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Vecchio 08-02-2010, 14:08   #1
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Ciancimino "accusa" Berlusconi di patti con la mafia.

Ciancimino: "Forza Italia è nata
grazie alla trattativa mafia-Stato"


Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: "La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992". Un pizzino di Provenzano diretto a Dell'Utri e Berlusconi.
di Salvo Palazzolo

Massimo Ciancimino
"Nel 1994, l'ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell'Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all'epoca era in carcere: lui mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell'Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi".

Massimo Ciancimino torna nell'aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l'ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell'ex sindaco ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.

"E' rimasta solo una parte di quella lettera - dice Ciancimino - eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell'ambito di un'altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo".

In ciò che è rimasto nella lettera si legge: “... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Il “triste evento” sarebbe stato un atto intimidatorio nei confronti del figlio di Silvio Berlusconi. Massimo Ciancimino spiega: "Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre: questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l'aveva suggerito proprio lui a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un'intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti”.



Insorge in aula l'avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: "Cosa c'entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, provincia di Palermo?". Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l'opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: «E' comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo», dice.

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una “terza fase”: “A Vito Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell'Utri”, è l'accusa del figlio dell'ex sindaco. Che aggiunge: “ Mio padre mi disse che fra il 2001 e il 2002 Provenzano aveva riparlato con Dell’Utri”.

L’audizione di Massimo Ciancimino è proseguita con altre domande, poste dal pubblico ministero Nino Di Matteo. Oggetto dell’i nterrogatorio torna il misterioso “signor Franco”, l’agente dei servizi segreti che secondo Ciancimino junior sarebbe stato in contatto con il padre e con Provenzano. “Dopo un’intervista con Panorama, in cui emergeva in qualche modo un mio ruolo nell’arresto di Riina, il signor Franco mi invitò caldamente a tacere e a non parlare più di certe vicende perché tanto non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che effettivamente avvenne – accusa Ciancimino junior - visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”. Anche durante gli arresti domiciliari Massimo Ciancimino avrebbe ricevuto una strana visita: “Un capitano dei carabinieri – dice il testimone – mi invitò caldamente a non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi”.

Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’i mminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: “Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo” . Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori:”Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda – mi disse - sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato”.
Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’i mminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: “Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo”. Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori:”Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda – mi disse - sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato”.

LA PERQUISIZIONE
Secondo la Procura, l’ultimo mistero legato al caso Ciancimino sarebbe quello della perquisizione del 2005: “Nessuno dei carabinieri presenti – accusa il testimone - chiese di aprire la cassaforte, che era ben visibile nella stanza di mio figlio”. Si commuove Massimo Ciancimino quando vede le fotografie della casa, fatte di recente dalla Dia su ordine della Procura. “In quella villa di Mondello ho tanti ricordi – spiega – lì ha vissuto mio figlio dopo la nascita”. Dopo una breve sospensione dell’udienza, Ciancimino torna ad accusare: “I carabinieri e qualcun altro sapevano che in quella cassaforte c’e rano il papello e altri documenti”.

LE MINACCE “Anche la settimana scorsa ho ricevuto delle pesanti intimidazioni – denuncia Massimo Ciancimino – sul parabrezza della mia auto è stata lasciata una lettera dal contenuto molto chiaro: neanche i magistrati di Palermo ti potranno salvare”. (08 febbraio 2010). DA: REPUBBLICA PALERMO.IT


