrocchia perché l’autorità del distretto, per ben due volte (nel 1952 e nel 1954) respinge la sua richiesta di permesso di soggiorno nella zona di confine, dove si trovava una parte della parrocchia.

Da parte dell’autorità ecclesiastica è ritenuto un parroco zelante: riceve le onorificenze dell’Expositorio Canonicali nel 1946, del Rocchetto e della Mantelletta nel 1957, anno in cui viene nominato vicedecano e, nel 1962, decano del Decanato di Nowy Żmigród.

Nel 1963 inizia l'attività pastorale di “opere conciliari di bontà” (il sostegno spirituale del Concilio Vaticano II), spedisce lettere-appelli ai parrocchiani in situazione religiosa e morale irregolare esortandoli e incoraggiandoli a rimettere in ordine la loro vita cristiana. Le autorità comuniste reagiscono a questa azione con grande severità e lo accusano di costringere i fedeli a pratiche e riti religiosi. Il 25 novembre 1963, interrogato della Procura di Voivodato a Rzeszów, viene arrestato e condotto nel carcere di Castello di Rzeszów. Nei giorni 16-17 dicembre 1963 si svolge il processo presso il tribunale di Voivodato a Rzeszów e viene pronunciato il verdetto di condanna a due anni e sei mesi di reclusione. Il motivo dell’indagine, dell’accusa e della condanna era basato sul Decreto di tutela della libertà di coscienza e di confessione del 5 agosto 1949 che, semplicemente, era uno strumento nelle mani delle autorità comuniste per la limitazione e l’eliminazione della fede e della Chiesa cattolica dalla vita pubblica e privata in Polonia. Il Rev. Findysz venne anche pubblicamente discreditato, calunniato e condannato tramite pubblicazioni montate sulla stampa. Nel carcere del Castello di Rzeszów dove viene sottoposto a maltrattamenti e umiliazioni fisiche, psichiche e spirituali e, il 25 gennaio 1964, viene trasferito nel Carcere Centrale in Via Montelupich a Cracovia.

Il Rev. Findysz, poco prima di essere arrestato (settembre 1963), aveva subito un’operazione pericolosa, l’asportazione della tiroide nell’ospedale di Gorlice, e lo stato della sua salute rimaneva incerto per la minaccia di complicazioni. Convalescente, rimane ancora sotto cura, seguito dai medici, in attesa di un secondo intervento, previsto nel dicembre dello stesso anno, per l’asportazione di un carcinoma all’esofago. L’indagine, il processo e le prove del carcere esercitano, senza dubbio, un grande influsso sullo sviluppo della malattia di Rev. Findysz che, deve essere ricoverato nell’ospedale della prigione. La sua salute non presenta sostanziale miglioramento per mancanza di cure e medici specialisti e soprattutto per l’impedimento dell’intervento chirurgico del carcinoma; in pratica è condannato ad una morte lenta. La malattia progredisce continuamente, come attestano gli esami medici fatti negli ospedali delle carceri di Rzeszów e di Cracovia. Nel risultato dei primi esami clinici (9 dicembre 1963) il medico del carcere aveva già constatato l’ascesso in gola con il sospetto di carcinoma all’esofago.

Fin dall’inizio della sua condanna al carcere l’avvocato e la Curia Vescovile di Przemyśl fanno ricorso alla procura ed al tribunale di Rzeszów, chiedendo la sospensione dell’arresto a causa della precaria salute che minaccia la morte del Servo di Dio, ma le richieste respinte più volte, saranno accolte solo a fine del febbraio 1964 da parte del Tribunale Supremo di Varsavia.

Date le sue ormai gravissime condizioni di salute, il 29 febbraio 1964 dal carcere ritorna a Nowy Żmigród. Rimane nella canonica con grande pazienza e sottomissione alla volontà di Dio, sopportando le sofferenze della malattia e dell’esaurimento. In aprile viene ricoverato nell’ospedale specialistico di Breslavia. Nonostante le cure, gli esami clinici confermano la diagnosi del carcinoma tra l’esofago e lo stomaco. Le ricerche, le osservazioni dell’ospedale e gli esami complementari confermano che il carcinoma di cui sopra, per lo stadio raggiunto, non permette l’operazione chirurgica. Dato l’enfisema polmonare, la ricaduta in una forte anemia che lo destinava alla morte, torna a casa.

Durante i mesi estivi, nel Seminario Maggiore di Przemyśl, partecipa al ritiro spirituale per i sacerdoti: questo è il suo ultimo ritiro in preparazione alla morte.

La mattina del 21 agosto 1964, dopo avere ricevuto i Sacramenti, muore nella canonica di Nowy Żmigród e il 24 agosto viene sepolto nel cimitero parrocchiale della stessa città. Il funerale è presieduto da Monsignor Stanislao Jakiel Vescovo Ausiliare della Diocesi di Przemyśl con la partecipazione di 130 sacerdoti e numerosi fedeli.

Il 27 giugno 2000 il Vescovo di Rzeszów Mons. Kazimierz Górny, dietro numerose richieste dei fedeli, inizia l’inchiesta diocesana per la beatificazione di Ladislao Findysz. Gli atti dell’inchiesta diocesana sono stati inviati a Roma alla Congregazione delle Cause dei Santi il 18 ottobre 2002.

Durante la tappa romana della causa di beatificazione, i Consultori Teologi e, poi, i Membri della Congregazione: Signori Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, hanno riconosciuto che il Rev. Ladislao Findysz è stato arrestato e condannato dalle autorità del regime comunista a motivo dell’annuncio del Vangelo, e il suo imprigionamento e le sofferenze fisiche e spirituali subite hanno causato la sua morte, perciò bisogna riconoscere Rev. Findysz martire per la fede. Questa mozione è stata presentata al Santo Padre e da Lui è stata approvata. Il 20 dicembre 2004 alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II è stato promulgato il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi che riconosce il Rev. Ladislao Findysz martire per la fede.

Questa è la prima causa di beatificazione, già conclusa, impostata sul martirio di un Servo di Dio che è stato vittima del regime comunista in Polonia. Inoltre questa è la prima causa di beatificazione istruita dalla diocesi di Rzeszów.


BEATO BRONISLAO MARKIEWICZ, sacerdote (1842-1912)

Bronislao Bonaventura Markiewicz nacque il 13 luglio 1842 a Pruchnik in Polonia, nell’odierna arcidiocesi di Przemyśl dei Latini, sesto di undici figli di Giovanni Markiewicz, borgomastro della città, e Marianna Gryziecka. Ricevette, in seno alla famiglia, una solida formazione religiosa. Tuttavia, più tardi, nel periodo dei suoi studi ginnasiali a Przemyśl, sperimentò un certo vacillamento nella fede causato, in gran parte, dall'ambiente fortemente antireligioso che regnava nella scuola. Riuscì, però, a superarlo abbastanza presto riacquistando serenità e pace interiore.
Conseguito il diploma di maturità, il giovane Bronislao, nel 1863, entrò nel Seminario Maggiore di Przemyśl sentendosi chiamato da Dio al sacerdozio. Completato il regolare iter degli studi il 15 settembre 1867 venne ordinato sacerdote. Dopo sei anni di lavoro pastorale, in qualità di vicario, nella parrocchia di Harta e nel Duomo di Przemyśl, volendo prepararsi ancora di più per lavorare con la gioventù, studiò per due anni pedagogia, filosofia e storia nelle Università di Leopoli e di Cracovia. Nel 1875 venne nominato parroco a Gać e nel 1877 a Blażowa. Nel 1882 gli fu affidato l'insegnamento di teologia pastorale nel Seminario Maggiore di Przemyśl.
Sentendosi chiamato anche alla vita religiosa, nel mese di novembre del 1885, partì per l'Italia ed entrò tra i Salesiani avendo la gioia di incontrare San Giovanni Bosco nelle cui mani, il 25 marzo 1887, emise i voti religiosi.
Da salesiano svolse diversi incarichi affidatigli dai superiori e cercò di adempierli con dedizione e zelo. A causa dell'austerità di vita e della diversità di clima, nel 1889 P. Bronislao si ammalò gravemente di tisi, così da essere considerato prossimo alla morte. Ripresosi dalla malattia, fece la convalescenza, sempre in Italia, fino a quando, il 23 marzo 1892, con il permesso dei Superiori, rientrò in Polonia dove assunse l'incarico di parroco a Miejsce Piastowe, nella sua diocesi di origine Przemyśl.
Oltre all'attività parrocchiale ordinaria, Bronislao Markiewicz si dedicò, nello spirito di San Giovanni Bosco, alla formazione della gioventù povera e orfana. Per essa aprì a Miejsce Piastowe un Istituto, nel quale offriva ai suoi educandi sia il sostegno materiale che quello spirituale, preparandoli alla vita con la formazione professionale nelle scuole aperte presso l'Istituto stesso. Nel 1897 decise di fondare, a questo scopo, due nuove Congregazioni religiose basate sulla spiritualità di S. Giovanni Bosco adattando le sue regole alla specificità del proprio carisma. Accolto nuovamente tra il clero della diocesi di Przemyśl P. Markiewicz continuò l'attività di parroco e di direttore dell'Istituto (Società) cui diede il nome di Temperanza e Lavoro (1898), cercando di ottenere la sua approvazione come Congregazione religiosa, sotto la protezione di San Michele Arcangelo, con un ramo maschile e uno femminile. L’ approvazione venne concessa solo qualche anno dopo la sua morte: nel 1921 al ramo maschile e nel 1928 a quello femminile.
P. Bronislao continuò, sempre con l’approvazione e la benedizione del Vescovo, san Giuseppe Sebastiano Pelczar, la sua attività di formatore dei giovani e dei ragazzi orfani ed abbandonati, avvalendosi dell'aiuto di collaboratori alla cui preparazione e formazione contribuì sempre egli stesso. Già a Miejsce Piastowe egli aveva offerto la casa e la formazione a centinaia di ragazzi consumandosi per loro interamente. Desideroso di fare sempre di più in loro favore, nel mese di agosto del 1903, P. Markiewicz aprì una nuova casa a Pawlikowice, vicino a Cracovia, dove trovarono casa e possibilità di formazione spirituale e professionale più di 400 orfani.
La dedizione totale ai ragazzi, l’abnegazione eroica di se stesso, un lavoro immane da compiere, fecero esaurire ben presto le forze di P. Markiewicz minando la sua salute, già molto compromessa per i disturbi avuti in Italia. Tutto ciò lo condusse abbastanza rapidamente al termine del suo pellegrinaggio terreno, avvenuto il 29 gennaio 1912.
Sia prima sia dopo la morte, egli è stato considerato un uomo fuori del comune. Aumentando sempre più la fama di santità di P. Bronislao, i Superiori dei due Istituti religiosi di San Michele Arcangelo, da lui fondati, chiesero al Vescovo di Przemyśl di istruire il processo di beatificazione del loro Fondatore che ebbe inizio nel 1958. Completato l’intero iter della Causa, il 2 luglio 1994, alla presenza del Santo Padre Giovanni Paolo II, fu promulgato il decreto sull'eroicità delle virtù di P. Bronislao Markiewicz e dieci anni dopo, precisamente il 20 dicembre 2004, il decreto sul miracolo operato da Dio per l’intercessione di P. Bronislao. Era così aperta la strada per la sua beatificazione.
Sul filo delle numerose testimonianze e dei ricordi personali, ci piace sottolineare il grande amore che il Beato Markiewicz aveva per il Signore e per il prossimo, specialmente quello più povero, trascurato, abbandonato ed orfano a cui dedicò tutto se stesso. Era profondamente desideroso di accogliere un numero sempre maggiore di ragazzi e di offrire loro quel calore umano che ad essi tanto mancava. Questo profondo desiderio è espresso nelle sue parole: “Vorrei raccogliere milioni di ragazzi abbandonati, di tutti i popoli, nutrirli gratuitamente e vestire il loro corpo e il loro spirito”.
A questo imperativo dell’amore unito alla sua coraggiosa – considerati i tempi di allora – opzione per i poveri, rimase fedele fino alla morte accettando eroicamente tutte le conseguenze che scaturirono da tali scelte.


BEATO IGNAZIO KLOPOTOWSKI, sacerdote (1866-1931)

Il beato Ignazio (Ignacy) Klopotowski nacque il 20 luglio 1866 a Korzeniowska (Polonia) da Jan e Isabella Dobrowolska e battezzato due giorni dopo nella parrocchia di Drohiczyn.
Dalla famiglia ricevé un’educazione religiosa e patriottica, incentrata sul binomio Dio e la patria. Terminato il ginnasio a Siedlce, nel 1883 a 17 anni entrò nel Seminario Maggiore di Lublino, dopo quattro anni fu inviato a proseguire gli studi presso l’Accademia Religiosa di Pietroburgo, dove si laureò in teologia.
Il 5 luglio 1891 a 25 anni, fu ordinato sacerdote dal vescovo mons. Jaczewski nella cattedrale di Lublino. Per 17 anni ricoprì vari incarichi pastorali e d’insegnamento affidatogli dal vescovo di Lublino: viceparroco di S. Paolo Apostolo, professore nel Seminario diocesano, viceparroco della parrocchia della cattedrale, cappellano dell’Ospedale di S. Vincenzo de’ Paoli, cappellano della Chiesa di S. Stanislao e ancora professore nel Seminario fino al 1908, quando lasciò Lublino per Varsavia.
Negli anni della sua permanenza a Lublino, si distinse per l’amore profondo verso i poveri, gli orfani e i disoccupati, partecipando con sensibilità ai loro problemi morali e materiali.
Mise su un’attività editoriale letteraria-pubblicistica, i cui proventi uniti alle offerte ricevute, spendeva a favore dei bisognosi e delle opere caritative da lui stesso istituite.
Fondò orfanotrofi e case per anziani, a Lublino organizzò la Casa del Lavoro, consistente in una scuola di avviamento all’artigianato per i giovani disoccupati.
Per le ragazze avviate sulla via della prostituzione, aprì l’Asilo di S. Antonio dove potevano trovare possibilità di lavoro lecito.
Aveva uno spirito editoriale, che mise al servizio delle necessità spirituali dei suoi assistiti e della gente semplice e poco istruita, pubblicò libri di preghiere e di contenuto religioso per la diffusione della dottrina cristiana.
Nel 1905 tentò di pubblicare un giornale cattolico “Praca” (Lavoro), ma non ottenne il permesso delle autorità russe, che allora dominavano quella parte della Polonia.
Qualche anno dopo, con l’editto di tolleranza dello zar Nicola II, poté pubblicare il quotidiano “Polak Katolik”, il settimanale “Posiew” (Semina) e i mensili “Buona Domenica” e “Circolo del Rosario”, tutti in lingua polacca.
Nel 1908 con il permesso dei rispettivi vescovi, si trasferì a Varsavia dove organizzò una tipografia che stampava libri da lui editi, per la coraggiosa difesa della fede e dei principi morali cristiani.
Divenuto effettivo della diocesi di Varsavia nel 1919, don Ignazio Klopotowski fu nominato parroco della parrocchia della Madonna di Loreto, presso la Chiesa di S. Floriano nel quartiere ‘Praga’.
Anche qui si profuse nelle opere di carità, allestendo una cucina gratuita e dei dormitori per i poveri del quartiere. Contemporaneo del beato Bartolo Longo (1841-1926), che a Pompei in Italia aveva fondato opere sociali, tipografia, basilica, congregazione religiosa, per l’assistenza degli orfani e figli dei carcerati, anche padre Ignazio Klapotowski a Varsavia in Polonia, diede vita alla Casa Editrice Loretana e fondò la Congregazione delle “Suore delle Beata Maria Vergine di Loreto” (Loretane), con la specifica vocazione della diffusione della buona stampa.
La Congregazione, sulle orme del fondatore, s’impegnò sin dall’inizio all’attività caritative, all’apostolato della Parola di Dio attraverso la stampa con proprie Case Editrici e alla santificazione dei propri membri; ottenne l’approvazione pontificia nel 1971 da papa Paolo VI.
L’instancabile operatore di carità e fondatore, morì a Varsavia il 7 settembre 1931 a 65 anni e i suoi resti riposano nel cimitero delle suore da lui fondate. Il 22 giugno 1988 la Santa Sede diede il nulla osta per l’apertura del processo per la sua beatificazione, conclusasi con la proclamazione a beato, il 19 giugno 2005.

ANGELUS DEL SANTO PADRE: http://www.vatican.va/holy_father/be...050619_it.html

Ultima modifica di CARDINAL FERRARI; 28-04-2007 alle 20:51.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 28-04-2007, 19:54   #3
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

9 ottobre 2005


BEATIFICAZIONE del Servo di Dio


CLEMENTE AUGUSTO VON GALEN, vescovo


Altare della Confessione
Basilica di S. Pietro in Vaticano








BEATO CLEMENTE AUGUSTO VON GALEN, vescovo (1878-1946)

Il conte Clemens August von Galen nacque il 16 marzo 1878 nel castello di Dinklage ad Oldenburg. Undicesimo di 13 figli, lui crebbe nella sicurezza di una famiglia di credenti. Lui frequentò il liceo dei Gesuiti a Feldkirck e diede la maturità nel 1896 a Vectha.