Cosa ne pensate? E' l'ennesima "persecuzione" inventata (non si sa da chi) ai danni di Berlusconi, o invece qualcosa (non dico tutto), di vero ci può essere?
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Vecchio 08-02-2010, 14:13   #2
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Vecchio 08-02-2010, 14:20   #3
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E perchè? Io sto invitando ad un pacato confronto. La cronaca politica-giudiziaria ci pone innanzi questi fatti. Invito a discuterne serenamente. Se non interessa la discussione, puoi anche non partecipare. Altrimenti, se ritieni che Ciancimino faccia parte della persecuzione contro Berlusconi, come mi sembra probabile che tu creda, ti invito a spiegarci da chi è manipolato e per conto di chi porta avanti il complotto persecutorio. Altrimenti le urla sono aria fritta. Io stesso non le idee chiare su questo e non do affatto per scontato che Berlusconi sia implicato in cosa gravissima come questa; dall'altra parte però, ho anche l'esigenza di capire cosa sia realmente accaduto.
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Ultima modifica di donato; 08-02-2010 alle 14:26.
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Vecchio 08-02-2010, 14:27   #4
Karita
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, ho anche l'esigenza di capire cosa sia realmente accaduto.
Si anche a me piacerebbe conoscere la verità. Anche su Di Pietro e tanti altri.
Per ora è solo aria fritta. Quando e se si arriverà alla verità allora potremo parlare basandoci su fatti e non su chiacchiere.

Quante discussioni hai aperto su Berlusconi?
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Vecchio 08-02-2010, 14:32   #5
Dieu le Roi
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Ciancimino junior è attendibile come il cane del mio vicino
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Vecchio 08-02-2010, 14:35   #6
folgore
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Cosa ne pensate? E' l'ennesima "persecuzione" inventata (non si sa da chi) ai danni di Berlusconi, o invece qualcosa (non dico tutto), di vero ci può essere?
Una persona che afferma di riferire quanto gli avrebbe detto un altro (defunto) che non può né confermare né negare.

Da quando valgono le dichiarazioni de relato?
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Vecchio 08-02-2010, 14:44   #7
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Originariamente scritto da folgore Vedi messaggio
Una persona che afferma di riferire quanto gli avrebbe detto un altro (defunto) che non può né confermare né negare.

Da quando valgono le dichiarazioni de relato?
Mah, se ci fosse qualcosa di vero, altri potrebbero confermare o meno queste dichiarazioni. Ma la domanda é: se è tutto inventato, chi c'è dietro a questa presunta "persecuzione"? Ciancimino da chi sarebbe manipolato? Qual è la mente che organizza tutto questo? Si può tentare di fare ipotesi su gli ideatori della persecuzione?
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Vecchio 08-02-2010, 14:46   #8
Andrea71
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Originariamente scritto da lucpip Vedi messaggio
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Penso sia giunto il momento di intervenire, non dico in questa discussione, ma in generale su questa questione, mirabilmente sintetizzata in questo sbotto di Lucpip, che traduce il malessere di molti altri forumisti.
Che Donato abbia una tesi da dimostrare e che per farlo utilizzi tutti gli articoli che ha a disposizione, è evidente. Meno evidente è che lo si debba tassativamente zittire solo perchè ormai è chiara la sua posizione su Berlusconi. Bisogna ammettere che Donato non tratta questioni di lana caprina; tratta bensì questioni di importanza nazionale e ne dà un ben preciso giudizio. Bisogna senz'altro riconoscere che su alcune questioni è petulante e tende lui stesso a scavare un fossato di divisione laddove la carità evangelica da lui stesso impugnata in moltissimi messaggi raccomanda un atteggiamento più conciliante.
Non si può negare però che la questione sia effettivamente di vitale importanza e non di così semplice soluzione. Inviterei pertanto i due schieramenti (perchè purtroppo di questo si tratta) a non fuggire il dialogo e di cercare, per quanto è possibile, di esaminare i fatti senza il pregiudizio di dover sostenere a tutti i costi una posizione già preconfezionata.
Il messaggio di Dieu le roi è il perfetto esempio di cosa NON fare.
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"Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò". ( Gv. 20, 25).

Ultima modifica di Andrea71; 08-02-2010 alle 15:05.
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Vecchio 08-02-2010, 14:56   #9
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Originariamente scritto da Andrea71 Vedi messaggio
Penso sia giunto il momento di intervenire, non dico in questa discussione, ma in generale su questa questione, mirabilmente sintetizzata in questo sbotto di Lucpip, che traduce il malessere di molti altri forumisti.
Che Donato abbia una tesi da dimostrare e che per farlo utilizzi tutti gli articoli che ha a disposizione, è evidente. Meno evidente è che lo si debba tassativamente zittire solo perchè ormai è chiara la sua posizione su Berlusconi. Bisogna ammettere che Donato non tratta questioni di lana caprina; tratta bensì questioni di importanza nazionale e ne dà un ben preciso giudizio. Bisogna senz'altro riconoscere che su alcune questioni è petulante e tende lui stesso a scavare un fossato di divisione laddove la carità evangelica da lui stesso impugnata in moltissimi messaggi raccomanda un atteggiamento più conciliante.
Non si può negare però che la questione sia effettivamente di vitale importanza e non di così semplice soluzione. Inviterei pertanto i due schieramenti (perchè purtropo di questo si tratta) a non fuggire il dialogo e di cercare, per quanto è possibile, di esaminare i fatti senza il pregiudizio di dover sostenere a tutti i costi una posizione già preconfezionata.
Il messaggio di Dieu le roi è il perfetto esempio di cosa NON fare.
Grazie Andrea, saggio come al solito! Si, è vero, a volte sono petulante e manco di carità su alcuni punti e mi infervoro nella polemica. Tuttavia pongo questioni vitali sule quali, sia pur esagerando a volte, cerco continuamente il dialogo, e cerco anche di capire, se di pesecuzione si tratta, quali sarebbero gli ideatori, e come fanno a manipolare tanti personaggi contro Berlusconi e, soprattutto, quali sono i motivi veri. Di chi si tratterebbe? Di servizi segreti deviati? Della magistratura in blocco che vuol far fuori Berlusconi? Di una parte della politica o delle istituzioni? Di un complotto internazionale? Poteri forti (banche, finanziarie ecc....)? Si riesce andare al di là di un generico Berlusconi è perseguitato? Si riesce ad argomentare un pò e magari a formulare qualche ipotesi con qualche nome? Ringrazio ancora Andrea.
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Vecchio 08-02-2010, 15:13   #10
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Mah, se ci fosse qualcosa di vero, altri potrebbero confermare o meno queste dichiarazioni. Ma la domanda é: se è tutto inventato, chi c'è dietro a questa presunta "persecuzione"? Ciancimino da chi sarebbe manipolato? Qual è la mente che organizza tutto questo? Si può tentare di fare ipotesi su gli ideatori della persecuzione?
Vedi, in questo caso si tratta di dichiarazioni vestite di altre fonti di prova.

Se io però affermo che mio padre, defunto da anni, m'ebbe a dire che il Tal dei Tali era un criminale che uccise la signora Sempronia, beh si tratta di una dichiarazione che lascia il tempo che trova.

Infatti io non posso portare delle prove neanche che mio padre m'abbia effettivamente fatto quella dichiarazione (per ovvi motivi) e mio padre non può certo (magari ne sarebbe contento perché vorrebbe dire che ritornerebbe in vita) venire a confermare o negare nulla.

Pertanto o uno porta altre prove o resta tutto nel vago. Ci sarà chi ci crederà (e magari ci farà anche dei libri) e chi negherà.

E al generale Mori chi ci pensa????


Mario Mori (Postumia, 16 maggio 1939) è un generale e prefetto italiano. È stato comandante del ROS e direttore del SISDE.
Biografia

Nato a Postumia (TS) il 16 maggio 1939, si diploma a Roma, al liceo classico Virgilio, e, successivamente, presso l’Accademia Militare di Modena, completa gli studi e la formazione militare, fino a conseguire, nel 1965, la nomina al grado di Tenente dei Carabinieri.
Primi incarichi nell’Arma dei Carabinieri [modifica]

Come primo incarico, nel 1965, assume il comando di una Compagnia del IV Battaglione Carabinieri di Padova , per poi essere destinato, nel 1968, alla Tenenza di Villafranca di Verona, sempre come comandante. Dal 1972, per tre anni, svolge servizio presso il SID (Servizio Informazioni Difesa), a Roma, quindi, nel 1975, con il grado di capitano, viene trasferito al Nucleo Radiomobile dei Carabinieri di Napoli, dove rimarrà per altri tre anni.
L’antiterrorismo e gli anni con il Generale Dalla Chiesa