Dopo gli studi a Freiburg (Svizzera), Innsbruck e Münster, lui venne ordinato sacerdote il 28 maggio 1904 a Münster.

Dopo un breve periodo come vicario capitolare a Münster, lui venne nominato nel 1906, cappellano della Chiesa di San Mattia a Berlino. Con ciò cominciò una attività sacerdotale durata 23 anni nell’allora capitale dell’impero prussiano. Dopo alcuni anni come curato della Chiesa di San Clemente, lui divenne parroco della Chiesa di San. Mattia a Berlino – Schöneberg. Lui visse i difficili anni della Prima Guerra Mondiale, i tumulti del dopoguerra e un lungo periodo dell’epoca di Weimer. La situazione della diaspora nella capitale Berlino lo mise davanti a grandi esigenze pastorali.

Nel 1929 il conte C.A. von Galen fu nominato parroco della Chiesa parrocchiale di San Lamberto a Münster.

Dopo la morte del vescovo Johannes Poggenburg, il conte C.A. von Galen fu eletto vescovo di Münster. Il 28 ottobre 1933 lui ricevette la consacrazione episcopale. Lui scelse come slogan d’elezione il motto: Nec Laudibus, Nec Timore. (non con le lodi né con la minaccia io devio dalle vie di Dio).

Già nella sua prima lettera pastorale, durante la Quaresima del 1934, il vescovo C.A. conte von Galen smascherò l’ideologia neopagana del nazionalsocialismo. Continuamente negli anni seguenti lui prese posizione per la libertà della Chiesa e delle associazioni cattoliche e per il mantenimento dell’insegnamento della religione.

In una decisa predica nel duomo di Xanten, nella primavera del 1936, il vescovo C.A. accusò apertamente il regime nazionalsocialista di discriminare, di gettare in prigione e addirittura di uccidere i cristiani a causa del loro credo.

Il vescovo C.A. von Galen appartiene al novero dei vescovi che il Papa Pio XI invitò a Roma, nel gennaio 1937, per parlare con loro della situazione in Germania e per preparare l’enciclica “Mit Brennender Sorge”, accusando il regime nazionalsocialista davanti all’opinione pubblica mondiale. Un’eco mondiale trovarono, poi come apice della sua resistenza pubblica contro il nazionalsocialismo, le tre prediche divenute famose tenute dalla Chiesa di San Lamberto del 13 luglio 1941 e del 3 agosto 1941, così come dalla Chiesa di Nostra Signore in Überwasser in Münster del 20 luglio 1941. In queste lui si rivoltò contro le violazioni dello Stato ed esigette il diritto alla vita, all’inviolabilità e alla libertà dei suoi cittadini. Lui censurò aspramente l’allora uccisione delle cosiddette improduttive “vite senza valore di vivere”

Il potere statale si sentì colpito nell’intimo e voleva arrestare il vescovo C.A. e farlo uccidere. Ma, d’altra parte, fu temuto che la popolazione cattolica della diocesi di Münster per la durata della guerra potesse essere stornata. Il Vescovo fu angustiato dal fatto che al posto suo vennero portati nei campi di concentramento 24 membri del clero secolare e 18 chierici religiosi e 10 fra di loro morirono.

Nei difficili mesi del dopoguerra, il vescovo C.A. fu ancora una volta una personalità a cui molti si rivolsero. Con franchezza lui si oppose anche all’autorità d’occupazione, se era necessario per eliminare o per evitare necessità o ingiustizie. Decisamente lui si oppose all’allora immediata opinione della colpa collettiva di tutti i tedeschi.

Papa Pio XII chiamò, il 18 febbraio 1946, il vescovo C.A. nel collegio cardinalizio. Era un onore per la sua condotta intrepida durante il periodo del nazionalsocialismo. Una basilica di San Pietro gremita lo acclamò, il “Leone di Münster”, quando lui ricevette dalle mani del Papa la dignità cardinalizia. Il 16 marzo 1946, il cardinale von Galen, durante il suo ritorno a Münster fu accolto da una gran moltitudine entusiasta. Davanti alle rovine del duomo distrutto lui tenne il suo ultimo discorso. Il giorno dopo lui si ammalò. Lui morì il 22 marzo 1946 e fu sepolto nella Ludgeruskapelle nel duomo distrutto. Il vescovo C.A. è un modello di cristiana franchezza. La sua credente posizione eretta davanti a Dio fu il fondamento della sua testimonianza senza paura davanti agli uomini. L’opposizione inflessibile del Cardinale contro l’ingiustizia e la disumanità della dittatura nazionalsocialista ricevette la sua forza dalla sua profonda fede. C.A. fu un uomo profondamente devoto. Le sue lettere personali danno di ciò una testimonianza impressionante. È tipico di lui che in uno dei suoi primi atti d’ufficio come vescovo fondò l’Eterna Devozione nella Chiesa di Servatius a Münster. Spesso lui faceva da solo di buon mattino la strada del pellegrino verso Telgte, per supplicare l’aiuto e la protezione della Madre di Dio per la diocesi e la sua opera episcopale. Noi sappiamo che lui, per mezzo del ricevimento frequente del Sacramento della Penitenza, orientò la sua coscienza sempre di nuovo a Dio. Questa vera devozione era la fonte di forza del franco contegno davanti agli uomini.

Il cardinale von Galen ci può essere anche oggi un modello di franchezza cristiana. Alla sua epoca era richiesta la franchezza contro il tiranno nella forma di un dittatore e del suo partito. Forse, è richiesto a noi più probabilmente la franchezza contro la “dittatura” del “si”[1] della moda o dell’opinione pubblica. La vita del Cardinale ci mostra anche da quale fonte la franchezza cristiana attinge la forza: dalla fede personale e dalla vera devozione.





--------------------------------------------------------------------------------

[1] “si” nel suo valore impersonale, ad esempio: si deve…..

OMELIA DELLA BEATIFICAZIONE:
http://www.vatican.va/roman_curia/co...-galen_it.html

DISCORSO DEL SANTO PADRE:
http://www.vatican.va/holy_father/be...-galen_it.html

ANGELUS DEL SANTO PADRE:
http://www.vatican.va/holy_father/be...051009_it.html
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 28-04-2007, 20:01   #4
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

29 ottobre 2005


BEATIFICAZIONE dei Servi di Dio

GIUSEPPE TAPIES I SIRVANT e VI compagni, sacerdoti e martiri
Maria DEGLI ANGELI GINARD MARTI, vergine e martire

Altare della Confessione
Basilica di S. Pietro in Vaticano









BEATO GIUSEPPE TAPIES I SIRVANT e VI compagni,
sacerdoti e martiri (+ 13 – 08 - 1936)

I sette sacerdoti della Diocesi di Urgell, assassinati per la loro fede durante la persecuzione che ebbe luogo in Catalogna e in Spagna negli anni 1936-1939, furono incarcerati nella città di La Pobla de Segur (Leida, Catalogna) e fucilati sulla porta del cimitero del vicino paese di Salas de Pallars il 13 agosto 1936.
I loro nomi, scritti da Dio nel Libro della Vita, sono:

Rev.do Josep Tàpies i Sirvant,
nato nel 1869 a Ponts,
beneficiato-organista di La Pobla de Segur.

Rev.do Pasqual Araguás i Guárdia,
nato nel 1899 a Pont de Claverol,
parroco di Noals (provincia di Huesca).

Rev.do Silvestre Arnau i Pasqüet,
nato a Gósol nel 1911, il più giovane di tutti,
era vicario parrocchiale di La Pobla de Segur.

Rev.do Josep Boher i Foix,
nato nel 1887 a Sant Salvador de Toló
e parroco di La Pobleta de Bellveí.

Rev.do Francesc Castells i Brenuy,
nato nel 1886 a La Pobla de Segur,
parroco di Tiurana ed economo di Poal.

Rev.do Pere Martret i Moles,
nato nel 1901 a La Seu d’Urgell,
economo di La Pobla de Segur.

Rev.do Josep-Joan Perot i Juanmartí,
nato nel 1877 a Boulogne (Toulouse-Francia)
allora parroco di San Joan de Vinyafrescal.

Erano un gruppo di sacerdoti diocesani, parroci, che dettero la loro vita per Cristo e per amore dei fratelli, perdonando i loro aguzzini, vivendo quei momenti così tragici con sentimenti di unione con la Passione del Signore e di amore verso la Madre celeste, la Vergine di Ribera, tanto amata a La Pobla de Segur, che salutarono mentre si avviavano al camion che li avrebbe condotti al martirio, dicendole con amore: « Arrivederci, Vergine di Ribera, veniamo al cielo! ».
Sopportarono un duro interrogatorio a La Pobla, rifiutarono di negare il loro stato sacerdotale, o di profanare la tonaca, celebrarono la Santa Messa e difesero fino a che poterono la Chiesa parrocchiale perché non fosse profanato il Santissimo Sacramento, si incamminarono per essere fucilati con animo deciso e pieno di pietà. Furono sacrificati per il solo fatto di essere sacerdoti, senza che potessero essere accusati per qualche altro motivo. Giunti al luogo della esecuzione, uno si tolse le scarpe per salire al luogo del martirio, imitando Gesù, che salì scalzo al Calvario. Un altro regalò ai suoi giustizieri tutto il denaro che portava con sé perché a lui non sarebbe servito più. Tutti e sette morirono aiutandosi ad essere fedeli, perdonando i propri assassini e gridando: «Viva Cristo Re! ».




BEATA Maria DEGLI ANGELI GINARD MARTI,
vergine e martire (1894 – 1936)

Maria De Los Ángeles Ginard Martí, religiosa delle Sorelle Zelatrici del culto Eucaristico, nacque a Llucmajor, Maiorca, Spagna, il 03 aprile 1894. Dopo due giorni, come si usava tra i cristiani dell’epoca di battezzare i bambini subito dopo la nascita, la portarono al fonte battesimale della Parrocchia di San Michele di Llucmajor, dove Le fu dato il nome di Angela Sebastiana Margherita,tuttavia, a casa la chiamavano Angela, mentre in religione Le fu imposto il nome di Maria degli Angeli.

I suoi genitori furono Sebastiano Ginard Garcia, appartenente al corpo della Guardia Civile, dove raggiunse il grado di capitano, e la signora Margherita Martì Canals. Entrambi provenivano da famiglie maiorchine molto cattoliche. In questo ambiente religioso formarono il proprio focolare ed educarono i nove figli. Tra i quali Maria degli Angeli che era la terza.

La fanciullezza di Maria degli Angeli trascorse tra Llucmajor, Las Palmas di Gran Canaria e Binisalem. In questo ultimo paese fece la sua prima comunione, il 14 aprile 1905. A seguito di questo avvenimento, cominciò a sentirsi, particolarmente, portata alla pietà cristiana con inclinazione alla vita religiosa, sicuramente motivata dalle frequenti visite che sua madre faceva a due zie monache, soprattutto a quella che stava nel monastero delle gerolamine di S. Bartolomeo di Inca.

La giovinezza la passò a Palma di Maiorca, dove si era trasferita la famiglia in cerca di lavoro per migliorare la situazione economica, insufficiente per portare avanti una famiglia tanto numerosa. Maria degli Angeli e le sue due sorelle maggiori si dedicarono a ricamare e a confezionare cappellini per signore. Con questi manufatti, realizzati in famiglia su commissione, e quando queste non c’erano per venderli liberamente, realizzavano un introito economico molto necessario per un dignitoso benessere della famiglia. Questa occupazione, tuttavia, non la liberava dai lavori propri della casa e dalla cura dei fratelli più piccoli. Accanto a questi, Maria degli Angeli orientò la sua attenzione alla formazione religiosa: insegnava loro a pregare, gli insegnava il catechismo, leggeva loro la Storia Sacra e quella dei primi martiri cristiani.

Si alzava di buon mattino per partecipare alla santa messa e per comunicarsi. Nella Chiesa del Soccorso o nella vicina parrocchia della Santissima Trinità, dove stava il suo direttore spirituale, il padre Sebastiano Matas. Durante il giorno faceva la visita al Santissimo Sacramento esposto al Centro Eucaristico, recitava il santo Rosario, faceva preghiere particolari ed altre specifiche devozioni.

Il progetto di vita spirituale che conduceva Maria degli Angeli la teneva lontano dalle distrazioni tipiche della sua età e la focalizzava, sempre più, nella vocazione che portava dentro fin dalla fanciullezza. Così, più o meno intorno ai venti anni, chiese il permesso ai genitori di entrare nel monastero delle gerolamine di San Bartolomeo di Inca. Questi le dissero che era molto giovane e che sarebbe stato opportuno che lei ci pensasse bene, rimandando a più tardi la decisione. Le consigliarono di pensarci bene e di rimandare a più tardi la sua decisione. Con questi consigli non intendevano opporsi alla richiesta della figlia, ma di rimanere ancora per un certo tempo a casa, dove poteva essere utile per guadagnare, con il suo lavoro, un po’ di denaro necessario per mandare avanti, con dignità, i fratelli minori. Maria degli Angeli capì i genitori, e senza perdere l’ideale di donarsi a Dio nella vita consacrata, seppe aspettare.

Trascorsi alcuni anni, e vedendo che la situazione familiare precedente era cambiata, chiese nuovamente ai genitori il permesso, che Le fu concesso con piacere.

Avuto il consenso dei genitori, entrò nel postulantato delle suore Zelatrici del Culto Eucaristico di Palma di Maiorca, il 26 novembre 1921. Si adattò, con immediatezza, alla nuova vita. L’adorazione del Santissimo Sacramento, che è il fine principale dell’Istituto nel quale era entrata, la riempiva; era la sua vita, dalla quale attingeva le forze per i lavori comunitari di ammassare il pane, di confezionare e ricamare gli ornamenti sacri, di preparare i bambini per la prima comunione e per realizzare una vera convivenza comunitaria dandosi, nella carità, alle consorelle religiose, le quali la ritenevano esemplare, aperta e cordiale; ma la sua caratteristica era la semplicità, la pietà e, soprattutto, l’ubbidienza e la docilità nell’accettare gli incarichi che le vanivano dati dalle superiori.

Dopo l’anno di noviziato e i primi tre anni di professione temporale, fu destinata a Madrid, quindi a Barcellona e nuovamente a Madrid, dove disimpegnò, sempre, in questa ultima casa, l’ufficio di amministratrice del convento.

Allo scoppio della Guerra Civile Spagnola del 1936, suor Maria degli Angeli stava a Madrid. Gli avvenimenti previi alla guerra erano allarmanti per la Chiesa e i suoi membri. La persecuzione religiosa si manifestò apertamente con l’incendio di chiese e conventi, con minacce a sacerdoti, a religiosi e a fedeli cattolici. In queste circostanze, Suor Maria degli Angeli era addolorata per la distruzione e le minacce che avevano intrapreso i persecutori “per odio alla fede”, per tutto quello che riguardava Dio e la Chiesa. Nell’adorazione a Gesù Sacramentato chiedeva la soluzione a questi problemi e, fiduciosa, offriva la sua vita, se questa era la volontà di Dio, come martire, per il trionfo di Cristo.

Quando le religiose si trovavano nella necessità di uscire dal convento, vestite da secolari, e avvertivano il naturale nervosismo del momento, suor Maria degli Angeli, con serenità, le tranquillizzava e, a volte, diceva: “Tutto ciò che ci possono fare è ucciderci, solo questo…”. A Lei dispiaceva di più la persecuzione e la distruzione di ciò che era religioso che la possibilità di divenire uccisa

Il giorno 20 luglio 1936 le religiose uscirono dal convento vestite da secolari. A Suor Maria degli Angeli toccò rifugiarsi nell’abitazione di una famiglia di via Monte Esquinza numero 24. Da lì, data la vicinanza, vide il saccheggio della Chiesa e del convento e la distruzione delle immagini di culto. Rimase in questo rifugio fino al 25 agosto sera, quando i miliziani anarchici, dietro delazione del portinaio, che apparteneva a quelli, vennero a prelevarla.

Nel momento della cattura, presero la signora Amparo, sorella del padrone della casa che l’aveva alloggiata, suor Maria degli Angeli, piena di carità e bontà, disse ai miliziani: “la signora che avete preso non è monaca, l’unica monaca sono io”. Con queste parole confessò la sua condizione di religiosa e salvò la vita di quella signora.

Legata la condussero alla Checa delle Belli Arti e il giorno 26 agosto 1936, all’imbrunire, come solevano fare i persecutori nei primi mesi della guerra, le imposero “la passeggiatina” alla località Dehesa de la Villa, dove la fucilarono. La mattina seguente il Potere Giudiziale ne prelevò il cadavere.

I suoi resti mortali furono seppelliti nel cimitero dell’Almudena e dopo la guerra, il 20 maggio 1941, furono esumati e traslati al panteon delle Zelatrici del Culto Eucaristico dello stesso cimitero, da dove il 19 dicembre 1985 furono traslati al convento delle Sorelle Zelatrici del Culto Eucaristico della via Blanca de Navarra n° 9, di Madrid. E recentemente, il 3 febbraio 2005, sono stati collocati nella Chiesa cappella del medesimo convento.

Il processo di canonizzazione per il martirio, nella sua fase diocesana, fu aperto a Madrid il 28 aprile 1987, e chiuso, sempre a Madrid, il 23 marzo 1990. Il 19 aprile 2004, sua Santità Il Papa Giovanni Paolo II approvò la pubblicazione del decreto sul martirio per la beatificazione.

OMELIA DELLA BEATIFICAZIONE:
http://www.vatican.va/roman_curia/co...talani_it.html

DISCORSO DEL SANTO PADRE:
http://www.vatican.va/holy_father/be...r/index_it.htm
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 28-04-2007, 20:10   #5
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

6 novembre 2005


BEATIFICAZIONE della Serva di Dio


EUROSIA FABRIS BARBAN, madre di famiglia


Vicenza, Chiesa Cattedrale




BEATA EUROSIA FABRIS BARBAN, madre di famiglia(1866 - 1932)
Eurosia Fabris nacque a Quinto Vicentino, un comune agricolo a pochi chilometri da Vicenza in Italia, il 27 settembre 1866 da Luigi e Maria Fabris, contadini.
Nel 1870, a 4 anni, Eurosia si trasferì con la famiglia a Marola, frazione del comune di Torri di Quartesolo (Vicenza) dove rimarrà per tutta la vita. Frequentò solo le prime due classi elementari tra il 1872 e il 1874, dovendo aiutare i genitori nei lavori dei campi e la mamma nel disbrigo delle faccende domestiche. Le bastò, tuttavia, per imparare a scrivere e a leggere i testi sacri o di argomento religioso come il catechismo, la storia sacra, la Filotea, le Massime eterne di S. Alfonso dei Liguori.
Oltre che nelle faccende domestiche, aiutava la mamma anche nel mestiere di sarta, nel quale Eurosia diventerà poi maestra. Ricca di doti umane e religiose, Eurosia sarà sempre attenta alle esigenze della sua famiglia.
A dodici anni ricevette la prima Comunione. Da quel giorno si accostò al sacramento eucaristico in ogni festa religiosa, non essendo ancora in quel tempo praticata la comunione quotidiana. Bisognerà attendere il famoso Decreto di san Pio X nel 1905.
Iscritta alla Associazione delle Figlie di Maria nella parrocchia di Marola, fu assidua alle riunioni periodiche del gruppo, ne osservava lo statuto con diligenza. A infervorare la sua pietà mariana contribuì anche il vicino santuario della Madonna di Monte Berico, punto di riferimento per la sua devozione, poiché il santuario era visibile, alto sul colle, da Marola.
Oggetto delle sue devozioni furono lo Spirito Santo, il Presepio, il Crocifisso, il Tabernacolo, la Vergine Santissima, le anime del Purgatorio. Fu apostola in famiglia, tra le amiche e in parrocchia, dove insegnava il catechismo alle fanciulle nonché alle giovani che frequentavano la sua casa, per apprendere l’arte del taglio e del cucito.
A 18 anni Eurosia è una giovane seria, pia e laboriosa. Queste virtù e la sua avvenenza fisica non passano inosservate, procurandole diverse proposte di matrimonio, che lei mai prese in considerazione.
Nel 1885 Rosina (così era anche chiamata in famiglia) fu colpita da un evento straziante: una giovane sposa, vicina di casa, morì, lasciando tre figlie in tenerissima età, la prima delle quali morirà dopo breve tempo. Le altre due, Chiara Angela e Italia, contavano rispettivamente 20 e 4 mesi. Col padre delle due orfanelle convivevano uno zio e il nonno, ammalato cronico: tre uomini di carattere diverso e spesso in diverbio tra loro. Rosina ne fu profondamente commossa. Per sei mesi, ogni mattina, si recava a curare quelle bimbe e a riordinare quella casa. Poi seguendo il consiglio dei parenti e dello stesso parroco, dopo di aver pregato intensamente, accettò di sposare Carlo, ben consapevole dei sacrifici che avrebbe incontrato. Lei considerò la cosa come volontà di Dio che la chiamava a una nuova missione. Il Parroco poi dirà: “Questo fu davvero un atto eroico di carità verso il prossimo”. Il matrimonio fu celebrato il 5 maggio 1886, e allietato da nove figli, ai quali vanno aggiunte le due bambine orfane e altri accolti in casa, tra i quali Mansueto Mazzucco, entrato poi nell’Ordine dei Frati Minori con il nome di fr. Giorgio. A tutte queste creature “Mamma Rosa”, come fu chiamata dopo il matrimonio, donò affetto, premure, sacrifici e solida formazione cristiana. Nel triennio 1918-1921, tre dei suoi figli furono ordinati sacerdoti: due diocesani e uno francescano (P. Bernardino) che sarà poi il suo primo biografo.
Una volta sposata, realizza, con massima fedeltà, i suoi programmi di vita coniugale: profonda comunione con il marito, del quale diviene consigliera e consolatrice; tenero amore per tutti i figli; capacità lavorativa al di fuori della norma; attenzione a farsi carico di ogni esigenza altrui; intensa vita di preghiera, amore a Dio, devozione all’Eucaristia e alla Vergine Maria.
Eurosia diviene per la famiglia un vero tesoro, la donna forte di cui parla la S. Scrittura. Seppe far quadrare il bilancio familiare, molto magro, pur esercitando una intensa carità verso i poveri con i quali condivideva il pane quotidiano; carità e cura verso gli ammalati con assistenza continua e prolungata; fortezza eroica nel corso della malattia che condusse alla morte suo marito Carlo Barban nel 1930.
Entrò a far parte del Terz’Ordine Francescano oggi OFS, frequentandone le riunioni ma soprattutto vivendone lo spirito in povertà e letizia, nel lavoro e nella preghiera, nella delicata attenzione verso tutti, nella lode a Dio Creatore, fonte di ogni bene e di ogni nostra speranza.
La famiglia di mamma Rosa fu davvero una piccola Chiesa domestica dove ella seppe educare i figli alla preghiera, all’obbedienza, al timore di Dio, al sacrificio, alla laboriosità e a tutte le virtù cristiane.
In questa missione di madre cristiana, Mamma Rosa si è sacrificata e consumata con un lento continuo logorio, giorno per giorno, come una lampada sull’altare della carità. Morì l’8 gennaio 1932. E’ sepolta nella Chiesa di Marola, in attesa della Risurrezione.
Il processo canonico per la beatificazione e canonizzazione fu iniziato solo il 3 febbraio 1975 presso la curia vescovile di Padova, dopo aver superato le incomprensioni e le difficoltà insorte tra le diverse persone giuridiche che dovevano promuoverne la Causa.
Fulgido modello di una santità vissuta nel quotidiano familiare nonché mamma di figli sacerdoti e religiosi animati dal suo esempio di cristiana autentica le è stato attribuito, il 7 luglio 2003, da Giovanni Paolo II il titolo di “Venerabile” con il riconoscimento dell’eroicità delle singole virtù da lei praticate.
Si realizza così l’auspicio di Pio XII: “Bisogna far conoscere quest’anima bella, ad esempio delle famiglie di oggi!”.

OMELIA DELLA BEATIFICAZIONE
(di Mons. Cesare Nosiglia, Vescovo di Vicenza)

Permettete anzitutto che ringrazi e saluti con gioia il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Sua Eminenza il Signor Cardinale José Saraiva Martins, che rappresenta il Santo Padre Benedetto XVI. Ringrazio della loro partecipazione Sua Eccellenza mons. Bernardo Cazzaro, i sacerdoti e diaconi, i religiosi e le religiose, i tanti fedeli convenuti per onorare e pregare la nuova Beata. Mons. Nonis Vescovo emerito è indisposto e invia il suo saluto unendosi a noi con la preghiera.
Un vivo grazie al Postulatore, il rev.do padre Luca De Rosa, e ai frati e i terziari francescani presenti. Un deferente saluto infine lo rivolgo anche a tutte le Autorità civili e militari che ci onorano della loro partecipazione.

"Ha sete di te, Signore, l’anima mia".
La preghiera del salmo di questa domenica XXXII del tempo ordinario esprime il desiderio di chi cammina verso il Signore e vuole incontrarlo, abbeverarsi alle fonti della sua grazia, esultare di gioia all’ombra delle sue ali.
Il salmo 62 è uno di quelli che gli israeliti cantavano nel pellegrinaggio verso Gerusalemme, un salmo ascensionale che accompagnava il cammino verso la Città santa, scandito dai canti e dal crescente desiderio di raggiungere la città dove c’era il grande tempio del Signore, la sua dimora in terra.
La beatificazione di Eurosia Fabris Barban, che il Santo Padre benevolmente ha concesso di celebrare nella Cattedrale di Vicenza, Diocesi dove la nuova Beata è nata, vissuta ed è sepolta, rappresenta una tappa significativa e da ricordare perennemente nel pellegrinaggio di fede che la Chiesa vicentina ha compiuto nella sua storia e sta compiendo verso il suo Signore.
Tanti sono i testimoni di questa fede, che, nata dal sangue dei martiri e confessori dei primi secoli dell’era cristiana, si è via via consolidata grazie ad una schiera di cristiani santi, vescovi, sacerdoti e diaconi, religiosi e religiose e laici, che sono ancora oggi onorati e venerati dal popolo di Dio di questa nostra terra e che rappresentano una luce luminosa nel cammino ecclesiale della comunità diocesana.
Come le vergini sagge della parabola evangelica, i nostri Beati e Santi, dai martiri Felice e Fortunato al diacono san Vincenzo, da santa Bertilla e santa Bakhita alla beata Gaetana Sterni, dal beato fra' Claudio Granzotto al beato Giovanni Antonio Farina, hanno atteso la venuta dello Sposo divino con le lampade accese ripiene dell’olio della loro carità verso Cristo e gli uomini e sono entrati nella nozze eterne per gustare la festa senza fine del suo Regno.
Accanto a loro una schiera innumerevole di uomini e donne ne hanno seguito l’esempio, e anche se la Chiesa non li propone come modelli riconosciuti di santità, sono stati ritenuti, senza dubbio, degni di partecipare al banchetto eterno, perché fedeli e saggi sono andati incontro allo sposo vivendo il Vangelo nelle proprie famiglie e comunità e nelle varie vocazioni che il Signore ha loro donato.
Oggi una di queste persone semplici e popolari, espressione di una famiglia come tante delle nostre famiglie, viene beatificata dalla Chiesa per insegnare che è lì, nel vissuto concreto di ogni giorno, nella ferialità della propria esistenza, che ci si può santificare secondo la vocazione propria di ciascuno.
La Chiesa è viva, ha proclamato con forza Papa Benedetto XVI nell'omelia che ha segnato l'inizio del suo pontificato. Lo ha ripetuto ai giovani nella Giornata mondiale della gioventù a Colonia .
Anch'io affermo che la Chiesa di Vicenza è viva e lo manifesta con questa beatificazione. Dai frutti, infatti, si riconosce se un albero è buono e fecondo. E il frutto più bello e ricco, dono dello Spirito Santo alla Chiesa, è la santità.
Questo evento deve dunque infondere in tutti noi pastori, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose e fedeli della Diocesi motivi di grande fiducia e impegno per rinnovare la fede in Cristo, testimoniarla con gioia nell'esistenza di ogni giorno mediante la carità, vincere ogni timore e scoraggiamento e camminare insieme nella certezza che il Signore è con noi e ci sorprende con segni e testimonianze meravigliose.
Dobbiamo essere tutti più convinti che non sono principalmente la quantità del lavoro e l'affannato attivismo pastorale che fanno crescere la comunità cristiana, ma la qualità della sua fede e della carità. Una Chiesa non la si organizza, ma la si genera con la fecondità dei carismi. E tra tutti i carismi il più necessario è la santità. Al vigore del linguaggio, alla forza degli argomenti, all'efficienza delle strutture, la sensibilità dell'uomo contemporaneo può anche opporre resistenza, ma si arrende facilmente davanti ai segni della santità.
Mamma Rosa viene indicata come modello di una santità possibile a tutti, perché, da sposa e madre, è vissuta nella semplicità evangelica del dono di sé e del sacrificio per amore, nel quotidiano di una vita di famiglia accettata con le sue pene e sofferenze, gioie e speranze, nella continua ricerca della volontà di Dio da accogliere e fedelmente servire, non solo dentro la propria casa ma nella comunità, ossia verso tutti coloro che sono nel bisogno.
Da qualche anno l’attenzione forte della nostra Diocesi è rivolta alla famiglia considerata nella sua centralità educativa e cristiana. Il tema "Cristiani si diventa in famiglia" trova nella vita della Beata un luminoso esempio per ogni madre e per ogni famiglia.
Oggi possiamo annunciare con gioia che non solo cristiani, ma anche santi si diventa in famiglia.
Mamma Rosa, di fronte alle prove dure che la sua comunità familiare dovette superare, amava ripetere: " Coraggio sempre. Facciamo la volontà di Dio e vedrete che Egli ci aiuterà. Il Signore ci ama tanto ed è morto per noi. Perché diffidare della sua Provvidenza?".
E’ la fede in Dio il motore della santità della Beata, una fede che si impasta con i problemi esistenziali che vengono vissuti come eventi di grazia anche quando esigono di essere portati, come la croce di Cristo, con spirito di obbedienza e di sacrificio. Così la famiglia diviene una continua scuola di vita cristiana dove genitori e figli si aiutano a camminare verso il Signore con la lampada della fede accesa, alimentata dall’olio dell’amore.
La carità di mamma Rosa stupiva tutti perché, oltre a seguire la sua numerosa famiglia, riusciva a trovare il tempo di visitare le persone ammalate e sofferenti del paese. Si conferma così che più uno vive dell’amore di Dio e più trova vie e tempo per amare gli altri.
L'apertura generosa alla vita, il coraggio di affrontare le prove con serenità e fiducia in Dio,la cura dei figli perchè crescano nella fede,in umanità e amore tra loro,la generosità verso chi è nel bisogno anche se fuori della propria famiglia sono solo alcuni dei tratti caratteristici della personalità dolce e forte di mamma Rosa e che possono essere additati come modello per le famiglie cristiane .
Ma c’è anche un altro aspetto importante che merita di essere ricordato in questa solenne celebrazione: le vocazioni religiose di cui è stata arricchita la casa di mamma Rosa.
Ben tre figli sacerdoti, due preti diocesani ed un religioso frate minore, una figlia suora, un altro figlio morto da seminarista e un figlio adottivo frate minore. Altri figli si sono sposati e hanno vissuto il loro Matrimonio ricevendone forza dall'esempio dei genitori. Le vocazioni dei figli sono state il frutto più bello e fecondo della fede e dell’amore che univa nel Matrimonio i due sposi e la loro famiglia.
Oggi per molte famiglie la vocazione sacerdotale o religiosa di un figlio o di una figlia rappresenta un problema ed una preoccupazione non una gioia ed un invito ad aprirsi con generosità al disegno di Dio. Questo deriva certamente dal fatto che la gratuità del dono di sé ed il sacrificio che la scelta vocazionale comporta spaventano chi pensa al futuro, avendo davanti modelli alternativi, cha appaiono più facili e produttivi per la vita. Viene a mancare la fiducia in Dio e la gioia di accogliere la sua chiamata come grazia e dono grande per la stessa famiglia.
Per mamma Rosa la gioia di vedere i figli incamminati sulla via della vita consacrata per aderire con tutto il cuore a Cristo era motivo di consolazione come lo era il vedere gli altri figli percorrere la vocazione matrimoniale formando buone e sane famiglie cristiane.
Anche per questo aspetto vogliamo rendere grazie al Signore e chiedere l’intercessione della Beata, affinché le famiglie della nostra terra ritrovino il coraggio e l’orgoglio di donare un figlio o una figlia alla Chiesa. Di questa nuova stagione di vocazioni ha bisogno la nostra Diocesi e ne hanno bisogno i giovani e le ragazze, che cercano un senso alla vita e sentono nascere dentro di sé il desiderio di trovare la vera gioia interiore nel servizio di Dio e degli altri. I loro genitori e le nostre comunità siano attente e disponibili ad incoraggiare, accompagnare e sostenere con la preghiera e l’amicizia la ricerca vocazionale di questi giovani.
Come mamma Rosa insegna, vale di più l’esempio e l’ambiente di vita che tanti discorsi. La testimonianza dei genitori, dei sacerdoti ed educatori e l’ambiente ricco di spiritualità e di fraternità della propria casa e parrocchia favoriscono lo sbocciare di autentiche vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata e al matrimonio cristiano.