Il 16 marzo del 1978, il giorno del sequestro dell’on. Aldo Moro, Mori viene nominato comandante della Sezione Anticrimine del Reparto Operativo di Roma, iniziando un lungo periodo che lo vedrà protagonista nella lotta al terrorismo. Sulla scia dei gravissimi fatti di quell’anno, culminati con il ritrovamento del corpo dell’on. Moro il 9 maggio in via Caetani a Roma, il successivo 9 agosto, il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa viene nominato dal Governo "Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta al terrorismo". Le Sezioni Anticrimine - Reparti creati dall’Arma dei Carabinieri per il contrasto al terrorismo e dislocati nei centri più sensibili al fenomeno - vengono a costituire la componente operativa ed investigativa più efficace e specialistica nel settore. Sono numerosi gli arresti effettuati in quel periodo dalla Sezione Anticrimine guidata da Mori, tra questi spiccano quelli di Barbara Balzerani, Luciano Seghetti, Remo Pancelli, Francesco Piccioni, Walter Sordi, Pietro Mutti, Fabrizio Zani ed altri estremisti di destra e sinistra.
A Palermo

Nel 1986, con il grado di Tenente Colonnello, dopo due anni di servizio presso lo Stato Maggiore dell’Arma dei Carabinieri, Mori assume il comando del Gruppo Carabinieri Palermo 1, incarico che manterrà fino al settembre 1990. Sono anni difficili in Sicilia, anni in cui la mafia, capeggiata da Salvatore Riina, non esita ad eliminare chiunque venga considerato un ostacolo per “cosa nostra” e per le sue numerose attività illecite. Proprio in questo periodo passato a Palermo Mario Mori inizia a conoscere la mafia, le origini e il suo radicamento sul territorio che deriva dalla forza dell’intimidazione prodotta dal vincolo associativo che la caratterizza e da cui scaturiscono condizioni di assoggettamento ed omertà per chi è costretto a conviverci. Mori capisce che contro un fenomeno di questo tipo i metodi investigativi utilizzati per disarticolare altre organizzazioni criminali, da soli, non possono essere pienamente efficaci e comunque non risolutivi . Per combattere la mafia occorre uscire dal classico schema investigativo fino al momento adottato, mirando piuttosto e soprattutto ad individuare e disarticolare le connessioni e le collusioni stabilmente intrecciate da “cosa nostra” con il mondo politico-imprenditoriale. In poche parole colpire la mafia nel suo principale centro d’interesse: quello economico. Negli anni passati a Palermo, oltre a sviluppare un’approfondita conoscenza del fenomeno mafioso, il Tenente Colonnello Mori incontra alcuni giovani ufficiali, in quel periodo alle sue dipendenze, che si distinguono per capacità ed impegno, tanto da diventare, nel vicino futuro, l’asse portante del costituendo ROS dei Carabinieri.
Il ROS