"Vegliate dunque perché non sapete né il giorno, né l’ora".
La parola di Gesù sprona a metterci nel giusto atteggiamento di preghiera e di attesa propri di questo tempo finale dell’anno liturgico. La vigilanza cristiana non è passività, ma impegno operoso su un piano diverso da quello che il mondo propone continuamente.
Mamma Rosa vede riconosciute anche dalla Chiesa la fede e la carità che l’hanno guidata nella vita e gioisce in cielo della gloria che il Signore le ha riservato, perché ha sempre desiderato, come terziaria francescana, la semplicità e la povertà di spirito e ha camminato sulla via dell’umiltà e della docilità al volere di Dio.
Questa è la via che permette di stare svegli e desti per accogliere la chiamata definitiva del Signore, che viene ad aprire la porta per partecipare alla gioia del banchetto di quelle nozze eterne preparate nel suo Regno, per coloro che lo aspettano con perseveranza.
Siamo vigilanti, dunque, nella preghiera e nella carità per raccogliere subito l’invito del Signore e senza tentennamenti aderirvi con tutto il cuore.
Mamma Rosa ci aiuti a camminare con questa tensione positiva e ricca di speranza, svolgendo il nostro dovere come ha fatto lei, con umile accettazione della vita e di tutte le sue realtà positive e problematiche, senza mai scoraggiarci ed allentare lo slancio del cuore nella ricerca del Signore, che si lascia trovare da chi lo desidera e lo accoglie ogni giorno con amore. Così sia.

Ultima modifica di CARDINAL FERRARI; 28-04-2007 alle 20:51.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 28-04-2007, 20:18   #6
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

13 novembre 2005


BEATIFICAZIONE dei Servi di Dio


CARLO DI GESU’ DE FOUCAULD, sacerdote
Maria PIA MASTENA, vergine
Maria CROCIFISSA CURCIO, vergine

Altare della Confessione
Basilica di S. Pietro in Vaticano








BEATO CARLO DI GESU’ DE FOUCAULD, sacerdote (1858 - 1916)

Charles de Foucauld (Fratel Carlo di Gesù) nasce a Strasburgo in Francia, il 15 settembre 1858. Orfano a 6 anni, è cresciuto assieme a sua sorella Marie dal nonno, del quale seguirà la carriera militare.
Nell’adolescenza si allontana dalla fede. Conosciuto come amante del piacere e della vita facile, rivela, nonstante tutto, una forte e costante volontà nei momenti difficili.
Intraprende una pericolosa esplorazione in Marocco (1883-1884). La testimonianza della fede dei musulmani risveglia in lui questo interrogativo: Ma Dio, esiste ? — «Mio Dio, se esistete, fate che Vi conosca ».
Rientrato in Francia, colpito dalla discreta ed affettuosa accoglienza della sua famiglia, profondamente cristiana, si mette in ricerca e chiede ad un sacerdote di istruirlo. Guidato da Don Huvelin ritrova Dio nell’ottobre del 1886.Ha 28 anni. « Come credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui solo ».
Un pellegrinaggio in Terra Santa gli rivela la sua vocazione: seguire ed imitare Gesù nella vita di Nazareth. Vive 7 anni alla Trappa, prima a Nostra Signora delle Nevi, poi ad Akbès in Siria. In seguito vive solo, nella preghiera, nell’adorazione, in una grande povertà, presso le Clarisse di Nazareth.
Ordinato sacerdote a 43 anni (1901), nella Diocesi di Viviers, si reca nel deserto algerino del Sahara, prima a Beni Abbès, povero tra i più poveri, poi più a Sud a Tamanrasset con i Tuaregs dell’Hoggar. Vive una vita di preghiera, meditando continuamente la Sacra Scrittura, e di adorazione, nell’incessante desiderio di essere, per ogni persona il « fratello universale », viva immagine dell’Amore di Gesù.« Vorrei essere buono perché si possa dire: Se tale è il servo, come sarà il Maestro? ». Vuole « gridare il Vangelo con la sua 14 vita».La sera del 1° dicembre 1916 è ucciso da una banda di predoni di passaggio.
Il suo sogno è sempre stato quello di condividere la sua vocazione con altri: dopo aver scritto diverse regole di vita religiosa, ha pensato che questa « Vita di Nazareth » potesse essere vissuta da tutti ed ovunque. Oggi la « famiglia spirituale di Charles de Foucauld » comprende diverse associazioni di fedeli, comunità religiose ed istituti secolari di laici o sacerdoti sparsi nel mondo intero.


BEATA Maria PIA MASTENA, vergine (1881 - 1951)

Maria Pia Mastena nacque a Bovolone in provincia di Verona il 7 dicembre 1881.
Dei suoi genitori i testi parlano come di ottimi cristiani e molto fervorosi nella pratica religiosa e nell’esercizio della carità. Dei quattro fratelli, l’ultimo, Tarcisio, entrò nell’Ordine dei Frati Cappuccini e morì anch’egli in fama di santità.
La futura beata, il 19 marzo 1891 ricevette con grande fervore la prima comunione, in occasione della quale emise privatamente il voto di castità. Il 29 agosto ricevette il sacramento della Confermazione. Durante l’adolescenza fu assidua alle funzioni religiose ed alle attività della parrocchia, particolarmente come catechista.
Presto in lei si fece sentire la chiamata alla vita religiosa, perseguendo il suo ideale improntato ad una forte devozione eucaristica ed al Santo Volto. Fece domanda di entrare in convento all’età di 14 anni, ma fu accettata soltanto nel 1901 come postulante nell’Istituto delle Sorelle della Misericordia di Verona.
Con il permesso dei Superiori, l’11 aprile 1903, nello stesso giorno in cui — senza esserne a conoscenza — tornava al Cielo la mistica lucchese Santa Gemma Galgani, fece il personale « voto privato di vittima ».
Vestì l’abito religioso il 29 settembre del 1902, e il 24 ottobre 1903 emise i voti religiosi e le fu imposto il nome di Suor Passitea di Gesù Bambino. Visse con generosa intensità spirituale questa prima tappa di vita religiosa e la ricorderà sempre come un tempo di grazia e di benedizione e sempre parlerà con stima e riconoscenza dei superiori e delle consorelle dell’Istituto delle Sorelle della Misericordia. Il fervore trovato in questo Istituto la porterà a fare in seguito il voto di cercare in tutto la cosa più perfetta.
Svolse il compito dell’insegnante in diversi luoghi del Veneto, e ben 19 anni li trascorse a Miane, dedicandosi anche ad un intenso apostolato tra gli alunni di ogni età, infermi e inabili.
Con l’autorizzazione dei suoi Superiori ed il « nulla osta » della Santa Sede, entrò il 15 aprile 1927 nel monastero Cistercense di Veglie, per assecondare il suo anelito contemplativo.
Il 15 novembre 1927, incoraggiata dal Vescovo di Vittorio Veneto, uscì dal Monastero, riprese l’insegnamento e passò all’istituzione di una nuova Congregazione denominata Religiose del Santo Volto. Eretta canonicamente l’8 dicembre 1936, dopo tante sofferenze fu riconosciuta quale Congregazione di Diritto Pontificio il 10 dicembre 1947.
Tutta la sua attività seguente fu dedicata al consolidamento e all’espansione della Congregazione, promuovendo nuove iniziative per i poveri, sofferenti ed ammalati, affidando all’Istituto il carisma di « propagare, riparare, ristabilire l’immagine del dolce Gesù nelle anime ». Morì a Roma il 28 giugno 1951.


BEATA Maria CROCIFISSA CURCIO, vergine (1877 - 1957)

Maria Crocifissa Curcio, fondatrice della congregazione delle Suore Carmelitane Missionarie di s. Teresa del Bambin Gesù, nasce a Ispica (Rg), nella Sicilia sud-orientale, diocesi di Noto, il 30 gennaio 1877, da Salvatore Curcio e Concetta Franzò. Settima di dieci figli, trascorre l’infanzia in un ambiente familiare culturalmente e socialmente elevato, manifestando da subito un’intelligenza vivace, un carattere allegro, molto volitivo e determinato, maturando negli anni della prima adolescenza una spiccata tendenza alla pietà, all’attenzione e alla solidarietà verso i più deboli ed emarginati.
In casa riceve una severa educazione dai rigidi principi morali, in virtù dei quali il padre non solo la impedisce nel suo anelito ad un’intensa vita di fede ma, secondo il costume dell’epoca, non le consente neppure di proseguire gli studi oltre la sesta elementare.
Questa privazione le costa molto ma, avida di conoscenze, trae conforto dai libri della biblioteca familiare, dove trova la Vita di s. Teresa di Gesù; l’impatto con questa santa le fa conoscere e amare il Carmelo, aprendola allo “studio delle cose celesti”.
Nel 1890, all’età di 13 anni, ottiene non senza difficoltà di iscriversi al terz’Ordine Carmelitano di recente ricostituito a Ispica e nella frequenza assidua del santuario della Madonna del Carmine, nell’intensa devozione alla Madre del Carmelo, che le “aveva rapito il cuore fin dall’infanzia” consegnandole la missione di “far rifiorire il Carmelo” e nella conoscenza della spiritualità carmelitana comprende i progetti divini su di lei.
Volendo condividere l’ideale di un Carmelo missionario che unisca alla dimensione contemplativa anche quella specificamente apostolica, inizia una prima esperienza di vita comune con alcune compagne terziarie in un appartamentino della casa paterna messole infine a disposizione dai fratelli; in seguito si trasferisce a Modica (Rg) dove le viene affidata la direzione del conservatorio “Carmela Polara” per l’accoglienza e l’assistenza di ragazze orfane o comunque bisognose, nell’intento di farne “donne stimabili, utili a sé e alla società”.
Dopo molti anni di prove e tribolazioni nel vano tentativo di vedere la sua opera in qualche modo sostenuta e ufficialmente riconosciuta dall’autorità ecclesiastica locale, finalmente riesce a trovare appoggio e condivisione del suo ideale missionario in Padre Lorenzo van den Eerenbeemt, appartenente all’Ordine Carmelitano dell’Antica Osservanza. Venuta a Roma il 17 maggio 1925 per la canonizzazione di s. Teresa di Gesù Bambino, il giorno successivo, accompagnata da p. Lorenzo, visita Santa Marinella, sulla costa laziale a nord di Roma. Rimane profondamente colpita dalla bellezza naturale di questa zona, ma anche dall’estrema povertà della gran parte dei suoi abitanti e qui comprende di essere finalmente giunta “all’approdo”. Ottenuto un permesso orale ad esperimento dal vescovo della diocesi di Porto S. Rufina, il cardinale Antonio Vico, il 3 luglio 1925 si stabilisce definitivamente a Santa Marinella e il successivo 16 luglio riceve il decreto di affiliazione della sua piccola comunità all’Ordine Carmelitano, sigillando così per sempre la sua appartenenza a Maria nel Carmelo.
Nel 1930, dopo sofferenze e croci, il suo piccolo nucleo ottiene il riconoscimento della Chiesa con l’erezione della congregazione delle Carmelitane Missionarie di s. Teresa del Bambin Gesù a istituto di diritto diocesano da parte dell’Ordinario della diocesi Portuense, il cardinale Tommaso Pio Boggiani.
“Portare anime a Dio” è l’obiettivo che anima le sue molteplici aperture di opere educative e assistenziali in Italia e all’estero. Per questo esorta le sue figlie a portare nelle famiglie una parola di vita cristiana. Può realizzare il suo anelito missionario nel 1947 quando, sulle ceneri della seconda guerra mondiale, invia le prime quattro suore in Brasile con l’unico mandato di “non dimenticare i poveri”, continuando a sognare orizzonti sempre più vasti ove spingere le vele del suo Carmelo missionario.
Segnata per tutta la vita da una salute precaria e dalla malattia del diabete che si sforza di accogliere sempre con fortezza e serena adesione alla volontà di Dio, trascorre gli ultimi anni nell’infermità, continuando a pregare e a donarsi alle sue suore alle quali offre un prezioso esempio di virtù divenute sempre più trasparenti e luminose.
La sua preghiera è un dialogo intimo e continuo con Gesù, con il Padre e con tutti i Beati, ispirato da confidenza filiale, amore sponsale, sentimenti di gratitudine, lode, adorazione e riparazione che cerca di trasmettere innanzitutto con l’esempio di vita alle sue figlie spirituali e a quanti hanno modo di avvicinarla, alimentando sempre la “brama di avere figlie sante, figlie eucaristiche, figlie che sanno pregare”.
Coltiva intensamente l’unione d’amore con Cristo nell’Eucaristia impegnando tutta se stessa nel soddisfare il desiderio di riparazione “all’immenso numero di anime che non conoscono e non amano Dio” e nell’offerta di vittima di espiazione insieme “al gran Martire d’amore”. Una riparazione che la rende capace di condividere le pene e le ansie degli uomini, di farsi attenta ad ogni necessità, con carità e giustizia, di dare voce a chi non ne ha, di scorgere il volto del Crocifisso in quello sfigurato di ogni sofferente. Per questo esorta le suore ad “amare santamente i tesori che la Bontà divina vi affida, le anime giovani, le speranze dell’avvenire” e a non risparmiarsi nel servizio alla gioventù più umiliata e abbandonata per “liberare in essa l’oro dal fango”, per restaurare in ogni creatura la dignità e l’immagine di figlio di Dio.
Dalla Madre di Gesù impara ad essere madre di coloro che sono nel bisogno. Con s. Teresa di Gesù Bambino trova gaudio spirituale “nell’assiduo e fedele compimento dei propri doveri”, facendo “con amore e dedizione anche le più piccole cose”, vivendo con umiltà e semplicità, gioia e tenerezza ogni rapporto umano e realizzando quotidianamente quell’unità di vita e di fede “nel vivere insieme tranquillamente” l’operosità di Marta e la profondità mistica di Maria.
Il 4 luglio 1957, in Santa Marinella serenamente si ricongiunge per sempre al Cristo suo Sposo, lasciando nel cuore di tutti un vivo ricordo del suo amore e della sua santità.




Ultima modifica di CARDINAL FERRARI; 28-04-2007 alle 20:52.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 30-04-2007, 16:08   #7
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

20 novembre 2005


BEATIFICAZIONE dei Servi di Dio


GIUSEPPE ANACLETO GONZALES FLORES e VIII compagni, martiri

GIUSEPPE SANCHEZ DEL RIO, martire

GIUSEPPE TRINITA’ RANGEL, sacerdote e martire

ANDREA SOLA’ Y MOLIST, sacerdote e martire

LEONARDO PEREZ LARIOS, martire

ANGELO DARIO ACOSTA ZURITA, sacerdote e martire


Stadio Jalisco, Guadalajara








Beato José Anacleto González Flores


Nacque a Tepatitlán, Jalisco, il 13 luglio 1888. Laico, coniugato e avvocato di professione.
Era nato in un ambiente di estrema povertà. Fu una persona di nobili sentimenti, alti ideali e grande intelligenza. Nel 1908 entrò nel seminario ausiliare di San Juan de los Lagos. Comprese però di non avere la vocazione al sacerdozio ministeriale, per cui lasciò il seminario ed entrò nella Escuela Libre de Leyes (facoltà di giurisprudenza). Insigne pedagogo, oratore, catechista e leader sociale cristiano.
Dotato di una vasta cultura, scrisse diversi libri pervasi di spirito cristiano, e anche centinaia di articoli giornalistici. Nell'ottobre del 1922 contrasse matrimonio con María Concepción Guerrero; fu uno sposo modello e un padre responsabile di due figli.
Alla fine del 1926, dopo aver esaurito tutte le sue risorse legali e civili, e in vista dell'imminente organizzazione della resistenza attiva dei cattolici, sostenne con il suo prestigio, la sua oratoria e la sua vita, i progetti della Lega Nazionale in Difesa della Libertà Religiosa.
Alimentandosi con la preghiera e la comunione quotidiana, rafforzò il suo spirito per offrire il suo sangue per la libertà della Chiesa cattolica. All'alba del 1° aprile 1927 fu arrestato nel domicilio privato della famiglia Vargas González, fu quindi trasferito alla caserma Colorado, dove venne sottoposto a crudeli torture. I carnefici gli provocarono slogature agli arti, gli spezzarono un braccio a colpi, e gli scuoiarono le piante dei piedi. Prima di morire disse a Ferreira: "La perdono di cuore, presto di rivedremo dinanzi al Tribunale Divino, lo stesso giudice che mi giudicherà, sarà il suo giudice, allora lei troverà, in me, un intercessore presso Dio". Il militare ordinò che fosse trafitto con la lama di una baionetta.

Beato José Dionisio Luis Padilla Gómez



Nacque a Guadalajara, Jalisco, il 9 dicembre 1899. Laico, celibe, professore.
Ricevette un'accurata educazione in seno a una famiglia distinta e cristiana. Nel 1917 entrò nel seminario conciliare di Guadalajara ma nel 1921 lo abbandonò, nutrendo alcuni dubbi sulla sua vocazione.
Abbandonò anche l'attività docente per impartire gratuitamente lezioni ad alcuni bambini e giovani poveri. Fu socio fondatore e membro attivo dell'Associazione Cattolica della Gioventù Messicana (ACJM), dove svolse un intenso apostolato, soprattutto nel campo della promozione sociale. Praticava la sua pietà apertamente: in casa, nelle strade e in Chiesa. Fu un fervente devoto alla Santissima Vergine.
Quando ebbe inizio la persecuzione religiosa, si affiliò all'Unione Popolare per partecipare con mezzi pacifici alla difesa della religione. In diverse occasioni espresse il desiderio di seguire Gesù fino al dolore, alla sofferenza e al dono totale della vita.
Il 1° aprile 1927, alle due di mattina, la sua casa fu circondata da un gruppo di soldati dell'esercito federale, che la saccheggiarono e poi arrestarono quanti vi abitavano ossia, oltre a Luis, l'anziana madre e una delle sorelle.
Luis fu condotto alla caserma Colorado. Lungo il tragitto dovette sopportare colpi, insulti e vessazioni. Poco dopo furono arrestati e condotti alla stessa caserma Anacleto González Flores e i fratelli Jorge, Ramón e Florentino Vargas González. Presentendo la sua imminente fine, Luis espresse il desiderio di confessarsi. Il suo compagno di apostolato e di prigione, Anacleto González Flores, lo confortò dicendogli: "No, fratello, non è più l'ora di confessarsi, ma di chiedere perdono e di perdonare. È un Padre e non un giudice che ti attende. Il tuo stesso sangue ti purificherà".
I quattro coraggiosi cristiani recitarono quindi l'Atto di Dolore. Mentre Luis, in ginocchio, offriva la sua vita a Dio con una fervente preghiera, i carnefici scaricarono le loro armi contro di lui, che compì così, all'età di 26 anni, la sua oblazione a Dio fino allo spargimento del proprio sangue.

Beato Jorge Ramón Vargas González



Nacque ad Ahualulco, Jalisco, il 28 settembre 1899. Laico, celibe.
Era figlio di un onorato medico e di una donna coraggiosa, integra e compassionevole, paragonabile alla madre dei Maccabei. Quando era ancora bambino, la sua famiglia si trasferì a Guadalajara. Jorge condivise gli aneliti e le preoccupazioni di quanti soffrivano a causa della persecuzione religiosa.
Durante questa persecuzione, nel 1926, quando Jorge lavorava per la Compagnia Idroelettrica, la sua casa funse da rifugio per molti sacerdoti perseguitati. Alla fine di marzo del 1927, i Vargas Gonzáles accolsero a casa loro Anacleto González Flores. Sapevano benissimo quanto poteva costare loro questo gesto. Anacleto divideva la camera con Jorge.
Improvvisamente, il 1° aprile 1927, tutti, uomini, donne, bambini, fra vessazioni e soprassalti, furono arrestati e trasferiti alla caserma Colorado. I fratelli Vargas González - Florentino, Jorge e Ramón - furono rinchiusi nella stessa cella. Il loro crimine era di aver dato alloggio a un cattolico perseguitato.
Alcune ore dopo furono rinchiusi nella cella accanto alla loro Luis Padilla Gómez e Anacleto González Flores. Jorge, dalle sbarre della sua prigione fece capire a Luis Padilla che sarebbero stati fucilati. Si lamentò quindi perché non poteva ricevere la comunione quel venerdì, ma suo fratello Ramón gli rispose: "Non temere, se moriremo, il nostro sangue laverà le nostre colpe". L'integrità d'animo dei fratelli non venne meno. Per un ordine ricevuto all'ultimo momento, Florentino fu separato dagli altri. La morte di Jorge fu certamente preceduta da torture, visto che il suo corpo inerme presentava una spalla slogata e contusioni e lividi sul volto. La cosa certa è che, giunta l'ora, con un crocifisso in mano, e questa mano sul petto, ricevette la scarica congiunta del 201° battaglione, che eseguì la sentenza. Durante le esequie, la madre delle vittime, stringendo fra le sue braccia Florentino, gli disse: "Figlio mio! Quanto è stata vicina a te la corona del martirio! Devi essere più buono per meritarla". E il padre, venuto a conoscenza di come erano morti gli altri suoi due figli, esclamò. "Ora so che non sono le condoglianze che mi devono dare, ma felicitazioni perché ho la fortuna di avere due figli martiri".

Beato Ramón Vicente Vargas González



Nacque a Ahualulco, Jalisco, il 22 gennaio 1905. Laico, celibe, studente universitario, praticante di medicina.
Era il settimo di undici fratelli. Tre caratteristiche lo distinsero dagli altri: il colore rosso dei capelli, che gli valse il soprannome di Colorado, la sua elevata statura e la sua giovialità. Stabilitosi con la sua famiglia a Guadalajara, Ramón seguì le orme di suo padre entrando nella facoltà di Medicina, dove si distinse per il suo buon umore, il suo cameratismo e la sua chiara identità cattolica.
Appena poté farlo, si occupò gratuitamente della salute dei poveri. A 22 anni, prossimo a concludere gli studi universitari, accolse nella sua casa Anacleto González Flores, che si rese subito conto delle doti di Ramón, e gli propose di lavorare negli accampamenti della resistenza come infermiere. "Per lei faccio qualsiasi cosa, Maestro, ma darmi alla macchia no", gli rispose.
La mattina del 1° aprile 1927 qualcuno bussò alla porta di casa dei Vargas González. Ramón aprì e un gruppo di poliziotti prese possesso della casa. La perquisirono e arrestarono quanti vi si trovavano dentro. Ramón mantenne la calma nonostante la sua indignazione. In strada, approfittando del tumulto, riuscì a fuggire senza che i suoi sequestratari se ne accorgessero, ma poco dopo tornò sui suoi passi e si consegnò.
Quando seppe che era stato destinato a morire, il suo senso dell'onore e la sua speranza cristiana gli bastarono per unire il suo sacrificio a quello di Cristo. A un'esclamazione di suo fratello Jorge rispose: "Non aver paura, se moriamo il nostro sangue laverà le nostre colpe". Per mitigare la sentenza, il generale di divisione Jesús María Ferreira, propose di liberare il minore dei fratelli Vargas González. L'indulto riguardava quindi Ramón che però, senza ammettere repliche, cedette il posto a Florentino. Prima di essere fucilato, Ramón flettendo le dita della mano destra fece il segno della croce.

Beato José Luciano Ezequiel Huerta Gutiérrez



Nacque a Magdalena, Jalisco, il 6 gennaio 1876. Laico, coniugato, cantante e organista di professione. Fu martirizzato a Guadalajara, il 3 aprile 1927.
Sposo e padre esemplare di una numerosa prole, possedeva un magnifica voce da tenore drammatico. Molto devoto alla Sacra Eucaristia, faceva spesso la comunione. Molto caritatevole, condivideva i suoi beni con i bisognosi.
Fu arrestato la mattina del 2 aprile 1927. Aveva due fratelli presbiteri, Eduardo e José Refugio, molto rispettati a Guadalajara. Quando fu arrestato aveva appena visitato la camera ardente allestita per Anacleto González Flores. Nelle celle del comando della polizia lo torturarono fino a fargli perdere conoscenza. Quando rinvenne, espresse il suo dolore cantando l'inno eucaristico: "Che viva il mio Cristo, che viva il mio Re".
All'alba del giorno dopo, 3 aprile, fu portato, insieme a suo fratello, nel cimitero municipale. Lì si formò il plotone per l'esecuzione, era giunta l'ora. Ezequiel disse a suo fratello Salvador: "Li perdoniamo, vero?". "Sì, che il nostro sangue serva per la salvezza di molti", rispose Salvador. Una scarica di proiettili interruppe il loro dialogo. Vicinissima al luogo dell'esecuzione, la moglie di Ezequiel udì gli spari. Non sapeva però chi fossero le vittime. Comunque, riunì tutti i suoi figli e disse: "Figli miei, recitiamo il rosario per queste povere persone che hanno appena fucilato".

Beato J. Salvador Huerta Gutiérrez



Nacque a Magdalena, Jalisco, il 18 marzo 1880. Laico, coniugato, meccanico tornitore di professione.
Meccanico per vocazione, si dedicò interamente a questo mestiere, divenendo uno dei più competenti meccanici di Guadalajara. Amante di Gesù Sacramentato, partecipava tutti i giorni all'Eucaristia e adorava spesso il Santissimo Sacramento. La sua condotta come figlio, sposo e padre, fu sempre esemplare. Possedeva un intuito particolare dinanzi al pericolo, che affrontava con forza singolare. All'inizio del 1927 la situazione religiosa divenne insostenibile per i cattolici. I chierici venivano perseguitati senza tregua perché ritenuti istigatori della resistenza armata. Il 2 aprile 1927, consumato l'assassinio di Anacleto González e dei suoi tre compagni, Salvador si recò al cimitero per accomiatarsi dalla salma del noto leader.
Di ritorno alla sua officina, trovò ad attenderlo agenti di polizia, che, avvalendosi di uno stratagemma, lo arrestarono. Nella caserma generale fu sottoposto a crudeli torture. Lo appesero per i pollici. I carnefici volevano sapere dove si trovavano i presbiteri Eduardo e José Refugio. Esanime, fu gettato in una cella. All'alba del giorno dopo, il 3 aprile, lo condussero, con suo fratello Ezequiel, nel cimitero di Mezquitán. Di fronte al plotone di esecuzione, chiese una candela accesa, e illuminò il suo petto scoperto. Gridò: "Viva Cristo Re e la Vergine di Guadalupe! Sparate, muoio per Dio, che amo molto".

Beato Miguel Gómez Loza



Nacque a Tepatitlán, Jalisco, l'11 agosto 1888. Laico, coniugato, avvocato di professione. Fu martirizzato a Atotonilco el Alto, Jalisco, il 21 marzo 1928.
Figlio di contadini, fin da bambino si occupò di sua madre, rimasta vedova, nel modesto paese di Paredones. Nutrì però sempre il desiderio di superare se stesso nel campo della scienza e delle virtù. Fin da giovane fu un promotore instancabile della dottrina sociale della Chiesa. Insieme al suo grande amico Anacleto González Flores, nelle fila dell'Associazione Cattolica della Gioventù Messicana (ACJM), di Guadalajara trovò l'ambiente adatto alla sua formazione religiosa e morale e al suo anelito apostolico.
Affrontando mille difficoltà, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza, perseverando nei suoi studi fino a ottenere la laurea. Uomo coraggioso, dalle convinzioni profonde, nulla lo spaventava nei suoi propositi sapendo che erano giusti, leciti e dovuti. Per difendere i diritti dei bisognosi, fu arrestato cinquantanove volte, e molte altre malmenato.
Nel 1922 contrasse matrimonio con María Guadalupe Sánchez Barragán. Ebbero tre figli. Nel 1927, durante la persecuzione religiosa, Miguel si unì alla Lega in Difesa della Libertà Religiosa, utilizzando tutti i mezzi pacifici consentiti per resistere agli attacchi dello Stato alla libertà di credo. Per difendere la libertà e la giustizia, accettò la nomina di Governatore di Jalisco, conferitogli dai cattolici della resistenza. Perseguitato dalle forze federali, fu fucilato dall'esercito federale.

Beato Luis Magaña Servín



Nacque a Arandas, Jalisco, il 24 agosto 1902. Laico, coniugato. Fu martirizzato a Guadalajara, il 9 febbraio 1928.
Luis Magaña fu un cristiano integro, sposo responsabile e sollecito. Non rinnegò mai le sue convinzioni cristiane, anche nei momenti di prova e di persecuzione. Fu membro attivo dell'Associazione Cattolica della Gioventù Messicana (ACJM) e della arciconfraternita dell'Adorazione Notturna del Santissimo Sacramento, nella parrocchia di Arandas. Contrasse matrimonio con Elvira Camarena Méndez il 6 gennaio 1926. Ebbero un primogenito maschio, Gilberto, e una figlia, Maria Luisa, nata dopo la morte del padre. Il 9 febbraio 1928, un gruppo di soldati dell'esercito Federale occupò il paese di Arandas. Ordinò subito che fossero arrestati i cattolici che simpatizzavano con la resistenza attiva contro il Governo. Fra questi vi era Luis.
Quando giunsero a casa sua, non lo trovarono poiché si era nascosto molto bene. Allora lo sostituirono con il fratello più piccolo.
Quando Luis lo venne a sapere, si presentò dinanzi al generale, chiedendo la libertà di suo fratello in cambio della sua. Queste furono le sue parole: "Io non sono mai stato un ribelle cristero come voi credete, ma se mi si accusa di essere cristiano, allora sì, lo sono, e se per questo devo essere ucciso, ben venga. Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!" Senza indugi, il militare decretò la sua morte. Poco prima che fosse eseguita la sentenza, nell'atrio della Chiesa parrocchiale, Luis chiese la parola e disse. "Plotone che mi devi uccidere: desidero dirvi che da questo momento vi perdono e vi prometto che appena sarò alla presenza di Dio sarete i primi per i quali intercederò".
Detto questo, esclamò con voce potente: "Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!". Erano le 15.00 del 9 febbraio 1928.

Beato José Sánchez del Río



José Sánchez del Río era un adolescente di appena 14 anni. Nacque infatti il 28 marzo 1913 a Sahuayo, Mich. e fu assassinato per "odio alla fede" il 10 febbraio 1928.
A causa della difficile situazione sociale di quel tempo, José si trasferì con la sua famiglia a Guadalajara, dove frequentò la scuola elementare della parrocchia. Partecipò attivamente alla vita della parrocchia e si distinse per la sua particolare devozione alla Santissima Vergine María.
Volendo seguire l'esempio dei suoi due fratelli, quando stava per compiere quattordici anni, espresse il desiderio di lottare in difesa della fede e dei diritti dei cattolici. Così rispose a sua madre, che si opponeva ai suoi desideri, vista la sua giovane età: "Mamma, mai come adesso è facile conquistare il cielo". Dopo aver insistito a lungo, fu accettato e gli furono affidati i compiti di trombettiere e portabandiera.
Il 6 febbraio 1928, durante uno scontro, fu catturato e rinchiuso nel presbiterio della parrocchia di Santiago Apostol. Quando vide alcuni galli e il cavallo del deputato Picazo Sánchez nel perimetro della Chiesa, non potè sopportare una simile profanazione e decise di difendere l'onore della Casa di Dio. Fu condannato a morte dopo un processo sommario. Durante la sua prigionia, si fece forza pregando e poté ricevere il Sacro Viatico.
La sera del 19 febbraio fu portato nel cimitero del paese per esservi giustiziato. Lungo il cammino si rifiutò di bestemmiare e quando i soldati lo colpirono, disse: "Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!".
I militari cercarono di ucciderlo a pugnalate, per evitare che si udissero gli spari, ma José, sebbene ferito, continuava a cantare inni e lodi a Cristo Re e alla Santissima Vergine, per cui il capo del plotone d'esecuzione perse la pazienza e gli sparò, uccidendolo.