Il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) nasce il 3 dicembre del 1990, e il Tenente Colonnello Mori ne è uno dei fondatori. La struttura, individuata quale Servizio Centrale Investigativo, assume, per l’Arma dei Carabinieri, la competenza a livello nazionale delle indagini nel settore della criminalità organizzata e terroristica. Affidato inizialmente al comando del Generale Antonio Subranni, è Mori a curarne la definizione della struttura ordinativa e della dottrina d’impiego, assumendo anche il comando del I° Reparto, quello con competenza investigativa sulla criminalità organizzata. Il periodo passato al ROS sarà lungo, impegnativo e ricco di soddisfazioni; nel tempo Mori ne diventerà prima vice comandante, agosto 1992, con il grado di Colonnello, e poi, promosso Generale di Brigata nel 1998, comandante. L’esperienza maturata nei quattro anni passati a Palermo si rivela fondamentale e le indagini, per quanto riguarda il contrasto a “cosa nostra”, già avviate in passato, proseguono con nuovo impulso, sempre orientate, come indirizzo strategico, verso il settore economico-imprenditoriale. Ne deriva così anche un’articolata informativa che, curata dall’allora Capitano Giuseppe De Donno, viene consegnata, il 20 febbraio del 1992, alla Procura di Palermo. La specifica indagine, divenuta nota come “mafia ed appalti”, viene inizialmente sostenuta dal dr. Giovanni Falcone e, dopo la sua morte, dal dr. Paolo Borsellino che la considera non solo un salto di qualità nella lotta a “cosa nostra”, ma anche e soprattutto la causa scatenante della strage di Capaci, dove perdono la vita l’amico magistrato, la moglie Francesca Morvillo e due agenti di scorta. Tale indagine, tuttavia, non trova pari accoglienza nei responsabili della Procura della Repubblica di Palermo, tanto che si producono una serie di contrasti tra la Procura stessa ed il Comando del ROS in merito alla conduzione delle indagini, contrasti destinati a perdurare nel tempo. In particolare le incomprensioni iniziali si riferiscono a quell’aspetto dell’indagine che prende in esame le connivenze tra “uomini d’onore” da una parte e politici dall’altra, per i quali la Procura di Palermo chiederà ed otterrà l’archiviazione dell’inchiesta il 20 luglio 1992, il giorno dopo la morte di Paolo Borsellino nella strage di via D'Amelio. Da quella parte dell’informativa “mafia e appalti” sopravvissuta, scaturiscono diverse vicende investigative che portano all’arresto dei una serie di imprenditori considerati molto vicini ai vertici di Cosa Nostra, come Angelo Siino, Giuseppe Li Pera, Giuseppe Lipari, Antonio Buscemi, Filippo Salamone ed altri, tutti coinvolti in attività imprenditoriali illecite riconducibili ad interessi mafiosi. Questa tipologia d’indagine, riproposta, d’intesa con le Direzioni Distrettuali Antimafia competenti, anche nel contrasto alle altre forme di delinquenza mafiosa, quali la ‘ndrangheta, la camorra e la criminalità pugliese, confermerà la sua validità ottenendo eccellenti risultati pratici con lo smantellamento di pericolosi ed agguerriti sodalizi criminali.
La cattura di Riina

L’attività di contrasto a “cosa nostra” sviluppata da parte del ROS è ovviamente consistita anche nella ricerca dei latitanti dell’organizzazione, che ne costituiscono la vera e propria spina dorsale. Il 15 gennaio 1993 il capitano Sergio De Caprio, noto anche come capitano "Ultimo", a capo di una squadra di pochi, ben addestrati carabinieri, grazie ad attività investigativa sviluppata con intuizione, abnegazione, spirito di sacrificio e senso del dovere, opera l’arresto di Salvatore Riina, capo indiscusso della mafia siciliana. Per tale episodio Mori e De Caprio verranno processati con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra, non per la mancata perquisizione dell’abitazione del Riina dopo il suo l'arresto come i più ritengono, ma per avere omesso di informare la Procura di Palermo che il servizio di osservazione alla casa era stato sospeso. Il dibattimento si concluderà con l'assoluzione sancita dal Tribunale di Palermo perché "il fatto non costituisce reato", con sentenza del 20 febbraio 2006, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione - divenuta irrevocabile l'11 luglio 2006[1]. Nel dettato della sentenza i giudici, prese in considerazioni tutte le testimonianze ed i verbali disponibili, oltre ad assolvere Mori e De Caprio per i reati imputati, ribadiranno che “l'istruzione dibattimentale ha consentito di accertare che il latitante (Riina, ndr) non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all'intuito investigativo del cap. De Caprio”.
L'accusa di favoreggiamento e l'assoluzione