Beato José Trinidad Rangel


Nacque nel rancho (fattoria) "El Durazno" della città di Dolores Hidalgo, Guanajuato, in Messico, il 4 giugno 1887, vigilia della Santissima Trinità, in un'umile famiglia cristiana. I suoi genitori gli impartirono per primi un'educazione religiosa.
In giovane età sentì la vocazione al sacerdozio, ma per le scarse risorse economiche della famiglia dovette rimandare l'ingresso nel seminario fino al compimento dei 20 anni.
Entrò nel seminario gratuitamente come studente esterno nel 1909. Una borsa di studio ricevuta per il suo impegno scolastico gli permise di diventare seminarista interno. Durante la rivoluzione di Carranza il seminario fu occupato e di conseguenza le lezioni furono sospese. Dovette quindi continuare gli studi a San Antonio, in Texas, negli Stati Uniti d'America.
Dopo un anno tornò nella Diocesi di León, dove poté concludere gli studi nel seminario che nel frattempo era stato riaperto. Il 13 aprile 1919 ricevette l'ordinazione sacerdotale.
La prima destinazione come sacerdote fu quella di ascritto alla parrocchia del Sagrario de León, in qualità di membro del Centro catechetico di La Salle. Fu vicario della parrocchia di Silao, Zangarro en Marfil, Ibarra, incaricato della parrocchia di Jarapitio, vicario di San Felipe e rettore del Templo del Perdón a Silao, città che dovette abbandonare per non avere adempiuto alla legge civile che imponeva di iscriversi come sacerdote nel registro del Governo, e si rifugiò nella città di León.
A León, dove viveva come rifugiato a casa delle sorelle Josefita e Jovita Alba, strinse amicizia con il claretiano Padre Andrés Solá, anch'egli rifugiato, con il quale condivise timori e difficoltà, e nel quale trovò un aiuto nella sua esperienza sacerdotale. Consapevole della sua vocazione e opzione, rifiutò l'offerta di suo fratello Agustín di lasciare il Paese e di rifugiarsi negli Stati Uniti d'America e preferì accettare la proposta del suo superiore ecclesiastico di andare a celebrare clandestinamente gli uffici della Settimana Santa dalle Sorelle Minime di San Francesco del Rincón, dove fu arrestato e trasferito al comando della città di León prima di subire il martirio.
Come sacerdote si distinse per la sua modestia, umiltà, semplicità e zelo per la salvezza delle anime. Con coraggio evangelico, svolse il suo ministero, senza negare mai la sua condizione sacerdotale anche se ciò significò detenzione e morte.

Beato Andrés Solá y Molist, c.m.f.


Il 7 ottobre 1895 nella masseria conosciuta con il nome di Can Vilarrasa, situata nel municipio di Taradell, parrocchia di Santa Eugenia de Berga, provincia di Barcellona, Diocesi di Vich, in Spagna, nacque P. Andrés Solá. Era il terzo di una famiglia numerosa composta da undici fratelli e i genitori erano agricoltori.
Mentre ascoltavano la predicazione di un missionario claretiano nel paese di Sentforas, lui e suo fratello sentirono la vocazione religiosa ed entrarono nel seminario che i missionari avevano a Vich. In questo seminario studiò lettere. Passò poi al noviziato di Cervera, dove l'anno seguente emise la professione religiosa. Terminato il noviziato, realizzò gli studi di filosofia e teologia necessari all'ordinazione sacerdotale, che ricevette il 23 settembre 1922 nella cappella del palazzo episcopale di Segovia, in Spagna. Per un anno si preparò al ministero della predicazione ad Arande de Duero.
Terminato il corso di preparazione, ricevette la prima destinazione, in Messico, ossia Veracruz, dove si recò con altri cinque claretiani, il 20 agosto 1923. Otto giorni dopo giunse nella capitale e visitò il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe, ponendo sotto la sua protezione il proprio ministero sacerdotale. In Messico svolse diversi uffici. Fu professore nel seminario minore dei missionari claretiani a Toluca, predicatore, partecipò a missioni popolari, incaricato della parrocchia di Axila della Diocesi di San Luis de Potosí. Nel dicembre 1924 ricevette insieme ai suoi fratelli della comunità di León la notizia delle leggi anticattoliche e anticlericali del Presidente Calles, e decise di rifugiarsi in casa delle sorelle Josefina e Jovita Alba, per evitare l'espulsione dal Paese. Dal suo rifugio ascoltava le confessioni e portava la comunione ai malati. Fu nominato Vicario con giurisdizione in tutta la città; celebrò numerosi battesimi e matrimoni e svolse un'attività pastorale costante e non esente da pericoli. Nel marzo 1927, quando si acutizzò la persecuzione religiosa, obbedendo al Superiore locale, P. Fernando Santesteban, lasciò León e si diresse a Città del Messico, dove stette diversi giorni, ritornando poi con il permesso del Superiore Provinciale a León, dove risiedette ed esercitò il suo ministero missionario. Pochi giorni dopo il suo ritorno, il 23 aprile, il superiore della comunità gli consegnò una lettera in cui gli comunicava l'esistenza di un mandato di cattura contro di lui e lo invitava a sospendere ogni attività, a fuggire o a nascondersi, e a cambiare domicilio. Padre Solá non diede importanza a quella lettera, pensando che nulla di male potesse accadergli. Il giorno dopo fu arrestato. Un arresto che non fu il frutto della sua imprudenza, ma piuttosto dell'ingenuità delle due sorelle Alba che, pensando di fare il bene, si recarono al comando per invocare la libertà per l'altro sacerdote ospitato, don Rangel. Quando i soldati entrarono nella casa delle sorelle Alba non riconobbero subito Padre Solá come sacerdote. Solo dopo aver perquisito la sua stanza lo individuarono, poiché trovarono una fotografia nella quale stava amministrando la prima comunione a una bambina. Padre Solá non negò mai la sua condizione sacerdotale, anzi dichiarò il suo nome e il suo stato, il che bastò per farlo arrestare insieme al signor Leonardo Pérez, che si trovava nella cappella della casa. Fu quindi portato al comando militare, ultima dimora terrena prima di abbracciare la palma del martirio e contemplare Cristo.

Beato Leonardo Pérez Larios


A Lagos di Moreno, nello Stato messicano di Jalisco, nacque Leonardo il 28 novembre 1883. Fu il terzo figlio degli undici che ebbero i suoi genitori. Veniva da una famiglia semplice, dove ricevette una buona educazione cristiana. Iniziò gli studi nella scuola di Encarnación Díaz. Alla morte del padre la famiglia si trasferì a vivere a León.
In questa città iniziò a lavorare a "La Primavera", negozio di abbigliamento in cui erano dipendenti altri due suoi fratelli. Pochi anni dopo decise di aprire un proprio negozio di stoffe ma l'impresa andò male e dovette tornare a lavorare a "La Primavera".
Voleva sposarsi, ma non lo fece per l'opposizione che incontrò nella famiglia della fidanzata. Voleva divenire religioso, ma non poté farlo poiché aveva a suo carico due sorelle che non possedevano mezzi di sussistenza, per cui era lui a doverle mantenere e accudire. Questi progetti non realizzati non lo portarono però ad allontanarsi dalla fede e dalla Chiesa, nonostante le difficoltà che quest'ultima stava attraversando e che condizionavano i fedeli cristiani.
Era una persona che viveva intensamente la sua vita cristiana, con una profonda devozione al Santissimo Sacramento e alla Vergine Maria. Apparteneva a una Congregazione Mariana dove i membri facevano voto di castità e si riunivano settimanalmente per adorare il Santissimo Sacramento. Fu arrestato nella casa delle sorelle Alba, dove aveva partecipato all'Eucaristia e all'Ora Santa che Padre Solá aveva organizzato dopo la celebrazione della Santa Messa. I soldati, nel vederlo vestito di nero e in atteggiamento molto devoto, poiché era concentrato nella sua meditazione e nell'azione di rendimento di grazie per la comunione ricevuta, lo scambiarono per un sacerdote. Fu inutile il chiarimento sullo stato civile del signor Leonardo che diedero Padre Solá e le persone che si trovavano in quel momento in casa. Quando i soldati chiesero al signor Leonardo se era un sacerdote lui negò, ma affermò di essere cattolico, apostolico e romano. Fu condotto al comando e da lì con i suoi due compagni al martirio.

Beato Ángel Darío Acosta Zurita


Presbitero della Diocesi di Veracruz, don Ángel Darío Acosta Zurita, nacque il 13 dicembre 1908 a Naolinco, Ver.
Fu Assassinato a Veracruz, il 25 giugno 1931, tre mesi dopo la sua ordinazione sacerdotale.
Il suo contesto familiare era cristiano e semplice e la sua infanzia trascorse tranquilla. Fin da bambino conobbe le limitazioni e i sacrifici. Restò orfano di padre e la sua giovane madre dovette far fronte alla situazione di estrema povertà in cui li lasciò. Darío la aiutò nel sostentamento dei suoi quattro fratelli.
Dopo alcune difficoltà, entrò nel seminario e si conquistò la simpatia dei suoi superiori e dei compagni per il carattere equanime e caritatevole, per la sua dedizione allo studio e la sua salda devozione. Aveva fama di essere un eccellente sportivo, gli piaceva molto il calcio e fu capitano della squadra per diversi anni. Aveva un carattere buono e servizievole.
Fu ordinato sacerdote il 25 aprile 1931. Con profonda emozione celebrò la prima Messa il 24 maggio, nella città di Veracruz. Il 26 maggio fu nominato vicario coadiutore della parrocchia dell'Asunción, sempre a Veracruz. Si distinse per il suo fervore e la sua bontà, per la sua preoccupazione per la catechesi infantile e la sua dedizione al sacramento della riconciliazione. Nelle predicazioni giunse a dire: "La croce è la nostra forza nella vita, la nostra consolazione nella morte, la nostra gloria nell'eternità. Facendo tutto per amore a Cristo crocifisso, tutto sarà per noi più facile. Se Egli ha sofferto tanto per noi, è necessario che anche noi soffriamo per Lui".
Nello Stato di Veracruz fu promulgato il decreto 197 chiamato "Ley Tejeda", sulla riduzione del numero dei sacerdoti nello Stato, per porre fine al "fanatismo del popolo", come disse il Governatore, Adalberto Tejeda, il quale minacciò di morte quanti non lo avessero rispettato. Fu mandata una lettera a ogni sacerdote chiedendogli di adempiere a tale legge. A don Darío corrispose la lettera n. 759, che ricevette il 21 luglio. Il sacerdote era consapevole del pericolo che correva ma dimostrò sempre grande tranquillità e serena allegria.
Sabato 25 luglio 1931 fu la data stabilita dal Governatore per l'entrata in vigore di questa legge iniqua. Era una giornata piovosa e nella parrocchia di Asunción tutto trascorreva normalmente. Le navate della Chiesa erano piene di bambini giunti da tutti i centri catechetici e accompagnati dai loro catechisti. Vi erano anche molti adulti, che attendevano di ricevere il sacramento della riconciliazione. Erano le 18.10 del pomeriggio quando diversi uomini vestiti da militari entrarono simultaneamente dalle tre porte della Chiesa e senza avviso previo cominciarono a sparare contro i sacerdoti. Padre Landa fu gravemente ferito, e Padre Rosas si salvò miracolosamente, protetto dal pulpito. Regnavano la confusione e il caos, si udivano le grida dei bambini e degli anziani, che cercavano convulsamente di rifugiarsi sotto i banchi o correvano verso le uscite. Padre Darío, che era appena uscito dal battistero, cadde colpito a morte dalle pallottole assassine, riuscendo solo ad esclamare: "Gesù!".

OMELIA DELLA BEATIFICAZIONE:
http://www.vatican.va/roman_curia/co...azioni_sp.html

ANGELUS DEL SANTO PADRE:
http://www.vatican.va/holy_father/be...051120_it.html

Ultima modifica di CARDINAL FERRARI; 30-04-2007 alle 16:38.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 30-04-2007, 16:54   #8
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

ANNO 2006


18 marzo 2006

BEATIFICAZIONE della Serva di Dio

ELIA DI S. CLEMENTE, vergine



Bari, Chiesa Cattedrale









BEATA ELIA DI SAN CLEMENTE, vergine (1901 - 1927)

Terzogenita dei coniugi Giuseppe Fracasso e Pasqua Cianci, la nova Beata nacque a Bari il 17 Gennaio 1901 e, dopo quattro giorni, venne battezzata, con il nome di Teodora nella Chiesa di San Giacomo dallo zio Don Carlo Fracasso, cappellano del cimitero. Fu cresimata nel 1903 da Mons. Giulio Vaccari, Arcivescovo della Diocesi.
La sua famiglia viveva allora in Piazza San Marco e si manteneva con i proventi del padre, maestro pittore e decoratore edile, il quale, intorno al 1929/30 con grandi sacrifici aprirà un negozio per la vendita di vernici e colori. La madre si occupava dei lavori domestici.
Stimati entrambi come ottimi cristiani praticanti ebbero nove figli, di cui quattro morti in tenera età. Rappresentavano per i cinque figli rimasti in vita (Prudenza, Anna, Teodora, Domenica e Nicola) un sicuro punto di riferimento per la loro crescita umana e spirituale.
Nel 1905 la famiglia si trasferì in Via Piccinni, in una casa con annesso un piccolo giardino, nel quale la piccola Teodora B all'età di 4 o 5 anni B affermò di avere visto in sogno una bella "Signora" che si aggirava tra filari di gigli fioriti, poi sparita all'improvviso in un fascio di luce, alla quale promise di farsi monaca da grande, dopo che la madre le aveva spiegato il possibile significato della visione.
Teodora, mandata all'asilo dalle Suore Stimmatine, proseguì gli studi sino alla terza classe elementare. L'8 Maggio 1911, dopo aver fatto una lunga preparazione, ricevette la Prima Comunione; la notte precedente sogna S. Teresa di Gesù Bambino che le predice: "sarai monaca come me". In seguito frequentò il laboratorio di cucito e di ricamo presso lo stesso Istituto.
Entrata a far parte dell'associazione della Beata Imelda Lambertini, domenicana con spiccata pietà eucaristica, passerà in seguito alla "Milizia Angelica" di San Tommaso d'Aquino. Riuniva periodicamente le amiche nella cameretta di casa per fare meditazione e pregare insieme, per leggere il Vangelo, le Massime Eterne, l'Imitazione di Cristo, i Quindici Sabati della Madonna, le vite dei santi ed in particolare l'autobiografia di S. Teresa di Gesù Bambino.
Questo comportamento e questa sua benefica influenza sulle altre compagne non erano sfuggite a una delle insegnanti, Suor Angelina Nardi. Intanto la non ben definita vocazione religiosa di Teodora stava prendendo indirizzo su consiglio di P. Pietro Fiorillo, O.P., suo direttore spirituale, che la introdusse nel Terz'Ordine Domenicano, nel quale, ammessa come novizia il 20 Aprile 1914 con il nome di Agnese, fece la professione il 14 Maggio 1915, con una speciale dispensa per la sua giovane età.
Teodora, durante gli anni difficili della guerra 1915-1918, trovò una infinità di occasioni per ampliare, oltre l'ambito familiare e delle conoscenze, il suo campo di apostolato, di catechesi e di assistenza, dando libero sfogo al suo ardente desiderio di fare del bene al prossimo.
Verso la fine del 1917, Teodora decise di rivolgersi per un consiglio al Padre Gesuita Sergio Di Gioia, il quale, divenuto suo nuovo confessore, decise di indirizzarla, dopo circa un anno, insieme all'amica Chiara Bellomo, futura Suor Diomira del Divino Amore, al Carmelo di San Giuseppe, di Via De Rossi, a Bari, in cui entrambe si recarono per la prima volta nel Dicembre del 1918.
Il 1919 fu un anno di intensa preparazione spirituale in vista dell'ingresso in Monastero, sotto la guida prudente ed illuminata di P. Di Gioia.

La nuova Beata entrò in comunità l'8 Aprile 1920 e rivestì il Sacro Abito il 24 Novembre dello stesso anno, assumendo il nome di Suor Elia di San Clemente. Emise i primi voti semplici il 4 Dicembre 1921: "Sola ai piedi del mio Crocifisso Signore, lo guardai lungamente, e in quello sguardo vidi che era tutta la mia vita". Oltre a Santa Teresa di Gesù, prese come sua guida Teresa di Gesù Bambino, seguendo la "piccola via dell'infanzia spirituale ove mi sentivo - afferma la Beata - chiamata dal Signore". Fece la professione solenne l'11 Febbraio 1925.
Il suo cammino, sin dall'inizio, non fu facile. Già nei primi mesi di noviziato aveva dovuto affrontare con grande spirito di fede non poche difficoltà. Ma il vero problema insorse dopo che la Madre Priora, Angelica Lamberti, nella primavera del 1923, nominò Suor Elia maestra di ricamo a macchina nell'educandato per giovanette annesso al Carmelo; la direttrice, Suor Colomba del SS. Sacramento, dal carattere autoritario, severa e poco comprensiva, non vedeva di buon occhio la bontà e la gentilezza con cui Suor Elia trattava le educande, e, dopo due anni, la fece rimuovere dall'incarico.
Sempre rigorosamente osservante delle Regole e degli atti comuni, la nuova Beata trascorreva per molto tempo gran parte della giornata nella sua cella, dedita ai lavori di cucito che le venivano affidati, pur continuando a godere di grande stima da parte della Madre Priora, che la nominò sagrestana nel 1927. In questa prova dolorosa le fu di grande conforto P. Elia di S. Ambrogio, Procuratore Generale dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi, che l'aveva conosciuta nel 1922, in occasione di una visita al Carmelo di San Giuseppe, e con il quale la giovane intrattenne una edificante corrispondenza epistolare traendone grandi benefici.
Colpita nel Gennaio del 1927 da una forte influenza che la debilitò molto, Suor Elia cominciò ad accusare frequenti mal di testa di cui non si lamentava, e che sopportava senza prendere nessun medicinale.
Quando, alcuni giorni prima di Natale (il 21 Dicembre), Suor Elia cominciò ad accusare anche una forte febbre ed altri disturbi, si ritenne trattarsi di uno dei soliti malesseri; ma la situazione si fece di giorno in giorno più preoccupante. Il 24 Dicembre venne visitata da un medico, che, pur avendo diagnosticato una possibile meningite o encefalite, non ritenne la situazione clinica particolarmente grave, per cui soltanto il mattino successivo furono convocati al capezzale dell'inferma due medici, i quali purtroppo constatarono l'irreversibilità delle sue condizioni.
Suor Elia di San Clemente si spense alle ore 12'00 del 25 Dicembre 1927. Fece il suo ingresso in Cielo in un giorno di festa, come aveva predetto: "Morirò in un giorno di festa". I suoi funerali furono celebrati il giorno successivo dall'Arcivescovo di Bari, Mons. Augusto Curi, alla presenza dei familiari della Serva di Dio e di tantissima gente accorsa per visitare la salma.
La giovane carmelitana lasciò in tutti un nostalgico ricordo, ma anche un grande insegnamento: è necessario camminare con gioia verso il Paradiso perché quello è "il punto omega" di ogni credente.

Ultima modifica di CARDINAL FERRARI; 30-04-2007 alle 17:08.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 30-04-2007, 17:06   #9
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

30 aprile 2006

BEATIFICAZIONE dei Servi di Dio

LUIGI BIRAGHI, sacerdote

LUIGI MONZA, sacerdote

Milano, Piazza del Duomo






BEATO LUIGI BIRAGHI, sacerdote (1801 - 1879)

Luigi Biraghi nacque a Vignate (Milano) il 2 novembre 1801, quinto degli otto figli di Francesco e Maria Fini, agricoltori di solida fede cristiana, ma nel 1806 la famiglia si trasferì a Cernusco sul Naviglio, che Luigi considerò sempre sua patria. A dieci anni, concludendo gli studi di grammatica nel convitto di Parabiago, espresse il fermo desiderio di essere sacerdote e dal 1813 al 1825 frequentò brillantemente i corsi di umanità, filosofia, teologia nei Seminari diocesani. Ricevuta l’ordinazione sacerdotale dall’Arcivescovo cardinale Carlo Gaetano Gaisruck, per le sue doti intellettuali e la sua preparazione culturale, fu destinato all’insegnamento delle lettere nei Seminari minori. Svolse l’incarico con tutta la sua passione di educatore, pur sentendo il sacrificio del ministero pastorale, finché nel 1833 gli fu affidato l’ufficio, che ricoprì sino al 1848, di direttore spirituale del Seminario maggiore.
In questo tempo, mentre si dedicava con ogni cura alla formazione dei chierici, sospinto dal suo ardente amore per Dio ed afflitto per il progressivo allontanamento dalla fede del mondo moderno, si impegnò in una più vasta attività culturale ed educativa, partecipando alla redazione del giornale L’Amico Cattolico voluto dall’Arcivescovo e fondando, con la collaborazione di Marina Videmari, l’Istituto delle Suore Marcelline, che, attraverso la formazione cristiana delle fanciulle, avrebbe contribuito, nei suoi progetti, al ritorno a Cristo della famiglia e della società e donato alla Chiesa una congregazione religiosa femminile rispondente alle nuove esigenze della vita spirituale e dell’apostolato.
Divenuto inviso alla polizia austriaca dopo le vicende dell’insurrezione e della guerra del 1848-49, fu esonerato dalla direzione spirituale in Seminario, sino a che nel 1855 fu nominato Dottore della Biblioteca Ambrosiana, unendo alla cura della nuova Congregazione ed alla direzione spirituale, l’impegno assiduo negli studi di storia della Chiesa, di archeologia cristiana, di teologia. Nello stesso tempo monsignor Biraghi fu consigliere di monsignor Angelo Ramazzotti e padre Giuseppe Marinoni, fondatori dell’Istituto Milanese per le Missioni Estere, l’attuale PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), al quale inviò alcuni alunni del Seminario che hanno come lui percorso il cammino di santità: il beato Giovanni Mazzucconi, martire a Woodlark; i Servi di Dio padre Carlo Salerio, fondatore delle Suore della Riparazione, e don Biagio Verri, fondatore dell’Opera per il riscatto delle morette, che mirava a sottrarre le ragazze negre alla schiavitù larvata, nella quale si trovavano dopo essere state portate in Italia.
Il suo spirito di pace gli valse, nel 1862, l’invito di Pio IX, che ben lo conosceva ed apprezzava, a farsi pacificatore del clero ambrosiano diviso tra le opposte correnti di liberali ed intransigenti, temporalisti ed antitemporalisti. Nell’opera pacificatrice tra sacerdoti dei due schieramenti, in gran parte suoi figli spirituali, monsignor Biraghi si adoperò sino alla morte, esponendosi agli attacchi di alcuni avversari ed a giudizi sfavorevoli da lui sopportati sempre con umiltà e serenità. Gli furono di conforto nelle tribolazioni di quegli anni il ritrovamento, avvenuto su sua indicazione, della tomba di sant’Ambrogio, nell’omonima Basilica milanese; la nomina a Prelato domestico di Sua Santità e il generale apprezzamento dell’opera educativa delle sue figlie spirituali, le Suore Marcelline. Presso la foresteria del loro collegio in Milano la morte lo colse, dopo breve malattia, la mattina dell’11 agosto 1879.
La sua vita fu un costante cammino di santità, un crescente affinamento in tutte le virtù, teologali e cardinali e quelle che sono ad esse connesse, come è proprio dei santi.


BEATO LUIGI MONZA, sacerdote (1898 - 1854)

Don Luigi Monza nacque a Cislago (Varese) il 22 giugno 1898 da Pietro Monza e Luigia Monza, contadini ricchi di fede. Date le sue precarie condizioni di salute fu subito battezzato e l’anno seguente gli fu amministrata la Cresima dall’Arcivescovo di Milano, il beato Andrea Carlo Ferrari.
Nel 1905 fece la Prima Comunione e da quel momento comunicarsi fu per lui un bisogno dell’anima.
Terminati gli studi delle elementari, dopo aver manifestato il desiderio di abbracciare il sacerdozio, il suo parroco, don Luigi Vismara, lo indirizzò nel settembre 1913 all’Istituto Salesiano di Penango Monferrato (Asti), ma pochi mesi dopo dovette tornare a casa, perché a causa di un grave incidente suo padre era rimasto paralizzato.
Luigi non si rassegnò e custodì il suo desiderio del sacerdozio, così che il parroco gli fece ottenere un posto gratuito in Seminario: il 1° ottobre 1916 entrò nel Collegio Villoresi di Monza, come prefetto. Pochi mesi dopo, il 16 gennaio 1917 suo padre morì. Un nuovo ostacolo al suo cammino fu dovuto alla prima guerra mondiale: Luigi fu arruolato come altri trecento tra seminaristi e giovani preti ambrosiani. Congedato, Luigi completò in modo diligente gli studi e il 19 settembre 1925 fu finalmente ordinato sacerdote e subito inviato come vicario parrocchiale nella Parrocchia di San Maurizio in Vedano Olona (Varese). Don Luigi si gettò con entusiasmo nel ministero tra i giovani e i ragazzi dell’Oratorio, evitando per quanto possibile di farsi coinvolgere nelle tensioni politiche del momento: in quel momento il fascismo si era avviato con decisione ad instaurare la sua forma totalitaria di governo. Fu subito circondato da stima generale, poiché la popolazione ammirava in lui il “contemplativo nell’azione”, tanto era capace di coniugare preghiera e azione.
I membri del partito fascista locale, per contrastare l’influsso della Chiesa sui giovani, nel mese di giugno del 1927 organizzarono un finto attentato al Vice Podestà e ne fecero cadere la responsabilità sui giovani cattolici, che – si disse – erano stati aizzati dal coadiutore, don Luigi, e dal suo parroco don Pietro De Maddalena. I due sacerdoti furono arrestati e rimasero in carcere per quattro mesi. Riconosciuto innocente, don Luigi fu scarcerato, ma gli fu proibito di tornare a Vedano Olona.
Dopo alcuni mesi trascorsi a Milano, fu trasferito al Santuario della Madonna dei Miracoli di Saronno e si dedicò in particolare al ministero del confessionale, trovando però tempo per raccogliere intorno a sé un folto gruppo di ragazzi e di giovani: rinacque così l’Oratorio.
Durante il suo ministero di confessore conobbe due giovani donne impegnate nell’apostolato cattolico, Clara Cucchi e Teresa Pitteri. Propose loro di costituire una comunità, i cui membri avrebbero dovuto vivere nella carità come gli apostoli della prima comunità cristiana. Era uno dei primi Istituti Secolari, che sorsero poi numerosi in Italia. Nel 1937 il progetto andò concretandosi con la costruzione a Vedano Olona, ove era stato coadiutore, di una prima Casa per la nascente comunità, chiamata La Nostra Famiglia.
Frattanto l’Arcivescovo di Milano, il beato Alfredo Ildefonso Schuster, il 30 novembre 1936 aveva nominato don Luigi parroco di S. Giovanni alla Castagna di Lecco, ove si trasferì con docile obbedienza, svolgendo il suo ministero pastorale in modo esemplare, senza trascurare alcunché, dedicandosi a tutti, in particolare ai malati e ai poveri, soprattutto durante la seconda guerra mondiale.
Fu sincero, fedele, costante nei propositi, tenace nel portare a termine le decisioni prese, austero verso se stesso, benevolo con tutti, frugale, trasparente e casto, povero, rispettoso con i Superiori. Nella parola «marcimento» espresse la fecondità di una vita vissuta nel nascondimento, nell’amore, nella gioia del dono. Mai si sentì lacerato o diviso, perché la sua vita fu centrata su Dio, sul sentire con la Chiesa e sul dono per gli altri. Fu stimato da tutti e ricercato come valente direttore spirituale e formatore di anime.
La Casa di Vedano Olona, intanto, continuava il suo cammino e andò evolvendo il suo servizio di carità: inizialmente era stata pensata per gli Esercizi Spirituali, poi si aprì progressivamente all’accoglienza dei bambini in difficoltà.
Il 18 gennaio 1950 l’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, erede de La Nostra Famiglia, fu approvato ufficialmente e il 2 febbraio seguente Zaira Spreafico, prima responsabile generale, e Pasquina Sormani fecero la loro professione perpetua.
La salute di don Luigi non era mai stata florida e le fatiche del suo intenso apostolato ebbero ragione della sua ancor giovane fibra: colpito da infarto alla fine di agosto, proprio mentre moriva il suo Vescovo, il beato cardinale Schuster, trascorse il suo ultimo mese di vita in sereno abbandono alla volontà di Dio ed esortando le sue discepole a proseguire la loro opera con fiducia nella provvidenza di Dio. Morì 29 settembre 1954.

OMELIA DELLA BEATIFICAZIONE:
(Del card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano)