Mori è stato rinviato a giudizio dalla procura di Palermo insieme a Sergio De Caprio, entrambi furono poi prosciolti dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. L'indagine era stata avviata dalla procura per accertare gli eventi che avevano portato alla ritardata perquisizione del "covo" di Salvatore Riina. Infatti, dopo l'arresto del boss, i carabinieri della territoriale di Palermo erano pronti a perquisire l'edificio, ma Ultimo ed il ROS, ritenendo di poter proseguire l’indagine in corso ed individuare le attività criminali dei fiancheggiatori del boss arrestato per disarticolare completamente l'organizzazione, chiesero la sospensione della procedura per "esigenze investigative" che fu concessa dalla procura - stando a quanto afferma l'allora procuratore Caselli - «in tanto in quanto fosse garantito il controllo e l' osservazione dell' obiettivo». [2]

Diciotto giorni dopo si scoprì che quell'osservazione era stata sospesa prematuramente dai carabinieri, all'insaputa della procura e senza che fosse stata effettuata alcuna perquisizione. Nel frattempo il "covo" era stato ormai abbandonato dalla famiglia di Riina e completamente svuotato. De Caprio e Mori sostennero che c'era stato un equivoco nella comunicazione con la procura poiché non avevano espresso l'intenzione di sorvegliare il covo in modo continuativo.

Peraltro, come riportato nelle motivazioni della sentenza del processo [3], era ben chiaro dall'inizio, sia ai carabinieri che alla procura, che decidendo di non procedere alla perquisizione, si assumeva un rischio, un rischio investigativo motivato dal raggiungimento di un obiettivo superiore. Lo stesso Tribunale di Palermo sentenzia:

« Questa opzione investigativa (la ritardata perquisizione, ndr) comportava evidentemente un rischio che l'Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l'accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell'abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell'ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella (moglie di Riina, ndr), che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina - cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell'arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo - od anche a terzi che, se sconosciuti alle forze dell'ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti. L'osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al solo cancello di ingresso dell'intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l'allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata, e le frequentazioni del sito. »




I carabinieri definirono la sospensione dell'osservazione una «iniziativa autonoma della quale la Procura non era stata informata». Secondo i sostenitori dell'accusa di favoreggiamento sarebbero esistiti elementi indiziari per ritenere che i capi del ROS avessero mentito alla procura facendole credere che il covo sarebbe stato sorvegliato in modo continuativo. De Caprio ha sostenuto in sua difesa:

« Io non specificai se l' attività di osservazione sul complesso di via Bernini sarebbe o meno proseguita nei giorni successivi... Io non volevo fare sorveglianza... Quella lì era la casa di Riina. Per me, forse ho sbagliato le valutazioni, rimane la casa, l' abitazione del sangue di Riina, non la base logistica della latitanza di Riina. Per me non aveva valore investigativo come non lo ha oggi l' abitazione di Provenzano a Corleone dove ha la moglie e i figli »



Secondo la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia un gruppo di affiliati alla mafia entrò indisturbato portando in salvo i parenti del boss, svuotando la cassaforte e verniciando le pareti per cancellare le impronte. Tuttavia, tali dichiarazioni, giudicate “frutto di una ricostruzione certamente autorevole, ma insufficiente per trarne definitive conclusioni” dallo stesso dr. Ingroia [4] – il PM che ha sostenuto l’accusa nel relativo procedimento -, non sono mai state riscontrate nel corso di un vero e proprio dibattimento. Inoltre, nessuno di detti collaboratori ha mai dimostrato di aver personalmente verificato il contenuto della cassaforte o, quantomeno, di conoscere esattamente quanto conservato all’interno della stessa.


Il processo si concluse con l'assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”: infatti la corte, pur ritenendo la sussistenza di una erronea valutazione dei propri spazi di intervento da parte degli imputati, di gravi responsabilità disciplinari per non aver comunicato alla procura la propria intenzione di sospendere la sorveglianza, pur ritenendo che “l'omessa perquisizione della casa” in cui il boss mafioso Riina aveva vissuto gli ultimi anni della sua latitanza, insieme con la sua famiglia, e “l'abbandono del sito sino ad allora sorvegliato hanno comportato il rischio di devianza delle indagini, che, difatti, nella fattispecie si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera" [5] [6] [7] [8], ha stabilito la totale estraneità di Ultimo e Mori dai fatti contestati, giungendo ad una assoluzione con formula piena. La sentenza, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione - è divenuta irrevocabile l'11 luglio 2006.
Altre attività d'indagine del ROS

L’arresto di Riina non fu certamente l’unica attività di rilievo svolta dal ROS, anche se la più eclatante. Sono numerose le indagini sviluppate, anche a livello internazionale, che hanno consentito l’arresto di pericolosi latitanti e l’eliminazioni di temibili organizzazioni criminali transnazionali. Fra le numerose operazioni vanno sicuramente citate quelle conclusesi con la cattura del boss Salvatore Cancemi, di Angelo Siino, indicato quale Ministro dei Lavori Pubblici di “cosa nostra”, dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, lo smantellamento del clan dei Cuntrera-Caruana e quello di Gaetano Fidanzati ed i suoi figli, veri snodi del traffico della droga tra l’Europa e le Americhe.
Dopo il ROS

Nel 1999, il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri decide di sostituire Mori al Comando del ROS, destinandolo a comandare la "Scuola Ufficiali Carabinieri" di Roma. Il trasferimento del generale viene definita una “promozione”, in quanto destinato al comando di un Reparto di prestigio e sicuro trampolino di lancio per un’ancor più brillante carriera. Tuttavia uguale considerazione non viene riservata ad alcuni dei più stretti collaboratori di Mori che, nello stesso periodo, o in altri immediatamente successivi, lasciano il ROS per l’impiego in incarichi certamente meno prestigiosi e rilevanti. Dura due anni il periodo alla Scuola Ufficiali e nel gennaio del 2001 il Generale Mori diventa comandante della "Regione Carabinieri Lombardia", incarico che manterrà fino al 1 ottobre 2001, quando lascerà definitivamente l’Arma dei Carabinieri.
Direttore del SISDE

Il 1 ottobre del 2001 Mario Mori viene nominato Prefetto e Direttore del SISDE, il Servizio Informazioni per la Sicurezza Democratica, che verrà da lui diretto sino al 16 dicembre 2006. Questo periodo è caratterizzato dalla crisi originata dall’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 Settembre 2001 e dal conseguente accentuarsi del contrasto alle iniziative terroristiche portate essenzialmente dal fondamentalismo islamico. Il SISDE contribuisce in quel periodo ed in maniera significativa ad evitare che l’Italia diventi oggetto di clamorose azioni stragiste che invece colpiscono altre nazioni occidentali, individuando soggetti ed organizzazioni operanti sul nostro territorio collegati con i gruppi rifacentesi ad Al Qaeda, sventandone le iniziative illegali. Contestualmente il Servizio controlla il panorama criminale italiano e contribuisce in maniera determinante a frustrare, con l’operazione “Tramonto” i cui esiti vengono messi a disposizione dell’Autorità Giudiziaria milanese, un tentativo di ricostituzione delle Brigate Rosse. Significativa anche la cattura all’estero, dopo una difficoltosa ricerca in diversi paesi del Nord-Africa, di Rita Algranati, esponente delle Brigate Rosse, uno degli ultimi responsabili dell’omicidio dell'on. Moro ancora in libertà.
Dopo il SISDE

Dall’estate del 2008, il prefetto Mori svolge attività di consulenza nel settore della sicurezza pubblica per conto dell’on. Gianni Alemanno, Sindaco di Roma.

tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Mori

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Palermo, 8 feb.- (Adnkronos) - "Il generale Mario Mori e' un galantuomo con la schiena dritta, che non l'ha mai piegata". E' quanto afferma Pietro Milio, uno dei difensori dell'alto ufficiale, imputato per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano.

tratto da http://www.libero-news.it/regioneespanso.jsp?id=345208




Il Generale Mori è certamente una personalità che da lustro alla nostra Repubblica. Pertanto gli esprimo la mia solidarietà personale, per quanto possa valere.
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