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,
il primo sentimento che oggi sboccia e cresce nel nostro cuore è quello del rendimento di grazie a Dio per il grande dono fatto alla Chiesa ambrosiana con i due nuovi beati: monsignor Luigi Biraghi (1801-1879) e don Luigi Monza (1898-1954). In questa Chiesa sono nati e cresciuti nella fede; hanno accolto e seguito la vocazione al sacerdozio; fatti preti di Cristo, hanno compiuto con fedeltà e generosità quotidiane il loro servizio alla Chiesa interpretandolo e vivendolo come cammino di santità.
La beatificazione odierna li riporta insieme davanti al Duomo, la Chiesa madre di tutte le chiese della Diocesi, anche di quelle chiese e di quei luoghi che i due Beati hanno attraversato, abitato, amato e servito. Sì, insieme: anche se vissuti in tempi storici diversi, anche se arricchiti di doni di natura e di grazia diversi, anche se impegnati in compiti sacerdotali diversi, anche se appassionati e fecondi di opere pastorali diverse. Insieme, profondamente insieme: perché membri dello stesso presbiterio diocesano e della stessa Chiesa ambrosiana nella quale armonicamente si fondono unità e varietà. Insieme, profondamente insieme: perché ambedue rivelano l’unico volto della Chiesa santa di Dio e ne mostrano la variopinta bellezza spirituale segnata dai loro differenti carismi ricevuti dal medesimo Spirito e dalle loro diverse modalità di risposta alla grande e comune chiamata alla perfezione dell’amore.
Il nostro rendimento di grazie a Dio per il dono dei due nuovi Beati si riveste anche di una gioia e di un compiacimento particolari, perché il rito di beatificazione viene celebrato, per la prima volta nella storia bimillenaria della Chiesa ambrosiana, nel nostro Duomo di Milano. Anche in questo vogliamo vedere la bontà del Signore per noi.
Modelli e intercessori
Certo, l’essenziale che ci rende grati e gioiosi davanti a Dio è la convinzione che i nuovi Beati – monsignor Biraghi e don Monza – sono un grande dono di Dio per tutti noi.
Ma in che senso e con quali implicazioni di vita? Rispondiamo alla luce della fede della Chiesa: il Signore ce li dona come modelli e come intercessori.
I Beati sono, anzi tutto, un esempio di vita cristiana che ci affascina e ci conquista e, insieme, ci provoca e ci stimola. La loro avventura spirituale è posta davanti ai nostri occhi e al nostro cuore, non solo perché sia conosciuta, ammirata e contemplata, ma anche perché possa suscitare il desiderio sincero e l’impegno concreto di inserire e mantenere la nostra vita quotidiana in quel cammino di santità che Dio vuole per tutti, nessuno escluso. Un esempio per la singola persona, ma anche per tutta la comunità cristiana e la stessa società civile. Sempre, ed oggi in particolare, abbiamo grande bisogno di avere tanti Beati e Santi, perché la loro esemplarità di vita denunci il male presente in noi, ma soprattutto risvegli e fortifichi lo slancio verso il vero bene, accolto in tutto il suo fascino e vissuto in tutta la sua urgenza di perfezione. Una esemplarità che semina speranza in noi e negli altri, che genera fiducia e impegno nel portare a compimento la chiamata di santità che Dio ci rivolge con instancabile amore.
Il Signore ci dona i due nuovi Beati non solo come modelli di vita, ma anche e non meno come intercessori a nostro favore: il loro amore per Dio – reso perfetto nella vita eterna – è indisgiungibile da quello per tutti i loro fratelli e sorelle nella fede, anzi per tutti gli uomini e per ciascuno di loro. Proprio perché dichiarati beati dalla Chiesa, monsignor Luigi Biraghi e don Luigi Monza sono, in un certo senso, in attesa della nostra preghiera. Tocca a noi rivolgerla, fiduciosi e imploranti, perché ci sia dato di condividere con loro il cammino della santità e, giunti alla meta, di prendere parte con loro allo stesso sconfinato oceano di gioia, che è il cuore beato e beatificante di Dio.
Ora una luce e una forza singolari per condividere questo cammino di santità ci vengono dalla liturgia della Parola. In realtà, le tre letture ascoltate delineano un quadro luminoso, come una grande icona da contemplare e da pregare: in essa possiamo rileggere qualche aspetto fondamentale della vicenda spirituale dei due nuovi Beati.
Il segreto della vita santa:
«Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!»
Al centro dell’icona campeggia la scena dell’incontro di Gesù risorto con i discepoli, dopo i giorni tristi della passione e della morte: «Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”» (Luca 24, 36). Nel “mistero”, ossia nella realtà più profonda, questo stesso Gesù, il crocifisso risorto, anche ora, in questa nostra assemblea liturgica, si fa presente e ci rivolge il medesimo saluto, ci offre lo stesso dono della pace.
Ma l’avvio della scena, così come la presenta Luca, impressiona per la reazione dei discepoli. L’Evangelista ci rassicura che appare «Gesù in persona», eppure i discepoli reagiscono «stupiti e spaventati», anzi Luca aggiunge – unico tra gli evangelisti – che «credevano di vedere un fantasma» (v. 37). Dunque, non lo riconoscono. Temono di vedere un’ombra, uno spettro, una figura inconsistente.
Gesù allora si avvicina ai suoi discepoli e si fa riconoscere. Acconsente al loro desiderio di vederlo e di toccarlo: «Ma egli disse: “… Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi» (vv. 38-40). È allora nel corpo piagato e crocifisso, trasfigurato nella risurrezione, che è dato ai discepoli – ai discepoli di allora e di ogni tempo, dunque anche a ciascuno di noi – di incontrare, o meglio di essere incontrati, da Cristo e dal suo amore che redime e salva, da quell’amore “sino alla fine” che egli ha vissuto e testimoniato sulla croce.
Questo “vedere” e “toccare” Cristo avviene nella fede, nell’accoglienza umile e grata di lui, del suo amore, della sua salvezza. Come ci ricorda con parola folgorante il nostro sant’Ambrogio: «È con la fede che si tocca Cristo; è con la fede che si vede Cristo [Fide tangitur Christus, fide Christus videtur]» (Esposizione del Vangelo secondo Luca, II, 59; VI, 57). Ed è da questa stessa fede che deriva e si sprigiona l’amore del discepolo per Cristo. E tutto ciò nel segno di una grande gioia, come ci ricordano le narrazioni evangeliche sul Risorto: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Giovanni 20, 20).
Giungiamo così al cuore della vita cristiana, scopriamo in tal modo il “segreto” della santità: Gesù Cristo, il crocifisso risorto, realmente ci incontra e immensamente ci ama, ci ama e ci salva donandoci nel suo Spirito il cuore nuovo, un cuore reso veramente capace di amare e di amare in un modo assolutamente nuovo: con lo stesso amore con cui Dio ci ama. Come ci ha ricordato papa Benedetto XVI nell’incipit della sua prima enciclica Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1).
Proprio in questo incontro con Cristo crocifisso e risorto, nell’accoglienza libera del suo amore, nella risposta costante e crescente a questo stesso amore sta il cuore pulsante della vita di santità, stanno il principio sorgivo, il dinamismo inarrestabile e l’energia formidabile della grandiosa avventura spirituale di questi due preti ambrosiani. Innamorati del Signore Gesù: è questa la più vera e più splendida fisionomia di monsignor Biraghi e di don Monza.
E ciò è assolutamente decisivo. La grandezza spirituale dei due nuovi Beati non sta tanto nell’intensa e infaticabile attività compiuta, come l’impegno pastorale vissuto con fedeltà e generosità – in particolare, per Biraghi nel Seminario milanese e nella Biblioteca ambrosiana, per Monza nella vita d’oratorio e di parrocchia –; non sta tanto nelle istituzioni da loro fondate e guidate – la congregazione delle Suore Marcelline e l’istituto delle Piccole Apostole della Carità –, ma sta nell’amore a Cristo – e in lui alla Chiesa e all’uomo – vissuto come la grazia più eccelsa e come il compito più stringente ricevuti da Dio.
Ai seminaristi don Biraghi non si stancava di ripetere: «O carissimi, ecco la prima, la eminente qualità dei ministri di Gesù Cristo: amare Gesù Cristo, amarlo davvero, amarlo sopra ogni cosa». E a tutti così si rivolgeva: «Non vi è bene che nell’amare nostro Signore Gesù Cristo. Solo nell’amare Gesù Cristo non dovete mettere misura».
E qui l’esemplarità e la preghiera d’intercessione dei due nuovi Beati si fanno particolarmente preziose per noi. È l’amore per Cristo a decidere il vero senso e il valore supremo del nostro vivere e operare, del nostro lavorare e soffrire. Come è consolante, questo! Per tutti e per ciascuno di noi, sempre e in ogni momento, anche nelle condizioni più fragili e inquietanti dell’esistenza, anche nel nascondimento e nella solitudine, anche nella disistima e nell’emarginazione che ci possono colpire… ci è comunque dato di poter essere grandi nell’amore. Ed è ciò che veramente conta! Sì, è consolante questo per noi, e insieme è motivo di profonda gioia per la Chiesa di Cristo, per quella ricchezza di amore che anche le persone più umili e semplici le donano; ed è motivo di speranza per la nostra società: lo spazio così visibilmente impressionante del male presente nel mondo è quotidianamente contrastato dallo spazio – il più delle volte invisibile, ma quanto mai reale – del bene che non manca mai e non è mai perdente.
Dall’amore per Cristo all’amore per i fratelli:
«Da questo sappiamo d’averlo conosciuto:
se osserviamo i suoi comandamenti»
Riprendiamo la scena evangelica nella sua conclusione. Gesù risorto, dopo aver aperto ai suoi discepoli «la mente all’intelligenza delle Scritture», «disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni”» (Luca 24, 46-48).
Essere testimoni di Gesù risorto: è la consegna missionaria data ai discepoli; è la stessa consegna data anche a noi. Come è possibile “vedere” e “toccare” Gesù, il crocifisso risorto, e non farlo vedere agli altri, e non portare anche agli altri l’esperienza dell’incontro personale con il Signore? Il mandato missionario viene sì dato da Gesù ai discepoli, ma è loro consegnato non tanto dall’esterno con un comandamento morale, quanto dall’interno con una grazia che dona bellezza e forza, fascino e bisogno insopprimibile di condividere con tutti il dono di salvezza che viene dalla morte e risurrezione di Gesù. Questa è l’esperienza del cenacolo la sera di Pasqua, quando i discepoli gioiscono nel vedere il Signore e non possono non comunicare all’apostolo Tommaso al suo rientro: «Abbiamo visto il Signore!» (Giovanni 20, 25). Ed è la stessa esperienza vissuta da Maria di Magdala, che «andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto» (Giovanni 20, 18).
Possiamo dire: l’esperienza di essere amati da Cristo e di amarlo non può essere vissuta – e, per così dire, consumata egoisticamente – dentro ciascuno di noi, perché per una sua forza interiore ci sospinge ad aprirci agli altri, ad incontrarli, a invitarli a condividere la stessa esperienza di salvezza, di vita rinnovata e rinnovatrice, di vera libertà, di gioia piena.
Così l’amore per Cristo sfocia nell’amore verso il prossimo, verso tutti i fratelli e le sorelle in umanità.
È quanto ci ricorda in termini forti e affascinanti Giovanni nella sua Prima Lettera, che oggi abbiamo ascoltato come seconda lettura. L’apostolo evangelista scrive la sua lettera sulla carità o, meglio, su “ Dio che è carità”: «Figlioli miei, vi scrivo queste cose…» (1 Giovanni 2, 1). Giovanni parla del comandamento unico del cristiano, presenta l’unica istruzione che conduce sulla via della santità: «Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti… chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto» (vv. 3. 5) o, come dice il testo originale, “giunge sino alla fine” [teteleìotai], raggiunge la meta che è la stessa carità di Gesù nella sua passione, nel dono totale di sé sulla croce.
È bello pensare a Giovanni che continua a scriverci anche oggi questa lettera, con la sapienza e la tenerezza di papa Benedetto. Nella sua prima enciclica, intitolata Deus caritas est, leggiamo: «Il programma del cristiano – il programma del buon samaritano, il programma di Gesù – è “un cuore che vede”» (n. 31), che vede le varie necessità e povertà dei fratelli e vi risponde con il dono di sé e con le opere della giustizia e della carità.
È anche bello pensare che la lettera di Giovanni è stata e viene quotidianamente scritta dalla Chiesa di Cristo nella sua storia di carità. Come diceva don Luigi Monza: «Se vi dicessero: Io vorrei scrivere la vita del cristianesimo in un bel volume, questo volume in una pagina, questa pagina in una riga, questa riga in una sola parola, noi gli risponderemmo dicendo: scrivi “Amore”».
Sì, la storia della Chiesa è storia di carità e, per questo, è storia di santità. Allora possiamo e dobbiamo guardare così i due nuovi Beati: come icone viventi di quella lettera sull’amore che Dio continua a scrivere nella santità degli uomini e delle donne di ogni tempo. Monsignor Luigi Biraghi e don Luigi Monza sono due pagine luminose della “Lettera sull’agape” nell’Ottocento e nel Novecento. Figli del loro tempo, hanno saputo cogliere la chiamata dei loro contemporanei, leggendovi quei segni che chiedevano risposte nuove e coraggiose ai bisogni del momento, perché hanno avuto – come dice il Papa – «un cuore che vede»!
Biraghi, uomo dotto e insigne maestro di generazioni di preti e di missionari, ha saputo istillare attraverso la sua opera educativa l’importanza della carità intellettuale, la sapienza che viene dalla fede e che è capace di confrontarsi, senza paura e con fiducia, con i problemi del proprio tempo. E ha richiamato insistentemente le sue figlie, le Suore Martelline, a quella passione educativa che senza alcun dubbio è parte integrante della carità cristiana. In un secolo di scontri, ha saputo essere uomo di pace. Dinanzi al sospetto di essere uomo di parte, egli si è speso per l’unità del clero e la fedeltà alla Chiesa, rinunciando anche agli onori personali.
Don Monza, uomo umile e schivo, ha sfidato la società moderna sognando il ritorno alla carità pratica dei primi cristiani. Proprio la carità fraterna dei primi cristiani, per misteriose circostanze storiche, è diventata attenzione competente alla disabilità, soprattutto dei bambini e dei ragazzi in età evolutiva. Don Monza ha fondato l’opera La Nostra Famiglia che, forse prima in Italia, ha tolto l’handicap dalla sua marginalità sociale, con centri diffusi in tutto il Paese e nel mondo. E lo ha fatto rimanendo parroco e additando alla sua gente di Lecco l’esperienza pionieristica, a cui aveva dato avvio, come il “respiro” della vita parrocchiale e della comunità fraterna. La carità dei primi cristiani, dunque, come “forma” della vita ecclesiale e del servizio sociale.
Ma anche noi, carissimi, siamo chiamati non solo a leggere la “lettera sulla carità” che gli altri – i Santi e i Beati in particolare – hanno scritto e scrivono. Siamo chiamati, sia personalmente che come comunità, anche ad essere “protagonisti”, a scrivere noi pure – e quotidianamente – la nostra “lettera sulla carità”, anzi ad essere noi stessi, nel cuore e nelle opere, una lettera viva, una lettera – direbbe l’apostolo Paolo – «scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori» (2 Corinzi 3, 3).
Chiediamo con fiducia ai due nuovi Beati di essere da loro aiutati a scrivere questa nostra lettera: è attesa, con ansia o inconsapevolmente, dalle tante e diverse forme di necessità e povertà materiali, morali e spirituali della nostra società, delle nostre città, dei nostri paesi; è attesa, soprattutto e con una urgenza unica, dall’amore per Cristo: un amore che ci spinge ad offrirlo agli altri nella testimonianza della carità fraterna.
Che i due nuovi Beati ci aiutino ad assicurare alla nostra carità, in intensità e in ampiezza, le dimensioni illimitate proprie del cuore di Cristo: «Come non è concepibile un cristiano senza amore – scrive don Monza –, così non è concepibile un cristiano senza l’espansione della sua carità, che deve abbracciare tutto il mondo. Non dite: “Io voglio salvarmi”, ma dite invece: “Io voglio salvare il mondo”. Questo è il solo orizzonte degno di un cristiano perché è l’orizzonte della carità».
A Dio, a Dio solo, lode, gloria e potenza nei secoli!
A noi, in ogni tempo, il suo amore che salva e la sua gioia!
Amen.

Ultima modifica di CARDINAL FERRARI; 30-04-2007 alle 17:08.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 30-04-2007, 17:15   #10
CARDINAL FERRARI
Utente Senior
 
L'avatar di CARDINAL FERRARI

 
Data registrazione: Sep 2006
Località: In cordis Mediolani
Età: 26
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 611

30 aprile 2006

BEATIFICAZIONE del Servo di Dio

AGOSTINO THEVARPARAMPIL, sacerdote

Ramapuram, Piazza antistante la parrocchia di S. Agostino






BEATO AGOSTINO THEVARPARAMPIL, sacerdote (1801 - 1879)

Thevarparampil Kunjachan fu un umile sacerdote che si spese per i fratelli Dalit, emarginati dalla società. Era noto solo nel suo luogo di nascita e nei dintorni. Servì come assistente in parrocchia per 47 anni. Sebbene il suo vero nome fosse Agostino, tutti lo chiamavano Kunjachan perché non era alto. Nacque il 1° aprile 1891 a Ramapuram nella famiglia Thevarparampil. Era il più giovane di cinque figli. Dopo la scuola elementare, completò la sua formazione sacerdotale nel seminario minore di Changacherry e in quello di Puthenpally. Il 17 dicembre 1921 ricevette l'ordinazione sacerdotale da Mar Thomas Kurianacherry. Operò come assistente parrocchiale a Ramapuram per un anno e a Kadanad per tre anni. In seguito, a motivo della salute cagionevole, tornò nella sua parrocchia per riposare. In quel periodo scoprì per caso un nuovo ambito di attività. Durante il ritiro annuale nella parrocchia di Ramapuram, i predicatori riunirono circa 200 Dalit in Chiesa e trasmisero loro le verità di fede. Avendo ricevuto quell'insegnamento religioso, si dimostrarono pronti a ricevere il Battesimo. Kunjachan decise di dedicarsi al servizio di quelle persone. Tale decisione lo rese guida ed emancipatore di migliaia di poveri di quel villaggio.
Proseguì l'apostolato verso i Dalit fino alla morte. Come affermava san Arnold Janssen, fondatore della Società del Verbo Divino, il primo e prioritario atto d'amore verso il prossimo consiste nel trasmettergli la Buona Novella di Gesù Cristo. Kunjachan si realizzò servendo con pazienza e compassione gli altri, in particolare gli emarginati, scorgendo in loro il volto di Gesù.
Per quasi 40 anni si dedicò al progresso dei fratelli Dalit. In quel tempo le condizioni sociali dei Dalit erano drammatiche a causa della crescente intoccabilità e discriminazione verso di loro, basate sulla casta e sul colore della loro pelle. Erano tutti analfabeti. Di conseguenza, erano superstiziosi e costretti dalla società a svolgere lavori manuali da schiavi. Tutti questi fattori resero molto difficile il ministero di Kunjachan.
Non era una persona straordinaria dal talento o dalle capacità eccezionali. Era un semplice sacerdote di parrocchia. Non ricevette alcun onore né speciali riconoscimenti per il suo instancabile servizio volto all'emancipazione dei poveri. Il suo programma quotidiano prevedeva visite a domicilio e sul luogo di lavoro dei Dalit. Il suo unico aiutante era un catechista. Tuttavia, riuscì ad avvicinare molte persone a Dio.
Ciononostante dovette affrontare l'opposizione e le dure critiche non solo delle caste superiori di non cristiani, ma anche dei cristiani tradizionali. Questi ostacoli non riuscirono mai far scemare lo zelo missionario di Kunjachan. Avvicinò alla Chiesa più di 5000 persone.
Creò un vincolo molto saldo con le persone che servì. Le chiamava "figli miei" ed esse lo chiamavano "nostro sacerdote". Era loro talmente vicino da riuscire a chiamarli tutti per nome, dai bambini agli anziani. Tenne un diario spirituale in tre volumi contenente informazioni dettagliate su di loro, relative al rapporto fra i membri di ogni famiglia, a nascite, a matrimoni, a decessi, a confessioni annuali, ecc. Fu instancabile nel riportare alla fede coloro che se ne erano allontanati e quanti non avevano rispettato la fedeltà coniugale.
Il suo obiettivo non era solo l'elevazione spirituale dei Dalit, ma anche la loro emancipazione sociale, culturale, intellettuale e artistica. Resistette all'opposizione con calma e mitezza. Non si scoraggiò quando il governo negò privilegi ai Dalit convertiti al cristianesimo. La grazia costante di Dio gli conferì forza e coraggio. Fonte della sua forza fu la preghiera al cospetto del Santissimo Sacramento. Fu anche devoto alla Beata Vergine Maria. Obbedì al suo parroco e al suo Vescovo con grande umiltà.
Le parole del Signore: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40) erano profondamente iscritte nel cuore di Kunjachan. La tomba di Kunjachan, considerato santo quand'era ancora in vita, divenne un luogo di pellegrinaggio. Il processo di beatificazione e di canonizzazione iniziò ufficialmente nel 1987. Nel giugno 2004, quando Giovanni Paolo II decretò che Kunjachan aveva praticato le virtù teologiche e morali in modo eroico, egli divenne venerabile. Il processo di beatificazione di Kunjachan si è concluso il 19 dicembre 2005 quando Papa Benedetto XVI ha approvato il miracolo avvenuto per sua intercessione.

Tratto dall'omelia pronunciata dal Card. Vithayathil, Arcivescovo Maggiore di Ernakulam-Angamaly dei Siro-Malabaresi, durante la cerimonia di beatificazione celebrata il 30 aprile 2006 nella città indiana di Ramapuram.
CARDINAL FERRARI non è in linea   Rispondi citando
Rispondi


Strumenti discussione

Regole di scrittura
Tu non puoi inviare nuove discussioni
Tu non puoi inviare risposte
Tu non puoi inviare allegati
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi

Il codice BB è Attivo/e
Faccine sono Attivo/e
Il codice [IMG] è Attivo/e
Il codice HTML è Disattivato

Salto Forum


Tutti gli orari sono GMT +1. Adesso sono le 09:12.


Questo sito è consacrato alla B.V. Maria Immacolata


Powered by vBulletin® Version 3.8.2
Copyright ©2000 - 2010, Jelsoft Enterprises Ltd.